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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

SAGGIO STORICO E POLITICO  SULLA COSTITUZIONE

DEL REGNO DI SICILIA INFINO AL 1816

CON UN’ APPENDICE SULLA RIVOLUZIONE DEL 1820

OPERA POSTUMA DI Niccolò Palmieri

CON UNA INTRODUZIONE E ANNOTAZIONI DI ANONIMO

[M. Amari - NdR]

LOSANNA

S. BONAMICI E COMPAGNI - TIPOGRAFI EDITORI

1847

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INTRODUZIONE

L’opera che diamo alle stampe fu scritta in Sicilia venticinque anni fa. Dopo il congresso di Laybach e la fine prematura delle rivoluzioni di Napoli e di Piemonte, il 24 giugno 1821, si trattò nella Camera de’ Comuni d’Inghilterra di far che il governo britannico procacciasse la ristorazione delle violate libertà e leggi fondamentali della Sicilia. Messe tal partito lord Guglielmo Bentinck, che n’avea ben d’onde; contrastollo lord Castelreagh, tenendo sempre il sacco a tutti i despoti della terra. Né lo zelante ministro di servitù esitò un momento ad affermare in quest’incontro, con asseveranza e quasi disprezzo, tre bugie solennissime: non aver mai avuto la Sicilia un governo rappresentativo innanzi il 1812: nel 1813 avere il Parlamento siciliano medesimo pregato il re che riformasse a piacer suo la costituzione: in ogni modo, giugnere ormai troppo tardi le querele, ed esser già riparato il male più grave, poiché, per effetto del congresso di Laybach, la Sicilia era già per godere un governo al tutto distinto da quel di Napoli. Fu agevol cosa, egli è vero, a sir J. Mackintosh, patriotta e bel parlatore, di smentire il marchese illustrissimo, e sostenere la proposta di Bentinck; ma all’avversario parve meglio risponder coi voti che cogli argomenti; sessantanove voci per lui, trentacinque per Bentinck; e la conchiusione fu chela Sicilia stava benissimo com’ ella era. È superfluo il dire che i Siciliani non pensavano punto così. Altri si gittava alle cospirarazioni ed era oppresso; la più parte sfogava lamentando o bestemmiando; due soli scrissero, cioè: Giovanni Aceto, e il Palmieri. Il primo dei quali trovandosi di lì a pochi anni esule a Parigi, stampò, in un bel libro francese, i discorsi di Bentinck, Castelreagh e Mackintosh, e una narrazione delle riforme di Sicilia nel 1812; mostrando con fatti evidenti la slealtà de’ ministri inglesi del 1816 e 1821 verso la Sicilia. Prima di lui, nel caldo dell'indegnazione che destavano le menzogne di lord Castelreagh, il Palmieri avea dettato un' opera simile, che tentò invano di pubblicare oltre le Alpi, non che in Italia. Alla sua morte dunque lasciò il manoscritto, del quale corron parecchie copie in Sicilia, ed una ce ne capitava alle mani, pochi anni fa, nell’occasione d’un nostro viaggio. Il gran divario che corre tra il 1821 e il 18U6, tra gli umori di parte onde non si seppe guardar sempre il Palmieri e il giudizio che può pronunziarne una età lontana ormai da quelle preoccupazioni, ci ha consigliato di premettere a questo saggio una introduzione e di annotarlo qua e là, secondo i molti documenti che abbiam sotto gli occhi e i fatti che ritraemmo in Sicilia da persone partecipanti in quelli, qual da un lato qual dall’altro, e da testimoni di vista e degnissimi di fede. Dobbiamo avvertire che nel nostro manoscritto del Palmieri vedemmo sovente dei richiami di documenti che si dovean trovare alla fine, ma il copista li avea saltati. Sarebbe stata agevol cosa di supplirvi, non trattandosi di scritti inediti; pure li abbiam lasciati indietro, perché i più antichi son conosciuti e divulgati, e stavano nell'opera di Palmieri piuttosto per lusso storico. Al contrario ci siam dati la premura d’inserir nelle note tutti i documenti di qualche momento del XIX secolo, come quelli che sono stampati la più parte in fogli volanti, ovvero in opuscoli che si van facendo rarissimi.

Quanto abbiam detto dell’occasione in cui era dettato il presente saggio, spiega abbastanza quella dedica al Parlamento britannico, la quale, di per sé sola e a prima vista, potrebbe parere una fanciullaggine. Il forte animo del Palmieri non era fatto certamente per implorare pietà da un nemico, chieder aiuto a uno straniero, muover querele servili ai piè del possente, o provarsi a punger con uno spillo la trionfante regina dei mari, che ha fatto il callo ai rimproveri. Palmieri, mentre scrivea per utile della sua patria, volle insieme dar del bugiardo a ehi avea mentito, dello sleale e del barbaro a chi avea male operato a danno di lei; e perciò è naturalissimo che mandasse in Inghilterra questa droga amara, confettata sì con tutte le cerimonie parlamentarie, che il lettore osserverà nella dedica, e che non tolgono nulla alla dignità di essa. Dal canto nostro, come se avessimo trovato una lettera in mezzo la strada, la mettiamo alla posta; legganla o no, ridano o non ridano gli statisti inglesi presenti, accettino o no i debiti de’ loro antecessori, noi non abbiano nulla da chiedere all’Inghilterra. Dopo tanti secoli di prove, dobbiam sapere alfine quale sia la conseguenza immutabile, necessaria del fidarci in altrui!

E questo libro, che forse non si vedrà mai sulle tavole del Parlamento a Londra, va di dritto dinanzi quell’altro Parlamento, senza tetto sì, senza nome, senza statuti, che dalle Alpi alla punta del Lilibeo comincia ormai a deliberar sulle proprie faccende. Lo sconoscete voi perché l’è nuovo? 0 lo credete ancora un’accozzaglia informe delle teste calde di tanti paesi, vani, divisi, che poc’anzi si chiamavano stranieri, che spesso erano nemici? 0 vi par che queste popolazioni non faran mai altro che vantarsi, maledire, beffare, piangere, e di quando in quando dar fuoco ad una mina di qualche mezza libbra di polvere? Se non è crudele illusione la nostra, l'opinione pubblica d'Italia prende ben altre sembianze, civili, pacate, ma risolute e maschie; quanti parlano il linguaggio del sì cominciano a divenire un popolo, cioè a riconoscere una principalissima utilità comune, alla quale ognun viene sagrificando, più o meno volonteroso, qualche vanità, qualche rancore, qualche interesse secondario, qualche vagheggiata perfezione di governo politico. Vedete con che battiti di cuore si leggano per ogni luogo d’Italia gli scritti patriottici, quanti anche nascondano i pensieri generosi sotto un mantello da non far paura nelle sale de’ grandi! Vedete se v’abbia un solo che discordi sul gran partito dell’indipendenza d'Italia; e se, intorno gli stessi mezzi dell'esecuzione, gli animi non comincino ad intendersi! Fu già in Italia un’età dell’oro in cui i gemiti dello Spielberg non s’udivan oltre le mura infami, in cui bastava un po’ di terra a fare scomparire il sangue degli infelici passati per le armi a dozzine sulla spiaggia di Palermo; — ascoltate adesso in che tempesta frema ed imprechi tutta l'Italia quando le immolate qualche altra vittima sotto gli occhi; raccogliete fischi d’ogni banda e schemi in ogni dialetto, quando la vostra persecuzione non porta ai patimenti né al sangue! E che vuol dire quest’ansietà che desta sotto le Alpi una cospirazione tentata nell’ultima Calabria, questo bollore a piè dell'Etna per una sommossa a Rimini, una novità nei consigli di Torino? Perché tutti quanti siamo, di province e anche d’opinioni diverse, siam pronti a gettarci nelle braccia de’ principi che pur timidamente ci fan cenno che sarebbero italiani? Ah sì! tutti in Italia beviamo il nostro sorso di Ade: e voi, o reggitori dei popoli, ne tracannate le tazze colme fino agli orli. Or perché vi dee parere correzione paterna uno schiaffo di Mettermeli, quand’ei vi sgrida come fanciulli o scemi, vi comanda come vassalli grandi o piccioli, vi sputa in faccia quell'assurdo nome di Cesare e quelle supposte armi invincibili, e vi sentireste poi tra i ceppi entrando in un patto italiano, e ammettendo ne’ vostri consigli i deputati del popolo? Al vostro dritto divino ormai non credete voi stessi; la somma sapienza vostra e di que’ che stipendiate per savii, è allegoria appassita e puzzolente; perché dunque non accettare un grado più onorevole assai del dispotismo, il grado che solo può offrirvi la civiltà; perché ostinarvi a regger voi soli un peso che non è ormai per gli omeri d’alcun mortale? E ambizione di comando? Ma toglietevi la benda una volta; guardate le tante reti di servidori,cameriere, gesuiti susurranti all’orecchio, officiali, ministri, legati delle potenze straniere, che tutti vi circondano, vi raggirano, vi mettono ostacoli per ogni via, e poi ve ne spianano or una or un’altra, secondo i disegni loro, e per quella vi balestrano, come una macchina che credesse di goder libero arbitrio perché si muove! Siete voi i re, o quelle frotte di mediocri con qualche buono che vi si trova a caso, che pur tutti vi tirano ai consigli peggiori, ne cavan essi tutto il comodo, accumulano sopra di voi l’odio tutto?

Ritraendoci dalle declamazioni, alle quali ci trascinava nostro malgrado un soggetto che non si può discorrer senza passione, sarebbe superfluo ormai d’aggiugnere che noi desideriam per ora in Italia una lega di stati costituzionali, come oggidì si dicono. Il governo costituzionale porta con sé molti inconvenienti, la federazione ancora — chi è che noi sappia? — Ma come non si può mutar di leggieri la divisione territoriale dell’Europa, e molto meno la condizione sociale e il genio, buono o tristo, del secolo in cui viviamo, ci sembra che questo stato di cose sia lo scopo immediato, al quale mirar debba in oggi ogni Italiano. I problemi politici non vanno esaminati in astratto, né la soluzione slà in altro che nel trovare il partito men peggiore e più praticabile in un dato tempo e luogo. Ridotta a questi termini la quistione italiana, noi la tenghiamo già per decisa dalla opinione pubblica, non che dalla più parte d’Italia, ma di tutti gli uomini di stato del mondo incivilito che non siano nemici del nostro paese. Coloro che aspirano all’unità assoluta, o ad un novello scompartimento dell’Italia e a forme più larghe di governo, potrebbero camminare insieme con noi per quel lungo tratto di strada che abbiam da fare insieme; fornito il quale vi ripenseremo gli uni e gli altri. Quanto agli uomini di lettere che hanno esortato alla sola federazione senza mutarsi le forme attuali de’ governi italiani, noi non crediamo che sia questo l’intimo lor pensiero. Oltreché è impossibile ai tempi nostri di rifabbricare, e fin di puntellare, alcun governo assoluto, sembra evidente che, senza le forme rappresentative, ogni federazione italiana rimarrebbe priva di guarentigie, effimera e nominale. Supponghiamola formata tra i governi presenti, terrà essa alla morte d’un de’ prìncipi collegati, anzi allo scambio di qualche ministro, e ad un remore in Italia (ché certo non ne mancherebbero quando i popoli fossero soddisfatti a metà), ad un tiro di cannone nel Mediterraneo, un interesse economico, un intrigo di corte, lavorando sempre l’Austria a scommettere e nimicare i confederati? Ognun vede al contrario che la responsabilità dei ministri, la libertà della stampa, le interpellazioni alla tribuna su gli atti del potere esecutivo, eia sicurezza e solidità del principato in una forma costituzionale, renderebbero la diserzione d’alcun de’ membri della lega per lo meno difficilissima, perché i popoli de varii stati italiani sono interessati al mantenimento della lega, più che i principi, né potrebbero mai lasciarsi sedurre o spaventare sì che l’abbandonassero.

E l’Austria l'ha preveduto da lungo tempo. Noi non conosciamo i suoi patti segreti con gli altri prìncipi italiani; ma è da supporli analoghi a quello con Napoli, che traspirò da quel ministero degli affari esteri nella rivoluzione del 1820, e che fu subito stampato e ristampato in questo tenore: Articolo segreto del trattato di Vienna del 12 giugno 1815, conchiuso tra l’imperatore d’Austria e il re delle due Sicilie. «L’impegno che le LL. MM. prendono per mezzo di questo trattato all'effetto di assicurare la pace interna dell’Italia, facendo loro un dovere di preservare i proprii stati ed i loro rispettivi sudditi da nuove reazioni, e dalle sciagure d’imprudenti innovazioni che potrebbero farle rinascere, le alte parti contraenti restano nell’intelligenza che S. M. il re delle due Sicilie, ripigliando il governo del suo regno, non ammetterà cangiamenti che non possano conciliarsi sia con le antiche istituzioni monarchiche, sia coi princìpi adottati da S. M. imperiale e reale apostolica nel governo delle sue province italiane».

Or l’intento di questo capitolo non par solamente di allontanare i mali esempi d'intorno la famiglia lombardo-veneta; né faremmo un gran dono alla sagacità dello statista austriaco, supponendo che trentun’anni addietro avesse compreso che qualunque patto italico tornerebbe a nulla senza un governo costituzionale. Il pensiero d’una lega de’ prìncipi assoluti d’Italia non è nuovo al certo, e sei sanno i sanfedisti, ma non potè mandarsi ad effetto giammai, appunto perché si trattava tra prìncipi assoluti. E se qui alcun mi risponde che appunto quel patto col demonio, conchiuso nell’ebbrezza d’una insperata ristorazione dai predecessori de’ prìncipi presenti d’Italia, lega le mani a questi ultimi, e li ritien dalle riforme che vorrebbero fare, ma noi potranno mai senza romper la guerra con l’Austria, io replico esser questa una vana paura. 0 i prìncipi italiani si contentano a portar tuttavolta la livrea austriaca, ed allora non si parli più di federazione, perché lo stecco negli occhi di sua maestà imperiale, o di chi vede per lei, è certamente più la lega italica, che il governo costituzionale. Ma se incresce anche ai prìncipi la dominazione straniera, s’e’ vogliono guardar da vicino lo spauracchio tedesco, certo che il governo rappresentativo allontanerebbe il pericolo della guerra anziché aggravarlo; perché è evidente che raddoppierebbe, come per incanto, le forze di tutti gli stati italiani. Son poi così inviolabili i trattati di Vienna? E quando se n’è cancellato questo e quell’altro capitolo, si è fatta mai la guerra? No; né pur voi la farete. Gli stessi despoti han testé infranto, col fatto di Cracovia, i trattati del 1815, che non reggono contro i progressi di tutti i popoli d’Europa. l’Austria or vi minaccia tremando; e sa bene che gli eserciti suoi non potrebbero passeggiare in Italia come al 1820, perché è mutata l’Europa, mutata l’Austria, e, per Dio, mutata anche I Italia!

Parendoci dunque che poco prima o poco appresso l’opinione pubblica porterà i suoi frutti, abbiam creduto di pubblicare il saggio del Palmieri, per due ragioni. La prima che è bene studiar le vicende del dritto pubblico della sola provincia italiana, la quale si fosse governata, senza interruzione, dai princìpi del XII secolo infino ai dì nostri per un re e un Parlamento; Parlamento il quale all’entrar del secolo XIX mandava ad effetto la riforma della propria costituzione, e il quale esiste tuttavia nella lettera, morta e inefficace egli è vero, di quelle medesime nuove leggi fondamentali, che dettava nel 1816 la frode e violenza del potere assoluto. Se non altro si vedranno le sembianze che prendea quell’ordine di cose in terra italiana;! difetti che colà presentava una costituzione analoga d'origine all’inglese e rimodernata dopo parecchi secoli secondo le forme inglesi, che servon oggi di tipo agli ordinamenti di tutte le nazioni civili d’Europa. L’altra ragione è più importante e di natura diversa, in Italia, per avanzo delle antiche divisioni, ci conosciamo pochissimo tra noi; una provincia ignora le istituzioni particolari e il genio dell’altra; tutti trovano più comodo di dedur questi fatti da princìpi generali, che è quanto a dire, giudicarli falsamente, misurarli a sproposito, condannarli a dritto oa torto. Ciò è avvenuto per la Sicilia peggio che per tutt'altra provincia italica, sendo men frequenti le comunicazioni con quella, e prevalendo l’opinione che la Sicilia, tenacissima nel genio municipale, dissentisse per selvatichezza dalla unità italiana. Dond’è dovere d’ogni Italiano studiare un po’ le ultime vicende di questo ignoto paese. E quanto a quei che il conoscono, alla generazione presente della Sicilia, ci sembra più che utile darle una memoria chiara e netta di quel che fecero i suoi padri.

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Nacque Niccolò Palmieri l’anno 1778, di nobile famiglia in Termini, ov’ei giovanetto, educato, come tutti siamo stati più o meno, negli studi classici, appena uscito a diporto qualche centinaio di passi fuor delle mura, potea trovarsi sulle rovine d’Imera, là dove Gelone sbaragliò centomila Cartaginesi lo stesso giorno della battaglia di Salamina. Ricordanze eran queste da far battere il polso al più gelido cosmopolita, non che a un fanciullo siciliano, che ingozzava gli autori classici latini, avidissimamente leggeva i poeti italiani e crescea tra magnanimi pensieri. Gli fecero apprendere le matematiche, la fisica, il dritto; e quand’ei fu sì adulto da scegliere uno studio di predilezione, diessi tutto alle teorie agrarie ed economiche professate da Paolo Balsamo, uomo di molto ingegno, testé ritornato da un viaggio scientifico in Francia, Olanda e Inghilterra. Il Balsamo avea recato dai paesi stranieri anche i princìpi politici, inclinando manifestamente agli inglesi: e s’era fatto perciò consigliere e maestro de’ nobili siciliani che già venian parteggiando per le riforme parlamentarie. Par che l’amistà del Balsamo mettesse il Palmieri sul sentiero degli studi della storia e del dritto pubblico siciliano, quando si cominciò a disputare in Sicilia dei dritti del Parlamento e della prerogativa reale, e si andò cercando negli annali l'appicco alle riforme rese ormai necessarie. Strignendosi sempre al Balsamo e al principe di Castelnuovo, cioè alla più onesta frazione de’ costituzionali, il Palmieri sedé nel Parlamento del 1812 da procuratore d’un Pari del regno, e nei due susseguenti da deputato, prima della città, poi del distretto di Termini: combattendo sempre pei princìpi della costituzione inglese, senz’ambito né vanità. Così mentr’ei votava contro il dritto di primogenitura e contro il monopolio de’ tribunali ristretti alla capitale, s’opponea nel medesimo tempo alle riforme più larghe, francesi come allor le diceano, all’indebolimento del potere esecutivo, e al troppo abbassamento dei nobili. Ma tal drappello d’uomini, veggenti sì ed onesti, ma troppo sistematici, non ebbe tempo di trionfare, come forse avrebbe fatto alla lunga, de’ due partiti estremi, aristocratico e popolare. Come avvien quando la violenza prevale alla ragione, la ragione si richiamò ad altre genti, ad altre età. Il Balsamo, stanco e sdegnato, compose in quelle vicende certe memorie ch'ei chiamò segrete, e che noi crederemmo piuttosto messe in carta dal Palmieri coi fatti che gli venia rivelando il suo caro maestro, perché il nostro autore le segue sempre, e spesso le trascrive nel presente lavoro senza citarle. Morì poi Balsamo quasi a un tempo con la costituzione di Sicilia; e il Palmieri, ritiratosi a Termini, città poco discosta da Palermo, tornò agli studi agrarii. Par che poco o nulla si fosse mescolato nella rivoluzione del 1820, la quale non gli andava ai versi, perché compiuta dalla plebe, e perché la costituzione di Spagna gli parea nave senza zavorra, da doversi sommergere ad ogni burrasca. Scrisse bensì nel 1821 generosamente e gagliardamente contro la deliberazione del Parlamento di Napoli, che stracciò l'accordo stipulato dal general Florestano Pepe all’assedio di Palermo. Poco appresso impugnò di nuovo le armi contro lord Castelreagh, come abbiam detto; e quando tacquero le speranze politiche, non si stancò per questo di tentar altre vie di giovare al paese. Pubblicò dunque nel 1826 un Saggio sulle cause e i rimedii delle angustie agrarie della Sicilia, e indi parecchi altri opuscoli di economia e biografia. Par che abbia ritoccato verso il 1832 il presente Saggio storico e politico e l'appendice su i fatti del 1820. Indi cominciò a dare alla luce la Somma della Storia di Sicilia, dai tempi più remoti infino all'esaltazione di Carlo III, opera in cinque volumi; il primo dei quali uscì l'anno 1834, il secondo l'anno seguente, e gli ultimi tre, postumi, negli anni 39, 40, 41, perocché l'autore mancava nel cholera del 1837 insieme con Scinà, Pisani, Greco, Alessi e tanti altri Siciliani di chiarissima fama. Uomo fu d’alto ingegno, onesto nella vita privata, intemerato nella pubblica, nato ricco e morto povero, non per aver dissipato le sue sostanze, ma per le vicende dell’industria agraria in Sicilia, che precipitava insieme con la libertà, e perché egli rifiutò sempre gli uffici pubblici lucrativi; al tempo della costituzione, sdegnando di confondersi con chi combattea per le prede; al tempo del potere assoluto, abborrendo dai favori d’un governo ch'egli tenea per usurpatore, fraudolento, nemico.

Percorsa questa vita santissima di cittadino, ci rimane a giudicar lo scrittore. Lodato come agronomo, ma non tra i primi, il Palmieri comparirà con onore tra gli economisti della scuola di Smith, che Balsamo trapiantava in Sicilia e che oggi parecchi valentuomini vi coltivano egregiamente, seguendo i progressi della scienza, ma resistendo con molta costanza allo scisma de’ protezionisti, che seducea coi vezzi francesi e ch'or si dilegua dinanzi il carro trionfale di Cobden. Forse il Palmieri credea troppo alla infallibilità della scienza: ma in generale le sue applicazioni (più importanti delle teorie stesse in economia politica) son felici e prudenti. La Somma della Storia di Sicilia ci sembra una compilazione accurata, non mollo parziale, sparsa di virtuosi sentimenti, rischiarata con gran vedere nel dritto pubblico siciliano, ma disuguale nelle proporzioni, talvolta troppo rapida perché possa giovarsene chi vuol meditare sugli avvenimenti; e, con questa sola eccezione, si può dire un buon lavoro della scuola di Hume, inferiore perciò all’altezza cui drizzansi adesso gli studi storici. Quanto alla forma, che par pregio secondario, ma in fatto è la vita o la morte d’un libro, la lingua e lo stile della Somma van biasimati appunto del difetto opposto a quello che ognuno scoprirà nel presente saggio. Qui un linguaggio mezzo francese, un gergo delle persone che in Sicilia si piccavano di parlare altrimenti che il volgo, vocaboli e modi non sempre italiani, ma ordine e calore nello stile; la Somma somiglia a una intarsiatura di voci e frasi or buone or antiquate, adattale a caso sul fondo di quell’altro stile nel quale il Palmieri avea pensato e scritto fino ai cinquant’anni della sua vita. Si vede dunque ch'ei si era invaghito troppo lardi delle belle forme italiane; e le opere di quest’egregio debbon pagare un po’ la pena dell’aver lui letto sempre libri francesi e inglesi e trascurato gli italiani, scostandosi dal vicino esempio di Gregorio, Scinà e d’altri suoi concittadini, i cui pensieri risaltano nella purezza e nobiltà del dettato.

Venendo finalmente al valore storico del Saggio del Palmieri, la integrità e ingegno dell’autore, la parte ch'egli ebbe negli avvenimenti, rendono preziosissime le sue testimonianze. Ei delinea con man forte e sicura l’antica costituzione di Sicilia, notandone tutte le libertà, che non ebbe animo di svelare, una ventina d’anni prima di esso, il Gregorio nelle Considerazioni sulla Storia di Sicilia. Riparando così il solo fallo del Gregorio, rispondendo vittoriosamente a un Gagliani, scrittore più recente e servile, il Palmieri compiva tutte le parti di storico nel trattare gli antichi ordini pubblici del paese. Quando poi viene al secolo XIX, l’opera piglia sembianza di quelle che or chiamansi memorie: le passioni non erano spente; il tempo non avea rivelato tutti i segreti. Però il Palmieri tuona talvolta ingiustamente contro i suoi avversari politici del 1813, contro il popolo di Palermo del 1820 e contro i Napoletani di tutti i tempi; appone agli individui quelle che eran colpe dell’età, sconosce talvolta gli errori o i peccati de’ propri amici. Il quadro di que’ medesimi avvenimenti che noi ci proveremo ad abbozzare, è inteso a corregger così fatte preoccupazioni, a temperare il color della narrazione, come il chiamano i Francesi, e ad aggiugner qualche altro fatto ignoto o trascurato. È bene di aggiugnere che le vicende di Sicilia nel principio di questo secolo non sono state fin qui trattate in altro libro che quel di Giovanni Aceto, citato dinanzi (1) il quale non tocca la rivoluzione del 1820. Le memorie manoscritte' del Balsamo, anche accennate di sopra, si ristringono al medesimo periodo; e ne trattano per incidenza le opere degli inglesi Leckie e Pasley, e parecchi opuscoli citati a’ luoghi opportuni nelle nostre annotazioni. Negli anni 1820 e 1821, il luogotenente generale Naselli e il generale Church, parecchi giornalisti napoletani, un Bechi, Toscano, e, oltre il nostro autore, i Siciliani Tognini, Ventura e Turrisi, e in Francia il Buchon, coi documenti mandatigli di Sicilia dal principe di Paterno, stamparono altri opuscoli, anonimi la più parte: i due primi per discolparsi de’ fatti di Palermo del 16 e 17 luglio 1820; gli altri qual per contrastare e qual per difendere il voto siciliano della indipendenza di Napoli e l’accordo che aprì le porte di Palermo all’esercito capitanato da Florestano Pepe. Il Botta fa menzione con qualche inesattezza dei fatti di Sicilia dal 1810 al 1815; il Colletta sfigura spesso con bugie sentenziose la rivoluzione siciliana del 1820. Per compier la rassegna, cel perdonino il Botta e il Colletta, bisogna dire che si è stampata un’opera sotto il titolo di Storia economico-civile di Sicilia, per Lodovico Bianchini, che ci pare un centone di tanti compendii cuciti senza unità, senza colorito, se non che l’autore, che è impiegato dal governo, si vuol riscaldare un poco per far l’apologia dei provvedimenti dati da Ferdinando II, nel 1838. Perciò avremmo torto se pretendessimo da lui meno reticenze e quella dignità e franchezza ch'è misfatto nelle anticamere di palagio. Abbiam tolto da questa compilazione semiofficiale due o tre documenti che si leggeranno nelle note.

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Ed ora, per entrare un po’ nel soggetto della presente opera del Palmieri, diremo aver trovato poco o nulla da notare lu dov’ei descrive gli ordini politici della Sicilia sino a tutto il secolo XVIII. I Parlamenti nacquero insieme con la monarchia; e se l'elemento popolare mancovvi infino ai princìpi del secolo XIII, ciò fu in parte per le medesime cagioni che in altre monarchie feudali, in parte perché non picciol numero de’ borghesi di Sicilia fino a tutto il secolo XII restarono musulmani. E forse per questo il principato prevalse quasi sempre su l'aristocrazia, ancorché i borghesi non sedessero in Parlamento. Una famosa rivoluzione abbassò poi e principato e baronaggio alla fine del secolo XIII, per venti o trent’anni. Le guerre che seguirono, e i venturieri spagnuoli tirati in Sicilia da quelle e rimunerati con feudi, fecero prevalere l’aristocrazia, poser giù i Comuni, al nulla il potere monarchico, che par non possa durare quand’è limitato troppo e spogliato dell’autorità esecutiva. Insaniva così l’anarchia feudale quasi per tutto il secolo XIV e lasciava la Sicilia sì lacera, stanca, divisa, rimpicciolita, che, rinnalzandosi alfine la monarchia col solito sostegno de’ Comuni, ma spegnendosi per sinistra coincidenza la dinastia regnante, la nazione non si seppe regger da sé; i re di Spagna se la pigliaron senza contrasto. E si noterà con meraviglia come dopo sì fiere scosse, le forme della Costituzione si trovarono, tanto o quanto, quali le avea lasciate la rivoluzione del 1282, ancorché l’equilibrio dei poteri dello stato non fosse il medesimo. I Comuni non ripigliaron mai più la influenza perduta; i baroni rimaser privi d’una parte della loro, e quasi tutto il potere giudiziario, tutto l'esecutivo, e una parte del legislativo restarono in premio alla monarchia. I deputati de’ Comuni si ridussero a cinquantatré, perduto il voto in Parlamento da tutte le popolazioni soggette ai baroni. H Parlamento, che prima si adunava in due camere e fors’anco in una sola, si trovò più debole diviso in tre; poiché i pari spirituali, nel trambusto s’eran messi a loro agio, avean fatto una camera a parte, che spesso decidea tra le altre due e servia di strumento all’autorità regia quando non si trattava degli interessi del; clero. Per altro il Parlamento continuò sempre ad accordare i sussidi col titolo. di donativi, che porgea difficilmente; continuò a proporre le leggi che gli paressero opportune, e ad opporsi talvolta alle ordinanze del re. Il Palmieri dice abbastanza della deputazione del regno, comitato permanente del Parlamento che maneggiava la rendila pubblica e vegliava a guardia delle leggi fondamentali. Ma con tutto ciò la libertà civile, quella anco delle opinioni politiche e religiose, restò a discrezione di un potere assoluto e lontano. Con le forme del governo rappresentativo, la Sicilia servì e imbarbarì. Gli ordini suoi resistevano all’avarizia del governo spagnuola; ma questo se ne vendicava facendo languir senz’aria e senza luce il corpo che non potea dissanguare a sua voglia.

