L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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La libertà di licenziamento

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Nell'attuale fase, gli oligopoli nazionali hanno perduto il loro vecchio quadro di riferimento, che era il mercato nazionale capitalistico d'appartenenza, dove protetti da fattori politici e dalla lontananza dei rivali, spadroneggiavano quasi indisturbati.

Il mercato mondiale è penetrando dovunque, dando luogo a quella globalizzazione di cui la storia economica ha solo un pallido precedente nel decennio 1903-1913, la belle époque, peraltro limitatamente ad alcuni settori della produzione di beni e servizi, come la siderurgia e i noli marittimi.

Oggi le imprese di grandi dimensioni puntano alla conquista del consumatore attraverso la pubblicità. Parole e immagini, assolutamente non pertinenti, volano per l'etere portando messaggi che fruttano profitti. Ma la pubblicità, che non si produce in fabbrica, sui campi, nei laboratori dove si fa ricerca - la pubblicità che niente aggiunge e niente toglie alla qualità del prodotto, spesso costa al venditore più di quanto costa la merce che essa reclamizza, cosicché il cliente paga più caro il fumo che l'arrosto. Ora, l'incidenza della pubblicità sui rapporti sociali non si limita al guaio che, per pagare il fumo, l'acquirente (le cui possibilità di spesa hanno in ogni caso un limite) deve rinunziare a parte dell'arrosto - va ben oltre.

Sappiamo tutti che il primo guadagno dell'imprenditore sta nel risparmio sul costo di produzione. La cultura aziendale corrente, che mette le esigenze connesse con la vendita - quindi la pubblicità - al primo posto rispetto alle esigenze proprie della produzione, fa sì che la naturale spinta del capitalista a risparmiare s'indirizzi preferibilmente all'interno della fabbrica, che egli domina, anziché all'esterno - sulla pubblicità - che di regola compra da altre aziende. E quando, eccezionalmente, produce in proprio, il reparto pubblicitario rappresenta un corpo estraneo all'impresa, affidato alla direzione di una persona diversa dal manager principale.

Avviene così che, in vista di un risparmio, l'imprenditore fissi l'occhio sul dipendente. D'altra parte, se qualche volta l'operaio è affezionato al padrone, il padrone (non per una specifica cattiveria, ma perché la concorrenza non gli permette sentimenti gentili) non ama l'operaio. Non c'è padrone, singolo o societario, che non veda nei suoi dipendenti la vera resistenza a una perfettibile idoneità dell'azienda a produrre profitti sempre più elevati. Comunque, negli ultimi vent'anni, la posizione degli esseri umani in fabbrica è fortemente decaduta. Il fatto che il lavoratore subordinato possa conservare in fabbrica lo status e la dignitas di uomo e cittadino, è una spina che fa soffrire sia il padrone all'antica sia i consigli d'amministrazione. Schiavi, robot, similuomini clonati, coreani a costo vicino allo zero dollari. E se proprio esseri umani debbono essere, che tengano conto che il mondo ruota intorno all'asse dell'accumulazione capitalistica! Chiedendo troppo possono rovinare la nazione. Diversamente dai padroni, che più guadagnano, più portano aventi la nazione. Infatti, potete sfogliare anche mille libri di storia che mai ci troverete scritto che un ricco abbia nociuto alla sua patria.

Ancora l'operaio non è globale, ma lo si vuol fare tale. Mobile, aperto al mondo. E secondo Furio Colombo, l'impareggiabile giornalista, è solo questione di tempo. Una volta si diceva uno strano adagio: col tempo e con la paglia si matura la canaglia. Indubbiamente il canagliume operaio e bracciantile maturerà. Se non per merito della paglia, sicuramente per merito della disoccupazione, delle emigrazioni straniere, della terzomondializzazione delle fabbriche.

Il processo di appiattimento della curva dei salari, la sua gloriosa globalizzazione, congiungeranno la realtà con il grido marxiano del 1848 "Proletari di tutto il mondo unitevi", che fu aggirato dal tradeunionismo, dal sindacalismo e dall'oggettiva alleanza tra aristocrazie del lavoro e industria monopolistica. Tuttavia il momento dell'unificazione sulla base dell'infima sezione del proletariato mondiale è un evento ancora da venire, mentre è vicino il referendum sul liberale diritto di togliere il pane e la serenità a una famiglia di lavoratori che in qualche modo ce le ha.

La retromarcia del garantismo sembra frutto dalla Nemesi storica. Poco meno di cento anni fa Lenin evidenziò e denunziò il pericolo insito negli accordi taciti ed espliciti tra capitalismo e aristocrazie operaie, all'ombra del pensiero e della prassi socialdemocratica. Erano patti il cui costo, all'atto, ricadeva interamente sul resto del proletariato mondiale; un errore strategico, che nel lungo periodo si sarebbe ritorto su coloro che lo commettevano.

