L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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L'Europa che strangola

di Angelo D'Ambra

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Il sistema di valori che avviluppa la conquista piemontese del 1860 è indiscutibilmente europeo, furono infatti l’illuminismo francese e il liberalismo inglese a porre i cardini politici ed economici del neonato Stato italiano ed è proprio negli anni del Risorgimento che si fa strada nella penisola l’idea di Europa unita: il pensiero di Mazzini, quello di Gioberti, quello di Cattaneo erano europei, Garibaldi era un eroe europeo. La loro prospettiva, unitaria e federativa, dal Piemonte si estendeva al continente perché l’Italia nasceva da guerre europee e quelle stesse guerre dissolvevano una volta per tutte gli equilibri dettati dal Congresso di Vienna ed imponevano la necessità di ridefinire assetti diplomatici e relazioni politico-economiche capaci di garantire la pace all’intera Europa. Non è un caso, dunque, che il meridionalismo, che non ha pochi legami col pensiero democratico risorgimentale, quello di Nitti, di Dorso, di Fiore, di De Martino, quello di Campagna, ha sempre guardato all’Europa come ancora di salvataggio del Mezzogiorno d’Italia. Eppure proprio l’Unione Europea, favorendo la mobilità di merci, capitali e lavoratori, ha facilitato il concentrarsi della ricchezza nelle aree centrali già ricche a discapito di quelle cosiddette di periferia. Le imprese, situate nella mittle-Europe, diventano ancora più forti perché godono di maggiore potere di mercato, esse accumulano avanzi nei conti esteri, mentre le regioni periferiche registrano disavanzi sempre più ampi e difficili da controllare. Ciò dicasi in particolare per il Portogallo il cui PIL, non a caso, eguaglia quello del nostro Mezzogiorno. L’unica politica che l’Unione Europea impone a queste aree caratterizzate da un folle impoverimento è costituita da deflazione di salari e spesa pubblica, da svendita di capitali ed emigrazione. La stessa politica monetaria e bancaria ha favorito e tutt’oggi preserva le concentrazioni di ricchezza. I razionamenti al credito imposti dagli accordi di Basilea e il posizionamento medio dei tassi d’interesse al di sopra dei tassi di crescita hanno reso le imprese più piccole e periferiche molto fragili sul piano finanziario. Infatti, maggiori sono i limiti al credito e gli interessi, maggiore sarà il numero di imprese caratterizzate da una crescita di profitti insufficiente a rimborsare i debiti. Il risultato complessivo di questi processi è che i divari nei profitti netti tra le zone forti e le zone deboli del continente si accentuano. Gli accordi di Basilea sin dal 1988 hanno dato alle banche la facoltà di incidere sulle decisioni imprenditoriali per controllore la qualità dell’impresa, in tal modo hanno rafforzato l’intreccio tra alta finanza e grande capitale mittle-europeo a scapito del mondo imprenditoriale delle periferie, giacché è l’area centro-europea ad ospitare tanto i gruppi imprenditoriali più solidi quanto i gruppi bancari più potenti. Certo più accurate sono le analisi e le informazioni che una banca può ottenere rispetto ad un’impresa e meno la banca rischierà che l’impresa non restituisca i soldi che le sono stati prestati, così meno la banca rischia, meno denaro accantona (requisito minimo) e meno ne deve ricaricare sui clienti, risultando, quindi, più competitiva di una che non abbia effettuato analisi così specifiche, ma senza opportunità di credito l’imprenditoria è strozzata con conseguenze disastrose sul tessuto produttivo dei paesi. Lungi dal rappresentare una crisi locale, quella di Grecia, Portogallo ed Irlanda, è una crisi strutturale che evidenzia le distorsioni insite nel mercato e nella politica economica europea. Vale la pena ricordare che fino a qualche mese fa, nel dibattito sulla fiscalità di vantaggio come leva per la ripresa economica del Sud, si faceva riferimento proprio al sistema fiscale irlandese oggi sul tavolo degli accusati! E pensare che l'Irlanda ha già ottenuto 85 miliardi di euro in un pacchetto d’aiuti concesso nel novembre del 2010 e non è riuscita a superare il deficit che nel 2012 raggiungerà la vetta del’118% del prodotto interno lordo.  I numeri sono impietosi: se la Grecia ha un debito di circa 350 miliardi di euro equivalente al 160% del Pil e il Portogallo un debito pubblico di 126 miliardi di euro pari l’88% del Pil, in Italia il debito è pari al 120% del Pil. La crisi economica, estesasi  anche a Cipro, ha costretto l’Eurozona ad aumentare la distribuzione di bot e a cambiare i tassi di interesse. Dare liquidità agli Stati insolventi non fa che peggiorare le cose ed è per questo che, secondo Yanis Varoufakis, professore di economia politica all'Università di Atene, ex docente a Cambridge e a Sidney, la Grecia vorrebbe addirittura uscire dall'euro. Crea sgomento la proposta di Sarkozy e della Merckel; crea sgomento chi invoca per questa Unione Europea di banchieri e burocrati maggiore potere di stabilire regole vincolanti e sanzioni, figuriamoci cosa potrebbe accadere! Intanto, i giornali zittiscono una prossima probabile crisi politica, infatti, proprio l’isola di Cipro, travolta dalla crisi, assumerà la presidenza dell’UE nei prossimi mesi, mesi decisivi per superare la crisi, ma anche per risolvere la questione dell’entrata della Turchia. Si tace che Cipro è di fatto divisa in due parti, l'area sotto il controllo effettivo della Repubblica di Cipro, e l’area sotto il controllo della Repubblica Turca di Cipro del Nord. Solo la prima Repubblica è di fatti in Europa e solo lì circola l’euro e non è riconosciuta dalla Turchia. L’entrata della Turchia non è stata sospesa per il mancato riconoscimento del genocidio armeno o per l’esistenza in quel paese di una maggioranza musulmana: il problema è che la Turchia non intende riconoscere la Repubblica di Cipro. Un’Europa in via di sgretolamento o forse un’Europa che non riesce più a tenere i cocci di un sistema capitalistico continentale già prima precipitato, staremo a vedere cosa si inventeranno Germania e Francia.








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