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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

SULLA RIFORMA POLITICA DEL REGNO DI NAPOLI

Avvenuta nel dì 1. Luglio 1820

LETTERA DI GERARDO SOLAI-BEMBI DIRETTA A MONSIEUR ACOUMERGLIAN IN MARSIGLIA

NAPOLI

SI VENDE PRESSO ANTONIO GARRUCCIO

Strada Tribunali num. 195,

1821

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MIO ORNATISSIMO AMICO

Oppresso da noia più che da cure io non ho potuto finora appagare la vostra curiosità col descrivervi tutto ciò che concerne la politica rigenerazione, di questo Regno. Mille volte ho preso in mano la penna, poiché sentiva il dovere di rispondervi, riguardando specialmente, alla gentilezza o con cui avete voluto mettere a pruova la gratitudine che vi professo;, ma mille volte ho dovuto lacerare il foglio appena vergato di poche linee. Adempio al presente a questo dovere, e speri ro, che la esattezza del racconto, voglia esser presa da voi in compenso della pe ma sofferta in attenderlo. Il capriccio, e l'intrigo che ha sovente fatto crollare i governi, che si credevano i meglio coordinati ed i più forti distrussero pure quello di questo Regno, poiché la ingiustizia formava la sua gran pietra di appoggio. Fin da che la Real Famiglia dei Borboni fece ritorno sull'antico suo Trono non si viveva qui che nella più grande oppressione e schiavitù ministeriale.

Mille promesse e si fecero ritornando il buon Ferdinando tra noi, troppo amato e desiderato da tutti, ma i nostri mali crebbero senza dubbio a proporzione del le promesse medesime, che non furono, attese giammai. l'odio dunque del pe polo verso il governo di già distrutto era cresciuto a dismisura, e farsi anche più o di quello che meritava. E chi non sa, che quando il popolo riceve male da chi, credeva e doveva ricever bene, diventa più inimico di quello che dovrebb'essere? Quindi in piccolo intervallo di tempo per ben tre volte si procurò di slanciarsi per abbattere il dispotismo, sforzi che non ebbero luogo per circostanze imprevedute. Essi formaron però i materiali al quarto, di cui comincio a farvi la storia narrando pure i principali agenti che contribuirono eminentemente allo sviluppo de' voti generali della Nazione.

Il Signor Andrea Infante Capitano delle milizie provinciali del circondario di Aversa in Provincia di Terra di Lavoro, che fu uno de primi operatori de’ sforzi testé mentovati, trattò fra i molti che dovette avvicinare nella sua Provincia coll'abbate Signor Luigi Minichini di Nola, e col sotto Tenente di cavalleria Signor Giuseppe Silvati del Reggimento Borbone colà distaccato. Questi, animati da un patriottismo inesprimibile, e mal soffrendo che i travagli de di loro amici eransi inutilmente versati, concepirono l'ardito disegno di una nuova mossa mettendosi d'accordo, con gl'imperterriti Morelli, di Scisciolo, ed Altomare dello stesso reggimento Real Borbone. Si posero dunque in movimento, e portaronsi in Aversa a conferir con Infante, uomo di una lealtà senza limiti, e non meno entusiasmato di loro. Si obbligò egli con i surriferiti Minichini, e Silvati di chiamare in sommossa ad ogni piccolo lor cenno le popolazioni del campo aversano; li presentò in casa del Signor Rondinelli proprietario distinto di quella Città ai Signori Giuseppe Acerbo, Napolitano, ed Incaldi Capitani, ed al Tenente Signor Roberti, uffiziali di Cavalleria del Reggimento Reggina, i quali l'offrirono tutto all'oggetto; e li diresse finalmente al Signor Gabriele d'Aumbrosio di Arienzo, col quale egli aveva concertate tutte le sue antecedenti operazioni. D'Aversa passarono in Napoli, ove stiede pure il Signor Tenente Morelli, a conferir sul proposito con gli uffiziali del reggimento 6 de Dragoni Signori Bocchino, Rignano, Bologna ec., i quali lor proccurarono mille altri mezzi onde mettersi di accordo con altri liberali della Capitale. Nell'atto che Minichini, Silvati, e Morelli stavano operando in Napoli, il sergente Altomare del lo stesso reggimento Real Borbone, uomo di sommo entusiasmo e coraggio si conferi in Nocera a prevenirne i suoi conoscenti del reggimento Principe Cavalleria, colà acquartierato.

Appena ritornati in Nola Minichini, e Silvati si portarono in Arienzo dal Signor d'Ambrosio il 24 del mese di giugno. Gli consegnarono la lettera del Capitano Infante, e gli domandarono in seguito se i seicento uomini atti all'armi da lui promessi per accorrere ove la voce di patria li avesse chiamati fossero tutta via all'ordine. d'Ambrosio rispose loro che non era più nelle circostanze di adempire a quanto si era per lo innanzi obbligato, mentre per aver dato per ben tre volte inutilmente il segnale della mossa, tutti i suoi corrispondenti eransi mo strati dispiaciuti di lui; e soggiunse, che tra questi vi era pur qualcheduno riscaldato talmente di fantasia che giungeva fino a dubitare della sua lealtà. Silvati, e Minichini si sconcertarono molto ad una così fatta risposta, perchè sembrava di mancar loro una parte considerevole de' disegni formati. Tal'era realmente l'incaggiamento del Signor d'Ambrosio, mentre la di lui influenza distendeva si d'Arienzo fino al di là di Benevento. Avvedutosi di tutto ciò il Signor d'Ambrosio l'incoraggi col dirgli, per questo ma le io ho ben pronto il rimedio. Nelle circostanze attuali noi non abbisogniamo onde dar principio con felice successo allo slancio patriottico, che di una sola ventina di uomini, i quali, facendosi i primi cader la maschera, gridino alle armi, alla rivindica de nostri dritti, alla distruzione del dispotismo ministeriale il più crudele. Son sicuro, che a queste voci tutto il popolo si armerà, e perchè il mal contento è già arrivato al non plus ultra, e perchè ancora da qualche mese il popolo è disposto, come sa pete, alle armi per questa causa. Io sarò (continuava il Signor d'Ambrosio) tra questi primi, e percorrendo la linea da questo comune fino al di sopra di Benevento, noi non avremo più i seicento uomini che desiderate, ma il decuplo di questo numero. L'esempio incoraggirà tutti, e tanti mi seguiranno. Di un così giusto ed entusiasmato discorso mostraromsi ben contenti Silvati, e Minichini e partirono tosto, promettendo dirigere sopra Arienzo la loro marcia, quando potevano alla meglio eseguirla. Ritornati in Nola attivarono sempre più i loro travagli, e le loro corrispondenze per tutta la estensione di quel distretto.

Intanto il Signor d'Ambrosio fe' pensiere posteriormente di conferirsi nei dintorni di Benevento per prevenirne i di lui antichi corrispondenti. Di fatti il ventinove dello stesso giugno si assentò dal Comune, facendo contemporaneamente partire per Nola i Signori Michele Lanzara, e Francesco Rossi ambidue Arienzani, onde avvertire della sua partenza il Signor Minichini, ed esser da questi nello stesso tempo informato di ogni novità. Rossi, e Lanzara trovarono Minichini, e Silvati in conferenza con gli Uffiziali Rignano, e Zineo, i quali si erano da Napoli portati colà, onde sollecitare la mossa; mentre, per quanto dicevano, avevano essi assai ragion di temere lo scovrimento del loro passi. A questo riguardo raddoppiossi l'attività di ognuno. Minichini fece a tutti sentire, che la sua sortita da Nola col reggimento Borbona era imminente, e che un giorno prima avrebbe mandato un suo commissario in Arienzo con delle folgori artificiali, che sparar si doveano dalla vetta più maestosa della montagna S. Angelo a Palomba, dietro il segnale della sortita che dava Nola con lo sparo di al tre folgori. Lo stesso avvertimento posteriormente fece agli altri suoi corrispondenti di S. Paolo, Visciano, e Saviano.

Giungendo in Arienzo i surriferiti Rossi, e Lanzara stabilirono di far ritornar tosto da paesi limitrofi di Benevento il Signor d'Ambrosio. Non avendo a chi affidare la commissione, Rossi che per patriottismo non la cederebbe al più rinomato cittadino romano, si offrì spontaneamente a partire, facendo a piedi un viaggio di circa venti miglia. Giunse colà la sera del primo luglio, ed informò di tutto il suo amico. Intanto verso le 22 ore dello stesso giorno pervenne in Arienzo il commissario del Signor Minichini, nomato Giovanni Rossi di Nola in compagnia di sei Armigeri provinciali animati dal più grande entusiasmo, e che portavano le folgori sopra designate. Non rinvenne in casa il Signor d'Ambrosio, cui eran dirette le lettere. Proccurò trovar nel paese il Signor Rossi. Ma inutilmente. In tale costernazione si diresse egli al Signor Lanzara, che lo accolse e lo incoraggi. Partirono ambidue pe 'l comune di S. Felice di Arienzo, onde provvedersi di compagni, portarsi in quella notte sulla montagna S. Angelo a Palomba, osservare dalla medesima se la sortita del reggimento si effettuiva, e corrispondere in fine a Nolani con lo sparo delle loro folgori, non potendo far altro per l'assenza del Signor d'Ambrosio. Fu cercato all'oggetto il Signor Luigi Caleabale di quello stesso comune di S. Felice, che molto patriottismo aveva fino allora mostrato, ma questi si negò, e li abbandonò subito col più vile timore. Camin facendo verso l'anzidetta montagna, di tanti compromessi in quel comune di S. Felice, che non meriterebbe affatto di esser nominato in questa storia, non se ne raccolsero che tre, e furono il Signor Filippo Riccio di Fabrizio, e i fratelli Michelangelo, e Fernando Ferrara. Salirono tutti uniti la montagna, e verso le cinque e mezzo italiane viddero il segnale della sortita.

