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Due Sicilie
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Marx, List e Zitara

di Angelo D'Ambra

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4 gennaio 2013
Il marxismo critico

Durante la Giornata di studi del 2011 è stato definito “critico” il marxismo di Zitara 1 e tale criticità pensiamo sia l’aspetto sostanziale di una teoria della prassi che nasce da un punto d’osservazione diverso da quello rappresentato dalle metropoli industrializzate degli anni Settanta. La desertificata Calabria da cui Zitara esaminava la società non poteva che lasciar percepire in primo luogo il capitalismo come grande sistema di produzione e diffusione di merci. Zitara non poteva quindi essere un operaista che esaurisce il capitalismo nel triangolo relazionale fabbrica-operaio-sfruttamento, Zitara viveva nella periferia del sistema, quella “tenuta in orbita dalla forza centrifuga dell’esportazione di capitale dal centro e dalla forza centripeta del trasferimento del super plusvalore verso il centro” 2 . Non è dunque in questo aspetto che il marxismo di Zitara è critico; nell’incipit del Capitale del resto Marx afferma che “la ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane raccolta di merci e la singola merce si presenta come sua forma elementare” 3 e Zitara gli fa eco riproponendoci immediatamente l’uno che diventa due: “Le merci capitalistiche - messi in linea i cannoni a lunga gittata dei loro bassi prezzi – hanno abbattuto ogni frontiera. Dove non hanno liberato i popoli dal bisogno, li hanno asserviti al profitto capitalistico, generando, con la disoccupazione, il proletariato esterno” 4 .

La sostanziale rottura che Zitara opera col pensiero marxista concerne invece lo sbocco da dare alla lotta di classe nella periferia, tale sbocco non è l’alleanza operai-contadini per la dittatura proletaria, ma la lotta anticoloniale ed il protezionismo. Diremmo che il protezionismo è la sola rottura di Zitara rispetto all’intera intelaiatura marxista se ciò non avesse notevoli implicazioni strutturali sull’idea stessa di socialismo che Zitara propugna.

E’ noto il giudizio che Marx diede dell’opera di List quale teoria borghese e nazionalista 5 : i protezionisti tedeschi non chiedevano dazi protettivi per la piccola industria tessile o artigiana, li chiedevano per sostituire il lavoro manuale con le macchine, volevano “estendere il dominio della borghesia e in particolare dei grandi capitalisti industriali” 6 . Marx partiva dalla premessa che la concorrenza riduce il prezzo d’ogni merce dunque anche della forza lavoro, in quest’ottica dirà che il libero scambio “spinge all’estremo l’antagonismo fra la borghesia e il proletariato… è solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio” 7 . Del sistema protezionista scriveva: “non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal momento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio” 8 . Il protezionismo forniva al capitale nazionale le armi per poter sfidare il capitale estero, i dazi protettivi per la borghesia sono “armi contro il feudalesimo e contro il governo assoluto, è questo un suo mezzo di concentrare le proprie forze per realizzare il libero scambio all’interno dello stesso paese” 9 .

Promotore dello Zollverein, il mercato comune che preparò l’unificazione della Germania, List suggeriva invece l’abolizione dei dazi fra paesi che hanno “un livello pressappoco uguale di industria, di civiltà politica e di potenza”, altrimenti, “nelle condizioni attuali (di disparità), un libero commercio globale non porterebbe ad una libera repubblica universale ma, al contrario, alla soggezione universale delle nazioni meno avanzate sotto la potenza predominante”.

