L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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La regina di Napoli

di Antonia Capria

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Siderno, 29 agosto 2006

Una mia breva presentazione di  Maria Sofia di Baviera, moglie dell’ultimo re Borbone, Francesco II, e giovane sorella dell’imperatrice d’Austria, da cui il celebre film Sissi, alcuni ascoltatori si sono presi la briga di inviare ingiurie e contumelie al ricordo della stessa, che morì vecchia, nel 1925, e alla mia persona  di modesta giornalista.

Maria Sofia fu una  donna di notevole respiro e grande nobiltà politica. Per esempio ha ispirato il personaggio femminile della Recherche di Marcel Proust, come dire dell’autore stimato come la massima espressione della letteratura del secolo scorso. E’ bello anche il ricordo di Giuseppe Ungaretti, il grande poeta nato in Toscana. Prigioniero degli austroungarici durante la guerra del 1915-1918, egli ricorda con commozione l’ex regina di Napoli, che arrivava, nel campo di concentramento vicino a Trento dove era detenuto, a portare pacchi ai soldati napoletani prigionieri. Quando girava la notizia del suo arrivo, i meridionali rinchiusi nel campo si raccoglievano in gruppo, gridando: Viva la nostra regina. 

Non è da escludere che il nonno o l’avo di chi critica fosse fra loro. Come non è da escludere che un antenato dello stesso sia caduto nella resistenza condotta dai cosiddetti briganti (che briganti non erano, ma patrioti) o perito per fame in un campo di concentramento lombardo o piemontese. L’ascoltatore antiborbonico sputa in faccia al passato dei suoi avi. La retorica sabauda porta gli italiani del Sud, che qualcuno chiama più distintamente con la parola greca Italoi o con l’antica traduzione latina Italici, a rinnegare il loro passato e ad adottare come antenati Cavour e Garibaldi. Qualcuno più incline al naturalismo si sente nato dal peperoncino rosso, dalla pasta e fagioli e dall’acqua dello stocco di Mammola. Questi figli putativi di gente che non fu amica del Sud o solo figli naturali di ortaggi vari e di pesci del Baltico dovrebbero  cercare il proprio vero profilo nelle carte di famiglia.

Maria Sofia non aveva niente in comune con la sifilitica Margherita di Savoia, madre  del rachitico Vittorio Emanuele III e  sua contemporanea, e con una montanara inebetita dalle luci della città, qual era Elena del Montenegro, impalmata da Vittorio Emanuele III per migliorare la razza. Maria Sofia era una persona sana e coraggiosa, un’intrepida combattente e una partigiana della rivoluzione popolare, tanto da essere soprannominata “la regina degli anarchici”.

La reazione degli ascoltatori al mio intervento radiofonico non va però spiegata soltanto con l’ignoranza di vicende e  persone che la retorica sabauda vuole ignorare o deformare.  Essa ha una valenza politica. Conquistato il Regno di Napoli, i piemontesi fecero di tutto per rovinare il Sud economicamente e per sradicare il meridionali da sé stessi, e dalla propria storia, lunga, nobile, foriera di civiltà per il paese in seguito detto Italia e per il continente in seguito detto Europa. Fra le cose glorificate c’è la lotta al brigantaggio, che è un autentico falso storico. La verità sulla vicenda sicuramente ingloriosa per  le truppe piemontesi e per i loro generali genocidi è scritta nei giornali francesi, inglesi e spagnoli del tempo, e non certo nei costosi libri  che i genitori italiani comprano per mandare i figli a scuola. I Piemontesi  uccisero e impiccarono chi difendeva la propria libertà e l’indipendenza della sua terra. I morti piemontesi in questa guerra, cosiddetta del brigantaggio, circa ventimila, raggiunsero un numero più alto di tutti i morti piemontesi nelle tre guerre cosiddette d’indipendenza. I morti partigiani superarono  sicuramente il numero di centomila o cinquantamila. E c’è chi parla di un milione di morti.

Massimo d’Azeglio, uno dei più prestigiosi uomini politici piemontesi, nel 1863 si pronunziò per il ritiro dell’esercito dal Meridione, che il nuovo Regno d’Italia occupava con 80 mila soldati di linea, 40 mila della riserva e circa 50 mila guardie civili.

La svendita della libertà meridionale comincia da queste 50 mila guardie civili. Gaetano Salvemini, un grande socialista, li  ha definiti “ascari”, gente che combatte contro il proprio popolo. Durante la seconda guerra mondiale, in Norvegia furono appellati Quisling, quinta colonna del nemico.  Certo è che questi traditori della patria furono considerati dai contemporanei degli infami e persero la stima e l’amicizia dei loro compaesani (vedi la congiura borbonica reggina del 1864, di cui il nostro storico, Mimmo Romeo,  ha ritrovato un documento).

Una volta isolati e giudicati infami, essi ebbero l’appoggio del governo nazionale, il quale, attraverso la politica clientelare si è sforzato e si sforza di fornire loro un piedistallo pubblico e privato. Per tenerli dalla sua parte il sistema padano gli lascia amministrare e rubare sulla spesa pubblica. Ciò ha trasformato il paese degli Italici in un porcilaio, in mangia mangia generalizzato.  Il degrado a cui il sistema sabaudo ha portato il Sud accosta la vicenda unitaria alla calata dei barbari nel medioevo. Attraverso la massoneria nazionale, la chiesa nazionale, i partiti nazionali, gli ascari, i tirapiedi dell’elmo di Scipio sono messi in condizione di lucrare danaro pubblico, di ottenere impieghi, di vincere concorsi, di godere di uno stipendio e di una pensione vita natural durante, con privilegio di reversibilità a favore di moglie e figli.

Quando questi signori e signore si ribellano a certe mie affermazioni, non fanno altro che dare un prezzo al pane del governo.       

Sarebbe però un errore da parte mia sorvolare sul fatto che accanto ai furbi ci sono gli ingenui patrioti dell’Italia una e indivisibile. Il compito dei neorbonici non è di preparare la rivoluzione, ma di far conoscere quella parte della storia meridionale lasciata furbescamente nell’oscurità. In particolare ci rivolgiamo al popolo di sinistra, al quale diciamo a chiare lettere che non esiste una sola possibilità per il Sud di risolvere il problema della disoccupazione, impostoci dai sabaudi,  senza tornare all’indipendenza politica da Roma e da Milano. 


Antonia Capria)




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