Corrisposero con le loro folgori, e si accertarono finalmente dal modo, onde le folgori erano state sparate in Nola, che i liberali prendevan la volta di Monteforte, ove sarebbero stati accampati fino alla riunione di tutti. Dietro tutto ciò calarono nuovamente nel paese per in formarne il Signor d'Ambrosio, che snpponevano già ritornato dal suo viaggio.

Non lo rinvennero, e la costernazione cominciò ad impossessarsi di essi. Verso la mezza notte del giorno due di luglio d'Ambrosio giunse in Arienzo. E l’indomani riunì sollecitamente tutta la gente che potè, e parti con la maggiore precipitanza pe 'l quartier generale dell'armata de' liberali, ove giunse la sera del 4 luglio. In questa spedizione si distinsero in modo particolare i due fratelli Cimmino, il Signor Tommaso Acquarulo, i due fratelli Altarelli, il Signor Marcantonio d'Ambrosio, il Signor Marco Bernardo, ed i summentovati Rossi, e Lanzara, il quale essendo stato obblia nella chiamata raggiunse il di lui comandante d'Ambrosio nel comune di Arpaja. Con le lagrime agli occhi e gridando gli disse, perchè mai mi avete creduto indegno di partecipare dello sviluppo di una causa, per la quale ho finora versato tanti sudori?

Narrata questa parte interessante del la storia, che non avrebbe trovato più luogo nella medesima, mi è d'uopo ritornare un po' indietro per cominciare la narrativa della sortita.

Nello stesso giorno del primo luglio arrivò in Nola il Signor Nunzio Scala di Liveri, provegnente d'Avellino, ov'era impiegato presso quel Ricevitor Generale delle Contribuzioni dirette. Fu questi spedito dal Signor Niccola Imbimbo di quel la Capitale, perchè avesse fissato con que' del distretto di Nola i principi di una rivoluzione, alla quale erano dispostissimi da qualche tempo in Principato Ulteriore. Egli non potea più opportunamente giungere in Nola: si abboccò sulle prime con i Signori Giuseppe Palma, e Crescenzo Caccavale Tenenti delle milizie Provinciali; parlò in seguito col Signor Antonio Mercugliano, giovane pieno di affabilità, fornito di molte virtù, e che può giustamente appellarsi la vittima della opinione. Questi in compagnia di Palma e Caccavale lo diressero a Minichini prese così subito parte nello sviluppo della mossa da quest'ultimo combinata. A mezz'ora di notte Scala fu inviato sulle al ture del Monastero de’ Cappuccini di quel comune alla testa di una dozzina di uomini di S. Paolo. Ebbe ordine di attender colà molto altra gente, che venir dovea dal vicino comune di Visciano. Que sta non induggiò molto a venire, e dopo qualche tempo sopraggiunse pure il Signor Domenico Gentile, che portò seco le folgori d'accendersi in quel luogo sortendo dal quartiere la Cavalleria. Intanto la notte si avvanzava, e la porta del quartiere era ancora fermata Minichini ed il Signor Antonio Montano, supponendo che qualche inopinata circostanza avesse prodotto il ritardo della uscita: della Cavalleria, si avvicinarono con la loro gente al quartiere presso del quale si posero in attenzione: intesero dentro un gran bisbiglio, e qualche colpo di Pistoia: proccurarono di farsi sentire: al rumore, alle voci i soldati che eran desti, che avevano già i loro cavalli insellati, e che si stavano proccurando l'uscita avendo portato nella stanza del sergente Altomare il Tenente di Guardia, Signor Borgia, che dallo spavento fu colpito dalla emplegia, si animarono maggiormente e sortirono, con la velocità del fulmine dal quartiere. Della sortita si passò tosto la voce a Scala, il quale accese la prima folgore, prevenendone i corrispondenti di Arienzo. Unita tutta la gen te avanti il Seminario di Nola, Mini chini propose di prendere la volta di S. Maria a Vico di Arienzo, siccome aveva concertato col Signor d'Ambrosio. Scala, e Morelli si opposero preferendo la stra da di Avellino, che fecero credere assai più sicura. Si abbracciò dopo lungo di battimento il di loro sentimento, e si ceraiorarono di questa determinazione i corrispondenti con lo sparo di altre folgori. Il Sergente Altomare di sopra mentovato, risovvenendosi che in Avella vi erano distaccati circa trentacinque uomini del suo reggimento comandati da un 'Tenente, si avvisò di seco condurli: se c'impegnò, ci riusci, ed il solo Te mente fu lasciato in Avella, perchè al loggiato in altra casa. Allora, stando unito tutto il corpo de' sotto Uffiziali, dai quali per la maggior parte dipese la sortita del soldati, si propose loro di eleggersi un capo; i soldati nominarono al comando dello squadrone il sergente Altomare. Questi dotato di una virtù eguale al suo coraggio, rispose, che essendo con loro due Uffiziali, era giusto ch' eglino avessero comandato, e specialmente il più anziano. Approvarono tutti una così fatta proposta, e quindi Morelli come uffiziale più antico prese il comando dello squadrone.

Progredivano essi con la maggiore allegria il loro cammino, allorché nelle vicinanze di Bajano furon sopraggiunti dal Signor Carriera Tenente dello stesso reggimento Borbone, e da dieci altri sol dati, de' quali otto a piedi, e due a ca vallo. Fu questi creduto una spia de' superiori del Corpo ( ed avevano ben ragion di pensarlo) e se i liberali non fossero stati animati dalla più rigida virtù, si avrebbero con molta giustizia tinte le mani nel di lui sangue. Se gli fece solamente sentire il sospetto, inculcandogli di ritirarsi. Ma Carriera s'impegnò a farsi credere animato dalli stessi principj, e quindi gli venne accordato di seguire la picciola armata, composta da circa centocinquanta cavalli, da cinque armigeri provinciali, e da trentatré cittadini.....? Giunta questa nel comune del Cardinale, ove incominciò a gridare viva il re, viva la costituzione, Minichini di spose, che Scala vi restasse con venti uomini; che la cavalleria andasse a piazzarsi sul così detto Ponte di sotto ch'è sito passato Mugnano, ed egli con tutto il resto della sua forza prese parte abi tata di questo Comune ad oggetto di acerescerla con proccurarsi maggiori seguaci Stando Scala piazzato sulla strada del Cardinale, unironsi a lui venti uomini in circa del reggimento Real Marsi, che erano egualmente entusiastati da principi antidispotici, e che destinati a scortare il procaccio per colà transitavano. Que sta unione sconcertò alcun poco il surriferito Clemente Carriera, il quale era rimasto in compagnia di Scala, e che perciò non esitò punto a darsi ad una precipitosissima fuga, lasciando con sorpresa gli astanti. Egli ritornò la mattina stessa in Nola ad informar di quanto doveva i superiori, e tutti gli agenti del governo si intanto dopo pochissimo tempo Scala andiede a raggiungere tutta l'armata nel l'indicato luogo del ponte di sotto, ed indi si riprese la marcia per Monteforte Lungo la strada vennero incontrati pochi uomini del reggimento Sanniti, destinati a guardare la strada, che vollero spontaneamente arrollarsi, e due uffiziali de' Militi della compagnia di questo comune, che venivano precipitosamente a cavallo verso i liberali, essendo loro arrivate le voci di un cosi strano avvenimento per mezzo di quelli che transitavano. Uno degli ufficiali suddetti aveva il grado di Tenente e chiamavasi Sig. Gaetano Ligniti, e l'altro ch'era il Signor Francesco Campanile aveva quello di sotto 'Tenente. Conferirono pochissimo tempo con Minichini, estrinsicarono a tutti il loro entusiasmo per la medesima causa, e precederono l'arrivo dell'arma ta nel loro comune. Tutta la compagnia de' Militi di quel circondario fu all'istante raccolta e messi sotto le armi o Dietro breve trattenimento in Monteforte, ove ciascuno, si provvedette di coccarda tricolorata, l'armata parti ingrossata dalla Brigata de' Focilieri Reale colà distaccati, e diresse la sua marcia per Mercugliano. La compagnia però testè mentovata delle Milizie Provinciali, restò ferma nel suo comune, attendendo gli ordini di quel Capitano Signor Antonio Nappi. Poco lungi da Mercugliano incontrossi il Tenente di Gendarmeria Signor Giannattasio, che veniva d'Avelino, ov'era già arrivata la voce della novità per l'organo del vetturini, che l'avevano sulla strada osservata. Veniva egli per vedere co' suoi propri occhi quanto erasi detto da tutt'i viandanti, e darne in seguito rapporto, alle autorità della Provincia, che lo avevano all'oggetto spedito. Mostrò amicizia, protezione e patriottismo, di cui farsi non era mancante, ed indi pregò i liberali anche da parte del Signor de Concilii a trattenersi per poco altro tempo in Mercugliano, ove furono ben trattati dal Sindaco, soggiungendo di andarsi accampare nel caudio di Monteforte, nella quale posizione restarono fino al Martedì prossimo, che contavasi il 4. di Luglio.

Intanto tutte le Autorità di Avellino dietro l'avviso di Giannattasio, all'istante furon riunite. Esse presero la risoluzione di opporre valida forza a que’ disertori e faziosi, del che ne passaron pure gli avvisi per espresso al General Pepe, che rattrovavasi nella Capitale del Regno.

A questo riguardo il Signor Tommaso de Filippi Colonnello delle Milizie Provinciali diede ordine con sua circolare del due Luglio a tutt'i Capitani del Circondari di quella provincia, che militarmente marciassero con le rispettive lor compagnie per quel quartier generale.

