L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Una borghesia a mano armata

di Nicola Zitara

Siderno, 6 Settembre 2007

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E’ naturale, umano, che il capitalismo finisca, come tutte le altre forme di produzione, ma io non so dire quando. Suppongo che durerà ancora qualche tempo. Esso è figlio della borghesia.

Caduto il fascismo e rispolverate le tematiche che vanno sotto il nome di questione meridionale, entrò nel linguaggio politico la distinzione tra borghesia attiva, quella degli affari, e borghesia parassitaria, quella che si sostentava con la rendita fondiaria. Questa distinzione non interessa più nessuno. Neanche noi, non essendo il tema più di moda a Milano e a Roma. Eppure quell’analisi sarebbe ancora attuale.

Cosa mai fa diversi, noi calabresi, dal resto del mondo occidentale?

Durante la prima parte dell’Ottocento, il Sud adottò il sistema della proprietà privata, che fu proclamato dalla Rivoluzione francese, e abolì il feudalesimo, il quale, in agricoltura, si fondava sulla rendita fondiaria e sulla subordinazione contadina. Le terre, per una piccola parte restarono nelle mani dei vecchi nobili e per una parte largamente maggiore passarono nelle mani di professionisti, commercianti, massari, ricchi di danaro, in quanto la nobiltà era fortemente indebitata e quindi svendeva. Si ebbero allora importanti e moderni investimenti, particolarmente nel settore agrumicolo e nella produzione di uva da taglio, da vendere in Francia per tagliare i più deboli vini francesi. Ma una borghesia attiva in agricoltura non si consolidò mai e per due motivi: primo i Borbone non se la sentirono d’insistere con le riforme progettate e avviate nel secolo precedente, sulla base delle idee dei Riformatori napoletani; secondo, con l’unità italiana, il nuovo Stato, per fare soldi, inaugurò un investimento alternativo agli investimenti produttivi in agricoltura, mettendo in vendita circa un milione di ettari prima destinati agli usi civici (fare liberamente e gratuitamente legna da ardere, pascolare liberamente e gratuitamente il bestiame, e non solo ‘u poreelluzzu e la capra del contadino, sulle terre comuni, ma anche pascere grandi mandrie di bovini e di cavalli, nonché immense greggi di pecore, in questo caso pagando l’affida al comune del luogo. In Puglia e in Calabria, la facilità di produrre olio a costo zero, per esportarlo, favorì la rendita. Il nuovo proprietario viveva con poco, perché il costume antico era sobrio, e tuttavia viveva more nobilium, come il nobile, non si sporcava le mani con gli affari, con le officine, con i velieri, con le mercanzie.

Componevano la borghesia, oltre ai proprietari, i medici, gli avvocati, gli artigiani, i mercanti, gli speziali, i filosofi e gli usurai. La fetta intellettuale della borghesia lavorava (e incassava parcelle) con il padronato terriero e ne esprimeva gli interessi a livello politico e orientando l’opinione pubblica. .

Fin qui la storia antica, posta a mo’ di premessa. Veniamo ai cambiamenti verificatisi a partire dal 1960 in poi, e conclusisi in brevissimo volgere di anni. La grande emigrazione del Secondo dopoguerra annientò la base economica della rendita fondiaria, che era costituita dai bassi salari bracciantili e da contratti colonici ancora fermi ai tempi di Caio Gracco.

Distrutti, archiviata la fonte agricola, la rendita dovette essere surrogata dalla spesa statale. Ma con l’arrivo di nuovi, complessi interventi, distorsivi del libero mercato, inaugurati dalla Comunità Europea, mori anche l’agricoltura. Fu il sottosviluppo assistito, che vide lo Stato porsi come unico e solo capitalista (chi comanda lavoro e paga salari e stipendi), e i ministri, i deputati, i sindaci, i consiglieri regionali, come Amministratori Unici Delegati.

Senza più pastori e contadini e con una classe di fabbrica rimasta nella mente di divinità sindacali come Luciano Lama e Bruno Trentin, cioè senza una classe sociale di riferimento, anche gli intellettuali di sinistra, che si erano formati nelle sezioni del PCI e nelle Camere del Lavoro, si dileguarono al sole del Compromesso storico.

Oggi, al Sud, quel poco di borghesia attiva (degli affari) che sopravvive ai bassi e medi livelli del commercio e dell’industria, è costretta a inchinarsi con la mano tesa allo Stato, cioè ai suoi Amministratori delegati, per chiedere un obolo; a impetrare il direttore della banca usuraria milanese un prestito. Nessuno la rappresenta politicamente. E’ come se non ci fosse. I suoi uomini non hanno voglia di combattere.

Da parte loro gli intellettuali, venuti meno gli stimoli spediti per televisione da Torino o da Bologna, oggi pensano a campare. E per campare debbono portare il cervello all’ammasso. Al tempo del fascismo, qualche resistenza al regime nordista era possibile, perché dietro il pane c’era la terra, la bottega, la forgia. Oggi, col regime resistenziale, dietro il pane c’è l’impiego, e prima dell’impiego la democrazia, cioè la partitocrazia, cioè il voto di scambio, cioè il Vento del Nord.

Quando, negli anni Sessanta, la borghesia legale si avviava a morire, nasceva l’ultima borghesia attiva calabrese, la ‘ndragheta della droga, fatta di contadini e pastori cacciati dalla terra ed emigrati, che in America hanno imparato a fare il business, “il capitalismo a mano armata”.

Proprio nel giorno in cui scrivo questo articolo, decine di gazzelle dei carabinieri hanno attraversato il corso del paese a sirene spiegate, portando dentro i catturati di San Luca, per avviarli nelle varie carceri d’Italia. “Non siete stati quieti, adesso v’insegno chi sono io”, canta il ministro Amato. Sarebbe facile esclamare: “Stato, tu, con i tuoi 359.000 uomini armati, che compongono i corpi di pubblica sicurezza, forse ci potevi pensare prima!”.

Ma sarebbe un’esclamazione senza senso politico, perché lo Stato è lontano, estraneo, anzi nemico, interessato soltanto ad avere uomini, soldi, terra, risorse lavorative. Sta di fatto che la ‘ndragheta non può essere cacciata, perché non c’è chi ne possa prendere il posto nel sistema della distribuzione delle merci nordiste, oltre che ripianare il deficit valutario dell’Italia. Non dico fisicamente, ma capitalisticamente. Infatti non esistono in Calabria accumulazioni di capitali, se non quelle ‘ndranghetiste. Né esiste chi possa imporre lavoro a basso prezzo. La ‘ndrangheta è qui. Abita in case vicine alle nostre. Cammina per le strade per cui camminiamo noi. I nostri figli e i figli dei mafiosi stanno seduti nello stesso banco a scuola e al catechismo. Giocano sullo stesso campetto di calcio.

La ‘ndrangheta è rimasta l’unico comparto sociale capace di fare business con profitto.

Insomma, dobbiamo umilmente piegarci a riflettere su questi nostri compaesani, i quali sono vivi, sia pure nel delitto, mentre noi siamo tutti morti, cadaveri; riflettere su quest’aberrazione, che pure è l’unica parte di noi che tiene alta la fronte, che vince o perde, che ha il coraggio di mettersi in gioco.

Zanotti Bianco ha insegnato a guardare questo mondo da dentro, il vescovo Bregantini credo si sforzi di fare altrettanto. Ma dobbiamo proprio contare sulla generosità di forestieri più umani e ragionevoli di noi?






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