L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Contro Napolitano

di Nicola Zitara

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Siderno, 25 maggio 2006

Ciampi ha esaurito il suo mandato presidenziale. Quei lettori che lo amano e che lo elogiano vorranno perdonare la mia felicità per non vederlo più in televisione ad accarezzare bambini e a mettersi sull’attenti dinanzi alla bandiera, come facevano il re Vittorio Emanuele III e la sua regale consorte. In generale non amo i banchieri, i quali nell’attuale sistema raccolgono la ricchezza della gente qualunque e la portano in grembo a chi, in un modo o nell’altro, non restituisce mai tutto il valore prestatogli.


Come ho spesso ripetuto nei miei artcoli, l’arcano risiede nel gioco di prestigio della cartamoneta e delle banche di emissione. Il Sud è stato annientato attraverso procedure cartacee. Mussolini sbagliava a parlare di plutocrazia (governo dei ricchi sfondati), avrebbe dovuto parlare di fotticrazia.


Ciampi lo detesto in modo particolare. Nella fase della creazione dell’euro, per favorire le esportazioni padane, ha fatto in modo che il cambio lira/euro fosse fissato in modo da dar luogo a una facilitazione per i tedeschi che volevano importare merci italiane. Ma la svalutazione monetaria impoverisce i poveri e arricchisce i ricchi.


Ha così girato il costo dell’operazione alle popolazioni nazionali italiane. Le quali - questo è sicuro - stanno pagando. (E io pago!, diceva Totò.) Eletto, per tanta impresa (capitalistica) presidente della Repubblica, ha insistito nella sua filosofia (ahimè vincente) del popolo coglione. Ha sbandierato tricoliri, accarezzato bambini, cantato “siam legati a una sorte”, cosa assolutamente non vera perché a Mantova chiedono extracomunitari e a Torino si fanno i giochi olimpici, mentre qui, per bene che vada, si parte per Mantova e Torino in cerca di un salario.


Proprio mentre lui chiudeva il settennato presidenziale, è venuta fuori la faccia vera dell’Italia. Si chiama Juventus. La gente capisce, ma in mancanza di un’alternativa, si rassegna all’andazzo e continua a farsi spupazzare.


La televisione si sbraccia a raccontarci che Napolitano sarà il continuatore di Ciampi. Fino a cento anni fa, l’aggettivo napoletano non esisteva; si diceva napolitano. Napolitane era chiamate in patria e all’estero le popolazioni ora dette meridionali. Napolitani erano gli abitanti dello stato che da sette secoli si chiamava Regno di Napoli. Il nome ce l’ha cambiato il Piemonte circa cento anni fa.


In più di sessant’anni di attenzione alla politica ho ascoltato parecchi comizi di Giorgio Napolitano, ho letto centinaia di suoi articoli, ho seguito la sua vicenda partitica; so perciò che si tratta di un’affermazione fatua. Ciampi e Napolitano sono due persone agli antipodi, due idee diverse di Stato. Ciampi è stato un abile servitore del sistema capitalistico italiano.


Una volta messo a fare un lavoro diverso dal banchiere, si è prodigato a recuperare l’infantile consenso del popolo intorno all’idea di patria italiana. Napolitano viene invece dalla scuola di Lenin, nella versione corretta da Gramsci. La storia d’Italia è un continuum nazionale. Il conflitto di classe è interno alla storia d’Italia.


L’Italia rivoluzionerà sé stessa sotto la guida degli operai torinesi. (Si noti il parallelismo non casuale tra i Savoia torinesi e gli operai torinesi). Cose del passato, molto somiglianti ai versi di un altro torinese, Guido Gozzano, che amava la rosa che non aveva mai colto. Certamente Napolitano è uno dei primi comunisti italiani ad aver capito che la rosa, nel frattempo, era appassita. Da qui il passaggio armi e bagagli alla socialdemocrazia europea, cioè al patto imperialistico tra capitale mondiale e classi lavoratrici nazionali.


Un patto cioè che non è contro il capitale, ma contro i disoccupati del mondo. Il suo discorso d’investitura è un saggio esteticamente elevato del pragmatismo socialdemocratico. Negli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta, Settanta, all’interno dei partiti di sinistra c’era un ininterrotto dibattito fra correnti e opinioni diverse.


Le opinioni venivano formalizzate attraverso le tesi congressuali. Si trattava di documenti in cui le idee erano marxianamente accompagnate da un’elevata trattazione filosofica, politica, economica, sociale. In verità esse lasciavano il tempo che trovavano, in quanto in Italia, come in tutto l’Occidente industrializzato, nella fase di quiete seguita alla Seconda Guerra Mondiale, le decisioni politiche le ha prese la società civile con il suo movimento, in particolar modo la parte della società costituita dai poteri forti (banca d’emissione, banche commerciali, grandi industrie, sindacati, associazioni professionali, lobby, etc.).


