L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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io nun me scordo

I Padri della Patria


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Napoli, 14 Aprile 2007

Ogni nazione ha nella sua memoria storica quelli che vengono definiti “Padri della Patria”; ovvero coloro i quali con le loro azioni e iniziative furono i maggiori artefici nella costituzione di un nuovo Stato. Pur se le loro gesta non furono cristalline e con qualche macchia (come avviene spesso in presenza di lotte, rivolte, combattimenti), la retorica costruisce il mito di eroi portatori del sacro fuoco d’ideali superiori di libertà e progresso.

Tutto ciò, anche se non rende un gran servigio alla verità nella sua accezione migliore, è comunque comprensibile e rientra nella teoria della storia scritta dai vincitori. L’Italia anche non si sottrae a questa consolidata abitudine d’esaltazione dei maggiori artefici e attori dei suoi momenti fondativi.

Il problema però si pone in maniera del tutto singolare non rientrando in una tollerabilità scaturente dai suddetti parametri. Ossia i personaggi che andremo ad analizzare sono, come da studi onesti ed informazioni più approfondite non figlie d’una ormai obsoleta retorica risorgimentale, figure che ribaltano i concetti di cui sopra: ovvero la loro negatività umana ed operativa costituisce oltre il 90% della valutazione ad essi riferita, e lasciando solo una minima parte a giustificazione del loro operato.

Procediamo, in anni di enfatiche, retoriche e pompose commemorazioni ad un’analisi che li riguarda singolarmente:


- Giuseppe Garibaldi: La leggenda ce lo tramanda come l’eroe dei due mondi alto e biondo, generoso combattente, avventuroso comandante, spinto da irrefrenabili aneliti libertari. Orbene Garibaldi era di statura media, fisicamente un po’ tozzo e, nella famosa spedizione dei Mille doveva essere perfino aiutato a montare in sella al suo cavallo. Era sì biondo e con i capelli lunghi, ma per un ben preciso motivo: coprire l’orecchio destro mozzatogli in Uruguay, dove quest’abitudine era riservata ai ladri di cavalli. Ma il nostro eroe, a proposito dei due mondi, in Sudamerica si era macchiato di altre cosette: appena giunto in quelle terre aveva ucciso un paio d’uomini per rubare una nave.

Con questa faceva viaggi verso la Cina trasportando guano (concime costituito da escrementi d’uccelli), ed il ritorno, trasformandosi in negriero, lo faceva trasportando schiavi. Si era contraddistinto per aver partecipato, mercenariamente, ad alcune guerriglie e sommosse (talvolta aderendo, per soldi, a parti avverse in momenti diversi a secondo della paga) e dando lustro alla partecipazione con la nobile abitudine del saccheggio da parte sua e dei suoi uomini.

Aveva ingravidato svariate fanciulle e dato libero sfogo ai suoi istinti sessuali, tanto da subire incriminazioni per stupro e pedofilia. Il ricordo in quelle terre sul nostro eroe è infatti non dei migliori, tant’è che nelle ultime visite colà dei nostri presidenti della Repubblica, le commemorazioni organizzate in suo onore sono state contraddistinte da bordate di fischi e insulti.

I nostri organi d’informazione si sono guardati bene dal riportare la cosa. E questo riguarda “un mondo” del bravo Giuseppe, ma poi ovviamente ci sono le italiche gesta del suo secondo “mondo”. Giunto a Palermo trafugò dal Banco di Sicilia un milione di ducati e invece qualcosa in più di due dal Banco di Napoli dove vi giunse il 7 Settembre.

Aveva un debole per i soldi: fece il nobile gesto di rifiutare il primo vitalizio che gli fu offerto di circa centomila lire, ma poi ripensandoci non potè rifiutare l’anno dopo quello più convincente di due milioni e la pensione annua di 500 mila lire. Da ultimi studi è stato scoperto il versamento a suo favore di tre milioni di franchi svizzeri (l’equivalente di diversi milioni di dollari d’oggi) fattogli nella pregiata moneta del tempo di piastre d’oro turche.

Fece dare a suo figlio Menotti un prestito dell’equivalente di 1 miliardo e mezzo di lire dal Banco di Napoli. Ai reclami del Banco per l’insolvenza su questo prestito rispose: “vi ho liberati, e volete pure che restituisca un prestito?” Con gran coscienza non pagava le tasse, scrivendo al Fisco: “non ho soldi. Appena possibile pagherò!” Iscritto alla massoneria, odiava il papa, tanto da chiamare il suo asino Pio IX, salvo fare domanda per ottenere un posto di comando nelle guardie pontificie, dimostrando la sua coerenza e chiarezza d’idee.