Questa marcia fu eseguita da tutti in un baleno, e quelle compagnie, ch'era no ne' dintorni di Avellino per la sera dello stesso giorno giunsero sotto gli ordini dei superiori. Riuniti colà molti Capitani, tra quali meritano particolar menzione Fierro, Nappi, Buono, Rotondi, e Preziosi, molti uffiziali, sotto uffiziali, e Militi, tutti liberali di senti mento, il Signor de Concilii, uomo liberalissimo, s'infiammò, e s'incoraggi.

Concertò quindi con essi, non meno che con gli altri uffiziali de corpi residenti in quella capitale, i quali gli avevano confidata la loro disapprovazione di battere i liberali, che l'indomani alla rivi sta del Generale Colonna, Comandante della Provincia, ciascheduno si fosse ne gato di battersi contro una causa tanto giusta, e per la quale ognuno avrebbe anzi versato il sangue fino all'ultima goccia. Fu questo eseguito col massimo entusiasmo, al quale si aggiunse ben anche quello del popolo. Restò quindi paralizzato il progetto stabilito nel giorno antecedente, cioè di far resistenza ai liberali in Monteforte, ed il Generale Colonna non potè che, esser contento di una si brillante risoluzione, che ha colmato di gloria quella Provincia. Al felice esito, di quanto erasi stabilito il Signor de Concilii spiccò tosto persona a cavallo per chiamare segretamente sopra Avellino la cavalleria Real Borbone, e quanti vi erano liberali in Monteforte. Un avanza sta di questa forza vi giunse verso le un dici italiane gridando Viva il Re, viva la costituzione di Spagna. A queste voci il popolo si pose in tumulto, e l'Intendente della provincia riunì immediatamente tutte le autorità civili, militari, ecclesiastiche, e giudiziarie per l'occorrente. Nel momento che questa unione ebbe luogo, sei rappresentanti del popolo della provincia si presentarono al con sesso, domandando in di lei nome d'iinpetrarsi dal Re la sanzione della Costituzione di Spagna. Indi immediatamente il popolo cominciò a gridare, ed annunziò a tutti che la Costituzione era così proclamata. Entrò in questo mentre la cavalleria con tutto il suo seguito nella città, e la bandiera nazionale sventolò ben tosto in tutt'i luoghi della medesima. Gridi di giubilo si elevavano da ogni dove, ed altro non sentivasi, che viva il Re Ferdinando, viva la Costituzione. In que sto luogo dovrei io descrivere la gioia onde ciascuno fu colmato in quel momento, ma mi mancano l'espressione adattate, e sarei troppo ardimentoso nel voler dipingere un quadro degno vera mente della penna de più rinomati scrittori. Dico solo che tutti furon presi da un entusiasmo divino, che faceva anelare il momento di morir per la patria, e per la salvezza comune. In mezzo alle lagrime di gioia che a torrenti ognuno versava, fu estinta ogni inimicizia particolare, e tutti divennero amici, e fratelli. La giustizia si baciò con la pace.

Tutti gareggiarono in valore, ed in virtù. Le milizie soprattutto conservarono un contegno, ed una disciplina ammirabile.

In mezzo a tanto contento il Signor de Concilii fu chiamato dal popolo al comando in capo di tutta l'armata. Egli l'accettò a condizione di cederlo al Te mente Generale Guglielmo Pepe, il di cui Ajutante di Campo Signor Cirillo era in quel momento giunto colà a premurare da parte del suo Generale, che si fosse profittato di quella mossa, e tutto si fosse fatto pel conseguimento della bellissima causa. Tutto il popolo conosce va benissimo il patriottismo di questo Generale, che senza dubbio aveva anche molto influito sulla educazione morale e militare delle intiere due provincie di Principato ultra, e Capitanata, e quindi accolse bene la proposta del Signor de Concilii.

Sulle prime de Concilii provvedette, come cosa della più alta importanza, al la tranquillità interna della città, al che lo coadjuvarono tutte le autorità, e tutt'i buoi i cittadini. Indi fe dare il giuramento per la Costituzione ad ogni arma che rattrovavasi in Avellino, nel che si distinse moltissimo il corpo della gendarmeria Reale, ed il battaglione del reggimento Sanniti colà residente. E finalmente con l'ajuto delle cognizioni del Generale Colonna pensò a dar disposizioni le più energiche, perchè le strade che mettevan capo in Avellino fossero state ben guardate da ogni accesso di truppa reale, e perchè ancora la marcia per la buona causa si fosse più oltre spinta da liberali. In seguito di così fatti provvedimenti parti pel capo di Monteforte, ove era 25 di già ritornato il Signor Minichini, un Battaglione di Militi, comandato dal maggiore Signor Niccota Pionati, e composto dalle compagnie de' Capitani Sebastiano Preziosi, Giuseppe Buono, Pasquale Rotondi, Antonio Nappi e Gaetano Fierro. Verso Furino, e propriamente pel villaggio dell'Incontrada marciò il Signor Niccola Imbimbo con moltissimi distinti cittadini di Avellino, ed i Capitani Signori Alfonso Belli, Casimiro Celli, e Giuseppe Giannelli con le loro rispettive compagnie. Vi marciò pure il sotto Tenente Sig. Morelli alla testa dello squadrene Real Borbone, che di là passarono a postarsi sulla strada detta la Lavora. Nello stesso tempo poggiò sopra Solofra il Capitano Ansuoni, il Tenente Gallo con picciolo distaccamento della sua compagnia, il Capitano Paolel la del Reggimento Sanniti, ed il Capitano de' Fucilieri Reali Signor Pristipino che comandava. Finalmente si fecero marciare per le Forche Caudine in Terra di Lavoro i Capitani Emmanuele Rossi, e Gaetano Carrara che aveva il comando. Mostrò quest'ultimo una viltà inudita, giungendo fino a cambiare bandiera secondo le notizie che riceveva, ed a cacciare da se i liberali di Arienzo per non esser chiamato sollevatore (come ei diceva) di una Provincia cui es so non apparteneva. Provveduto cosi a questi bisogni una corrispondenza attivissima si proccurò di aprire con le altre Provincie. In questo stato di cose immenso era il numero dei liberali, che da tutt i punti della Provincia di Principato Ultra, e del distretto di Nola venivano a rinforzare l'armata. Per la strada non vi era uomo, né vi era alcuna donna, che non avesse vieppiù animati i liberali ad impiegare validamente il loro braccio per la salvezza della patria, implorando loro dal Cielo le più alte benedizioni. Era questo lo spettacolo il più commovente, ed occuperà senza dubbio un posto distinto ne' fasti della patria.

Mentre le cose erano in tale stato, il Governo quantunque inattivo, debole, ed inconseguente, aveva già prese le sue misure. Aveva disposto, che forze imponenti si fossero opposte alla rivolta, che i Ministri per loro particolare interesse, non lasciavan di dipingere al Re come cosa di poco momento. Il General Carrascosa ebbe ordine di marciare con molta truppa per Monteforte, i Generali Campana e Nunziante di avvanzarsi nei confini meridionali della Provincia rivolo tata, ed il Colonnello del Carretto fu spedito per Basilicata, onde riunire co là tutta la truppa che poteva, ed attaccare dalla parte orientale, ossia alle spalle i liberali, de quali ragionasi. Dietro tali disposizioni non e certamente malagevole il ravvisare, che l'armata costituzionale trovavasi in pessimo stato.

Ma quando una cosa ardentemente si vuole, non mancano mezzi per conseguirli.

In tale posizione non vi ha ostacolo che possa opporsi alla corrente del popolo, che tutto scuote, abbatte, e seco trasporta qual fiume gonfio ed impetuoso. Egli è perciò che i Signori de Conciliis e Minichini azzardarono di mettersi nella offensiva, ad onta, come si è visto, di tutta la forza imperiosa che da ogni parte avevano a fronte.

Al primo spuntare del sole del 4 Luglio i liberali postati a Solofra avvanzaromsi verso il Villaggio Piazza di Pandola in Principato Citeriore, ed attaccarono vigorosamente verso le quindici ore il Generale Campana che aveva circa settecento uomini tra cavalleria, e fanteria con due pezzi di campagna. Morelli, che aveva ricevuto ordine nel posto detto la Lavora di caricar l'inimico nello stesso luogo, vi giunse a tempo, e si mischiò con sommo vantaggio in questa zuffa. Il General Campana conobbe in questa circostanza il coraggio non calcola il numero, ed è ben atto a superare ogni resistenza. In seguito di che il General Campana retrocedette verso Nocera, prendendo una vantaggiosissima posizione. Egli rifletteva con quella saggezza, che è propria di un Generale, che in una sì fatta circostanza, non era punto conducente battersi in dettaglio, tanto più che attendeva l'arrivo di altra truppa comandata dal Tenente Generale Nunziante. I liberali tutti pieni di entusiasmo seguitarono sconsigliatamente ad incalzar l'inimico a malgrado di tutto il vantaggio che a quest'offriva la posizione già presa. Furono in conseguenza rispinti, ma non perdettero essi molto terreno, mentre la cavalleria Borbone guardò bene le posizioni che occupava. A questo proposito mi è dovere far qui particolare ed onorevole menzione dell'intrepido sergente Maggiore Altomare, il quale nel suo posto con pochi uomini mostrò tanto vali che oltrepassa l'umana immaginazione.

Il comandante in capo Signor de Concilii informato a tempo di ciò, accorse la sera dello stesso giorno con nuovi rin forzi, formati da quanti patrioti esser vi poteano in Avellino, e da dugento uomini del reggimento Sanniti, alla di cui testa vi era il bravo Maggiore Signor Giuliani. Riacquistarono quindi ben to sto le perdute posizioni, e ciò che importava più, ripresero ancora il loro spirito di superiorità, e l'offensiva. In questo stato de Concilii pensò di allungare la linea delle sue forze. Spedi il giorno cinque verso la dritta il coraggio e fermo patriota Signor Giuseppe Bannelli con tutta la sua compagnia di Militi, ed il Tenente Camillo Poloni con un distaccamento del reggimento Sanniti i quali poggiarono sopra Bricigliano. In tanto la forza postata in Solofra fu ingrossata dal battaglione di Ariano comandato da Florio, e quindi potè marciare verso Salerno, e Nocera.

