Eleaml - Nuovi Eleatici


La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

CATECHISMO POLITICO 

PER LA NAZIONE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Cur nescire, pudens prave, quam dicere malo?

Hor. Art. poet. v. 83,

NAPOLI 1820

Presso Antonio Nobile libraio stampatore

Strada Toledo n. 186.

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

ALLA  NAZIONE NAPOLITANA

Virtuosi Napolitani che siete oggi l’oggetto della generale ammirazione e stupore dell'Europa, e forse anche di tutto il Mondo, porgete per un momento l'orecchio a me che penetrato dalla più alta stima verso di voi son per parlarvi del vostro vero interesse. Quantunque volte io vado meco stesso ripensando all’opera grande e sorprendente, che voi avete dianzi eseguita con tanta maturità di consiglio, resto talmente compresso dalla meraviglia, che non posso non riconoscerci la mano di quel Dio, che bene spesso, con un picciol numero di Ebrei operò le cose, le più grandi e stupende, fiaccando l'orgoglio del più potenti Monarchi, e riducendo a nulla le numerose armate delle più grandi Nazioni. Ma  questo morale edifizio, che sì ben augurato sorge in mezzo di voi, ha bisogno di essere consolidato nelle sue basi, onde resistere alle scosse, che potrebbe ricevere, e agli sforzi che dovrebbe fare per sostenersi. Imperciocchè tutti i popoli ( al dir di Rousseau) hanno una specie di forza centrifuga, mercé la quale agiscono continuamente gli uni contro gli altri, e tendono ad ingrandirsi a danno del loro vicini, Voi ne conoscete tutta la importanza, e quindi non trascurerete di adoperar tutti i mezzi, e di fare i più generosi sforzi per un fine sì sacro e di tanto vostro vantaggio. Né vi sarà discaro, che anch'io estatico ammiratore delle grandi cose da voi operate, e a voi unito come Italiano e mercé i sentimenti di patrio amore, vi concorra con quei mezzi, che sono per ora in mio potere, cioè con delle insinuazioni.

Affine adunque che questa gran macchina costituzionale da voi innalzata con sì fausti auspici e senza la minima effusione di sangue, vada sempre più crescendo, e salda si sostenga in mezzo alle più furiose tempeste, fa d'uopo conservar fra noi la più stretta e leale unione, la quale è tanto più necessaria in quanto che senza di essa non può concepirsi la forza di uno Stato o di qualunque siasi società. Rivolgete per un momento l'occhio contemplatore alle antiche Greche Repubbliche e alla Roma na, e voi vedrete che desse furon forti, e stettero in fiore, fino a che salda mantennero l'unione.

L'Elvetica repubblica, che nacque sì umile, non dee forse all'unione  6 la sua forza e lo stato suo fiorente? E non è egli vero, che finché un caldo amor patrio tenne strettamente uniti i nostri generosi antenati, fu la nostra Italia assai forte per esser temuta e ubbidita qual Signora da tutte le nazioni? E non è stata forse l'unione che vi ha fatto riuscire nella sublime e generosa impresa di rendere la libertà alla vostra patria? E non è dessa che ha imposto ai ministri del la tirannide, che avrebbero voluto opporvisi? Or per conservare questa bella unione, e giustificare sempre più in faccia a tutto il mondo la giustizia della vostra impresa, fa di mestieri essere animati dai medesimi sentimenti, ed avere una sola volontà, come unico è l'oggetto cui debbon tendere le mire e gli sforzi di tutti. Sia per tanto qual peste eliminata dal nostro cuore l'ambizione, si posponga al pubblico bene il privato interesse, si faccian tacere le private passioni, si vegli attentamente alla salvezza e alla stabilità di quel gran Corpo politico di cui siam membri; amiamoci scambievolmente da veri fratelli, e procuriamo di voler tutti concordemente il bene della nostra patria rigenerata. Trionfi insomma nel nostro cuore quel vero amor patrio, fonte delle più generose ed eroiche azioni, ed il quale nel fa re la prosperità di questo paese, renderà tutti indistintamente felici e degni di eterna memoria presso tutte le Nazioni.

Ma, a mio credere, non ba sta tutto questo a render stabile e durevole l'edificio della riacquistata libertà, quando non s'istruisca il volgo, e non gli si faccia conoscere cosa sia il governo Costituzionale, e qual grande beneficio ne ritragga. Quindi è che io, abbenchè Romano, ma per tanti titoli attaccato a questo bel paese, cui devo inoltre la mia eterna riconoscenza per l'ospitale ricetto che mi ha dato nella mia emigrazione, voglio concorrere ad un'opera sì lodevole e di tanta importanza mediante alcune catechistiche istruzioni che io mi studierò di qui esporre il più chiaramente ohe posso, e per quanto mi permetteranno i miei scarsi lumi e piccoli talenti. Felice, se potrò alcun poco contribuire al pubblico bene, onde acquistare de' titoli alla benevolenza di una gente sì brava, e darle in tal guisa un piccolo attestato di quel la gratitudine che viverà sempre nel mio cuore in un coi sentimenti di quell'alta stima, che la medesima ha saputo ispirare non meno a me, che a tutta l’Europa! Ma veniamo ora, senza più trattenerci, al nostro proposito.

C. LORENZO PANFILI

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CATECHISMO POLITICO

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DIALOGO TRA UN PARROCO DI CAMPAGNA ED UN CONTADINO

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COLLOQUIO PRIMO

Della Costituzione

Contadino – Mio stimatissimo signor Parroco, avrete inteso risuonare in queste contrade le giulive i voci di un popolo, che fuori di se per la gioia non si saziava di gridare: viva la Costituzione! Io mi sono unito alla loro allegrezza, ed ho alzato ancor io la voce; ma, a dirvi il vero, abbenchè io capisca che tali grida giulive derivino da un cuore riconoscente ad un bene che ci ha procurato la Nazione, non intendo però perchè que sto bene si chiami Costituzione. Fa 1 o temi dunque la grazia di schiarir mi su questo rapporto.

Parroco. Costituzione si dice e significa un corpo, di cui tutte le parti, e tutte le proporzioni si accordano bene fra loro, oppure tutto sta bene al suo luogo, e va bene insieme. Per esempio Tizio è nerboruto, robusto, né troppo grande, né  troppo picco lo, è sempre di buon'appetito, sta bene a braccia e a gambe, il corpo non è troppo grosso, la testa è sana; ebbene tutto l'insieme di Tizio forma una buona costituzione; e se tutte le parti, che compongono Tizio, adempiono bene le loro funzioni, egli con serverà il buon temperamento, che la natura gli ha dato, e si manterrà in salute. Così pure la costituzione, che ha tutte le qualità di Tizio conserverà il buon temperamento, che la Nazione le ha dato, ed avrà la salute fino a che i diversi poteri anderanno bene insieme; imperciocchè se uno volesse andar troppo velocemente, e rimanere in dietro, vi sarebbe allora disesto, o malattia. La Costituzione in somma rappresenta la Nazione intiera in accordo col re.

