L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Animal spirits

di Nicola Zitara

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Siderno, 25 Luglio 2003

La grande trasformazione che ha investito l'Occidente a partire dal 1850 è arrivata qui, in Calabria, intorno al 1960. Tra il 1954 e il 1962, sotto la pressione delle merci padane, la piccola industria calabrese praticamente scomparve. Al contrario, l'agricoltura e l'artigianato andarono incontro a un tentativo di cambiamento radicale.

L'agricoltura ebbe una breve fase di rinascita tra il finire degli Anni Sessanta e il finire degli Anni Settanta; poi crollò di schianto. Per quanto riguarda l'artigianato, la spinta a cambiare non si esaurì. Trattandosi specialmente di artigianato delle riparazioni, l'aggiornamento era un fatto logico. Come cambiava l'apparecchio da riparare, così cambiava il sapere del nostrano riparatore.

La diffusione del sapere tecnologico costituisce una grande insidia per il fabbricante capitalista. Chi s'impadronisce di una tecnologia, se dispone anche del capitale, può arrivare a imitare il prodotto. E questo, qualche volta già si vede, nonostante le sordità creditizie, in particolare nei settori in cui l'impianto non è molto costoso. In genere, il nuovo imprenditore ci arriva con i mezzi propri e qualche aiuto statale, che qui da noi non è sempre capace di surrogare il rischio che altrove viene assunto dal sistema bancario.

L'insensibilità e l'efficienza degli amministratori regionali e locali costituiscono un vero handicap per la piccola impresa industriale. I fondi europei, che pure sono stati risolutivi per la rinascita dell'Irlanda e della Spagna, la burocrazia meridionale non sa usarli. Li disperde in attrezzature turistiche che non agganciano il turismo, in elargizioni clientelari, quando, del tutto, non li perde per non uso.

E' la frana trentennale dell'autonomia regionale. Se tutti i soldi che l'Unione Europa mette a disposizione dell'Italia, il paese li avesse avuti al tempo della bonifica integrale mussoliniana, la Questione meridionale sarebbe bella e che risolta da tempo. Non dico una facezia: sono personalmente dell'idea che, oggi, al Sud, i soli organismi capaci di assorbirli e utilizzarli sarebbero i vescovadi e le capitanerie dei carabinieri.
Ma parlarne è praticamente inutile. Il Sud Italia è quello che abbiamo davanti. E' diventato così da quando è stato allegato al Centronord. Se non si rompe l'unià, non cambierà. Ma torniamo al nuovo artigianato. Questi nuovi padroncini - tranne qualcuno di modi antichi - sono sommamente antipatici. Presuntuosi, cari, inaffidabili.

Personalmente, non nascondo che se avessi ancora l'energia dei venti anni, quando mi capita di doverci a che fare, più di una volta farei a botte. Solo per portare qualche esempio, non è molto che ho litigato con un lavaggista a cui avevo lasciato la macchina. Tornato a ritirarla all'ora convenuta, era ancora lì dove l'avevo lasciata. L'anno scorso ho litigato con un riparatore di caldaie, il quale aveva preso il vezzo non solo di prosciugare il mio magro portafoglio, ma anche di fare il difficile, se richiesto.

Negli anni precedenti, ben quattro sedicenti riparatori, uno dopo l'altro, mi hanno alleggerito di parecchio danaro, e lo hanno fatto come dei banditi di strada.
Ora, voi lettori mi giudicherete un asociale se - nonostante i precedenti - dico che questa classe quasi mafiosa, esosa, imbrogliona, fatta di incalliti evasori fiscali, ma gratificata dai fornitori padani, e per questo ricca di boria, proprio perché in contatto con il mondo forestiero della produzione moderna, che se ne serve, è la sola speranza per il Sud dei prossimi anni.

Dalla fabbrica padana impara l'arte e impara anche l'etica. Lasciamo stare le stupidaggini che dicono i libri scolastici, i politici in carriera, i giornali e la televisione. Il dato è sottinteso, offuscato, appartiene alle cose che si sanno ma non si dicono. Il capitalismo, cioè l'attitudine a creare le fonti del lavoro e della produzione nella nostra società, si fonda sullo spirito del predatore.

L'Italia che noi conosciamo si avviò al capitalismo perché Cavour insufflò nei suoi adepti il principio di dare spazio agli imbroglioni. Furono infatti tre imbroglioni, due genovesi, Bombrini e Balduino, e un livornese, Pietro Bastogi, a mettere le basi del capitalismo finanziario padano.

Furono altri imbroglioni, un paio dei quali palermitani, gli Orlando e i Florio, a spingerlo avanti. Rubando allo Stato e ai cittadini, questi signori riuscirono ad accumulare il capitale finanziario capace d'attrarre il risparmio privato e le rimesse degli emigranti che nei decenni successivi avrebbero permesso il decollo industriale in Liguria, Lombardia e Piemonte.

