L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Calabriae planctus

di Nicola Zitara

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Siderno, 22 Marzo 2003

"Il lamento della Calabria", l'interminabile dolore della Calabria: un'incisiva espressione dei cronisti seicenteschi. La sofferenza non era soltanto dei calabresi, ma di tutte le regioni del Sud.

La storia politica dell'Italia meridionale è molto triste, nonostante una splendida partenza. Questi luoghi avevano fatto da piattaforma al movimento della civiltà - urbana, proprietaria e mercantile nella quale ancora viviamo - dalle sponde del Mediterraneo Orientale verso le sconosciute e selvagge terre che oggi si chiamano Europa. Fu il tempo della Trinacria e di Megale Hellas (Magna Grecia nella traduzione latina). Indicazioni, però, geografiche e non politiche. Infatti né la Sicilia né la Grande Grecia ebbero mai uno stato nazionale. Le polis fondate dai coloni greci - Locri, Sibari, Reggio, Napoli, Siracusa, Agrigento e più di cento altre - erano la copia delle città-stato greca, che era piccola, meno di una provincia attuale. I greci amavano l'indipendenza personale e la libera iniziativa.

Preferivano commerciare e anche la loro agricoltura aveva un carattere spiccatamente mercantile. Le esportazioni di grano, olio e vino dalle polis italiche verso la Grecia madre, in cambio di oro e argento, spiega la loro eccezionale prosperità.
Anche Roma era una città-stato, ma molto indietro in tutto, specialmente in fatto di commerci. Perciò era tutt'altro che ricca. Ma vinse egualmente le polis magnogreche, le sottomise e (anche se i libri di storia patria non amano ricordare la cosa) le impoverì e distrusse. I primi due secoli della dominazione romana furono fra i più tristi della nostra storia; così duri che le genti greche, per sopravvivere, si davano spontaneamente in schiavitù ai romani.

Al tempo di Cesare, una quota consistente della popolazione dell'Urbe era costituita da schiavi meridionali, genericamente chiamati greci. La Sicilia e buona parte del Sud divennero un paese selvaggio. Dove prima c'era l'orto (o giardino, che dir si voglia), venne impiantato il latifondo senatorio. Siciliani e calabresi ottennero la cittadinanza romana solo dopo secoli dall'occupazione.

Quando, nel Quinto secolo dopo Cristo, cadde l'Impero Romano d'Occidente, le regioni meridionali ebbero una sorte diversa l'una dal'altra. L'Impero Romano d'Oriente (Bisanzio) mandò il suo esercito contro i barbari. La lotta durò cinquecento anni. Le regioni meridionali caddero una dopo l'altra. La Sicilia fu occupata dagli arabi. In parte del Molise, della Campania, della Puglia e degli Abruzzi s'insediarono i barbari longobardi. La Calabria fu l'ultima a cadere. Siamo intorno al 1000 dopo Cristo.

La dominazione bizantina, specialmente nell'ultima fase, fu durissima, ma non peggiore di quel che era la dominazione barbarica nell'Italia restante. Infatti, al momento della conquista normanna, il Sud si presentava meno regredito economicamente e culturalmente dell'Italia restante e dell'Europa. Lo prova il fatto che, quando il papa volle elevare la cultura dei chierici e fondò le famose abbazie di Grottaferrata e di Monte Cassino, ricorse a Nilo, vescovo di Rossano, e ad altri monaci meridionali. La conquista normanna sconvolse il Sud.

I normanni erano degli scandinavi insediati da secoli nel Nord della Francia. Quando arrivarono in Italia erano praticamente dei francesi organizzati secondo i principi della feudalità carolingia. Il Sud, che non aveva conosciuto la servitù della gleba e la rendita baronale, vi fu piegato. Peggio andarono le cose allorché, sconfitto Manfredi e tagliata la testa a Corradino, cadde la dinastia degli Svevi e subentrò quella degli Angiò. Neppure questa durò molto. Gli angioini furono cacciati dalla Sicilia a furor di popolo (il famoso Vespro). Poi, sconfitti dal re d'Aragona, persero anche Napoli e le regioni meridionali.

La dominazione spagnola spense lentamente il Sud, che divenne una provincia della corona di Spagna e una colonia degli usurai liguri e toscani. Il lungo lamento del Sud si alza di tono. La contiguità con l'Italia dei comuni liberi e delle signorie rinascimentali agisce, però in controtendenza, alimentando focolai d'insofferenza e di rinnovamento. I pochi nomi per dire tutto: Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, Giordano Bruno, Gianbattista Vico, con cui nasce la filosofia della storia e la moderna antropologia culturale, Pietro Giannone, che afferma il concetto di separazione tra Stato e Chiesa.

Con l'arrivo dei Borbone (detti d'Italia insieme ai granduchi di Parma, in quanto Carlo e i suoi fratelli sono figli di Elisabetta Farnese) questi sparsi focolai diventano progetto politico. Carlo sconfigge gli austriaci e innalza la bandiera dell'indipendenza nazionale. Durante il suo regno e la minorità del figlio Ferdinando, il governo napoletano viene guidato dal toscano Bernardino Tanucci. Napoli finisce d'essere uno Stato dinastico e diventa uno Stato amministrativo, in cui il re è il primo e il più ricco degli abitanti, ma non più il padrone assoluto. (Il vecchio film dei fratelli De Filippo, se non ricordo male "Il re lazzarone", rappresenta magnificamente detta ambivalenza). Tuttavia il Regno duosiciliano ha un problema che la Toscana di Tanucci non ha: la feudalità. In Toscana e nelle regioni padane (meno il Piemonte), la feudalità era stata scavalcata dalla borghesia.

