L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Sua Maestà la banca centrale

di Nicola Zitara

Siderno, 14 Marzo 2008

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Il tema che vorrei trattare impone una lunga premessa. O meglio: quel che intendo raccontare è tutto nella premessa, mentre la conclusione è soltanto il lamento del poveruomo che il sistema contrabbanda per cittadino. Nel corso dell'Ottocento, in Inghilterra e Francia - a quel tempo i paesi più ricchi del mondo - ci si rese conto che la rarità dell'oro e dell'argento, universalmente impiegati come moneta, frenava l'espansione del capitalismo e l'avanzata della grande industria. Le imprese avevano bisogno di credito, ma la banca era imbrigliata. Il credito bancario non superava che due o tre volte la riserva di cassa. Il volume dell'attività creditizia dipendeva essenzialmente dal volume dai depositi. L'oro e l'argento erano in mano al padronato fondiario e ai mercanti internazionali, i quali ultimi non lo portavano certamente in banca ma lo impiegavano nel giro della loro clientela. Gli interessi che il banchiere pagava per remunerare il risparmio innalzavano il costo del danaro. Ma c'era di più: la banca di deposito e di sconto non poteva permettersi grossi rischi, mentre l'investimento industriale ne comportava di altissimi.

Il mondo in cui viviamo ha abbandonato da un secolo e più la moneta aurea. Dagli scambi più minuti agli investimenti miliardari, ogni commercio si fa con l'ausilio di un intermediario dei valori che non ha alcun valore, la carta monetaria. L'invenzione della cartamoneta fu opera di banche private. La banconota era una specie di cambiale che la banca si obbligava a pagare in moneta metallica, e a vista. Tuttavia nessuna banca di emissione privata resse a lungo. Dovunque dovette intervenire lo Stato decretando il cosiddetto 'corso forzoso', cioè l'inconvertibilità dei biglietti, o ' corso legale'. In concreto la legge prescrisse che chi vendeva un bene o chi aveva un credito era giuridicamente soddisfatto ricevendo carta, invece che oro o argento. Dopo un percorso non sempre lineare e non sempre breve di libertà di emissione per tutte le banche, si arrivò alla concentrazione del potere di emissione in una banca centrale e a un'unica banconota a corso legale. Mentre l'oro monetato poteva girare il mondo, in virtù del suo valore intrinseco, la banconota e la banca centrale sono strettamente nazionali. E anche nazionaliste.

La banca centrale è un'istituzione che non ha fini di lucro, benché faccia un lucro prestando a interesse, alle banche ordinarie e allo Stato, la carta che essa stessa stampa, o fa stampare. Il cosiddetto tasso primario, quello che la banca centrale fa pagare, più che una remunerazione, è una specie di (antiquato) termometro che (in tempi di pace) serve a regolare la vita sociale e in particolare i rapporti fra le classi, stringendo o allargano la quantità di cartamoneta. Un esempio di grande (e minacciosa) attualità ci viene dalla Federal Reserve degli USA, la quale si scamicia ad abbassare il tasso primario in modo che il dollaro si svaluti e che i suoi debitori (cioè lo Stato e le banche ordinarie) non falliscano, travolti dai loro errori, e anche da quelli della stessa banca centrale.

Adesso accantoniamo per un momento questo tema e affrontiamone un tema diverso, o più precisamente guardiamo agli argomenti fin qui trattati da un diverso punto di vista. La democrazia borghese si fonda sulla divisione dei poteri: parlamento, governo, magistratura. Il popolo sovrano giudica periodicamente l'azione parlamentare e quella governativa. Anche l'operato dei magistrati è controllato dagli elettori, poiché è il parlamento che prescrive ai magistrati cosa debbono fare e come farlo. Anche il potere di emettere cartamoneta e di controllare il credito è affidato a una pubblica istituzione, la già lodata banca centrale, ma questa pubblica istituzione non è un organo costituzionale. La sua attività è blandamente nota al parlamento. Né il paramento né il governo osano mettere il naso nelle sue decisioni. Prima dell'euro, le leggi dello Stato italiano si limitavano a prescrivere poche cose di carattere puramente platonico. Per esempio che l'unità monetaria si chiamava Lira, che vigeva il sistema decimale, quali i tagli delle banconote, quali le immaginette da riprodurre sulle banconote, al massimo quante tonnellate d'oro dovevano essere bloccate nei forzieri, e altre quisquiglie, che qualunque usciere del parlamento avrebbe potuto decidere. Le decisioni essenziali erano riserva di caccia di Sua Maestà la Banca d'Italia. La quale nel segreto tombale delle sue stanze si accordava con i suoi clienti banchieri, principalmente con l'indimenticabile Enrico Cuccia.

