L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


    Anno 2013 Anno 2012 Anno 2011 Anno 2010

Mezzogiorno postcoloniale

Carmine Conelli

relazione presentata a Nola alla III Giornata di Studi su Zitara

[pubblicata sul sito il 15 maggio 2013 perchè pervenuta in ritardo]



(se vuoi, scarica l'articolo in formato ODT o PDF)

Al fine di presentare al meglio quest'intervento e per sgombrare il campo da eventuali fraintendimenti, è necessaria una premessa. Intervengo infatti non in quanto meridionalista (al contrario ritengo che il meridionalismo abbia costituito nel corso del tempo uno dei mali assoluti del Sud), ma in quanto appassionato di studi postcoloniali e subalterni. Brevemente, quello del postcolonialismo è un filone di studi la cui nascita si può datare a partire dagli anni ‘60, dalla contaminazione con altre teorie critiche. Attraverso gli studi postcoloniali, possiamo analizzare la colonialità costitutiva del potere capitalistico (Quijano 2002), in cui gli interessi del capitalismo coloniale e i discorsi sulla razza risultano decisamente intersecati. I Subaltern Studies sono invece un collettivo di studi storici indiani, sviluppatosi a partire dagli anni ’80 con il tentativo di offrire una storiografia alternativa a quella di matrice coloniale e nazionalista che avevano da sempre rappresentato la storia contemporanea indiana. Nel nome e nell’impostazione teorica del collettivo è chiaro l’omaggio a Gramsci: non il Gramsci dell’alleanza tra contadini del Sud e proletari del Nord, la cui interpretazione falsata ha fatto le fortune del doppiogiochismo del PCI togliattano nel Meridione, ma il Gramsci che nei suoi Quaderni del carcere (1975) ha portato all'attenzione del pubblico categorie innovative quali quelle di “egemonia”, “subalternità”, “rivoluzione passiva”, “società civile e politica”. Quella che risulta dai Subaltern Studies è un’interpretazione delle teorie gramsciane tanto originale quanto anomala: seppur gli studiosi indiani abbiano fatto proprio l'invito di Gramsci allo storico integrale di ricercare "ogni traccia di iniziativa autonoma da parte dei subalterni", scompare dalle teorie del gruppo di studi quella fiducia storicistica [1] che comunque pervade gli scritti dell’intellettuale sardo (Capuzzo 2008).

A fronte di una storiografia tradizionale che ha costruito il Mezzogiorno come il polo della mancanza e dell'inadeguatezza rispetto a un Settentrione il cui sviluppo è da imitare, vorrei tentare di offrire una narrazione alternativa alla storia del Mezzogiorno, alla luce della reinscrizione al caso meridionale di teorie che autori postcoloniali e subalterni hanno formulato a proposito di altri contesti. Si tratta in particolare di effettuare due operazioni specifiche: la prima consiste nello svelare i modi con cui il Mezzogiorno e i meridionali, con un atto di violenza epistemica, sono stati rappresentati come “altro”, vero e proprio “rovescio” della nascente nazione italiana (Conelli 2013). Il mio intento è quello di considerare il discorso sul Sud Italia come il discorso coloniale che Edward Said, nel suo celebre Orientalism (1978) ha mostrato a proposito dei rapporti tra potere e sapere che l’Occidente ha prodotto dell’Oriente al fine di giustificare la sua colonizzazione. La produzione di un discorso coloniale sul Mezzogiorno, inferiorizzandone le sue popolazioni, ha spianato la strada alla colonizzazione italiana nel Meridione: la seconda operazione che intendo effettuare richiede di prendere in considerazione l’annessione del Mezzogiorno all’Italia come l’evento chiave che ha permesso al capitale settentrionale di realizzare la propria accumulazione originaria al Sud.