Tra 1200 e il 1500, questa parte d'Italia aveva conseguito il primato economico e culturale sull'intera Europa e su larga parte del Mediterraneo. Poi, sopravvenuta la decadenza commerciale, molte delle ricchezze acquistate con la manifattura e il commercio si erano riversate sulla campagna. L'agricoltura era divenuta prospera. Il Sud, provincia spagnola, non aveva partecipato al rinnovamento sociale. Era rimasto feudale e povero. I surplus agricoli finivano male: o erano dirottati verso la Spagna e gli altri domini spagnoli, o erano sprecati dalla nobiltà, o erano divorati dagli usurai forestieri.

Al tempo di Ferdinando primo, gli antichi feudatari, atteggiandosi a giacobini, presero a pretendere l'abolizione degli usi civici di cui godevano i contadini. Ma già si era aperta la "questione sociale". In Gran Bretagna e po' dovunque nell'Europa centrale, la recinzione delle terre comuni aveva investito negativamente la vita delle masse rurali, creando quell'immensa fiumana di sradicati dalla terra in fuga verso la città, che è descritta da Marx e dalla grande letteratura inglese, e su cui si stava sviluppando la grande emigrazione verso le Americhe. L'Italia toscopadana non aveva sofferto per la transizione dal feudo alla proprietà chiusa, in quanto questa si era svolta prima che il capitalismo agrario assumesse un carattere spietato e prima che la popolazione cominciasse a crescere in modo sostenuto.

A Napoli, il problema della fuga dalla campagna c'era già - indipendentemente dalla chiusura delle terre - a causa della pessima conduzione agraria dei baroni. I Borbone sapevano che se avessero abolito gli usi civici (il godimento promiscuo dei demani feudali e comunali) si sarebbe creato un interminabile esercito di morti di fame, che si sarebbe riversato su Napoli e che Napoli non aveva le struttura manifatturiera per accoglierlo in modo indolore.

Lo scontro tra i Borbone e i giacobini (e poi con i liberali) non avvenne tra una dinastia feudale e un borghesia nascente, come contortamente s'insegna nelle scuole (al fine di assolvere le classi ricche, fautrici dei Savoia), ma tra il re e la vecchia nobiltà che pretendeva la recinzione dei fondi e la cacciata dei coloni. E per giunta, voleva il tutto gratis. Insomma, a Napoli, a portare la modernità non erano i sanculotti ma il re. La strategia borbonica appare chiarissima a chi la vuol vedere. Sin dal loro insediamento i Borbone promossero l'esportazione dei prodotti agricoli, al fine di elevare il reddito nelle campagne; impiantarono una marina mercantile, in modo da trattenere in patria il valore aggiunto nel trasporto navale; cominciarono a creare in tutte le province delle strutture manifatturiere in modo da assorbire nell'industria la sovrappolazione agricola; riorganizzarono il banco napoletano, che subito divenne una delle più robuste banche d'Europa; alimentarono il credito e le assicurazioni, sovvenzionarono le costruzioni navali, inaugurarono cantieri officine meccaniche, fonderie.

Sul finire del Regno, la marina duosiciliana è la terza al mondo, e non solo per il tonnellaggio. Sulle rotte verso l'India e l'Australia, le sue navi battono in velocità i vascelli di Sua Maestà Britannica. Le locomotive che viaggiano per la prima volta in Piemonte sono arrivate da Napoli. L'agricoltura, invece, ristagna. La produzione cresce in quantità, ma solo perché vengono messe a coltura molte terre boschive.

L'unificazione politica cavourrista - con il cavallucio Garibaldi spedito avanti per dare polvere negli occhi - avviene sulla base del patto, poi non tanto tacito, che i coloni sarebbero stati cacciati dalle terre comuni e che queste sarebbero state date alla vecchia e nuova nobiltà; cosa che in effetti avvenne, previo il sottomano di mezzo miliardo (del tempo) agli intrallazzisti toscopadani che stringono alla gola il patriottico governo. Sempre su comando degli speculatori toscopadani, Cavour e i suoi epigoni annientano la temuta concorrenza duosiciliana. Le industrie vengono soffocate con ogni mezzo lecito e illecito, il Banco delle Due Sicilie posto sotto tutela, in modo da fare spazio alla banca sabauda.

L'immenso patrimonio terriero delle comunità locali e delle congregazione ecclesiastiche viene distribuito ai massoni che, nei comuni, nelle province, in parlamento, al governo, si sono posti a disposizione del nuovo padrone. Trenta anni dopo, le rimesse degli emigrati vengono impiegate per industrializzare la Padana. Il "Calabriae planctus" riprende sotto il nome di questione meridionale. Un lamento doloso, inconsolabile, interminabile. La sovrappolazione lavorativa emigra, ma subito si riproduce. Sotto lo stato italiano la delinquenza è divenuta l'unica strada per fare fortuna.

La Sicilia, Napoli, la Calabria, tutto il Sud ne sono appestate. E' veramente difficile non fare il mafioso. Non solo le lacrime, scola anche il sangue. Altro che chiedere indietro il tesoro che Francischiello volle lasciare a Napoli, perché - disse lui - apparteneva al popolo napoletano! Tenetevi pure i gioielli. Noi rivogliamo l'onore, la libertà, la serenità. Vogliamo essere i padroni a casa nostra. "Fora…fora…fora", inneggiavano i palermitani il giorno del Vespro.

Lo ripetiamo quel grido. Siamo stanchi di voi, dei vostri trabocchetti, della vostra finta benevolenza, delle vostra smodata ingordigia, delle vostre usure, delle vostre ipocrisie, delle vostre mitologie sforacchiate, dei vostri partiti milanesi, dei vostri sindacati torinesi, della vostra democrazia di comodo, della vostra sufficienza. Andatevene, lasciateci vivere.

 

Nicola Zitara

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