Disposte così le cose de Concilii ritornossene in Avellino per occuparsi della parte occidentale della provincia, nella quale, come si è detto, era il General Carrascosa. Questi giunto in Nola, spedi ai liberali nel giorno tre it Signor Bianchi Giudice, Regio del circondario di Bajano in qualità di parlamentario, offrendo loro in nome del Re delle condizioni vantaggiose, ed do esteso perdono.

La offerta fu rifiatata, e con nota fermezza risposero al Generale per lo stesso organo nel giorno appresso, che si erano usciti in campagna o per ottenere la riforma politica del Regno, o per morire.

Ma Carrascosa, che da questa risposta aveva conosciuta la ferma risoluzione dei liberali, volle pure conoscere perfettamente in tale ricontro la estensione della lor forza. Con destrezza dunque ne interrogò il Giudice Bianchi. Questi ch'è fornito di somma penetrazione, è di gran di talenti, e che amava il nuovo regime di cose quanto ogni altro, conobbe perfettamente la idea del Generale, e ne volle trarre partito. Rispose dunque, che il numero del liberali era numeroso, e che malamente si sarebbe avvisato se pensava attaccarli. Carrascosa il credette, e ne tenne ben tosto avvertito il Governo, che ne restò sorpreso e confuso. Intanto non avanzossi di un passo, aspettando nuove disposizioni, anche a riguardo della poca fiducia che aveva nella truppa ei comandava. Egli certamente non s'ingannava per tutto ciò avendo di già veduto, che i due fratelli Napoli Tenenti del battaglione dell'imbecille ed aristocratico Alfano, che formavan l'avamposto delle truppe reali eransi disertati all'ininico con tutti gli uomini affidati al loro comando. I liberali non vedendo Carrascosa spingersi innanzi, nel giorno 4 calarono ad inalberare la tricolorata bandiera ne’ comuni del Cardinale, Bajano, Avella, e negli altri paesi circonvicini, che li accolsero con sommo entusiasmo e contento.

Nel giorno cinque il Signor Antonio Mortano, giovane di non volgari si ti noti, e che aveva tutto ciò eseguito, ebbe ordine da Minichini di postarsi lungo la strada della Schiava, e di tener sempre delle spie sicure in Nola de conoscere a tempo le operazioni di Carrascosa

A' sei luglio verso il Purgatorio, nello vicinanze di Avella fu arrestato da liberali colà piazzati il Capitano Minonna, che veniva dal quartier generale di Carrascosa. Egli asserì essere un parlamentario, e quindi bendato fu condotto da Minichini, e dopo dal Comandante de Concilii in Avellino. Recò a questi una lettera del Maggiore Guarini del 5. Battaglione de Bersaglieri, nella quale per disposizione di Carrascosa accludeva dugento esemplari del decreto reale, con cui promettevasi un governo costituzionale.

Alla notifica di questo decreto, il Signor de Concilii rispose, che il popolo per l'entusiasmo che l'investiva, non avrebbe certamente desistito dall'intrapresa carriera, se non gli si davano ostaggi di alta considerazione, e se le truppe che aveva a fronte non si fossero fatte allontanare. Ma se i liberali ch'erano a Monteforte si avanzarono fino alla Schiava, malgrado una forza si imponente che avevano a fronte; quelli che furono spediti da Solofra per Salerno e Nocera, non potevamo certamente marciare senza favorevoli risultamenti. Di fatti nel giorno cinque Florio era presso Nocera, Paolella e Pristipino a Salerno, e l'inimico battuto, ritiravasi alla confusa. Essi avevansi sin dalla sera antecedente aperta la comunicazione con la costa dell'Amalfi, mercé le deputazioni che in gran nume ro li erano da colà arrivate, e tutto e rasi disposto per attaccare i difensori del governo dispotico alle spalle, se pur ve ne fussero stati. Non è esprimibile qui il modo onde furono accolti i liberali in Salerno, e quanti patrioti decisi di questa capitale unironsi all'armata costituzionale. Questa provincia, nella quale il patriottismo era più pronunziato, e più grandi in conseguenza le oppressioni che altrove, doveva necessariamente, come avvenne, costituzionarsi in un baleno.

Ma ad un progresso si celere, e si sorprendente dell'armata Costituzionale non contribui solamente il coraggio, e la decisione della medesima; non vi tenne mano semplicemente l'entusiasmo delle popolazioni, che, come si è detto, accoglievano i liberali come fratelli, unendosi ad essi in gran numero i cittadini di ogni paese, ma vi contribui eziandio la stessa armata reale, che avvilita sotto il comando di un avaro, ingiusto, ed imbecille straniero, anelava il mo mento di sottrarsi da tanta ingiustizia, e schiavitù. E perciò solamente che i soldati a compagnie, a battaglioni, a squadroni, a reggimenti intieri disertavansi da loro Generali, conferendosi al quartier generale de' Costituzionali. E perciò che in pochissime ore i Generali Campana e, Nunziante restarono con pochissima truppa, la quale se non si risolvette alla rivolta, era però disposta di morire piuttosto, che d'impugnare le armi contro dei loro fratelli. Combinati adunque così nobilmente i desideri del popolo e dei armata, combinazione che forma la gloria de’ Napoletani, e che li ha messi a livello delle più rispettabili nazioni europee, potè in tal guisa solo ottenersi l'illustre e politico nostro risorgimento L'arrivo della truppa reale al quartier generale dell'armata costituzionale occasionava lo spettacolo il più brillante, ed insieme il più commovente. Era bello il veder riuniti in Avellino, tanti differenti corpi che gareggiavano per valore e per virtù, era tenero poi il vederli sulle pubbliche strade abbracciare, fraternizzare, e giurare insieme di versar tutto il sangue a pro della patria. Intanto un numero si strabocchevole di uomini, che gravitava sopra Avellino, certamente non atta a poterli alimentare, non produsse la menoma scarsezza di viveri, anzi ognuno vi trovava in abbondanza ed a mercato di che banchettare.

In questo stato, quando cioè Avellino sembrava la città la più bella dell'Universo, e di molto superava la stessa Sparta, vi giunsero felicemente i Generali Guglielmo Pepe, e Napolitano, seguiti da quarantotto uomini del reggimento Marsi, e da molti Dragoni, alla testa de quali vi era il Tenente Colonnello Tupputi, e da gran porzione del reggimento Regina di Cavalleria col suo Colonnello Sig. Celentani. Arrivando Pepe al Quartier Generale il Comandante Signor de Concilii, sempre fedele alle sue promesse, cedette tosto il comando dell'armata al suo Generale. Fece preceder quest'atto da un proclama, che forma, e formerà per sempre la di lui gloria.

Quanto meritasse il General Pepe di stare alla testa dell'armata de' liberali è inutile il qui riferirlo, poiché lo fece egli conoscere col proclama che pubblicò in quel rincontro, e col modo sopratutto onde spinse innanzi gli affari, portandoli felicemente al lor termine.

Nel giorno sette recossi al Quartier di Avellino il Principe Pignatelli, col quale fu ben tosto conchiusa la Capitolazione tra i liberali, ed il Re. Dietro ciò le truppe ritiraronsi nella Capitale del regno, dove furono immediatamente seguite dall'armata costituzionale, come dirò a suo luogo.

Descritto con fedeltà, e quanto più laconicamente ho potuto tutto quello che riguardava le provincie, è ora preggio dell'opera far menzione di quanto avvenne nella Capitale. Sin dal giorno due di Luglio incominciossi a vociferare in Napoli quanto era avvenuto in Nola. Alle semplici voci di quell'avvenimento i liberali dettero ben tosto rigore a loro travagli, ed alle loro corrispondenze. Esse crebbero a dismisura osservando posteriormente i movimenti della truppa che rapidamente e con confusione si succede vano; quindi ognuno con fondamento concepiva la bella speranza di veder da un momento all'altro salvata la patria da oppressione cotanto crudele. Nel giorno cinque attendevasi da Napolitani il risultato di un attacco generale, che Carrascosa dar dovea in quel giorno all'armata Costituzionale. Alla notizia, che la divisione delle Truppe reali erasi rimasta inoperosa, e che il Generale non aveva per anche oltrepassato il Comune di Cinmitile, essi non difficoltarono più della felice riuscita delle cose, anzi si persuasero di aver già assicurato il frutto di tante loro fatiche. Dietro si fatti ragionamenti nessuno dubitò più di manifestarsi. Ognuno corse alle armi, e sulle pubbliche strade nelle quali, per modo di esprimermi, formicolavano gli armati, si ripetevano i loro giuramenti, di vin cere cioè, o di morire. In questo stato di cose grandissima era l'attività della Guardia di Sicurezza in terna della Capitale, che non una volta ha salvato la patria dagli orrori dell'eccidio e del saccheggio. I lazzaroni, questa classe di cittadini che per scioperatezza del governo finora ha vissuto senza un mestiere, e che le altre nazioni europee non conoscono affatto, erano avviliti, né punto osavano di comparir sul le strade. Le prigioni ed i bagni de' servi di pena erano ben custoditi. In conseguenza di tutto ciò ciascheduno continuava con tranquillità il mestiere, cui era addetto, e la rivoluzione effettui vasi senza che alcuno ne fosse stato menoma mente alterato. Non mai il registro de' delitti, o de' misfatti marcò sì pochi de linquenti come in quei pochissimi giorni, ed io oso dire, che non n ebbe neppur un solo, re, 36 Ma se tutti in tali circostanze viveva no tranquillamente nella Capitale; i Mi nistri però erano nelle più grandi agita zioni. Ne avevano pur troppa ragione.

ll loro dispotismo era crollato da qual che giorno nelle Provincie Costituzionali, ed essi da Napoli ne avevano inteso lo scroscio, dal quale erano rimasti non poco atterriti. Si consigliavano quindi a vicenda, e si trovavano sopratutto molto imbarazzati nel dover mettere sotto l'occhio del Re quanto era avvenuto, senza dubbio per di loro colpa. Chi opina va ( continuandolo ad ingannare) di far gli capire che i rivoltati potevansi benissimo reprimere con la sola divisione di Carrascosa; chi diceva di fargli comprendere esser questi animati da uno spirito repubblicano, e che perciò bisognava che fosse fuggito; e chi finalmente sosteneva altre cose del pari inette ed insussistenti.

