L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Corrado Alvaro
Vox clamans in deserto

di Nicola Zitara

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Siderno, 25 Novembre 2006

Mi capita spesso di confrontare la poderosa lezione del cosiddetto Illuminismo napoletano - un moto culturale e politico che si sviluppò nei primi ottant’anni del ‘700, allorché il Sud era uno Stato indipendente - con le successive proposizioni della cultura meridionale, da Croce a Gramsci. 

L’aggettivo ‘napoletano’, che accompagna il termine illuminismo, non è soltanto un’indicazione geografica, al fine di distinguere la nostrana corrente dall’illuminismo inglese e da quello francese, che in effetti lo innescarono, ma connota anche una marcata specificità. 

La Filosofia dei Lumi (rischiaratrice rispetto all’ottundimento feudale della ragione) non nasce a caso dalla testa dei filosofi. Ha un retroterra nella Rivoluzione commerciale che si andava sviluppando con i traffici marittimi tra l’Inghilterra e l’America Centrale e Settentrionale. 

Le navi inglesi, ma anche quelle francesi e olandesi, portavano zucchero, tabacco e cotone americani in tutti i porti d’Europa e del Mediterraneo. Ma chi compra merci è costretto a pagare con altre merci. 

La nobiltà, i sacerdoti, le corti feudali non erano i soggetti più adatti a dirigere la produzione di derrate agricole e di manufatti. Il loro sistema era la rendita, il castello e lo spreco delle risorse. Lo fa, invece e in modo vincente, una classe in verità tutt’altro che nuova, ma che si moltiplica numericamente e cresce incredibilmente in ricchezza: quella dei mercanti. 

L’avvicinamento dell’Italia alle correnti culturali che nate sul versante atlantico dell’Europa parte dal Sud, con Tommaso Campanella, Bernardino Telesio e Giordano Bruno. E non a caso. Rispetto al resto d’Italia, il Sud ha un ostacolo in più da superare, il ritardo commerciale. In sostanza la lotta si svolge su due piani che solo in appresso gli studiosi e i politici, per loro comodità, terranno separati: la libertà di vendere e la libertà di pensiero.

A preparare il terreno all’Illuminismo napoletano sono un grande storico e un grande filosofo. Con l’ Historia civile del regno di Napoli, Pietro Giannone scrive la prima storia non aulica, non cortigiana, ma “civile”, di una nazione, quella napoletana (oggi, sbagliando, diremmo del Sud continentale). 

Una visione della storia che mancava dal tempo di Tito Livio. La Historia di Giannone sarà un modello per tutti, in Italia e fuori d’Italia. Ma il contributo decisivo viene dalla Scienza Nuova di Gianbattista Vico. Contro il Razionalismo di Renato Cartesio (io penso, dunque sono [capace di decisioni] ), egli proclama il magistero della storia (appunto la scienza nuova), della vicenda sociale, della produzione di cose e di sapere, ad opera dell’uomo e dei popoli. 

La civiltà è costruita dalle genti umane, è un prodotto dell’evoluzione del sapere. La barbarie (oggi diremmo il ritardo storico, il sottosviluppo) è il contrario. Come Lucrezio aveva fondato l’antropologia sulla Natura (De rerum natura), Vico la fonda sulla cultura, sull’attitudine a produrre beni e sapere (“la storia della terra è la storia dell’uomo”).

L’insegnamento di Gianbattista Vico spiega il carattere endogeno, sud-centrico, nazionalitario dell’Illuminismo napoletano, che meglio chiamiamo Riformismo napoletano. Il suo antesignano, Antonio Genovesi, mise al centro della sua innovativa e feconda opera di maestro il tema dei commerci e il problema della proprietà contadina, in contrapposizione con la rendita feudale. I suoi discepoli furono lo stato maggiore di Carlo III e di Ferdinado IV. 

L’ultimo rampollo di quel cenacolo di illuminati, Gaetano Filangieri, con la sua Scienza della legislazione anticipò la legislazione sociale (anticipazione fortemente testimoniata a Napoli dall’Albergo dei poveri, dall’Opificio di San Leucio, dalla Fabbrica di Capodimonte, dalle scuole governative e da parecchie altre realizzazioni). 

Il messaggio di Filangieri influenzò persino gli autori della Costituzione americana (il parlamento degli USA celebra ogni anno il suo ricordo) e fu ripreso da Ferdinando II dopo le torbide vicende dell’occupazione del Regno da parte dei cosiddetti Napoleonidi.

A confronto con il pensiero universale, ma autocentrato dei Riformatori napoletani, la cultura successiva, dal liberalismo di Croce al marxismo di Gramsci ebbe origine fuori dal paese. Non meno universali, queste idee, dell’Illuminismo locale, si rivelarono inapplicabili e contraddittorie al Sud; in effetti favorevoli alle classi pigre e nemiche di ogni modernizzazione. Croce aggancia il destino del Sud alla capacità di farsi italiano (cioè toscopadano, sabaudo), Gramsci lo affida all’alleanza subalterna dei contadini con gli operai di Torino. La successiva vicenda storica si occuperà di dimostrare che si trattò, in entrambi i casi, di sogni infondati, di proposte ingannevoli.