Con i suoi uomini si macchiò del massacro dei contadini di Bronte. Suoi emissari avevano, anzitempo alla spedizione dei Mille, contattato i galantuomini siciliani per garantirsi l’adesione mafiosa di circa 14 mila picciotti che l’aiutarono al suo sbarco unendosi al migliaio dei suoi uomini.

Solo qualche anno fa Totò Riina sì è fatto vanto nel suo processo (come sue credenziali) di raccontare, con dovizia di particolari, come i suoi avi avessero aiutato la conquista militare di Garibaldi.

A Napoli si garantì l’appoggio della Camorra tramite Liborio Romano (ultimo capo di polizia borbonico che, tradendo, divenne il primo responsabile di polizia dell’Italia unita). I camorristi aiutarono poi a organizzare il famoso falso plebiscito di Napoli con le elezioni truccate e pilotate.

A ricompensa di ciò il buon Giuseppe firmò pensioni vitalizie a mogli e sorelle di noti camorristi tra cui Mariana la Sangiovannara (sorella del noto Tore ‘e Crescienzo). Lo scrittore Denis Mack Smith a tal proposito ha scritto che Garibaldi fu “il più religioso sostegno della proprietà!”. Preso da tardivi pentimenti dichiarò in una lettera all’attrice Matilde Ristori: “…non rifarei le vie del Meridione, per timore di essere preso a sassate per i danni colà causati!”, mentre in un’altra lettera ad Adelaide Cairoli nel 1868 scrisse: “…gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili!”.

Insomma per chiudere il profilo di questa figura potremmo serenamente dire che ne vien fuori il ritratto di davvero “una gran brava persona”!


- I Mille: Anche in questo caso il racconto entusiasta dei retori risorgimentali ne fa il quadro d’una invincibile squadra di volontari, armati dal desiderio d’aiutare il loro fulgido comandante a procedere nell’impresa di liberare i fratelli meridionali dalla tirannia borbonica, col fine ultimo di realizzare il sogno di un’Italia unita. La dichiarazione dello stesso Garibaldi, fatta in pieno Parlamento di Torino il 5 Dicembre 1861, la dice lunga sulla natura di questi gloriosi invincibili: “Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e, tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto!”; in effetti a molti di loro fu data l’opportunità di partecipare alla spedizione in cambio di non espiare in galera reati di vario genere (in pratica una banda costituita in buona parte da malviventi!).

Partirono senza una lira, e tornarono con le tasche piene di biglietti da mille, e molti di loro con terreni e proprietà a loro velocemente intestati, come Achille Fazzari che ebbe tutta la terra dove sorgeva in Calabria la gloriosa fabbrica di Mongiana, così trasformata da produttiva industria in appezzamento dedito alle cose private di tanto glorioso garibaldino.

Anche la famosa camicia rossa, sulla cui scelta e simbolo si è tanto dissertato, altro non era che una commessa di grembiuli rossi ottenuta da Garibaldi dall’Argentina, tramite sue amicizie a prezzo stracciato, e riciclati nelle gloriose camicie; quindi nulla a che fare, purtroppo, con una scelta simbolica sul colore o altre romantiche teorie. I Mille si macchiarono di massacri e saccheggi che ben poco onore fecero a dei “fratelli liberatori”.

Il capo militare più conosciuto di questi gloriosi combattenti fu Nino Bixio. Anch’egli avventuriero e massone, mostrò tutta la sua crudeltà nel massacro di Bronte, imponendo una tassa ad ogni ora fino alla pacificazione della piccola città; volle che i cadaveri dei contadini e dei civili massacrati restassero abbandonati ed insepolti nelle strade come monito. Uccise a sangue freddo, e personalmente, notabili e cittadini che protestavano.

Ordinò violenze d’ogni genere ad Alcara, Caronìa, Mirto e Messina. In più monasteri volle che i suoi uomini attuassero il saccheggio.

Anche in questo caso possiamo dire di trovarci davanti ad un esempio di uomini che fecero della lealtà, disinteresse, onore militare, e dei supremi ideali unitari, lo scopo della loro missione.


