L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Non siamo e non vogliamo diventare europei

di Nicola Zitara

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21 Settenbre 2000



La rivista Indipendenza (Roma, Via Carlo Alberto 39) mi ha posto la seguente domanda:

Un secolo fa il dilemma al Sud era tra l'essere "emigrante o brigante" Che prospettiva vedi per un giovane sudico, suddito dell'euro e in uno Stato sociale in progressivo smantellamento?

Ed in tale contesto, cosa intendi dire quando chiedi "mano libera in materia di rapporti giuridici di produzione", sostenendo che "senza mettervi mano la questione dell'occupazione non può essere seriamente affrontata"? Di chi, poi, dovrebbe essere questa "mano"?

Precisiamo un punto su cui la capziosità nordista regna sovrana. Il Sud ha goduto soltanto in un ambito limitato dello Stato sociale. Beneficiari i contadini, a partire dagli anni cinquanta, quando con un ritardo di mezzo secolo fu loro riconosciuto il beneficio della pensione e di altre forme complementari d'assistenza; in particolare un premio di maternità (era ancora quella fase in cui la nostra amorevole patria faceva assegnamento sulla manodopera sudica per godere di un livello dei salari vicino alla fame). In precedenza aveva diritto alla pensione soltanto chi aveva le marche sul libretto. Ora, il libretto di lavoro, qui al Sud, non l'avevano neppure gli operai, figurarsi i fittavoli e i coloni! Cosa corrispondente a uno zappatore meridionale, sostegno essenziale dell'economia nazionale per più di cento anni (e pilastro dell'esercito nazionale), senza che avesse il riconoscimento che i lavoratori della parte ingorda d'Italia avevano sin dal tempo di Giolitti.

Per il resto dei lavoratori non c'era, e non c'è tuttora, una vera copertura, ma solo gli sberleffi di uno Stato camorrista. Infatti, l'indennità di disoccupazione, l'integrazione dei guadagni e simili forme d'intervento - queste sì assistenza vera - al Sud non scattano perché, per legge, è disoccupato soltanto chi ha prima lavorato (cioè in culo al sudico!). In sostanza, l'inoccupazione permanete, la vera dis-occupazione di cui il Sud soffre e ha sempre sofferto da quando è stato sottomesso alle ingordigie e alle angherie settentrionali, non è mai stata assistita da alcuna indennità. Se proprio vogliamo citare un vero e consistente beneficio, questo è, per gli inoccupati, l'assistenza sanitaria, che, in caso di bisogno, si può ottenere gratis viaggiando fino a Milano e dintorni (sempre nelle belle vetture costruite dalla Breda in età fascista e ovviamente con la gratuita ospitalità di alberghi, locande e tavole calde consustanziali allo Stato sociale), almeno fino a quando quel santo corrucciato e carrocciato di Roberto Formigoni non sfodererà il bando di Alberto da Giussano.

La Cassa per il Mezzogiorno e lo Stato Sociale sono stati le più pesanti alluvioni capitate addosso al Sud, che da vittima è passato alla condizione di reo. Scendendo al particolare, un disastro di inaudite proporzioni è stata la dilatazione del pubblico impiego, un provvedimento stimolato dall'esigenza di salvare i rampolli delle classi redditiere, che avevano fornito - e avrebbero dovuto ancora fornire - i reggimenti aborigini (gli ascari) a difesa della del sistema cavourrista. La patriottica svolta calò su una società per molti versi ancora morale, scombussola alla radice. Consegnati in mano agli ascari, il pubblico intervento e la spesa ordinaria fornirono gli ormeggi a una classe sociale e politica già alla deriva, inchiodandola sulla testa dei sudichi come una corona di spine. Pagato il pizzo agli ascari, per il resto la spesa pubblica è servita ad appaesare i partiti padani e ad allargare gli sbocchi dei cementieri e degli altri produttori padani di merci. Mezzo milione, poco meno o poco più, di occupazioni improprie hanno guastato il mondo meridionale nel profondo. Il degrado morale, deliberatamente esteso alle classi subalterne, ha portato allo sfascio l'antico civismo ed ha alimentato la mafiosità. Casi esemplari ne sono i 24 mila forestali calabresi - dei nullafacenti coccolati dai sindacati e dai partiti - che incendiano i boschi per assicurarsi la pagnotta, e quegli altri nullafacenti dei cosiddetti lavori cosiddetti socialmente utili (come vedete due falsificazioni cavourriste in un concetto di appena tre parole). E c'è solo da ringraziare le disgrazie della lira se il casino va finendo.