Protezione delle frontiere e libero scambio

Per List lo stato deve programmare lo sviluppo delle forze produttive della nazione e Zitara non nasconde parole di apprezzamento: “In Germania, l'economista Friedrich List, con articoli e saggi, già a partire dal 1820 mette in guardia non solo i suoi connazionali, ma tutti i cultori della materia e i politici circa la minaccia incombente, contro la quale, egli afferma, c'è una solo difesa, la protezione alle frontiere. Ora, è difficile capire perché le idee di List non suonino come offensive per chiunque si occupi di storia economica, mentre le aureolate teste dei nostrani storici considerano il protezionismo borbonico una delle cause della cosiddetta questione meridionale” 10 . Questo è il punto nodale della differenza tra Smith e List, il primo conferì al capitale una capacità produttiva intrinseca (e dunque enfatizzò il commercio internazionale), mentre il secondo considerò il lavoro come forza produttiva primaria (ed erse a motore di sviluppo lo Stato): “La scuola [liberista] ha adottato come sua espressione favorita il detto “laissez faire, laissez passer”, un’espressione che suona gradita ai predoni, ai truffatori e ai ladri non meno che ai mercanti. Questa perversione, di abbandonare gli interessi dell’industria e dell’agricoltura alle esigenze del commercio, senza alcun limite, è la conseguenza naturale di questa teoria, che tiene conto puramente dei valori presenti, e non delle capacità di produrli, e considera il mondo come nient’altro che come una indivisibile repubblica di mercanti. La scuola non comprende che il mercante può conseguire il suo scopo (ossia il guadagno di valori di scambio) a spese dell’agricoltura e del fabbricante, a spese delle capacità produttive della nazione e della sua stessa indipendenza” 11 . List afferma che il vantaggio inglese nella produzione dei filati di cotone non è naturale, ma dovuto ad una precedente crescita industriale avvenuta al riparo delle barriere doganali e dunque il libero scambio impugnato dai teorici inglesi non rivelava ora che l’interesse a conservare inalterata la condizione di egemonia britannica. “A detta di Ricardo, ogni paese dovrebbe specializzarsi nelle produzioni che realizza a costi minori e il resto comprarlo all'estero. Per esempio il Portogallo dei suoi tempi non avrebbe dovuto produrre altro che vino e l'Inghilterra solo manufatti di lana. I due paesi, scambiando tra loro, avrebbero ottenuto un vantaggio superiore a quello che ottenevano producendo entrambi sia il vino sia le stoffe di lana. List gli oppose che una incontrollata libertà delle frontiere avrebbe fatto abortire sul nascere l'industria nazionale nei paesi in ritardo. Né allora né poi, in Germania o altrove, qualcuno si sarebbe messo a fabbricare acciaio finché la gente avesse trovato sul libero mercato quello venduto a un prezzo concorrenziale dagli industriali inglesi. Perché i tedeschi imparassero a fabbricare acciaio a prezzi concorrenziali sarebbe stato necessario accordare loro una protezione iniziale, consistente in un dazio all'entrata che rialzasse il prezzo di quello proveniente dall'Inghilterra. Solo tale misura avrebbe garantito ai fabbricanti locali la prospettiva di un guadagno sull'acciaio che si fossero messi a produrre. Sicuramente i consumatori tedeschi avrebbero pagato più caro l'acciaio, ma lo scotto era inevitabile, se si voleva salvare la Germania dalla disoccupazione. Questi due economisti, diversamente da tanti altri, non appartengono a quell'Arcadia di intellettuali di cui si occupano soltanto gli istruiti nel chiuso delle biblioteche e gli studenti nelle loro tesi di laurea, ma sono stati e sono tuttora grandemente influenti sulla politica economica delle nazioni. Anzi, a volerne guardare le idee in una prospettiva storicistica, essi furono la compiuta espressione dei diversi e contrapposti interessi dell'Inghilterra e della Germania del loro tempo”, scrive Zitara 12 .

List e la rivoluzione americana

La conferma alle sue teorie, List la troverà nella Germania di Bismarck, ma anche negli USA capaci di bruciare le tappe del divario con l’Inghilterra 13 . Interessante è quel che List scrive sulle cause della rivoluzione americana, interessante per le analogie che vi rileviamo coi fondamenti del separatismo zitariano: “Le colonie dell’America del Nord furono tenute dalla metropoli, sotto il profilo delle arti industriali, in un completo asservimento, in quanto Londra, oltre la fabbricazione domestica e i mestieri abituali, non vi tollerava nessuno spazio per le fabbriche. Nel 1750, una fabbrica di cappelli stabilita nel Massachusetts provocò l'attenzione e la gelosia del Parlamento, che dichiarò tutte le fabbriche coloniali pregiudizievoli al paese [sorgenti inquinanti comuni], senza eccettuare le fucine, in una contrada che possedeva in abbondanza tutti gli elementi per la fabbricazione del ferro. […] Il monopolio dell'industria manifatturiera per la madre patria è una delle principali cause della rivoluzione americana; la tassa sul tè non fece che provocare l'esplosione” 14 .