In tale confusione di cose il Tenente General Filangieri, uomo superiore ad ogni elogio, e ch'era incaricato della pubblica tranquillità e del comando del a Piazza, girando per la Città aveva ben conosciuto che il voto per la riforma po litica era universale; che la salvezza del la patria dipendeva esclusivamente dal disingannare l'adorato Re Ferdinando, e che un amico di questi finalmente doveva rinvenirsi e destinarsi a così gran de operazione. Fra tanti egli scelse il Duca d'Ascoli cavallerizzo maggiore del Re, come quegli che mille pruove aveva dato alla nazione del suo patriottismo, e dell'amore che nutriva per essa. Il duca d'Ascoli per verità sempre attaccato al Re quanto alla patria corse tosto ad informarlo di tutto.

Dietro le notizie di Ascoli convocossi un consiglio estraordinario coll'intervento ancora del Principe reale Francesco, del Capitan Generale Danero, e di qual che altro amico del Re. Allora ognuno vide, che la rivoluzione era il risultato esclusivo dell'oppressione che operava il Ministero su del popolo e dell'armata.

Ognuno vide in una parola nel suo vero aspetto le cose. Vide, che i Ministri non erano accessibili, se non col mezzo dell'oro; che gl'intendenti delle provincie i quali erano stati creati per dirigere e garentire i Comuni, n'erano i veri carnefici; che i Magistrati ne' giudizi di qualunque natura non più consultavan le leggi in vigore, ma il solo loro interesse; che i grandi impiegati nel ramo della pubblica istruzione, non vi esistevano se non per avvilirla e distruggerla, che nell'armata non più era protetto il coraggio, l'onore, e l'anzianità, anzi eran questi de titoli per demeritare, ed essere oppresso; che le imposte non eran fatte per sostenere lo stato, ma per demolirlo dalle fondamenta. Con questo quadro avanti gli occhi ognuno che amava il Re non poteva che consigliarlo, in opposizione de soli Ministri, d'inerire ben tosto alle brame del popolo, il quale fino a quel momento conservava tutto il rispetto, e l'amore per la sua sacra per sona. Il Re naturalmente fatto pel bene, o de' suoi sudditi, e riflettendo d'altronde che nell'attuale sviluppo di lumi, in mezzo ai quali ogni vil cittadino conosce i suoi dritti, altro governo non può adattarsi alle nazioni che il costituzionale, volle in quell'ora stessa fare stampare una promessa di costituzione, e che questa per l'alba dell'indomani si fosse affissa ne' luoghi soliti della città. Molte stampe ne furon pure spedite immantinenti in tutte le provincie del regno.

I liberali intanto che in quella notte, cioè del cinque a sei Luglio, non avevano punto dormito, conobbero i primi la novità, che produsse una esultazione ed una gioja assai difficile a potersi esprimere. In un momento se ne diffuse la voce, e le strade, specialmente quella di Toledo, furon ben tosto zeppe di gente, nella quale distinguevasi la gioventù studiosa in modo sublime carità. Nel largo della, ov'è il quartier generale della guardia di Sicurezza si vide in quel medesimo istante inalberata la tricolore bandiera, che inebriò di piacere anco i me no disposti a provarlo. Corsero quindi tutti al largo del palagio reale anelanti di vedere il Re e con le lagrime agli occhi gridavano viva Ferdinando, viva Ila Costituzione. Ai gridi, al tumulto il Re comparve sul balcone; ma la penna non può esprimere qui l'universale contento, e la gratitudine che ognuno estrinsicava. Ogni strada, ogni largo echeggia va di gridi di giubilo, e Napoli offri in quel giorno, lo spettacolo il più bello, ed insieme il più commovente.

In questo stato di piacere e di entusiasmo molti s'intrattenevano a riflettere quale costituzione poteva meglio adattarsi a nostri particolari bisogni. Ma i liberali, a quali non poteva essere ignoto, che in Monteforte era si proclamato lo statuto spagnuolo, non indugiaron punto ad estricar questa idea, ed in un momento la opinione divenne universale, S. A. R. il duca di Calabria, che in quel giorno medesimo fu chiamato dal Re al governo del regno per la sua indebolita salute; conobbe tosto il voto unanime della Nazione, e pubblicò nel di vegnente il decreto, col quale veniva adottato nel regno delle due Sicilie lo statuto Spagnuolo sanzionato da S. M. cattolica nel Marzo dell'anno corrente, salve però le modificazioni che la rappresentanza nazionale costituzionalmente convocata avrebbe proposte. In quel medesimo tempo il Principe Vicario Generale del regno scelse altri Ministri, essendosi i primi dimessi, e nominò ancora la giunta provvisoria di governo.

Dietro tutto ciò furono subito spediti ordini, perchè l'armata reale si ritirasse in Napoli, dove dovea esser seguita da quella del liberali come sopra ho anticipato. Di fatti nel giorno nove entrò questa nella Capitale, formata da truppa di linea, dalle Milizie provinciali, e da più bravi cittadini di Avellino, Salerno, e Terra di Lavoro. E chi può esprimer mai la maniera, con la quale fu ricevuta? Chi mai dipinger può que sto quadro sì brillante, e si commovente? Dove mai rinvenir si possono colori si vivi? I balconi, le finestre, le strade erano tutte zeppe di gente: i gridi di giubilo si elevavano fino al Cielo, e le lagrime soffocavano quelli di viva Minichini, viva Silvati, viva Morelli, viva Altomare. Per molte sere di seguito la città fu riccamente illuminata, e molti archi analoghi alla circostanza ad onore di ciascuna provincia furono eretti. Nel giovedì finalmente 13 Luglio verso 21 ore fecero ingresso nella capitale le Milizie di Capitanata, seguite dal Reggimento Re di Cavalleria. La bolla tenuta di queste truppe Nazionali ammontanti a cinque mila uomini, e il contegno militare che mostra sono, furono oggetti di sorpresa e di meraviglia. In tanto ordini pressantissimi spedironsi per gli Abruzzi e per le Calabrie, onde tutta la gente ch'era in marcia per la capitale fosse ben tosto ritroceduta, ad ego getto di non gravare la nazione di una spesa inutile, e che avrebbe di molto sorpassate le sue forze.

DOCUMENTI STORICI

I
Lettera del Capitano Andrea Infante di Aversa diretta al Capitano Gabriele d'Ambrosio di Arienzo, con la quale gli vengono presentati Minichini, e Silvati.

Mio affezionatissimo, ed ottimo amico. I latori di questa mia sono due miei amici di Nola. Essi abbisognano di voi. Pregovi a sentirli con tutto quello interesse onde siete solito accoglie re le mie preghiere. Per l'avvenire tutto ciò che dovete inviarmi in Aversa, me lo farete pervenire pe 'l di loro organo, poiché mi arriverà e più prestamente, e con maggior sicurezza. Son sicuro de' vostri favori, e perciò vi anticipo i miei ringraziamenti. Amatemi come solete, e credetemi fino alla morte il vostro affezionatissimo.

Infante

II
Lettera dell'Abbate Luigi Minichini di Nola diretta al Capitano Gabriele d'Ambrosio, con la quale si avverte, che nella notte 1. Luglio si osservasse la sortita dello Squadrone Real Borbone dalla Montagna S. Angelo a Palomba di Arienzo, e loro si corrispondesse dal medesimo luogo con segni eguali.

Mio carissimo amico. Dal latore di questa mia sentirete tutto ciò che vi toccherà di operare nella notte seguente. L'ora della nostra riunione è già arrivata: noi ci rivedremo. Addio Luigi Minichini.

III
Domanda degl'Irpini di un governo Costituzionale; e comando da medesimi conferito a de Concilii di tutte le forze riunite nella Provincia.

Avellino 5. Luglio 182o. Alle ore undici d'italia di questo giorno è comparsa un' avanzata di Cavalleria della Truppa accantonata in Monteforte, gridando, viva il Re, viva la costituzione. Il Signor Intendente della provincia ha immediata mente riunite tutte le autorità civili, militari, ecclesiastiche e giudiziarie. In seguito si sono presentati i Signori Gaetano Licastro, Scipione Giordano, Nicco la Imbimbo, Giuseppe Vitale, Gabriele Damiani, e Saverio Tanucci incaricati dal popolo di questa provincia, ed han domandato in di lei norme impetrarsi da S. M. il Re la sanzione della Costituzione delle Cortes di Spagna, che il popolo medesimo desidera fra breve termine, onde non dar luogo a tumulti, che avvenir potrebbero in altre provincie; e si ha esso riserbato di presentare alle autorità riunite dall'Intendente tutte le domande di dettaglio concernenti la detta costituzione. Appena seguita tal domanda il popolo ad alta voce ci ha annunziato che la costituzione è stata proclamata. Ha proclamato ancora all'unanimità, e ad alta voce come capo di tutte le forze costituzionali il Signor Lorenzo de Concilii segnati: Gaetano Licastro: Scipione Giordano: Saverio Tanucci; Nicola Imbimbo: Giuseppe Vitale: Gabriele Damiani.

IV
A' popoli Irpini.

Miei concittadini! Uno di quei casi che non sa l'umana ragione prevedere, richiamò sulle alture di Monteforte 15o uomini a cavallo.