Nel decimottavo secolo, donati a un ramo di Borboni spagnuoli i due reami di Napoli e di Sicilia, le forme restavan tuttavia le stesse; la sostanza del governo si mutò di nuovo. Perocché bastava già al re di Spagna di cavar denaro dalla Sicilia, tenerla devota al suo scettro e al culto, del suo confessore, ma nulla gli premea di regolar da sé tutta. l’amministrazione. Un governo più picciolo, più vicino, che gustava in Napoli un comando poco o nulla limitato dalla nobiltà e dal popolo, volle naturalmente far andar la macchina di Sicilia come quella di Napoli, amministrare con le proprie mani, togliere gli abusi della feudalità o dei feudatari, ma con ciò anche ogni freno all’autorità regia. Per una contraddizione che avvien talvolta, e che non prova nulla a favore del dispotismo, nel reame di Napoli c’erano più lumi, in quel di Sicilia più libertà. Il governo, che non avea per anco scoperto il segreto d’inquartare in una stessa bandiera progresso e barbarie, favoriva un incivilimento a suo modo con le tradizioni di Luigi XIV e della casa d’Austria; essendo il re un Borbone, la regina figlia di Maria-Teresa, e si vicino l’esempio di Leopoldo di Toscana. Ai giuristi dunque e filosofi, che di quella età fiorivano in Napoli, si aggiunsero uomini di stato, o almeno amministratori, venuti di Toscana; l’autorità civile fece molti conquisti su i nobili, sul clero, sulla barbarie. E nel reame di Napoli tuttociò riusciva a maraviglia, per essere i nobili rifiniti dalle antiche lotte, senz’altra adunanza che quella si imperfetta dei seggi di Napoli: del rimanente la nazione non avea libertà da difendere. Ma il governo, come abbiam notato, era mezzo sincero e mezzo ippocrita a voler passare lo stesso livello sulla Sicilia. Il paese par che gli avesse letto in faccia il doppio intento; donde gradì tutte le riforme, riluttando un po’ i baroni; ma quando, sotto pretesto di rimodernare, si volle metter mano alle finanze, alle franchigie della nazione siciliana e del Parlamento, i nobili ebber cuore di resistere. Non aveano osato propugnare pel mero e misto impero, avean piegato il collo alle leggi civili e penali: la civiltà stessa che uvea lor imposto silenzio, li incoraggiò a far testa, quando il governo volle passar oltre. Ancorché la istruzione pubblica della Sicilia non potesse paragonarsi allora a quella di Napoli, non mancavan però begli ingegni, uomini eruditi; il governo stesso avea favorito gli studi come anzi dicemmo. Anche le opinioni generali del secolo, con qualche ritardo, se si voglia, passavano in Sicilia, si appigliavano ai nobili. Donde questi pensaron esser Pari anch’essi come in Inghilterra, e compreser meglio la parola di Parlamento. Se il governo vuol dirozzarci a modo suo, dissero, noi abbiam anche gli strumenti da ripulire lui. Poi suonava quella terribil ora della rivoluzione di Francia; il governo di Napoli domandava aiuto e danaro; e per tal modo s’apri la nuova scena.

Intanto più giù si sviluppava quell’altro elemento, che viene prima in aiuto della monarchia contro l'aristocrazia, e poi vuol cacciarsele entrambe di sotto. Gli umori democratici, perché avessero tardalo a penetrare in Sicilia, non si mostrarono meno gagliardi; e il governo che con la strategia del medio evo facea combattere in Parlamento contro i nobili, que’ suoi cinquantatré avvocati o simile gente, procuratori dei Comuni, vide spuntare in Palermo la congiura repubblicana dell’avvocato di Blasi, e qua e là combriccole, ragionari, dimostrazioni d’ogni maniera, amore per la rivoluzione di Francia. Il popol minuto, a dir vero, non s’era svegliato; ma in Sicilia il medio ceto gridava alla francese, i nobili minacciavano all’inglese: auguri niente lieti pel governo. In terraferma ei trovava peggio: i nobili, ch'egli stesso avea ragguagliato al medio ceto, erano i primi a voler la democrazia con tutto il fior della nazione. E con questo l'Italia s’agitava tutta; gli eserciti francesi correan l’Europa e l’Affrica; era uopo armarsi, difendersi tra le maledizioni della parte più sana dei sudditi.

Uomini savi e di stato, in questa terribile stretta avrebber fatto di necessità virtù, avrebber pacificato i popoli con opportune concessioni. Ma nell’animo troppo virile d’una femina, sorella dell’infelice Maria Antonietta, entrò il fatai pensiero che le concessioni avean fatto crollare il trono di Francia. Tra vendetta e paura, la corte di Napoli si gittò ai partili più estremi. In terraferma, disse, solleveremo il popolo, gridando che i Francesi vengono a distruggere la santa fede: così il popolo rispingerà i Francesi e ci aiuterà ad ammazzare i loro partigiani in casa. In Sicilia gli umori repubblicani sembrano men pericolosi, e ci basterà dissimulare coi nobili, mostrar loro la sorte de’ lor fratelli di Francia, farli ciambellani, colonnelli, allo estremo anche ministri. Nell’uno dei reami la plebe e il clero, nell’altro la plebe e i nobili ci forniranno gli eserciti. E poi, ecco i potentati che rivolgon le armi contro la Francia; ecco in particolare gli Inglesi che difenderanno la Sicilia per noi. Guai a chi resiste!

Tal condotta politica condusse al precipizio la corte di Napoli in ambo i paesi. Limitandoci a parlar della Sicilia, diremo che il governo non seppe e forse non potea dissimulare. La guerra richiedea tesori; il Parlamento non potea darne, e a tal contrattempo la regina scordava la parte di madre nobile e ne veniva ai raggiri più vili, alla frode, alla violenza. Si vedrà dalla narrazione del Palmieri e dalla annotazione che ci abbiam fatto a luogo opportuno, come la corte dopo il Parlamento del 1798, sitibonda di danaro, era già per metter le mani addosso a due Pari di Sicilia e per violar le leggi fondamentali. Noi fece, perché allora appunto dové rifuggirsi in Sicilia. Ripigliò pertanto le blandizie e poi le violenze di nuovo; ostinandosi nel medesimo tempo a ritentare il regno di Napoli, a distruggere l’autorità del Parlamento in Sicilia, ed a beffarsi degli Inglesi.

Il lettore sarebbe tentato forse di chiamare magnanimi quegli sforzi; tanto più che notomizzando nel presente caso il nome collettivo di corte, si troverebbe in primo luogo la volontà di Maria Carolina, poi tre o quattro teste di cortigiani niente amici tra loro, e in ultimo il buon senso pastorale del re. Ma, anche senza dir nulla dell’immoralità dello scopo di distruggere le libertà antichissime della Sicilia, quella magnanima resistenza, guardata da vicino, torna ad una matassa d’intrighi, minacce, seduzioni, bugie, misfatti tramati senza il cuore di compirli, mezzi che non asseguirono l’intento, né potcanlo; né alcun intelletto veramente grande avrebbe fatto assegnamento su quelli. Stretta dal bisogno, la corte avea accettato un sussidio dalla Gran Bretagna, non sapendo che lunghe conseguenze tiri l’Inglese, quando può dire: io ti pago. Avea anche ammesso un presidio inglese nella Sicilia orientale, più esposta al nemico. Ma ad un tratto, dopo il secondo matrimonio di Napoleone, persuadendosi ch'ei stesse ormai saldo sul trono, per impazienza di riaver il regno di Napoli, la corte comincia a praticar col Francese di cacciar di Sicilia le armi britanniche. E ciò mentre tutta la Sicilia l’odiava, da pochi individui all’infuori, né potea fidarsi che di qualche reggimento napoletano. Anche in questo tempo la corte, per avere un poco più di danaro, accatta una briga col Parlamento, coi principali baroni; tenta di corrompere la Camera de’ prelati e non le vien fatto: alfine. delirante per la sete. infrange, le leggi fondamentali, vuol riscuotere tasse non decretate dal Parlamento, e, con violenza sopra violenza, manda nelle prigioni de’ masnadieri cinque de’ molti baroni che avean protestato contro tali atti. Son sublimi 0 ridicole queste colpe? Ne seguì naturalmente che il governo inglese e i nobili di Sicilia si dettero la mano per metter la musoliera a questo animale non molto terribile.

Gli Inglesi (e fu questa la sola verità delta da lord Castelreagh nell’accennata disputa parlamentaria di giugno 1821) amavan bene la Sicilia, ma non l’aiutaron mica per solo amore: vedete facezie del buon ministro! Gli Inglesi non poteano offender Napoleone che alle estremità del suo impero, nelle due penisole: d’onde ognun vede se la Sicilia fosse sito importante per essi in quella guerra. E in Sicilia è naturale che e’ non volessero altro nemico che il nemico: perciò quando la corte di Palermo cominciò ad ascoltar le lusinghe di Napoleone, a mostrarsi rimessa nell’amistà inglese e a provocare qualche grave rivoluzione con la sua superbia e avarizia, gli Inglesi si videro malsicuri o almeno esposti a molte molestie, e, avendo pagato il re di Sicilia perché si difendesse dai Francesi, non intendeano lasciar l’isola così di queto. Il governo ci impaccia, dunque si muti. Per altro la lega era col paese non con un sol uomo; e se questi si ribellava contro le leggi, una potenza collegata potea farlo stare a segno senza offendere il dritto delle genti. Il ministro inglese prima consigliò; non atteso, comandò; raccolse un po’ di soldati in Palermo e la finì. Era appunto quel lord Bentinck nominato di sopra; uom risoluto, amante della libertà, e che perciò compiva tal missione di buonissima voglia.

Né s’oppose agli stranieri e ai nobili il popolo siciliano. I repubblicani del paese, buonissima e innocente razza con idee molto vaghe, avean fatto plauso agli abborriti patrizi quando costoro lottavano col re, naturalmente più abborrito. Gli animi s’erano vie meglio conciliati alla rinunzia d'un antico privilegio che fecero i nobili nel memorabile Parlamento del 1810, sottomettendo le loro proprietà feudali a tutti i pesi pubblici come meri allodii. Onde non è a dire se fosse universale, popolare e sincera la gioia, quando si videro tornar d’esilio i cinque nobili capi dell’opposizione, deporre i ministri napoletani, dichiarare ammalati il re e la regina, affidar l’autorità regia al principe Francesco erede presuntivo della corona, convocare il Parlamento e annunziare le riforme della costituzione, necessarie pei tempi mutati e per gli abusi del potere esecutivo contro la libertà delle persone. Tanto avea determinato Bentinck d’accordo coi primari dell’opposizione siciliana. Il Parlamento si adunò. I deputati dei Comuni ubbidirono al nuovo governo con la antica docilità; e senza contrasto i capitoli fondamentali del nuovo statuto furon deliberati dalle tre Camere del Parlamento, approvati dal vicario generale, e anche dal re.

Troveranno i nostri lettori nel capitolo IV del Palmieri il testo di tai nuovi patti fondamentali, e un giudizio sull’errore in cui caddero i capi della parte, facendo proporre dal Parlamento e approvare dal re una costituzione col titolo di nuova (che poi si chiamò comunemente inglese), in vece di appigliarsi ad uno di questi due altri partiti; cioè: aggiugnere alcuni statuti di riforma alle antiche leggi politiche; o veramente far accordare dal potere regio, allora in buone mani, una costituzione nuova, bella e fatta. Questa avrebbe risparmiato e ritardi e divisioni, che divennero esiziali, perché le cose d’Europa mutaronsi mirabilmente in pochi anni: l’espediente d’aggiugner nuove leggi alle antiche avrebbe forse tolto qualche pretesto ai nemici del nuovo ordine di cose. Ma questi nemici nel 812 non si vedeano o non si curavano, parendo affratellata tutta la nazione; e si credette celebrare più solennemente la riforma e piantarla sopra una base adamantina quando la chiedessero i rappresentanti legittimi della nazione e l’assentisse il principe. Così fu bello a vedere nel Parlamento del 1812 i nobili proporre la abolizione della feudalità, risegnare i dritti pecuniali che ne dipendeano, e i prelati contentarsi di seder nella Camera dei Pari, perdendo il privilegio di fare un terzo ordine nel Parlamento. Le elezioni larghe, le municipalità indipendenti, la stampa libera, le persone sicure erano argomenti da contentare anche i più caldi popolani; e quanto ai regi, chi poteva temerli? Eppure a capo di pochi mesi s’era dileguata tutta questa bella concordia. I nobili si divisero tra loro sul partito di abolire il dritto di primogenitura, e sventuratamente il più audace, ch'era il principe di Belmonte, e il più intero, cioè il principe di Castelnuovo, si trovaron come capi delle due nuove fazioni. Dall’altra parte gli umori municipali non si trovarono niente d’accordo nella legge sopra l’ordinamento dei magistrati giudiziari; grave faccenda ih sé medesima, più grave in un Parlamento ove i deputati dei comuni eran quasi tutti avvocati, e i Pari sì involti in litigi da non rimanere indifferenti nelle ire forensi. Di più nella esecuzione dello statuto, che disdiceva i dritti feudali, dritti mal definibili e spesso sì facili a confondere con la proprietà. gli antichi vassalli passavano ogni limite, gli antichi baroni si pentivano d’avere rinunziato con troppo fretta. Finalmente il nuovo ministero, come avviene a chiunque eserciti l’autorità sopratutto in tempi di riforma, si nemicò molti pei suoi falli, molli per le sue virtù. Così una parte de’ nobili tornò a sperare nel re e nella regina, che non erano né morti, né oziosi; i democrati ricantarono le vecchie filippiche contro i patrizi e contro gli stranieri (chi sa se non li chiamavano anche barbari?); e i costituzionali nobili o loro aderenti, discordi su quella pietra di scandalo delle primogeniture o de’ fìdecommessi come allor li chiamarono, e sdegnati contro l’ingratitudine del medio ceto, o diveniano intrattabili o si tirarono indietro. Convocato il nuovo Parlamento, i democrati e i servili, collegati contro l’avversario comune, lo soverchiarono; maneggiarono con imprudenza da fanciulli quell’arme del negare i sussidi, che è si pericolosa anche per chi la tiene: e il Parlamento fu sciolto, riconvocato e accomiatato di nuovo; il re fe’ prova di ripigliare il governo. Egli è vero che lord Bentinck entrando di tratto in tratto nel ballo, rimandò il re alle sue cacce, e volle reprimer le fazioni con parole alla soldatesca; ma il tempo passava. Scorser due anni senza potersi trovare un Parlamento e un ministero che si intendessero un poco; e a capo dei due anni Napoleone se n’andò all’Elba, poi ricadde a Waterloo, le costituzioni passaron di moda, vennero le ristorazioni; e Ferdinando di Sicilia chiese umilmente che nel rendergli il suo gli levassero quel vecchio impaccio del Parlamento di Sicilia. Come risponder di no a una domanda sì plausibile?

Dal detto fin qui si ha argomento di giudicare tutti i personaggi di quest’azione. Cominciando dai più potenti, l’Inghilterra, l’Austria e il re, non li scuseremo con la solita frase ch'e’ fecero il lor mestiere. Il re era salito sul trono di Sicilia obbligandosi ad osservar certe leggi che violò apertamente nel 1815 senza l'assentimento della nazione: il che è un misfatto come tutti gli altri. Quanto all’Austria, che ha peccati molto più gravi, quello d’aver dato favore a tal violenza va messo pure in lista. L’Inghilterra peggio. Ammettendo con lord Castelreagh che non la aiutasse per solo amore, né il re contro i Francesi, né la nazione siciliana contro il re, l’Inghilterra che operava per proprio interesse era di tanto più fortemente obbligata a lasciar almeno le cose come le avea trovate. Che fanno gl Inglesi in Sicilia? Metton mano a sconvolger gli ordini antichi per fabbricarne dei nuovi; accendono le divisioni; distruggono la riputazione e la forza d’inerzia che tenea insieme l’antico Parlamento; data così la pinta, non solamente si ritirano,'non solamente lascian l'edilizio vacillante e senza sostegni, ma aiutano il re di Napoli a gettar quello al suolo. Il carteggio che si tenne tra A’Court, ministro inglese a Napoli, e lord Castelreagh a proposito delle nuove leggi politiche di dicembre 1816, carteggio pubblicato da Giovanni d’Aceto nella detta opera De la Sicile, ecc., è prova permanente della colpa del governo inglese. Questo infatti riconosce aver dritto contro il re di Napoli e dovere verso la Sicilia a sostener le franchigie del paese; e poi si mette ad esaminare insieme col re tutte le novazioni che a costui pareano acconce, e tutte le consente fuorché una sola. La quale fu che, assegnandosi un maximum alla rendita pubblica di Sicilia, il re volea aggiugnere non doversi passare questo limite senza il consentimento della nazione siciliana; ma il ministro inglese domandò efficacemente e ottenne che si sostituisse la frase un «po’ meno ingannevole, senza il consentimento del Parlamento; frase,» scrivea poi A’Court a Castelreagh, il 5 novembre 1816, d’immensa importanza, che è the key stone of our consistency, e che, omessa, ci avrebbe esposto al «rimprovero indicato nelle mie istruzioni» (quello cioè che noi abbiamo accennato di sopra). E quella metafora, strana abbastanza, della key stone of our consistency, litteralmente «pietra angolare della nostra coerenza» (coerenza con tutto ciò che l’Inghilterra avea operato in Sicilia dal 1812 al 1814, ovvero con gli altri suoi tiri del 1815?) svela apertissimamente la brutta ipocrisia che vuol salvare le apparenze e non si cura del fondo. Il governo inglese che lesse e approvò le leggi del 1816 sapea benissimo che il Parlamento siciliano non potea stare insieme con quelle, che modi di convocare il Parlamento non ne restavan più, e che questa parola, questa pietra angolare della coerenza inglese, era in sé stessa incoerentissima, assurda, menzognera. L’Inghilterra di più, per essere un po’ coerente, si avrebbe dovuto poi dar la briga di esaminare ogni anno i conti della finanza di Sicilia, di rivedere il budget, e dir indi al re: la somma è passata; convocate il Parlamento! Era questo un appicco a molestar di nuovo il re di Napoli, quando che potesse cadere in acconcio all'Inghilterra; era una doppia frode a soddisfare il debito verso la Sicilia con la voce Parlamento, e tener questo flagello di serpenti alzalo sempre sulle spalle del re! In ogni modo è certo che il ministero inglese abbandonò, anzi tradì la Sicilia, tanto più indegnamente quanto nulla gli sarebbe costato l’oprare onesto. Non era mestieri alla Gran Bretagna far nuova guerra, non tenere un esercito in Sicilia, non porgere danari, né consigli, né anco sagrificare il menomo suo interesse politico né commerciale: sol dovea scrivere la guarentigia della costituzione siciliana tra i tanti capitoli che ebbe dritto di esigere dai collegati. I Siciliani han poi parlato di corruzione di qualche ministro inglese. Se non fu fatta col danaro, venne da principio di barbarie, come a Parga e altrove. È inutile aggiugnere che la cagione primaria della perdita delle libertà siciliane fosse appunto questa cospirazione dei principi contro i popoli, perché dopo il congresso di Vienna, a fronte delle soldatesche austriache stanziate a Napoli, i Siciliani non avrebbero potuto mai resistere con le armi.

Ma essi non andarono senza colpa; almeno la colpa lu commessa dalle loro mani alzate per effetto di che si voglia, della necessità, dei governi antecedenti, delle condizioni del paese. Noi non mettiamo in causa la plebe che in Sicilia è come tutte le altre, forse tra le più sagaci, tra le più animose. Lasciane da canto anche il clero che diè uomini a tutti i partiti; e se noceva alla nazione perché esistea sì numeroso e ricco, del resto col suo voto politico non le fe’ male. Ci rimangono i nobili e il popolo propriamente detto; ordini disugualissimi allora in Sicilia per le ricchezze, piuttosto uguali di numero e capacità, talché il popolo sapea a un di presso quanto i nobili, possedea quanto la plebe, e, se volea contarsi per capi, non soverchiava di molto i primi, ccdea di gran lunga alla seconda. Tali essendo le proporzioni degli elementi sociali, l'aristocratico avrebbe fatto traboccar la bilancia, se la riforma non si fosse fatta nel secolo XIX. Ma dopo la rivoluzione di Francia il terzo stato di Sicilia ancorché sì piccino, dovea pur sentirsi e parere terribile. La più parte di esso si mette dunque a sognare una libertà alla francese. Fra i nobili v’ha chi riconosce le ragioni di lui e vuol cedergli in parte la perfetta uguaglianza dei diritti civili, e tutti quegli ordinamenti giudiziali e amministrativi che le dovran servire di sviluppo e guarentigia; altri nobili non troppo discosti dai primi stanno un poco più sul tirato; altri non comprendendo perché debban calarsi dinanzi questo popolo che si vede appena, maledicono le novazioni, e, tra due mali, scelgono come più lieve, ubbidire al re. Il popolo poi si divise tra servili e democrati; e cosi in tutta la nazione nacquero tre parti: democrati, costituzionali e regii; che nelle lotte si riduceano a due per l’unione de’ due estremi. Fanciulli i democrati, poiché voleano in Sicilia l’uguaglianza politica che non avean potuto sostenere i lor consorti di Francia; e poiché mescolando alle altre illusioni i nomi di Francia e d’Inghilterra, prestarono il loro credito alla fazione regia per attraversar tutti i passi del ministero costituzionale. Cicchi pei meno i nobili e magistrati, che, per paura dell’uguaglianza civile, per invidie e ambizioni private, si accostarono al ré, si mossero a combattere per lui e non s’accorsero che crollando nuovo sarebbe caduto l’antico, e che l’uguaglianza dalla quale rifuggivano sarebbe stata istituita tra non guari dal potere assoluto. I costituzionali si inebbriarono della facile vittoria del 1812. Un pugno di nobili e di pochi dotti avea preso lo stato con applauso Universale sì, ma per sola virtù delle armi inglesi. Parve lor dunque bastare a tutto, e questo sostegno, e la giustizia della causa, e il bel temperamento della nuova costituzione; onde non si affaticarono di far parte, né guadagnando persone nei due estremi, né venendo ai patti o coll’una o con l’altra di quelle due fazioni quand'e esse levaron la testé e minacciarono di collegarsi. Questa consorteria costituzionale, la più parte onorevole e pura, non restò nemmeno unita, perché, come abbiam detto, le fazioni estreme la spezzarono in due parli, dette di Belmonte e di Castelnuovo. Perciò volendo star salda nel mezzo, non potè: l’aiuto degli Inglesi, il quale sapea sempre di violenza straniera, le fece più mal che bene. Sarebbe utopia pretendere la unanimità, sopratutto in uno stato costituzionale, in una nazione disusata da tanti secoli alle faccende politiche, in una rivoluzione compiuta senza sangue, senza romori, senza la plebe. Ma i costituzionali serbando quanto ei volessero la lor gratitudine agli Inglesi, doveano poi fare assegnamento su la Sicilia, gittarsi con l'aristocrazia più tirata, o coi democratici, coi quali era praticabile una transazione. Sdegnaron questo; e, appena la mano inglese cominciò a farsi più leggiera, si trovarono quel che erano: non una fazione, ma una cinquantina o un centinaio d'uomini discordi da tutti gli altri. La costituzione dunque del 1812 cadde per la infedeltà e violenza dei prìncipi; perché la riforma civile, che dovea farsi insieme con la politica, divise i nobili; e perché i savi, che avean messo su la costituzione, non vollero fondarsi sopra alcuna delle due grandi fazioni che si trovarono nella nazione. Gli umori municipali nocquero un poco, come quelli che invelenivano le divisioni, ma non ne crearono alcuna novella. La costituzione di per sé stessa presentava pochi difetti. La divisione de’ poteri come nell’inglese; due Camere; libertà di stampa; libertà individuale; municipii indipendenti; censo moderato per gli elettori. La difficoltà che incontrò sempre il ministero a comporre una Camera di Comuni a suo modo, prova che il temperamento delle elezioni sarebbe stato ottimo in tempi tranquilli.

Seduto sul trono di Napoli, il re tardava poco più che un anno a distruggere la costituzione di Sicilia, e con essa la bandiera, la moneta, il titolo di reame antichissimo. Era il tempo necessario ad accordarsi con lord Castelreagh per salvar le apparenze del pudore inglese. Della Sicilia poco si temea, perché le due fazioni estreme che, unite sotto il nome del re, avean combattuto contro i costituzionali, non eran certamente disposte a fare adesso una rivoluzione contro lui; e chi si lusingava, chi aspettava i frutti della vittoria. Perciò qualche carcerazione, la soppressione di qualche giornale, minacce e promesse, bastarono a far ubbidire la Sicilia, come tutta l’Europa, in quegli infausti tempi. Poi, mutati i due regni in un solo, e il titolo di Ferdinando III e IV in quel di Ferdinando I, si camminò a gran passo oltre i limiti di unione fissati nel 1816; la gran cura del re per quattro anni fu di far ricopiare in nome suo e promulgare in Sicilia tutte le leggi dei Napoleonidi di Napoli, Giuseppe e Gioacchino. Quest'ordine di cose, nato, come ognun sa, da due princìpi, la rivoluzione e il dispotismo, portava naturalmente con sé grande uguaglianza civile, negazione assoluta de’ dritti politici nei sudditi, e accentramento, direi quasi matematico, di governo; cioè un gran bene, un gran male, e un espediente buono o tristo secondo i casi. I detti tre modi erano nuovi al tutto in Sicilia; perciò spiacque ad alcuni anche il primo. Al desiderio della perduta indipendenza e libertà s’aggiunse la rabbia di perderle per man de’ Napoletani, gravissima quistione che tratteremo or ora a parte; s’aggiunse il subbisso dell’industria e commercio che veniva da altre cagioni; la decadenza delle professioni che teneano all'ordine antico di governo; nuovi dazii, giuochi pubblici, coscrizione per servire negli eserciti napoletani, sossopra le cose pubbliche, sossopra le private: parea prossimo a’ Siciliani il finimondo.

Quand’ecco un giorno, in vece della tromba dell’angelo sterminatore si sente gridare: rivoluzione in Napoli e costituzione di Spagna. Il popolo di Palermo, dopo i terribili fatti del 1282, non s era più impacciato di politica; o forse il popolo s’era dissipato, e la plebe in quel lungo intervallo s’era levala or pel caro del pane, ora per mal umore contro qualche magistrato, quetata sempre agevolmente: e nelle stesse vicende del 1812, i nobili di parte regia tentarono invano di aizzarla. Ma i quattro anni dal 1816 al 1820avean fatto penetrare nella plebe tanti dispetti, che s’infocò tutta alla parola rivoluzione. Il popolo era anche cresciuto con meravigliosa rapidità; i nobili serano accorti dell'errore; le divisioni dileguate, come avviene per lo più nelle calamità comuni. Perciò, a quell’avviso de’ fatti di Napoli, nobili e popolo dissero: che si farà? E su le prime la discordia del 1812 rialzò la testa, volendo tutti sì l'indipendenza da Napoli, ma altri la costituzione del 1812, altri quella di Spagna. Or come non c’era né Bentinck né Inglesi, la lite si portò di dritto dinanzi la plebe; che gridò indipendenza e costituzione di Spagna. Parve che la fazioncella aristocratica si acquetasse a tal sentenza: ed entrambe incitavan la plebe a far un po’ di romore e non altro, perché il governo calasse ad accordar l’indipendenza. Qui ci ha un episodio che esporremo nelle annotazioni al Palmieri: ed è che Ferdinando I, da Napoli, ebbe parte principalissima nel tentativo di suscitare quel movimento per la costituzione inglese.

La plebe poi combatté e vinse il presidio armato contro di lei; chiamò al governo i nobili e popolani, che mutandosi l'agitazione in tumulto l’aveano abbandonato per paura; e che per paura accettarono il governo della rivoluzione, e per paura ne vennero a un atto similissimo al tradimento. L’errar loro fu (perché i più in fondo amavano la patria e la libertà) di supporre che le rivoluzioni si potessero compiere così di buona armonia senza dar mai un pugno: che la plebe scatenata una volta divenisse dal primo fino all’ultimo una geldra di ladroni e cannibali coi quali un gentiluomo non dee sporcarsi: e che in tali estremi qualunque dispotismo fosse minor male. Or che i modi pacifici valgan meglio de’ violenti quando bastano a conseguire il medesimo scopo, nessuno lo nega; l'è come la pace e la guerra tra due nazioni: e nello stesso modo che la guerra, la forza dei tumulti non si deve adoperare che ne casi estremi, e mancando ogni altro mezzo. Venutosi poi agli estremi, gli uomini segnalati per la capacità o l'avere, commettono un gravissimo misfatto se lascian far la plebe da sé sola: primo perché si perde la causa pubblica affidata a mani men capaci; e secondo perché la plebe, così abbandonata dai buoni, si fa guidare dai facinorosi, s accende di giusto sdegno contro i cittadini maggiori, e trascorre alle enormità. Pochissime per altro ne commesse la plebe di Palermo ne fatti del 1820. Persuasi intimamente di questi princìpi e informati degli avvenimenti, abbiamo corretto con le annotazioni quei che ci sembravano errori del Palmieri su tal dilicatissima quistione.

L’altra causa che fé andare a vóto quella rivoluzione, furono gli umori municipali. Senza dir della antica rivalità tra Palermo e Messina, nudrita per ovvie ragioni da tutti i governi tristi, ridicola nel soggetto, ed esiziale nelle conseguenze, era nata nel 1820 un’altra divisione. Quasi tutte le magistrature nell’antico ordine di cose sedeano in Palermo: donde negli ultimi Parlamenti s’era molto combattuta e vinta al fine la legge di scompartirle a tutta l’isola, appressarle alle popolazioni. La legge non fu eseguita allora dal governo; e restava una profonda ruggine contro la capitale, perché alcuni Palermitani l’avean contrastato per interesse privato. Poi l’ordinamento giudiziale del 1819, copiato su quello di Francia, sparse per tutta l’isola giudici e tribunali superiori e inferiori, e magistrati d’amministrazione civile: effetto di quel principio di uguaglianza tra gli individui e tra le municipalità, che solo potea lodarsi nelle novazioni del governo dal 1816 al 1820. Or le città che avean fatto quei nuovi acquisti, temettero di perderli, quando riseppero confusamente, e per bocche infedeli, che la rivoluzione di Palermo accennasse a tutte le novazioni. Il resto dell’isola, a un dipresso due terzi della popolazione, seguì Palermo. Il governo rivoluzionario che abbiam descritto non seppe o non volle guadagnare gli animi dei dissidenti; e tollerò che contro una di quelle città, la misera Caltanisetta, si adoperasse una violenza brutale e inopportuna.

