L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Neo-borbonismo zoppo

di Nicola Zitara

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Siderno, 27 Febbraio 2009

Un popolo che ignora la propria storia non è un popolo ma soltanto un aggregato statistico. Tale è stato ed è il Sud nell'assetto statuale italiano. La retorica nazionale, massonica, falsamente giacobina, falsamente liberale, falsamente positivista, falsamente marxista, falsamente costituzionale,  ha tentato di cancellare il passato ed  è riuscita ampiamente riuscita nell'intento,  fino al momento il cui,  l'ostilità della partitocrazia, dei sindacati lavoristi, l'intrallazzo programmatico seguito al terremoto dell'Irpinia, non è stato innescato il risentimento patriottico dei meridionali.

La riscoperta del passato borbonico è partita dalle università e si è allargata. I giornali che veicolano la retorica cavourrista e persino la televisione di stato hanno scelto di accettare deroghe a tale retorica e di giocare sull'equivoco con ammissioni a mezza voce circa la sua infondatezza.

Sul terreno strettamente storico è intanto giusto e necessario ricordare che con la dinastia dei Borbone-Farnerse al Sud si ha una svolta di portata epocale. Svolta rispetto a che cosa? Sicuramente rispetto all'imbarbarimento di un paese estraneo al sistema feudale europeo, inaugurato dalla discesa a Napoli di Carlo d'Angiò. La sfortunata battaglia di Benevento, in cui i "liberi" comuni toscopadani, il papato del tempo, ben deciso a contrastare il cattolicessimo ortodosso e la tolleranza religiosa,  trionfarono sui nobili ideali di Manfredi. Il Sud divenne una colonia retta da re stranieri e aperto alle usure dei banchieri genovesi, fiorentini e veneziani, e tale rimase sino alla devoluzione delle Due Sicilie alla dinastia dei Borbone di Napoli.

Soltanto la lettura degli infausti secoli che precedettero questo evento - che fu accostamento all'Europa ma senza negare il passato -  può spiegare la sua positività e dare un  significato alla parola "svolta".

Dopo centoquarant'anni, alla "svolta" seguì la controsvolta, cioè la restaurazione  dell'egemonia europea sul Sud. Non si può certamente affermare che l'Europa del 1860 fosse la stessa dell'Europa del 1266, tempo dei re crociati e del contrattacco all'espansione araba, e tuttavia il sistema connesso alla rivoluzione commerciale e industriale, in cui le aree di sbocco per le merci di massa sono divenute vitali per le sviluppo, anzi la vita, dei paesi all'avanguardia non è foriero di libertà, ma foriero di colonialismo.

Il colonialismo interno inaugurato dal sistema cavourrista fa il paio con il feudalesimo angioino e le usure toscopadane imposteci dopo la sconfitta di Benevento. Benevento e Calatafimi sono la stessa cosa. E' nei fatti la negazione della passata indipendenza. Il venticello meridionalista,  che è soffiato negli alti strati della coscienza meridionale per oltre un secolo, è risultato infecondo. La sua debolezza era l'accettazione dello Stato cavourrista, ma il movimento indipendentista e di liberazione nazionale deve impossessarsi delle ragioni critiche sollevate e trasformarle in motivo e argomento di aperta rottura.         

  Si può aggiungere che chi pretende di fare politica in questo nostro paese deve conoscere i suoi mali e le sue virtù.

L'art. 39 della Costituzione e un sindacalismo contro il Sud.

L'art. 39 della Costituzione prescrive che i sindacati si costituiscano a persona giuridica registrata. Nei fatti i sindacati italiani non hanno accettato di sottoporsi alla norma, né il parlamento ha mai legiferato in materia. Dietro la violazione costituzionale ci fu - e credo ci sia tuttora - la vocazione servile dei sindacati verso l'uno o l'altro partito politico; cosa che è superfluo dimostrare in quanto appartiene all'esperienza comune.

Storicamente  una cosa del genere non è stata - e non è - senza conseguenze per i lavoratori meridionali. Infatti,  per meglio aderire alla conflittualità politica e votocratica, tutti i sindacati - in particolare la CGIL che avrebbe dovuto rappresentare i più vasti interessi del proletariato -  si sono accodati ai settori forti del lavoro. Non a caso il vessillo più sventolato dai sindacalisti è quello dei metalmeccanici e, in detto ambito, l'operaio Fiat. Egualmente non è un caso che in Italia - unico paese nell'Europa emergente - manchi una qualunque forma di assistenza agli inoccupati storici, ai senza lavoro per nascita meridionale.  O emigranti o mafiosi, anche per i patrii sindacati.

Fatela in quel posto!,  è l'unica cosa da dire. 











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