Lo spirito del capitalismo è antico. Nacque nei porti bizantini del Meridione, nelle Repubbliche marinare e nel Libero Comune toscopadano tra il 1200 e il 1300 e da lì si diffuse (dopo aver abbandonato l'Italia) in Olanda, nei porti della Germania settentrionale, in Inghilterra, in America, in Francia e via dicendo.

L'etica del capitalista è stata descritta da Max Weber esattamente un secolo fa. Da allora è anche peggiorata. Anzi è così peggiorata che Giovanni Paolo II, con la famosa enciclica Centesimus annus ha sentito il bisogno di prenderne le distanze; tale e quale, nel 1200, il più grande filosofo cattolico, Tommaso d'Aquino, il quale capì tutto sin dal primo momento.

Probabilmente il capitalismo è al canto del cigno. La libertà d'impresa e l'etica del profitto alimentano le polluzioni di inquinanti, le quali crescono con la crescita esponenziale della popolazione (da un miliardo a sei miliardi negli ultimi cento anni, da sei miliardi a dodici miliardi nei prossimi 30 anni).

E tuttavia continuiamo a vivere una morale fortemente secolare. I santi sono ascoltati solo in spazi sociali ristretti e chiusi. I papi, anche se nobili e forti, raccolgono sì la gente in adunate oceaniche, ma non sono nella condizione di inaugurare delle crociate morali. Per credere all'apocalisse, l'uomo prima vorrà vedere il disastro.

La Terra ci concede soltanto una moratoria. Forse cinquant'anni, forse solo trenta. In questo lasso di tempo il capitalismo continuerà a imperare, a modellare l'esistente secondo la sua morale animalesca. Ai meridionali che vivranno detta fase, lo Stato provvederà sempre meno. Come accade nei combattimenti, quando i contendenti sono allo stremo, la pietà non ha più posto. Vale la regola del gladiatore: mors tua vita mea.

Stronzobossi è stato proprio questo: la morte del Sud. Ammazzare una società sicuramente inefficiente per sostituirla con la logica del gladiatore è stata un'impresa da carogna. Ma senza arrivare al livello paranoico delle stronzobossaggini, già Amato, Ciampi, Prodi, i sindacati avevano fatto quanto bastava. Adesso Berlusconi, Tremonti, l'Unione Europa stanno togliendo l'ultimo coperchio al corbello contenente le serpi. Il Sud si avvicina ad anni tremendi.

Il servilismo padanista dei nostri politici non aiuterà certo la gente, anzi, come ha sempre fatto, la sospingerà sempre più accosto al burrone. In attesa che qualcosa cambi al centro del sistema - come dire a New York, Washington, Chicago, San Francisco - il Sud, per sopravvivere, non potrà contare su altri che sui suoi elementi più "selvaggi", sempre che riescano a crescere, a farsi spazio nel sistema.

Il guaio del Sud non è l'assenza di spiriti animali, ma il fatto che incontrano una forte resistenza dello Stato e degli stessi meridionali, quelli seduti, sistemati: gli statali. Per esempio, quando la Toscopadana s'impadronì del Sud per spremerlo, non tutti si accosciarono. Nelle campagne vi fu una incredibile fioritura di produzioni destinate all'estero. Il vino, gli agrumi, l'olio pagarono almeno la metà dei debiti che lo Stato aveva fatto subito dopo l'unità e continuava a fare. Ciò fino a quando lo stesso Stato non mise fuori combattimento quegli stessi agricoltori che gli permettevano di sopravvivere.

Anche i piccoli armatori cercarono di resistere comprando i velieri di cui si disfacevano gli armatori inglesi, che passavano alle navi a vapore. Con questi continuarono il trasporto in cabotaggio, fin quando le ferrovie padaniste non lo misero fuori combattimento.

Negli anni Sessanta e Settanta, prima dell'espansione edilizia di Milano, la mafia, che non ha meno spiriti animali degli artigiani riparatori, stava investendo in agricoltura e nel turismo. Forse era quello anche un modo per farsi borghese, normale. Ma il bisogno milanese di danaro fresco l'ha spinta fuori, ad accarezzare le meneghine modernità.

E' stato un grande errore sociale, tanto più che le regioni toscopadane continuano ad avere un grande appetito di soldi mafiosi. Mentre al Sud, una mafia sradicata dalla terra non serve più. Una mafia salvadanaio serve invece e molto alla borsa di Milano. Comunque, l'attuale perbenismo ambivalente, sul versante Sud, è autolesionistico.

Bisogna inghiottire e fare come Cavour. Se solo i pubblici ladroni danno lavoro, dobbiamo fare buon viso e cattivo gioco. Siamo troppo poca cosa per poter cambiare il mondo.

Nicola Zitara

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