L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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io nun me scordo

FRANCESCO II


Napoli, 4 Marzo 2007

Francesco II di Borbone è una figura che, bistrattata e ridicolizzata dagli storici risorgimentali, va illustrata meglio e rivalutata in molti aspetti.

Francesco II fu l’ultimo re di Napoli e del Regno delle Due Sicilie, ovvero l’ultimo Stato autonomo del Sud. Fu ovviamente anche l’ultimo re della dinastia dei Borbone; dinastia che da Carlo III in poi governò, attraverso 5 re, quello che è l’attuale meridione d’Italia.

I Borbone restano la dinastia più vicina temporalmente a noi e sicuramente quella più significativa, avendo elevato il regno a livelli europei con leggi, primati nelle scienze e nelle arti, sviluppo sociale ed economico.

Francesco II salì al trono molto giovane e, come tutti i suoi predecessori, parlava il francese (poco e solo in alcune occasioni) ma s’esprimeva sempre in napoletano; e a tal proposito va sottolineato che la lingua rappresenta l’identità d’un popolo.

Aveva abitudini, così come il padre, pienamente napoletane negli usi e i costumi in genere, e anche nel cibo, tant’è che dalla sua pietanza preferita (ovvero la lasagna) deriva il soprannome con cui era chiamato in famiglia: “lasa”. Era di buona cultura, educato e di carattere fin troppo mite, generoso e con maniere da gentiluomo; profondamente credente e praticante della religione cattolica, questa sua caratteristica aveva forse un peso un po’ eccessivo nel suo profilo complessivo. Stentò fino all’ultimo a credere che i cugini Savoia fossero animati da spirito così proditoriamente aggressivo e di conquista nei confronti del suo Stato e della sua dinastia.

Dovette arrendersi all’evidenza dopo aver ufficialmente protestato presso tutte le potenze europee, e da quel momento dette il meglio in dignità, spirito di sacrificio ed eroica difesa  - con la moglie e gli ultimi soldati e civili – dell’ultima fortezza del Regno a Gaeta. Scelse che lo scontro finale avvenisse a Gaeta per risparmiare lutti, sangue e macerie a Napoli, la sua capitale. Alto resta anche il ricordo della moglie Maria Sofia che, appena diciannovenne, si distinse per il conforto a soldati e civili.

La sua figura giovane ed impavida richiamò l’attenzione delle corti d’Europa e quella di letterati e poeti come Gabriele D’Annunzio e Ferdinando Russo che le dedicò una struggente poesia. Francesco II nel lasciare Napoli non portò via neanche un soldo dei suoi averi, che lo Stato italiano, appropriandosene come beni nazionali, non gli restituì mai e né lo ha fatto a tutt’oggi nei confronti degli eredi della sua dinastia. Resistette a Gaeta 76 giorni sotto il fuoco di proiettili e bombe con i suoi soldati, e quando lasciò Gaeta con la moglie su di una piccola imbarcazione tra i baciamano, le lacrime e alcuni colpi a salve dei suoi fedelissimi, dichiarò alle sue truppe:

Quando tornerete alle vostre famiglie, gli uomini d’onore s’inchineranno al vostro passaggio…a tutti stringo le mani con effusione d’affetto e di riconoscenza…eternamente vi serberà gratitudine e amore il vostro Re!.

Nel frattempo, a Napoli, Palazzo Reale veniva spogliato di tutto! Altra favola della storiografia ufficiale tendente a ridicolizzare Francesco II fu quella sul suo esercito definito con gratuita ironia “l’esercito di Franceschiello”.

Innanzitutto “Franceschiello” era solo un affettuoso diminutivo del popolo di Napoli nei suoi confronti con cui l’appellava sin da piccolo, e il suo esercito non era altro che il “nostro” esercito costituito da ragazzi campani, calabresi, lucani ecc…che affrontarono un impari guerra d’invasione contro un nemico dallo spropositato armamento bellico. Erano altresì soldati valorosi e coraggiosi che, prima delle ultime battaglie per esortare il loro re alla resistenza, sottoscrissero un messaggio che così recitava:

Che il nostro destino sia presto deciso o che un lungo periodo di sofferenze e di lotte ci attenda ancora, noi affronteremo la nostra sorte con docilità e senza paura, colla calma fiera e dignitosa che si conviene ai soldati; noi andremo incontro alle gioie del trionfo o alla morte dei prodi, innalzando l’antico nostro grido di Viva il Re!

A proposito dell’eroico attaccamento degli ultimi soldati borbonici a difesa delle ultime postazioni, come ad esempio quella di Messina, il 14 marzo 1861, essendo state richieste piú volte da Torino le bandiere della Real Cittadella, il gen. Fergola rilasciò una dichiarazione nella quale affermava che le bandiere avrebbero dovuto essere sei, ma che di esse non restavano che le aste essendo stati strappati i drappi dalle truppe quale ultimo gesto di fedeltà al Re FrancescoII!