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- Vittorio Emanuele: Passato alla storia come il re buono, il re galantuomo, ecc…Era altresì un singolare personaggio. La cultura non era il suo forte e lo dimostrava nei discorsi e nei pochi scritti, dove dava il meglio di sé nel dimostrare la modesta conoscenza grammaticale con ricorrenti errori e contorsioni sintattiche. Tant’è che gli fu consigliato di farsi scrivere in forma corretta da persone competenti le sue esternazioni. Era dedito ad un’attività poco regale quale quella di rincorrere contadinotte e servette di fisico opulento, trovandosi spesso a mal partito o in situazioni difficili in risse con fidanzati e parenti, e dove in una delle quali ci scappò anche il morto.

Era di modi e risoluzioni spicce in cui non si creava grandi scrupoli, come a Genova nel 1848 dove fece dal buon La Marmora bombardare la piazza dove si trovavano degli insorti, ottenendo una pacificazione al prezzo di 500 morti.

Altro piccolo capolavoro fu la svendita di Nizza e la Savoia, dove il popolo e le terre furono ritenuto dal “galantuomo” merce di scambio su cui non soffermarsi più di tanto. L’unità italiana era per lui un modo d’appropriarsi di altri stati allo scopo di risanare le disastrate finanze e estendere unicamente i suoi territori. Che poi tra queste terre ci fosse lo Stato di un cugino (il Borbone Francesco II°) con cui non v’erano attriti per giustificare un’aggressione ed un’invasione senza manco una regolare dichiarazione di guerra, poco toccava la sensibilità così accentuata di questo gran signore. Che fosse solo un problema d’espansionismo e d’annessione, e non d’integrazione dettata da sinceri ideali unitari, lo dimostra il fatto che si rifiutò di ritenere prima (nella numerazione) la legislatura del nuovo Stato italiano, ma volle che fosse l’ottava; ovvero la continuazione numerica di quella del Regno di Sardegna che era arrivato alla settima. Impose Torino come capitale e sede del Parlamento e declassò le capitali degli stati preunitari a semplici sedi di prefettura.

Difficile diventa, alla luce di ciò, ritenere sincere e dettate da alti ideali, le intenzioni di questo re. Era l’antitesi della raffinatezza e del buon gusto, e aveva modi e abitudini rozze: usava tingersi i capelli col lucido delle scarpe. Al suo ingresso in carrozza a Napoli quest’uso gli costò una figuraccia: venne a piovere e il liquido si sciolse in testa scivolandogli sul collo e la camicia. Nelle consuetudini da “galantuomo”, rispettoso delle finanze dello stato e delle esigenze del popolo, s’era intestato un appannaggio economico che era appena il 2% del bilancio statale!

Costava agli italiani più della Regina d’Inghilterra, dello Zar e, in proporzione, dei costi attuali della Casa Bianca negli Stati Uniti! In pratica il costo dei governi degli Stati preunitari, tutti assieme, non raggiungeva la metà delle sue spese. E, come ciliegina sulla torta, aveva portato a 343 l’esiguo numero di sue proprietà! Riteneva Cavour il suo stratega, la mente in grado d’attuare il suo disegno, e Garibaldi il braccio, l’utile idiota, lo strumento operativo di cui disfarsi ( come fece) al momento opportuno.

Avallò il massacro del popolo del Sud, e la distruzione della sua economia, incurandosene come da suo costume, e preoccupandosi solo di dare il via al cambio della toponomastica delle città del meridione: iniziarono le intitolazioni di centinaia di piazze e vie a suo nome e a quello dei suoi compari.

Indubbiamente un vero “galantuomo”!


- I Savoia: Dinastia, della quale faceva ovviamente parte Vittorio Emanuele, il cui merito principale viene identificato dai cantori del risorgimento nell’aver realizzato l’Unità d’Italia. La cosa è indubbiamente vera, peccato non venga sottolineato il come. Viene dimenticato e non evidenziato il metodo poco integrativo, ma bensì (come da lettura obiettiva dei fatti) l’attuazione avvenuta con spirito di conquista, di natura colonizzatrice ed espansionista.

L’occultazione scientifica in vigore da ormai un secolo e mezzo non racconta sui libri di scuola, e nella stragrande quantità dei libri di testo, il massacro attuato di meridionali, la loro deportazione nei lager di Fenestrelle e S. Maurizio in Piemonte, la distruzione della fiorentissima industria del Sud, l’appropriazione indebita di denaro e banche, fabbriche e beni dell’ex Regno delle due Sicilie, il più antico e ricco Stato della penisola italica.