Tutta, o quasi, la produzione letteraria di Corrado Alvaro verte intorno al mondo contadino, alla sua antica civiltà, alle sue durezze, alle sue regole primitive. Nessuno meglio di lui è consapevole che quel mondo sta per finire, soppiantato da una nuova cultura, da quella dello Stato, ovvero dalla civiltà urbana. Ma il passaggio è doloroso. Niente lo allevia. 

L’idea di una “civile” transizione si è perduta nei meandri opportunistici di uno Stato alieno. Il terreno smotta, precipita a valle, molte cose cambiano, ma in peggio. Alvaro non è soltanto il poeta, ma anche l’analista e lo storico di questo dramma. A volte, attraverso una sua pagina, sembra di risentire il messaggio di Antonio Genovesi; ma questa volta rivolto all’Italia unita, che però non intende ascoltare.

Fra le tante, la metafora più esplicita (quantomeno per chi, come me non è un critico letterario né uno storico della letteratura) è quella di Antonello, assassino per vendetta e bandito in Aspromonte, che si consegna a un mondo, a una cultura sociale diversa dalla sua. Non ai carabinieri, non all’Italia, ma alla legge, cioè alle regole vigenti presso la società urbana, che non prevedono la vendetta privata, ma la punizione di un giudice, secondo le leggi dello Stato.

Il tema può sembrare riecheggiato in un film del dopoguerra, in Nome della legge di Pietro Germi. Come al solito, anche in questo film il Sud paga le proprie colpe. Solo che il colpevole non è il mondo contadino, ma la mafia. 

Il racconto di Germi è retorico, tipicamente sabaudo: un pretore toscopadano, e quindi incorruttibile e fortemente “civile”, s’incontra con un uomo di “vero” onore, un mafioso all’antica: un soggetto che non è mai esistito. Giudice e mafioso sono riferimenti cervellotici, sia perché la magistratura siciliana del tempo era visibilmente un terzo livello della mafia, sia perché l’onore dei mafiosi è sempre stato il lucro. Nel film, la tematica dei rapporti giuridici e sociali nelle campagne non emerge neppure sullo sfondo. 

Gli stessi protagonisti sono zolfatari e non contadini. Anche in Gente in Aspromonte la mafia è una realtà presente e viva, sebbene non esplicitamente nominata; soltanto fatta intravedere. Al tempo del fascismo la retorica nazionale non lo avrebbe tollerato. E tuttavia, nei racconti di Alvaro, essa rappresenta un punto alto di resistenza della cultura contadina, delle sue regole e tradizioni, alla penetrazione nelle campagne dell’etica capitalistica. Fra queste, il mondo contadino aveva, ed ha ancora nella sua sopravvivenza mafiosa, un suo Codice penale e un suo Codice di diritto privato (noi lo chiamiamo Codice Civile, ma il riferimento non è alla civiltà, bensì al ‘cittadino’, al soggetto di diritti, in sostanza all’essere umano che fa parte di una data nazione, goda o non goda dei diritti politici).

Anche per i tanti meridionalisti venuti fin qui dalla Toscana e da altri luminosi luoghi a insegnarci come si vive, l’evoluzione del Sud verso la modernità partiva dalla formazione della proprietà contadina. L’idea era che questa serviva ad accrescere la produzione e la commercializzazione del prodotto, allo scopo di elevare la condizione del lavoratore agricolo. Cioè a disfare ciò che i Napoleonidi e i Savoia avevano fatto nel Sud conquistato. ( Come insegna il principe Gattopardo, il cambiare il nome alle cose per lasciarle come sono, asseconda l’ascesa dei nuovi cortigiani del potere!)

Il mondo contadino finì quando Corrado Alvaro era ancora in vita. Chi lavora la terra, oggi, è un agricoltore, una figura del sistema capitalistico e non più un contadino. Ma la mafia è sopravvissuta alla fine del contadino? Sicuramente il mafioso è una figura del sistema capitalistico, sotterraneamente ben vista da Stati come l’Italia, la Svizzera, gli USA, il Canada, la Russia, il Giappone, ed è amata dai rispettivi sistemi bancari. 

Per la società civile meridionale è, invece, un flagello, uno strumento subdolo e crudele che viene adottato dai partiti nazionali e dai loro apparati elettoralistici per dominarla. E anche cara al capitalismo toscopdano, di cui piazza le merci come esclusivista su piazza e a bassi costi di manodopera, la mafia resta ambigua. Se non sopravvissero fra noi – specialmente nelle borgate - elementi dell’antica cultura contadina, sarebbe impossibile.

La lezione di Alvaro, come altre venute nella prima parte del secolo scorso, resta connessa alla terra, ed ancora valida perché la terra è ancora lì, a darci da mangiare. Nelle campagne di Puglia e di Sicilia, nel Metapontino e nell’alta Calabria jonica esistono già forme di moderna agricoltura. 

E’ necessario che si diffondano. Ma ciò dipende dal potere politico, in quanto, in Europa, l’agricoltura o è sostenuta (e sostenuta in mille modi, compresa la retorica) o non regge. E poi il contratto di lavoro. Il sinallagma dei greci, il negotium dei romani costituiscono l’asse portante della civiltà urbana. Finché i nostri sindacalisti continueranno a dedicarsi alla televisione, invece che al mondo del lavoro subordinato, la mafia continuerà a imperare. Sicuramente non sarà la Tv a debellarla.





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