Le grandi idealità partitiche – il cattolicesimo conservatore e progressista, il socialismo in tutte le sue infinite specificazioni, il liberismo, l’azionismo, l’europeismo, il sardismo, il meridionalismo, il federalismo – hanno dovuto piegarsi al moto della società globale, che si rimodellava continuamente in forza degli input provenienti dall’America. Del pensiero filosofico rimanevano le parole; nella prassi i partiti si adattavano. Il passaggio dal comunismo proletario al liberalismo democratico e al privatismo dei Ds, è un esempio. Un altro è la disastrosa degenerazione del federalismo cattaneano e sturziano allo scomposto e sottosviluppato bossismo e calderolismo.


Il bel discorso pronunciato da Napolitano lunedì scorso appartiene al genere letterario “relazione per il congresso”. Per giunta, la relazione di una minoranza, la quale può persino sembrare la maggioranza in Europa e in Italia, e che invece è una forza che muore man mano che è costretta a smontare il Welfare socialdemocratico. Sembra di essere di fronte a un caso di nemesi storica. La fine del bolscevismo sta tirandosi dietro la socialdemocrazia. E’ l’ombra di Lenin che afferra per i piedi Karl Kautsky, Filippo Turati, Leon Blum, Lord Beveridge, Di Vittorio, Saragat, Willy Brandt e li trascina dinanzi al confessionale della storia. “Vi siete chiusi nella difesa dei vostri lavoratori, sacrificando gli altri”.


Napolitano leninista. Ero giovane, anche Napolitano lo era. Con altri meridionalisti, pubblicò la rivista napoletana “Cronache meridionali”. Erano arrivati dall’America i soldi del Piano Marshall. Ma erano andati tutti all’industria toscopadana. Il Nord scialava. Fra l’altro, con quei soldi stranieri, stava mettendo fuori combattimento la vecchia industria napoletana della pasta e delle conserve (cronologicamente parlando, la prima industria italiana capace d’esportare all’estero) e i suoi dipendenti.


Con la Ricostruzione nazionale Napoli fu avviata alla distruzione di sé. Napolitano, Chiaromonte, Amendola e altri, lamentarono il maltrattamento riservato al Sud. Togliatti, molto concreto nel soppesare le forze in campo, chiuse la rivista. Il Sud era popolato da “cafoni”, il Nord da partigiani.


Ora, ascoltato il discorso di Napolitano con l’ovvia nostalgia per la lontana e sempliciotta giovinezza, mi chiedo che senso possa avere oggi il celebrare la prima parte della Carta Costituzionale del 1948, nata dalla Resistenza, se poi i resistenti hanno ribadito il dualismo Sud/Nord dell’età sabauda e fascista. Più in generale, questa prima parte della Costituzione italiana contiene dei precetti di tipo liberal-socialista, i quali furono affidati, per la loro realizzazione, a chi avrebbe diretto lo Stato nazionale in un momento successivo. Ma l’eredità è ancora giacente.


Essa lasciò tiepidi i governi e i legislatori ordinari che vennero dopo. Si mosse invece con molta decisione, a partire da metà degli anni Cinquanta, la Corte costituzionale, la quale fu investita del potere/dovere di annullare le leggi ordinarie in contrasto con il dettato costituzionale (allorché ciò fosse stato rilevato nel corso di una causa di fronte al giudice ordinario). Attraverso questo elegante, ma lento meccanismo, molte cose sono cambiate nell’ordinamento italiano. Ma sicuramente non tante, e non in tal misura e densità, da realizzare il tipo di Stato socialmente unito che la Costituzione prefigurava e prefigura.


Diciamo che, per merito della Corte costituzionale, una parte della quota liberal della Costituzione è andata in porto, mentre la parte socialista e unificante no. E’ stato invece il giudice ordinario a conservare in vita una grande realizzazione fascista, la validità per tutti (come una legge) dei contratti collettivi di lavoro.


Nella transizione dell’Italia,da paese di contadini, a paese di salariati dell’industria, il riconoscimento giudiziario ha avuto un effetto quasi rivoluzionario. Tanto rivoluzionario che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, i governi italiani (specialmente quelli di sinistra) si sono attivati a trovare il modo di rifregare i lavoratori.


Necessità oggettiva e non cattiveria dei governanti, quando si accetta il sistema, come fa la sinistra. Le rivoluzioni industriali di alcuni paesi del Sudest asiatico, e quelle che le hanno seguite, hanno messo in crisi il monopolio industriale dell’Occidente, mandano a carte quarantotto non tanto i capitalisti, quanto gli operai e il Welfare.