La rivoluzione separatista

In effetti la rivoluzione separatista assume l’obbiettivo di organizzare lo sviluppo delle forze produttive del Meridione ora destinate a braccia di riserva del capitalismo padano: “Tutto quello che il Sud è riuscito a costruire, fondandolo essenzialmente sul sudore della povera gente, perché i capitali, persino ingenti, di cui i meridionali disponevano erano volati tutti al Nord proprio nel momento in cui più servivano, si ferma al 1880. Siamo rimasti bloccati a 120 anni fa. Non essendo una nazione-Stato, il Sud non può proteggersi dall'invasione delle merci bossiniche e comunitarie. Deve subire le regole del libero mercato e far marcire le sue arance sugli alberi; deve non proteggere i suoi contadini, i suoi pastori, i suoi operai e farsi additare come mafioso; tutt'al più può aspettarsi che qualcuno a Bruxelles approvi un avanzato progetto per lo sfruttamento delle acque provenienti dalle sacche lacrimali. Purtroppo, noi non siamo ancora arrivati alla Germania del 1830, a favore della quale Friederich List voleva il protezionismo industriale. E per la verità non siamo neppure arrivati al 1613; al pensiero nazionale di Antonio Serra e alla sua idea di produrre per vendere, e di vendere solo per comprare” 15 .

Pensiamo sia questo il filo conduttore del pensiero politico di Zitara, nonché il nocciolo di un testo da continuare a leggere: Tutta l’égalité.

La sintesi zitariana della trattazione marxista parte dalla metà del XVI secolo quando si afferma nel modo di produzione capitalistico la manifattura. Il produttore lavorava su commissione e scambiava il suo prodotto con derrate agricole. Successivamente i manufatti iniziarono ad essere prodotti in serie, indipendentemente dalle commissioni, per essere venduti al mercato. Il prodotto manifatturiero era diventato merce, non più valore d’uso ma valore di scambio. Si passò così ai laboratori dove una pluralità di figure artigianali lavoravano sotto la direzione di un unico capitalista ed infine si pervenne alla scissione dell’attività con compiti assai limitati per ogni artigiano che smetteva così di occuparsi della realizzazione dell’intero manufatto. L’intensificarsi di questo processo di divisione sociale del lavoro assunse forme che condussero alla subordinazione dell’individuo, in quanto portatore del tutto isolato di funzioni, alla rigorosa disciplina proveniente da un datore di lavoro e la rivoluzione industriale sospinse fino alle estreme conseguenze questa tendenza con l’introduzione diffusa delle macchine: se nella manifattura l’articolazione del lavoro era combinazione di lavori parziali, ora l’industria espropriava l’individuo delle sue particolari competenze o qualità fisiche e affidava tutto alla macchina.

La merce soddisfa i bisogni umani e questa utilità fa di essa un valore d’uso. Il valore di scambio è il rapporto tra quantità di valori d’uso di specie diversa. Scambiando dei prodotti, gli uomini stabiliscono rapporti di equivalenza tra i più disparati valori di uso. Ciò che accomuna tutti i valori d’uso è il lavoro umano. La grandezza del valore è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario alla produzione della merce (ovvero d’un valore d’uso).

La produzione per la produzione imponeva la subordinazione quale elemento centrale del rapporto di lavoro: l’individuo non era più, come nel contesto manifatturiero primitivo, padrone di sé, della sua tecnica e del suo prodotto. Ora anche l’individuo diveniva merce. Il capitalista che aveva comprato la merce forza-lavoro sul mercato ne faceva uso a suo piacimento nelle sue fabbriche per produrre un certo prodotto, ma con una sensibile differenza: la forza lavoro è l’unica merce in grado di produrre plusvalore, dunque il valore del prodotto da essa realizzato è maggiore del valore della forza-lavoro stessa. Essa è espropriata: solo una parte del lavoro di una giornata è necessaria per pagargli quanto lavorato 16 .