Senza dimenticare l’imposizione di ben 22 nuovi tributi, le tasse passate da 5 a 41, la responsabilità d’aver dato il via al fenomeno dell’emigrazione, prima totalmente sconosciuto, che ha portato ad abbandonare le proprie terre a circa 30 milioni d’individui ad oggi.

I Savoia, a fronte d’un generico e superficiale merito, sono i responsabili di tutto ciò. Una dinastia luttuosa che ha portato l’Italia a 2 guerre mondiali, all’avvento del fascismo, alla loro responsabile firma sulle leggi razziali, a non essersi opposti alla persecuzione degli ebrei, per concludere con la vergognosa fuga a conflitto ormai perso nel 1943.

Non contenti, i loro eredi attuali, a cui da qualche anno è stato concesso un vergognoso rientro, continuano a dar lustro alla loro casata con atteggiamenti, reati, e storie che determinano il definitivo giudizio di condanna su questa dinastia, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno. 85 anni di regno costellati da plebisciti farsa, guerre coloniali, mondiali e di vario genere, aggressioni ad altre nazioni, gas asfissianti, il paese portato alla distruzione.

E ancor prima le cannonate sulle masse a Milano di Beccaris, da loro decorato come i macellai esecutori del massacro del Sud. Anche Spadolini scrisse sui Savoia bollandoli come dinastia ambiziosa, fortunata, come piemontesi utilitari e ottusi, dediti più alle clientele che al popolo. Incredibile che a tutt’oggi un paesino della Basilicata debba ancora portare il nome Savoia di Lucania, modificato dall’originale Salvia, perché dette i natali al Passannante, personaggio che tentò l’aggressione al re sabaudo.

Ancor più irritante che la squadra di calcio di Torre del Greco (vicino Napoli) debba ancora chiamarsi Savoia: come se i polacchi intitolassero la loro squadra a Hitler, o gli inquilini dei gulag siberiani chiamassero la loro squadra Stalin! Questo fa parte della diffusa ignoranza rispetto alla storia da cui molti, tanti, troppi meridionali ancora non si affrancano grazie alla menzogna e all’occultamento di cui li ha resi vittime quell’Italia creata dai Savoia.

L’Europa è stata la culla di tante monarchie; difficile qualcun’altra abbia eguagliato le gesta dei Savoia!


- Cavour: Camillo Benso conte di Cavour, è ritenuto forse il Padre più significativo della nazione italiana, la mente superiore che tesse le tele con intelligenza ed arguzia per il fine supremo dell’Unità. Apparteneva politicamente all’area di Centrodestra, ed era infiltrato, lui stesso massone, nella massoneria europea.

Ambizioso e caratterizzato da una voce dal tono stridulo, conosceva meglio il francese (come tutti i savoiardi) che l’italiano, che parlava e scriveva non bene, tanto (come il suo re) da doversi far correggere discorsi e scritti. Legato al denaro, così da decidere di sposare per interesse una ragazza ginevrina molto ricca senza esserne innamorato, come confessato da egli stesso per iscritto.

La sua sete di denaro lo portava a speculare in borsa, dove perse 45.000 scudi e conseguentemente (come scrisse) arrivò alla decisione di suicidarsi con un colpo di pistola alla testa. Il padre lo dissuase, saldandogli il debito. Apparteneva ad una famiglia benestante con azioni ed interessi nel commercio del grano e della farina, ed in occasione d’una rivolta del popolo inferocito e protestante per la mancanza di pane, non esitò (con nobile gesto) a far sparare sulla folla.

Si distinse anche per non far applicare le leggi esistenti di tutela sulle risaie e l’abolizione del dazio sul chinino, rimedio per la cura della malaria contratta dai contadini, con responsabile e consequenziale decesso di molti di essi. Nel suo Stato di Sardegna, così ligio alla partecipazione popolare, il 98% dei sudditi di tanto magnanimo re e ministro, era escluso dalle votazioni, a cui solo circa 90.000 persone avevano diritto.

Cavour, però doveva avere più a cuore evidentemente le sorti degli abitanti del Sud, così da organizzare con l’aiuto dei massoni inglesi l’intrigo per annettere l’ex Regno delle Due Sicilie. L’impresa era la più difficile, dopodiché a missione compiuta sarebbe stato molto più facile proseguire la risalita e la conquista del Papato e degli altri stati minori, e completare l’Unità.