A partire da quanto sostenuto da Said in Orientalismo, assegnerò enorme importanza alla produzione di un certo tipo di rappresentazioni su una popolazione, al fine di egemonizzarla. Il Sud è stato costruito come “altro”, all’insegna di un discorso coloniale storicistico, in cui il Nord incarna le idee di progresso e civilizzazione europea e il Sud, il suo opposto, l’estrema arretratezza e la barbarie. Già dai report di viaggiatori e politici europei del periodo a cavallo tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo è possibile individuare come il Sud divenne oggetto di conoscenza e generò nuove forme di interesse tra le élites europee: circolava già allora l’idea che il Mezzogiorno fosse un “paradiso abitato da diavoli" (Croce 2006). In quel frangente, in particolare, la città di Napoli affrontò decise trasformazioni dettate da un considerevole aumento demografico e contemporaneamente le nuove inclinazioni borghesi verso l’ordine e la pulizia si riflessero in sdegnate reazioni di visitatori stranieri al caos, al clamore e al “sudiciume” che offriva la città. L’idea del “paradiso abitato da diavoli” ritorna in questo periodo nel marchese de Sade, che vede “il più bel paese dell’universo abitato dalle specie più degradate”; o in Renan, che ammirando i naturali “prodigi” di Napoli, aggettiva i napoletani senza mezzi termini come “bruti”, una forma inferiore di umanità, disgustosa, degradata e vile (Moe 2002). Nell'evoluzione di questo discorso, un vero e proprio punto di svolta arriva con i moti del 1848 e il conseguente esilio dei liberali protagonisti delle ribellioni contro il governo borbonico. Gli esuli, accolti in Piemonte o Inghilterra, articolarono il discorso antimeridionale su due fronti: l’inefficienza dell’apparato del governo borbonico e la persistenza di tradizioni ancestrali che rendevano le classi subalterne meridionali impermeabili alla modernità. La propaganda antiborbonica interagì con gli stereotipi sulla società meridionale che avevano presa forma nella cultura italiana ed europea nel secolo precedente, integrandosi con l’archivio di informazioni costituitosi con l’esperienza coloniale europea. Già un decennio prima dell’unificazione, nelle parole di lord Gladstone, esponente del governo inglese, i Borboni erano la “negazione di Dio eretta a sistema di governo”. Il regime borbonico veniva attaccato in quanto deviava dalla strada maestra della civilizzazione europea; in questa costante stigmatizzazione ad opera dell’Europa occidentale, i Borboni erano indicati come non-europei e quindi come non-contemporanei. L’esule Massari, esemplificando questa visione, utilizzò ancora una volta la formula del “paradiso abitato da diavoli” riadattandola per l’occasione, asserendo che il Mezzogiorno fosse un “paradiso governato da diavoli”, e ribadendo così la polemica antiborbonica. Dall’altro lato il Sud era raffigurato come un serbatoio di costumi e tradizioni che la nazione “modernizzante” stava gradualmente eliminando. William Nassau Senior, economista al servizio del governo inglese, definisce via Toledo, strada principale di Napoli, come “il luogo più odioso che abbia mai avuto la disgrazia di attraversare”.

Inoltre, affinché l’Italia meridionale potesse raggiungere lo stesso livello di civiltà del Settentrione e dell’Europa occidentale, le cui virtù erano fondate sulla democrazia, cittadinanza e giustizia sociale, la razionalità doveva prevalere sulle superstizioni e le irrazionalità dei suoi cittadini. L’identificazione dell’irrazionalità e della superstizione con l’arretratezza è senza dubbio un altro aspetto del pensiero storicistico che ha costruito il Mezzogiorno. Le stregonerie, le magie e altri riti non spiegabili razionalmente venivano bollati come arcaici, anacronistici e pre-moderni. I contadini meridionali e le loro pratiche venivano così letteralmente trasferiti in un tempo altro da quello della modernità.