Cont. Che cosa intendete voi per poteri?

Parr. Sono essi i mezzi che fan camminare la Costituzione. Il potere legislativo è la Nazione, ed è come la testa nel corpo umano, in cui risiede il pensiero e la buona volontà. Il potere esecutivo è il re, ed è come le braccia, le quali eseguiscono quello, che la testa ha risoluto, e si potrebbe dire, che il popolo Napolitano, il quale circola da per dove, è come il sangue che porta in tutte le vene dello Stato il calore che anima, e fa vivere la Costituzione.

Cont. Quei due poteri della testa e delle braccia, sono dunque del pari necessari?

Parr. Senza dubbio sono necessarj l’uno all’altro in tutte le Costituzioni. Dessi abbenchè separati debbomo andare d'accordo; imperciocchè quando la testa volesse ed il braccio non agisse, sarebbe lo stesso, che la testa non avesse voluto; e dall'altro canto, la natura istessa ci fa vedere, che le braccia e la testa debbono essere ad una certa distanza, avendo disposto le braccia in una certa maniera, che possono servire utilmente tutte le parti del corpo; ma se desse fossero attaccate o più sopra, o più abbasso, o volessero guidarla testa, ciò non andarebbe bene, non i è così?

Cont. Certamente ciò non potrebbe andare.

Parr. E questo sarebbe per conseguenza una cattiva Costituzione. Il modello di tutte sarà sempre nella natura, la quale è stata costituita dal lo stesso Dio, per cui gli elementi sono così ben disposti. La natura ha costituito l'uomo in maniera, che il suo pensiero, ed i suoi movimenti siano sempre d'accordo: la Nazione ha costituito il governo, il che è una gran buona cosa, ma le persone dabbene debbono mantenerne l'esistenza contro i cattivi, che vorrebbero di struggerla.

Cont. Queste persone incarica te dalla Nazione debbono rispettarsi? 

Parr. Senza dubbio si dee loro del rispetto nelle loro funzioni, perchè altrimenti si farebbe oltraggio alla stessa Nazione, che ne ha fatta la scelta.

Cont. Tutti i cittadini possono aspirare alle cariche?

Parr. Senza dubbio, purché siano onesti uomini, cittadini attivi, e dotati di quei talenti, e qualità vo lute dalla legge, innanzi a cui tutti sono eguali; come meglio vedremo or ora nel terzo colloquio parlando della stessa legge.

Cont. Oh per Bacco noi la manterremo colla testa e colle braccia; perchè già cominciamo a capire il bene che a noi ne risulta.

Parr. Eh bene siete voi disposto  a farne il giuramento?

Cont. Tanto io, che i miei compagni siam tutti pronti a farlo.

Parr. Sento che anche il ricevi tore del castello voglia far lo stesso.

Cont. Sì, ma non bisogna fi darsene.  

Parr. No, mio caro, il più bel trionfo della nostra Costituzione sarà di soggiogare colla sola ragione i suoi più accaniti nemici. Non rigettiamo chi viene di buona fede a giurare di esserle fedele. Io per me mi fido di quell'uomo, lasciatelo venire.

Cont. Orsù dica: viva la Nazione! e tutto sarà posto in dimenticanza –

Parr. Avete ora inteso con quan ta espansione di cuore ha gridato: Viva la Nazione?

Cont. Ma ditemi, che cosa è la Nazione? E' forse tutto questo paese, non è così?

Parr. È molto di più; ma io vi  spiegherò questo nel seguente colloquio.

SECONDO COLLOQUIO

Della Nazione


Cont. Secondo la vostra pro messa dovete, signor Parroco, spiegarmi che cosa è la Nazione?

Parr. La Nazione è la totalità dei cittadini, ed in questa totalità risiede il potere supremo, da cui derivano tutti li altri mediante le di verse elezioni. Nessun potere è legittimo, se non è conferito dalla Nazione.

Cont. Ma non vi sono delle cariche conferite dal re? 

Parr. Sì certamente; perchè il re come potere esecutivo dee ave re i suoi agenti. Or avendo egli bi sogno di agenti, è molto naturale, che la scelta di essi spetti a lui stesso, poiché altrimenti, qualora la Nazione volesse mescolarvisi e forzare la scelta del re, ne verrebbe che nel caso si conducessero male i sudetti agenti, il re avrebbe ragione di di re: Non è mia colpa; di chi vi dolete mai? Sono gli agenti che mi avete dati che han fatto la tale, o tal'altra mancanza.

Cont. Quando è così, è giusto che la scelta di essi sia fatta dal re. Ma nel caso facessero del le mancanze?  

Parr. Non possono farle impunemente, poiché sono responsabili di tutto quello che potessero fare d' in giusto o d' incostituzionale.

Cont. E quelli che sono messi in carica dalla Nazione sono parimenti responsabili? 

Parr. Certamente, lo sono tutte le volte che non eseguiscono la legge.

Cont. Quali sono le cariche conferite dalla Nazione?

Parr. La Nazione nomina, mediante i voti degli elettori scelti da   lei, i deputati al Parlamento nazionale, dal qual Parlamento è nominato il consiglio di Stato.

COLLOQUIO TERZO

Della legge


Parr. Eccomi pronto a soddisfar la promessa, e a dirvi, che tratti i di ritti della felice eguaglianza consecrata dalla Costituzione, sono più che apertamente riconosciuti davanti alla legge; imperciocchè tutti presentemente sia mo eguali, né più alti, né più bassi gli uni degli altri; non è più una illustre nascita che ci distingue, ma il solo merito e la virtù.

 Cont. Ma non avete voi detto che le persone in carica sono di stinte dagli altri?

Parr. Sì certamente; ma giusto perchè sono state riputate perso ne di merito e di virtù sono in carica, altrimenti gli elettori avrebbero  r8   tradito il voto del popolo. D'altronde le persone in carica rientrano fra i cittadini subitochè han cessato le loro funzioni, ed allora innanzi alla legge sono eguali agli altri. Niuno può sottrarsi alla legge, perchè dessa è l'espressione della volontà generale, cui ognuno è indistintamente soggetto, e nessuno ha diritto di opporsi a quello che la intiera nazione ha voluto.

Cont. Dunque anch'io ho con corso a far la legge?