Nonostante l'indifferenza dei facitori di costituzioni nazionali, la moneta e il credito contano nella vita sociale più delle leggi, degli atti di governo e delle sentenze dei giudici. Sono l'esistenza quotidiana. Un alto tasso di sconto porta alla chiusura di fabbriche, al licenziamento di consistenti masse di lavoratori, fa fallire imprenditori e anche banche ordinarie, etc. Un basso tasso di sconto genera inflazione, punisce i redditi bassi, mette fuori gioco impiegati pubblici e privati, affida alla pubblica carità i pensionati, etc. Allora perché sottrarre le banche centrali al giudizio del popolo? Che senso ha una simile stranezza? Perché tutti gli Stati assecondano questa violenza alla democrazia, alla certezza del diritto, perché affidano la vita e la morte della gente a un potere oscuro?

La risposta vera e onesta è che anche lo Stato democratico s'indebita con i banchieri, allo stesso modo dei vecchi re, travolti dalla storia. I finanzieri sono un corpo sociale che non ama sottostare ad altri poteri. I re angioini e aragonesi e i viceré spagnoli del Regno di Napoli e di Sicilia fecero di questo nostro paese - a cui l'arte della seta conferiva benessere e prestigio mondiale - una landa arretrata e selvaggia, perché lo consegnarono mani e piedi legati all'usura dei banchieri genovesi e fiorentini, le cui glorie imbrattano i libri di storia su cui studiano i nostri figli e nipoti. Sono invece esecrati i Borboni. E lo sono perché riuscirono a creare un Banco pubblico grandemente prosperoso, che non lasciava spazio alcuno agli speculatori mondiali della finanza. All'opposto grande e portentoso viene descritto il signor Cavour. E sapete perché? Perché su tre miliardi lire-oro di debito pubblico (in appresso patriotticamente pagati dagli italiani uniti) fece incassare ai Rothschild e a altri banchieri un miliardo e duecento milioni di lire-oro. Più del 33 per cento.

Si suole dire che la storia si ripete in forma di farsa. E' ciò che stiamo vivendo con la Banca centrale europea e con l'euro.

Tre quarti delle famiglie meridionali sono alla fame. La caduta, in Toscopadana, dei salari e dei redditi da lavoro dipendente si ripercuote al Sud sotto la forma di disastro già in atto e in ulteriore patriottico sviluppo. Il solo modo per rilanciare l'Italia starebbe nell'azzeramento di metà dei 70 miliardi di euro di interessi di debito pubblico che il paese paga ai finanzieri internazionali, e nel rendere disponibile la somma per investimenti produttivi. La banca europea ha risorse impensabili e potrebbe farlo senza danno (anzi con vantaggio) per altri paesi. Invece che fa? Finanzia le finanziarie, che svolgono attività propriamente usurarie, concedendo prestiti al consumo a chi non ha i soldi per mangiare. Cosa che riduce ulteriormente il companatico e probabilmente anche il pane. Insomma siamo di nuovo ai viceré spagnoli e ai creditori genovesi, che ottennero in pagamento del loro credito l'arrendamento sulla produzione serica, cosa che portò i calabresi alla fame e alla fuga dalla loro terra.

In queste elezioni si fa tanto parlare di cambiamenti. Io credo che basterebbe cambiare una sola cosa: portare alla luce del sole e nelle sedi parlamentari l'attività della banca d'emissione.











 

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