L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Divagazioni sui Fratelli d'Italia

di Nicola Zitara

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Siderno, 11 Novembre 2003

La sciabola di Garibaldi

Sebbene io non la conosca, ci deve essere sicuramente una differenza tra la sciabola e la spada. Nel mentre ascoltavo diligentemente Alberto Angela, impegnato a presentare il suo brillante programma televisivo "Ulisse", mi sono ricordato di ciò che avevo imparato da ragazzo, al ginnasio, traducendo Giulio Cesare, e cioè che i legionari romani usavano la spada, da loro chiamata gladio (come poi l'associazione massonica che voleva liberare l'Italia dai comunisti, ma senza spade, solo con i pugnali).

La mia fondamentale disinformazione sulle armi bianche, diverse dal solito coltello da macellaio, mi ha condotto a pescare un volume di una mia vecchia enciclopedia alla voce "S", "sciabola". Una fatica non di poco, perché, prima di raggiungere il sospirato scaffale, bisogna spostare sedie, poltrone e pacchi, che, a causa del non uso, gli si sono ammonticchiati davanti. E anche una fatica inutile, perché la mia curiosità è rimasta insoddisfatta.

La sola cosa che ho imparato è che la sciabola risale a circa il 100 dopo Cristo e che da allora è impiegata principalmente dai cavalleggeri.

Conclusione: Garibaldi, la cui immagine scolpita sui piedistalli stava all'origine della ricerca, era sicuramente un cavalleggero. Infatti, dal manufatto che lo immortala a Marsala, dove impavidamente sbarcò con millesuperman, a quello che capeggia in piazza di Trieste, luogo che mai costituì, per lui, causa di vittoriose battaglie, l'eroe Garibaldi impugna immancabilmente una sciabola nella mano destra.

Il fatto ci rassicura sulla circostanza che non era mancino. Ma non su altro, lasciandomi perplesso circa l'uso che egli faceva della sciabola. La domanda è banale: chi uccise, con quella sciabola, il. nostro biondo e impavido eroe, se non altri italiani? Fossero sicul-borbonici, fossero napol-borbonici, fossero roman-papali, fossero lumbard-absburgici, sempre dei nostri erano. Anche ad ammettere che costoro diventeranno italiani a tutte lettere solo dopo le sciabolate, non vi pare che ci sia dellìautolesionismo nel glorificare una persona che ammazzò migliaia di padri e nonni di futuri italiani?



Siracusa

Per restare ad Alberto Angela e al suo programma "Ulisse" - in cui, per l'attenzione che egli dedica a Roma, si rivela un fan dei fasti imperiali come la felice memoria del Duce - bisogna correggere un suo errore. C'è ancora qualche meridionale meno disinformato che non ha molta simpatia per la Città cosiddetta Eterna, che annientò, asservì e snaturò la Magna Grecia, uomini e cose, nonché - le ben più "civili" di Roma - civiltà ellenica e mediorientale. E tali Bastian contrari certi eccessi li notano.

L'enfasi di Angela lo ha portato a sostenere che fu Roma, con il suo milione e più di abitanti, la più grande città del mondo classico. Qualche secolo prima dell'ascesa di Augusto al Principato, Siracusa contava una popolazione di parecchi milioni di abitanti. Fu una metropoli ricchissima, e non certo per merito della fiscalità imperiale, e il centro di studi fisici e matematici tuttora fondamentali, benché si preferisca non farlo sapere agli italiani. Anche Alessandria in Egitto ebbe più abitanti di Roma. E credo fu più colta.

Per un vecchio non è bello risentire strofette in voga settanta anni fa, quelle del tipo "Faccetta nera…tu sarai romana", sia che vengano dagli storici Palazzi ex papali sia che vengano dalla periferica Saxa Rubra.



I fallimenti liberali

Spiego le ragioni dell'antipatia a cui accennavo prima.

Crollata l'imbattibilità delle legioni romane, l'Italia fu sommersa non tanto dai barbari, che poi non erano così numerosi come si è portati a immaginare, ma dalla barbarie (nel senso di arretratezza). Il recupero della civiltà precedente fu l'opera di due forze diverse e, fra loro, politicamente nemiche: i Bizantini, cioè l'Impero greco-romano d'Oriente, e gli Arabi maomettani. Gli eserciti bizantini arrivarono in Italia a partire dal Sesto secolo dopo Cristo. Qui giunti, elessero Ravenna a capitale. Nel corso dei secoli successivi, sotto la pressione dei Longobardi e di altri barbari centroeuropei, dovettero ritirarsi verso la Puglia, Napoli e il Bruzio (che da allora prese il nome di Calabria).