Ciò premesso, mi pongo la domanda: non è ridicolo affermare che le aspettative che la prima parte della Costituzione pone - non realizzate quando si poteva - possano essere realizzate oggi?


Quel testo è nato da un paese che versava in tali difficoltà che oggi è persino difficile descriverle. Però era un paese che, sotto la spinta degli invasori americani, sperava d’andare aventi.


Oggi siamo in un paese in cui il forte, il potente, vuole meno pastoie sindacali, meno “lacci e lacciuoli” legislativi e statuali (espressione che dobbiamo al retromarcista e osannato padanista, Luigi Einaudi) per competere sul mercato globale, mentre il debole rimpiange il passato ordinamento senza poterlo difendere.


In ottant’anni di vita ho visto momenti di grande disperazione collettiva. Ma mai l’uomo è stato solo come oggi. Lo scarafaggio di Kafca. Un ramoscello divelto dal suo albero dall’infuriare del vento e trasportato in mare dalla piena del torrente.


Un pezzo di legno eroso e denudato della sua corteccia, spogliato e sbattuto dalla risacca sull’arida spiaggia.


Questa solitudine, al Sud, s’incardina sull’impotenza politica imposta dall’unità padanista a un popolo giudicato fra i più reattivi d’Europa. Tanto reattivo da mettere in difficoltà, in più occasioni, l’esercito napoleonico e quello piemontese. La violenza del mondo borsistoco, qui al Sud, è un oggetto che ci arriva in testa cadendo dal quinto piano.


Lo abbiamo visto arrivare, ma, impietriti, neppure abbiamo alzato le mani per difendere la testa. I nostri figli e nipoti, confusi e avviliti, offesi tutti i giorni, a tutte le ore, nella identità collettiva e personale dall’altra parte degli italiani, proprio da coloro che ne truffano le risorse economiche e l’identità politica, invecchiano nella disoccupazione, nella sfiducia, nel nichilismo, nell’autolesionismo, senza amore per il lavoro e la vita, una cosa una volta chiamavamo oblomovismo.


Giunti a 65 anni non avranno neppure la pensione sociale oggi in vigore, e forse non avranno neppure il diritto di stendere la mano sulla porta della chiesa, come non lo avevano i mendicanti al tempo del Duce.

 

E una domanda ancora, ovviamente a me stesso : che senso può avere il tentavo di commuovere l’uditorio parlamentare e televisivo citando Napoli e le sue rovine? Che senso ha ricordare Enrico De Nicola, il primo presidente della Repubblica, che – schifato del dualismo governativo - non volle succedere a sé stesso, il primo presidente della Corte Costituzionale, che mandò al diavolo la carica e i giudici suoi colleghi?


Bendetto Croce ed Enrico De Nicola erano la garanzia della saldatura tra la Toscopadana resistente (sicuramente, ma quanto?) e il Sud rinnovato dall’alto, ad opera degli angloamericani (ma dirlo offende la Resistenza e i neoresistenti). Nei fatti, una mediazione completamente fallita.


Sicuramente i meridionali della generazione di Napolitano e mia abbiamo la colpa gravissima di aver ceduto da sempliciotti alla retorica resistenziale, di non aver voluto vedere a nessun costo ciò che era sotto i nostri occhi e che la teoria dell’imperialismo avrebbe dovuto prepararci a vedere.

Iloti, colonia della retorica sabaudista furono i nostri nonni; iloti, colonia della retorica fascista furono i nostri padri; iloti, colonia della retorica resistenziale siamo stati e siamo noi.


Eppure era ed è facile vedere che, nonostante le apparenze, ci veniva negata la pari dignità. E Napoli! Due Napoli in una sola città! Un popolo che sventola una bandiera senza asta né telo, e una borghesia ciampica e tricolore! La Repubblica Partenopea e l’infima plebe bombardata dall’alto del Castello di San Martino. La Repubblica proclamata e i vicoli che insorgono per osannare il re disarcionato. Un vuoto politico che viene scambiato per “i misteri di Napoli”.


Un oggi che è senza ieri né domani. Franca e vitale è solo la camorra, a cui il sistema padano ha affidato il governo economico dei napolitani. Il resto è spento, padanoconfuso. Al tempo di Ferdinando II, prima che Parigi divenisse la Ville lumière, Napoli era giudicata dai viaggiatori stranieri la città più pulita e illuminata del mondo. Oggi, se appena appena il nuovo governo riuscirà a derattizzare la città, grideremo al miracolo.

 
Nicola Zitara



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