Questo è il meccanismo che Zitara intende frenare: “ciascuno sia proprietario del proprio prodotto, nessuno può essere il proprietario del lavoro altrui” 17 . L’abolizione del lavoro dipendente, del diritto di estrarre plusvalore dal lavoro altrui, il divieto di vendere e comprare tempo di lavoro, la cooperazione, il mercato tra produttori uguali: questo è il socialismo di Zitara 18 . “La nostra ambizione è palese: all’interno, riproviamo con l’autogestione di mercato e, all’esterno, con il protezionismo funzionale. Se vinceremo nell’Italia megaellenica, all’umanità sottosviluppata sarà offerto un modello, un esempio, su cui riflettere” 19 .

Protezionismo per difendere la produzione

Protezionismo per difendere la produzione ed il lavoro dunque: “Le immani distruzioni provocate dal libero mercato internazionale nei paesi in ritardo storico, l’impossibilità teorica e pratica di una leale concorrenza tra paesi a diverso grado di sviluppo, contemporaneamente alle esperienze positive fatte dalla Germania, dagli Stati Uniti d’America, dal Giappone e da numerosi altri paesi, che poterono crearsi un apparato industriale nazionale solo difendendo il mercato interno dalla “liberalissima” penetrazione delle merci inglesi, ci inducono a immaginare che i paesi deboli debbano adottare, a difesa dei propri surplus e dell’occupazione, un vigile bilanciamento delle frontiere. Lo stesso dicasi per le regioni che, pur inserite in un contesto nazionale sviluppato, restano in forte ritardo storico, come il caso del Sud italiano. Il surplus di tali regioni e paesi è drenato attraverso i naturali meccanismi di mercato. Gli stessi meccanismi di mercato uccidono sul nascere qualsiasi tentativo concorrenziale che parta dall’area in ritardo storico. Ciò mentre la disoccupazione impazza. In tali casi l’uscita dal mercato nazionale appare un’esigenza elementare”20 .

Zitara immagina un società legata alla programmazione agraria e a consigli provinciali dell’industria e del commercio eletti dai lavoratori stessi in cui la proprietà privata è riconosciuta. Nel primo capitolo dell’inedito “Linee d’orientamento in relazione alla Costituzione dello Stato meridionale” redatto nel 2000 leggiamo al punto 1. 3: “La piena occupazione verrà realizzata attraverso il controllo del commercio estero. L’ingresso di merci straniere sarà contingentato. Occorrerà risuscitare tutte le produzioni agricole e manifatturiere cosiddette mature, attualmente non operative a causa dell’invasione straniera del mercato meridionale. Basterà quest’atto di liberazione per promuovere la rinascita di milioni di occupazioni”. Lo stesso scritto illustra un sistema in cui la terra è di proprietà collettiva 21 ed il lavoro subordinato è superato da forme di collaborazione in imprese autogestite 22 . “Pensiamo – scrive Zitara – che in un sistema socialista lo scambio di equivalenti, il mercato, anziché soppresso, debba essere esaltato. D’alta parte la stessa analisi marxiana – scientifica, e scientificamente brillante a proposito delle merci e del mercato – pare invece compiere un salto logico quando – dimentica delle sue fondamentali scoperte antropologiche – approda all’idea comunista, cioè a un modello economico dove il lavoro e la produzione non sono coordinati dal valore del lavoro e su questo incardinati”23 . Considerato che il processo di formazione del valore è un tutt’uno con quello della formazione delle classi, tolto il plusvalore e lasciato solo il valore si stabilisce tutta l’egalitè: “Se la base giuridica della società civile saranno i lavoratori autonomi e le cooperative di lavoro, la funzione fiscale dello Stato si affievolirà. L’attività di governo si ridurrà al controllo giudiziario e amministrativo sulle relazioni di lavoro e sulla proprietà. Contemporaneamente si esalterà la funzione intellettuale degli organi rappresentativi, in relazione al compito di guidare l’azienda-nazione. In questo sistema, lo spazio della solidarietà socialista dovrebbe essere riservato a enti vicini allo Stato, ma autonomi”24 .