L'Impero di Costantinopoli, che all'origine era un civiltà pienamente mercantile e redditiera come quella romana, dopo la caduta dell'Impero d'Occidente prese a regredire verso una forma di feudalesimo militare e burocratico. Tuttavia, a confronto dei barbari scesi in Italia, era ancora una civiltà giuridicamente evoluta e di tipo mercantile. I segni lasciati in Italia da Bisanzio sono ancora vitali. Il più importante fu la splendida Repubblica di Venezia, che emerse dalla nebbie della storia come testa di ponte del commercio tra l'Oriente e l'Europa barbarica.

La sovranità bizantina resistette per più di sei secoli nel Sud italiano, che tornò a parlare il greco, come mille anni prima. Certo il Sud bizantino non era più la Magna Grecia (annientata dalla "civile" Roma), cioè una civiltà economicamente dominante su tutta l'area mediterranea: era ancora una società mercantile, ma con scarsa produzione e visibilmente stazionaria a causa del fiscalismo bizantino. Non era tuttavia una società feudale nel significato franco-germanico. Pienamente mercantile - e intorno al 1000 d.C. sicuramente la formazione sociale più avanzata al mondo - era la Sicilia, tolta dagli Arabi ai Bizantini circa duecento anni prima.

Gli Arabi arrivati in Sicilia avevano assimilato da Bisanzio la cultura greca, sia dal punto di vista estetico sia dal punto di vista tecnologico. L'influenza commerciale e il sapere tecnologico degli Arabi, dalla Sicilia, si irradiarono verso Napoli, Salerno, Amalfi, Sorrento, e da qui verso Roma e l'Italia centrosettentrionale. Gli italiani imbarbariti riimpararono a leggere e a scrivere, a erigere un muro e a tessere la lana, il lino e il cotone . Il feudalesimo prese a declinare e le città a fiorire. Dal canto loro, i Papi, i quali si rendevano conto che l'area centrosettentrionale costituiva il loro miglior baluardo contro le pretese degli Imperatori germanici, intrapresero una fattiva opera di civilizzazione, chiamando da Rossano il vescovo (San) Nilo e fondando prima l'Abbazia-università di Grottaferrata e poi quella di Montecassino.

Con l'osmosi della cultura tecnologica meridionale l'economia di mercato si affermò anche nel Centronord. I residui feudali vennero cancellati e la penisola italiana andò avviandosi verso l'unità culturale. Anzi Federico II di Svevia, contemporaneamente erede dell'Impero germanico e del Regno che i Normanni, sconfitti gli Arabi, avevano fondato a Palermo, e dopo la sua prematura morte, il figlio Manfredi ("biondo era, bello e di gentile aspetto", lo canta Dante) tentarono di piegare i Papi - che difendevano il loro dominio temporale su Roma, il Lazio e le terre circostanti - e di unificare l'Italia. Ma non ce la fecero. Chiamato dal Papa scese in Italia Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia, il quale ricevette in feudo dal Papa Palermo e Napoli.

L'Angiò ribadì gli ordinamenti feudali già blandamente introdotti dai Normanni. A nulla valse la rivolta del popolo palermitano, che il giorno del Venerdì Santo del 1282 prese le armi contro i francesi. I Vespri siciliani non interruppero il lungo e penoso declino iniziato sotto i Normanni. Nella stessa fase storica entrò in crisi anche la civiltà araba, aggredita dai Crociati europei; una crisi epocale che l'arrivo dei Turchi sulle sponde del Mediterraneo acuì. I flussi positivi che l'Italia riceveva dal Vicino Oriente si esaurirono. A ciò bisogna aggiungere che la scoperta dell'America e la circumnavigazione dell'Africa, nella rotta per le Indie, inaugurarono un'epoca nuova in cui al centro del mondo tecnologicamente avanzato non furono più il Mediterraneo orientale e l'Italia. La modernità si trasferì sulle sponde del Mare Oceano, per dirla con la lingua in uso ai tempi di Cristoforo Colombo.