Gli ultimi soldati sopravvissuti di Francesco II furono deportati in Piemonte nei lager di Fenestrelle e S. Maurizio (dove la gran parte trovò la morte per gli stenti, e poi la fine dei propri resti in vasche di calce viva dove fu sciolta); in quelle carceri disumane si cercò di far rinnegare loro la fedeltà a Francesco II e ad accettare il nuovo Stato ed il nuovo re sabaudo, ma i prigionieri, “recatisi in atteggiamento nobilmente altiero, che faceva singolare contrasto coi cenci ond’erano coperti, risposero recisamente: “ Uno Dio ed uno Re…!” E questo, a differenza delle menzogne e l’infamia dei racconti risorgimentali, erano i componenti del tanto sbeffeggiato “esercito di Franceschiello”!

Agenti infiltrati di Cavour avevano destabilizzato la situazione interna militare nel Regno con la collusione di notabili locali, ufficiali ed altro a fronte d’una corruzione attuata con i soldi degli inglesi che miravano ad eliminare un Regno scomodo e ad appropriarsi delle saline e dello zolfo siciliano. Francesco II così dovette difendere con i suoi fedelissimi e con poche ed inadeguate armi la dignità sua e del suo Stato. Questo giovane e coraggioso re resta alla storia anche per le sue frasi e citazioni taglienti e profetiche.

A Liborio Romano, ministro borbonico che tradì passando con i Savoia e alleandosi con la camorra, nel salutarlo (partendo da Napoli ) disse: “ Don Libò…guardateve ‘o cuollo! “ (ovvero “stai attento al tuo collo e alla tua testa”, visto il suo fare da traditore), o ancor più famosa è la profezia: “Voi sognate l’Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici. I napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere".

Come monito e fiducia che la verità è sempre il tempo a decretarla e non le favole raccontate dai vincitori, disse: Le iniquità della Storia non resteranno impunite!; o ancora:  Non sono i miei sudditi che mi hanno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l’ingiustificabile invasione d’un nemico straniero! “ .

Ebbe in gran conto i briganti, che giudicò giustamente come patrioti resistenti, e a loro si sentì così vicino da dichiarare dalla sua temporanea residenza nello Stato Pontificio:   Io sono un principe italiano illegalmente spogliato del suo potere, è qui l’unica casa che mi è rimasta, qui è un lembo della mia patria, qui sono vicino al mio Regno ed ai sudditi miei…vengono chiamati assassini e briganti quegli infelici che difendono in una lotta diseguale l’indipendenza della loro patria e i diritti della loro legittima dinastia. In questo senso anche io tengo per un grand’onor di essere un brigante!

Molto conosciuto resta il suo proclama del 8 Dicembre 1860, di cui riportiamo qualche stralcio: 

Popoli delle Due Sicilie, … si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie… quando veggo i sudditi miei, che tanto amo, in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati…calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore Napoletano batte indignato nel mio petto…contro il trionfo della violenza e dell’astuzia.

Io sono Napolitano; nato tra voi, non ho respirato altra aria…i vostri costumi sono i miei costumi, la vostra lingua la mia lingua, le vostre ambizioni le mie ambizioni. …ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori di un bombardamento…

Ho creduto di buona fede che il Re di Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico…non avrebbe rotto tutti i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra… Le finanze un tempo così floride sono completamente rovinate: l’Amministrazione è un caos: la sicurezza individuale non esiste…

Le prigioni sono piene di sospetti…in vece di libertà lo stato di assedio regna nelle province…la legge marziale…la fucilazione istantanea per tutti quelli fra i miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera di Sardegna… E se la Provvidenza nei suoi alti disegni permetta che cada sotto i colpi del nemico straniero…mi ritirerò con la coscienza sana…farò i più fervidi voti per la prosperità della mia patria, per le felicità di questi Popoli che formano la più grande e più diletta parte della mia famiglia.”

Francesco II fini i suoi anni nel paese di Arco (Trento) dove gli abitanti del luogo, scoprirono solo ai suoi (comunque) solenni funerali, che il cortese sig. Fabiani che in fila con i contadini assisteva sempre alla messa era il deposto re del Regno delle Due Sicilie, da tutti abbandonato.

In quel paese esiste a tutt’oggi una strada a lui intitolata (l’unica in Italia), e lo Stato italiano ha vietato sino a pochi anni fa che le sue spoglie (unitamente a quelle di Maria Sofia e della loro figlioletta defunta poco dopo la nascita) fossero portate a Napoli dal Pantheon in Roma.

Oggi, da qualche anno, la Chiesa di Santa Chiara in Napoli ha l’onore, con il dovere ed il rispetto dei napoletani, di custodire nell’ultima cappella a destra della navata centrale, prima dell’altare, i resti del nostro ultimo re e dei suoi cari.

Che il suo esempio di generosità, dignità, dedizione e attaccamento alla propria terra illumini il percorso e le menti dei meridionali onesti e dediti al riscatto del Sud.

Andrea Balìa






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