In Italia, la nefasta influenza di Gobetti portò Gramsci a immaginare una inversione delle parti. Erano i contadini del Sud a dover seguire e appoggiare gli operai rivoluzionari di Torino (l'accorato appello alla Brigata Sassari. All'albagia municipale dei torinesi d'origine e d'adozione non c'è limite!). Dopo il secondo conflitto mondiale, restaurata la democrazia in Italia, quel concetto - divenuto nelle mani di Togliatti e di Nenni un precetto - portò un salario garantito alle masse operaie del Nord che minacciavano la rivoluzione comunista, mentre al Sud, l'unica garanzia per il mondo del lavoro era la trojca: un posto ogni tre adulti. Chi perdeva aveva libertà d'emigrazione. O se preferiva, libertà di mafia.

Se coloro che hanno guidato i partiti e i sindacati, a partire da Togliatti e Di Vittorio, se gli stessi lavoratori occupati, a partire da quelli rivoluzionari dell'Emilia Rossa, fossero stati meno ingordi ed egoisti, e avessero inserito nelle loro rivendicazioni - loro che hanno avuto la forza di farle passare in larga percentuale - qualcosa in meno per sé e qualcosa anche per chi non avendo il nemico di fronte tirava randellate al vento, oggi la maggioranza del Sud, non solo non sarebbe disoccupata, ma sarebbe anche impegnata a difesa dei diritti operai.

Il welfare italiano - dopo l'entrata in vigore, trent'anni fa, dello Statuto dei Lavoratori, uno dei più umani del mondo - se ne sta andando un pezzo alla volta come un dente cariato. E nessuno, in Italia, può salvarlo. L'Italia, azienda-nazione, deve seguire il comandamento globale con più ubbidienza e solerzia della Germania e della Francia, il cui collettivo economico presenta una maggiore capacità di resistenza.

Se i voti raggiungeranno il quorum del 50 per cento dei votanti, la semitranquillità di cui hanno goduto, al Nord, i lavoratori non c'è dubbio finirà. Staranno meglio, come in America, sostiene l'ineffabile Amato, e prima di lui tutto il coro dei banchieri, degli speculatori, dei capitalisti e di quegli ex comunisti che oggi si appellano democratici di sinistra (una sinistra che vuol dire la parrocchietta romana, discepola del principe Valentino, che si è impossessata del potere non si capisce ancora come, se con il pugnale o con il veleno, o alleandosi con li nimici che non si è riusciti necare, e lo gestisce con danno del paese e vantaggio soltanto delle diecimila famiglie di quaqquaraqquà che pontificano in Rai Tv).

Ovviamente Amato e consorti dimenticano volutamente che l'America stampa dollari senza limiti e che con detti dollari compra quel che le serve da tutto il mondo. Che peraltro ambisce i dollari perché l'Impero Americano appare eterno come Dio, pur essendo umano come quello dei Fenici, dei Greci, di Roma, di Venezia, della Spagna, di Genova, dell'Inghilterra. Con una bella differenza, però: quegli imperi finirono affogando nell'oro, gli USA finiranno in un rogo di carta filigranata. E chi ha avuto ha avuto, e chi ha dato ha dato.

Tornando al Sud, a un paese che è ingrato a Dio e a li nimici sui, è facile presagire che la fine del garantismo non avrà effetti positivi su quella Chimera agitata da Fazio, Amato, Confindustria e simili fratellanze, e che una volta si chiamava Industrializzazione e oggi prende epiteti più soft. Se il Sud non si industrializza, non è colpa degli operai, ma è perché il Nord già produce tutto quel che i meridionali comprano. Né è verosimile che al Sud si possano creare industrie che al Nord non ci siano già. Il Referendum, se sarà valido, avrà invece un effetto grandemente positivo sulla compattezza sociale. Infatti, la differenza tra l'occupato garantito (ma è meglio dire l'italiano del Sud: elettricità, banche, impiego pubblico, ferrovie, poste, ecc.) e gli altri lavoratori, di regola più disoccupati che temporaneamente occupati, è un salto sociale e uno spartiacque politico. Al Sud un operaio ENEL, un maestro di scuola, un infermiere è un signore, una persona che se la passa bene e che manda i figli all'università. Un disoccupato è invece un morto di fame che passa il tempo a pietire un posto con il deputato, la moglie del deputato, il cugino del deputato, l'amante del deputato, il nipote della serva del deputato. E se proprio non conosce nessuno, ha sempre un santo che prega per lui. San Gennaro, Santa Rosalia, San Francesco di Paola, San Nicola, Sant' Oronzo. Santa Lucia no. Infatti i veneziani si sono fregate la sacra spoglia, e chiedono schei per restituirla. Ma i siracusani non ce li hanno. Come si vede, niente di nuovo sotto il sole.

Nicola Zitara


 

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