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1 L. Terzi, Nicola Zitara: dal socialismo al separatismo rivoluzionario, relazione alla I Giornata di Studi su Nicola Zitara, Nola, 19 aprile 2010.

2 AA. VV. La disoccupazione su scala mondiale, Milano 1985, p. 10.

3 K. Marx, Il capitale, p. 67

4 N. Zitara, Tutta l’ègalitè, Rivista Elettronica Fora!, p. 2

5 K. Marx, A proposito del libro di Friederich List “Das nationale system der politischen Okonomie”, 1845 in K. Marx e F. Engels, Opere complete, Roma 1972, vol. IV, pp. 584-614. Abbozzo di un libro mai ultimato, il testo in questione attacca l'idea di nazionalità di List opposta al cosmopolitismo di Smith e Ricardo e l'apologia delle forze produttive.

6 K. Marx, I protezionisti, i liberoscambisti e la classe lavoratrice, 1848 in K. Marx e F. Engels, Opere complete, Roma 1973, vol. VI, pp. 296-298. Marx rivolge la sua critica anche al protezionismo di Von Gulich che proponeva la proibizione dell’importazione di manufatti stranieri, dazi elevati per le materi prime provenienti dall’estero e per i prodotti coloniali, forte tasse sulle macchine di produzione per proteggere il lavoro manuale. Gulich sacrificava il progresso industriale in nome del lavoro, List il lavoro in nome del progresso.

7 K. Marx, Discorso sulla questione del libero scambio, 1848 in K. Marx e F. Engels, Opere complete, Roma 1973, vol. VI, pp. 469-482. Viceversa List accusava la scuola liberale di illudersi nell’esistenza di un'armonia universale delle nazioni senza comprenderne gli interessi divergenti.

8 Ibidem. “Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che frenano ancora la marcia del capitale non avrete fatto che dare via libera alla sua attività”

9 Ibidem. In quegli anni Marx ed Engels stavano lavorando a L'ideologia tedesca, avrebbero ciò affermato che “le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio”. Alla luce di ciò Marx trovava nel protezionismo di List, la concezione politica della borghesia tedesca.

10 N. Zitara, Il protezionismo borbonico, Rivista Elettronica Fora!, Siderno, 14 Luglio 2004. Affermazioni riprese in L’invenzione del Mezzogiorno pp. 240 e 256.

11 Citato in G. Gabellini, L’attualità di Frederich List, Rivista Eurasia, 24 agosto, 2011. Nello stesso articolo leggiamo di List: “Asia, Africa e Australia saranno ‘civilizzate’ dall’Inghilterra, e coperte di Stati modellati sul modello economico anglosassone. Le nazioni dell’Europa continentale perderanno importanza e produttività. Nel mondo modellato dal liberismo britannico, il compito della Francia, come di Spagna e Portogallo, sarà di fornire il mercato britannico dei vini migliori, e di bersi essa stessa quelli scadenti. La Germania avrà da offrire al mercato inglese poco più che giocattoli, orologi a cucù e scritti di filologia, e talora anche corpi di mercenari, che saranno mandati a sacrificarsi nei deserti d’Asia e d’Africa per espandere la supremazia commerciale e industriale, linguistica e letteraria inglese“.

12 N. Zitara, Il separatismo come rivoluzione sociale e industriale, Rivista Indipendenza, n° 7 (Nuova Serie), Settembre/ Dicembre 1999

