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Capitalisti

di Nicola Zitara

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Siderno, 8 Febbraio 2004

Se c'è il profumo, c'è anche l'arrosto. A volte il fumo è tanto che neanche un pompiere munito di bombole riesce a raggiungere l'arrosto. E' una vita che mi tengo nella penna quest'articolo, ma non mi sono mai deciso a scriverlo perché il fumo, che nascondeva (e nasconde) l'arrosto, rendeva tutti ciechi. Descrivere l'esistenza di una cosa invisibile sarebbe stato velleitario.

Finalmente il si salvi chi può del Cavalier Calisto Tanzi, nonché la spavalderia e l'improntitudine del sistema bancario - esaltata dal permessivismo profittatorio, divenuto la filosofia imperante dopo la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro - hanno dissipato qualcuna delle cortine fumogene che nascondono alla vista del volgo i patrii intrallazzi. Nonostante la positiva messa in discussione dell'etica reagan-thatcher-berlusconiana provocata dallo scandalo Tanzi, la nascita e la vita del grande capitalismo - un'entità, una classe, sul cui passo si ordina e si coordina tutta la vita nazionale - rimane parecchio coperta.

Introduciamo una distinzione strutturale nell'ambito del sistema capitalistico: grandi imprese, da una parte, e piccole e medie imprese, dall'altra. Le due forme vivono in modo assai diverso. Anzi nascono in modo diverso. Le grandi vengono partorite in una clinica ostetrica di raffinata scaltrezza. Il rischio che il figlio nasca handicappato viene, sì, esibito, ma soltanto per dare il solito fumo egualitario negli occhi del volgo. In realtà, rischio non c'è fino a quando la Banca d'Italia non le abbandona.

Un caso celebre di abbandono dell'intera cucciolata furono le nazionalizzazioni mussoliniane, in seguito alla cuccagna a cui si dettero le grandi industrie e alle conseguenti disavventure della Banca d'Italia. Buon per la Padana! Infatti l'holding bancaria e grand'industriale (IRI) creata a metà degli anni Trenta fu la premessa per la nascita, quindici anni dopo, di un'industria (finalmente) competitiva e del buon governo dell'economia (il famoso miracolo italiano).

Al contrario le piccole e medie imprese sono partorite in casa, alla buona, mercé l'opera volenterosa e faticosa di una comare. Cosicché capita che nascano zoppicanti.

Intanto diamo un significato tecnico al termine. Capitalista è colui che, disponendo di danaro, compra e paga il lavoro altrui, al fine di impiegarlo nella produzione di merci o servizi. Il capitalismo è un fatto antico, che sta alle origini della civiltà mediterranea (e di quella cinese). Non fu invece un capitalista il signore feudale, dominus di una terra che, suddivisa in migliaia o decine di migliaia di lotti, veniva concessa ai coloni per un canone in natura o anche in danaro. Egualmente non è un capitalista il proprietario che vive di rendita.

Capitalista è anche chi dà il danaro in prestito, indipendentemente dal fatto che si tratti di danaro proprio o di danaro a lui prestato da altri, o di danaro depositato preso di lui in cambio di un titolo rappresentativo (una cambiale, un biglietto, una lettera di cambio, una registrazione).

Si sostiene che la prima figura di capitalista registrata dalla storia sia quella del banchiere. Ma la cosa non è vera (o è vera soltanto nel caso di città e portuali). L'errore sta nel fatto che gli storici badano alle figure che saltano in primo piano nel lacunoso affresco tramandatoci dai documenti e dai racconti dei contemporanei.

Se invece ci rifacciamo agli istituti giuridici - che sono lo specchio più veritiero di una società non più esistente - si può tranquillamente affermare che i primi capitalisti furono i piccoli appaltatori edili, i trasportatori di merci su commissione, gli armatori navali. Lo prova l'accurata sistemazione che il diritto romano dette ai negozi connessi.

La precisazione ha un senso. Infatti la nascita del piccolo imprenditore, nel grembo della società classica è un fenomeno spontaneo, connesso, da un lato, con la presenza di nullatenenti disposti a lavorare sotto padrone per un salario (parola che ci viene dall'antica Roma), e dall'altro con chi vuole e può pagare un salario per "comandarli". Invece, sia in Grecia sia a Roma, la nascita delle grandi ricchezze monetarie - quelle dei banchieri - scaturisce immancabilmente da operazioni politiche inquinate e truffaldine, da fatti che possiamo tranquillamente definire intrallazzi.

Con la nascita dell'attuale sistema capitalistico - indissolubilmente connesso con la produzione industriale e con l'impiego della cartamoneta - il meccanismo predatorio è stato normalizzato: è divenuto legge dello Stato.

E' ben difficile che una grande impresa capitalistica non nasca sotto la forma di società per azioni. Le società per azioni sono "persone giuridiche"; cosa che non vuol dire che siano rispettose della legge, ma soltanto che la loro personalità non deriva dalla natura (o da Dio), bensì da un atto dello Stato, che eleva un gruppo di persone e il capitale da loro versato, a una sola identità, appunto la società (per esempio la Fiat). Il capitale della società è, sì, in mano ai soci, ma sta per conto suo.