In generale, il discorso antiborbonico aiutò a cristallizzare l’idea che il Mezzogiorno dovesse essere liberato, rigenerato e civilizzato dall’esterno. Per i piemontesi, conclusasi felicemente la spedizione dei Mille con l’annessione alle province meridionali, il problema pressante non era solo come governare il Mezzogiorno, ma che senso dare di esso; e questo senso, insieme di interpretazioni, descrizioni e rappresentazioni serviva al quadro in cui dovevano essere prese le decisioni per governare e controllare l’Italia meridionale. I corrispondenti del neonato governo italiano al Sud, in particolare, ebbero un ruolo importantissimo nel connotare negativamente il Sud della penisola, di cui ben poco si conosceva. Luigi Carlo Farini, ad esempio, ribadisce nella sua corrispondenza con Cavour il proprio disgusto verso “l’alterità” meridionale. Se le regioni settentrionali, con l’Italia unita si avvicinano sempre più all’idea di progresso europeo, non resta che utilizzare come polo negativo della descrizioni dei territori appena conquistati, l’alter dell’Europa, l’Africa: “Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro! Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini a riscontro di questi caffoni, son fior di virtù civile!”.

Il brigantaggio, vera e propria resistenza all'invasore piemontese da parte dei contadini meridionali, svuotato dalla storiografia liberale e da buona parte di quella marxista [2] del proprio significato politico, fornì la definitiva conferma di un'arretratezza "congenita" meridionale, che rifiutava in blocco il progresso e la civiltà offerti dal neonato governo italiano per il tramite del suo esercito, impegnato con più di centomila uomini nella repressione delle ribellioni contadine.

Alla luce di quanto detto finora, possiamo dunque affermare che già nel 1860-61 l’Italia partecipa all’impresa coloniale europea, conquistando il Sud della penisola e raffigurando il meridionale con le rappresentazioni tipiche del registro coloniale globale (Conelli 2013). A questa “condanna senza diritto di replica” contribuiranno, nel corso della storia unitaria del Mezzogiorno, il discorso sulla razza tipico dell’antropologia positivista italiana, che aveva in Lombroso e Niceforo i suoi esponenti più rappresentativi; e con un ruolo diverso, ma non per questo meno importante, “l’invenzione” della Questione meridionale e il discorso meridionalista sul Mezzogiorno con le sue mille sfumature.

Possiamo parlare della Questione meridionale come una costruzione discorsiva (Petrusewicz 1998) in cui il carico ideologico negativo è tutto rivolto verso il Mezzogiorno. Si tratta di un "dispositivo ideologico che consiste essenzialmente nell'accumulo di una sterminata mole di studi e notizie che servono a documentare l'arretratezza del Mezzogiorno che vale anche, per molti, a giustificare la sua subordinazione. In questa prospettiva, il meridionalismo rappresenta un caso esemplare delle nuove relazioni tra potere e sapere che si stabiliscono nell'Europa dell'Ottocento” (Capone 1991). A tal proposito, il meridionalismo potrebbe essere interpretato alla stregua dell'orientalismo di Said, ovvero come quell'indirizzo delle scienze socio-economiche che si propone di "spiegare" il Meridione, insediandosi nei dipartimenti universitari, permeando l'opinione pubblica e la vita politica. Il tentativo di interpretare il Mezzogiorno viene offerto analizzando fattori economici, politici, ma anche culturali, ovvero ricorrendo a un insieme di "nozioni veritiere o fittizie" sul Meridione. L'atteggiamento dei vari meridionalisti nel corso degli anni è caratterizzato - proprio come quello tipico dell'orientalista - dalla ricerca di informazioni e "verità" sul Meridione. Un atteggiamento spesso paternalistico, o talvolta caratterizzato da un'ingenua condiscendenza nel designare l'esistenza del Mezzogiorno in funzione del Settentrione. Nella maggior parte dei casi, infatti, l'analisi meridionalistica si definisce negativamente in contrapposizione ai valori, alle norme, al sistema economico-sociale settentrionale, basandosi tra l'altro sul preesistente archivio di stereotipi e pregiudizi sul Meridione.