La grande trasformazione seguita alla guerra ha coinvolto anche l'Italia. Nel Meridione il mondo contadino, a cui apparteneva oltre il 65 per cento della popolazione, è finito per sempre. Le lotte per la terra, che si svilupparono a partire dal 1943, furono il suo canto del cigno . E con la sua fine, è finita anche l'alternativa o briganti o emigranti.

In assenza di uno Stato indipendente che affrontasse i problemi connessi al passaggio a nuove forme di produzione, il processo di superamento della servitù contadina prese la forma di emigrazione di massa. Né la prima delle due grandi migrazioni meridionali - quella tra 1883 e il 1914 - né la seconda - quella tra il 1948 e il 1973 - servirono a fondare uno Stato, o a inserire il Sud come componente paritaria dello Stato sedicente nazionale. Il mondo contadino sopravvisse alla prima e sarebbe sopravvissuto anche alla seconda, se l'area padana non avesse avuto, a quel momento, bisogno d'inaridire l'agricoltura meridionale con lo smercio delle sue produzioni. Infatti, nei due periodi indicati, la penetrazione delle merci di massa si presentò con intensità oltremodo diversa. Al tempo della prima, l'industria padana non era ancora nata, e tranne lo zucchero, il tabacco, il grano importato e poche altre mercanzie, il Nord aveva ben poco da vendere al Sud. In quel periodo le risorse meridionali venivano risucchiate attraverso altre vie, principalmente il fisco, l'ufficio italiano cambi, il sistema bancario cavourrista, che ottenne di poter emette carta, e al solo costo di stampa comprava al Sud prodotti veri. Inoltre la produzione veniva venduta all'estero. Si tratta di un risvolto - anche se poco investigato - decisivo ai fini del sottosviluppo sudico. Infatti la valuta che il Sud procurava alla nazione (in questo caso come non mai Una), veniva controllata dal tesoro nazionale e da questo ceduta, a prezzi artefatti, agli industriali cavourristi, che se ne servivano per pagare le materie prime, e agli importatori genovesi, che la usano per speculare patriotticamnete sul prezzo del grano. E tuttavia, non fu tanto il drenaggio delle risorse che portò il Sud alla completa rovina - malgrado tutto l'agricoltura continuava a produrne - quanto l'insipienza, l'estraneità e la malvagità della classe dirigente cavourrista. Invece, al tempo della seconda migrazione, mercé gli aiuti americani, le idee americane e la partigianeria dello Stato sedicente nazionale, con Einaudi appollaiato sul trespolo più alto, l'apparato industriale padano decollò. Di conseguenza ebbe un impellente bisogno di clienti. E quale cliente più addomesticato del Sud?

L'offerta di merci - si sa - crea i consumatori di merci. Però le merci importate andrebbero pagate con la produzione e l'esportazione di altrettanto valore (Antonio Serra, economista del 1600). L'assetto colonizzato del Sud non resse all'esborso. I prezzi agricoli perdevano insistentemente in termini di ragioni di scambio. Incassando ben poco, per pagare gli acquisti il Sud dovette alienare una parte del capitale naturale, nel caso gli uomini, che andarono a ottimizzare i pallidi bilanci dei padroni di casa delle sette o otto province piemontesi e delle nove province lombarde, e subito dopo svendere il territorio, che divenne la fogna in cui (in attesa delle discariche, si fa per dire, abusive) il capitalismo nazionale piazzò le sue raffinerie e i suoi altiforni.