Dondeché vedendo l’isola divisa, e tirare innanzi di malissima voglia il governo rivoluzionario di Palermo e le due classi dalle quali era tolto, cioè nobili e popolani maggiori, il governo rivoluzionario di Napoli volle far la scimmia ai potenti; adoprar la forza e la frode unite insieme per ispegner questa che non avea scrupolo di chiamare ribellione contro il principe, anzi il sovrano. E invano s' allegava dai Siciliani che se si laceravano i patti di Vienna doveano lacerarsi per tutti; che la Sicilia era stata spogliata quattro anni indietro della sua costituzione per un atto illegale, e anche incerto, del potere esecutivo; che il reame di Napoli non avea alcun dritto su quel di Sicilia; che i due governi erano stati sempre ed eran tuttavia diversi, se non che si ubbidiva a un solo principe; che il governo rivoluzionario di Napoli, così scrisse allora Niccolò Palmieri, veniva con quei modi a farsi erede del dispotismo abbattuto. Rispondeasi a tutto ciò: il regno è un solo per voler della santa alleanza e di sua maestà il re; voi tanti ribelli, feudatari arroganti, plebe feroce, guai se non ubbidite! A dir vero nella lettera dei patti offerti in quest'incontro dal governo di Napoli, si ammettea la convocazione d’una adunanza siciliana che deliberasse se i due Parlamenti dovessero esser uniti o divisi; ma in fatto si cercò di far posare le armi al popolo di Palermo, mostrando tale scritto, senza mai contrassegnarlo. Il popolo, e qui non merita il nome di plebe, non diè nel laccio tesogli anche dal suo governo rivoluzionario: e con le armi alla mano in buona guerra fece al fine stipulare quei patti da chi nc aveva espresso mandato. Allora il Parlamento di Napoli, sdegnato che la frode non valesse, urla: i patti son disonorevoli; e te li straccia! Or un Italiano che miri al gran principio della nazionalità, dee piangere amaramente su questi casi. Chiunque potrà rammaricarsi col Machiavelli che la nostra unione non fosse avvenuta ne tempi andati per mezzi violenti, chiunque potrà desiderare che domani tutti gli uomini atti alle armi dalle Alpi al mare Affricano vadano a giurar fede in Campidoglio alla repubblica italiana una e indivisibile: quando poi si vorrà parlare da senno, converremo tutti che il nostro legame non può nascer per ora che dalla transazione dell'interesse di ciascuna provincia (per questo nome intendiamo quelle parti d'Italia che la geografia e la storia distinguono con precisione, come appunto la Sicilia) di ciascuna provincia, dicevamo, col grande interesse comune dell’unità. Parlar di predominio d'una città o provincia sull’altra, sarebbe tornare al medio evo, al principio della forza non applicabile tra noi, i quali siam tante cannucce, che se una percuote l'altra si fiaccan tutte. Or si potrebbe domandare a qual titolo nel 1820 la provincia italiana di Napoli volea assorbire la provincia italiana di Sicilia, senza pur consultare il suo Parlamento, che s’era convocato l’ultima volta cinque anni prima! Era l’atto del re Ferdinando che avea statuito in Sicilia un governo senza Parlamento, e il pleonasmo del congresso di Vienna che dichiarò lui re del regno delle due Sicilie, o il dritto della forza, o infine la convenienza di due provincie a stare unite e formare un primo nocciolo di lega italiana? Se ci si risponde eh era questo, ch'è la sola proposizione da potersi ripetere senza rossore, perché si diè alle altre provincie italiane questo bello esempio della conquista per frode mista alla forza? perché si disdisse in ottobre 1820 un accordo conchiuso in luogo neutrale (un legno da guerra inglese) colle armi alla mano, in vece di offrirlo in luglio, al tempo stesso che si promulgava in Napoli la costituzione di Spagna? Non fatto ciò, ma violati anzi dalla rivoluzione napoletana gli stessi nuovi patti fondamentali che il governo dispotico avea dato alla Sicilia nel 1816, con qual fronte e con quale speranza si potea dire ai Siciliani: combattiamo per ora insieme; quando sarem sicuri, avrete quel che v’è tolto? La punizione di tal errore è stata severissima per tutta l’Italia. L errore incoraggiò l'Austria a venir con le armi alla mano; condannò a combatter tra loro in Sicilia quei che avrebbero dovuto respingere insieme il nemico; e servi a meraviglia la corte di Napoli nell'intento di dividere per regnare.

Occorre qui di toccare il più radicato, il più pernicioso tra gli odii territoriali che abbiamo in Italia, tanto più terribile, quanto non può chiamarsi col solito nome d'odio municipale. Senza risalire ad origini antiche, incerte, che forse ve n ha pure; senza dir della stessa vicinanza, di qualche vocale più aperta o più stretta, di qualche altra dissonanza nel dialetto, nell'indole, nelle usanze, nei prodotti del suolo, che son passati fin qui per peccati inespiabili, massime in Italia, non v’ha dubbio che la ripulsione reciproca tra Napoletani e Siciliani cominciò ad operar fortemente, è già un secolo, quando gli uni e gli altri ubbidirono a un solo principe, Notammo di sopra la diversità delle condizioni de due paesi, la tendenza del governo, nel secolo XVIII, ad ordinare la Sicilia come la terraferma; il quale intendimento, come onesto in parte, trovò in Napoli uomini onesti e culti che se ne fecero strumenti. In Sicilia al contrario, la classe privilegiata che si sentia minacciare, odiò quegli strumenti volontarii per lo bene che volean fare, e comentò e spiegò le mire contro gli ordini politici del paese che s’occultavano sotto quel bene. Il viceré di Sicilia, il suo segretario e il consultar del governo eran sempre Napoletani; ecco dunque quella nazione colpevole tutta: così ragionano i popoli. Così ragionò quel di terraferma non guari dopo, quando il governo, mettendo mano ai supplizi in Napoli, e non fidaudosi dei paesani, trascelse qualche giurista carnefice di Sicilia, l’infamia del cui nome si sparse sopra tutti i Siciliani. Rifuggita poi la corte in Sicilia, la seguirono Napoletani d’ogni generazione: leali per coscienza, leali per ambizione, leali per misfatti, militari, cortigiani, galantuomini, spie e masnadieri. Tutti costoro infocati di teorie esageratissime intorno il principato, non venian più a secondare, come mezzo secolo innanzi, la riforma della feudalità o altra novazione civile, ma a combattere le libertà politiche sì odiose al padrone e alla padrona (cosi chiamavano religiosamente il re e la regina), ad aiutare il padrone affinché cavasse dai suoi servitori di Sicilia tutto il danaro che era necessario a sé stesso ed ai martiri della lealtà. E servendo la regina, quella efferata donna che sappiam tutti, anche i più onesti usciti si corrompeano: usciti e corte pareano ed erano tutt’uno; e avvenne al solito che la regina si appropriò tutto l’odio degli usciti tristi, i buoni tutto l’odio degli altri e della regina; il Parlamento del 1810 combatté contro la corte e i Napoletani; questi e quella si bruttarono delle violazioni del 1811, della dubbia fede verso gli Inglesi, di tutti quei vaghi disegni di violenza e di sangue. Né la vendetta si teneva in Sicilia come peccato. Perciò negati i sussidi agli usciti, quando la corte andò giù nel 1812; sparlati, malmenati, sì che la più parte se ne tornava a casa quantunque vi signoreggiasse Murat. Dopo la ristorazione, parve ai Siciliani vendetta de’ lor vicini anche quel che non era: non sapeano sopportare che ministri napoletani (c’era qualche Siciliano ancora, ma non mai tra i protagonisti) distruggessero la costituzione, rendessero la Sicilia provincia, di nazione che era; non sapeano perdonare quell’alacrità, quella boria magistrale colla quale gli impiegati napoletani del tempo di Gioacchino venivano ad innalzare in Sicilia il pesante catafalco dell’amministrazione alla francese, che li impacciava, li soffocava, toglieva ogni libero arbitrio ai privati, e occupava tutte le franchigie pubbliche. Sopra queste ire s’accumularono, nel. 1820, il sangue sparso, le vicendevoli ingiurie pubblicate nei giornali, e in fine il supremo errore che cassò l’accordo di Palermo e abusò la vittoria della frode. Indi quello esacerbato linguaggio del Palmieri, nel quale anche abbiam cancellato qualche parola troppo scandalosa. Indi la disonesta gioia, le brutte facezie di molti Siciliani quando riseppero le sventure del popolo fratello. Indi quella nimistà che in oggi i buoni e i savi d'ambo i paesi reprimono in sé stessi, biasimano negli altri, ma che, ad onta di tutti i princìpi, divampa di tratto in tratto senza volersi. Abbiamo abbozzalo questa infelice narrazione senza alcun velo, appunto perché deploriamo e detestiamo il fatto. E perché appunto desideriamo ardentemente che tal nimistà si dilegui, non abbiam dato il torto ad ambo le parti, come fa comunemente chi si mette di mezzo e cerca di calmar le passioni in una rissa nata da frivole cagioni. L’origine qui è grave; qui, inoltre, il gran sentimento della nostra nazionalità dà anche all’Italiano più oscuro di poter parlare con autorità di magistrato, senza palliare il torto ch'ebbero i Napoletani nel procacciare in tutti i modi che la Sicilia fosse come provincia del loro stato. Perciò ambo i popoli han peccato nelle offese reciproche; i Napoletani soli nel fine. La quale denominazione di Napoletani bisogna che si spieghi. Non è che l’opinione pubblica dalle foci del Garigliano sino alla punta di Reggio voglia tal predominio su la Sicilia. Al contrario, i popoli lontani dalla capitale, per esempio Abbruzzesi e Calabresi, vecchia stirpe italica, rozza e schietta, sentono nel sangue loro, nell'aria de’ monti e de boschi, tutto il vigore che non potea ritener Napoli, greca d’origine, sotto quel cielo «molle e dilettoso;» di più li molesta il monopolio d’un governo accentrato alla francese; e come non hanno interesse burocratico ad estender questo alla Sicilia, così non ci pensano. Per Napoletani dunque nel presente caso s’intendali sempre gli abitatori della città di Napoli e quella massa d’uomini di stato o aspiranti ad esserlo, d'impiegati, militari, giuristi e altre capacità che virtualmente appartengono sempre alla capitale e che maneggiano le cose pubbliche direttamente o indirettamente in tutti i tempi. Questa specie di aristocrazia ha mal compreso fin qui gli interessi, non che dell’Italia, ma del proprio paese. Ma chi non vede che l’alto pensiero italiano già penetra in essa e la nobilita, ne corregge gl istinti provinciali, e rannoda tra la massa una consorteria di veri patriotti? Su la quistione della Sicilia essi risponderanno: La colpa è stata per lo più del governo; nel 1820 il Parlamento delirò in questo come in molte altre cose; ed ora il reame di Napoli non vuol il predominio su la Sicilia, ma lega uguale e intima per la causa italiana. E l’Italia accetterà queste parole come promesse per l’avvenire.

E in vero la conciliazione de’ due popoli non è impresa da re anche volente. Il governo di Napoli dal 1821 in qua ba mirato or a dividere or ad unire, e ha fatto sempre il medesimo effetto di accrescere la discordia. Eccolo a’ 26 maggio 1821, tutto lieto del frutto delle sue arti e ubbidiente all'Austria che credea scommettere sempre più i popoli separando le amministrazioni; eccolo tornare ai limiti del 1818 e anche più indietro; istituire in Sicilia un governo separato, una consulta (eletta e stipendiata dal re) come in Napoli, e presso di sé un ministro per gli affari di Sicilia; non lasciar infine altro di comune che l’esercito, la flotta e il corpo diplomatico. Di lì a poco, dileguandosi i timori di rivoluzione in Napoli, credendosi la Sicilia irrequieta e prevalendo ne' consigli altri ministri, parve di indebolire il governo speciale della Sicilia, di adunar le due consulte in un sol corpo a Napoli, di ripigliar le vie dell'accentramento francese. Al che sembra che spingesse sopra ogni altro una ingordigia fiscale. Perché uniti nel 1816 i due stati, che aveano e debito pubblico diverso e sistema diverso di dazii, e che doveano ritenere, per le cose già dette, una sembianza di amministrazione separata, si statuì che ciascuno pagasse i suoi proprii pesi, ma che i pesi comuni, cioè la lista civile del re, le spese pei ministeri in regno e fuori, e quelle delle forze militari si pagassero in ragion della supposta popolazione dei due paesi, cioè tre quarte parti dalla terraferma e una quarta dalla Sicilia. Non mancavano poi mezzi di frodar, questo conto, come, per esempio, i beni demaniali donati in Sicilia a principi del sangue regio, i debiti delle due rivoluzioni del 1820, i risparmi che si faceano su la somma di danaro allogata per la guerra e marina: ne’ quali casi il ministero di Napoli volea le mani libere; e se alcuno pigliava a difendere gli interessi della Sicilia, per poco non l’accusavano d’avere in corpo il demonio del 1812, e di opporsi ai voleri di sua maestà. Tra per questo, e per la libidine o utilità di maneggiare quante più faccende si potesse, si ripigliaron come dicemmo tutte le vie del 1819. Dopo la rivoluzione di Francia del 1830, che i prìncipi d’Europa non isperavano sì inoffensiva per loro, parve di accarezzar di nuovo i Siciliani che non tentassero nulla da sè, e mal volontieri ascoltassero qualche tentativo di Napoli. Si rabberciò dunque per uso della Sicilia un governo su la foggia di quello del 1821, con qualche nostro di più: luogotenente generale il conte di Siracusa, fratello del re; una picciola corte; un consiglietto di stato; progetti di riforme amministrative; parole e promesse quante se ne voleano. Ma in men di quattro anni, dileguatele paure del 1830, parve amaro e pericoloso l’antidoto apprestato allora alla Sicilia. Il re, ch’era già entrato in Palermo nel 1831 con plausi e lagrime di gioia, perché avea promesso (queste erano le parole) di sanar le piaghe dei popoli, e sembrava tutto intento al pietoso ufficio, tornando poi nel 1834, abbrividì alle nuove accoglienze: sembianti disingannati, silenzio severo, saluti freddi e brevi, come al principio d’una inimicizia. Erano sopratutto i sintomi delle piaghe che il popolo sentiva cuocer come prima; ma piacque meglio a corte e in consiglio un’altra interpretazione: la popolarità del fratello in Sicilia; la tendenza del paese verso un governo proprio, che non sarebbe mai sodisfatta, finché non distruggesse l'unione con Napoli; il genio della libertà e dell'indipendenza rinforzato dalle concessioni, e svegliato già nell’animo dello stesso conte di Siracusa. Il fratello parve dunque rivale; l’ordine del 816 una federazione; la Sicilia pronta e levarsi come il Belgio. Per ovviare a tanti mali, si venne ad un colpo di stato, con tutti gli stratagemmi dell'arte; e il conte di Siracusa fu richiamato in gran fretta a Napoli; e il governo, con modi goffi anziché no, si pose a tirare e raccogliersi nelle mani le redini di quei cavalli focosi che si credea i Siciliani. Alfine parendo opportunissimo il cholera del 1837, che tolse all’isola da settantamila persone in tre mesi, e fe’ scoppiar qua e là qualche romoruzzo, quetato in poche ore, si gridò la Sicilia ribellala e domata, giusto perciò e necessario di tornare più indietro che al 1816 e di farla educare all’ubbidienza da impiegati napoletani, accomunando tra i due paesi gli impieghi pubblici, e riducendo il governo di Sicilia a una mera forma spregevole e spregiata. Dal che si vede che il governo di Napoli, tra i due timori della rivoluzione generale e della disubbidienza parziale, a vicenda ha rallentalo o ristretto i vincoli amministrativi dei due paesi. Nel secondo caso, che avvenne dal 1816 al 1820, dal 1824 al 1830, e dal 1835 in poi, la nimistà si è sempre aumentata, perché gli offesi si volgon sempre contro lo strumento, tanto più quando il credono volontario. Inoltre è da notare che in queste tre epoche il governo ha sperato tendere i suoi nerbi e le sue forze, e s’è trovato sempre più debole. Cosi cadde nel 1820; così barcollò al 1830; così impallidì orribilmente al 1840; e adesso i suoi armamenti, preparati tutti contro la Sicilia, mostrano quant'egli viva sicuro. Indirizzandoci non al governo di Napoli,, ma all’opinione pubblica, noi crediamo aver mostrato la inefficacia di tutti gli espedienti presi finora per unire queste due provincie italiane. La storia e la geografia c’insegnano ancora che l’impasto dei due popoli, la fusione, come si dice, l’annientamento della individualità siciliana sarebbe impossibile; e che se la violenza può tenere per un momento legata strettamente la Sicilia a Napoli, gli animi si rispingeranno di tanto più forte, proromperanno alla prima occasione, e questo sarà sempre un passo dato indietro e non avanti nella via dell'unità italica. I Siciliani ai quali vi affaticate a provare il contrario, vi rispondon sempre che con tutta l’Italia son pronti a congiungersi in qualunque modo, con Napoli non altrimenti che nei termini di perfetta uguaglianza di due provincie costituite a parte: sagrifichiamo, dicon essi, l’indipendenza per ottener la forza, non per restare deboli, soffrir mille soprusi, ubbidire ad una amministrazione che non fa per noi. Or, messa anche da canto la giustizia che potrebbe stare pure dal canto de’ Siciliani, pochi Italiani han pensato che, tra le presenti difficoltà e pericoli della nostra causa, potesse e giovare e nuocere la volontà di questo municipio (la definizione è rotonda!) di due milioni d’abitanti, che nessun detrattore dell’Italia ha accusato fin qui di tardo ingegno, di poco animo, di indifferenza alle idee politiche, di inerzia, o pur di tranquillità. Pochi han sospettalo che una indomabile opinione, abborrente dagli ordini del governo napoleonico, piantati a Napoli da quarant'anni a questa parte, potesse esser legittima. E non Vi rallegrate dello scisma della Sicilia orientale nel 1820, a favor di Napoli, ché s’è dileguato da tanti e tanti anni; non vi fidate degli odii municipali della Sicilia, che sono spenti! Non dee dimenticarsi finalmente che la Sicilia è isola; che Malta e il mare appartengono all’Inghilterra; e che un eccesso di disperazione da una parte, una occasione che sembrasse favorevole dall’altra, potrebbero portare una conseguenza detestabile ma senza riparo. Perciò la Sicilia deve essere in tutti i casi una provincia italiana e non l’appendice d’alcun’altra provincia; perciò, nell’avvenire immediato che noi speriamo per l’Italia, Napoli e la Sicilia debbon essere due stati costituzionali uniti in istretta federazione, anche sotto un sol principe in quei termini di cui offrono un bellissimo esempio la Svezia e la Norvegia. E sol così monteremo un gradino verso l’unità italiana: così il governo centrale di Napoli e Sicilia guadagnerà quel tanto di forza, e non è poco, che finora l’un paese ha opposto all’altro; apertamente nei tempi torbidi, come il momento di due corpi che s’urtano, e virtualmente nei tempi tranquilli, come lo sforzo di due pesi alle estremità della bilancia.

Per compimento del nostro lavoro dobbiam girare uno sguardo sulle condizioni attuali della Sicilia. Fra tutti gli avvantaggi naturali che ognun sa, vedremo pochissima industria cittadinesca, o piuttosto artigiani che stentano il pane e nessuna manifattura; vedremo la sveltezza, la perizia, l’ardire de’ navigatori, l’ammirevole struttura delle navi, ma il numero di queste si potrà quasi contar sulle dita; vedremo tanto o quanto ben coltivati alcuni tratti di paese, quelli sopratutto vicini alle città, 'del resto campi vastissimi, ove s’alternano i cereali e il pascolo spontaneo (non si parla di artificiali), e fondure sterili e insalubri, montagne né boschive, né dissodate, la pastorizia poco men che nomade, strumenti di agricoltura pochi e rozzi, pratiche agrarie più barbariche degli strumenti, nessuna opera idraulica in un paese cui la natura ha negato solo l’abbondanza delle acque, strade carreggiabili pochissime, i sentieri come li lascian le frane e i torrenti. E un tempo non ci si incontravano altri pericoli che i naturali. Dal 837 in qua che il governo di Napoli ha preso a regger la Sicilia in famiglia, come la madrigna i figli del marito, le ville non son sicure, depredate le strade, i villaggi hanno a temere gli assalti de’ masnadieri, né anco è prudente andare a diporto un poco lontano dalle mura delle città. I mendici che ingombrano le campagne e le città vanno accattando la limosina, spesso con la zappa al collo; que’ che non sono venuti a tale estremità vi presentano squallido aspetto, volto conturbato, ansietà e tristezza. Poi scorgete frati di cento varietà, mendicanti e gaudenti, preti che basterebbero a servire il culto divino in tutta l'Italia: per le strade delle città a ogni passo un munistero di donne: gareggiare gli ecclesiastici da un lato con gli accattoni, dall’altro coi più grossi proprietarii. L istruzione pubblica è il capitolo dal quale si tolgon sempre i risparmi della amministrazione, perciò non mai si incontra un contadino e rarissimo un artigiano che sappia leggere e scrivere: nelle altre classi i giovani imbizzarriscono per difetto di buoni studi, o debbon venire alle prese ogni dì con la polizia per leggere tal libro e stampar due righi d’articolo di giornale; ma passo oltre perché son mali comuni a tutta l’Italia. Pur tanta è la prontezza degli ingegni che la Sicilia non resta inferiore ad alcuna altra provincia italiana, per lo numero delle persone culte e capaci. Se vi mescolate con la plebe illitterata delle grandi città, trovate una perspicacia, una vivacità e una dignità da smentire i cenci che la ricuoprono; uno sguardo e un coraggio che vi rallegra. Ma quest’impeto rinchiuso in condizioni sociali sì deplorabili sfoga in risse feroci, continue, senza cagione; e degenerato, imbestialito accresce talvolta il numero dei ribaldi. Talché lo stranierò che percorre il paese per diporto, e trova sì poco da ammirare ogni fattura degli uomini, scaglia in fretta una maledizione su la pigrizia, ignoranza, superstizione del popolo, su la stoltezza del governo, e corre a scrivere novelle insulse nel suo taccuino. Noi che non vogliam giudicare allo stesso modo, diremo la prima cosa che il governo attuale non è reo volontario di tutti cotesti mali.

Non ostante la ignoranza di cui si vanta, il governo non può far che non si trovi in Europa, e che perciò or colga una parola di qui, or un articolo di giornale di là e che non apprenda in francese le frasi di spirito del secolo, benessere materiale, e via discorrendo. Queste idee vaghe, cadute sopra un’indole abbastanza dispotica e un grosso fondo di superstizione, han portato a conchiudere un po' contraddittoriamente: regniamo con la forza, spegniamo i lumi; ma promoviamo la prosperità materiale. E perché ognun vede che la prosperità materiale della Sicilia sta nell’agricoltura, il governo prendea a favorirla, forse per espiazione, nel 1838 con varii provvedimenti, tra i quali fu di certissima e immediata utilità lo sgravare d'un terzo in circa il crudo balzello su la molitura de’ grani per tutta la Sicilia, eccettuate le quattro città più popolose, per grettezza fiscale o perché il digiuno parve ottimo rimedio contro il rigoglio politico. Un altro decreto delineò su la carta geografica di Sicilia una rete di strade carreggiabili, senza mezzi sufficienti alla costruzione: che perciò potrebbe aver la sorte di tanti altri ordinamenti fatti in Sicilia per le strade da mezzo secolo in qua. Più dubbio anche di questo l’esito del terzo provvedimento che avea per mira la censuazione dei beni ecclesiastici. Il quarto colpo fu duro per molti, ponendo nuovi modi per lo scioglimento dei dritti promiscui su le proprietà rurali, modi ostili ai proprietarii, ma che pure affrettano la divisione dei poderi. Con ciò s’è sforzato il governo a sgombrare i masnadieri, alla francese diceva esso, anzi proprio secondo la scuola di Manhes; ma il solo frutto è stato una continua molestia, uno scioglier il freno ai soprusi degli officiali piccioli e grandi della forza pubblica, né si è punto guarita quella piaga sociale. L’apri il governo stesso nel 1837, con le persecuzioni da un lato, e la mutazione della forza repressiva dall’altro, sendosi sostituita la gendarmeria napoletana alle antiche guardie di polizia rurale chiamate compagnie d’armi e istituite dal Parlamento del 1810. Dopo il detto fin qui non si può certamente accusare il governo d’inerzia e negligenza a danno della agricoltura.

L’accusa dee risalir più alto, deve indirizzarsi a tutto l’ordinamento del governo, alla impotenza e mala informazione che sono nell’indole del potere assoluto, agli effetti del dispotismo e dell’avarizia fiscale, allo scoramento e disperazione che induce nei sudditi; alla istruzione pubblica trascurata, anzi manomessa, affidata per decreto reale ai vescovi e per essi naturalmente ai gesuiti; alle tasse incomportabili sempre anche dopo l’alleviamento del balzello su le farine, tra le quali tasse si nota con iscandalo, meglio che un milione e mezzo di lire italiane ricavate dal regio lotto; alla volontà di portar via dalla Sicilia or per un verso or per un altro più che la metà della rendita pubblica; all’uso di accoglier come insolenze di ribelli tutte le rimostranze che venissero dalla Sicilia, e di affidare l’amministrazione della Sicilia alle mani più incapaci, più lorde, o più ostili. Senza venire ai particolari toccheremo i due capi più rilevanti cioè la finanza e la polizia.

E quanto alla finanza dicemmo sopra che pei decreti del 1816, transazione tra il re e la Sicilia, scritta e stipolata dal solo re, dietro l’approvazione di lord Castelreagh (come avvocato della Sicilia!), si stabilì che la rendita pubblica non potesse passare le once 1,847,687 (lire italiane 23,096,087) senza convocarsi il Parlamento. Donde se vi fosse in Europa un tribunal di prima istanza che giudicasse tra i popoli e i re, la Sicilia citerebbe il suo principe, chiamerebbe in causa il mallevadore inglese, ed esporrebbe semplicemente montar oggi (anche alleggerito il dazio su le farine) la rendita pubblica ad once 2,056,326 (lire 26,204,075) senza contar tutte le spese gravissime gittate addosso ai comuni. Che se il governo ha occultato in parte la frode con la distinzione gesuitica, che una parte di quella somma servisse alle spese provinciali, si domanderebbe se le provincie son fuor dello stato, e se le spese dell'amministrazione e delle opere pubbliche non appartenean tutte allo stato nel 1815, e non si pagavano anche su la rendita pubblica fissata dal Parlamento nella somma anzidetta. Se si passi poi ad investigare in che s’impieghino questi 26 milioni di lire si vedrà che 14 e mezzo vanno in Napoli sia per que’ che si chiaman pesi comuni, sia per certi debiti che ragiona a suo modo il creditore, dei quali basti addurre un esempio. Nel 1835, gli Stati Uniti d’America domandavano al re di Napoli una indennità per certi navigli da commercio sequestrati un tempo da Murai; e il governo napoletano che al fine pagò perché gli si parlava un poco di guerra, fe’ contribuire una quarta parte della somma alla Sicilia che attempo del sequestro di quelle proprietà americane ubbidiva a un Borbone non a Murat e che non avea per certo preso nulla all’America. Ma il governo disse ai Siciliani: dovete pagare perché così vi liberate anche voi dalla guerra. Poco appresso egli s’involse in quella misera faccenda del monopolio degli zolfi di Sicilia, che accordò a una compagnia francese, e che cassò quando si giunse al caso della guerra molto più vicino che cogli Americani, quando, dopo le solite parole aspre e poi minaccevoli, gli Inglesi cominciarono a passare ai fatti, a predar legni napoletani e siciliani. Bisognò allor fare indenne e la compagnia francese e i mercatanti inglesi che giuravano d’aver perduto migliaia di migliaia; ma il governo disse allora: io ho sciolto il monopolio di mia volontà; perciò paghi la Sicilia sola. La finanza dunque di Sicilia che d’altronde non è impacciata di. grosso debito pubblico (180,158 once, ossia 2,351,975 lire ital. all’anno) paga di fatto un tributo a Napoli, per questi sofismi continui. Indi la gravezza delle tasse sopra una popolazione povera, e indi una causa novella di povertà.

L’altra piaga ci pare l'arbitrio della polizia, illimitato, superiore a qualunque legge, a qualunque magistrato; il quale scende intero e indiviso dal re al ministro, da questi infìno al gendarme e al più vile sbirro; arbitrio faccendiere e procacciante che entra spesso non chiamato nell'amministrazione della giustizia penale e civile; che s’ingerisce negli affari domestici; che esercita una censura tormentosa e ignorante nella stampa; che vuol fin anco dettare il metro ai plausi de’ teatri; che nelle cose politiche fa le viste di sonnacchiare e poi di tratto in tratto si slancia su la preda con rabbia e ferocità da tigre come in pien medio evo. E a quale incivilimento appartengono le torture che si danno agli accusati nelle stanze de’ gendarmi, e che se volessimo descriverle la decenza della stampa noi permetterebbe? Perché per ogni nonnulla, quando arrossireste d’incarcerare, confinate i cittadini in province lontane? In qual codice penale son cotesti modi; o piuttosto perché non cassate i codici, in luogo di tenerli pei soli casi in cui non vi piaccia di intervenire; e perché non sostituite ali’ ordine giudiziale dei tempi nostri i commissari di polizia e le commissioni militari, e al codice romano e francese il vostro buon senso? Torniamo a dirlo: il potere arbitrario nuoce sempre anche quando si propone il bene. Dichiarando quasi una giusta guerra ai sudditi, ei distrugge ogni principio di moralità, e fa creder legittima la resistenza, la quale poi si rivolge e contro i soprusi del governo e contro ogni ordine civile. La Sicilia dunque è afflitta a un tempo da due flagelli, de’ quali il più crudele, che è la polizia, non distrugge punto il flagello minore, che sono i ladri. Né manca in Sicilia chi dica che non spiace in fondo al governo la guerra de’ poveri contro i ricchi, poiché i ricchi tormentati da tal molestia temeranno vieppiù gli sconvolgimenti politici, e, accadendo questi alfine, l'anarchia sommergerà la rivoluzione. Cosi fareste a fuoco lento in Sicilia ciò che il maestro austriaco compiva d’un sol botto in Gallizia l'E noi non ci rivolgiamo contro alcuno in particolare, né apponghiamo al re tutto ciò che è fatto in suo nome, né ai ministri tutti gli atti segnali da loro; perché per ogni luogo vi ha buoni e ribaldi; i buoni stessi trascorrono in qualche errore, e i malvagi posson volere talvolta una cosa giusta. Il vizio, noi non ci stanchiamo di replicarlo, è nell’ordine politico; nel dispotismo da un lato, nella speciale ostilità contro la Sicilia dall’altro. Queste son le cause primarie dei mali del paese. Viene dopo quelli la storia che non si può distruggere e perciò non ne parleremo. Infine troviamo gli abitanti che si scusano naturalmente con la storia e col governo, ma pure non n’escon sì netti, perché la ragione modestissima è umilissima, «son così perché così mi han fatto,» varrebbe solo per una statua. E qui cadiamo nei vizii comuni a tutta l’Italia: poca resistenza passiva; stare a braccia incrocicchiate per disperazione; que’ che posson vivere del proprio, avidi degli impieghi; quei che occupano gli impieghi, anche giudiziali, divenire stromenti ciechi di una volontà che non lodano: e poi svogliatezza negli esercizii dell'intelligenza; trascuraggine in quegli stessi delle industrie che gioverebbero immediatamente al paese e non sarebbero punto mezzi inutili per le riforme avvenire. I quali ammonimenti vanno indirizzati soprattutto ai nobili e al medio celo, che d’altronde si son guariti di altri mali gravissimi, non pensando i primi a rinnovare gli abusi dell’aristocrazia, e sendosi il medio ceto liberato da molte servilità, e da un certo egoismo e da quella panica paura che avea della plebe. Al clero abbiam poco da dire. s’esso nuoce al paese l’è per esser troppo numeroso; il che anche portala indigenza d'una gran parte del clero stesso: ma il riparo a questi mali dee venir dalle potestà superiori, onde il clero siciliano non v’avrebbe altro dovere che di prestarsi alle riforme legittime, le quali lo farebbero viver meglio e in maggior considerazione. In ogni modo e in ogni tempo il clero siciliano, parlo anche de frati, dovrebbe attendere un poco più agli studi, e sostener l'antica sua riputazione, or che il movimento della società spinge i laici a sorpassarlo negli studi profani. Del rimanente è bene ch'ei si guardi come ha fatto sinora (con poche eccezioni e queste poche forse ridotte ai gesuiti) dal servire il potere' assoluto, e dal riscaldarsi come piacerebbe al giornale della «Scienza e della Fede.» Sappia poi il clero delle municipalità minori e delle campagne che la vera religione non perderebbe nulla, anzi ne sarebbe di tanto più promossa, se si rinunziasse a certe superstizioncelle, e si ispirasse una morale maschia e cittadina. Quanto alle plebi di Sicilia abbiamo indicato di sopra di che buona tempra le fossero; ma non è per via della stampa che si potrebbe lor consigliare di istruirsi, di non si lasciar vincere dall’avversa fortuna, di portare maggiore rispetto alle leggi veramente civili, e di seguire nel resto l’indole lor generosa.