Per quanto riguardo il nostro secondo obiettivo, ritengo sia necessario considerare il 1861 come l'evento fondamentale per comprendere la marxiana accumulazione originaria del capitale settentrionale nel Mezzogiorno. Nicola Zitara, in particolare ne L'invenzione del Mezzogiorno (2011) e ne L'unità d'Italia, nascita di una colonia (2010) ha mostrato magistralmente il saccheggio delle risorse meridionali, traslando al caso del Mezzogiorno le tre "leve" dell'accumulazione originaria che Marx aveva descritto ne Il capitale (1970): il sistema protezionistico, tributario e quello del debito pubblico. L'interpretazione di Zitara non è però a mio avviso sufficiente per esaurire le complessità con cui il capitale è venuto ad insediarsi nel Mezzogiorno. Così come Marx, Zitara riduce l'accumulazione originaria ad un "momento" in cui il capitale per affermarsi elimina il pre-capitale e forma il modo di produzione capitalistico. Per il caso del Meridione sarebbe più appropriato, dal mio punto di vista, riferirsi all'esempio dell'India, che Kalyan Sanyal, nel suo importante Ripensare lo sviluppo capitalistico (2010), ha riletto alla luce di una storia immanente dell'accumulazione originaria. Per l'economista indiano il sorgere del capitale non sta all'origine del modo di produzione capitalistico, ma ne scandisce l'intera storia. Alla tesi di Sanyal vorrei legare la famosa definizione di Agamben (2003) di stato d'eccezione, che per il filosofo è diventato un "paradigma normale di governo": la sospensione dell'ordine giuridico, che siamo portati normalmente a considerare come una misura provvisoria e straordinaria, diventa invece, dall'unità in poi, soprattutto nel Meridione, l'ordinarietà. In altre parole, lo stato d'eccezione permanente a cui è sottoposto il Sud della penisola produce uno spazio per l'accumulazione originaria. Sullo sfondo di questo scenario lavora ancora una volta un certo tipo di discorso coloniale storicistico, che relega costantemente il Mezzogiorno in una condizione di perenne rincorsa agli standard socio-economici settentrionali-europei. In particolare, tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 il governo italiano promulgò una serie di leggi speciali [3] a partire dalla considerazione secondo cui gli abitanti del Sud sarebbero inadatti a governarsi e a sviluppare da soli le proprie economie. Le leggi speciali intervengono quindi ad aprire ai meridionali le porte della "civiltà", dello "sviluppo" e della "modernità", al fine di rendere l'economia del Sud più efficiente e produttiva. Il terreno in cui vengono prese queste decisioni è tra l'altro quello offerto dalle inchieste, come ad esempio quelle dei meridionalisti Franchetti, Sonnino e Nitti, per comprendere l'endemica arretratezza meridionale.

Il nesso tra accumulazione originaria, stato d'eccezione e discorso storicistico permane nel secondo dopoguerra, quando, con l'istituzione della riforma agraria e della Cassa per il Mezzogiorno, "la legislazione speciale" per dirla con Ferrari Bravo e Serafini (2007), si "fa sistema", permettendo di utilizzare il sottosviluppo meridionale a favore dello sviluppo del triangolo industriale settentrionale, con particolare riferimento al caso delle migrazioni interne.

Un ulteriore spazio per l'accumulazione di capitale si apre con le emergenze che hanno riguardato il Sud negli ultimi quarant'anni. Il colera a Napoli del 1973, il terremoto in Irpinia del 1980 e la più recente emergenza rifiuti campana hanno in comune l'istituzione di un commissariato straordinario per l'emergenza che ha permesso al capitale di sfruttare le occasioni generate di volta in volta dalle drammatiche emergenze. Questi eventi si sono dimostrate essere particolarmente fertili per l'insorgere di insubordinazioni. Il movimento dei disoccupati organizzati durante il colera, il movimento per la casa durante il terremoto e tutte le comunità "rurali" che hanno manifestato il proprio no contro l'imposizione di discariche sul proprio territorio hanno dimostrato la possibilità di insorgere vittoriosamente contro decisioni autoritarie delle istituzioni italiane.

