L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Rifondare sì, ma cosa?

di Nicola Zitara

Siderno, 8 Agosto 2008

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Domenica scorsa (27.7.08) si è concluso a Chianciano il congresso di Rifondazione comunista. Gli osservatori riferiscono dello scontro tra due linee politiche: quella che potremmo indicare con lo slogan d'altri tempi "un partito di lotta e di governo" - il partito che punta al potere politico attraverso il successo elettorale e anche lo scontro sociale - e quella della mobilitazione politica  essenzialmente nei luoghi di lavoro e a livello popolare. Niente in comune con gli epici scontri al tempo dell'Intenazionale socialista, quelli tra le due anime del socialismo occidentale. Rivoluzione sì, rivoluzione no. Kautsky da una parte e Lenin dall'altra. In Italia, Turati da una parte, Serrati dall'altra. Le due linee attuali (Vendola e Ferrero) puntano entrambe a conquistare consensi e in ultima istanza voti da utilizzare in parlamento.

 Acqua fresca per noi! Strategie che lasciano fuori il circuito del lavoro meridionale, da sempre considerato una specie di coda, che le forti gambe della classe operaia toscopadana dovrebbero trascinare - circuito che di regola resta in mezzo al fango, a causa della congenita distrazione del Trattorista. Il precetto "Ognun per sé e Dio per tutti" vale anche nelle organizzazioni operaie. Pesa la tara de "il socialismo in un solo paese", anche se si è visto come è andata a finire.  

La nostra critica non imputa l'impantanamento del lavoro meridionale agli operai di Milano o ai mezzadri (o ex mezzadri) emiliani. Il "socialismo municipale" di Modena, di Ferrara e di Milano è figlio del Rinascimento e del Ri-sorgimento. Le corte vedute (e gli appetiti) dei leader a indennità parlamentare non possono essere addebitate alla base che li vota e li porta a gestire decisioni "nazionali". D'altra parte, le smemoratezze sono il prodotto di situazioni che, una volta accettate, condizionano ogni decisione particolare. In Italia, neanche la rivoluzione immaginata da Gramsci e dai leninisti torinesi nel 1921, che tanta cultura ambigua ha trasmesso a chi è venuto dopo, avrebbe risolto il problema. Il pantano meridionale è nella natura stessa dello Stato cosiddetto nazionale, il quale vincola le classi, come per altro accade in ogni Stato e persino negli Stati socialisti storicamente dati. Difatti l'ineguale sviluppo delle regioni tende a cristallizzarsi a causa della diversa dotazione di capitale storico (impianti, colture, cultura, scuole) bloccando l'eventuale istanza internazionalista o interregionalista (dei partiti nazionali, nel nostro caso il PSI, il PCI e la loro diffusa partenogenesi).

La rottura dello Stato cavourrista rappresenta il presupposto razionale per avviare un discorso politico serio e produttivo con le classi subalterne meridionali. Ovviamente la razionalità non opera nella storia senza che diventi acquisizione diffusa e precetto operativo. Per altro, la razionalità politica è una cosa (un pensiero astratto, tutt'al più una predicazione), le ragioni della politica ("il presente come storia") sono un'altra. Per esempio, nel 1944 la lotta per la proprietà coltivatrice (ipocritamente ridimensionata a lotta contro il latifondo) era un'istanza fondata sulla ragione politica contadina di eliminare la rendita, che viziava la relazione tra la terra e chi la lavorava. Oggi, un'istanza del genere, sebbene tuttora razionale in astratto, sarebbe di scarso rilievo per la razionalità politica dei lavoratori agricoli, in quanto il nodo, oliato dalla fuga sei o sette milioni di contadini, si è sciolto da sé. O meglio è stato sciolto dei processi capitalistici in atto nell'Europa del tempo, senza l'intervento del Trattorista. L'operaismo votocratico, costituzionale, resistenziale è politicamente razionale, o non lo è? Nella Stato italiano è ancora una volta socialismo municipale, elettoralismo nordista. Chi semina vento raccoglie tempesta. I comunisti italiani si grattano le corna perché il loro munipalismo è sfociato in stronzobossismo.

Mettiamoci per un attimo nella tuta del Trattorista. Se fosse onesto non dovrebbe trovare difficoltà a consentire su un punto: la disoccupazione meridionale è al centro del quadro che raffigura lo Stato italiano. Eppure questa disoccupazione è come il monumento ai caduti. Sta al centro della piazza, la gente ci passa accanto senza minimamente ricordarsi che "il Piave mormorava" Altro faceto argomento da Welfare italiano è il lavoro agricolo. E' un fattore Pillescamente residuale, gestito - ai fini della pace sociale - da Cornucopie ubicate sulle sponde del Mare del Nord. Socialisti e comunisti contano non poco su questo parallelo. "Bevi più latte, il latte fa bene". A noi raccontano che i guai correnti fra gli agricoltori non lattacei sono la "naturale" conseguenza della concorrenza di mercato. Però si sa bene che non è così - che la concorrenza c'è, o non c'è, a seconda delle scelte politiche del Mare del Nord. Cosa può fregare al Trattorista se le arance spagnole fanno concorrenza alle arance siciliane, e se le arance marocchine fanno concorrenza alle arance siciliane e a quelle spagnole? E se le vittime della concorrenza sono i dipendenti delle aziende? Ma abitano a un parallelo poco elevato. E' questo uno dei tanti motivi che spiegano la nostra indifferenza alle tematiche rifondative. Già abbiamo sullo stomaco la fondazione di Roma, figuriamoci se ci viene voglia d'ingozzare anche le rifondazioni padaniste. Rafforziamo il discorso per verbosità giornalistica introducendo un tema d'elevata pregnanza per i rifondatori italiani, oltre che per il Procuratore Antimafia, e magari anche per don Ciotti. In quale misura la crisi della produzione agrumaria, olearia e vinicola ha operato sull'espansione dell'agire mafioso in Sicilia e in Calabria, e quanto il tramonto e la non riconversione dell'industria pesante e della media e piccola industria pastaia e conserviera napoletana ha pesato sell'espansione del camorrismo? Argomento ostico, straniero, sub-sahariano, per loro. Infatti i rifondatori calabresi rientrano in giunta con Loiero per riperdere la distribuzione del Pane di Sant'Antonio.