13 Al riguardo però segnaliamo il ruolo determinante dello schiavismo nel tenere bassi i costi di produzione.

14 Citato in P. Bonnefoy, L'autentico Sistema americano di economia politica contro il libero scambio, Rivista Fusion n. 97, settembre - ottobre 2003. L’autore scrive: “E’ interessante notare a questo proposito che il Sistema americano pone un paradosso che il marxismo non ha mai potuto risolvere. Marx ha costantemente difeso l’Inghilterra e la scuola del libero-scambio come fossero la forma più avanzata di capitalismo e di società civile, contro List e il Sistema americano. Rifiutando di comprendere la superiorità dei processi creativi mentali dell’individuo su tutte le nozioni fisse di ricchezza, Marx considerava che il sistema britannico era superiore al sistema americano. Non è indifferente notare che Marx ha sviluppato il suo sistema in Inghilterra, ciò che dimostra come l’Impero ha sempre saputo scegliere nel suo seno una opposizione fittizia al fine di impedire una vera opposizione alla circolazione delle sue idee. Le idee di Marx non hanno atteso la caduta della cortina di ferro per mostrare i propri limiti: Marx pensava che la “rivoluzione proletaria” sarebbe cominciata in una potenza industriale come l’Inghilterra o la Germania, ma certamente non in Russia o in Cina. Egli non aveva previsto che gli Stati Uniti avrebbero sorpassato presto l’Inghilterra come potenza”.

15 N. Zitara, Il separatismo come….

16 “Se fosse permesso all’uomo di vendere la sua forza lavoro per un tempo illimitato, la schiavitù sarebbe di colpo ristabilita”, queste note parole di Marx - tratte da “Salario, prezzo e profitto” - rivelano che il carattere di dipendenza e subordinazione, generato da un rapporto di lavoro, ruota attorno al fattore tempo. L’obbligo d’obbedienza per un tempo lavorativo limitato definisce cioè un rapporto sociale (e non uno vero e proprio scambio tra merci) in cui la sottomissione diventa reale (sottomissione che invece manca in nello scambio tra merci). Il lavoro è dunque uno strumento di produzione usato dal capitalista a suo comando e la paga è ciò che riceve in cambio della sua alienazione. In realtà dal processo produttivo scaturiscono pluslavoro e plusvalore cioè, se una parte del tempo di lavoro soddisfa effettivamente i costi della forza lavoro, l’altra parte, invece, è un di più che, non retribuito al lavoratore, si va a configurare come profitto per il datore.

17 N. Zitara, Tutta l'Egalitè, p. 130

18 “La proprietà dei beni prodotti e riproducibili, delle macchine, degli attrezzi, del danaro e del capitale liquido è fondamentale. Appartiene invece a una concezione illiberale la proprietà della terra, delle acque e dell’aria, che si configura quasi sempre come monopolio. L’acquisto e la vendita del tempo di lavoro altrui è una violenza alla natura intelligente dell’uomo, alla dignità di una specie che, si afferma, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Un atto non tanto lontano dalla riduzione in schiavitù” in N. Zitara, Editoriale, Rivista Elettronica Fora, Siderno, 28 Febbraio 2000.

19 N. Zitara, Tutta l'Egalitè, p. 3

20 N. Zitara, Tutta l'Egalitè, p. 143-4

21 Al punto 1. 10: “I terreni agricoli saranno di proprietà dei singoli comuni, i quali li concederanno in colonia perpetua agli agricoltori, con preferenza per gli ex proprietari. Le norme in materia di società di persone saranno applicate anche alle aziende agricole. In ogni comune o in ogni zona, l'ente locale promuoverà la nascita di aziende che compiano lavori per conto terzi. Queste aziende non potranno condurre poderi propri. Le aziende appoderate ricorreranno alle società di lavoro per conto terzi per i lavori stagionali”. Zitara (come del resto Lenin) distingue la limitazione della terra come oggetto della produzione e la limitazione della terra come oggetto del diritto di proprietà; il suo obbiettivo è evitare la concentrazione della terra che genera la rendita parassitaria.

22 Al punto 1. 4 si legge: “Il lavoro dipendente sarà vietato, e di conseguenza sarà abolita ogni forma di lavoro salariato. A tutti i livelli della produzione, i produttori si organizzeranno in aziende individuali e in società di persone o in nome collettivo. I soci parteciperanno agli utili e alle perdite, come nel diritto civile. Gli utili saranno ripartiti annualmente. L'azienda potrà anticipare al singolo socio frazioni degli sperati profitti”.

23 N. Zitara, Tutta l'Egalitè, p. 107

24 N. Zitara, Tutta l'Egalitè, p. 154







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