Le vere ragioni, come è ormai stato notoriamente assodato, erano le condizioni da bancarotta delle finanze sabaude: il deficit era di 24 milioni che portavano il debito pubblico alla cifra di 750 milioni; come disse il deputato Boggio: “ ecco dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta!”. Cavour convinse una parte dei governi europei della tirannia dei Borbone, fece scrivere a Gladstone e diffondere una finta relazione sulle presunte raccapriccianti condizioni delle carceri e del popolo napoletano (definita falsa dallo stesso scrittore in seguito), e con i soldi inglesi (i quali miravano ad acquisire le saline e lo zolfo siciliano) infiltrò suoi emissari al Sud per corrompere notabili e militari. Era così convinto di dover riuscire nella diabolica impresa da dichiarare: ..imporre l’Unita! Sui mezzi non v’è dubbio: la forza morale, e se questa non bastasse, la fisica!”

Incaricò Cialdini, La Marmora, ed altri ufficiali ai quali dette le mani libere per attuare, con i metodi più crudeli, il massacro delle genti del meridione, e fece applicare la famigerata Legge Pica per la barbara repressione dei briganti e dei resistenti in genere. Avallò le folli teorie “naziste ante-litteram” del medico Lombroso, che sostenevano un DNA con criminalità innata dei meridionali, a fronte della misurazione e forma del cranio.

Riteneva ed apostrofava (insieme al suo re) come “canaglie” i soldati napoletani prigionieri e deportati. Fece requisire le terre che i Borbone davano in uso gratuito dal Demanio ai contadini, e le rivendette ai baroni, riapplicando il vassallaggio che i Borbone avevano debellato.

Nonostante relazioni dei suoi uomini sulla sanità delle finanze e dei suoi metodi applicativi nel Sud, fece distruggere i registri, e buttò nel caminetto quelli della Marina Borbonica. Il suo governo fece in modo di non dare più commesse a Pietrarsa, ai Cantieri di Castellammare e a tutte le principali industrie del Sud, decretandone la fine e foraggiando l’Ansaldo e le altre aziende del Nord, spostando il processo economico e dando il via ad un futuro di sottosviluppo per il meridione.

Fuor d’ogni dubbio era uno stratega, una mente; col piccolo problema d’essere diabolica!


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A completare l’elenco ci sono i nomi di figure minori, ma non meno negative ed apportatrici di soprusi, massacri e lutti:


- Enrico Cialdini: Era generale dell’esercito piemontese a guida dell’invasione dell’ex Regno delle Due Sicilie, nonché Cavaliere di Gran Croce dell’ordine militare. Usava denominare “bifolchi, villani, africani” i meridionali, e si distinse per la crudeltà, la violenza gratuita, ed un furore da invasato in tutte le sue azioni, che a fronte dei massacri gratuiti che operò al Sud con i suoi uomini, gli valse, a guerra finita, in tutta Europa l’appellativo di “criminale di guerra”.

Fu responsabile degli eccidi di Pontelandolfo, Casalduni e Montefalcione, che rase al suolo incendiandoli e sterminando donne, uomini, vecchi e bambini, senza alcun ritegno. In molti casi fece mozzare le teste degli uccisi per mostrarle nelle piazze come monito e per incutere terrore nella popolazione.

A Gaeta, mentre si stava firmando la resa, continuò incurante a cannoneggiare sulla fortezza e sulla cittadina, procurando ulteriori morti superflue. Per questa impresa così nobile Vittorio Emanuele lo nominò Duca di Gaeta. In tre mesi di luogotenenza a Napoli nel 1861 relazionò al suo governo “8.968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 religiosi, 13.629 imprigionati, 6 paesi bruciati e 1.428 comuni assediati!”.

Quello che può dirsi “un gran signore” del Risorgimento!


- Raffaele Cadorna: Era generale e venne inviato, tra gli altri, in quel di Palermo. La ragione di tale nomina fu quella di sedare la rivolta in quella città nel 1866, ad unità già effettuata. Come i suoi colleghi si distinse per la mano “gentile” che contraddistingueva i militari d’alto grado piemontesi.

Risultato: una repressione feroce ed indiscriminata che portò alla morte, pur se non quantificata con precisione, di diverse migliaia di persone!