Nella mia qualità di capo dello stato maggiore della divisione, io non mancai di concertarmi col Generale Comandante della Provincia, affinché coerentemente alle disposizioni di S. E. il Tenente Generale Pepe si fosse impedito di più progredire al corpo di cavalleria, che ave va presa quella posizione per noi pericolosa. A tal uopo riunite le compagnie di militi nel numero che si potè maggiore, ed alle quali aggiunsi de' forti distaccamenti di tutte le armi qui esistenti ed i soldati di altri corpi, ordini espressi furono da me dati, perchè valida resistenza si opponesse. Ciò disposto vari rapporti fecero intendere posteriormente, che i militi ed i Sanniti reiterando le esclamazioni di viva il re, viva la Coslituzione si erano riuniti alla truppa, la quale era già ingrandita, di qualche migliajo di altre persone armate, che partecipavano ai medesimi sentimenti. In questo stato di cose consultai nuovamente il Generale Comandante la Provincia, non che i principali funzionari pubblici, e fu risoluto, che mi limitassi a conservare l'ordine interno.

In attenzione di più opportune circostanze la nostra Capitale, Avellino, è stata jeri inondata da persone armate, e dalla truppa. Voi avete risposto alle loro acclamazioni, ed io ho veduto che il pubblico voto era per il Re, e per la costituzione nata fra voi non ho saputo resistere alla vostra volontà. Scevro di ambizione, io però dichiaro che il mio posto sarà sempre quello di capo dello stato maggiore della divisione, e che sotto gli ordini de' miei superiori io im piegherò tutte le mie forze al vostro be ne. Le nostre voglie pacifiche saranno secondate, poiché esse si limitano a meritare dalla beneficenza del nipote di S. Luigi nostro Sovrano quel governo rappresentativo, ch'è il più adatto ai costumi ed ai bisogni degli attuali Euro pei. Io son sicuro, che non saremo frustrati ne' nostri desideri, subitochè conoscerà il Re magnanimo, essere questi i voti coi quali l'intiera provincia si è pronunziata. Intanto però a meritar con più sicurezza una tant’adesione, io da vostro concittadino v’insinuo a serbare la massima ubbidienza alle leggi vigenti, il più esatto rispetto alle autorità ammiuistrative, giudiziarie ed ecclesiastiche, non che la più inviolabile subordinazione ai superiori rispettivi. Io vi conosco; in conseguenza non dubito di aver troppo fidato nella vostra lealtà, e nel vostro attaccamento al bene comune. I militi non si stancheranno a corrispondere efficacemente alla vostra difesa: se de' mal intenzionati ardissero di alterare la quiete delle vostre famiglie, essi i primi seconderanno i miei sforzi, perchè in punito non rimanga qualunque minimo attentato, che offendesse la dignità del Sovrano, delle leggi, de magistrati. Seguite questi principii, voi nobiliterete ancor più la nostra bella causa, sicuri che al bene non si va senza la scorta della virtù e dell'ordine - Il Tenente Colonnello Capo dello Stato Maggiore: De Concilii.

V
Il Capitano Pristipino al Tenente Colonnello de Concilii.

Terzo Battaglione de Fucilieri reali: I. Compagnia: Solofra 5. Luglio 182o: Signor Tenente Colonnello. Ho l'onore di renderla infornata, che trovandomi in marcia per qui, arrivato appena alle falde del Bosco detto di Atripalda, ho inteso che una truppa uscita da Salerno si era avanzata per Solofra, e che colà arrivata, incominciato aveva un vivo fuoco sopra quelli abitanti. Ho accelerato la marcia e preso tosto le alture; ho scoverto che la truppa suddetta contro marciava sopra Montuori, per cui non ho creduto piombar sopra Solofra, so spettando avervi essa potuto lasciare una forte guarnizione; ma avendo spedite colà subito delle persone di fiducia, on de aver delle notizie a proposito, ed assicuratomi di essere la truppa partita, mi vi sono recato subito, ove sono in attenzione de' suoi ordini. La truppa, per quanto mi assicura il Capitano Jannace comandante questa brigata, era forte di 500 uomini circa, comandati dal Generale Campana, e che appena entrato nell'abitato aveva incominciato a tirare delle fucilate, ed a saccheggiare; una sola infelice donna è rimasta estinta con un colpo di fucile in bocca. La popolazione, sebbene più famiglie sieno state spogliate, gli ha fatto della resistenza, e terminate simili operazioni la truppa se n'è uscita, ritrocedendo sopra il luogo detto Torchiato, distante da qui circa tre miglia, ove trovasi carpata in punto che sono le ore 22. Vado subito ad accamparmi co miei, e con i militi, attendendo suoi ordini.

Gregorio Pristipino.

VI
Rapporto dell'abate Luigi Minichini a de Concilii.

Ponte di Basso li 4. Luglio 182o. In questo momento Avella, ed i paesi limitrofi con entusiasmo fanno sventolare la tricolore bandiera. Essa è protetta da 5oo. uomini di mia fiducia. Molti ottimi cittadini, fra quali il degnissimo Benedetto Incoronato, han cooperato alla celebrazione di un avvenimento così commovente. Nola è difesa da circa 7o uomini d'infanteria, i quali sono uniti a noi per opinione. Quelli dell'ottimo reggimento Borbone, che seguitano le voci della patria, sento con qualche precisione, che siano andati a riunirsi con altri in Aversa, o in Maddaloni. In questo istante per persona idonea incaricata opposta, mi perviene notizia, che tra Pomigliano e Napoli siavi forza di cavalle ria, e fanteria. Domani ve ne darò precisa contezza. Noi siamo uniti al Tenente Campanile della compagnia di Monte forte, ed al Tenente di Chiusano Signor Francesco Saverio Pietrolongo. I due Tenenti Napoli della mia compagnia han mostrato, e mostrano un indicibile attaccamento alla patria; per cui non dubito dell'esito felice avendo al mio fianco tanti bravi; debbo però particolarmente lodarmi del furiere Casoria del reggimento Borbone cavalleria.

Luigi Minichini

VII
Rapporto del Tenente Varese al Maresciallo di Campo Colonna in Avellino

Misciano li 4 Luglio 182o. Signor Generale. Il nemico è stato battuto: io con la mia Truppa che comando, composta di 26 individui del secondo leggiero, e circa 2oo militi ci siamo inoltrati sino a Mercato, ove abbiamo trovati de buoni amici in gran quantità, che ci hanno assicurati, che i Signori Generali Campana, e Nunziante sono fuggiti: la cavalleria è fuggita in Nocera: Dopo di una tale operazione non ho stimato colà, restare, né avanzare, atteso che non ho trovato più la cavalleria, che credeva trovare appartenente a noi, per cui mi sono ritirato sopra Misciano. Qui mi ritrovo coll'ottimo capitano Anzuoni, e siamo perfettamente di accordo La prego Signor Generale di far venire la cavalleria, e tutta la Truppa disponibile, per poter completare l'azione. Qui ci esiste ancora un distaccamento di 12 uomini di cavalleria comandato dà un ottimo sergente maggiore. Dal numero del mio distaccamento ella rileverà, che ci mancano numero dieci individui, de' quali non so quanti sieno i morti. Il Tenente Ajutante di Reggimento.

V. Varese.

VIII
Rapporto del capitano Paolella al Tenente Colonnello de Concilii.

Vicinanze di Salerno la notte del 4 luglio. Signor Tenente Colonnello Comandante. Ho ricevuto il vostro imperioso ordine di non marciare sopra Salerno, se non sicuro: mi pare che non debbasi abbandonare questo capoluogo, per cui vado a fortificarmi su le alture di Vietri; bensì conoscendo le vostre idee di mettere un punto di appoggio a Baronissi per sostenere le operazioni di Florio sopra Nocera, al momento vado a spedire 500 uomini con un Tenente dello stato maggiore per prendere la posizione di Baronissi e servire di punto di appoggio tanto a me, quanto a Florio, per così tenerci aperta la nostra comunicazione. Attendo però vostri nuovi ordini; intanto vi ſo sapere che ho di già aperta la comunicazione con tutta la costa dell'Amalfi, ed ho ordinato alla deputazione a me venuta da quelle contrade che cercasse di attaccare il nemico alle spalle. Se è possibile quest'oggi alle ore 22, o pure domani le genti, che calano dalla parte del Cilento saranno subito da me. Sono anzioso di sapere cosa debbo fare.

B. Paolella capitano

IX
Nuovo rapporto del capitano Paolella al Comandante de Concilii

Porte di Salerno 5 Luglio 182o. Signor Tenente Colonnello. Eccomi alle porte di Salerno. Il Sig. Generale Campana mi ha mandato un uffiziale con l'ordine che m'invitasse a mandargli un uffiziale per potere accomodare qualche cosa. Ho destinato il Signor Tenente Varese aiutante del reggimento, che adesso ci anderà intanto la prego di subito ve nire alla testa della cavalleria per poter compire l'opera, ed anche far venire il Maggiore Giuliani con l'altra truppa di linea, giacché se le cose non si accomoderanno, io sono obbligato a battermi in ritirata se pure mi riesce. La truppa di Salerno è un battaglione completo di Real Palermo, e l'altro dei Bersaglieri con zoo uomini di Cavalleria. Gli uffiziali di Real Palermo jeri ci conobbero, e ci hanno mandato a salutare, e con particolarità il Capitano Vairo. Spero di aver adempito a quanto ella mi ha ordinato.

B. Paolella Capitano.

X
Rapporto del Capitano di Gendarmeria Pristipino al Tenente Colonnello de Concilii

Salerno 5 Luglio 182o, Signor Tenente Colonnello: Questa piazza era occupata da un Battaglione Real Palermo, un plutone di cavalleria Principe, gendarmeria a cavallo, e circa 2oo fucilieri, reali comandati dal Generale Campana. Giunti che siamo, abbiamo intimato la resa della piazza. Io ho parlamentato col Tenente Petrosini della Cavalleria: difatti il Generale ha fatto retrocedere la truppa sopra Nocera, e noi ci siamo impossessati della città. ll Tenente de Vicariis della cennata cavalleria, che abbiamo qui trovato ci ha assicurati, che tutto il reggimento è disertato per Nocera, e questa notte per la parte di S. Severino sarà qui. La prego mandarci della Truppa per poterci sostenere. Il Capitano Comandante. Gregorio Pristipino.