Per concludere, un Meridione analizzato dalla prospettiva degli studi postcoloniali risulta essere un Meridione sicuramente anti-essenzialista e anti-identitario, un Meridione che non può fermarsi al costante elogio dell'epopea borbonica, un periodo passato da più di centocinquant’anni. A proposito di questo revival pro borbonico, mi piacerebbe fare un paragone con le teorie di Frantz Fanon, celebre teorico anticoloniale. Fanon (2007) spiegava come la riscoperta di una cultura antica da parte del popolo colonizzato fosse una conseguenza stessa della colonizzazione e dell'atrofizzazione dei valori culturali della popolazione che l'aveva subita. In sintesi, la reazione di orgoglio e di rivalorizzazione della cultura meridionale precedente all'unificazione è un prodotto della stessa mummificazione culturale conseguente all'assimilazione del discorso coloniale antimeridionale. Fanon ritrovava le ragioni di una cultura propriamente "nazionale" non in un passato glorioso e antico, ma "nell'insieme di sforzi fatti da un popolo sul piano del pensiero per descrivere, giustificare e cantare l'azione attraverso cui il popolo si è costituito e mantenuto. La cultura nazionale, nei paesi sottosviluppati, deve dunque situarsi al centro stesso della lotta di liberazione che conducono quei paesi”.

Il neoborbonismo deve dal mio punto di vista evolvere e far proprio il punto di vista dei meridionali subalterni, non deve diventare un movimento dei "padroni" meridionali, ma deve promuovere un'idea di uguaglianza e giustizia sociale, rifiutando rigurgiti razzisti che rischino di replicare atteggiamenti che vengono dalle regioni settentrionali del paese. In caso contrario, come diceva lo stesso Zitara, il neoborbonismo può apparire uno "stronzobossismo" rivoltato di segno. Lo stato dei fatti attuali è ben descritto da Antonia Zitara, moglie di Nicola, che in una recente intervista a Mino Errico ha dichiarato:

"Il risultato delle recenti elezioni è stato completamente italiano. L'IMU ed Equitalia hanno unificato l'Italia più di Garibaldi. D'altronde sembra che per la maggior parte di noi essere giunti ad una rivisitazione storica del Risorgimento sia un punto di arrivo e non di partenza per risollevarsi, liberandoci dell'Italia. Siamo diventati monotoni, polverosi e puzziamo di ormai di naftalina. Nessuno riesce a proporre qualcosa che vada oltre le eterne conferenze e convegni a cui partecipano sempre le stesse persone. Rimaniamo impantanati nella celebrazione del passato dimentichi di un presente drammatico e disperato. Non ci poniamo all'attenzione dei giovani, anzi quasi li ignoriamo, forse perchè nel profondo siamo ancora legati all'Italia, che continua a maltrattarci e ad aborrirci. Siamo anche noi, come la sinistra di Bersani, forse morti come quelli di Lost. Dal mio osservatorio sento solo lamenti e percepisco un'indifferenza glaciale a livello politico, umano e morale”.


__________


[1] Per Dipesh Chakrabarty (2004), lo "storicismo" è una modalità di pensiero dotata delle seguenti caratteristiche. Esso afferma che per comprendere la natura di qualunque fenomeno di questo mondo dobbiamo considerarlo come un'entità che si sviluppa storicamente, cioè che si presenta, innanzitutto, come intero individuale e unico, come una sorta di unità almeno potenziale,, e in secondo luogo, come qualcosa che si sviluppa nel tempo. Lo storicismo ammette comunemente come lo sviluppo abbia le sue complessità, le sue deviazioni; tenta di trovare il generale nel particolare e non implica necessariamente alcun assunto teleologico. [...] Il trascorrere del tempo che costituisce la narrazione così come il concetto di sviluppo è, nelle celebri parole di Walter Benjamin, il tempo secolare, vuoto ed omogeneo della storia.