Noi non eccitiamo alcun popolo italiano ai tumulti, che si debbono anzi evitare quando l’intento si può conseguire per forza dell’opinione pubblica, e quando le condizioni generali, sia dell'Europa tutta, sia dell'Italia, non permettano di sperar da quelli un esito felice. La somma necessità, e insieme la probabilità della vittoria, possono sole render legittimo il disordine sociale. Se i fatti morali che abbiamo esposto ban qualche fondamento, preghiamo i governanti che non li guardino con disdegno superbo, esortiamo i Siciliani onesti e veggenti d’ogni città, d’ogni classe, qualunque siano stati per l’addietro i loro pensieri politici, che meditino sul detto fin qui, che giudichino in coscienza i partiti posti da noi, li mutino, li correggano, ma, una volta formato il giudizio della maggior parte, senza cospirazioni, senza sette, lo promuovano nell’opinione pubblica, lo persuadano a tutte le classi, lo mostrino apertamente in faccia al governo in tutti i modi non proibiti espressamente dal codice penale, e, per servirci d’un paragone, circondino il vallo della fortezza con lor bandiere spiegate, con le genti ordinate, con tutte armi ed attrezzi; come per dire, queste son le nostre forze; venghiamo ai patti. Non si affrettino ad assalire; ma non si addormentino, e poi sarà quel che Dio vorrà! La Sicilia dee rivendicare evidentissimi dritti politici. Senza parlar di quelli che ha comuni con le altre genti italiane per lo racquisto della nostra nazionalità, ricorderemo qui soltanto i suoi dritti speciali, scritti, pattuiti solennemente; quella specie di dritti che serve di materia nei piati della diplomazia, e che nessun ministro di stato potrebbe ricusare senza rinunziare al proprio mestiere. Le leggi osservate per sette secoli e mezzo infino al 1815, danno alla Sicilia, come dicemmo sopra, un governo proprio e rappresentativo, pervenuto, per successive riforme, infino agli ordini che reggono oggidì le nazioni più incivilite. A mutar queste leggi nel 1815 mancava fino il pretesto della occupazione straniera, della rivoluzione domata dal governo; e il re, vestito del solo potere esecutivo, non aveva autorità da mutarle, né l’aveva il congresso di Vienna, che in verità noi fece: perocché quell’articolo che riconobbe Ferdinando re del regno delle due Sicilie non contiene un attentato al dritto pubblico della Sicilia, ma un pleonasmo e nulla più. Le leggi dunque di dicembre 1816, fabbricate su quel pleonasmo, sono, per mille ragioni, casse e nulle; rei d’alto tradimento i ministri che le soscrissero; e l’è questo uno di quei pochi casi del governo costituzionale, ne quali la risponsabilità giugne fino al trono. Né alcuno allegherà l'acquiescenza dei Siciliani, che protestarono con una rivoluzione nel 1820, e il cui sangue è corso poi sempre in continua testimonianza per le vili armi delle commissioni militari. La violazione delle stesse leggi del 1816, che ha indi fatto, e fa tuttavia il governo, scioglierebbe anche quel mostruoso patto, se si potesse per un momento risguardar come valido. La Sicilia, amministrata con giustizia, prospera, fiorente, potrebbe domandar sempre la ristorazione de' suoi ordini politici del 1814. La Sicilia d’oggi, misera e maltrattata come una colonia ribelle, aggiugne a quei dritti la ragion suprema della propria salute. Possa ora il dritto vincere la passione de' governanti, e ridurre i Siciliani a tal prepotente unanimità, che trionfi di per sé stesso senza l’appello alla forza, il quale presto o tardi sarebbe la conseguenza de’ gravissimi torti attuali.

Italia, dicembre 1846.


AL PARLAMENTO DELLA GRAN BRETAGNA

Signori ed onorevoli Rappresentanti del popolo inglese!

Io non avrei osato, Signori e Gentiluomini, di porre in fronte a quest’opera il rispettabilissimo nome del Parlamento della Gran Bretagna, se ciò non fosse richiesto dalla convenienza, anzi in certo modo comandato dalla necessità.

La costituzione di Sicilia e quella d’Inghilterra furono fondate sugli stessi princìpi feudali, nella stessa età, da due prìncipi dello stesso genio, della stessa nazione, e forse dello stesso sangue; ma dopo lungo volger d’anni, ambe vennero cambiando d’aspetto, in modo che appena conservavano qualche lineamento dell’antica fisionomia e della primitiva somiglianza loro, quando il vostro governo, Signori e Gentiluomini, impiegò tutta la sua valevole influenza, per far sì che la costituzione siciliana venisse corretta dagli abusi e resa una seconda volta uniforme alla vostra.

Appena ciò ebbe luogo, il vostro stesso governo distrusse l'opera sua, e con quanta attività avea cooperalo alla riforma, con tanta efficacia si prestò poi non solo a far cancellare tutto ciò che si era fallo in Sicilia sotto i suoi auspici, ma a spegnere quanto esistea sin dalla fondazione della monarchia, anzi la monarchia stessa.

Un’opera diretta a mostrare tali fatti può offrire larga materia alle considerazioni delle Signorie vostre, e di Voi, Gentiluomini, nelle cui mani è affidato il sacro deposito dell’onore e della libertà della Gran Bretagna, e su i fatti stessi voi potete scorgere quanto sia falso ciò che uno de’ vostri ministri sull’assicurazione d’un vostro diplomatico, asserì la sera de’ 21 giugno 1821, in quella Camera, in cui non dovrebbe suonare che la voce della verità, della giustizia, della lealtà e dell’onore, cioè, che il Parlamento siciliano si diresse volontariamente al re Ferdinando III, pregandolo ad alterare la forma del governo.

Ciò mi mette nella necessità di smentire una tale menzogna, che altamente offende l’onore della nazione siciliana; né potrei pienamente smentirla che col mostrare la verità a quel governo ed a quel Parlamento, cui quella falsa voce fu diretta.

Ma non crediate già, Signori e Gentiluomini, che, nel dirigere a voi quest’opera, sia mio intendimento di presentarvi una querela a nome del popolo siciliano per li torli gravissimi che esso ha sofferto a causa del vostro governo; concittadino di Stesicoro, ben me ne rammento l’apologo, e so che un popolo, quando non può acquistare la libertà colle proprie forze, chiedendola per mercé d’altri, ottiene solo nuove catene. E sono affatto convinto che la misera condizione, cui sono i Siciliani ridotti per opera del vostro governo, può solo riscuotere la sterile commiserazione di pochi fra voi.

Io scrivo per far conoscere al mondo di quali luminosissimi dritti i Siciliani sono stati spogliati. Scrivo per avvertirli degli errori loro; e forse l’ora non è lontana, in cui un tale avvertimento può esser loro giovevole. Scrivo per palesare i modi, con cui si venne a capo di rapire alla Sicilia non che i dritti suoi, ma il nome stesso e l’esistenza politica. Scrivo per palesare i malvagi, che prestaron l’opera loro a tale rea impresa. Scrivo infine, acciò, fra tante moleste idee, che mi apprestano la' perfidia del vostro ministero e l'oppressione della mia patria, abbia il conforto di dire:

Parsque mihi ss vi vullum nudasse tvranni.

Sono col più profondo rispetto,

Delle Signorie Vostre, e di Voi Gentiluomini,

Umil. dev. obb. servitore

UN SICILIANO.

(Niccolò Palmieri.)

Palermo, 14 settembre 1821


AVVERTIMENTO

Le lettere italiche fra parentesi (a) indicano le note dell’Autore, i numeri (1) quelle dell’Editore.

[La distinzione fra le note è conservata soltanto nei file ODT e PDF - nell'HTML abbiamo unificato le note]


PREFAZIONE

Non vi ha forse paese che più della Sicilia abbondi di scrittori di cose patrie; ma fra essi pochi si son dati allo studio delle leggi politiche di questo regno, e costoro, tratti o dal pregiudizio dell'età in cui scrissero, o dalla necessità, o dal privato interesse, hanno per lo più denigralo, anziché messo in luce i dritti politici del popolo siciliano.

I giureconsulti più antichi che si conoscano si diedero principalmente ad esaminare le leggi delle successioni feudali: tutti gli scrittori di tal genere basterebbero a formare una copiosa biblioteca, dalla quale però nulla potrebbe ricavarsi di utile per conoscere la costituzione antica di Sicilia. Oltreché, avendo eglino scritto in barbare età, in cui era un domma ricevuto in tutte le scuole d’Europa quod principi placuit legis habet vigorem, non potea cader loro in mente, che l’autorità sovrana potesse in conto alcuno esser limitata da una legge.

Pure fra tanta caligine emerse Mario Cutelli, uomo di gran lunga superiore al suo secolo. Nato egli in un’età, in cui il baronaggio e l’inquisizione erano al suo meriggio, ebbe coraggio di attaccar l’uno e l’altro; ma in questi attacchi si studiò di favorire piuttosto l’autorità del principe, cui eran d’impaccio, che il popolo cui eran di peso.

In tempi a noi più vicini, l’avvocato Carlo di Napoli, in una scrittura destinala a privala difesa, che egli intitolò «Concordia de’ dritti baronali e demaniali». imprese a dimostrare, che l’autorità sovrana in Sicilia fin dalla fondazione della monarchia era sempre stata limitata, e che le leggi siciliane erano tutte state dettale dal Parlamento. Queste proposizioni furono allora trovale arditissime, e forse il di Napoli ne avrebbe pagalo il fio, se non fosse stato interessalo in ciò tutto il baronaggio siciliano, di cui fu l’idolo, e che volle mostrare la sua gratitudine erigendogli una statua nel palazzo senatorio di Palermo. Ed egli divenne sì gonfio del favor baronale, che scrisse nel prospetto di una sua casa di campagna presso Palermo: De patria, deque tota Sicilia, Carolus de Neapoli, patrilius benemeritissimus.

Pure, se noi ci facciamo a considerar questo scritto, troveremo che il di Napoli non avea alcuna ragione di arrogarsi il titolo di cittadino benemerito di tutta la Sicilia. Quell’opera è tutta diretta a dimostrar come legittimi non che i dritti, ma i più violenti abusi baronali; e da quanto egli dice altri potrebbe immaginare, che la costituzione di Sicilia fosse stata poco dissimile dall’antico governo di Polonia: lo fu realmente per lungo tempo, ma non v’è che un nemico della Sicilia che possa dire che lo sia stata legittimamente.

Finalmente ai dì nostri il canonico Rosario Gregorio, regio storiografo e professore di dritto pubblico siculo nell’università degli stadi di Palermo, si diè a scrivere espressamente su questa facoltà. E veramente fu egli uomo da tanto: sanissimo intendimento, instancabile laboriosità, ricchissimo corredo di cognizioni sulle antiche cose siciliane, lo misero in istato di produrre un lavoro, cui egli giunse per grado.

È ben da dolersi, che le sue considerazioni sulla storia di Sicilia non siano state recate a compimento; ma è anche più da dolersi, che l’autore, stretto dalla necessità, e non iscevro forse di ambizione, si sia studiato d’incensare il potere,'di favorire la prerogativa sovrana, e dipingere il governo siciliano come una monarchia assoluta. Pure è egli così severo nell’esposizione de’ fatti, che l’opera sua non lascia di mostrare in parte il vero spirito della costituzione di Sicilia.

Dopo il Gregorio è venuto Vincenzo Gagliani a scrivere sul dritto pubblico siciliano. Costui, dopo d’essere stato uno degli eroi del Parlamento del 1813 che predicavano democrazia, volle mettere il colmo alla turpitudine, scrivendo quattro Discorsi sopra lo studio del dritto pubblico siciliano, diretti al cavaliere de Medici. Quest’opera fu pubblicata in Napoli nel 1817, dalla stamperia della segreteria di Stato — ab uno crimine disce omnes. — Dal contenuto dell’opera però si scorge, che essa fu scritta qualche tempo prima, e forse servì a favorire le mire di quel ministro, poiché essa tende manifestamente a giustificare e far l’elogio di tutte le violenze fatte dal governo di Napoli alla Sicilia. L’opera tutta è diretta a provare che il governo siciliano non ebbe mai altro limite che la volontà del principe, che è stato un errore il riguardare la forma del governo siciliano come unica dalla fondazione della monarchia sino al 1816, alla quale di tempo in tempo si Sono fatte delle riforme; ma che ogni principe ad arbitrio suo ha dato alla Sicilia quelle leggi che più gli è piaciuto.

L'autore pone ogni studio a mostrare che il Parlamento era sorgente d'innumerevoli calamità alla Sicilia, essendo esso una congrega di baroni, che non mirava ad altro che ad opprimere la nazione; dice, che la deputazione del regno era un magistrato addetto ad assicurare le incolumità de baroni, e che concorse coi suoi misteriosi artifizi a sostenere, a nome del regno, tutte le pretensioni che lo desolavano (pag. 204), fa un' atroce pittura del Parlamento, che chiama sempre Parlamento baronale, e fra tanti delitti lo accagiona di quello, che i baroni fecero stabilire l’inquisizione in Sicilia, e che essi unitamente agli inquisitori fecero sparire molti degli atti originali dei Parlamenti (pag. 221). Ma se il Parlamento era stato sempre inteso a l'affermare l'autorità de' baroni, qual interesse aveano eglino a far sparire quegli atti? E se quegli atti eran contrari agli interessi baronali, non è ciò una prova che il Parlamento di Sicilia non era qual egli si studia a dipingerlo? Ma tutto l’edificio di quell’opera sarebbe buttato a terra dalla costituzione del 1812, in cui i baroni aveano volontariamente rinunziato a quel piccolo avanzo di prerogative feudali, che loro restava, e fu abolito fino il nome di baroni e di feudi. I Comuni furono dichiarati tutti uguali in dritto, e tutti riacquistarono la rappresentanza in Parlamento, che certamente non polea più dirsi Parlamento baronale: ma l’autore con ammirevole scaltrezza schiva l’incontro:

………………………..………..…………….et quae

Desperat tractata nitescere posse, relinquit.

Non fa pur cenno degli avvenimenti del 1812, e lascia il lettore nella supposizione che la Sicilia continuava nel 1817 ad essere una terra senza virtù e senza onore, oppressa dal giogo insopportabile del Parlamento baronale e conchiude l’opera così:

S'è desiderato, che amministrazione fosse sostenuta da leggi fondamentali, e che le leggi d'ogni maniera fossero ricomposte e temperate secondo la necessità e l'arte de' tempi. Siffatti desideri sono ormai cangiati in sicurezza. Molti gravissimi accidenti e molte subitanee vicende han preparato un nuovo ordine di secoli, che già nasce. Già la confidenza dei sudditi verso il principe, che ha cura di loro, è accompagnata dal primo sentimento di gratitudine, perciocché voi, signore eccellentissimo, siete chiamato ad esser gran parte delle cose promesse ed aspettate con allegrezza.

Io non ardisco annoverarmi tra gli scrittori del dritto pubblico siciliano. Ciò sarebbe stato affatto straniero all’oggetto di quest’opera, diretta ad esporre gli avvenimenti politici di Sicilia dal 1810 al 1816. Ma nel metter mano a tal lavoro, sentii che facea mestieri il dare al lettore un’idea dello stato in cui era la Sicilia al 1810, della natura del governo siciliano, e delle basi, sii cui i Siciliani appoggiavano allora le loro preterizioni e le querele contro il governo. Nel farmi a svolger gli storici siciliani, le antiche leggi di questo regno, e gli statuti del suo Parlamento, vidi che la Sicilia era stata sempre sacrificata dalla ignoranza, dalla malizia o dal forzato linguaggio de’ suoi scrittori, e che questo popolo ha sempre avuto de’ dritti luminosissimi. Laonde la materia, come da per sé stessa, si è offerta agli occhi miei sotto un punto di veduta ben diverso da quello sotto al quale è stata finora presentata. Quindi nella nuda narrazione de’ fatti son venuto, direi quasi senza avvedermene, a tracciare una nuova fisonomia al dritto pubblico siciliano.

Quale che sia il mio lavoro, ho ragione di credere ch'esso possa offrir materia alle più serie considerazioni di tutti coloro che ebbero parte nella scena che io imprendo a descrivere, e più, che ogn’altro ai Siciliani, al re Ferdinando III ed agl’Inglesi. I Siciliani potranno conoscere come crudelmente siano stati traditi da coloro, che facendo loro sperare forme più libere e democratiche, li sedussero a segno di fare ad alcuni di essi riguardare come pubblici nemici coloro, cui doveano la libertà, e quei tali, che, più avveduti degli altri, conosceano che cosa dovessero aspettarsi da quelle vane promesse.

Io non ardisco certamente di presentare la costituzione del 1812 come un modello di perfezione, o di negare che essa fu accompagnala da qualche disturbo. Ma è da riflettere, che ciò deve ascriversi non al difetto della costituzione, ma al cambiamento stesso.

Tale è la forza delle abitudini sull’uomo, che qualunque cambiamento politico deve sulle prime essere accompagnato da inconvenienti maggiori di quelli, che si vogliono riparare. Oltreché la nazione siciliana non potè sentire tutti i vantaggi di una costituzione che mancava di qualche parte essenziale, e precisamente dell’organizzazione del sistema giudiziario. Oltreché que’ disordini furono in gran parte provocati, a ragion veduta, da coloro che quindi vollero profittarne, ed hanno ora un interesse a giustificare la cancellazione della costituzione. Ma in qual paese i primi vagiti della libertà non sono stati accompagnati da disordini? Se potesse ammettersi questo fatai principio, che non son falli per la libertà quei paesi, ne’ quali essa ha prodotto degli inconvenienti, non ci sarebbero paesi meno meritevoli della libertà della Francia e dell’Inghilterra. Se si vogliono esaminare questi supposti disturbi, essi, lungi d’essere vergognosi, recano onore alla nazione siciliana. In un’epoca in cui si tentarono tutti i mezzi di spingere il popolo alla sedizione, non vi si potè mai riuscire. I disturbi nacquero tutti da disparità di opinioni, e ciò non è stato mai un delitto; ma io sfido tutti i nemici della Sicilia a dare un solo esempio di delitto, al quale abbia potuto avere la più lontana influenza la costituzione. Ed è assolutamente falso la sua costituzione non abbia prodotto alcun bene alla Sicilia. Fu la costituzione, che collo stabilimento de’ capitani d’armi fece sparire i ladri, che sino a quel momento aveano infestato le pubbliche strade di Sicilia. Fu essa che levò agli agricoltori pesi e vessazioni indicibili; essa fu che rese più libero il commercio, più animata l’agricoltura, più sicura la proprietà; fu essa infine che restituì alla dignità di cittadini la maggior parte de’ Siciliani che aveano fin allora gemuto sotto la sferza baronale. Ma il vero bene che produsse la costituzione fu la sua influenza sulla pubblica opinione. Se nel 1810 pochi capivano che volesse dir costituzione, da quell’epoca in poi non vi ha ciabattino che non conosca i dritti suoi e non senta la violenza d’esserne stato spogliato, e questo è il vero delitto della costituzione.

Io lo replico: la costituzione del 1812 merita compimento, e qualche riforma; ma i Siciliani saranno sempre mal avveduti, se colla speranza di un meglio immaginario rinunzieranno ai luminosissimi dritti loro, che son tutti annessi a quella: la quale può sempre che si voglia esser corretta e migliorala. Un buon Siciliano no, non dovrebbe mai stancarsi di dire ai suoi concittadini, come Cicerone ai Romani: Hanc retinete, quaeso, Quirites, quam vobis, tamquam haereditatem, majores vestri reliquerunt. Per aver perduto di vista ciò, la Sicilia lasciandosi al 1820 per la maggior parie sedurre dai rivoluzionari di Napoli, perdè la più fortunata occasione di riacquistare i dritti suoi, e diede campo alla plebe di discreditare la più nobile di tutte le cause.

Pure se gli errori loro sono stati fatali ai Siciliani, assai più fatali sono stati al re Ferdinando III i consigli di quei ministri, non so se più perversi o stolti, i quali lo indussero a mancare a quanto vi ba di più sacro fra gli uomini, ed a cancellare tutte le antiche istituzioni politiche del regno di Sicilia, per sostituirvi un giacobinico dispotismo. Forse gl’interessi di qualche gran potenza voleano che si fosse cancellata la costituzione di Sicilia; ma appunto perché ciò favoriva agli interessi altrui, mal conveniva al re Ferdinando III. Egli, dando ai suoi regni una forma libera, non solo avrebbe assicuralo la sua gloria, ma si avrebbe spianala la strada ad imprese della più alla importanza. In vece di ciò ha sagrificat----o non che la tranquillità ed il ben essere de’ suoi sudditi, ma il suo trono stesso agl’interessi altrui, ed alle mire ambiziose e vendicative de’ ministri suoi. Si è preteso di erigere una nuova monarchia, senza considerare lo sfregio che si faceva al monarca. Ferdinando III era uno de’ più antichi re d’Europa. Ferdinando I è l’ultimo de’ monarchi della terra, perché nessuno è più recente di lui. Si è voluto unire a forza due paesi che la natura ha diviso e per la posizione fisica, e per carattere degli abitanti, e per gl’interessi economici e politici dei due paesi. I due regni divisi avrebbero continualo ad essere reciprocamene di freno, ed il re avrebbe potuto tranquillamente governare entrambi. l’unione, senza migliorare gl’interessi del principe o dei sudditi, non ha servilo che a ridurre alla disperazione i Siciliani, trasportando con rapidità da Napoli in Sicilia il contagio della carboneria. Ma quella fu tale istituzione, che facea tremare tutti gli uomini onesti, perché offriva tutti i mezzi di sovvertire la società col naturale effetto della reazione. L’unione pubblica de’ governi per soffocare i dritti de’ popoli, ha dato origine alle unioni segrete de’ popoli per rovesciare i governi.

L’esempio del 1820 avrebbe dovuto avvertire il governo di Napoli a cambiar di direzione. In vece di ciò, dal momento del ritorno del re da Laybach, i mali dell’infelice Sicilia si sono moltiplicati. Il gabinetto di Napoli non mira ad altro che a vendicarsi della Sicilia, e preparare i materiali per una nuova e più terribile catastrofe. L’amministrazione di Sicilia è affidala ad imbecilli, che non conoscono l’immenso baratro verso il quale il governo cammina, e si prestano ciecamente a tutte le disposizioni volute dai ministri napolitani.

Ogni giorno l’esistenza di questo governo è un miracolo politico. Non vi ha uomo onesto ed avveduto che non conosca il pericolo, e non cerchi di schivarlo; talché necessariamente la cosa pubblica è affìdata, o ad uomini incapaci, che colla loro cattiva condotta affrettano la rovina, o a rivoluzionari che la cercano. La miseria cresce di giorno in giorno, e colla stessa proporzione cresce il debito pubblico, e la pubblica esazione divenuta più scarsa, più penosa, più difficile. In questa pericolosa situazione non si risparmiano oppressioni ed ingiustizie. Migliaia di cittadini gemono nelle più orribili segrete coi ferri a’ piedi per istrappar loro il segreto di qualche supposta congiura, senza avere la speranza di uscire da quell'orribile stato anche con una ingiusta sentenza. La rendita pubblica è interamente assorbita dalle spese di polizia, del mantenimento dei detenuti e della truppa. Gli arresti arbitrari si accrescono di giorno in giorno. I più infami delatori son favoriti e protetti dal governo. Talché il solo terrore della forza straniera impedisce una generale conflagrazione, pronta a scoppiare da un momento all'altro. Ma la forza straniera occorrerà sempre o no? Nell’uno e nell’altro caso la condizione della famiglia regnante è ben lagrimevole.

Mentre i Siciliani gemono in tale stato d’oppressione, e il trono minaccia rovina, i ministri inglesi si applaudiscono della loro condotta, e si mostrano indifferenti al destino di un paese di cui han provocato le calamità. Ma la condotta del gabinetto di S. James, oltre di dare un’impronta ignominiosissima al nome inglese, mostra la critica situazione in cui trovasi il popolo britannico. Montesquieu, parlando della costituzione inglese, dice ch’essa perirà, perché tuttociò ch'è umano deve perire, ma perirà quando la facoltà legislatrice sarà più corrotta dell'esecutrice. Chiunque si fa a considerare la slealtà mostrata dal governo inglese verso i Siciliani, ed i turpi motivi che determinarono la condotta di un plenipotenziario della Gran Bretagna, conosce che la corruzione della facoltà esecutrice nel momento attuale è giunta al colmo; ma quando si considera che nel corpo legislativo, agitandosi una tal quistione, uno di quei ministri loda la condottar di quel plenipotenziario, fa l'apologia del governo di Napoli, si studia a discreditare e dare il ridicolo alla costituzione di Sicilia, e giunge a dire che il parlare dell(9)antica costituzione di Sicilia è uno di que' fioretti rettorici che stanno bene in un dibattimento, ma può essere smentito dal fatto, e che il Parlamento di Sicilia non si riuniva quasi mai: quando tutto quel discorso riporta l'applauso della maggioranza, sembra che l’epoca preveduta da Montesquieu non sia ancor lontana.

Da tali falli può ognuno conoscere, che la riforma del Parlamento, finalmente ottenuta dal popolo inglese nel giugno del 1832, sottrasse la nazione dal pericolo d’una prossima ed inevitabile rovina (2) .

Forse potrò io esser taccialo di parzialità e di esagerazione nel dir tutto ciò; forse taluno può trovare in. quest’opera delle espressioni poco rispettose pel governo inglese; ma io prego il lettore a non giudicare prima della fine dell’opera.


Capitolo I

Stato della Sicilia al tempo della conquista. —Sistema feudale introdotto dal Conquistatore. — Parlamento.Sistema adottato pel resto degli abitanti dell'Isola. — Magistrati. — Maniera di procedere ne’ giudizi. — Coronazione del re Ruggieri. — Suore magistrature da lui erette. — I Bajuli. — I Giustizia. — I Camerari. — La Magna Curia. — Corte de' Pari. — Grandi cariche del regno. — Parlamento.

Quando i Normanni sulla fine dell’undecimo secolo vennero in possesso della Sicilia, trovarono quest'isola abitala da uomini di nazioni diverse, che avevano tutti leggi, lingua, religione, consuetudini e maniere di vivere diverse. Oltre gli aborigeni vi era un avanzo di Greci, v’eran dei Lombardi, de’ Saraceni in gran numero, vi erano in fine degli Ebrei, ai quali tutti vennero quindi ad aggiungersi i Normanni.

Queste varie razze d’uomini abitavano per lo più separatamente in diverse terre e contrade dell’isola, e talvolta vivean tutti mescolatamente nella medesima terra. I Greci per lo più abitavano quel tratto di paese che oggi dicesi Valdemone, ed i Saraceni l’opposta spiaggia più prossima all’Affrica; i Lombardi stavano nelle città mediterranee, come Piazza, Butera, Randazzo, Nicosia, Capiggi, Maniaci ed altri luoghi entro terra.

I Saraceni, che prima de’ Normanni aveano governalo in Sicilia, aveano lascialo a tutti gli abitanti dell'isola, non che la loro proprietà, ma le leggi loro e l’uso della rispettiva loro religione; solo aveano soggettato coloro che non voleano passare alla religione maomettana ad un tributo che diceasi gesta, mercé il quale si accordava loro quella tolleranza politica e religiosa.

Il conte Ruggieri, riconosciuto signore dell’isola tutta, non avea né lumi, né forza da organizzare un piano di governo regolare e da soggettarvi tutti gli abitatori di Sicilia. Laonde dalla gesia in fuori lasciò le cose nello stato in cui le avea trovate. E lungi di gravare di alcun peso straordinario i Saraceni, li tenne cari, li ammise alle supreme cariche della sua corte, taluni ne destinò ad amministrare cariche ed uffici pubblici e rendite fiscali, e tanta fiducia ebbe in loro, che ne formò un corpo di milizia, la quale era tanto più da apprezzare, in quanto non andava soggetta, né alla sistematica insubordinazione, né alle limitazioni delle bande feudali. Ed il conquistatore lungi di far loro violenza, o di ricorrere ad altro argomento onde persuaderli a cambiar di religione, mal pativa la loro apostasia.

Ruggieri si contentò sulle prime di distribuire le terre da lui conquistate, e la distribuzione venne a portar seco un estesissimo nesso di dipendenze feudali. Una porzione di quelle egli ritenne per sè, da servire per lo mantenimento della sua corte ed alle ordinarie spese del governo, e parte ancora ne concedette in feudo a coloro che aveano militato sotto le sue bandiere, ai vescovi ed alla chiesa. Onde la maggior parte dell’isola venne ridotta alla condizione feudale, ed il dritto feudale fu da indi a gran tempo il dritto comune de’ Siciliani. Del resto poi lasciò che quelle varie generazioni di uomini che popolavano la Sicilia conservassero le leggi loro, la loro lingua e fino i magistrati lor municipali ond’è che tatti i diplomi per essere intelligibili a tutti si scrivevano in greco, in arabo ed in latino; e si conservano ancora non che diplomi ed atti pubblici di quella stagione, ma iscrizioni e monete polilingui.

Comeché il conte Ruggieri nell’atto di dar l’assalto a Palermo avesse detto per far cuore ai suoi compagni d'armi che quella era una preda da dividersela tutti alla maniera apostolica (3) , pure, riconosciuto signore dell’isola tutta, mutando linguaggio e contegno, volle che tutti possedessero per sua sovrana concessione. Ed avvegnaché tutte le concessioni da lui fatte fossero state di natura feudale, pure i feudi erano di più sorte, e non tutti aveano la stessa dignità, né andavano soggetti ai pesi medesimi. Le prime dignità erano le contee che risultavano da più baronìe; ogni baronìa da più feudi; e lo stato stesso non era che l’aggregato di diverse contee. Quindi il conte Ruggieri in ogni impresa si protestava che egli dovea essere il primo a combattere, perciocché era il primo a possedere e a distribuire (4) .

Come il vincolo di tutto quel sistema era l’atto che metteva il feudatario in possesso del feudo, che nel linguaggio tecnico dicevasi investitura, così si dava a quell’atto una forma solenne ed imponente. Il nuovo investilo, posto in ginocchio dinanzi al suo signore, e tenendo stese e congiunte le mani in mezzo alle mani di quello, pronunziava ad alta voce il giuramento col quale solennemente obbligavasi a difenderlo nella vita, nell’onore e nelle membra, a servirlo ed aiutarlo contro chiunque lo volesse offendere (5) .