I soci possono disporre dei titoli cartacei che lo rappresentano (le azioni, le quote), ma non possono usare come una cosa propria il capitale sociale. E c'è il reciproco: il restante patrimonio privato dell'azionista non paga per le eventuali vicende negative della società.

Un vantaggio di non poco conto, il quale fu introdotto - dicono gli storici - nel secolo XVIII, nella solita Londra, al fine di coprire i banchieri che incettavano danari dal pubblico a favore della Compagnia delle Indie; in effetti molto più antico nel settore dell'armamento navale, certamente anteriore all'età greca (Codice di Hammurabi, re di Babilonia ben sedici secoli prima della nascita di Cristo).

Le Tavole Amalfitane, che sono medievali e fortemente influenzate dal diritto romano, trattando del rischio connesso con l'impresa navale, separano il restante patrimonio del socio dal fallimento dell'impresa. Si trattava ovviamente di società di capitali (in appresso frequenti a Venezia, esempio quella del padre e degli zii e di Marco Polo), la cui esistenza si concludeva in sola impresa (viaggio). Ma il precedente è da ritenersi fondamentale.

Comunque, nel caso della società adottata come copertura del rischio, il vantaggio per l'economia è limitato al solo fatto che, se cautelato relativamente agli altri suoi beni, il capitalista moderno si avventura con maggiore disinvoltura (o minori timori) nella nuova attività. Nell'autentica società per azioni, il vantaggio sociale, invece, è grandissimo.

Infatti l'azione consente di raccogliere il danaro occorrente, per avviare l'impresa, farla vivere e ripartire il rischio, fra un vasto pubblico, fra le persone che hanno dei risparmi inoperosi e ne rischiano un po' nella speranza che fruttino bene. Ma ai soci fondatori è però impossibile raggiungere il singolo propenso a investire danaro in una società. Il solo soggetto operativo che conosce in faccia le persone dei risparmiatori è il custode dei loro depositi, cioè la banca.

Senza la banca, le società per azioni a capitale diffuso (azionariato popolare), in pratica non esisterebbero. La banca che colloca le azioni, di regola, guadagna una provvigione. Naturalmente non si tratta della vendita di quattro ricotte. Intorno a eventi del genere si muove l'intero apparato politico ed economico nazionale. Due anni fa le banche hanno finanziato con più di 150 mila miliardi di lire Marco Tronchetti Provera per l'acquisto Telecom Italia.

Il rimborso avviene e avverrà con la vendita di azioni ad opera delle banche in una serie di anni, solo Dio sa quanti. Siamo alla massima operazione di credito registrata in Italia da ottanta anni in qua.

Senza banca, Tronchetti Provera sarebbe rimasto a fabbricare pneumatci, con l'aiuto delle banche è passato invece ad esercitare un'attività monopolistica, i telefoni, qualcosa di simile alla privativa sul sale, di non lontana memoria, e sui tabacchi, tuttora vigente.

Le banche guadagnano parecchio di più e corrono assai meno rischi, che nel caso ora citato o nel caso Fiat, con le industrie medie e piccole. C'è da chiedersi, allora, perché esse immobilizzino intono al settanta per cento del capitale operativo con le industrie di grandi dimensioni. Certamente le grandi industrie, che godono (non si sa perché) del privilegio del tasso primario, suscitano intorno a sé delle imprese medie e piccole, e queste pagano il tasso corrente, che poi le banche sanno far lievitare con cento ammennicoli, persino le spese per la corrispondenza. Però questo non basta a spiegare la loro servile dedizione.

Una spiegazione parziale è che la Banca d'Italia ne compensa i sacrifici sovvenzionandole con danaro fresco di stampa, per un ammontare non inferiore al tasso d'inflazione programmato. Un ammontare che è stato certamente maggiore in occasione cambio della moneta, in quanto è stato messo in circolazione il controvalore di molti vecchi risparmi .

Senza di ciò, la corsa inflazionistica dell'ultimo biennio - fenomeno prevaletemente italiano - sarebbe stata frenata dalla penuria di circolante.

Il Sud l'intesa tra banche e impresa capitalistica manca. La responsabilità di ciò non è addebitabile ai capitalisti meridionali e neppure alle banche nazionali, che oggi sarebbero grandemente facilitate dalle ingenti risorse messe a loro disposizione dalla mafia. Men che mai la responsabilità è dei loro funzionari sul posto. In effetti decisioni del genere sono riservate alla Banca d'Italia. La quale si presenta negativamente non per una sua connaturata cattiveria, ma perché è obbligata a seguire il percorso disegnato al momento della fondazione del Regno d'Italia.

Organizzata la società italiana secondo le ingorde pretese dei mercanti genovesi e dei feudatari toscani, da allora l'acqua va dove il fiume pende.

Se il Sud non realizza una sua banca centrale, continuerà a sputare disoccupazione ed emigrazione (più di 30 milioni da quando è nato lo Stato italiano) fin quando il capitalismo padano vivrà.

Nicola Zitara

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