Parr. Sicuramente voi vi ave te concorso per mezzo del vostri rappresentanti. Figuratevi che io come vostro rappresentante vada a far par te del Parlamento nazionale. Ciascun di voi ha diritto di dirmi: signor Parroco pensate a ottenerci qual che alleggiamento, procurate di far scemare la fondiaria, o altre contribuzioni: ottenete che ciascuno possa uccidere nel suo terreno gli ani mali che divorano la raccolta. Or bene, quando io avessi opinato per soddisfarvi in tutto ciò, e per far levare ancora molti abusi, non avrei io fatto conoscere la vostra volontà? E gli è dunque molto chiaro, che voi avete concorso a far la legge.

 Cont. Ma vi sono delle leggi che noi non abbiam dimandate 

Parr. Nessuna ve n'ha che non sia stata dimandata in nome del bene pubblico. Se voi dunque amate la legge, che vi è favorevole, bisogna anche mantener quella che vi sembra non avere il medesimo vantaggio; poi chè non vi ha legge, che non sia pro nunziata dalla maggiorità, cioè dal più gran numero; or l’ordine vuole che sia la maggiorità quella che dee pronunziare, altrimenti non vi sarebbe, che disordine e confusione.

Cont. Come si conosce una buona legge?

Parr. Le migliori sono quelle che più si conformano ai diritti del l’uomo che voi tanto amate e che sono il sacro principio di tutte le leggi.

Cont. E perchè la volontà generale fa migliori le leggi di quei lo che non farebbe un uomo solo?

Parr. Perchè l'interesse pubblico e particolare si accordano insieme nella volontà generale. Un solo uomo che fa delle leggi, le fa sempre più o meno dure; imperciocchè l'interesse di un solo è sempre di do minare gli altri: egli non fa riconoscere le sue leggi, che per mezzo del la forza, in guisa che la forza dà la legge, quando per il bene della società bisognerebbe che la legge desse la forza.

Cont. Ma quando vi vuol la orza per ubbidire alla legge, nessuno è più libero, non è così?

Parr. Al contrario quello che distingue l’uomo libero, è di ubbidi re alla legge che ha fatta egli stesso, mentre lo schiavo ubbidisce alla legge fatta da un altro: ecco perchè il re che ha fatto eseguire le leggi, farebbe eseguire la propria volontà, e non quella della nazione. Il solo Parlamento nazionale, che rappresenta la nazione, può fare le leggi.

Cont. Dunque il solo Parlamento può fare le leggi?

Parr. Sicuramente esso solo a scolta le rappresentanze che le sono fatte per il bene pubblico negl’indirizzi, o nelle petizioni, che debbono essere sottoscritte dai deputati che le presentano, e che in virtù dell’art. 132 hanno la facoltà di proporre pro getti di legge al Parlamento; desso invigila i grandi interessi dello Stato; ratifica i trattati colle altre nazioni; regola la misura delle contribuzioni; ma anche in tutto questo fa delle leggi, poiché anche sopra questi oggetti esprime la volontà della nazione.

Cont. Per quanto tempo resta il Parlamento adunato?

Parr. Ogni anno tre mesi consecutivi, principiando dal mese di marzo. In due casi soltanto possono prorogarsi le sessioni per un altro mese; cioè a richiesta del re, e se il Parlamento lo credesse necessario in seguito di una risoluzione delle due terze parti dei deputati, come all'art. 1O7.

Cont. Se si fanno delle cattive leggi che ne avviene?  

Parr. La Costituzione ha preveduto che ciò poteva accadere, e quindi in virtù dell'art. 153 vi si può derogare, serbando però le medesime formalità e gli stessi tramiti con cui si stabiliscono. Le leggi costituzionali però, cioè quelle che fan parte dell'atto della Costituzione, non potranno esserlo, se non quando siano passati otto anni dopo essersi messa in esecuzione la stessa Costituzione in ogni sua par te, come si stabilisce all'art. 575, e per farvi qualche alterazione, o ad dizione, o riforma è necessario che la deputazione, che dee decretarla definitivamente, venga autorizzata a que sto fine con ispeciale mandato di procura, come all'art.376; e questa deputazione, previe le stesse formalità e gli stessi tramiti prescritti per la formazione delle leggi, intervenendovi due terze parti de voti in qualunque de due anni delle sue sessioni, potrà dichiarare esservi luogo alla spedizione di speciale procura per eseguir la riforma, secondo si stabilisce nell’art. 33o.

Cont. I deputati sono eglino responsabili delle cattive leggi?

Parr. No, perchè si presume ch' eglino han creduto di far bene.

Così per esempio quando la coscienza vi dice: io ho fatto la tal cosa, di cui era incaricato, il meglio che ho potuto, non sarebbe ingiusto di di mandarvi di più? Senza dubbio, perciocchè sarebbe un esigere che l’uomo sia infallibile, o perfetto, il che è impossibile. I deputati sono quindi fuori d' incolpazione, o di rimprovero, cioè inviolabili relativamente al le loro opinioni; ma per tutte le altre loro azioni particolari possono esser tradotti davanti ai tribunali, quando si è riconosciuto dal Parlamento es servi luogo all’accusa. Se un deputato è vostro debitore, voi potete farlo citare, e costringerlo al paga mento come ogni altro cittadino, purchè ciò non si faccia duranti le sessioni del Parlamento, come si prescrive all’art. 128.

Cont. Oh questa è una buona cosa! manco male, così si avesse potuto fare per il passato! Ma di grazia signor Parroco, per quanto tempo durano le funzioni dei deputati?

Parr. Due anni, a capo de' quali vengono rinnovati nella loro totalità a norma dell’art. 108.

COLLOQUIO QUARTO

Del Re


Cont. Dappoichè vi siete proposto di parlare del re, ditemi in grazia signor Parroco, come dee ora chiamarsi re di Napoli, oppure re de' Napolitani?

Parr. A mio giudizio sarebbe meglio che si dicesse re de Napolitani; poiché chiamandosi re di Napoli, sembra, che tutto questo paese sia proprietà del re, il che non è vero. Al contrario chiamandosi re de Napolitani, ciascuno riconosce l'espressione della volontà nazionale, ed è questo suo titolo costituzionale.

Cont. Cosa è il re nello stato Costituzionale? 

Parr. È il capo di tutta la Nazione.

Cont. E' egli soggetto a veruna responsabilità?

Parr. No, perchè in virtù dell’art. 268 la persona del re vien dichiarata sacra ed inviolabile, cioè che non può esser messo in giudizio davanti alla legge per veruna specie di responsabilità relativamente alle sue funzioni.

Cont. Ma s'egli commettesse qualche mancanza?