Eran però inerenti alla condizione feudale alcuni speciali doveri del feudatario verso il suo signore. Egli era tenuto in primo luogo a sovvenirlo con una prestazione in denaro per riscattarlo se fosse prigione; ed un sovvenimento anche in denaro dovea, quando egli armava cavaliere un suo figliuolo o maritava una sua figliuola. Morto il possessore di un feudo dovea il successore al signore concedente una prestazione detta relevio.

Ma il principale dovere del feudatario era quello del servizio militare, dovendo egli ad ogni richiesta del suo signore seguirlo a sue spese in campo con un numero di fanti e di cavalli, stabilito secondo il valore d’ogni feudo. Così i feudatari formavano allora l’armata della nazione ed i feudi ne erano gli stipendi (6) .

Un altro dovere del feudatario era quello d’intervenire alle pubbliche e solenni adunanze tenute dal principe per trattare i più gravi affari dello Stato. Tutti i popoli barbari del Settentrione aveano portalo, sin dalle natie foreste onde sbucarono a mettere in servitù e depredare la culla Europa, il costume di trattare in comune i più grandi affari (7) : ridotto poi il sistema feudale ad un piano di leggi fisse, ciò divenne ancor più necessario, perché sarebbe stato impossibile il riscuotere obbedienza da sudditi potenti e sistematicamente armati, senza che le pubbliche determinazioni fossero state validate dal loro consenso (8) .

E’ non vi ha luogo a dubitare che gli ecclesiastici, i quali erano anche ammessi ai pubblici consigli, vi siano intervenuti come semplici feudatarii, perché le concessioni loro fatte erano tutte feudali, come quelle de’ baroni laici. Egli è vero che il conte Ruggieri nelle concessioni fatte a’ prelati li avea esentati dal peso di militar di persona, cui in quella stessa età erano stati assoggettati i feudi concessi agli ecclesiastici da Guglielmo il Conquistatore in Inghilterra, e dai Franchi nel reame di Gerusalemme; vero si è anche che per un particolare riguardo alla santità del loro ministero, il conte Ruggieri nelle concessioni li avea esentati ancora da altre più pesanti prestazioni; onde si veggono delle concessioni di feudi fatte a’ monasteri col solo peso di dare al conte ed a’ suoi successori un pane ed una tazza di vino quando visitassero il monastero, e ad altri fu imposta la semplice ricognizione di frutta e di erbaggi. Ma simili esenzioni si accordavano allora anche ai laici baroni per grazia particolare, i quali venivano solo obbligati ad apprestare un pajo di guanti o di sproni o simile altra bagattella. Del resto ciò non alterava la natura delle concessioni che portavano inerente il servizio d'intervenire ne’ pubblici consigli, che quindi vennero detti Parlamenti (9) .

Comeché la Sicilia fosse stata allora per la maggior parte soggetta alle leggi feudali, non perciò è da credere che non vi sia restato alcuno che abbia posseduto terre o beni d’ogni maniera con altro titolo che col feudale. v’ebbe anche prima dell’invasione de’ Saraceni una classe di possessori, i quali conservarono anche sotto il saracino dominio la loro proprietà, e furon solo soggetti a pagare la gesta. Costoro non solo furono mantenuti dai Normanni nel possesso de’ beni loro, ma li ritennero esenti dalla gesia: questi beni chiamavansi allora allodiali o burgensatici, perché i loro possessori eran detti borgesi (10) . Anzi Ruggieri non solo conservò le antiche proprietà, ma tollerò che le diverse generazioni d’uomini che popolavano la Sicilia, conservassero le leggi ed i magistrati rispettivi; e volle persino che si osservassero le consuetudini di ciascuna famiglia. Laonde gli aborigeni continuarono a riconoscere per legge il codice di Giustiniano, che aveano avuto sino da quando l’isola era sotto il dominio degli imperatori di Oriente. I Lombardi viveano secondo il dritto de’ Longobardi. La legge maomettana regolava i Saraceni; e presso i Normanni avea luogo la ragion feudale.

Una tale divisione tra’ Siciliani durò fino ad assai tempo dopo la conquista. Infatti in un diploma di Guglielmo II (il Buono) in cui volle liberare i Siciliani da molte gravezze imposte dal suo predecessore Guglielmo I (il Malo), prescrisse fra le altre cose: Latini, Graeci, Judai et Saraceni unusquisque juxta tuam legem judicetur (11) . Ma Ruggieri non solo lasciò ai Siciliani le loro leggi, ma conservò anche i loro magistrati. Furono lasciati nelle città più cospicue gli Stratigoti stabiliti dal governo bizantino, i quali amministravano la giustizia criminale per tutto un distretto, che comprendea più terre e villaggi. Restarono anche in ogni terra o città i Vicecomiti, i quali rendeano ragion civile nel luogo ove risiedevano, ed aveano anche la cura della riscossione de tributi.

La maniera di render giustizia era allora qual si conveniva a’ popoli nell'infanzia della società. Poche persone privilegiate avean dritto di mandare difensori per loro, gli altri dovean tutti comparire personalmente. Il vicecomite non era che il presidente di un giuri, composto dagli uomini più distinti della terra. Nulla si proponea io iscritto. Se la quistione esigeva una ispezione locale, il magistrato, il giuri, la parte contendente ed i testimoni si recavano sul luogo; si ascoltavano infine le domande, le eccezioni ed i testimoni; il giurì profferiva la sentenza; il magistrato la facea eseguire, e la lite finiva al momento stesso che cominciava (12) . Questi magistrati erano scelti dal principe nelle città e terre del suo demanio, ma in quelle soggette alla giurisdizione feudale dei privati, se una col feudo era stata loro concessa la bassa giurisdizione, ossia la giurisdizione civile, essi destinavano in ogni terra un vice comite ad esercitarla per loro: se poi s’era lor conceduta anche l'alta giurisdizione, ossia la giurisdizione criminale, essi destinavano uno Stratigoto per tutta la signoria. Ma non erano questi i soli dritti, che i feudatari godevano nel recinto del feudo. Essi riscuotevano per conto loro i pubblici tributi, ed oltre a ciò una classe d’individui vi erano in ogni feudo addetti alla gleba feudale, dai quali il barone esigea molti servizi personali, come quelli di arar la terra del signore coi loro buoi, di dare allo stesso un dato numero di giornate di lavoro in tempo della semina delle messe e della vendemmia. In somma costoro erano inerenti al feudo come gli alberi che vi nasceano, onde in tutte le concessioni di terre e villaggi vien designato il numero de’ villani che ad ognuno di quelli era addetto.

Da tutto ciò chiaro si scorge come il sistema giudiziario di quei barbari tempi era imperfetto. Gli appelli o non si conosceano o erano irregolari e difficili; mancava un tribunale supremo che dirigesse i magistrati inferiori e ne regolasse gli andamenti: solo in casi straordinari il principe delegava delle persone eminenti in dignità per visitar le provincie, amministrarvi una giustizia superiore ed ascoltare i reclami del popolo; ed ove trattavasi di qualche gravissima contesa tra persone del più alto rango, allora ne pigliava cognizione il Gran Consiglio dello stato, al quale, oltre i prelati, conti e baroni che ne erano i naturali componenti, vi erano chiamati dal principe gli uomini più eminenti o per dignità personale o per lettere (13) .

Tali furono i primi rudi lineamenti del governo stabilito in Sicilia dal conquistatore. Toccò poi a Ruggieri suo figliuolo e successore il ridurgli a forma più stabile e regolare. Costui fatto già adulto e cessato il reggimento di sua madre Adalesia, non solo seppe ben conservare il paterno retaggio, ma vi aggiunse tutto il ducato di Puglia, che allora estendevasi dal Tevere sino a Reggio, e che venne in suo potere, e per dritto di successione e per conquista. Gonfio dell’acquistato dominio, allo d’animo come egli era, e volgendo in mente più elevati pensieri, volle cingersi la fronte del serto reale ed esser salutato re.

L’ambizione di Ruggieri era degna di lui, e ben proporzionata all’estensione de’ suoi domìni, ma ciò che a lui recò maggior onore si è che egli volle contentarla in un modo tutto legale. Egli volle riconoscere il diadema del solo titolo veramente legittimo, che possono vantare i prìncipi, il consenso del popolo. A tale oggetto convocò il Parlamento in Salerno, in cui oltre i feudatari chiamò i più distinti ecclesiastici e giureconsulti, ai quali essendo stato proposto l’affare, fu concordemente deciso che il nuovo re dovesse assumere la corona in Palermo, come capitale di tutto il reame. Quivi trasferitosi indi a non mollo Ruggieri,

(a)

chiamò da tutti i suoi domini gli uomini più distinti ed anche molli del popolo, i quali, avendo di nuovo esaminato l’affare, decisero che Ruggieri dovesse coronarsi re; e quindi il giorno stesso con straordinaria pompa ricevé la corona dall'arcivescovo di Palermo (14) . D’indi in poi i diplomi di Ruggieri portano il titolo (15) .

Il re Ruggieri non sì tosto fu investito della real dignità, che diè opera ad organizzare una forma di governo pel suo regno. Per venirne a capo chiamò a sé da’ lontani e da’ vicini paesi uomini insigni e d’ogni maniera dotti, che trovarono alla sua corte onorevole stanza e ricetto, e furon da lui investiti delle cariche più luminose. Studiò le leggi e gli usi degli altri paesi, e con particolarità tenne presente tutto ciò che si era fatto in Inghilterra dal suo compatriotta Guglielmo, e su tal modello organizzò il sistema politico di Sicilia.

Il fondatore della monarchia siciliana cominciò la riforma de’ magistrati inferiori sostituendosi vicecomiti, i bajuli, i quali furono destinati ad amministrare la rendita pubblica in ogni comune, ed a render ragione di tutte le cause civili, meno che delle feudali: essi giudicavano altresì dei piccoli farti, e di quei delitti per cui non potea essere imposta una pena corporale (16) . Istituì inoltre il re Ruggieri i giustizieri di provincia, i quali eran giudici di prima istanza di quei delitti cui non giungea la competenza del bajule. Giudicavano essi nel civile in prima istanza tutte le cause dei feudi non quaternali, ossia di quelli che non erano scritti ne' quaterni fiscali; e giudicavano poi per appello tutte le cause decise dai camerarii, dagli strangoli e dai giustizieri locali. Essi avean dritto di obbligare i camerarii ed i bajuli a por fine in due mesi alle liti, altrimenti a sé le avocavano. Giravano essi di continuo la rispettiva provincia per compartire giustizia, e portavano con seco, ma da semplici assessori, i loro giudici. In somma era questa una magistratura del tutto simile a quella de’ giudici itineranti che non guari dopo furono istituiti in Inghilterra (17) .

Sopra i bajuli vennero dal re Ruggieri istituiti i camerarii, dai quali quelli dipendeano. Essi erano quindi nella loro provincia i giudici naturali delle cause civili, che giudicavano in difetto de’ bajuli; e rendeano ragione in tutte le contese tra costoro e i gabellieri della rendita pubblica.

Superiore a tutti questi magistrati venne posta da Ruggieri la magna curia, sul modello della corte del banco del re istituita da Guglielmo I in Inghilterra. Essa veniva composta da tre giudici e preseduta dal gran giustiziere del regno: era ancor essa ambulante, decideva tutte le cause de’ feudi quaternati. Innanzi a quel supremo tribunale, chiunque avea dritto di far valere i dritti suoi, e di far querela de' torti sofferti, anche contro le persone più distinte e privilegiate: una tal corte era finalmente il tribunale di appello de’ giustizieri provinciali, de’ camerarii e di tutti i magistrati inferiori (18) .

Ma non perciò restò estinta la corte dei pari: essa era così inerente al sistema feudale, che re Ruggieri non potè far altro che renderne più regolari gli andamenti. Era in quei tempi un privilegio della dignità feudale, che tutti i feudatari che per dovere erano tenuti ad intervenire in Parlamento, non fossero giudicati che dai loro pari nello stesso Parlamento. Re Ruggieri però fece modo che intervenissero sempre in quei giudizi i magistrati supremi e specialmente i giustizieri, perché ne avessero regolato le procedure a norma delle leggi.

A presiedere poi a tutto il sistema della pubblica amministrazione ed accrescere la maestà e lo splendore del trono, a vegliare infine su tutti i rami del sistema politico, re Ruggieri istituì sette grandi cariche dello stato. Ciò furono il gran contestabile comandante generale di tutte le armate di terra, il grande ammiraglio capo delle forze di mare; il gran cancelliere custode del real suggello; il gran giustiziere primo ministro di giustizia; il gran camerario, che vegliava all’amministrazione della rendita pubblica; il gran protonotajo primo segretario di stato; il gran siniscalco, che avea il governo e la cura della casa reale.

Sopra tutto il sistema politico stava poi il Parlamento. Noi manchiamo di carte autentiche de’ tempi per poter conoscere con precisione le attribuzioni di questa adunanza. Ciò che è indubitato si è che allora il Parlamento siciliano veniva solamente composto de’ feudatari, che esso chiamavasi curia solemnis, curia generalis, che vi si trattavano i pubblici e gravissimi affari, e che esso concorreva alla formazione delle leggi (19) . Possiamo però formarci un' idea dell’importanza del Parlamento siciliano in quei tempi da certi fatti che la storia ci ha conservati. Il Parlamento del USO decretò che Ruggieri assumesse la corona reale (20) . Dal Parlamento del H66 fu riconosciuto re Guglielmo II (21) ; nel Parlamento del 1167 fu dichiarato cancelliere del regno Stefano de Perche (22) , e dal Parlamento del 1189 fu elettore di Sicilia Tancredi, in pregiudizio de’ dritti di Costanza figliuola del re Ruggieri (23) .

Pure gli scrittori di quei tempi, tranne tali fatti, null’accennano che possa farci conoscere i precisi limiti dell'autorità del Parlamento siciliano in quell’età. Era ciò riserbato ad un’epoca più prossima, nella quale dopo tante convulsioni, occorrendo di ristabilire la costituzione com’ era alla fondazione della monarchia, dietro un maturo esame delle carte e dei documenti che forse in quell’età conservavansi ancora, venne fissato quest’importantissimo articolo del dritto pubblico siciliano.

Tale fu il governo stabilito dal fondatore della monarchia, e tale si mantenne ne’ regni di Guglielmo I, il malo, e di Guglielmo II, il buono, di Tancredi, e de’ pochi giorni che ebbe nome di re il piccolo e sventurato Guglielmo III.

FINE DEL CAPITOLO PRIMO.


Capitolo II

Prime operazioni di Federigo I lo Svevo. — Compilazione delle costituzioni del regno. — Il Parlamento le decreta e le pubblica. — Parlamento di Lentini. — I comuni ammessi in Parlamento. — Indipendenza del regno di Sicilia. — Abusi del governo di Federigo l e degli Angioini. — Parlamento del 1282.

Costanza, figliuola del re Ruggieri, trasferì lo scettro di Sicilia nell’imperial famiglia di Svevia. Le crudeltà di Arrigo VI di lei marito, l'insolenza de’ grandi dopo la sua morte, la licenza de' soldati ed avventurieri alemanni, che seco eran venuti in Sicilia, avean per modo disordinato il governo nella minorità di Federigo I, che appena erano restale le orme della costituzione normanna, che i Siciliani già interamente fusi in un sol popolo ed assuefatti al governo feudale ardentemente desideravano.

Tosto che Federigo cominciò a regnare da sé, non iscappò al suo altissimo intendimento che la rea cagione di quei disordini era l’eccessiva potenza de’ grandi e la poca autorità de’ magistrati: e seppe ben egli sulle prime, per quanto era in lui, apportarvi gli opportuni ripari. Ma vide egli tosto, che la costituzione del regno, anche rimessa nel suo pieno vigore, non bastava a reprimere la licenza di un corpo potentissimo, e che nuovi e più efficaci rimedi erano necessari. Laonde spinse con mano ardita la scure alla radice stessa del male, apportando al sistema politico quei miglioramenti che faceano più all’uopo: e tutte le sue vedute si diressero a richiamare in osservanza le leggi emanate sotto i re normanni, ed aggiungervene delle nuove, dirette a raffermare l’autorità de’ magistrati, a rendere più regolare e più severa l’amministrazione della giustizia, e finalmente a dare al popolo un’importanza ed un' influenza nel governo, che servisse di contrappeso al potere de’ grandi.

Contale intendimento Federigo (che già nel 1218 avea ricevuta la corona imperiale) fece compilare dal suo gran cancelliere Pietro delle Vigne tutte le leggi de’ re normanni, e quelle che già erano state emanate, o avea in animo di emanare egli stesso. Queste leggi furono poi dal Parlamento, convocato in Melfi nel giugno 1231, solennemente riconosciute ed approvate, e quindi pubblicate nel seguente agosto colà stesso in Melfi (24) .

Queste leggi, che sin d’allora si chiamarono Costituzioni del regno» e che ritennero sempre un tal titolo, furono in Sicilia in piena osservanza, e vennero sempre considerate come la base del dritto pubblico siciliano, essendo esse coeve alla monarchia.

Tutto nelle costituzioni del regno tende a sostituire la forza pubblica della legge alla privata violenza. Vi si fissano i limiti dell’autorità de’ magistrati; vi si accresce l’importanza e l’autorità della Magna Curia stabilita dal re Ruggieri. Si volle che questo tribunale fosse composto da quattro giudici e preseduto dal maestro giustiziere, e che potesse decidere tutte le cause civili e criminali, e precisamente le cause feudali de’ contadi, delle baronìe e di tutti i feudi: furono sottoposti alla giurisdizione di questo tribunale tutti i nobili, i conti e i baroni, e gli si diè la facoltà di giudicare di tutti i delitti di lesa maestà e fellonia (25) .

A rendere più pronta e regolare la giustizia, le costituzioni del regno abolirono gli assurdi giudizi di Dio, fin’allora ammessi nelle criminali contese, e prescrissero che da indi innanzi non valessero altre prove che le scritture ed i testimoni (26) . Finalmente, per tarpare maggiormente le ali ai baroni, furono abolite le giurisdizioni criminali in tutti i feudi, anche nelle grandi contee, comeché ne avessero avuta una espressa concessione dal conte Ruggieri e dagli altri prìncipi normanni, e ne fossero stati sino a quel punto in possesso.

Egli è veramente sorprendente che il Parlamento del 1251, composto di soli baroni, abbia potuto dare il suo assenso a leggi dirette tutte a limitare la loro potenza; ma tale era la natura de' governi feudali, che l’autorità del principe era o nulla, o pressoché assoluta, in proporzione della debolezza o dell’energia personale del monarca. Ma non perciò possiam noi andar d’accordo con Gregorio ed altri scrittori delle cose siciliane, che parlano delle costituzioni del regno come tanti alti dell’assoluto arbitrario potere di Federigo I, ai quali il Parlamento non ebbe altra parte che l’esser presente alla pubblicazione.

Primieramente bisogna considerare che ciò ripugna al sistema de’ tempi; imperciocché in quell’età ove che erano Parlamenti feudali, partecipavano sempre alla formazione delle leggi. Il sistema politico di Sicilia era stato organizzato sul modello di quello d’Inghilterra, e non vi ha dubbio che il Parlamento inglese avesse una parte alla facoltà legislatrice, e nessuna prova può addursi che il Parlamento siciliano non l’abbia anche avuto, anzi gli atti di suprema autorità, che si esercitavano allora da questa adunanza, tendono a confermare più presto, che a smentire la supposizione che il Parlamento dovette concorrere alla formazione di quelle leggi fondamentali. Non è d’altronde presumibile che feroci oligarchi cinti di ferro e vescovi potentissimi, in quell’età tenebrosa e superstiziosissima abbiano voluto stender con tanta mansuetudine il collo al giogo, e si sian fatti tranquillamente spogliare con un tratto di sola autorità (27) di dritti che godeano per espressa concessione.

Ma avvi di più: noi abbiamo questi fatti da Riccardo da San Germano, cronista sincrono e notaio di professione; ond’egli dovea conoscere le espressioni legali. Costui dice (28) : Mense jtmii costitutiones nova, qua augustales dicuntur apud Melfiam, augusto mandante, conduntur. È certo dunque che quelle leggi non furono né fatte né emanate da Federigo, il quale solamente ordinò al Parlamento, che sedea in Melfi, che desse opera a ciò. Né uom che ha sano il cervello può mai immaginare che quel conduntur possa significare la sola parte meramente passiva di sentir pubblicare la legge. Mollo più che il cronista non guari dopo soggiunge: Mense augusti costitutiones imperiales Melfia pubblicantur. Ecco dunque distinta la formazione dalla pubblicazione delle leggi, e l’uno e l’altro si fa in Melfi dal Parlamento.

Convien dunque credere che Federigo non ebbe altra parte alla formazione delle costituzioni del regno, che il farle compilare e stendere da uomo sommo qual era Pier delle Vigne, e che in giugno le abbia fatte presentare al Parlamento, il quale dopo di averle esaminate e discusse per due interi mesi, in agosto finalmente le pubblicò. Né ciò scappò certamente al diligente Testa, il quale comechè niente inclinato a favorire i dritti della nazione siciliana, pure nel discorso De ortu et progressi juris siculi, parlando della costituzione di Federigo I, si esprime in un modo assai più acconcio dicendo: Has leges sive constitutiones ut inscripta fuerant in conventu Melphitensi Fredericus ratas habuit. Sembra bensì assai verisimile che il carattere alto e severo di Federigo, e soprattutto le forze dell’impero di cui egli potea disporre, concorsero a render docili i membri di quel Parlamento, i quali, facendo virtù della necessità, piegaronsi alla circostanza.

Due anni dopo la pubblicazione delle costituzioni del regno, Federigo chiamò un Parlamento in Lentini nel 1255, in cui si stabilì, che due volte all’anno in tutte le provincie del regno dovessero farsi pubbliche adunanze, nelle quali doveano intervenire tutti i vescovi, conti e baroni, quattro buoni uomini per ogni città, e due per ogni terra e villaggio. In quelle adunanze, presedute da un messo speciale del re, ognuno dovea proporre le sue lagnanze contro i giustizieri ed altri pubblici funzionari (29) .

L'aver Federigo ammessi i rappresentanti del popolo a far parte di quelle assemblee, fu un preludio di ciò che egli avea in animo di fare, e che recò ad effetto indi a non molto; cioè di dare ai Comuni una sede stabile in Parlamento. Nel 1232 convocò egli un Parlamento in Foggia, in cui furono da lui anche chiamati due de’ migliori cittadini per ogni città e terra (30) . E finalmente nel 1240 fu solennemente riconosciuta la rappresentanza del popolo, (31) . È però certo che allora non furono ammessi in Parlamento che i soli rappresentanti delle città e terre del demanio.

Nelle lettere dirette da Federigo alle città di cui voleva i rappresentanti, detti allora sindaci, al Parlamento del 1240, il re chiama per la prima volta quell’adunanza colloquium e non più curia; ed un tal nome ritenne in appresso, fino a tanto che, resa comune la lingua italiana, come al latino loquere successe l’italiano parlare, così a colloquium venne sostituito Parlamento, ed è assai probabile che il Parlamento siciliano abbia dato nome all'inglese, essendo la parola Parliament affatto esotica dalla lingua inglese, e di origine o italiana o francese (32) .

Le grandi operazioni di Federigo I recano sommo onore al suo intendimento; ma una delle ragioni, e forse la più grande, per cui la memoria di questo principe dev’essere sempre cara ai Siciliani, si è quella di aver egli sostenuta e fissata l'indipendenza del regno di Sicilia.

Sin da quando re Guglielmo diè la principessa Costanza in moglie ad Arrigo VI di Svevia, dichiarò che in estinzione della real famiglia normanna dovesse succedere al regno di Sicilia la imperial casa di Svevia. Verificatosi poi un tal caso, Arrigo tentò di unire il regno di Sicilia all’impero: e gli scrittori germanici di quei tempi diceano che la Sicilia e la Puglia fossero con quel matrimonio già riuniti all’impero, dopo d’esserne stati divelti sin dai tempi dell’imperatore Lotario. Ma una tale unione incontrava grande difficoltà dalla parte de’ prìncipi di Germania e de’ papi. A malincuore soffrivano i primi che nella stessa persona fossero riunite la dignità imperiale ed un regno potente com’ era la Sicilia in quell’età, in cui non erano in Europa le colossali monarchie d’oggidì. Ed era ancor recente allora l’usurpazione del dominio temporale de’ papi, onde essi mal pativano che gl’imperadori acquistassero stanza permanente in Italia e vi possedessero un regno con termino ai loro domini, coll’aiuto del quale avrebbero potuto far valere i pretesi dritti loro sulle altre parli d'Italia. Laonde i prìncipi dell’impero nella dieta di Francfort dichiararono che il regno di Sicilia non era mai stato annesso all’impero, e che questo niuna giurisdizione aveva su di quello (33) .

Dall’altro lato papa Innocenzo III, tutore del re Federigo I, mentre secondava le pretese del suo pupillo alla corona imperiale, gl’intimò che erano incompatibili nella stessa persona la dignità imperiale ed il regno di Sicilia; e Federigo gli rispose che se fosse stato eletto imperadore avrebbe rinunziato il regno di Sicilia al suo figliuolo Arrigo, riserbandosi solo il dritto di farlo amministrare da altri finché questi fosse in età di governarlo da sé (34) . Onorio III successore di Innocenzo III intimò formalmente Federigo ad adempiere la promessa: ed egli allora dichiarò che la Sicilia era un regno affatto indipendente, e promise che avrebbe tosto emancipato il figliuolo Arrigo per investirlo di tal regno. Ciò poi non potè aver luogo per la costui morte, ma ciò malgrado Federigo non ismentì la sua dichiarazione, e considerò sempre la Sicilia, che chiamava sua eredità preziosa, come un regno indipendente.

Federigo I avrebbe fissata l’epoca della libertà siciliana come fissò quella dell’italiana letteratura, se le ree vicende, onde fu sempre agitato per le ingiuste pretensioni della corte di Roma, non lo avessero travagliato a segno ed involto in continue guerre che fu obbligato spesso ad estendere la prerogativa sovrana al di là de’ limiti da lui stesso prescritti. Confessò egli nel suo testamento che avea aggravati i Siciliani di imposizioni arbitrarie ed ordinò al suo successore di non esiger tributi al di là di quelli permessi dalla costituzione normanna. Ma né Corrado, né lo sventurato Manfredi vi posero riparo; e questo male si portò all’eccesso sotto la tirannia angioina.

Carlo d'Angiò quando ricevé in Roma la corona di Sicilia fu dal papa obbligato a giurare l’osservanza di tutti gli statuti del regno di Sicilia vigenti all’età di Guglielmo II. Ma la storia, e particolarmente la storia di Sicilia, dimostra che i giuramenti de’ principi sono una barriera ben debole per difendere i dritti de' popoli.

I Siciliani oppressi da influite gravezze arbitrariamente imposte dall’usurpatore angioino, fecero giungere le loro querele al pontefice, il quale, avendo esatto da re Carlo la promessa di rispettare le antiche leggi del regno, si era nel fatto reso garante dell’adempimento della promessa. Il papa Clemente IV scrisse allora a re Carlo: Sed tunc diximus quod et nume scribimus, te vide licet pralatis, baronibut et locorum comunitatibus convocate, tua necessitate instantiam et utilitatem defensionis eorum debere potenter exponere et de ipsorum ordinare consentii, quod libi a tuis impenderetur auxilium (35) .

Il popolo siciliano, esauriti tutti i mezzi legittimi onde richiamare re Carlo all’osservanza dell’avita costituzione, spinto dalla disperazione, scosse finalmente il giogo; e lo scosse in modo da poter servire di lezione a tutti i principi sconsigliati, che credono coll’appoggio della forza di poter calpestare impunemente i dritti dei popoli.

Morti o fugali gli Angioini, la nazione da sé stessa si ricompose. Per un momento ogni città adottò una forma speciale di governo temporaneo per vegliare alla pubblica tranquillità, ma la nazione tutta con portentosa unanimità si dispose a far fronte alla tempesta. Il Parlamento si riunì ed unanimamente decise di rimettere sul trono la legittima famiglia (36) .

FINE DEL CAPITOLO SECONDO.


Capitolo III

Prime operazioni di Pietro 1l'Aragonese. — Capitoli di Giacomo. — Cessione della Sicilia. — Federigo II eletto re dal Pa lamento. —Condotta de’ Siciliani. Capitoli di Federigo li. — Anarchia feudale. — Martino I. — Ignoranza del popolo. — Parlamento di Catania. —Parlamento di Siracusa. — Estinzione de re aragonesi.

Il famoso Vespro Siciliano, ove non voglia ammettersi esagerazione negli scrittori siciliani e stranieri di quella età, nessuno de' quali era certamente imparziale, fa poco onore alla nazione siciliana per la crudeltà con cui quella rivoluzione fu eseguita; ma quella crudeltà stessa è una prova dell’oppressione sotto alla quale gemevano i Siciliani, ed è assai più disonorevole per quel governo, la cui tirannide stancò a tal segno la tolleranza dei sudditi: e se i Siciliani si macchiarono in quella sanguinosa rivoluzione di delitti che fan fremere l’umanità, seppero eglino cancellarne tosto le macchie con gloriosissime azioni.

Estinta colla morte dell’infelice Corredino, decapitalo in Napoli da Carlo d’Angiò, la discendenza maschile della famiglia sveva, i dritti alla corona di Sicilia si trasferirono in Costanza figliuola di Manfredi, ultimo re di Sicilia, di quella stessa moglie del valoroso Pietro III di Aragona, il quale già da gran tempo avea tenuto una segreta corrispondenza coi baroni siciliani che ordivano la congiura contro il governo angioino, e si era con estrema sagacità e sommo silenzio preparato all’evento. Il caso favorì le vedute dei baroni e gl’interessi del re Pietro, facendo scoppiare la rivoluzione in Sicilia; ed il Parlamento, che immediatamente si riunì, spedì quattro baroni e quattro sindaci ossia rappresentanti de’ Comuni ad offerire in nome di tutta la nazione la corona di Sicilia al re di Aragona (37) .

Non sì tosto Pietro I ricevé gli ambasciadori del popolo siciliano che spedì Calcerando Coriglies e Pietro Queralto per ricevere in suo nome il giuramento di fedeltà da’ nuovi sudditi e prestare per parte sua quello di osservare le leggi del regno, ciò che solennemente si fece nel Parlamento convocato in Palermo nello stesso anno 1282, riunito nella chiesa di S. Mariadeli Ammiraglio (38) . Non guari dopo giunse lo stesso Pietro in Sicilia, e convocò il Parlamento in Catania (39) .

Gli storici siciliani dicono in generale che in quel Parlamento molte grazie furono concesse dal re alla nazione, e che furono abolite tutte le gravezze, di cui si lagnavano i Siciliani, ma non cennano quali siano state colali grazie. Ciò che si sa di certo si è che le imposizioni furono in quel Parlamento fissate dai Comuni. In fatti il re ordinò ai giustizieri di esigere il denaro per universitates terrarum et locorum Sicilia praedicto culmini nostro promisse in generali colloquio nunc Catania celebrato in subsidium expensarum, quas in expeditione pretenlit guerra subire debemus (40) .