[2]  Eric Hobsbawm (1981) ad esempio definisce i briganti dei “tradizionalisti rivoluzionari”, il cui unico programma sarebbe costituito dalla restaurazione dell’ordine di cose precedenti all’unificazione.

[3]  E' il caso della legge per il risanamento urbanistico in seguito al colera di Napoli (1885) e della legge per l'industrializzazione di Napoli (1904).


Bibliografia


- Agamben,Giorgio; 2003; Stato di eccezione;Milano, Bollati Boringhieri.

- Capone,Alfredo; 1991; “L’età liberale” in Galasso, Giuseppe; Romeo, Rosario (a cura di); Storia del Mezzogiorno. Volume XII. Il Mezzogiorno nell'Italia unita; Napoli, Edizioni del Sole.

- Capuzzo,Paolo; 2008; "Introduzione" in Vacca, Giuseppe; Capuzzo,Paolo; Schirru, Giancarlo, a cura; Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali nel mondo. Fondazione Istituto Gramsci; Roma, Il Mulino.

- Chakrabarty, Dipesh; 2000; Provincializing Europe. Postcolonial Thought and Historical Difference; Princeton,Princeton University Press; trad. it. 2004; Provincializzare l'Europa; Roma, Meltemi.

- Conelli,Carmine; 2013; Per una storia postcoloniale del Mezzogiorno d’Italia; tesi di laurea magistrale non pubblicata; Facoltà di Scienze Politiche, Università di Napoli “L’Orientale”

- Croce,Benedetto; 2006; Un paradiso abitato da diavoli; Milano, Adelphi.

- Fanon, Frantz; 1961; Les Damnés de la terre; Paris,Maspéro; trad. it. 2007; I  dannati della terra; Torino,Einaudi.

- Ferrari-Bravo, Luciano; Serafini, Alessandro; Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Verona, Ombre Corte.

- Gramsci, Antonio; 1975; Quaderni dal carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana; Torino, Einaudi.

- Hobsbawm, Eric; 1981; Bandits. Revised Edition; New York, Pantheon books.

- Marx, Karl; 1867; Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie; trad. it.2005; Il capitale. Critica dell'economia politica. Edizione integrale a cura di Eugenio Sbardella; Roma, NewtonCompton editori.

- Moe, Nelson; 2002; Theview from Vesuvius. Italian culture and the southern question; Berkeley;Los Angeles; London: University of California Press.

- Petrusewicz,Marta; 1998; Comeil Meridione divenne una questione. Rappresentazioni del Sud prima e dopo il Quarantotto; Rubbettino, Soveria Mannelli.

- Quijano,Aníbal; 2002; “Colonialidad del poder, eurocentrismo y América Latina” in La colonialidad del saber: eurocentrismo y ciencias sociales.Perspectivas Latino-americanas; Edgardo Lander (comp.) CLACSO, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales, Buenos Aires.

- Said, Edward; 1978; Orientalism; New York,Pantheon Books; trad. it. 2008; Orientalismo; Milano,Feltrinelli.

- Sanyal, Kalyan; 2007; Rethinking Capitalist Development. Primitive Accumulation, Governamentality & Post-Colonial Capitalism; New Delhi, Routledge; trad. it. 2010; Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governamentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano;Firenze, La Casa Usher.

- Zitara, Nicola; 2010; L'unità d'Italia: nascita di una colonia; Milano, Jaca book.

- Zitara, Nicola; 2011; L'invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria; Milano, Jacabook.




Creative Commons License
This article by eleaml.org
is licensed under a Creative Commons.









vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del [email protected].