XI
Altro rapporto del Capitano Paolella al Comandante de Concilii

Salerno 5. Luglio 182o. Signor Tenente Colonnello. La città che non ho potuto darvi nelle mani jeri, la sorte mi ha favorito oggi: l'inimico è stato disperso, e si è ritirato alla fuggita. I soldati hanno lasciato la colonna nemica, ed un gran numero di liberali si è unito a noi. Tutto è in ordine, ed io ho marciato per istrada con la massima regolarità. Ho situato tutta la truppa, e tutta la gente con massimo ordine militare: ho messo degli avamposti ne' luoghi, nei quali li ho stimato necessarj. Non ho potuto inseguire l'inimico, perchè la gente era stanca; domani seguiterò la mia marcia. Il reggimento di Nocera è disertato, e si viene ad unire a noi: di questo ne sono stato assicurato dal Tenente de Vicariis nostro amico, che come sa pete fa parte di esso. Vi ho dato tutte queste notizie per mio discarico, e per vostra norma; ed altro non vi prego, che a contare sul mio attaccamento, di cui mi lusingo non dobbiate dubitare Debbo dippiù manifestarvi la mia piena soddisfazione pe 'l Capitano Anzuoni, e pe 'l Tenente Varese. In punto che sono le ore 24 mi è giunta notizia per mezzo del telegrafo, che il Capitano Generale sia arrivato in Nocera. Io sarò qui in osservazione, e darò le disposizioni analoghe: vi prego però a venir subito, e non mancare.

B. Paolella Capitano.

XII
Rapporto del Capitano Giannelli delle Milizie di Principato Ultra a de Concilii

Bracigliano 5 Luglio 182o. Signor Tenente Colonnello. In punto che sono le ore tredici siamo felicemente giunti in questo circondario. Abbiamo trovata la popolazione ben disposta, tutta in ordine, in particolare la forza de' Militi, Ci hanno ben accolti con grida di giubilo, ed in un istante si è alzata la bandiera, ed affissa la carta di costituzione. Qui tutto è tranquillo. La truppa comparsa jeri si è ritirata in Nocera per quanto ci hanno riferito, intanto sono in attenzione di ulteriori ordini.

Il Capitano Giuseppe Giannelli.

XIII
Rapporto del Capitano de' Militi Gaetano Lente al Comandante de Concilii

Vitolano 7 Luglio 182o. In esecuzione de' suoi ordini ricevuti in Avellino, ho attraversato vari circondarj con la mia truppa colla tricolore bandiera spiegata, onde promulgare la Costituzione. Alta villa, Vitolano, e S. Maria Maggiore, Santa Croce, Fogliarese, Torrecuso, e Paupisi hanno con entusiasmo, corrisposto alla riforma. Dirigendo in seguito la mia marcia per Terra di Lavoro, fu con eguale ardore ricevuta la costituzione in Solopaca, Frasso, S. Agata de' Goti ed altri siti. Mi fo un dovere manifestarle, che in tutti i paesi, pei quali sono passato, sempre gli abitanti mi hanno pre venuto con entusiasmo e risolutezza. Bi sogna convenire, che le popolazioni tutte sono disposte, anzi anelanti del moderato governo; e l'ordine col quale fanno succedere il cangiamento indica che lo meritano.

Al Capitano Gaetano Lente.

XIV
Alla Nazione Napolitana proclama

Ecco il tempo acclamato dalla politica di tutt'i popoli. I desideri del cuore uniamo sono già riempiti. La religione, e la politica hanno comune il vessillo. Esso sventola sulla Daunia, e sulla Irpina terra; e le confinanti regioni vi si raccolgono intorno. Da tutt'i punti truppe regolari, e reggimenti intieri di cavalleria aumentano l'esercito nazionale, divenuto ormai da per se stesso imponente: pochi deboli si tengono ancora indecisi. Ma essi non oseranno di attaccarci. Dai loro sforzi non riporterebbero che macchie d'infamia, e di tradimento. Il nostro Re..... o Ferdinando I. non tarderà che pochi momenti a contentarci. Già alterna nella Capitale del regno sopra i labbri di tutt'i buoni il sacro grido di Costituzione, e di pace. Si, viva lddio, l'una e l'altra ci spetta. Noi saremo felici. E il nome de Napolitani del 182o riscuoterà da' tardi posteri tributi di riconoscenza, e di amore. Dal quartier generale di Avellino 5 Luglio 182o. Il Tenente Colonnello capo dello stato maggiore.

De Concilii.

XV
Proclama di S. M. pubblicato il mattino del 6 Luglio alla Nazione del Regno delle due Sicilie

Essendosi manifestato il voto generale della nazione del regno delle due Sicilie di volere un governo costituzionale, di piena nostra volontà vi consentiamo, e promettiamo nel corso di otto giorni di pubblicarne le basi. Sino alla pubblicazione della costituzione le leggi veglianti saranno in vigore. Soddisfatto in questo modo al voto pubblico, ordiniamo che le truppe ritornino ai loro, corpi, ed ogni altro alle sue ordinarie occupazioni. Napoli 6 Luglio 182o.

FERDINANDO.

XVI
Il Maggiore Guarini al Sig. de Concilii rimettendogli le copie della promessa Costituzione

Dalla Schiava 6 Luglio. Quinto battaglione Bersaglieri. Signor Comandante.

Sua Eccellenza il Tenente Generale Carrascosa m'incarica della piacevolissima commissione di farle pervenire dugento copie del decreto reale, col quale S. M. ha annuito allo stabilimento di un governo costituzionale. La fortuna mi aveva riservato il favore di farle pervenire pezzi uffiziali tanto interessanti, per chiunque ha core, e pensieri di buon cittadino. La prego d'indicarmi ricevuta delle carte, che ho l'onore di rimetterle.

Francesco Guarini

XVII
Proclama del Comandante in Capo de Concilii nel cedere il comando dell'Armata Costituzionale.

Bravi difensori della più giusta causa! Essendo ritornata fra noi S. E il tenente generale Pepe, a norma della mia prima dichiarazione allorché mi sceglieste a vostro capo, ho a lui rassegnato il comando.

In conseguenza invito i capi tutti de' corpi dell'armata, non che de' bravi liberali, a dipendere dagli ordini suoi. Vuole però la giustizia, che dichiari al pubblico quanto dritto alla nazionale riconoscenza abbiano i tanti valorosi, che alla bella causa sono concorsi; e specialmente quanto si debba allo Squadrone Sacrodiretto dagl'imperterriti uffiziali Morelli, e Silvati; dall’aiutante Descisciolo; da sotto uffiziali, Altomare, Ripi, Casoria, de Giacomo, Cavallo, Pistone Quatrini, Esco bedo, Fiorentino, Masone, Rossi, Santanna, Visconti, Martino, Sala, Bosco, Staffetti, e Scazioti. Tutti han gareggiato di zelo e di valore, e convien confessare, che da questi è stato il primo colpo vibrato. Io son felice di rassegnare l comando, allorché sci provincie sono là intieramente costituzionale, ed il grido di costituzione si ode dal Tirreno al l'Adriatico, e dopo di aver ricusate pro posizioni vantaggiose, ma non soddisfacenti all'attual nostra posizione. Bravi! Secondiano la gran causa. Noi abbiamo vinto se continueremo come finora a spogliare il nostro cuore da ogni altro interesse, se non è quello di Dio, del re, e della costituzione. Avellino 6 Luglio i8ao. Il capo dello stato maggiore.

De Concilii

XIX
Proclama del Tenente Generale Guglielmo Pepe, allorché assurse il comando in capo dell'Armata Costituzionale.

Il Comandante in capo dell'esercito Costituzionale ai popoli del Regno delle due Sicilie.

Secoli di barbarie, di servaggio, e di avvilimento aveano immerso nella mise ria la nostra bella patria; ma l'entusiasmo da cui sono tutt i cuori agitati per avere una Costituzione, ci annunzia già, che noi ci mettiamo al livello delle più culte nazioni di Europa. Noi eravamo poveri non ostante che abitassimo il suolo più beato delle terra; eravamo poco avanzati nella civilizzazione, non ostante che i migliori ingegni nascesser tra noi; avevamo poca riputazione militare, non ostante che animati di coraggio e di ardire; ma queste contraddizioni erano ben facili a spiegarsi: gli, errori del governo non potendosi smascherare, eravamo nella guerra comandati da esteri mercenarj; l'amministrazione interna manomessa alle più vili passioni, era ricoperta da tenebre impenetrabili. Tutti questi mali sono fugati dal governo Costituzionale; ogni cittadino, è da questo sistema autorizzato ad istruire il governo, ed il governo stesso circondato da lumi e dalla saggezza nazionale, di, viene esso stesso sempre più saggio, o più giusto. Già gl'Irpini, essendosi messi ne posti avanzati contro gli ostacoli dell’arbitrario, han proclamato di voler vivere sotto una costituzione monarchica rappresentativa basata sopra principj atti ad assicurare la libertà della nazione; e questo nobile esempio è stato seguito dal Principato Citeriore, dalla Capitanata, e dalla Terra di Bari; e forse nel momento questa sacra scintilla si è comunicata nella capitale, e nelle altre provincie del regno ancora. Lo slancio unanime della nazione non ha più misura: l'armata ogni giorno s'ingrossa; i soccorsi delle provincie limitrofe sorpassano le richieste, e l'aspettativa.