Sin dal primo momento che Pietro I si assise sul trono di Sicilia, ei diè opera a fissare quale fosse stata la costituzione normanna e le leggi di Guglielmo il Buono, che i Siciliani reclamavano(1), e fin dove si estendeva la prerogativa del re di levare tributo sul popolo. Ciò non era facile allora a stabilirsi.

Tale era la forma del governo fissala dai principi normanni, che lo stato era da sé stesso dotalo. I baroni formavano la milizia pubblica, ed i feudi erano una dote permanente dello stato; per le altre spese ordinarie del governo il principe avea il suo demanio: e tale era allora la frugalità de’ principi, che essi teneano conto delle più minute cose. Federigo 1, mentre era al campo, scrivea a’ suoi ministri in Sicilia, di vegliare alla seminagione dei suoi campi, alla coltura delle sue vigne, a far filare le donne di servizio, ed a raccorre le penne de’ pavoni e de’ polli per farne coltrici (41) .

Nelle occorrenze straordinarie eran poi i prìncipi autorizzati ad esigere oltre all’ordinario servizio feudale una specie di testatico che diceasi colletta, e la legge feudale limitava i casi in cui ciò potea farsi e la quantità cui il tributo dovea ascendere: e come Guglielmo II non avea mai oltrepassali tali confini, cosi il nome di quel principe era caro ai Siciliani, che sempre reclamavano le sue leggi. Ma nei regni seguenti si erano intorno a ciò introdotti degli abusi. Federigo I e i suoi figliuoli aveano estesa la prerogativa ad esigere le collette in casi ed in quantità oltre la legge, e poi gli Angioini aveano convertito l’esazione eventuale in una imposizione permanente.

Trattavasi dunque allora di esaminare quale era propriamente la legge, quali gli usi legittimamente introdotti, e quali gli abusi: ciò che richiedea lungo tempo e maturità di consiglio.

Le guerre, onde fu re Pietro agitato nel breve suo regno, non gli diedero serenità tale da definire questo importante articolo. Ciò fu fatto dal suo figliuolo Giacomo, e dal Parlamento da lui convocato in Palermo a’ 2 febbraio 1286 (42) , ove si stabilirono i casi in cui potesse esigersi la colletta e la quantità cui essa dovesse ascendere, cioè: 1° per una grave e notabile invasione dell'isola; 2° per riscattare la persona del re caduta in ischiavitù; 5° nel caso di essere armato cavaliere un principe del sangue reale; 4° nel matrimonio di una figlia o sorella del re; dovendosi esigere nei primi due casi non più di 15,000 once, e negli altri due 5,000 (43) . Si stabilì inoltre che il re non potesse esiger tributi sotto il titolo di mutuo (44) e non potesse alienare il demanio; statuto che in quei tempi si credeva diretto a favorire il popolo, perché era un' opinione comune fra i pubblicisti siciliani, che i beni del demanio eran destinali al mantenimento de’ prìncipi: Ut non exlendant manus suas ad iniquitatem auferendo bona subjectorum (45) .

Il Parlamento del 1286 fissa un' epoca memorabile negli annali di Sicilia, non solo perché in quello fu stabilito un articolo così essenziale della costituzione come quello del dritto di levare i tributi, articolo che da indi in poi sino a giorni nostri è sempre stato in piena osservanza, ma perché da quel Parlamento cominciò la collezione degli statuti de’ Parlamenti siciliani, che in Sicilia si dicono Capitoli del regno.

Pure la memoria di re Giacomo è in esecrazione presso i Siciliani, perché questo principe sacrificò alla politica ed agli interessi suoi particolari le leggi più sacre. Pietro I avea ordinato nel suo testamento che Alfonso suo primogenito dovesse succedergli nel regno di Aragona, e Giacomo in quello di Sicilia; e che, mancando senza figliuoli Alfonso, Giacomo dovesse passare al trono di Aragona, ed il terzo figliuolo Federigo dovesse regnare in Sicilia. Malgrado la paterna disposizione, morto Alfonso senza figliuoli, Giacomo volle regnare in Aragona, senza lasciare a Federigo il trono di Sicilia. Costui si contentò allora di reggere da vicario del fratello quel regno che avrebbe avuto dritto di governare da sovrano. Ma come Giacomo venne minacciato di una invasione in Aragona da Filippo il Bello re di Francia, ei non solo si rappacificò coi nemici della Sicilia, ma cesse solennemente la Sicilia, in apparenza al Papa, in realtà agli Angioini; si unì alle potenze collegale contro i Siciliani, e si obbligò a cacciar dalla Sicilia colla forza il fratello Federigo, ed a ricondurre la nazione sotto il giogo angioino.

Giuola la funesta notizia in Sicilia, i Siciliani non poterono sulle prime indursi a credere capace di tanta ingratitudine e perfidia un principe che tanto loro dovea. La regina Costanza, madre de’ due prìncipi, convocò nel 1295 il Parlamento (46) , dal quale furono spediti tre sindaci come ambasciadori al re Giacomo in Aragona, per informarsi della verità di quell’infame trattato (47) .

La storia offre pochi tratti paragonabili all’energia ed all’unanimità che spiegò la nazione siciliana, quando al ritorno di quegli ambasciadori fu resa certa la notizia del trattalo conchiuso da Giacomo. Il Parlamento fu immediatamente adunato nel 1296 nella chiesa di Catania, il quale a voce unanime scelse a re di Sicilia lo stesso Federigo (48) .

I Siciliani giurarono allora di sostenere a fronte della maggior parte d'Europa la loro indipendenza; né il giuramento fu fatto invano. Si vide allora la Francia, l'Aragona, Provenza, Napoli, tutte le città guelfe d’Italia e, quel che più valeva in quell’età, Roma coi fulmini suoi, piombare addosso all’infelice Sicilia; ed i Siciliani senza altro aiuto che il loro coraggio ed un eroe di venticinque anni chiamato al trono dal pubblico voto, affrontare impavidi la tempesta, sostener lungh’ ora l'impari lizza, ed uscir finalmente vittoriosi dal conflitto. Essi vinsero spesso e spesso fur vinti; ma dopo le sconfitte tornavan più fieri all’attacco.

Non solo fu allora inutile la forza per domare i Siciliani, ma furono anche più inutili le lusinghe e le promesse impiegate per sedurli. Tentò questa via papa Bonifacio VIII, e spedì in Sicilia un certo Bonifacio di Calomendrano, uomo destro ed astuto, cui diede delle cartapecore in bianco, munite del suggello e della sottoscrizione del papa, per promettere ai Siciliani che lor sarebbero garantiti tutti i privilegi, che lor fosse piaciuto di scrivere in quelle pergamene, purché tornassero al governo angioino. Costui sbarcò a Messina e cominciò a mostrar quelle carte; ma a tutte quelle promesse dei Papa ognun rispondea: Timeo Danaos et dona ferentes. Finché fattosi avanti a quell’uomo Pietro Anzalone, col ferro nudo alla mano, gli disse: Siculi non membranis sed gladio pacern querunt (49) . Un tal popolo è invincibile, ed i Siciliani lo furono. Talché Carlo Valois che comandava le armi francesi in Sicilia ebbe finalmente a dire: Siamo stati ingannati dalla speranza di riacquistar la Sicilia, poiché abbiam trovato inespugnabili le città e le castella di questo regno, ed anche più inespugnabili gli animi degli abitanti (50) .

Mosso dalle insinuazioni di lui, finalmente Roberto, duca di Calabria, primogenito di Carlo lo Zoppo, spedì messi al re Federigo II, invitandolo alla pace. I due prìncipi si unirono in un campo tra Sciacca e Caltabellotta; e in due capanne di bifolchi fu conchiuso il trattato per cui restarono a Carlo tutte le province siciliane, di là del Faro, e la Sicilia dovea restar durante la sua vita a Federigo. Il trattato fu immantinente ratificato da Carlo lo Zoppo e da Filippo il Bello re di Francia. Giacomo re di Aragona si era già precedentemente distaccato dalla lega, e rappacificato col fratello. Il papa suo malgrado dovette ratificare il trattato, ma vi aggiunse che Federigo pagasse alla corte romana un censo di quindici mila fiorini all’anno per recognizione del dominio che i papi pretendeano di avere sulla Sicilia, e che Federigo s’intitolasse re di Trinacria e non più di Sicilia. Allora per la prima volta le provincie siciliane del continente furono erette in regno, che chiamossi regno di Puglia (51) .

Re Federigo li piegossi allora scaltramente a quelle condizioni per distaccare la Francia dalla coalizione; ma ottenuto l’intento, egli convocò il Parlamento a’ 12 giugno 1544 in Messina, dal quale fu riconosciuto il suo primogenito Pietro per successore nel regno (52) . La guerra si rinnovò allora, ma i Siciliani non ebbero più a fronte che le bolle di Roma e le armi di Napoli; ma la spada romana cominciava già ad irrugginirsi, ed i Siciliani trionfarono lievemente del resto.

Fra le tante cagioni, che concorsero allora ad accrescere il coraggio e la fermezza de’ Siciliani, deve certamente considerarsi la libertà che il popolo ottenne al momento che cominciò a regnare Federigo 11, la quale diede una straordinaria elasticità a tutte le molle della macchina politica. Tostoché Federigo venne promosso al regno dal Parlamento di Catania, egli convocò un nuovo Parlamento in Palermo per esser presente alla sua coronazione. Terminata quella funzione, che fu celebrata con pompa ed allegrezza straordinaria, il Parlamento si occupò a fissare con maggior precisione la costituzione del regno e ad apportarvi que miglioramenti che le circostanze esigeano.

L’antica costituzione normanna era stata sensibilmente alterata e migliorata nel regno di Federigo I, essendo stati ammessi al Parlamento i rappresentanti de’ comuni demaniali. Ma lo stato della Sicilia al momento in cui salì al trono Federigo II, esigea ulteriori riforme nel governo: e gli sforzi fatti dal popolo siciliano per cacciare l’usurpatore angioino e rimettere e sostenere sul trono la legittima famiglia, davano ai Siciliani un dritto a pretendere straordinarie concessioni, e maggior libertà. E ciò era altronde necessario per interessare tutta la massa del popolo, e spingerlo inebriato a sagrificar tutto alla difesa della libertà e dell’indipendenza del regno..

Con tali vedute il Parlamento stabilì che i re di Sicilia non potessero per qual si fosse cagione allontanarsi dall’isola, né dichiarar guerra o far pace con qualunque potenza, né dimandar dal papa assoluzione ai giuramenti loro senza il consenso espresso e l’aperta scienza di tutti i Siciliani. Si confermarono tutti gli statuti de’ re precedenti, meno quelli di Carlo d’Angiò, che la nazione riguardò sempre come usurpatore. Fu stabilito che ogni anno, nel giorno d’Ognissanti s’adunasse il Parlamento in cui doveano intervenire i conti, i baroni ed i sindaci di tutti i comuni; che il Parlamento unitamente al re si occupasse a promuovere il buon essere del re, del regno e di tutti i Siciliani, ad esaminare la condotta dei giustizieri, de' giudici e di tutti i ministri e magistrati, ed a punir le loro colpe, e che in questo caso l’accusa dovesse farsi dai sindaci; e che finalmente si scegliessero dodici uomini nobili e prudenti, che alla presenza del re dovessero inappellabilmente giudicare tutte le cause criminali de’ feudatari (53) .

Nei capitoli posteriori si procede ad assicurare la libertà civile dei cittadini, a sopprimere le fazioni dei guelfi e ghibellini, a frenare la licenza dei grandi ed a rendere più che mai libero il commercio interno del regno.

I capitoli del re Federigo II sono la Magna Carta de’ Siciliani, e può ben dirsi di essi ciò che disse di questa il Tucidide della Gran Bretagna: «Essa contiene tutte le linee di un governo legale e provvede all'ugual distribuzione della giustizia cd al libero godimento della proprietà, che sono stati i due grandi oggetti per cui le società furon da prima fondate dagli uomini, che i popoli hanno un dritto perpetuo ed inalienabile a reclamare, e che né tempo, né esempi in contrario, né statuti, né istituzioni positive devono mai allontanare da’ loro pensieri e dalla loro attenzione» (54) .

Gl’Inglesi precessero è vero di ottantun’anni i Siciliani nello stabilire la loro Magna Charta, ma i Siciliani godeano della rappresentanza del popolo e della responsabilità de’ ministri assai prima del 1296, ed allora compirono lo stabilimento di un governo libero coi Parlamenti annuali. La Magna Charta non provvede ad alcuno di questi tre articoli, che sono i cardini della libertà politica. Gl’Inglesi ottennero la Magna Charta mettendo la spada alla gola di un re che disonora gli annali della Gran Bretagna, ma i Siciliani ebbero quelle preziose franchigie dal libero voto del Parlamento, e per un sacro patto volontariamente convenuto tra un re degno di eterna lode ed i sudditi suoi.

Ma i bei giorni della Sicilia sparirono col prò Federigo II. I Siciliani erano al 1296 incorsi nell’errore in cui sono sempre incorsi, e sempre incorreranno gli uomini, quando il desiderio della libertà non è regolato dalla prudenza, ed avvertito dall’esperienza; essi crederono di acquistare maggior libertà limitando di troppo le prerogative del re. Né pensarono eglino che il re mancava è vero di forze per opprimere, ma mancavano ugualmente di forze per impedire che altri opprimesse, e per dar vigore alle leggi. La forma di governo adottata dal Parlamento del 1296 non era in sostanza che una repubblica retta da un capo, con facoltà limitatissime e il solo nome di re. Ma non si pensò allora che facea parte del corpo legislativo una classe d’individui che aveano per dritto ereditario nelle lor mani la forza pubblica, la maggior parte delle proprietà e le grandi cariche dello stato. Laonde, morto Federigo, la macchina politica non più sostenuta dal suo energico braccio, precipitò da quel lato cui naturalmente inclinava, e la caduta fu tanto più rapida, in quanto lo stato di guerra dava necessariamente un'influenza straordinaria alla parte militare della nazione.

Le aspre e sanguinose dissidie tra i più potenti baroni, che Federigo avea potuto a malo stento reprimere, e le continue invasioni de’ Napoletani, turbarono il regno di Pietro II. Luigi e Federigo 111 soprannominato a ragione l’Imbecille, passarono la vita loro in uno stato di servitù or di questo or di quel barone, e la presenza loro lungi di frenare, serviva a dare un aspetto legale alla licenza ed all’usurpazione de’ baroni. Finalmente la minorità di Maria mise il colmo al disordine. Le leggi furono obbliale da tutti e dalla maggior parte impunemente insultate. I magistrati non ebbero più autorità, i cittadini non ebbero più sicurezza, né la pubblica, né la privata proprietà furon più sotto la santa egida della legge; il demanio del principe e i beni de' comuni divennero preda de’ più forti, che ridussero in vassallaggio quasi tutte le città del demanio.

Tale era lo stato della Sicilia, quando fu assunto al trono il giovine Martino, duca di Monblanco, marito di Maria, figliuola di Federigo III. La sua presenza e un’armata seco recata valsero ad imbrigliare in alcun modo i licenziosi baroni, che fecero vani sforzi per contrastargli il possesso del regno.

La prima cura di re Martino fu quella di rianimare lo spirito de’ comuni, ed incoraggiare il popolo a reclamare i violali dritti suoi: l’impresa non poteva essere più nobile, ma i tempi non poteano essere meno atti a ciò. Mezzo secolo di anarchia feudale avea ridotto la nazione a tal grado di stupidità ed ignoranza, che essa avea dimenticalo affatto i dritti suoi, o mancava di coraggio per farli valere a fronte di un’indomita oligarchia. Talché quando Martino I cominciò a far cuòre ai comuni per esporre i torti e le gravezze onde erano oppressi, le città di Palermo, Siracusa, Girgenti, Catania, Sangiuliano, Patti, Francavilla, Traina, Milazzo, Taormina, Randazzo, Caltagirone, Termini, Marsala, Noto, Vizzini presentarono tutte degli indirizzi al re, ne’ quali si scorge non che uno spirito timido e servile, ma uno stupido e vergognoso attaccamento ai loro particolari interessi, limitato al recinto delle proprie mura, senza mostrare veruna cura dei dritti violati del popolo siciliano.

L’ignoranza, figlia primogenita della ferocia feudale, era giunta a tale, che nel paese in cui ebbe cuna la lingua italiana, e nel secolo di Petrarca, si scriveano le petizioni al re e gli atti stessi dei Parlamenti in un barbaro dialetto siciliano (55) . Talché Martino non potendo avere in verun modo l’aiuto del popolo siciliano, dovette da sé solo provvedere a ricomporre il governo, e nel Parlamento da lui adunato in Catania propose dodici statuti allora detti Prammatiche Sanzioni.

Gregorio col solito suo gergo dice a tal proposito che Martino ripigliò tosto ed apertamente esercitò l’antica sovrana prerogativa de' re siciliani, ossia di dettar leggi ei solo dal suo trono a tutta la nazione; e di molo suo proprio ed in forza della suprema sua autorità duodeci costituzioni da principio ordinò (56) . Ma è da considerare che una tal prerogativa de' re siciliani è una supposizione di Gregorio, smentita dal fatto. Dalla fondazione della monarchia sino al Parlamento di Catania non era mai stata emanala veruna legge senza il consenso del Parlamento, e le leggi stesse, di cui si parla, sono ben lontane di esser leggi dettate dal re in forza della suprema sua autorità; infatti esse son titolate: Constitutiones et pragmatica sanctiones edita in sacro concilio generali et concistorio apud civitatem Catania. Quelle leggi, lungi di estendere la prerogativa del re al di là de’ limiti prescritti dalla costituzione, son tutte dirette a restituire al re il suo demanio, ai magistrati la loro autorità; ed in quelle espressamente si confermano le [costituzioni del regno ed i capitoli di Giacomo e di Federigo II.

Il vedersi nel dritto pubblico siciliano delle leggi, che hanno l'aspetto di decreti del re, ha fatto sì che alcuni scrittori delle cose siciliane, per errore o per malizia si sieno indotti ad asserire essere quegli decreti emanati di moto proprio del re, che per mera formalità si pubblicavano nel Parlamento. Non pensano eglino che la legge, prima del’1812, non avea mai stabilito la forma da darsi agli statuti de’ Parlamenti, onde quest’affare, che riguardavasi allora come affatto indifferente, venia determinato dall'uso e dalla circostanza. Quando trattavasi di leggi, che doveano essere preparate da lungo studio, ed esigevano una uniformità di vedute, non potendosi ciò fare da veruna adunanza legislativa, si preparavano da’ ministri o da altre persone destinate dal re, quindi venivan presentate al Parlamento, che dopo di averle discusse ed approvate le pubblicava: a queste si dava la forma di decreti del re. Tali furono le costituzioni del regno stabilite dal Parlamento del 1251, tali i capitoli di Giacomo conchiusi nel parlamento del 1286; e tali finalmente i capitoli di Federigo II e le prammatiche di Martino. E che sia andata così la bisogna, oltre mille prove storiche, basta a farcene convinti il titolo del capitolo di Federigo II: De sacramento et obligatione domini quantum ad nos Siculos. Son dunque i Siciliani e non il re che fa la legge. Quando poi trattavasi di alcuna legge particolare, che veniva in animo al Parlamento di proporre, allora si dava allo statuto la forma di petizione, e per lo più di grazia, ed allora il re concorreva alla formazione della legge coll’apporvi. la sovrana sanzione. Qual però che sia stata la forma che si dava alle leggi, è certo che esse eran sempre emanate col consenso del Parlamento, che esse venivano registrate negli alti del protonotaio e che si riguardavano come statuti del Parlamento, ossia capitoli del regno.

E’ sarebbe poi da dimandare perché Martino si spogliò tosto di questa antica prerogativa de’ re siciliani? Egli, dopo il Parlamento di Catania, ne convocò immediatamente un altro a Siracusa nel 1598 (57) . Ivi, assumendo un tuono sommamente rispettoso verso il Parlamento, il re propose quattro quesiti, cioè: 1° Quemadmodum et quando sii regia domus ordinando;Quaritwr de ordinatione et provisione castrorum; 3° Quaritur de ordinatone gentis armorum;Et ultimo quaritur de ordinatione officiorum et salario offìcialium.

Il Parlamento viene quindi rispondendo ai quesiti del re e pel primo, che riguardava il demanio del principe, propose che il re ripigliasse tosto tutte le isole, città, terre, e luoghi del demanio usurpati. Il re nel sanzionare quello statuto dichiarò che essendo dubbio quali città fossero del demanio e quali si possedessero legittimamente dai baroni, avrebbe destinalo a far quell’esame dodici persone: sei scelte da lui e sei proposte dai comuni. Furono infatti scelti dal re il cardinal Serra, vescovo di Catania t'Bernardo Caprera, conte di Modica, Raimondo Xatmar, Niccolò Crisafi, Giacomo Arezzo e Corrado Castello, e dai comuni i due giudici della Gran Corte Salimbene Marchese, e Giacomo Denti, Novello Pedilepori di Siracusa, Rinaldo Landolina da Noto, Luca Cosmerio da Palermo, e Notar Vitale Falesio da Girgenli. Il re quindi sanziona non che quell’articolo, ma tutti i capitoli di quel Parlamento cum concordi consilio dictarum duodecimi personarum (58) .

È ben chiaro che tutto cieche re Martino, lungi di esercitare l’antica prerogativa de’ re siciliani di dettar leggi dal trono, conobbe che in Sicilia tutta l’autorità legislativa risiedeva esclusivamente nel Parlamento.

I Siciliani cominciavano finalmente a sperar di vedere ristabilita sopra solida base la costituzione sotto gli auspici di un principe saggio e virtuoso. Ma la fortuna non concesse allora fine lieto alle cose loro. La regina Maria, ultimo rampollo de’ re siciliani, si morì; il piccolo Federigo, unico frutto del matrimonio di lei con Martino, cessò di vivere all'età di sette anni; lo sposo poco le sopravvisse; ed alla sua morte passò la corona di Sicilia al vecchio Martino di lui genitore. Morto costui, accadde alla Sicilia la massima di tutte le calamità; essa da indi in poi venne governata da prìncipi altrove residenti.

FINE DEL CAPITOLO TERZO.


Capitolo IV

Elezione di Ferdinando I. — Inutili sforzi de' Siciliani per avere un re proprio. — Parlamento di Taormina. — Ferdinando I è riconosciuto in Sicilia. — L'infante Giovanni viceré. — Alfonso il Magnanimo. —Alterazioni prodotte nella costituzione dal dominio straniero. — Deputazione del regno. — Atti di autorità del Parlamento. — Giuramento di Carlo V — e di Filippo II. — Violenza del marchese di Vigliena. — Stato della Sicilia sino a Carlo III.

È famoso negli annali d’Europa il congresso di Caspe, in cui, in un modo tutto nuovo nella storia delle nazioni, due vescovi, due monaci, un gentiluomo e quattro giureconsulti disposero di quattro corone in favore di Ferdinando I, sopranominato il Giusto; ed è noto altresì il quadro in cui sono dipinti quei giudici seduti ad una tavola e san Vincenzo Ferreri presidente del congresso, dalla cui bocca esce il motto: Ferdinando corona decet quia noster alumnus. Comeché là ragione detta da quel Santo non sia stata troppo buona per escludere gli altri pretendenti, pure è certo che la decisione di quel congresso dava a Ferdinando un dritto legittimo ai regni d'Aragona, di Valenza e di Catalogna, perché i giudici erano stati scelti da quei popoli, che ai erano interamente rimessi al loro voto. Ma i Siciliani non aveano avuto parte alcuna in quella adunanza; onde essi che voleano un re siciliano più che alunno di san Vincenzo Ferreri, mentre in Ispagna si disputava, pensavano a darsi un re loro proprio.

Sin dal momento che infermossi il vecchio re Martino II, i Siciliani aveano fatto i massimi sforzi per avere un re siciliano. Era in quei tempi in Sicilia Federigo di Aragona, conte di Luna, figliuolo naturale di Martino I e di una donzella catanese. I Siciliani desideravan costui a loro re, il quale essendo il solo discendente dei re aragonesi di Sicilia, nato in Sicilia, figlio di una siciliana, avea tutti i titoli per giustificare la richiesta loro in un momento in cui non appariva altro più prossimo successore. Le richieste loro erano secondate dallo stesso vecchio re, che mostrava di amar tanto il nipote, che, vivente Martino I, a sua istanza lo avea fatto legittimare dal papa per farlo succedere alle contee di Luna in Ispagna, e poi dopo la morte del figliuolo, ad istanza del Parlamento, lo avea fatto legittimare pel solo regno di Sicilia (59) . Infermatosi il vecchio re, i Siciliani spedirono a lui ambasciadori per supplicarlo a dichiarare espressamente la successione della Sicilia in favore del nipote, e comeché il moribondo re avesse mostrato cogli alti e col volto di aderire alle domande degli ambasciadori di Sicilia, pure egli si morì senza palesar le sue volontà in modo più espresso.

Allora i Siciliani pensarono d’imitare l'esempio de’ loro antenati dandosi da loro stessi un re. Ma le circostanze non favorirono il comun voto di tutta la nazione. Erano allora in Sicilia parecchi Aragonesi, i quali avean ricevuto amplissime signorie e occupavano le cariche più distinte del regno. Costoro, conoscendo che staccandosi la Sicilia dall’Aragona, venivano a perdere in gran parte la loro potenza, mal pativano che la Sicilia avesse un proprio re. Laonde sacrificarono ad un mal concepito personale vantaggio i loro veri interessi, senza prevedere che la loro condotta era per costare un dì lagrime amare ai loro successori. Pure non potendo essi sulle prime resistere al torrente della volontà generale, di comune accordo fu convocato un Parlamento in Taormina per provvedere al governo nell'interregno, e passare alla scelta del nuovo re. Ma covava allora nella nazione un maligno fomite di dissidie, perché la nimistà tra' signori aragonesi e gli indigeni baroni si era anche comunicata alle città nelle quali ognuno di essi avea maggiore influenza.

Il Parlamento fu interamente diretto dai Messinesi: esso stabili che il governo del regno fosse al momento affidato ad un consiglio composto di due baroni, un prelato, sei deputati di Messina, due di Palermo, due di Catania ed uno per ogni altra città, e che un tal consiglio dovesse passare alla scelta del nuovo re.

I Messinesi si sono sempre distinti in Sicilia per un ferventissimo amor di patria; ma sventuratamente hanno sempre considerato per lor patria Messina più che la Sicilia, onde hanno sempre immolato gl'interessi del resto della Sicilia alle preeminenze di Messina (60) . Essi erano stati i più caldi a promuovere, la riunione di quel Parlamento; ma l'ingiusta preponderanza che vollero acquistare suscitò il non meno vergognoso pregiudizio di Palermo e di altre grandi città, che ricusarono di mandare loro rappresentanti a quel Parlamento: anzi Palermo giunse all’insania di volere acclamare re Niccolò Peralta, per non aver dato un re da Messina.

Ghermirono allora la congiuntura i baroni aragonesi per suscitare la fiamma di un incendio universale, per cui i materiali erano già preparati. L’indomito conte Caprera fu il primo a saltare alle armi, né gli altri baroni furono lenti a seguirlo; talché quel Parlamento, che dovea servire di comune nodo ai voti ed agli interessi di tutti i Siciliani, divenne un germe funesto di scissure che andarono poi a finire in un’atroce guerra civile. Avvenne allora in Sicilia ciò che sempre dappertutto è accaduto: il popolo accettò con piacere la dominazione straniera, benché illegittima, per sottrarsi all’anarchia. Così il desiderio universale della pace, più che la decisione di san Vincenzo Ferreri, assicurò a Ferdinando I la corona di Sicilia.

Ferdinando però prudentissimamente cercò di validare in tutti i modi il suo titolo. Egli spedì in Sicilia suoi ambasciadori all’oggetto di girare tutte le città del regno, convocare in ciascuna di esse i governatori ed i popoli, e far loro presente che re Ferdinando era stato già riconosciuto in tutti gli altri regni, e che eglino erano venuti per giurare a nome del loro re l’osservanza delle leggi e costituzioni del regno. I Siciliani cedendo allora all’impero delle infelici circostanze, riconobbero il nuovo re.

Pure era così ferma ed unanime in Sicilia la voglia di avere un proprio re, che i Siciliani concepirono la strana idea di domandare un re allo stesso Ferdinando dopo di averlo riconosciuto, ed a tale oggetto spedirono in Aragona l’arcivescovo di Palermo, il vescovo di Patti e Giovanni Moncada, per chiedere al re o il conte di Luna o uno dei suoi figliuoli per re di Sicilia. Ferdinando inteso di ciò scrisse alla regina Bianca seconda moglie di Martino I, allora vicereggente in Sicilia, di frastornare la missione di quegli ambasciadori; ma costoro erano già partiti all’arrivo delle sue lettere. Essi giunsero in Saragozza mentre si solennizzava la coronazione del re. Espostala dimanda de’ Siciliani, il re cercò di evadere col pretesto che non sarebbe stato possibile d’indurre i Catalani a tollerare che si smembrasse la Sicilia dal resto della monarchia: pure, per non disgustarli interamente, promise loro che avrebbe tostò spedilo in Sicilia per suo viceré l’infante Giovanni suo figliuolo; e d’allora in poi si è sempre ricorso a tal ridicolo compenso per acquetare la giusta e legittima pretensione de’ Siciliani di avere un proprio re.

L’infante Giovanni giunse infatti indi a non molto in Sicilia colla carica di viceré. La città di Messina spedì suoi ambasciadori per complimentarlo e chiedere alcune grazie, la prima delle quali fu di volerlo per re di Sicilia: Cum obedientia tamen et beneplacito ipsius domini regis.... quia hoc supplicavimus et quaisimus semper a sua majestate, a che sua! exaltationis. L’infante rispose a quella proposta: Dominus infans ringratiat eis de bona affectione et cum habeant regem virtuosum, justum, benignum et potentem non expedit de hoc materia ultra pertraclari (61) .

È così infelice la condizione de’ popoli, che la voce loro, benché sostenuta dal dritto e dalla ragione, non è mai intesa, quando non è accompagnata dalla forza, e quel che è più da compiangere, dal delitto! Ma non perciò si acquietarono i Siciliani: appena giunse in Sicilia la notizia di essere infermo il re Ferdinando I, il Parlamento, adunato in Palermo nel 1416, risolvette di acclamare a re lo stesso infante Giovanni duca di Pegnafiel; ma la' debolezza di questo principe, che non ebbe coraggio di ghermire lo scettro offertogli, fece andare a vuoto le speranze de’ Siciliani.