Parr. Ne sono responsabili i suoi ministri; imperciocché si presume che il re da se solo non possa operare, sia in bene, sia in male, negli affari pubblici, essendo d'uopo che uno de' suoi ministri sia il suo principale agente.

 Cont. Dunque si può attaccare un ministro davanti alla legge?

Parr. Senza dubbio; anzi la legge può dargli la pena di parecchi anni di ferri e fin anche quella del la morte, secondo la minore, o maggiore gravezza della sua mancanza.

Cont. Orsù non vi è tanto ma le, perchè ciò dee renderli circospetti, e non possono certamente abusare, come prima, della loro influenza, facendo la disgrazia di questo paese che gemeva sotto la loro tirannide. Ma ditemi il re e anche egli soggetto alla legge?

Parr: Sì certamente, e ciò non ha che fare colla sua inviolabilità.

Vi sono anzi de casi, in cui egli perderebbe il trono, quando vi con travvenisse, come se si assentasse dal regno senza il consentimento del Par lamento; sarebbe pure contravventore della legge quando si permettesse di fare tutto quello che gli vien proibito nell’art. 172.

Cont. Il re può impedire la pubblicazione di una legge fatta dal Parlamento Nazionale?

Parr. Ogni legge fatta dal Par lamento, perchè abbia il suo effetto, dee esser sanzionata dal re colla formola prescritta all'art. 143 si pubblichi come legge. Ve ne sono però alcune che non ne hanno bisogno: desse sono quelle che arresterebbero l'andamento della Costituzione, quante volte fosse ritardata la sanzione del re, il quale però può darla, o negar la a qualunque altra. S'egli ricusa si serve dell’altra formola prescritta al l’art. 144 ritorni al Parlamento; ed allora resta la legge sospesa.

Cont. Per quanto tempo resta sospesa?  

Parr. Per un anno intiero; non potendosi agitare il medesimo soggetto se non nel Parlamento dell'anno seguente, secondo si dispone all'art. 147.

Cont. Ma il re può negare una tal sanzione a suo capriccio.

Parr. Nò certamente, perchè dee accompagnare la sua negativa con una esposizione delle ragioni, che lo inducono a darla.

Cont. Perchè si è accordata al re una tal prerogativa?

Parr. Gli si è accordata, perchè in nome del popolo possa oppor si ad una legge che sembrasse dannosa; ma non si è voluto che la sua negativa abbia una più lunga durata, 29 perchè il popolo non sia privato del la legge qualora sembrasse buona.

Cont. Ma questa sommissione che il re dee avere per la legge non torna a suo disdoro? 

Parr. Anzi è per lui molto gloriosa, perchè il re non è mai sì gran de, che quando comanda in nome del la legge a degli uomini liberi.

Cont. E non è pure glorioso per il re di farsi tali uomini amici?

Parr. Sì certamente; ma non come la intendono i cortigiani; poichè gli amici vogliono essere sinceri senza l'adulazione e senza veruna bassezza; e dev'essere cosa più grata ad un re il poter dire: io ho veri dai amici, che il dire, come altre volte con fasto: quegli uomini sono miei sudditi.

Cont. Non vi sono dunque più sttaiditi? 

Parr. Noi lo siamo tutti della legge.

COLLOQUIO QUINTO

Della proprietà


Cont.. Sentite signor Parroco quello che mi è accaduto. Jeri condussi il mio gregge a pascere in un terreno di un mio vicino, il quale abbenchè vi abbia fatto crescere l'erba fino all'altezza di tre piedi, e nulla curi di falciarla, pure mi ha tanto malmenato, che io ne risento anche al presente gli effetti.

Parr. Voi avete torto; perchè vi siete permesso di far pascere il vostro gregge in un terreno altrui, a malgrado del padrone, il quale può a suo piacere falciarlo, e non falciarlo, senza che voi abbiate diritto perciò di disporre di quello che gli appartiene. Se voi tardaste a tosa re le vostre pecore, e che venisse un' altro a tosarle per se, e a farsi un diritto della vostra negligenza, che ne direste voi?

Cont. Sì ora intendo bene di aver fatto male, perchè a niuno è permesso di prendere l'altrui proprietà. Ma ditemi la proprietà è protetta?   

Parr. Senza dubbio il primo effetto della legge è di dar protezione alle proprietà; le quali se non fossero rispettate non vi sarebbero nella società, che dei furti continui e scambievoli. Anche colui che avesse rubato oggi, non sarebbe sicuro di conservar domani il suo furto, poiché un altro potrebbe far lo stesso con lui. E chi mai potrebbe vivere in mezzo ad un simile disordine?

Cont. Ma le proprietà debbono da per tutto essere rispettate?

Parr. Sicuramente; perchè una Comunità, ove la proprietà di un cittadino, è violata impunemente, è per necessità mal governata, e diviene responsabile del danno che questo cittadino ha sofferto.

Cont. E quei che nulla posseggono hanno interesse, che le proprietà siano rispettate 

Parr. Sì certamente, perchè non sono soltanto i beni materiali, come l'oro, l'argento, i mobili, le terre, le case ed i bestiami che fan no le proprietà; ma ben anche la industria; e l'amore del lavoro sono parimenti altrettanti fondi, il cui pro dotto forma una proprietà forse la più pregiata di tutte.

Cont. Ma codesti fondi sono poi realmente protetti? 

Parr. Sicuramente perchè la legge, che protegge il castello, o le terre di un uomo ricco, protegge anche efficacemente il salario dovuto all’operajo; ed innanzi a lei il beneficio dei sudori del povero è la più sacra di tutte le proprietà.

Cont. Eh! ehi mai son quel li che violano le proprietà?

Parr. Sono quelli che non ne hanno veruna, che hanno a vile quel la del lavoro, sono gli oziosi da cui  bisogna guardarsi, e sopra i quali bi sogna badar bene. L’ozio conduce il ricco a tutti i vizi, ed il povero a tutti i delitti.

Cont. Che cosa voi pensate di siffatta gente oziosa?

Parr. Quei che non fanno cosa alcuna non meritarono di nascere, e sono indegni di stare nel numero de' cittadini dai quali dee esser riguarda to come un vil poltrone chiunque arrossisce di lavorare. Quindi una del le più belle disposizioni della Costituzione sarà certamente quella di aver onorificato il lavoro, e di aver dichiarato, che tutte le professioni sono onorevoli, che nessuno può biasimare o dispregiare quegli che l'esercita.

Cont. Ma vi sono certe professioni, che rendono spregevole chi l'esercita.