Tutte le armi eran presenti alla rivista che ho passato questa mattina. Fanteria cavalleria, artiglieria, militi, tutti gareggiavano di ardore, e presentavano delle masse imponenti pel numero, e più ancora per lo coraggio. Gli amici della libertà, ampiamente arricchivano i ranghi dell'esercito. Donde mai derivano questi prodigj? Egli è dacchè non possono gli errori de governi estinguere le disposizioni che i popoli ereditano dalla natura alla grandezza. Potrebbero non pertanto esservi degli uomini, caldi altronde di amor di patria, i quali fossero deboli abbastanza da temere che qualche estera potenza, invidia della nostra gloria e della nostra felicità, impiegasse le sue forze per rimetterci in ceppi più duri di quelli, che andiamo a spezzare. Ma donde questa invidia? Potrebbe farsi la guerra ad una nazione perchè vuol governarsi con buone leggi? E perchè non 65 si fa la guerra alla Francia, alla Spagna, al regno d'Olanda, all'Inghilterra, ed agli stati uniti di America? Sol perchè vivono sotto un regime costituzionale Quale stolta guerra sarebbe quella di far la alla volontà delle nazioni, specialmente quando questa è mossa da così santi motivi! L'aver noi Napolitani resistito i primi tra tutti li popoli alle armi francesi, non basterebbe a provare, che siam fatti per avere orgoglio, e cuore? Noi non sfideremo altra potenza colle nostre operazioni dirette al nostro bene; ma se esse vorranno nel nostro territorio penetrare, troveranno la pena della loro in giustizia nel nostro coraggio nazionale macchiato per forza solo di destino. Ma perchè il nostro Sovrano negar si dovrebbe a firmare una costituzione; mentre i suoi congiunti l'han firmata in Francia, ed in Spagna, ed egli stesso l'ha giurata come infante? Perchè pre ferir dovrebbe di regnare per mezzo dei ministri piuttosto che di una rappresentanza nazionale? Egli è tanto buono, quanto è stato idolatrato dalla nazione intera. Egli ha dimostrato di esser più che Re padre de' suoi popoli, a cui è stato sempre attaccato; e se ha proccurato il bene non potrà certamente rifiutar di prestarsi ad una sì grande opra, che lo renderà veramente immortale nel la storia, e gli aprirà un tempio ne' cuori di tutti. Non la giurò egli farsi ne' dominj al di là del Faro, nominando l'adorabile suo figlio primogenito per suo Vicario? Ne sostenne questi con tutta la saviezza, religione, e fermezza, che lo adornano, la sua esecuzione; e per tali tratti ha già acquistato de titoli per essere adorato da noi, come lo è in quei dominj, ove la sua assenza ha recato il più gran duolo; e gli occhi di quelli abitanti sono ancora bagnati dalle lagrime di dolore e di riconoscenza per la sua per sona, non avendo pensato mai a se stesso; ma sempre a suoi sudditi, interessandosi per essi sino a consumare il suo patrimonio pel di loro sollievo, calcando così le degne tracce del suo genitore. Chiama to da nostri concittadini ad assumere il comando dell'esercito Nazionale, ho giurato, ed hanno essi giurato di assicura re alla patria comune madre una costituzione, o di morire. Io dichiaro che mi dimetterò da questo comando appena che sicuri saremo di essere esauditi i voti comuni. lo raccomando a tutti gl'impiegati di rimanere nel loro posto, onde il corso degli affari non riceva ritardo. L'onor nazionale mi rende sicuro, che nessuno si negherà a concorrere col suo giuramento a conservare il sacro edificio, che con tanta gloria si va ad innalzare.

Avellino 7. Luglio 182o. Il Tenente Generale. Guglielmo Pepe.

XX
Disposizione sovrana colla quale il Duca di Calabria è nominato Vicario Generale del Regno

Mio diletto, e carissimo figlio Francesco Duca di Calabria.

Per indisposizione di mia salute essendo io obbligato per consiglio del medici di tenermi lontano da ogni seria applicazione; crederei essere verso Iddio colpevole se in questi tempi non provvedessi al governo del regno, in modo che anche gli affari di maggior momento abbiano il loro corso, e la causa pubblica non soffra per la detta mia indisposizione alcun danno. Volendo io dunque disgravarmi dal peso del governo sino a che a Dio non piaccia restituirmi lo stato di mia salute adatto a reggerlo, non posso ad altri più condegnamente, che a voi affidarlo mio dilettissimo figlio, e per esser voi il mio legittimo successore, e per l'esperienza che ho fatto della vostra somma rettitudine e capacità. Laonde di una piena volontà vi costituisco e fo in questo mio regno delle due Sicilie mio Vicario Generale, siccome lo siete stato altre volte in questi dominj, e in quelli oltre il Faro; e vi concedo ed in voi trasferisco colla pienissima clausola dell'alter Ego, l'esercizio di ogni diritto, prerogativa, preeminenza, e facoltà, al modo istesso che da me si potrebbero esercitare. Ed affinché questa mia volontà sia a tutti nota, e da tutti eseguita comando che questo mio foglio da me sottoscritto, e munito del mio suggello sia conservato, e registrato dal nostro segretario di stato ministro cancelliere, e ne sia da voi passata copia a tutti i consiglieri e segretari di stato per partecipa lo a chiunque loro convenga.

Napoli 6 Luglio 182o. FERDINANDO.

XXI
Promessa di S. M. con la quale accorda al regno di Napoli la Costituzione Spagnuola del 1812.

FERDINANDO I.

Per la grazia di Dio, e per la Costituzione della Monarchia Re del Regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme ee: 6 Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza, Castro ec Gran Principe Ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Dopo di aver dato al nostro amatissi mo figlio tutte le facoltà necessarie per provvedere al buon reggimento del governo del nostro regno, dichiarandolo nostro Vicario Generale coll'alter Ego, ed avendo egli basato la costituzione da noi promessa, pigliando per norma quella emanata, ed adottata per lo regno della Spagna nell'anno 1812, e sanzionata, da S. M. cattolica nel Marzo di questo anno, salve le modificazioni, che la rappresentanza Nazionale costituzionalmente convocata crederà di proporre per adattarla alle circostanze particolari de reali dominj, confermiamo quest'atto dell'amatissimo nostro figlio, e promettiamo l'osservanza della costituzione sotto la fede e parola di Re, riserbandoci di giurarla nella debita forma primo innanzi alla Giunta provvisoria la somiglianza di quella stabilita in Spagna, che sarà da nostro amatissimo figlio e vicario genera le nominata, ed indi innanzi al Parla mento generale subitochè il medesimo sarà legittimamente convocato, Ratifichiamo inoltre da ora tutti gli atti posteriori, che dal nostro amatissimo figlio si faranno per l'esecuzione della costituzione, ed in conseguenza delle facoltà, e de pieni poteri, che gli abbiamo accordati; dichiarando che avremo per rato tutto quello ch'egli farà, e come fatto di nostra piena scienza. Napoli 7 Luglio 182o. FERDINANDO.

XXII
Promulgazione della Costituzione Spagnuola nel regno di Napoli

FERDINANDO I.

Per la grazia di Dio, e per la Costituzione della Monarchia Re del regno delle due Sicilie, Re di Gerusalemme oc. Infante di Spagna, Duca di Parma Piacenza, castro ec. Gran Principe ereditario di Toscana ec. ec. ec.

Noi Francesco Duca di Calabria Principe Ereditario, e Vicario Generale.

In virtù dell'atto della data di jeri, col quale S. M. il nostro augusto geni tore ha trasferito a noi colla pienissima clausola dell'alter Ego l'esercizio di ogni diritto, prerogativa, preeminenza, e facoltà nel modo stesso che dalla M. S. vi potrebbero esercitare; per effetto della decisione di S. M. di dare una costituzione allo stato;

Volendo noi manifestare a tutt'i si sudditi i nostri sentimenti, e secondare al tempo stesso il di loro voto unanime;

Abbiamo risoluto di decretare, e decretiamo quanto siegue

1. La costituzione del regno delle due Sicilie sarà la stessa adottata per lo regno delle Spagne nell'anno 1812, e sanzionata da S. M. cattolica nel mezzo di quest'anno; salve le modificazioni che la rappresentanza nazionale costituzionalmente convocata crederà di proporci per a dattarla alle circostanze particolari de'rea li dominj.

2. Ci riserbiamo di emanare tutte le altre disposizioni che potranno occorrere per facilitare ed accelerare l'esecuzione del presente decreto.

3. Tutti i Segretari di Stato Ministri sono incaricati della esecuzione del pre sente decreto. Napoli 7 Luglio 182o.

Francesco Vicario Generale.

XXIII
Francesco Duca di Calabria Vicario Generale del Regno

All'Armata condotta dal Tenente Gene rale Pepe Comandante in Capo.

Il contegno, l'ordine, e la condotta, che ha osservate l'armata in marcia, in stazione, e nella solenne entrata in questa fedelissima Città sotto il comando del degno duce che l'ha condotta, ci ha recata tale e tanta soddisfazione, che non abbiamo voluto ritardare a dargliene un pubblico attestato. Soldati! Quando la gloria, e non l'interesse forma il fine di una intrapresa; quando la disciplina e la moderazione ne sono i compagni, i gran di oggetti si conseguiscono. Lode sia al degno duce che ha saputo tutto ciò con durre a lieto fine. Lode alla disciplinata e buona armata che lo ha ubbidito con tanto successo Napoli Io. Luglio 182o.

A Francesco Vicario Generale.

D. S. Arrossisco in accorgermi di aver dimenticato di far menzione a suo luogo dell'imperterrito Sacerdote Francesco Valentini di Monteforte, che nella prima comparsa del liberali in quel Comune ſu il primo a secondarli, armandosi, ed indossando il nastro tricolorato, senza mai cessare d'affrontare tutti i pericoli pe 'l conseguimento della libertà nazionale.











Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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