L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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IL PROGETTO

di Nicola Zitara

Siderno, 7 Ottobre 2007

(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato RTF o PDF)

Sabato, 29 settembre u. s., stranamente la RAI tv ha mandato in onda un servizio di Alberto Angela sulla civiltà borbonica.

La Rai lo ha fatto coincidere con una trasmissione dedicata al grande Maradona, in modo che l'attenzione della maggior parte dei telespettatori napoletani fosse distolta. Per chi l'ha seguito, il servizio di Alberto Angela rappresenta una novità a dir poco rivoluzionaria. E' dal tempo della questione di chi vantava un legittimo diritto sugli zolfi siciliani - un duro confronto tra Ferdinando II e la grande potenza navale e coloniale inglese - che i Borbone di Napoli sono argomento d'invettive e di dileggio. Inutile rievocare le nefandezze fatte circolare prima da Cavour e poi da tutti i governi e da tutti gli insegnanti cosiddetti italiani su di loro, su Napoli e sui meridionali. Il profluvio di falsità ammorba l'aria. Di ciò, ciascuno di noi è consapevole a partire dal momento in cui acquista l'età della ragione e il senso morale.

Mi sono sforzato di capire il perché della svolta e chi l'ha voluta e forse imposta. Cose del genere non avvengono per caso e non accadano per una distrazione del direttore d'orchestra. Giorgio Napolitano, Bassolino, la Jervolino? Non gli serviva.

Quanto più sono esposti al ricatto, tanto più i meridionali accettano una classe politica scellerata.

La Nuova Camorra Unita? Don Raffaele è in carcere e ormai non conta niente. La stessa famiglia Angela che, nella televisione italiana ha sicuramente un posto insostituibile? Ma invano. Napoli bella, pulita, illuminata, ricca di risorse economiche e centro mondiale di cultura, epicentro della nuova musica italiana è stata rappresentata quasi onestamente. Ma non è stato per esempio detto che la regia di Caserta fu costruita con soldi che arrivavano dalla Spagna. Non meno di due milioni di ducati, cioè dieci milioni di lire-oro. Le altre omissioni, che chi è informato rileva, riguardano (uno) lo sviluppo industriale del Sud, (due) il complessivo progetto del governo duosiciliano.

Si tratta di due argomenti correlati. Dall'ascesa di Carlo III al trono di Napoli e di Sicilia (1734) fino al momento in cui gli eserciti francesi cominciano a superare le Alpi per saccheggiare l'Italia (1793), la politica borbonica venne ispirata dai Riformatori Napoletani. Per altro la cultura economica del settecento riceveva sua spinta innovativa dai Fisiocratici, i quali guardavano essenzialmente alla terra, secondo Quegnay fonte prima di ricchezza.

Nel 1750, Napoli inaugura una delle prime cattedre al mondo di economia politica. Di detta politica, gli storici in cattedra e i loro libri ci offrono una interpretazione parziale e mutilata: come di un progetto politico e sociale rivolto esclusivamente ad affermare la liberazione del mercato dalle pastoie del diritto feudale e dal peso della Chiesa, proprietaria di vastissimi domini terrieri.

Certo, questo ci fu, e fu la parte più concreta e visibile della direzione riformatrice del regno.

La Cassa Sacra, cioè l'eversione e la vendita dei grandi demani ecclesiastici in Calabria, con cui il governo di Ferdinando IV intese trovare risorse da investire, dopo il disastroso terremoto del 1783 che investì la Piana di Gioia e tutta la Calabria Ultra, lo prova.

Viene invece volutamente dimenticato l'altro aspetto di quel riformismo, in verità portato avanti senza molto clamore e destinato alla formazione della piccola proprietà coltivatrice. Comunque non tanto velato da non suscitare la formazione di due schieramenti politici: da una parte i piccoli possidenti locali, gestori elettivi dei comuni, e dall'altra i contadini nullatenenti, che però avevano un diritto d'uso sui demani feudali o comunali. I primi si appoggiarono sulle forze eversive dell'indipendenza meridionale, essenzialmente l'Inghilterra in Sicilia e la Francia nel Napoletano, raggruppate localmente in logge di tipologia massonica, ma alquanto scordinate fra loro. I contadini li chiamarono liberali, giacobini, giacchette, paglietta, domenichini; a loro volta i borghesi omologarono i contadini ai briganti che infestavano la campagna.

Quando Ferdinando II arriva ventenne sul trono, nel 1830, l'egemonia culturale dei riformatori napoletani è un ricordo ormai vecchio di cinquant'anni.

Nel mezzo ci sono la Rivoluzione francese, la Repubblica partenopea, i re francesi, Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, il saccheggio del regno, la resistenza contadina (ovviamente classificata brigantaggio), il protettorato inglese sulle Due Sicilie, e soprattutto la Rivoluzione Industriale inglese.

La terra non è più al centro dello sviluppo economico.

L'industria macchinistica ne ha preso il posto. Il giovane Ferdinando non ama gli inglesi.

Troppe umiliazioni Nelson e gli inglesi hanno fatto inghiottire a suo nonno e a suo padre.

IL PROGETTO di Ferdinando è il Sud industriale.

Industria macchinistica vuol dire armi moderne, ma vuol anche dire macchine agricole, ferrovie, piroscafi, tessuti di lana e di cotone a buon prezzo, libri, giornali, sapere diffuso. La nuova occupazione industriale e marinaresca aggira il problema delle campagne, risucchiando la sovrappopolazione contadina, E' un progetto splendido, sul quale l'Italia unita dovrà ripiegare trenta anni dopo l'unità e il totale fallimento della politica falsamente liberista di Cavour, che non stava né in cielo né in terra. Ferdinando anticipò non solo l'Italia di Crispi e di Giolitti, ma anche la Germania di Bismark, il Giappone, la Russia.

La politica industriale, la bonifica agraria, il favore verso il commercio, la chiamata nel regno di operatori stranieri comportarono una profonda rottura tra i Borbone e i redditieri di campagna. Il Sud entrò in fibrillazione, a sua difesa rimasero solo i contadini. La lunga guerra detta del brigantaggio, che comportò centinaia di migliaia di morti, ancora insepolti e senza un fiore e una lapide a loro ricordo, è l'ultimo momento dignitoso del nostro popolo.

La colonizzazione padana volle risolvere la questione contadina espropriando le terre dei demani comunali ed ecclesiastici, consegnando il loro controvalore agli speculatori genovesi, riducendo la povera gente alla fame e all'emigrazione.

Mafia, disonestà civile e politica, sottosviluppo, sovrappopolazione sono ciò che l'unità ha portato.

Il Sud fu distrutto deliberatamente da Cavour su richiesta della banca genovese e degli armatori livornesi.

Il celebrato Cavour merita ancora maledizioni e il dissacrato Ferdinando II l'altare della patria.




L'articolo è stato pubblicato sul settimanale sidernese
La Riviera, pag 2 - n. 41 del 7 Ottobre 2007
riviera zitara



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