Pure Alfonso succeduto a Ferdinando I, già morto, trovossi sulle prime imbarazzato. Da una mano conoscea che era necessario levar dal governo di Sicilia il fratello, perché la sua presenza era un continuo fomite ai disordini di Sicilia; ma non volea dall’altro disgustarlo per timore ch'egli potesse far per dispetto ciò che fin allora per timore e debolezza non avea fatto. Laonde ricorse al compenso di scrivere al fratello che la sua presenza era necessaria in Ispagna per conchiudere il suo matrimonio colla vedova regina Bianca, erede del regno di Navarra, e lo pregava al tempo stesso a convocare il Parlamento per ricevere in sua vece il giuramento di fedeltà de’ Siciliani, e prestare per parte sua quello di osservare le leggi del regno. In fatti si convocò il Parlamento nel castello Ursino di Catania a’ 25 maggio 1446, ed ivi fu prestato lo scambievole giuramento, e fu riconosciuto re Alfonso (62) .

Avvegnaché i Siciliani non avessero perduto mai la voglia di riacquistare la loro indipendenza, pure i tempi non erano più tali da far ciò che aveano fatto all’età di Federigo II. I tanti progressi dell’incivilimento promosso da un principe a ragione soprenominato il Magnanimo qual ere Alfonso, aveano in qualche modo spogliato gli animi della ferocia feudale, e la sostituzione della milizia regolare alle tumultuarie bande feudali, già cominciava a rendere i grandi meno indocili al santo impero delle leggi. Laonde la costituzione di Sicilia da quel regno in poi pigliò un aspetto, se non più legale, almeno più regolare ed uniforme.

La straniera dominazione portò seco necessariamente ’delle alterazioni importantissime nel dritto pubblico di Sicilia, e degli abusi vennero introducendosi. Già sin da’ tempi di Martino I il popolo dopo mezzo secolo d’anarchia avea perduto qualunque idea de’ dritti suoi, ed i Comuni soggetti alla giurisdizione baronale eran ridotti quasi allo stato di assoluta schiavitù. Laonde sia che eglino non abbian voluto cozzare co’ loro prepotenti baroni, sia che in quell’età l’intervenire in Parlamento si considerasse come un peso, più presto che come un privilegio, essi non reclamarono più per l’osservanza del capitolo III di Federigo Il, talché da Martino il Giovane in poi non ebbero più sede in Parlamento che le sole città demaniali.

Dall’altro lato i vescovi ed i prelati si erano segregati dai baroni laici e formavano per abuso una camera distinta, onde il Parlamento allora venne diviso in tre camere che si dissero bracci: il braccio militare che era composto da tutti i baroni che avessero feudi popolati; il braccio ecclesiastico che risultava dai vescovi ed abati. e finalmente i rappresentanti delle città demaniali formavano il braccio demaniale.

L’ignoranza e la povertà di quei tempi fecero sì che il Parlamento credea di far cosa grata al popolo accordando i sussidii da pagarsi in più anni, onde naturalmente venne ad allungarsi colla stessa proporzione il periodo della riunione del Parlamento; e i Parlamenti vennero prima adunandosi irregolarmente, finché da Alfonso in poi si fissò l’uso di convocarli ordinariamente ogni tre anni, e straordinariamente sempreché lo esigesse qualche straordinaria occorrenza. Onde i Parlamenti vennero distinti in ordinari ed estraordinari, e dal 1446 (in cui comincia la collezione degli atti parlamentari compilata da Mongitore) sino al 1810, si erano in Sicilia pubblicati per le stampe gli atti di 126 Parlamenti oltre a quelli che la storia cenna di essere stati riuniti, ma se ne sono smarriti gli atti.

Essendosi trasferita a Barcellona o altrove l'ordinaria residenza de' re di Sicilia, le proposte del Parlamento doveano colà mandarsi per discutersi nel Consiglio di Stato, onde passava mollo tempo prima che giungesse in Sicilia la sovrana sanzione degli statuti, ed un tal tempo si allungava ad arte quando trattavasi di qualche proposta di grave interesse della nazione, all’oggetto di estorcere nuovi sussidi per ottenere dopo molti anni la bramata sanzione: ciò venne a diminuire l’importanza e l’autorità del Parlamento.

Sin dai primi tempi che la Sicilia cadde sotto il dominio di re stranieri, i Parlamenti, gelosi della loro autorità nell’accordar sussidi, faceano un patto espresso col re di accordare quel sussidio colla condizione che il re sanzionasse le proposte del Parlamento, e confermasse tutti i precedenti capitoli; ed un tal patto si stendea con tutte le forme legali de’ privati contratti di compra e vendila. Il Parlamento spediva un ambasciadore al re, e quindi dal notare segretario regio si stipulava l’atto pubblico, in cui il re da una mano accordava le grazie e le conferme richieste, a patto di ricevere il donativo; e l’oratore del Parlamento in nome della nazione si obbligava a dare il convenuto sussidio a patto che il re accordasse e confermasse gli statuti.

Un tal sistema durò per tutto il regno di Alfonso; ma quando scettro di Sicilia passò in mani più salde e l’autorità de' re spagnuoli trovossi meglio stabilita in Sicilia, i prìncipi successori di Alfonso ebbero a vile di mercantare coi sudditi, e questi non potevano più cozzare con prìncipi potentissimi; onde l’autorità sovrana venne tratto tratto ad emanciparsi dal Parlamento.

Essendosi largato a tre anni il periodo dell’ordinaria riunione del Parlamento, i re, per occorrere ai provvedimenti necessari del governo, cominciarono ad abusare della prerogativa, emanando leggi senza consenso del Parlamento; onde dal regno di Giovanni in poi cominciarono a far parte della legislazione di Sicilia le prammatiche sanzioni, le quali però non erano propriamente atti arbitrari: la legge si promulgava dietro un voto di tutto corpo de’ magistrati di Sicilia che tutti la sottoscriveano.

Malgrado però un tale abuso, né fu soppressa la prerogativa del Parlamento di proporre leggi, né si fe’ mai alcuna legge che abrogasse veruno de’ capitoli del regno. Anzi tutti i capitoli del regno furono confermati dal giuramento di tutti i re nel salire al trono, e di tutti i viceré nell’entrare in esercizio della carica. Ed oltre a ciò, dal regno di Martino I all’ultimo de’ Filippi, si fecero dal Parlamento non meno di quarantotto capitoli, tutti diretti a confermare gli antichi privilegi nazionali. Ciò prova che. la nazione riguardò sempre come un abuso qualunque deviazione dagli antichi statuti, e che i Siciliani si piegarono sempre alla forza, aspettando più lieta ventura e migliori circostanze per riacquistare il perduto.

Tali furono le conseguenze che portò alla Sicilia la perdita della sua indipendenza. Pure se il dominio straniero restrinse tanto la costituzione del regno, il Parlamento seppe sul bel principio di quell’epoca procacciarsi uno stabilimento della massima importanza, atto non solo a porre un gran freno all’autorità sovrana, ma anche a dare alla nazione un’arme, onde in circo stanze più felici poter tornare al possesso dei violati dritti suoi: io parlo della deputazione del regno.

Gli annali di Sicilia non fissano con certezza l’epoca di quest’istituzione. Il Parlamento del 1446, sotto Alfonso, decretò che il donativo allora offerto di venticinquemila fiorini venisse in potere dei deputati del regno per impiegarsi da essi e ricomprare il demanio alienato (63) . In quel capitolo pare che si parli de’ deputati del regno come di già esistenti. Pure nei Parlamenti di appresso non se ne fa più cenno. Ma il Parlamento del 1474 propose di scegliersi alcuni uomini probi: ad tuenda et defendenda capitala regni. Il re rispose che non facea di mestieri scegliere delle persone per difendere i capitoli del regno, poiché il re stesso era sempre pronto a farli osservare; pure, se il Parlamento lo volea, potea scegliere quelle persone ad istandum in casibus non observanticc capitulorum. D’allora in poi si vede stabilmente eretta la deputazione del regno, i cui membri venivano scelti dal Parlamento.

L’importanza della deputazione del regno si conobbe immediatamente dopo. Il re Giovanni volendo far cosa grata a Ferdinando suo figlio gli assegnò alcune gabelle che pagavansi in Sicilia, dette gabelle riserbate. Il principe mandò in Sicilia Giovanni Madrigale suo procuratore per esigerle; ma la deputazione del regno non lo permise, sulla ragione che quel principe non era ancora stato riconosciuto per successore del trono, quindi non potea riscuotere danaro dai Siciliani, prima di giurare l’osservanza dei capitoli del regno. II re persuaso di ciò, spedì al viceré Lupo Ximenes d’Urrea l’ordine di convocare il Parlamento per riconoscere il principe Ferdinando come successore al trono; lo che fu fatto a’ 15 giugno 1474.

Oltre l’incarico di vegliare alla custodia delle nazionali franchigie, la deputazione del regno esigea i donativi accordati dal Parlamento, li amministrava, e ripartiva le imposizioni. Essa era composta di dodici membri scelti, quattro per ogni braccio del Parlamento; durava da un Parlamento all’altro: così, comeché i Parlamenti si adunassero ordinariamente ogni tre anni, pure restava sempre un comitato permanente dello stesso ad esercitarne le più importanti funzioni, onde in realtà il Parlamento in Sicilia era sempre sedente.

Ma comeché l'essersi trasferita fuori dell’isola la sede del governo avesse recalo tali alterazioni nella costituzione, pure l'autorità del Parlamento fu sempre eminentissima, a segno che esso talvolta esercitava gli atti del supremo potere, riserbati all’autorità esecutiva. Il Parlamento del 1478 confermò di sua autorità per un altro biennio i giudici della gran corte: quel Parlamento fu prorogato, e dopo la prorogazione stabilì che il viceré fosse andato in persona coll’armata in Sardegna per sedare i tumulti che ivi erano; e conservasi ancora la cedola di quel viceré conte di Prades, colla quale lascia in sua vece presidente del regno il conte di Adernò, dovendo egli andare in Sardegna come era stato stabilito dal Parlamento (64) .

Ferdinando II, Carlo I e Filippo II, che non rispettarono mai i dritti di alcuno, e molto meno i dritti de’ popoli, rispettarono però sempre la costituzione di Sicilia e la mantennero sempre nello stato in cui la trovarono nel salire al trono. Alcune vertigini suscitate in Sicilia dall’aspro governo del viceré Ugo de Moncada, nate negli ultimi momenti della vita di Ferdinando II, impedirono che Carlo I fosse stato legalmente riconosciuto in Sicilia, immediatamente dopo la morte di Ferdinando; ma sedati quei torbidi, il viceré conte Monteleone convocò in Palermo il Parlamento a' 6 novembre 1518, ed ivi, autorizzato dalla real cedola de 27 maggio dello stesso anno, prestò il solito giuramento di osservare i capitoli, costituzioni, privilegi, immunità e libertà del regno (65) .

La memoria del giuramento prestato e fedelmente mantenuto da Carlo I si volle in tempi posteriori eternare, ergendo in Palermo nella piazza Bologni una statua di bronzo, che rappresenta l’imperadore in atto di giurare, col verso scrittovi sotto: Felici tantum Cattar juravit in Urbe.

Filippo II, appena ebbe fatta la cessione de’ regni paterni, spedì in Sicilia Federigo Enriquez per giurare per lui l’osservanza della costituzione. A tale oggetto il viceré convocò il Parlamento in Messina a 7 giugno 1556, ed ivi letta la real cedola fu prestato il giuramento dal procuratore del re e dal Parlamento.

La lontananza de’ re avendo prodotto una certa rilassatezza in tutte le forme politiche, amministrative e giudiziarie, per riparare agli abusi che necessariamente venivano introducendosi, i re di Spagna mandarono in Sicilia a quando a quando delle persone di parlicolar fiducia del governo col titolo o di sindacatori o di visitatori con autorità indipendente dal viceré. Sotto Filippo II, essendo viceré il duca di Medina Celi, fu spedito con quel carattere in Sicilia il marchese dell’Oriolo uomo di straordinaria severità. Costui fe' pagare il fio della loro cattiva condotta ai magistrati siciliani; quasi tutti furono da lui rimossi dall’esercizio della carica, altri ne mandò ignudi alle case loro; altri ne carcerò, e fino diè la tortura al maestro razionale Gisulfo. Costui fece convocare straordinariamente il Parlamento, che poco prima erasi adunato, ed in esso si conchiuse la riforma de' tribunali di Sicilia (66) , la quale recò sensibile miglioramento nella costituzione, levando dalle mani de’ grandi l’amministrazione della giustizia, ed affidandola ad un corpo separato di giureconsulti.

Nel regno di Filippo III tentò il viceré marchese di Vigliena d’imporre un dazio arbitrariamente. Questo atto di autorità affatto nuovo nella storia di Sicilia, produsse una generale indignazione tanto maggiore, che quell’aperta ed insolita violazione delle leggi del regno fu fatta mentre sedea il Parlamento del 1609. Il Parlamento reclamò. Come i più caldi oppositori erano il conte di Comiso, pretore di Palermo, ed il marchese di Limina, deputato del regno, il viceré, passando da una violenza all’altra, li levò dalle cariche e li incarcerò. Ma ciò lungi di sopprimere accrebbe il mal contento; le principali città cominciarono a reclamare, ed il vicario generale dell’arcivescovo di Morreale minacciò il viceré di scomunicarlo in forza della bolla in coena Domini!!! Il viceré allora spaventato ritrasse l’ordine dato e mise in libertà il conte di Comiso ed il marchese di Limina; ma costoro non vollero uscir di prigione, se prima non fossero giunti gli ordini del re cui avevano avuto ricorso. Il re infatti disapprovò la condotta del viceré, ed ordinò che fossero sprigionati e rimessi in carica i due oppositori (67) .

Gl’infelici regni di Filippo IV e di Carlo II furono segnalali per una vergognosa debolezza e per lo sprecamento del demanio onde trar denaro in tutti i modi. Un’immensa quantità di titoli di prìncipi, duchi, conti e marchesi si venderono per poco prezzo, come a pubblico mercato, in questi regni. Si scrivea dalla corte ai viceré: Vendete quel che si può vendere, e quel che non si può vendere. Gli annali di Sicilia in questa età presentano una continua serie di congiure e tumultuazioni ridicole, nelle quali pare che abbiano fatto a gara il governo ed il popolo per far mostra d’ignavia e di debolezza. Piani di repubbliche organizzate nelle bettole e sollevazioni della plebe, che volea a tutti i conti il pane a buon mercato, spente tutte accarezzando e contentando i ciurmatori. Meno ridicola ma non meglio concertata fu una congiura che si ordì nel 1645 da molti de’ baroni siciliani per mettere sul trono il principe di Paternò. Costui era il Nestore de’ baroni, e godea molta opinione in Sicilia, perché avea con lode governato la Sicilia da presidente del regno; era stato viceré in Sardegna; e tali circostanze, unite ad una nascita illustre, a vastissime possessioni e numerosi vassalli, rendevano il progetto non del tutto chimerico, molto più sotto un governo imbecille. La congiura fu scoverta dal viceré D. Giovanni d’Austria, il quale tentò tutti i modi onde dar tempo ai colpevoli di allontanarsi dal regno: il solo conte di Regalbuto, che non avea voluto fuggire, fu strozzato insieme con pochi altri di minor nome: il resto de' baroni indi a non molto tornarono impuniti in Sicilia; anzi lo stesso principe di Paternò, che non si allontanò mai di Sicilia, non solo non fu molestato, ma essendo poco dopo ilo in Ispagna, fu da Filippo IV fatto viceré di Valenza e poi si fe’ prete, e morì cardinale (68) . La debolezza di questi due scioperati governi ridusse il disordine a sistema: i nobili erano sistematicamente prepotenti, la plebe sistematicamente insubordinata, senza esser liberi alcun de’ due.

I due brevi ma energici regni di Vittorio Amedeo di Savoja e di Carlo VI d’Austria valsero in alcun modo a reprimere l’insolenza baronale e a dare qualche forza al governo. Egli è ben curioso di riflettere che quando Filippo I inaspettatamente invase la Sicilia, il marchese di Lede, generale della spedizione e viceré, dichiarò che il re Filippo veniva a liberare la Sicilia dalla tirannide de’ Savoiardi, perché re Vittorio non avea adempito all'articolo I del trattato di Utrecht in cui si era obbligato a conservare alla Sicilia: sus leves costitutiones, capitulos del reyno, pragmaticos costumbres, libertades y immunitates y exenciones (69) .

Carlo III di Spagna con una conquista da scena ripigliò i due regni di Sicilia e Napoli su i quali avea luminosissimi ed incontrastabili dritti. Questo buon principe non si valse mai dell’odioso titolo di Conquistatore, ma si vantò di essere un re ereditario. Il conte di Montemar, suo generale e viceré, prestò il solito giuramento nella cattedrale di Palermo; il quale giuramento venne poi replicato dallo stesso re personalmente il di 30 giugno 1735, in cui fece la pubblica e solenne entrata in Palermo.

FINE DEL CAPITOLO QUARTO.


Capitolo V

Ferdinando III assunto al trono. — Prime sue operazioni. — Stato della Nazione. — Parlamento del 1798. — Parlamento del 1802. — Parlamento del 1806. — Rancore de' Siciliani. — Primo Parlamento del 1810. — Stato delle Finanze. — Consulta de' magistrati. — Nuovo ministero.

Assunto re Carlo al trono di Spagna, cesse al lìgliuol Ferdinando i due regni di Sicilia e di Napoli, col titolo di re delle due Sicilie. Quel titolo non era certo di nuovo conio. Egli è il vero che da re Ruggieri a Carlo d’Angiò, la Sicilia, unitamente alle provincie della bassa Italia, formava il regno di Sicilia; ma divelte poi le provincie continentali, il regno fu limitato alla sola isola; e comeché le provincie siciliane avessero allora cominciato a formare una diversa monarchia, pure quei re mirarono sempre all'acquisto di Sicilia, e fu questa la ragione per cui il papa nel ratificare il trattalo di pace tra Federigo II e Roberto duca di Calabria, volle che Federigo s’intitolasse re di Trinacria. Dall’altro lato i principi che continuarono a regnare in Sicilia si titolavano come erano infatti re di Sicilia, onde avvenne che gli scrittori ed i diplomatici di quei tempi cominciarono a distinguere i duo paesi colla naturale divisione del Faro, e si chiamavano spesso Sicilia al di là e Sicilia al di qua del Faro. Riuniti quindi in tempi posteriori i due regni sotto lo stesso monarca, i prìncipi cui essi toccarono in sorte, cominciarono ad annoverare fra' loro titoli quello di Rex utriusque Sicilia, senzaché però quel titolo avesse mai influito nell’interna politica amministrazione dei due paesi; come il titolo di re nella Gran Bretagna non alterò per nulla all’età di Giacomo I la forma di governo e i rapporti politici tra l’Inghilterra e la Scozia.

Carlo III, che considerossi sempre come un re ereditario, non volle fare veruna alterazione anche nel titolo dei due regni, e volle che il figliuolo Ferdinando si titolasse re delle due Sicilie, come da molto tempo si erano titolati i suoi maggiori: ma essendo i due regni distinti ed indipendenti l’uno dall’altro, ed avendo avuto il regno di Napoli un re di più dello stesso nome (Ferdinando figliuolo naturale di Alfonso), il nuovo re si disse III in Sicilia e IV in Napoli. E comeché i due regni, essendo soggetti allo stesso principe, si considerassero in Europa come unica potenza, pure ambi conservarono le rispettive forme politiche.

Appena Ferdinando III, all’età di 9 anni,ebbe fatta dal padre nel 1759 la cessione dei due regni di Sicilia e di Napoli, sull’esempio dei precedenti re, che trovandosi assenti aveano destinato un loro speciale procuratore a prestare il giuramento dell’osservanza delle leggi del regno, fu spedita una espressa cedola reale al marchese Fogliani, in forza della quale, colle solite forme, fu solennemente da lui prestato il giuramento per parte del nuovo re, che venne allora legalmente riconosciuto dalla nazione siciliana sotto il titolo di Ferdinando III re delle due Sicilie.

Per una rea e malintesa politica il piccolo principe si tenne sin dai primi anni distolto dagli affari, e si fomentò in lui la fatale abitudine di occuparsi de’ più ridicoli e bassi piaceri. Roma vide una volta un imperatore gladiatore; Napoli ha visto a’ dì nostri un re pescivendolo e sorbettiere.

Comeché non possa negarsi a Ferdinando III il merito di un giustissimo intendimento, pure la continua alienazione degli affari ridusse per lui il governo ad un peso insopportabile, e formò in lui un bisogno di esser sempre guidato. Onde in realtà Ferdinando III non regnò mai, ma fu sempre vittima degl’intrighi della sua corte, e strumento del dispotismo ministeriale e dei privati interessi altrui. E come sotto prìncipi tali i ministri non sono mai Aristidi né Focioni, così questo sciagurato monarca cadde sempre sotto i perversi consigli altrui, che lo trassero di precipizio in precipizio.

I primi anni del suo regno furono tranquilli; la sua corte fu per un momento agitata dalle brighe della nuova regina, che volle scuotere il giogo dell’influenza del gabinetto di Madrid, che fin’allora avea dettato leggi al governo di Napoli: ma cotali scene si guardarono con indifferenza dai sudditi, né portarono alla nazione altro affetto che il vedere rimossi gli antichi ministri dipendenti dal governo di Spagna, e sostituiti loro, per lo più, cicisbei della regina.

Del resto il governo continuò sullo stesso piede, regolare e tranquillo, ma in tutte le sue operazioni arrestato dai vecchi abusi da lungo tempo introdotti e resi già abituali. L’autorità del principe era in Sicilia limitata, senza che il popolo fosse libero. Un avanzo funesto di aristocrazia feudale inceppava l’autorità dell’uno e la libertà dell’altro. I viceré di Sicilia si regolavano ancora colle istruzioni del conte di Olivares nelle quali si diceva loro: coi baroni siete tutto, senza di essi siete nulla. Sino all’epoca in cui fu viceré il marchese Caraccioli, la Sicilia era due secoli indietro del resto dell’Europa. L’infelice abitatore di una terra baronale non potea allontanarsene se pria non facea un memoriale al barone e ne ottenea il permesso, e se osava farlo, o in qualunque modo incorrea la disgrazia del barone, per ordine dello stesso era arrestato e trasferito nelle carceri di un’altra terra, ove passava in prigione il resto de’ giorni suoi. l’agricoltura era in tale avvilimento che il coltivar la terra era divenuto un peso, ed i coloni doveano a forza coltivar le terre del barone; talché quando poi venne tolto quest’oppressivo abuso, i baroni fecero valere tutta la loro influenza presso il governo, per tentare d’impedire che lor venisse tolto quel dritto, senza del quale essi credeano che era impossibile trovar modo di coltivare la terra loro.

Lungo e fastidioso sarebbe il voler tracciare qui il funesto quadro della tirannide de’ baroni siciliani, sventuratamente troppo recente e troppo comune in Europa. Il marchese Caraccioli scosse dal suo letargo la nazione. Egli pose freno con un governo energico alla licenza baronale; incoraggiò ed autorizzò i comuni soggetti ai baroni a ricomprare le giurisdizioni baronali concesse per vendita, e lor diè animo ad attaccare in giudizio tutti i dritti de’ loro baroni. I magistrati, seguendo l’impulso del governo, appena si presentava loro una querela di alcuna popolazione contro un barone, eran pronti a darle ragione e ad impedire la continuazione dell’abuso ond’essa facea querela. Talché in pochi anni la feudalità in Sicilia si era quasi ridotta ad un vuoto nome; e da quell'epoca in poi non restò che l’ombra sola del baronaggio; ma la sola ombra di (al mostro, mentre era di freno alla usurpazione del supremo potere, recava ancora spavento al popolo; talché gli uomini sono corsi all'estremo opposto, non hanno calcolalo più i vantaggi di un corpo intermedio e si sono solo sovvenuti degli orrori della feudalità: e di questa fatale illusione han profittato i maligni per trascinare gli incauti dritto alla schiavitù per la strada livellata (70) .

I Siciliani a forza di discutere sui dritti de' baroni vennero tratto tratto conoscendo i dritti loro; e concorse anche al subito risorgimento del popolo, l’abolizione del tribunale dell’inquisizione, che costernava le coscienze, avviliva il cuore, denigrava lo spirito, e metteva una sbarra di ferro nella bocca degli uomini. I Siciliani, liberi da quel colosso che li comprimea, cominciaron da indi in poi a pensare e parlare in altra guisa.

I semi delle idee liberali, sparsi dal marchese Caraccioli, vennero poi meglio coltivali dal gentile governo del principe di Caramanico e dalle istituzioni letterarie d’ogni maniera da lui promosse e protette, le quali ripulirono la nazione, e tolsero quell’avanzo di ruggine che la denigrava. Talché i Siciliani si trovarono preparati a ricevere l’impulso elettrico della rivoluzione di Francia. Quelle idee che hanno oggi formato l’opinione generale del secolo, furono con sommo trasporto di compiacenza ricevute dappertutto e più che altrove in Sicilia, terra produttrice di fervidi ingegni; anzi il loro effetto sulla pubblica opinione fu quivi più rapido e veemente che altrove, perché la civilizzazione, che in altri paesi avea progredito per gradi, in Sicilia era stata come istantanea e per salto; e ben se ne videro gli effetti nel Parlamento in cui cominciossi a tenere un linguaggio fin’allora ignoto.

Ma la disposizione degli animi trovava un grande impaccio nell’interna disposizione de’ Parlamenti. Tale era l’avvilimento della nazione che non attaccandosi più veruna importanza al dritto di avere una rappresentanza in Parlamento, le città più distinte si credeano maggiormente onorale, dando la loro procura ai segretari del viceré, e le altre solean destinare per procuratori i loro avvocati, gente venale per mestiere, vile per abitudine, ambiziosa per necessità. Poco era da contare sugli ecclesiastici, promossi per lo più a forza di abbietti servizi; onde il governo non trovava per lo più resistenza che nel braccio de’ baroni, i quali, malgrado gli onori e le ricompense che si prometteano, e spesso si otteneano con tali turpissimi mezzi, nel totale formavano il braccio ossia camera men venale del Parlamento (71) . Ma a misura che le idee degli uomini si venivano sviluppando, si cominciò a vedere che l’importanza delle adunanze dipende più dal carattere delle persone che vi seggono, che da’ modi della loro composizione.

Nel Parlamento del 1798 il re chiese un donativo di ventimila once al mese, indefinitamente per tutto il tempo che durerebbero i bisogni. Ognuno conobbe che ciò volea dire annullare per la via di fatto il Parlamento e la costituzione: ciò malgrado il braccio demaniale si fe’ al solito un merito della passiva obbedienza. Ma gli altri due bracci non furono ugualmente docili, e respinsero assolutamente la proposta.

Era una delle principali leggi di Sicilia, che trattandosi di sussidi dovea concorrere il voto di due bracci: questa era stata costantemente in vigore ne' Parlamenti. Ciò malgrado il re con un dispaccio ordinò che avesse dovuto considerarsi come voto di tutto il Parlamento il voto del solo braccio demaniale, e si trovarono tre dei deputati del regno vili al punto di accingersi a dare esecuzione a quell'ordine. Essi spedirono in conseguenza le significatorie (72) a coloro che credeano debitori di quel dazio così illegalmente imposto. Ma quelle significatone furono lacerate in faccia a coloro che le recavano, e certo era allora per nascere un serio disordine, se il re, cacciato da Napoli e rifuggito in Sicilia, non avesse perduta per allora, se non la voglia certamente la forza di annientare la costituzione di Sicilia. Quindi fu revocato l'ordine, fu sanzionato, e si diede esecuzione allo statuto del Parlamento.

Il Parlamento del 1802 tentò di fare un colpo per riacquistare l'indipendenza del regno. Com’ era già prossimo il ritorno del re a Napoli, il Parlamento accordò un donativo di centocinquantamila once all’anno, da dover servire per lo mantenimento di una corte sovrana permanente in Sicilia; coll'espressa condizione, che non restando la corte non potesse esigersi il donativo. Il re sanzionò lo statuto, promise di adempire alla condizione, ed immediatamente sloggiò da Sicilia senza mantener la promessa.

I Siciliani atterriti dal sangue che in quei tempi si spargea a fiumi in Napoli, ebbero a soffrire quella bassa illealtà. Intanto il governo lasciato in Sicilia credè di assicurare il trono e la pubblica tranquillità stabilendo un sistema di terrorismo. I luoghi pubblici, le conversazioni, e fin le private famiglie erano invase di spie; le prigioni furono piene di supposti rei di Stato; il governo credea di veder dappertutto giacobini; quindi avvenne che si aprì una larga strada alla calunnia, e si offrì un mezzo agevole e sicuro alle private vendette. Chiunque volea soddisfare qualche privalo rancore contro di un altro non avea a fare che inventare una favola, che lo avesse visto a conversare con persone sospette, o leggere gazzette, o inteso parlar male del governo: tanto bastava perché quello sventurato venisse tratto in prigione ove non si pensava più a lui, e vi restava più anni, finché si inventasse qualche delitto di nuova specie per condannarlo. Fu esiliato una volta uno di tali giacobini, ed un suo amico fu condannato prò crebris conversationibus con lui; un altro fu deportato in un’isola prò lectura gazzettarum cum delectatione. Con un proclama si ordinò che nessuno si arrischiasse a portare barbette lunghe alle gote, e lunghi calzoni, i quali erano sicuri indizi di giacobinismo. Uno sventurato che fu visto in Palermo in tal foggia, forse perché non avea da pagare il barbiere, o da farsi altri calzoni, fu immediatamente posto alla berlina.

Tale era lo stato delle cose in Sicilia, quando il re, cacciato la seconda volta da Napoli (73) , quivi tornò. Si convocò allora il Parlamento del 1806, in cui il re non richiese che la conferma degli antichi donativi, senza esigerne de’ nuovi. Ma dopo quel Parlamento il re fu invaso dalla strana mania di riacquistare colle forze della sola Sicilia il regno di Napoli, che non avea saputo difendere con quelle di due regni.

E facea ben di mestieri allora di condursi colla massima destrezza e politica per indurre i Siciliani a fare straordinari sforzi per un’impresa contraria a’ loro interessi, perché il riacquisto di Napoli avrebbe fatto perdere alla Sicilia la sua indipendenza, alla perdita deità quale i Siciliani non hanno mai assentilo. Invece di ciò non si risparmiarono mezzi e violenze onde disgustare ed accrescere il rancore de’ Siciliani. I capitali del monte di pietà di Palermo, destinati a sovvenire ai bisogni degli infelici, furono appropriati dal governo; si infranse la fede pubblica, levando dal banco di Palermo il denaro, che i cittadini, sulla garanzia della pubblica autorità, vi aveano depositato; si tennero in confisca tutti i beni degli esteri amici o nemici; e tutto ciò balordamente si sprecava ad arricchire gli emigrati napolitani, le spie, ed una torma di fuorusciti e masnadieri, che per sottrarsi al rigor delle leggi, da Napoli venivano a rifuggirsi in Sicilia, ove trovavano stanze e ventura, lusingando la regina che coll'opera loro avrebbe presto riacquistato il regno di Napoli: intanto la maggior parte di essi erano spie del governo francese. Costoro, oltre di vivere a carico de’ Siciliani, aveano un’impunità di fallo de’ loro delitti; essi accrebbero le bande d’assassini; e per dar loro una sussistenza più agiata, la regina proibì ai magistrati d’inquirere sul corso della falsa moneta che circolava, che eglino quasi palesemente fabbricavano. Per mettere il colmo alle onte, alle ingiurie ed alle calamità de’ Siciliani, tutto in Sicilia si facea per mezzo de’ Napoletani; essi soli erano ammessi al governo; ad essi esclusivamente si conferivano le cariche, gli onori, le pensioni; il dileggiare la Sicilia era divenuto il gergo di corte; ed i Siciliani doveano tollerare che una mano di profughi senza merito, di spie e d’assassini arricchiti col loro sangue, dovessero trattarli da Sciti (74) .