Le nostre migrazioni - un fenomeno relativamente recente, di cui sono documentate le motivazioni - ebbero origine e sorgente nel divario tra fame sudica e pane nel paese di destinazione. Però nessuna emigrazione è possibile se il paese d'immigrazione non ha bisogno di mandare la cartolina precetto ai militi a riposo dell'esercito industriale di riserva. Il fatto ci porta a cancellare, dal ventaglio degli odierni, eventuali sbocchi migratori, l'Italia delle regioni ingorde, la Francia e l'Inghilterra, verso cui fluisce l'esercito industriale di riserva extracomunitario, e gli Stati Uniti, serviti dalle orde fameliche che fanno da sozza cornice agli impareggiabili splendori di Wall Street. Stringendo il discorso, una nuova emigrazione di meridionali configurerebbe come possibili destinazioni: il Canada, l'Australia, la Svizzera e alquanto limitatamente la Germania. Ma questi paesi e l'area padana già fruiscono dell'emigrazione meridionale, e chiaramente non hanno bisogno più di tanto. Per il paese meridionale circa 100 mila emigrazioni l'anno. Siamo quindi lontani dalla valvola di sfogo che servirebbe e che oggi dovrebbe sbuffare non meno circa 5 milioni di popolazione eccedente.

L'inoccupazione dei sudichi è destinata a crescere o a decrescere in proporzione diretta con il movimento demografico. Comunque sia, essa formerà la base di massa per un progetto di liberazione nazionale. Bisogna tuttavia essere consapevoli che l'idea di rivoluzione non nasce solo da fatti repressivi, ma anche e soprattutto dalle idee alternative, da un progetto credibile. Le secolari lotte dei contadini non nascevano dalla povertà - o solo dalla povertà - ma dall'ideale di godere i frutti del proprio lavoro. E anche questa volta saranno gli ideali popolari a produrre la rivoluzione.

Ma quali? Oggi, se un paese è privo d'industrie, si sente non libero. Così sogna di costruirsele. Non c'è forza al mondo che, alla lunga, possa impedire agli uomini d'inseguire il progresso materiale. Non c'è riuscita la Chiesa cattolica, non ci riuscirà nessuno.

La rivoluzione, in quanto idealità, è simile alla religione nell'analisi di Feuerbach, un rispecchiamento in cielo dei problemi di questa terra, nonché l'anelito a superarli. L'idea di cambiamento imbussolata nel cappello rivoluzionario potrebbe non essere l'ideologia corrente dell'avere beni in quantità maggiore, ma persino un civile progetto di star meglio, di vivere più sereni e tranquilli, che è una cosa a cui non aspirano soltanto i vecchi. Poco o molto, gli uomini hanno capito che il mondo naturale sta preuccupantemente deperendo, e che il deperimento della natura rappresenta un pericolo per l'esistenza umana, quella di ciascuno, e quella dei figli di ciascuno. Lo sviluppo - cioè il diritto a non subire la tracotante invasione di merci straniere - già da tempo è una religione con miliardi di seguaci. Tuttavia il processo di liberazione dall'imperialismo è frenato dal fatto che il capitale e le tecnologie sono in mano agli imperi-sanguisughe. Si tratta di un problema che non riguarda il Sud italiano, il quale possiede i capitali occorrenti e gli uomini preparati. Deve soltanto scrollarsi di dosso i vincoli che lo Stato cavourrista frappone al suo decollo. Nelle maggior parte delle altre situazioni, invece, il problema esiste e, dopo il crollo dell'URSS, la soluzione non offre scorciatoie. Ma proprio il tramonto dell'idea comunista pare aver suggerito ai popoli una tacita subordinazione ai capitalismi nazionali. L'espressione paesi in via di sviluppo non è sempre falsa. Il Sudest asiatico, il Nodafrica, l'America latina, si muovono, anche se attraverso mille difficoltà. La loro crescita non tocca gli interessi dei capitalisti imperiali, ma incide sull' entente cordiale tra imperialisti e aristocrazie operaie, che vedono scemare il loro privilegio. Cosa che potrebbe avere un singolare epilogo, cioè che Marx avesse ragione nel localizzare la tomba del capitalismo tra l'Inghilterra e la Germania.