Parr: No, v'ingannate. In uno sta to Costituzionale, ove si fomentano e s'incoraggiano tutte le arti e professioni, sono anzi tenuti in grande onore quei che le esercitano. E come mai vorrebbesi dispregiare colui ch è utile allo Stato? Oltre di che l'uomo, che lavora è più libero è più in dipendente di quello, che lo fa lavo rare; imperciocchè il ricco ha bisogno delle braccia dell'operajo, e l'operajo, non ha bisogno che del pagamento del ricco. La natura ha reso le braccia più necessarie del danaro.

Siamo dunque sempre occupati, sempre attivi, sempre laboriosi, soccorriamo quei che non possono agire, come sono gl'infermi e gl'impotenti; ma siano dispregiati gl’infingardi e gli oziosi. Il tempo è la proprietà universale; il farne buon uso è la prima di tutte le ricchezze, e quindi non voglio intertenervi più lungamente, perchè torniate presto al lavoro. Ricordatevi che non si può avere la proprietà protetta senza rispettare quella degli altri, e state bene attento di non fare altrui quello che non vorreste si facesse a voi stesso. Questa bella massima vi resti sempre scolpita nell'animo.

COLLOQUIO SESTO

Della contribuzioni


Parr. Parleremo ora delle contribuzioni.

Cont. Perchè dite contribuzioni e non imposizioni?

Parr. Abbenchè sia quasi la medesima cosa, io però preferisco la parola contribuzione, la quale conviene meglio a degli uomini liberi, poiché ciascuno dee contribuire ai pesi pubblici. La parola imposizione denota la violenza, quando in oggi la contribuzione è in qualche maniera volontaria, essendo la Nazione quella che la tassa, e ne regola la misura.

Cont. Quali sono i pesi pubblici?

Parr. Sono tutte le spese della Nazione quelle delle armate di terra e di mare, dei tribunali di giustizia, del debito dello Stato, dell’amministrazione, degli ospedali, delle munizioni e fortificazioni, di tutti i funzionari pubblici, cominciando dal re.

 Cont. Tutti questi pesi ascende ranno ad una vistosissima somma, non è così?  

Parr. Senza dubbio; ma tutto è bene impiegato, e tutto diretto al bene, alla sicurezza e alla gloria del lo Stato.

 Cont. Quando sia così, sono superbo di pagarne la mia porzione. Ma ditemi, le sudette contribuzioni non saranno certamente gravose come le imposizioni di prima?

Parr. No certamente, perchè le medesime, comecchè regolate dalla stessa Nazione e non dal capriccio de gli avidi ministri intenti solo a riempir d'oro le proprie casse, non possono non essere equissime, e tali che bastino soltanto a soddisfare i pesi della stessa nazione, interessata sommamente a fare il suo bene. Oltre di che le contribuzioni in oggi graviteranno sopra quello che si ha, in vece che le imposizioni di prima gravitavano sopra quello, che non si aveva: ed ecco se non altro alleggiata di molto la classe che vive di lavoro, o d'industria.

Cont. Oh senza dubbio anche in questo rapporto stiam meglio di prima, in cui vi erano delle imposizioni di ogni genere! 

Parr. E le più dure gravita vano sopra i primi bisogni della vita. Se si avesse potuto mettere l'im posizione sopra l'acqua che scorre, e sopra l’aria che respiriamo, si sarebbe fatto, e ciò solo per arricchire i Finanzieri. Ora per altro le contribuzioni anderanno solamente in vantaggio dello Stato, e non dei particolari, come nel passato, sistema.

Ma quello che mi fa pure sommo piacere si è, che vedrò il grano, il vino e tutti i frutti della terra liberati da quelle moleste inquisizioni, che sozzavano i doni della natura,

Tutto quello che serve alla sussistenza e ai primi bisogni dell'uomo, circola in oggi liberamente. Stiamo quindi bene attenti di non arrestar mai questa circolazione.

Cont. Ma che bisogna forse per tale oggetto lasciar fare gl'incettatori?

Parr. Se vi fossero mai degl'incettatori, come quelli di cui ci siam formata l’idea, sarebbero molto biasimevoli, poiché allontanerebbero l'abbondanza e fomenterebbero un germe continuo di discordia e d'inquietudine; ma il nome d' incettatore è stato dato più di una volta a de' buoni cittadini, perchè si volevano esercitar contro di loro delle vendette particolari. Si è spesso chiamato incettatore un utile speculatore, un provveditore generale; ma si è veduto che si corre il rischio d' introdurre la ca restia in una parte dello Stato nell'impedire le sue operazioni, che sono buone e lodevoli, quando quest'uomo si contenta di un beneficio mode rato. Dipende solo da noi l’allontanare i mali intenzionati.

Cont. Ma come ciò, signor Parroco? 

Parr. Non si dee far altro che metterci d'accordo fra noi, onde tener sempre i mercati ben guerniti, e non aver ribrezzo di portarvi da noi stessi le nostre derrate; imperciocché solo col mantenere la circolazione, e l'abbondanza, e col rigettare ogni a vara speculazione l'agricoltore sarà degno del bello impiego, ch' esercita, quello cioè di essere il depositario dei benefici del cielo, il nutricatore de suoi fratelli e l'agente della Provvidenza.

SETTIMO COLLOQUIO

Dei tribunali


Parr. Siccome voi avete, o potete avere delle liti, così mi son pro posto di parlarvi dei tribunali.

Cont. Che cosa fanno i tribunali?

Parr. Applicano le leggi nelle cause civili e criminali esclusivamente dal Parlamento nazionale e dal re, i quali secondo l'art. 243 non possono in verun caso esercitare le funzioni giudiziarie, avocare le cause pendenti, né far riassumere i giudizi terminati.

Cont. Ma i tribunali vi era no anche prima, qual vantaggio maggiore ci arrecano in oggi sotto lo stato costituzionale?

Parr. E' vero, che anche prima vi erano i tribunali, ma la giustizia si amministrava con molta lentezza, ed in maniera indegna dell'uomo. La Costituzione presentemente vuole, che la giustizia sia amministrata al più presto possibile, che il reo istesso non abbia a subire più pene, come altre volte, ma quella soltanto, che sarà dovuta al suo delitto e pronunziata dal la legge. Vuole inoltre, che la dignità dell'uomo sia rispettata nella sua persona; e quindi proibisce che sia trascinato innanzi ai suoi giudici inceppato come una fiera. Un difensore ufficioso potrà senza rossore addimandare in nome dell’umanità la clemenza del cielo e degli uomini in favore anche di uno scellerato; e que sta generosità della legge, credetemi pure, ecciterà al reo più vivi e più salutevoli rimorsi, che la raffinata crudeltà degli usi antichi. Ecco in che differiscono gli antichi dai moderni tribunali, e qual vantaggio maggiore dessi ci arrecano.