Geograficamente il Sud era sempre dov'era prima, ma culturalmente aveva perduto il mare, la sua individualità ed era diventato una periferia europea, anzi l'appendice terragna di un'Europa che ora viveva e prosperava sul mare, anche se si trattava del Mare Oceano. In una delle chanson de geste l'Aspromonte è il luogo remoto, ai limiti del mondo, dove Orlando, impazzito, vive la sua follia.

L'idea che il Sud italiano dovesse (e debba) inserirsi, propiziarsi e assimilare la cultura postbarbarica degli Europei nasce da tale marginalità eurocentrica. Da centro del mondo civile a periferia dell'ingorda e cruenta follia europea di dominio.

La cultura unitaria mette l'enfasi sui nomi di Tommaso Campanella, di Giordano Bruno, di Bernardino Telesio, come gli importatori in Italia del pensiero moderno. Sulla loro scia fanno capolino l'illuminismo, il liberalismo, Bernardino Tanucci, l'abate Galiani, Gaetano Filangieri. Gli stessi Borbone sono l'idea d'Europa trapiantata a Napoli, nel bel mezzo dell'acqua salata, che a detta loro chiudeva il paese napolitano e ne difendeva l'indipendenza.

La Repubblica Partenopea rappresentò la cruenta traduzione in lingua napolitana del principio liberale britannico. Il cosiddetto Risorgimento ne fu la continuazione nefasta, Benedetto Croce il sacerdote in gramaglie.

L'Europa atlantica ha piegato il Sud con il fascino dell'oro oltreoceanico, con l'idea di conquiste illimitate, di profitti favolosi per tutti, frutto della sua superiorità tecnologica. Nei fatti il pane s'è fatto parecchio più grande, ma l'uomo è diventato una merce anche quando digerisce. L'infausta e infame opera di Cavour non sarebbe stata possibile, neppure a pensarla, senza questo precedente commerciale e passionale.

Su questa base è fallita l'unità d'Italia (che è tuttora impossibile): una vuota forma giuridica, l'intonaco del palazzo. I liberali meridionali hanno fatto bancarotta prima di cominciare: nel 1799, incalzando la vecchi cultura con le baionette dell'esercito francese, e sessant'anni dopo, con le fanfare di Garibaldi e i maneggi dell'untuoso Cavour, Benzo italianizzato in Benso, e figlio di un capoguardia battezzato conte. Loro hanno fallito, e gli altri siamo rimasti una periferia d'Europa. Schiavi dell'elmo di Scipio, come al tempo di Roma caput mundi.



I garibaldini del registratore di cassa

Il fallimento dell'Italia una e indivisibile, già fatto pregresso, sarà dichiarato ufficialmente da qui a non molto. Inevitabilmente. Nelle more i figliocci di Garibaldi riscuotono il soldo della loro fedeltà. Tuoni, nevichi, impazzi la tramontana, essi riscuotono il 27 e amano la patria, una e indivisibile a fine mese. Negli altri ventinove giorni si curano della famiglia, favoriscono gli amici, incassano qualche mazzetta e glorificano Garibaldi che li ha messi a cavalcioni.

Non sempre si tratta di insegnanti, già in pensione quanto a fatica. E nemmeno di deputati glorificati dal laticlavio e dall'indennità parlamentare. E neppure di ex barbieri, elevati a infermieri, o di bancari con stipendio milanese, o di sindaci accomodati, che nella migliore delle ipotesi firmano scartoffie e trovano il modo di favorire gli amici e gli amici degli amici. O di medici di famiglia, che curano la salute del cliente soltanto per non perdere un'unità sul numero degli assistiti. O di giornalisti scarsi in sintassi, quando non anche in ortografia, i quali non intendono scompiacere il Direttore, pezzo grosso della Loggia.

Oggi, con i ricarichi di cui gode il commercio, può capitare che siano vibranti imprenditori, che vendono ciò che il Nord produce. E siccome gli affari sottopassaggiano garibaldinescamente la trincea del rischio, immaginano d'essere intelligenti e soprattutto capaci, l'avvenire del Meridione; in ogni caso persone assolutamente pulite e monde, galantuomini che mai si confonderebbero con i mafiosi.

Che altro c'è da dire, se non viva Garibaldi!


Nicola Zitara









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