***

Il separatismo rivoluzionario è il tentativo di una risposta relativamente al Sud italiano. E' evidente che il mercato europeo è giunto ad un alto grado d'integrazione e di penetrazione. Storicamente l'ampiezza del mercato (nella categoria mercato includo le infrastrutture e tutte le economia esterne) definisce anche l'ampiezza geografica dello Stato, della funzione politica, del prelievo fiscale e dell'ordinamento militare. La categoria Stato implica a sua volta la categoria governo, e quindi la categoria sovranità. Avremo sicuramente una sovranità europea formalizzata. Questo Stato continentale non sarà, però, una nazione, una somma di uomini, di cittadini, come la nazione inventata dalla borghesia vincente nel 1789. Torneremo indietro (per qualche decennio o qualche secolo) al federalismo dell'Impero Carolingio, alla contea di Borgogna e al ducato di Allemagna, cosa di cui il federalismo fiscale di Miglio, Tremonti e Cacciari è la versione pacchiana (il fottisterio legalizzato di industrie e banche). Uno della mia generazione non può non contrapporvi l'attento studio di Francesco Compagna sulla regionalizzazione dell'Europa (se ben ricordo L'Europa delle regioni, credo ESI - Edizioni Scientifica Napoletane, credo fine degli anni Sessanta). E non lo ricorda soltanto per la pertinente analisi delle formazioni sociali sub-nazionali come si presentavano all'epoca nell'Europa dei Sei, ma anche e soprattutto perché quarant'anni fa l'idea d'Europa non veniva da chi speculava sulla produzione, ma era coerente alla produzione reale (delle cose, delle merci, dei servizi). D'altra parte Miglio e Tremonti pedinano gli gnomi di Francoforte. Fanno bella mostra di sé nel serraglio. Infatti, così com'è organizzata, l'Unione Europa somiglia a uno zoo. Una sommatoria di popoli impediti alla fusione e confusione dalle gabbie bancarie e sindacali frapposte dai finanzieri e sindacalisti nazionali; popoli senza un governo che possa porsi i problemi di fondo e senza un parlamento che possa decidere altro se chiudere o non chiudere le finestre dell'aula.

La cosa ci tocca, però, soltanto dal lato estetico. L'attuale posizione geo-economica del Sud italiano è innaturale e anacronistica (le guerre religiose tra cristiani e mussulmani sono finite settecento anni fa). Non ci stiamo a fare le sentinelle confinarie dell'Europa comunitaria, come ci è toccato fare per ben un millennio i guardacoste del papa romano. Lo scioglimento dello stato cavourrista e il trionfo del federalismo famelico agevoleranno il cammino dell'indipendenza e l'inclusione del Sud in un scenario politico che in qualche modo ripete i confini del mondo bizantino: all'interno la Grecia, la Turchia, il Libano, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la Libia e Cipro. Se la nuova realtà sociale creata dal popolo ebraico ritenesse di partecipare, il semicerchio non avrebbe suture.

Il nostro progetto porta al rifiuto della Comunità Continentale Europea. L'inclusione sarebbe, infatti, servile, e non solo a causa della scarsità di attrezzatura industriale che porta allo scambio diseguale, ma anche nel senso che saremmo ulteriormente costretti a piegarci a una cultura che non è nostra e che istintivamente non riteniamo meritevole d'imitazione.