Cont. E' pur troppo vero, che vi era da fremere a vedere co me i giudici di un tempo trattava ano gli accusati loro simili. Ma ditemi la legge presentemente come chè semplice, sarà meno rispetta bile, non è così?

Parr. No certamente. La legge abbenchè semplice nelle sue forme, non sarà meno augusta e rispettabile. Oltre di che sarà la medesima così chiara, che non vi sarà bisogno se non di un buon senso per essere un buon giudice. Ma nondimeno la necessità di litigare dovrà essere riguardata come una disgrazia. Egli è sempre dispiacevole di essere in lite col suo parente e col suo vicino per interesse, e talora anche per vendetta.

Cont. Oh per me io terminerò da me stesso la mia lite; alla fin fine il più forte vince la sua causa.

Parr. E non arrossite di tenere un siffatto parlare, che appena potrebbe tenersi da un uomo nello stato selvaggio? Per qualunque siasi ragione che possa avere uno dei litiganti non dee né provocare l’altro, né accettare la sua provocazione. Il farsi giustizia da se stesso è un insultare al la legge, è un rinunziarla e prenderla in diffidenza. E poi che ne risulta? Spesso due disgrazie in vece di una. Per esempio il vostro vicino ha bruciato la vostra casa, voi anderete a bruciar la sua, ed ecco due case bruciate. E non è meglio, che la legge ordini a quello che vi ha bruciato la casa, di rifabbricarvela, qualora sia in istato di farlo?

Cont. Avete certamente ragione, signor Parroco, ma come fa re per evitare i litigi?

Parr. In questa nuova rigenerazione dobbiamo star sempre uniti, dobbiamo amarci scambievolmente, e quindi far tutti gli sforzi per evitare i litigi; ma quando talora vi sia impossibile di evitare ogni litigio, ricordatevi almeno, che vi sono i giudici eletti da noi stessi, ed ai quali come depositari della legge incumbe di terminarlo al più presto possibile; giacchè sarebbe presentemente una somma vergogna che le liti andassero alla lunga, come nel passato sistema.

OTTAVO COLLOQUIO

Della forza armata


Cont. Sento che oggi voglia te parlare della forza armata; ma ditemi a qual uso è stata questa istituita?

Parr. Per proteggere la legge e difendere la patria tanto nell'interno, che nell'esterno, come vien dichiara to all’art. 356 della Costituzione.

Cont. Come vien divisa la su detta forza, e da chi vien fissato il numero delle truppe? 

Parr. Vien diviso in forza milita re di terra e di mare, ed il numero delle truppe viene annualmente fissato dal Parlamento, secondo il bisogno e nel modo che sembrerà più conveniente per formarle, come all'art. 357.

Cont. In che si debbono distinguere gli attuali soldati da quel li di prima? 

Parr. Nell'ubbidienza, la quale prima era puramente macchinale, ed ora dee essere il frutto dell'attaccamento ai propri doveri e alla patria; secondariamente nella istruzione, do vendo ciascun soldato saper bene trattar le armi; in terzo luogo nella disciplina, che si dee mantener per sentimento, come per amore se ne riconosce la necessità, e se ne applaude il rigore. Debbono finalmente distinguer si nel coraggio, il quale vuol esser raro e veramente civico, onde far fronte non meno ai nemici armati, che a quei vili seduttori i quali cercassero di corrompere la loro fede, onde indurli a tradir la patria, per la quale debbono spargere tutto il loro sangue. Tanto più volontieri poi debbono mostrarsi tali, in quanto che sono ora sicuri di esserne degnamente rimunerati a seconda del loro me rito e valore. 

Cont. E la forza di mare da chi vien fissata?

Parr. A seconda di quanto si prescrive all'art. 553 spetta al Parlamento nazionale di fissare annualmente il numero di legni della marina mili tare, o da armarsi quando non lo sia no, o da conservarsi armati.

Cont. Vi debbono essere ancora le milizie nazionali?

Parr. Sicuramente in ogni provincia vi saranno corpi di milizie nazionali composte degli abitanti di ciascuna di esse provincie, in numero proporzionato alla popolazione e alle circostanze, come all'art. 362. La formazione, e il numero di esse verran pure regolati dal Parlamento medesimo per mezzo di una particolare ordinanza, come all’art. 365.

Cont. Queste milizie sono es se obbligate a prestarsi per il servizio della patria .

Parr. Senza dubbio. E non ave te voi veduto con quanto zelo e spi rito patriottico si sono esse prestate in varie circostanze, e specialmente in quest'ultima, quando senza il minimo disordine è seguita, tanto nella capitale che nelle provincie, la nostra felice rigenerazione? Non vi è stato angolo di questo paese in cui queste brave milizie non abbian provato a tutto il mondo quando può nel loro petto il sacro fuoco della patria libertà. Tutte son corse alle armi; ma senza lordarle del sangue de propri concittadini, si sono soltanto occupa te a mantenere il buon ordine e la pubblica tranquillità, che poteva es ser turbata da qualche malintenzionato.

Cont. Sì è vero, ed ancora io mi glorio di averne fatto parte, e abbenchè carico di famiglia tornerei mille volte a servir la mia patria quando il bisogno lo esigesse. Ma ditemi in grazia signor Parroco, può il re disporre di queste milizie nazionali? 

Parr. Il re può disporne solo in caso di necessità, ed entro i limiti delle rispettive provincie; ma non ha il potere d'impiegarle fuori di esse senza il consenso del Parlamento, co me si dispone all’art. 565.

Cont. Perchè mai, signor Parroco, tutti vorrebbero presentemente arrolarsi quando prima i miliziotti piangevano per andare al loro destino?

Parr. La ragione è chiara; perchè adesso combattono per loro, per i genitori, per le mogli e per i figli, e finalmente per l’onor della patria .

Oltre di che sono ben sicuri, che il loro coraggio e valore, saranno ben premiati; in vece che prima dovevan spargere il loro sangue per il capriccio di un solo, e veder consommo cordoglio pospesto il merito ed il valore alle cabale e agl'intrighi. Ma permettetemi che vi dica che per quanto sia lodevole questo sacro ardore, ha bisogno però di esser frenato, perchè la virtù guerresca non è buona per tutti; altrimenti lo spirito militare di verrebbe nocivo. Vi sono delle virtù la cui pratica è più dolce, e che non sono meno necessarie alla prosperità pubblica e privata. Insinuate questo spirito di moderazione ai vostri compagni, e dimane venite a sentire qua li siano i diritti di ciascun cittadino ed i suoi doveri.