Una figura che ebbe meno tempo di Cialdini di far danno, ma che dimostrò subito a quale razza apparteneva!


- Alfonso La Marmora: Era generale ed aveva già dato il meglio di sé a Genova nel 1948 dove aveva stroncato sul nascere una rivolta anti Savoia con mano leggera. In pratica riuscì nell’impresa di provocare un massacro di 500 morti bombardando la piazza dove si erano riuniti gli insorti. Sostituì Cialdini a Napoli e continuò ad attuare i metodi violenti e criminali di repressione contro i resistenti e la popolazione anche inerme e tranquilla.

Odiava in particolare i soldati borbonici che, pur se sconfitti, si rifiutavano di riconoscere il nuovo re e passare nell’esercito sabaudo. La frase ricorrente nel rivolgersi a loro o nel nominarli era “branco di carogne!”.

Il reprimere massacrando, avendo sprezzo e mai rispetto del nemico, era la sua specialità!


- Silvio Spaventa: Era direttore del Ministero dell’Interno nonché anche della polizia del governo di luogotenenza a Napoli. Pretendeva, ad ogni costo, l’adesione e per giunta entusiasta dei meridionali al nuovo Stato unitario.

In caso contrario, o di tiepida partecipazione, non esitava a passare alla fucilazione, o, nel migliore dei casi, a far imprigionare o deportare nei lager piemontesi soldati e civili. Ebbe purtroppo il tempo per attuare questi suoi metodi in numerosissimi casi.

Altra figura che si distinse per moderazione e buon senso e dagli alti valori umanitari!


- Giuseppe Pica: Era deputato del nuovo Parlamento dell’Italia unita. Presentò, facendola approvare e renderla immediatamente esecutiva, la legge che porta il suo cognome. Una legge che dire repressiva è dir nulla, e che portò per le sue misure anticostituzionali, vessatorie e coercitive, in sfregio ai minimi livelli di rispetto della persona e dei suoi diritti, alla strage di migliaia di persone.

Vittime, quasi sempre, di nessuna colpa e condannate nel migliore dei casi con processi farsa, senza alcuna possibilità di difendersi o discolparsi. L’applicazione d’una metodologia inquisitoria degna delle più brutali dittature.

Alto senso dello Stato, rispetto della popolazione e della propria funzione di membro d’un’assemblea parlamentare è il profilo descrittivo di questo signore!


- Massimo d’Azeglio: Era ministro del nuovo governo unitario e piemontese. Nel florilegio dialettico che costantemente lo distingueva primeggiavano le sue considerazioni razziste verso quella parte d’Italia che tanto s’era voluto liberare ed annettere. Mirabile resta una sua ricorrente affermazione per cui: “unirsi ai Napoletani è come andare a letto con un lebbroso!”.

Esempio di spessore di concezioni democratiche e sincero spirito unitario!


- Quintino Sella: Esponente del nuovo Parlamento unitario che si contraddistinse per la beffarda ironia e una cattiveria e malizia non velata nei confronti del meridione. Scolpita nel ricordo rimane la sua affermazione all’assemblea parlamentare in un dibattito sulla Marina Militare: “Quale cosa più bella che togliere da quel porto (Napoli) gli stabilimenti militari?”.

Figura palesemente sgradevole per dichiarate e perverse manifestazioni di volontà di conquista e sopraffazione!


Questi macellai furono i signori che hanno fatto il Risorgimento, la cui epopea e i cui nomi si vuole si celebrino e commemorino! Come sostiene Zitara l’Italia è piena di monumenti equestri, e non, di queste brave persone, e spesso hanno le spade sguainate dalle quali (pur se ovviamente non rappresentato) si presuppone cola il sangue dei nemici delle loro battaglie. Ma questi signori non hanno avuto altri nemici che la gente del Sud; quindi quel sangue è quello dei nostri avi, i quali oltre a non avere monumenti non hanno né cimiteri, né lapidi e nemmeno una storia seria ed ufficiale che li ricordi unitamente al loro sacrificio!


I meridionali di buona volontà, che non si sentono servi del padrone di turno,
e sono dediti alla ricerca, alla conoscenza ed al recupero
della memoria storica,
hanno il compito, faticoso ma privilegiato,
d’adoperarsi per il diffondere la verità!

in nome del Popolo del SUD!

Andrea Balìa







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