***

Il capitalismo non mira alla piena occupazione ma al profitto. C'è da aggiungere che la crescita capitalistica non porta nuova occupazione nella misura che eravamo abituati a vedere. Per giunta, la crescita vertiginosa del profitto ha ripercussioni più negative che positive sulla condizione delle aristocrazie operaie. Per quanto concerne il Sud, uno sviluppo capitalistico è stato azzerato quando era già un fatto. Oggi è impossibile. Questo paese è stato consegnato e affidato alla mafia, alla quale è però negato un inserimento nelle attività cosiddette lecite (l'illecito è commerciare le Marlboro, non produrle appositamente per i commercianti in nero!). C'è poi il gioco sporco dei sindacati, che, per continuare a governare il mondo del lavoro pretendono di essere essi, ed essi soltanto, a contrattare la ritirata dei salariati e a firmare contratti sempre più jugolatori per i lavoratori, tipo l'abdicazione alla scala mobile. Non mancano infine gli interessi degli ascari, i quali, in un Sud di occupati, non avrebbero più modo di contrattare il voto di scambio.

Ma forse peggio. Una capitalistizzazione del Sud sarebbe del tutto impedita con la violenza, attraverso qualche forma di fascismo, perché farebbe venir meno ogni forma di disoccupazione, persino quella intellettuale, con incalcolabili aggravi per il bilancio dello Stato, specialmente nel settore della pubblica istruzione, e per i bilanci della azienda capitalistiche, in particolare le mai troppo lodate banche. Insomma altererebbe la condizione del mercato del lavoro in Italia, provocherebbe una crescita nazionale dei salari proprio adesso che i nazionali capitalisti - dopo tanto soffrire - stanno facendo affari d'oro a duemila carati.

Una separazione che porti a due Italie capitalistiche? Oggi sarebbe un non senso. Il capitalismo attuale è uno, e uno soltanto. E' apolide, già globale. Solo il livello dei salari è nazionale e subnazionale, in corrispondenza della disoccupazione. D'altra parte l'oggetto del separatismo meridionale non è lo sviluppo, almeno in prima istanza. Ma è la fine dell'inoccipazione, la piena occupazione anche a costo di trascurare la produttività del lavoro.

A un lavoratore che, in una fase avanzata, produce due sedie al minuto, con una ricchezza prodotta che si irraggia per vie traverse nella società, noi preferiamo quatto lavoratori occupati che producano ciascuno una sedia ogni due minuti. Questo persino nell'ipotesi che l'indennità di disoccupazione sia maggiore del salario. Infatti produrre, e farlo nel proprio ambiente, rappresenta l'appagamento di una vocazione generale degli uomini. La produttività deve essere contemperata con l'occupazione, altrimenti non ha senso umano. Se il quadrato dove si sviluppa la competizione fra produttori cambia; se invece del profitto si ha un normale frutto del proprio lavoro, chi lavora meglio o produce in tempi minori guadagna di più. Chi è fuori mercato ha il tempo di trovare un diverso lavoro. Ora, il capitalismo non può dare questo.

Qui siamo al capitolo centrale del marxismo. I rapporti di produzione di tipo capitalistico sono divenuti la Sud un vincolo allo sviluppo economico. Il Sud può essere portato avanti solo da un lavoratore senza padroni. Ho sviluppato questa tesi nell'opuscolo Tutta l'égalité, il cui punto nodale è l'abolizione del lavoro dipendente, conservando però lo scambio di valori. Cioè resterebbero in piedi il mercato e la proprietà (di macchine e attrezzi), che non sono stati inventati, entrambi, certamente dai capitalisti, ma dall'uomo indistinto nel processo di socializzazione e nel corso dei millenni.

La "mano" che porterebbe avanti il progetto non potrebbe essere altro che quella socialista. Un socialismo capace di avere perplessità, timori e rispetto dell'umana dignità, come al tempo della Seconda Internazionale.

Nicola Zitara












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