COLLOQUIO NONO

Dei diritti di ciascun cittadino, e de' suoi doveri

Parr. Avrete voi, mio caro, riconosciuto in tutti i miei discorsi, che il diritto di cittadino sotto un go verno costituzionale assicura i diritti di libertà, di sicurezza e di proprietà, più di quello che non lo sono in verun'altro governo; or questo torno a ripetervi nel presente colloquio.

Cont. Sì mi ricordo di tutto questo; ma vorrei saper più distinta mente quali sono questi diritti? 

Parr. Eccoli. Il cittadino dipende soltanto dalla legge, la quale è una per tutti. Quello che la medesima non proibisce è permesso, e quello che proibisce è proibito a tutti. Tutti i cittadini sono ammissibili alle cariche e alle dignità. Nessun uomo in carica ha allora autorità sopra i cittadini, che quella che gli dà la legge, ed è responsabile se ne abusa. L'asilo di un cittadino è invio labile; né può esser privato della sua libertà che quando si è provato aver egli violato la legge.

Cont. Questi son certamente des belli vantaggi, ma ditemi ora qua li sono i doveri del cittadini?

Parr. I doveri de buoni cittadini sono molti, del quali il primo è quel lo dimostrarsi degni dei vantaggi che godono e di conservarli.

Dessi saran degni di conservarli, qualora abbiano il coraggio di non ritornare mai più a tutti i pregiudizi già distrutti.  L’uomo di pregiudizio non è degno della Costituzione; poiché per la strada del pregiudizi si ritorna alla schiavitù.

Secondariamente debbono i buoni cittadini invigilare sopra tutti i danni, che si potrebbero arrecare alla Costituzione, la quale riceve danno ogni volta che vi è del disordine.

In terzo luogo è loro dovere di dir sempre la verità, di dirla con co raggio, senz'animosità e per il bene pubblico, quando si sa qualche cosa che potrebbe nuocere alla suddetta Costituzione.  In quarto luogo debbono con ogni studio mantener l'unione e l'armonia; come pure accelerare e facilitare il pagamento delle contribuzioni.

E' finalmente loro dovere di abborrire ogni affezione contraria all’amor della patria, a quell'amore universale che anima tutto, che riunisce tutto, che fortifica tutto. Sia eterna mente scolpita non tanto sulle nostre bandiere, quanto sul nostro cuore quel la sacra impresa, che bisogna pronunziar con energia ogni volta che sarà attaccata la Costituzione  Viver libero o morire.

COLLOQUIO DECIMO

Della pubblica prosperità


Parr. Il presente argomento è di molta importanza, e non è affatto a rivocarsi in dubbio, che tutti i nostri voti e le nostre speranze debbono mirare alla felicità di tutti, perchè vi sia la pubblica prosperità. Il consolidamento della Costituzione è quel lo che dee procurarcela.

Cont. Convengo con voi, che tutti i nostri voti hanno a mirare alla felicità di tutti, ma ditemi quando otterremo noi questa pubblica prosperità?

Parr. Quando saremo tutti uniti.

Cont. Dunque difficilmente l'otterremo!

Parr. Mi do a credere, che ben presto tutti concorreranno a riconoscere il grande beneficio della Costituzione; ed allora avendo tutti un medesimo sentimento ed una istessa volontà, saremo tutti strettamente uniti. Ma quando ciò non seguisse per parte di pochi, la cui malattia fosse incurabile, e quindi degni di compassione, dessi non potranno mercé i loro borbottamenti alcun poco nuocere alla pubblica prosperità, la quale esisterà sempre a loro malgrado, tostochè tutti i buoni cittadini faranno tutto quello che dipenderà da loro per ottenerla.

Cont. In che potremo noi riconoscerla?

Parr. La prosperità pubblica esiste quando la confidenza generale è  bene stabilita; quando la Nazione, o la maggiore e più sana parte di essa, è sinceramente contenta del re; quando i ministri hanno la riputazione di essere persone oneste; quando i magistrati sono di specchiata probità, e rispettati per inclinazione; quando il credito è sì buono, che ciascuno è fornito di sufficiente numerario, e ch'egli ha maggior premura di andare a pagar gli altri, che a farsi pagare egli stesso.

 Cont. A quali altri segni potrem riconoscerla? 

Parr. Al vedere assicurati tutti i mezzi di sussistenza, al veder fiorire il commercio, le lettere, le arti e le scienze. Quando non vi sono più ti mori, più inquietudini, e che regna la tranquillità, non già quella servile che nasce dal timore, ma quella dolce e spontanea figlia del cuore, che porta seco la felicità; quando ciascuno paga le contribuzioni con gioia, e che il pubblico tesoro ha di che occorrere all'alleggiamento di particolari disastri, come una inondazione ed un incendio, o di che riparare ad un improvviso avvenimento, come sarebbe una dichiarazione di guerra. Quando pertanto siano riuniti tutti questi buoni indizi, e che la provvidenza, voglia darci inoltre l’abbondanza, allora il popolo raccoglierà tutti i benefiej della Costituzione, e la pubblica prosperità sarà bene stabilita.

Cont. Iddio sia quello che ce la mandi, ed esaudisca i fervidi voti, che tutti abbiam formati a questo effetto!

Parr. Siate pur sicuro, mio caro, che Iddio il quale ben vede la rettitudine di questi nostri voti, non tarderà a concederci questo grande beneficio, come per sua clemenza ci ha accordato quello della nostra libertà; ma dobbiam pure dal canto nostro mantener sempre la prosperità domestica, da cui nasce la pubblica. Di que sta parleremo nel seguente colloquio.

COLLOQUIO UNDECIMO

Della prosperità domestica


Parr. Potrei ben facilmente far vi vedere in che consiste la prosperità domestica, dipingendo tutto quel lo che io veggo in casa vostra; imperciocchè la felicità si trova più facilmente nei poveri tuguri, che nei palazzi dei ricchi. 

Cont. E perchè ciò, signor Par roco? 

Parr. Perchè i bifolchi sono ben contenti del necessario, quando i ricchi sono spesso inquieti e misera bili col superfluo.

Cont. Se io fossi ricco, non saprei che fare del superfluo.

Parr. Non dite così, mio caro, il superfluo può essere sempre buono, quando sia bene impiegato, consecran dolo a delle buone azioni. Sappiate che una buona azione fa la gioia del cuore, e questa gioia del cuore fa la felicità. Ed in vero non siete voi ben contento, quando potete dire:, io ho ajutato, ho soccorso ed assistite colui, che riponeva le sue speranze in me. E non siete veramente felice, quando entrando in casa vostra voi dite con una grata compiacenza:; io amo la mia moglie, e sono riamato da lei; amo i miei figli, e questi mi riamano; stimo ed amo i miei vicini, e ne sono riamato e stimato da loro.