 E andiamo a cose più grandi, planetarie, "internazionaliste", argomento del "Secolo breve". Cosa hanno fatto i socialisti e i comunisti europei perché fosse contrastato lo sfruttamento dei popoli altri da parte dei rispettivi capitalismi nazionali? Ai suoi tempi Lenin imprecava contro le aristocrazie operaie, oggi il compito di chiedere la giustizia planetaria lo lasciamo ai papi di Santa Romana Chiesa. Quanto costerà ai nostri figli e nipoti la welfariana omissione?

Al punto in cui sono arrivate le cose non basta dire che il liberismo (capitalistico) è fallito, bisogna aggiungere che il materialismo stoico è adeguato ai tempi nostri soltanto se aggiunge alla nozione di plusvalore le nozioni precapitalistiche di saccheggio e di schiavitù; cosa che, per altro, fece parecchi decenni fa (senza il consenso dei comunisti italiani) l'Accademia sovietica delle scienze, allorché pubblicò in molte lingue, compresa l'italiana, una sua Storia Universale. I bolscevichi misero in primo piano anche il problema delle nazionalità incluse nello Stato rivoluzionario (infatti Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche). Il fatto che fosse ipocrisia è un discorso diverso. Quel che si vuol ricordare è che il problema era noto molto prima che nascesse il nonno di Stronzobossi. Oggi, le tematiche dell'ineguale sviluppo delle nazioni e dello scambio ineguale sono fondamentali per un discorso di rifondazione socialista (comunista richiama l'idea di una società senza regole). Introdurle è il solo modo dignitoso per rifondare l'internazionalismo proletario nei fatti, visto che quello auspicato da Marx è passato come un vocalizzo. Nazioni proletarie contro nazioni opulente? Fascismo? Populismo? Sono concettualizzazioni polemiche consunte dall'uso improprio. All'opposto oggi sono le ragioni dell'uomo e della sua concreta libertà.

Il nostro modo di rifondare il socialismo pretende che siano rimesse in discussione alcune eredità 'rivoluzionarie' che sono state accettate dal pensiero socialista senza beneficio d'inventario, ad esempio lo Stato nazionale; un'entità posticcia che ha fondato un diritto posticcio eppure goduto come un diritto naturale. Le posticce identità stati-nazionali scaturite ad opera del colonialismo sono nozione corrente e insistita. Non piace ricordare invece che il posticcio creato dalle Loro Maestà Britanniche e proseguito dai coloni rivoluzionari nell'America del Nord ha portato alla Guerra di Secessione e alla soggezione del Sud, e non so dire se finalmente sia stato superato. Dalle incongruenze nazionali create con la formazione degli Stati nazionali europei pare che soltanto la Repubblica Federale tedesca sia riuscita a venir fuori. Non certamente il Regno Unito, non certamente la Spagna, non certamente la Russia, non certamente la Turchia. E non si sa quanto potrà reggere uno Stato-nazione posticcio come l'Italia. I non lontani accadimenti nell'area balcanica sono un infausto memento per i posticciatori di Stati-nazioni.

Prima istanza della nostra rifondazione socialista è che la nostra terra torni a noi. Le piccole patrie, cosiddette in polemica con lo Stato nazionale ottocentesco, non sono istanze dello spirito (benché lo spirito riassuma le istanze sottostanti) ma una dimensione pretesa dallo sviluppo ineguale o ancor peggio dai colonialismi interni, che spesso mascherano forme d'imperialismo (Samir Amin, Classe et nation). Ciò è oltremodo evidente nel caso italiano. D'altra parte il contenuto sistemico del socialismo è la fine del profitto sul lavoro altrui. Ciò vale a tutti i livelli. Rifondiamo il socialismo meridionale ponendo al primo posto l'indipendenza, la liberazione dal capitalismo toscopadano e dagli ascari dei partiti nordisti. Per il lavoro e la libertà. Torniamo al momento precedente il tradimento e la sconfitta di Calatafimi. Ricacciamo la sciabola di Garibaldi nella sua gola. A partire da quel punto noi saremo noi, per chiedere al mondo quel che ci spetta, pagare al mondo le nostre obbligazioni, per aggiornare 'permanentemente' il contratto sociale fra le classi del nostro paese.








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