Cont. Pur troppo è vero, signor Parroco; ma cosa si dee fare per mantenere questa prosperità do mestica? 

Parr. Volete voi mantenerla e non farla più partire da voi? Siate fedele a quella dolce fratellanza, di cui la Costituzione ha stretto i nodi; fate regnare nella vostra famiglia la sobrietà, l'economia, i doveri dell'umanità, e voi come capo della famiglia datene spesso l'esempio, e bandite dalla vostra casa l'amore del giuoco, e della imbriachezza. Riflettete che le vili passioni sono i più fieri nemici della libertà, che senza i costumi non vi è virtù, né  probità, e senza la probità non vi è patriottismo  Ogni uomo ha i suoi difetti; ma que sti potranno molto correggersi dalle proprie mogli, mercé quella buona  grazia e quella pazienza, che sono, virtù proprie del sesso. Facciano elle no tutti i loro sforzi, perchè i propri mariti, finite le loro giornaliere occupazioni, trovino la sera in casa, quel vero contento, che faccia loro dimenticare le fatiche e gli stenti che han dovuto sostenere nel giorno.

 Cont. Va tutto bene, signor Parroco, e voglio sperare, che le donne profittando delle vostre savie insinuazioni vogliano ben volentieri prestarsi, anche per loro bene, a correggere i difetti dei propri mariti, ma ditemi sono poi così necessari i buoni costumi nello stato costituzionale?

Parr. Senza dubbio; poiché i buoni costumi son quelli che debbono consolidare la Costituzione, la quale se ha creato degl’impieghi nel governo, i buoni costumi dovranno creare degli uomini degni di occuparli.

Cont. E quali sono questi uomini che ne saranno degni?

Parr. Quelli che avranno ben disimpegnato quelle funzioni che la natura ha loro assegnate; cioè se il figlio adempie i suoi doveri verso il suo padre, il padre verso il suo figlio, se i mariti sono felici per opera delle loro mogli, e se queste lo sono per l'attaccamento del loro sposi; insomma se tutti i cittadini ottengono que sta prosperità mediante la benevolenza.

Cont. Voi discorrete molto bene da vostro pari, signor Parroco; ed io procurerò di comunicare a tutti i miei compagni queste vostre savie riflessioni, ma ditemi in grazia non si richiede altro onde perpetuare la prosperità domestica?

Parr. Sì certamente: nel pronunziare le nostre opinioni dobbiamo rispettare quelle degli altri; perchè altrimenti esercitaressimo una tirannide sopra gli altrui pensieri, volendo forzar gli altri a pensar come noi. Dobbiamo inoltre trattar bene i buoni cittadini; compatire i cattivi; onorare i sacri pastori d'anime ed i magi strati che ci siamo scelti, come pure rispettare i vecchi. Ma siccome tutto ciò sarà un effetto di una buona educazione, così non trascurate di man dare i vostri figli alle scuole che la Nazione tiene aperte per i medesimi.  Assicurate loro prima un mezzo di sussistere per mezzo del lavoro, ed indi lasciate alla istruzione, agli avvenimenti, e alle loro naturali disposizioni lo sviluppo del loro carattere.

Se il loro merito li fa salire un giorno a qualche dignità, imperciocché presentemente tutti possono pervenirvi, non dimentichino mai quello che debbono agli autori del loro giorni, che gli hanno allevati con tanta attenzione. In tal guisa resterà bene stabilita e perpetuata la prosperità domestica, dalla quale nascerà poi, come abbiam detto, la prosperità pubblica.

Cont. Signor Parroco, voi mi avete pienamente soddisfatto colle vostre istruzioni sopra tutto quello, che io ignoravo relativamente al nuovo sistema politico. Io ve ne son grato, e forse al pari di me grati vi saranno tutti i miei compagni; ma prima di separarmi da voi, bramerei che mi deste un'altra prova della vostra compiacenza col riepilogarmi tutti i benefici che possiamo ritrarre dalla Costituzione, on de mi restino meglio impressi nella mente, e vieppiù scolpiti nel cuore.

Parr. Ben volentieri, mio caro, mi studierò di soddisfarvi.

 In primo luogo la Costituzione ci rende liberi e per conseguenza non siamo più soggetti, che alla sola legge, innanzi a cui siam tutti eguali  La formazione di questa legge non dipende più dal capriccio di un sole; ma è tutta l'intiera Nazione che si oc cupa a formarla, e al che concorre pure ciascuno di noi per mezzo dei rappresentanti. Ognuno può pensare, e scrivere liberamente, senza che ve runa autorità vi possa porre ostacolo; ma per altro sotto le limitazioni e responsabilità da stabilirsi dalle leggi.

In virtù di detta Costituzione tutti i cittadini sono ammissibili alle cariche, per occupar le quali non si richiede che il merito e la virtù. Nessun uomo in carica ha altra autorità sopra i cittadini fuori di quella che gli dà la legge, ed è responsabile se ne abusa. L'asilo di un cittadino è invio labile, e nessuno può esser privato della sua libertà se non quando si è provato aver egli contravvenuto alla legge. Non siamo più soggetti a del le arbitrarie e gravose gabelle; ma solo a delle contribuzioni regolate e giustamente ripartite dalla Nazione,  la quale siccome tratta il proprio interesse, così non le ammetterà se non in quella moderata quantità che sia sufficiente a soddisfare i pesi dello Sta to. La persona del re, è inviolabile, abbenchè non abbia veruna responsabilità, sono però responsabili di ogni minima mancanza i suoi ministri; i quali per conseguenza saranno ben circospetti, né si permetteranno la più piccola licenza; e molto meno potran fare, come prima, la rovina di questo paese, che ne piangeva la tirannide. I magistrati, i vescovi e tutti gl'impiegati politici ed ecclesiastici, abbenchè nominati dal re, sono per altro proposti dalla Nazione, e quindi saranno solo quei soggetti, che mercé la loro illibata condotta han saputo meritare la confidenza della Nazione, e per conseguenza non potran fare che il bene della loro patria. Finalmente in forza della Costituzione siamo tutti guarentiti e protetti nella persona e nelle proprietà. Dai già descritti vantaggi derivano molti altri, che meglio conoscerete in prati ca. Solo vi aggiungo che la Costituzione nel rendervi la libertà, vi ha rimesso in possesso di tutti i vostri diritti, e vi ha esentato da ogni sorta di servaggio. Procuriamo pertanto di conservarci un tanto bene anche a costo di tutto il nostro sangue.

F I N E








Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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