Tale era la disposizione degli animi quando il re astretto dalla necessità convocò il Parlamento del 1810. Al generale disgusto, che non facea certamente presagire un esito favorevole in quel Parlamento pel governo, si univa un potente partito tra i cortigiani che mal vedeano il cavaliere de’ Medici ministro delle finanze, onde facea loro piacere che quel ministro avesse la peggio. Fu in questo Parlamento che si misero alla testé del partito popolare il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo: e certo la corte non potea trovare più inflessibili nemici.

Il ministro richiese un donativo straordinario di 360 mila once all’anno per quattr’ anni. Riunito il Parlamento, il braccio demaniale aderì al solito alla proposizione; ma nel braccio de’ baroni il principe di Belmonte mise avanti un nuovo piano di finanze divisato dall'abate Paolo Balsamo.

L’ignoranza della scienza economica, unita alla tarda convocazione del Parlamento ed alla brevità delle sue sedute, avea fatto sì che nessun Parlamento si fosse mai occupato di un piano regolare di finanze, ma ogni Parlamento accordava quel donativo che credea necessario, fissava la quota che ogni braccio dovea contribuire, e decretava le imposizioni onde dovea il donativo ritrarsi: la deputazione del regno ripartiva poi a tutti i feudatari del regno la quota che dovea contribuire il braccio militare, a tutti gli ecclesiastici quella del loro braccio, ed a tutti i possessori de’ beni allodiali la quota fissata pel braccio demaniale. Come i pubblici bisogni da più secoli a questa parte son venuti aumentandosi, così era ben raro il caso che il Parlamento non dovesse far nuovi donativi; quindi ogni Parlamento solea confermare gli antichi donativi, ed ove il pubblico bisogno il richiedea ne aggiugnea de’ nuovi. Da ciò nacque che si venisse cumulando nna gran quantità di donativi che si esigevano per conto dello Stato, molti de’ quali aveano particolari amministratori, conteggio particolare e dazi onde ritrarsi, e persone impiegate alla riscossione particolare. In seguito di questo disordinato sistema le finanze di Sicilia erano già divenute un caos in cui era impossibile di veder chiaro. I deputali del regno, in tre anni che durava il loro officio, aveano appena comincialo a mettersi a giorno delle cose: intanto il periodo della nuova carica spirava, ed erano loro sostituiti de’ nuovi deputati affatto ignari dello stato delle finanze, onde il disordine si accrescea di giorno in giorno, e per quella orrenda confusione la riscossione de’ tributi era tarda ed onerosa. Da una mano si era formato un debito immenso, senza sapersi chi fossero i debitori; e dall’altra veniva facile ai particolari amministratori di favorire alcuni contribuenti ed opprimere gli altri.

La mostruosa divisione del Parlamento in tre camere facea si, che per lo più i baroni si metteano d’accordo cogli ecclesiasliei e sagrificavano il popolo caricando sul braccio demaniale la maggior parte del peso. Si aggiunga a ciò che i baroni venivano tassali secondo un catasto de’ feudi fatto in tempi in cui essi valeano la decima parte di quel che valeano al 1810, e che i depu, tali del regno erano per lo più scelti fra’ più distinti baroni, che sempre si usavano de’ riguardi scambievoli; perciò il popolo ed i piccoli possessori pagavano assai più de’ grandi proprietari.

Il piano di Balsamo, messo avanti nel braccio de’ baroni, si [1810. ] riducea ad abolire tutti i donativi che si erano fin' allora pagati e tutte le gravezze dirette sui fondi e sulle rendite, fare un nuovo catasto di tutti i fondi e rendite di qualunque natura, ed imporre il dazio del cinque per cento sulla rendita di ognuno, fosse feudale o no, lo che si calcolò che sarebbe stato equivalente alla somma di tutti i precedenti donativi e ad un nuovo sussidio di centocinquantamila once all’anno, che il Parlamento dava al re. Per tal modo veniva a togliersi l’immensa confusione delle finanze ed i pubblici pesi venivano a ripartirsi in proporzione della ricchezza d’ognuno.

Non saprebbe dirsi se in quella occasione era più da ammirarsi il senno ed onoratezza di quei baroni che proponeano un tal piano, o la stupida malvagità del ministero che vi si opponea. È certo che se i baroni avessero aderito al progetto del ministero di aggiungere un nuovo donativo agli antichi, la quota d’ognun di loro sarebbe stata assai minore di quanto venne ad importare il cinque per cento sulla loro rendita al 1810. I baroni ebbero la maggiorità, il braccio ecclesiastico si unì a loro, onde il piano di Balsamo fu conchiuso nel Parlamento, malgrado che la regina non avesse lasciato mezzo alcuno di seduzione intentalo. Ma non si può lottare contro il torrente dell’opinione generale. Furono viste in quell’occasione delle dame entrar nelle camere del Parlamento, e far cuore colla loro efficacissima approvazione al partito popolare (75) .

Nulla può esprimere la rabbia della regina e de’ ministri napoletani. Se il Parlamento di Sicilia era sempre stato per essi oggetto d’invidia e di rancore, questi sentimenti si accrescevano a misura che il Parlamento acquistava più importanza e maggiormente resistea al loro dispotismo. Laonde non si fece più un mistero della veduta di spogliare colla forza i Siciliani della costituzione.

Era allora la casa del principe di Belmonte il punto di riunione della fazione popolare. Ivi una sera rapportandosi le minacce della regina, taluno consigliava quel principe a non esporsi più oltre all’ira di una donna che non conoscea limiti nella vendetta, e il cui sdegno potea portar la sua rovina e quella di coloro che lo seguivano. Su queste stesse rovine, rispose egli, innalzerò il trionfo della causa comune; il dado è tratto; il pomo della discordia è gittato; il tempo e la buona ventura faranno il resto (76)

Il coraggio del principe di Belmonte e di tutti i buoni era accresciuto dal partito de’ cortigiani nemici del de’ Medici, dal duca e dalla duchessa d’Orleans, che aveano caldamente sposata la causa popolare, e da Tommasi, che si era loro strettamente, ma celatamente collegato per personale inimicizia con Medici, il quale per invidia e gelosia lo avea allontanato col finto onore di una carica diplomatica di puro nome.

Conchiuso in quel modo il Parlamento, il re ne rimise gli alti ad una giunta de’ primi magistrali del regno, per esaminare se in forza delle leggi del regno avea il re dritto di accettare in parte, ed in parte modificare o alterare le proposte del Parlamento. Ciò fu generalmente riguardato come una violenza; e lo era infatti. Si erano qualche volta rimesse all'esame di un corpo di magistrati le proposte di leggi fatte dal Parlamento; ma non vi era stato mai esempio, che le proposte de’ sussidi fossero state in guisa alcuna alterate o modificate. Accordare al supremo potere il dritto di modificare tali proposte, sarebbe stato lo stesso che annientare la costituzione. Pure quei vilissimi magistrali non arrossirono di tradir l'onore della carica e i dritti della loro patria, rappresentando tutti (eccetto il marchese Ariate) che il re era autorizzalo dalle leggi del regno a modificare ad arbitrio suo qualunque proposta del Parlamento. Costoro furono Emmanuele Parisi, il marchese Cardillo, il marchese Ferreri, Giacinto Trojsi Napoletano, Carlo Averna duca di Gualtieri, e Francesco Pasqualino; oltre al marchese Anale che fe’ solo una sua consulta a parte contraria al voto degli altri.

Se mancassero le prove dell'estrema corruzione ed ignoranza del foro siciliano in questi infelici tempi, il predetto voto dei principali magistrati del regno ne sarebbe una delle più luminose, e i nomi de’ predetti cinque giurisperiti meritano di essere trasmessi con orrore ai posteri per servire di disprezzo e di esecrazione alle future generazioni.

Ma quella consulta non servì che a coprire d’infamia coloro che la scrissero. La regina ed i ministri napolitani ne menarono un momento di trionfo, ma poi spaventati dal contrario partito, che formava già pressoché la totalità della nazione, e più che ogn’altro scossi dalle ragioni del duca d’Orleans, non ebbero coraggio di farne uso: ma la regina richiese in iscritto i sentimenti del principe di Belmonte e di Tommasi ai quali finalmente aderì; e promise di sanzionare la proposta del Parlamento e di fare un cambiamento nel ministero, promovendo e facendo entrare in Consiglio alcuni Siciliani.

La Sicilia deve una eterna riconoscenza al duca d’Orleans ed al principe di Belmonte, ai quali veramente si deve l’aver allora salvato la costituzione del regna Apparve da indi a non mollo la desiderata sanzione, per la quale si accettava il donativo offerto dal Parlamento, e si rimettea ad un nuovo Parlamento la modificazione delle condizioni e del modo di esigersi. Per finger poi di contentare i Siciliani con ammetterne alcuni al ministero furon fatti consiglieri di Stato il principe di Butera ed il principe di Cassaro siciliani, Medici e Migliorini napoletani; Emmanuele Parisi siciliano fu fatto segretario di Stato, ed un' altra segreteria di Stato fu data al principe di Trabia siciliano; Tommasi, che s’intendea far passare come semisiciliano fu fallo direttore della segreteria di finanze. Un tal cambiamento lungi di contentare non servì che ad inasprire i Siciliani. Si voleano generalmente a parte del governo de’ Siciliani; ma non quei Siciliani i quali non godeano né meritavano la pubblica opinione. Butera sarebbe stato o ignoto o malveduto in Sicilia se il caso non lo avesse fatto nascere il primo fra i signori titolati del regno. Ma la sua condotta, i suoi talenti, le sue virtù non furono mai corrispondenti all’elevatezza del suo rango: magnifico ed oltremodo liberale delle sue facoltà, avea avuto una grande influenza nella plebe palermitana, onde godea di una certa opinione fra' ciurmatori e gli scrocconi che ammetteva in gran numero alla sua tavola; ma questa bassa popolarità l’avea interamente perduto, prestandosi vilmente a tutti i voleri della corte. Trabia era allora ligio idella regina, perché si era lasciato illudere dalle sue carezze, e perché le avea dato ad imprestilo mollo denaro, e temeva di perderlo se la disgustava: tanta poca fiducia godea allora il governo che, questa stessa circostanza che in Inghilterra avrebbe reso la corte dipendente da Trabia, in Sicilia rese Trabia dipendente dalla corte! Il principe di Cassaro fu sempre un camaleonte politico; e Parisi zotico, tristo, villano, oltre di essere stato il compagno ed il direttore di Speciale nelle tragedie di Napoli del 1799, di nuova infamia si era coperto coll’essere il primo a sottoscrivere l'indegna consulta contro il Parlamento.

Il principe di Belmonte, che in quella occasione tanto avea meritalo della patria, non ebbe che uno sterile biglietto di complimento dalla regina, che fuda lui ricevuto, come infatti era, per un insulto di più! Ciò malgrado tanto egli reclamò, che ottenne un dispaccio reale, in cui il re dichiarò che con quella sanzione non avea preteso di alterare le inveterate costituzioni di Sicilia, protette sempre e sostenute dall’autorità del trono.

FINE DEL CAPITOLO QUINTO.


Capitolo VI

Secondo Parlamento del 1810. —Imbarazzo del governo. — Imposizioni arbitrarie. — Condotta de’ Siciliani. — Memoria de' baroni. — Maneggi del governo. — Consulta della deputazione del regno. — Arresto de baroni.

Il Parlamento del 1810 sarà sempre memorabile negli annali di Sicilia, perché dimostra il gran progresso che la nazione in pochi anni avea fatto; e da quel Parlamento in poi il popolo siciliano, non più oppresso dall'ineguale ed ingiusta ripartizione de’ pubblici pesi, cominciò a respirare nuove aure di vita; talché d’allora in poi la nazione cominciò a mostrare mollo interesse nelle risoluzioni del Parlamento.

Era già molto tempo che il Parlamento veniva riguardato come una pomposa mostra, della quale non si faceva alcun caso: e se i baroni non avessero avuto un personale interesse alla conservazione delle prerogative nazionali, il popolo già da lung'ora se ne sarebbe lasciato spogliare. E tale era la preponderanza che i baroni aveano acquistalo in quell'assemblea, e tale spirito di privato interesse eran soliti dimostrarvi, che forse non sarebbero mancali degli imprudenti che avrebbero gioito per quell’avvenimento. Ma bastarono al 1810 pochi uomini onesti e coraggiosi a svegliare la nazione e comunicare agli altri la loro energia, ed a restituire la sua importanza al Parlamento. Basterebbe questo solo tratto della storia di Sicilia a mostrare l'utilità e la necessità ne’ governi costituzionali di un corpo intermedio i cui membri sieno ereditariamente interessati alla conservazione della Costituzione. Quali che fossero i talenti, le virtù e la privala condotta degl’individui che lo compongono, tutto il corpo avrà sempre quella superiorità d’animo e quella indipendenza che dà il pregiudizio della nascita unito agli averi.

Rimessa l’emenda di alcuni articoli del passato ad un nuovo Parlamento, la zuffa si appiccò di nuovo; ma lo stato dei due partiti avea cambiato di aspetto. Veramente, se si considera la quistione, essa pigliava la sua importanza dall’estrema odiosità che si era attirata il governo. Dovendosi trattare non della quantità del sussidio, che era già fissata, ma della forma della riscossione, una tal quistione pochi anni prima non avrebbe avuto luogo, ma allora, essendosi già messi su, ed avendo il Parlamento già levata la cresta, il principe di Belmonte, il principe di Villafranca, il principe di Castelnuovo e gli altri capi del partito popolare voleano contrastare il terreno palmo a palmo (77) .

Tommasi, che non ha mai avuti princìpi, o li ba sempre smentiti (78) , e il principe di Cassare, appena ottenuto ciò che desideravano, disertarono vilmente dal buon partito. La condotta di Tommasi non Te’ impressione nel pubblico, perché da uno straniero elevato alle cariche di stato per mezzo della furberia e dell'intrigo, non ci era altre da aspettare, e perché in pubblico figurò egli sempre da cortigiano, e la sua aderenza al partito popolare era stata occulta. Ma il cambiamento di Cassare fu considerato generalmente come un tratto incompatibile col carattere di persona ben nata.

Si aggiunga a ciò, che la corte esaurì tutti i mezzi e le illegalità che la forza o la seduzione possono suggerire peravere la maggiorità nel Parlamento. Era capo del braccio demaniale il principe di Cutò, pretore di Palermo, al quale contro tutte le leggi si eran fatte dare quindici procure delle città, talché avea egli solo quindici voti, ciò che veniva allora assai facile, essendo tutti i Comuni sotto la immediata preponderanza del tribunale del real patrimonio, composto di magistrati venduti al governo. Cutò è uomo di tanto poca capacità, che i ministri non fidandosi della sua intelligenza fecero mettere dietro alla sua sedia un uomo oscuro, venduto a Tommasi, il quale, senza essere membro della Camera, si facea star lì per far alzare ed abbassare il capo a Cutò a guisa di burattino. Talché quando il principe di Delmonte, inteso di quella ridicola violenza, entrò nella Camera e ne fece uscire colui, Cutò trovossi ben imbarazzato; ma come di colali uomini ivi non ne mancavano, egli trovò facilmente chi lo guidasse.

Le camere del Parlamento erano piene di spie, che andavano e venivano dal real palazzo per informare la regina di ciò che ognuno dicea: con tali mezzi il governo finalmente ottenne che fosse sfigurato il piano di finanze conchiuso dal precedente Parlamento. Mentre nelle Camere si votava, la regina, informata dalle spie dello stato delle votazioni, dicea: Sto pestando Belmonte in un mortajo. La donna, anche vestita del supremo potere, non lascia mai la debolezza e la rabbia propria del sesso.

Il partito popolare fu battuto, ma coloro che lo componevano guadagnarono nella pubblica opinione. Dappertutto in Sicilia si facea plauso alla loro condotta; e con quanto disprezzo ed abominiosi parlava generalmente de’ partigiani del governo, con tanta lode ed ammirazione si parlava degli oppositori benché vinti.

Il trionfo però della corte fu apparente cd infruttuoso; perché il donativo di trecenlosessantamila once all’anno, richiesto dal ministero, era assolutamente necessario per sostenere quel pazzo sistema di prodigalità. Intanto il Parlamento non ne avea dato che centocinquantamila, e, semplificato il sistema delle finanze, non era più sì facile ricorrere alle solite frodi onde esiger di più; perciò la corte, non volendo restringer le spese, trovossi nello stesso imbarazzo di prima.

L’esperienza de' due Parlamenti del 1806 e 1810 abbastanza persuadeva i ministri che era impossibile il trar nuovi tributi con mezzi legali; laonde si osò per la prima volta in Sicilia di far ciò, che sommi ed audacissimi re non aveano mai tentato: s’invase la proprietà del suddito, levando tributi senza consenso del Parlamento.

Il Consiglio di Stato in cui passò questo violentissimo decreto fu composto dal principe di Butera siciliano, dal principe di Trabia siciliano, e da Tommasi, Migliorini e Medici napolitani; il solo Medici fu di contrario avviso, o perché ne prevede» [1811. ] le funeste conseguenze, o perché credea con ciò di procacciarsi la pubblica opinione, o, come è più probabile, per dare al suo nemico Tommasi una risposta per le rime, lasciandolo nèll'inviluppo in cui lo mettea il vóto delle finanze.

In seguito delle risoluzioni prese in quel consiglio, il giorno 14 di febbraio 1811 apparvero tre proclami. Col primo si dichiaravano proprietà del re i beni degli ecclesiastici e de’ Comuni, e quindi si mettevano in vendita; col secondo si faceva una lotteria degli stessi beni, e si stabiliva il prezzo de’ biglietti a dieci once per uno; col terzo finalmente si imponeva il dazio dell’un per cento sopra tutti i pagamenti di qualunque natura (79) .

L’arcivescovo di Palermo, monsignor Mormile napoletano, giunse alla bassezza di chiamare in sua casa un congresso di teologi e dettar loro una dichiarazione, che l’appropriazione de’ beni ecclesiastici non si opponeva alle leggi della Chiesa. I biglietti di quella lotteria furono dati ai vescovi, ai magistrati ed a tutte le persone in carica per distribuirli. Molti vescovi li diedero a forza a tutto il clero ed alle opere pie delle loro diocesi; venne facile a’ magistrati il dar la loro porzione agli avvocati e causidici da essi dipendenti. Ma tra i baroni non andò del pari la bisogna: la maggior parte si negò a pigliarsene, e fra costoro il principe di Belmonte che ne ebbe offerti dieci rispose: Se S. M. vuol cent’oncie in dono non ho difficoltà a dargliele, ma non sanziono col fatto una violenza, pigliandomi quei biglietti. Il principe di Castelnuovo ricusandoli, disse: che non conoscea in Sicilia altra via di esiger danaro dai sudditi che il Parlamento; ed il duca d’Angiò diè la concisa risposta: Questo giuoco non mi piace.

Intanto il rancore prodotto da quelle misure violenti era universale ed estremo, e generalmente, parlandosi della lotteria de’ beni degli ecclesiastici, si dicea di essersi dal governo fatto verificare ai dì nostri il detto di Gesù Cristo: Diviserunt sibi vestimenta mea et super vestem meam miserunt sortem.

Già da molto tempo il re, sia che il baratro che era per aprirsi sotto i suoi piedi lo avesse spaventato, sia che avesse voluto far cadere l’odiosità di quelle misure addosso alla regina ed ai ministri, si era, almeno apparentemente, ritirato dagli affari, e menava una vita solitaria alla sua real villa, la Favorita. In quella solitudine, volle egli fare gli esercizi spirituali, e scelse per predicatori due padri gesuiti, uno de’ quali, detto Strasoldi, piacque a segno a S. M. che lo volle per suo confessore. Il re mostrò al suo nuovo confessore degli scrupoli per l’appropriazione de’ beni degli ecclesiastici. Strasoldi rispose, che anni prima, trovandosi in Venezia, avea pubblicato un’opera sull’inalienabilità de’ beni della Chiesa, onde in quel momento avrebbe tradito la santità del suo ministero, se avesse dato a S. M. un consiglio diverso da ciò che egli avea sostenuto in quell’opera. Gli scrupoli del re, accresciuti dalle insinuazioni del confessore, diedero dell’imbarazzo alla regina ed ai ministri; ma come quel padre indi a pochi giorni morì in poche ore d’una violenta colica, restarono tranquilli i cortigiani, ma non restarono tranquille le menti degli uomini sulla causa di quella morte.

Non istavano intanto oziosi i capi del partito popolare. Erano stati avvisati da buon canale, Bel monte e Castelnuovo, di ciò che si era stabilito nel consiglio del re; e sin d’allora si erano preparali alla difesa. Disposero eglino una memoria da farsi sottoscrivere a quanti più baroni si potea, per presentarla alla Deputazione del regno. Eccone il tenore:

«I baroni parlamentari qui sottoscritti si trovano costretti a dalla pubblicazione dell’editto reale de' 14 febbraio 1811, che impone la ritenzione dell'un per cento su tutti i pagamenti, d’indirizzarsi all'illustrissima Deputazione del regno, alla quale è affidata la custodia de’ privilegi nazionali, e di pregarla a deporre a piè del trono le loro rispettose e giuste rimostranze. Da parecchi secoli, senza alcuna interruzione, e sotto le diverse a dinastie de’ suoi re, il popolo siciliano non ha mai conosciuto altro mezzo di somministrar danaro al trono reale se non quello dei donativi approvati da’ suoi rappresentanti riuniti in Parlamento. S. M., il re attuale Ferdinando III, ha prescritto egli pure l’osservanza di tal metodo al pari dell’augusto suo genitore Carlo III. S. M. è stata così scrupolosa di osservarlo sino a questo momento, che nel mese di agosto dello scorso anno essa convocò il Parlamento unicamente per modificare il ripartimento delle tasse accordale in una precedente sessione, tenuta al 5 febbraio dello stesso anno.

«I sottoscritti non possono comprendere in vista delle stesse ragioni allegate da S. M., come mai essa sia stata indotta ad a allontanarsi dai princìpi che avea così fedelmente seguitati.

«Come! se il regno è di nuovo minacciato da una invasione nemica, se le rendite e le spese non sono in equilibrio, e che i ministri abbiano bisogno di un nuovo sussidio, perché S. M. non ha avuto la condiscendenza, come ha sempre fatto, di confidarsi a’ suoi fedeli sudditi in Parlamento? Subito che piacerà a S. M. di riunirli, eglino si affretteranno di prendere i bisogni «attuali nella più seria considerazione, eglino mostreranno sempre lo stesso zelo pel bene pubblico, e dobbiamo aspettarci per parte de’ medesimi che saranno fatti i più generosi sacrifizi. I baroni sottoscritti non dubitano che l’illustrissima deputazione del regno (considerando l'importanza e l’estensione delle sue a funzioni) non ponga innanzi al nostro giusto sovrano l’espressione delle loro inquietudini. Essi pregano ugualmente l’illustrissima Deputazione di offerire a S. M. la più costante assicurazione della loro inviolabile fedeltà per la sua persona» (80) .

La corte intanto informata che quella memoria veniva a folla sottoscritta da’ baroni residenti a Palermo, non lasciò mezzi intentati per frastornarne la sottoscrizione e la presentazione. Violenze di nuovo genere furono messe in opera. Si fece ancorare nella rada di Palermo un legno da guerra, e a tutti si dicea che quel legno fosse destinato ad esportare coloro che avrebbero sottoscritto quella memoria, i quali tutti doveano essere relegati. Francesco Pasqualino, avvocato fiscale della gran corte, giunse a minacciare il parroco Tasca, confessore del principe di Lampedusa, di arrestarlo, se non distoglieva il suo penitente dal sottoscrivere cogl’altri baroni quella carta. Molto interessava il governo che quel signore non avesse cogli altri sottoscritto quella memoria e non le avesse dato maggior peso col suo nome, essendo egli rispettatissimo in Sicilia per la sua età, per la sua nascita, per le sue dolci maniere ed esemplari virtù, e per gl’illibati costumi suoi. Ma il principe di Lampedusa non aspettò l'invito e si recò un de’ primi a casa il principe di Belmonte per sottoscrivere la memoria.

Malgrado le minaccie del governo quella memoria venne sottoscritta da quasi tutti i baroni residenti in Palermo, eccetto i deputati del regno, e coloro che aveano cariche del governo; ma fra costoro il principe di Cassaro scrisse un biglietto al principe di Belmonte in cui dichiarava che la sua carica di consigliere di Stato gli proibiva di sottoscrivere quella carta, ma che altamente l’approvava.

Per dar tempo a tutti quegl’indegni maneggi ed impedire quanto più si potea la presentazione della memoria, si ordinò alla Deputazione del regno di non adunarsi. I deputati lunga pezza obbedirono, ma pressati dagli affari dovettero finalmente riunirsi, ed i baroni lor furono alle spalle. Se una scena tanto seria fosse capace di ridicolo, ciò che accadde lì entro, prima di sopragiungere i baroni colla memoria, sarebbe stato degno soggetto pel Goldoni. I deputati erano timidi e confusi, e non sapendo quel che si fare, stettero lunga pezza senza sedersi, tenendosi in un canto a zuffolare l’un l’altro negli orecchi. L’avvocato Gaspare Denti, che era lì in qualità di assessore della deputazione, non sapea capire perché non sedessero, e per qual ragione non si cominciasse a parlare di affari; quindi ne richiese al principe di Torremuzza, che ansante e costernato, gli rispose che non avea testé da parlar d’affari, perché temeano che sopragiungessero i baroni colla memoria: e bene, gli disse colui, se vengono, a che monta che vi trovino in piè o seduti?

Pochi istanti dopo si presentarono. Il principe di Villafranca, come più antico per titolo, prese la parola dicendo: «Signori: in nome de' baroni del regno vi presentiamo questa supplica diretta al trono contro la tassa dell’un per cento, come contraria agl’inveterati privilegi della nazione, perché imposta senza il consenso del Parlamento. Evi preghiamo, e confidiamo che e vorrete prenderla nella più seria considerazione e sostenerla con quell’ardente zelo che si conviene ad un corpo ragguardevole, il cui primario istituto è quello di custodire e difendere i dritti e le preeminenze della patria». Il principe di Castelnuovo soggiunse che raccomandava loro quel foglio, che essendo originale, era della massima importanza.

I deputati del regno accolsero quei baroni colla massima urbanità e decenza, e risposero che avrebbero tenuto in considerazione quella supplica: ma indi a non molto si coprirono d’infamia sottoscrivendo una rappresentanza al re, nella quale dichiaravano che coll'imposizione arbitraria dell’un per cento non si erano violate le leggi del regno. In seguito della quale rappresentanza si diede un aspetto criminale alla supplica de’ baroni, e quindi si pretese di avere un dritto a punirli.

L’obbrobrio in cui i nomi di quei deputati passeranno alla posterità può essere in parte diminuito dal considerare, che quella rappresentanza non fu né scritta né risoluta dalla deputazione riunita, ma per quanto allora si disse fu scritta da un tal canonico Filipponi, il quale per tali servizi fu promosso alla carica di giudice della monarchia (81) . De’ deputati, monsig. Mormile arcivescovo di Palermo fu il primo a sottoscriverla, ed a brigare per farla ad altri sottoscrivere. La carta si tenne sempre in camera della regina, la quale chiamando a sé d’uno in uno. tutti i deputati, gli obbligava a sottoscriverla. Il cavaliere Errigo del Bosco fu il soloché si sottrasse all’ignominia, fuggendo da Palermo.

Avuta la rappresentanza della Deputazione del regno, la corte credè di avere acquistato un dritto a punire come perturbatori i principali fra quei baroni che si erano adoperati a far sottoscrivere la memoria (82) . La notte del 19 luglio 1811 fu dal principe ereditario, che allora comandava le armi, dato ordine a cinque uffiziali, tutti Napoletani, di mettersi alla testa di vari corpi di fanteria e cavalleria, e di arrestare il principe di Belmonte, il principe di Villafranca, il principe di Aci, il principe di Castelnuovo e 'l duca d'Angiò. Essi vennero in fatti arrestati nel cuor della notte, e condotti sul legno da guerra che da più giorni teneasi in rada. Quindi furono confinati in varie isole, e strettamente chiusi in quei castelli (83) .

È degno d'eterna lode il duca d'Orleans per ciò che egli operò in quell'occasione. Egli e la duchessa sua moglie non la sciarono mezzi e preghiere intentati per distogliere la regina da quel violento attentato, e quando tutto fu inutile, il duca si allontanò e non volle metter più piede a Palazzo. Seguito il fatale arresto egli si procacciò il mezzo di tenere una segreta corrispondenza col principe di Belmonte per fargli animo e coraggio, e trovò via come fargli giungere del conforti d'ogni maniera per render meno penosa la sua situazione (84) .

L'indomani dell'arresto di quei cinque baroni apparve in Palermo il seguente proclama: «S. M. essendo stata informata che in parecchie occasioni i sudditi infrascritti hanno dato delle manifeste prove di uno spirito fazioso e di una disposizione a turbare la tranquillità pubblica, dopo di avere maturamente deliberato sopra un simile atto di disobbedienza, ba ordinato l'arresto e l’esilio in varie isole delle seguenti persone, cioè il principe di Belmonte Ventimiglia, il principe di Villafranca, ch'è nello stesso tempo dimesso dalla sua carica a di colonnello dei dragoni del re; il principe d’Aci, ch'è riti mandato dal servizio come aiutante generale del re Ferdinando; il principe di Castelnuovo; ed il duca d’Angiò.»

Nulla può esprimere la sensazione che fece in Sicilia l’arresto di quei cinque baroni: nulla può dipingere lo stato di Palermo allo spargersi di quella notizia, al leggere quel proclama: si vedea dappertutto quella naturale insofferenza del giogo, quel fremere dell'oltraggiata ragione, quel silenzio che parla ed accenna; quel tacito sogguardarsi l’un l’altro, che tradisce il cor pregno di torbidi affetti e feroci. E come se qualche cosa mancasse a colmar la misura, del dispotismo ed a spingere i Siciliani alla disperazione, la regina, volendo unire alla violenza l'insulto, mentre il legno fatale che portava in esilio quelle infelici vittime, per mancanza di vento si tenea ancora nella rada, fece vedersi a passeggiare per le principali strade in aria trionfante. Sciaurata! Essa non sapea di esser quello l'ultimo de' suoi trionfi, e che già un braccio potente si stendea a vendicare l'oppressa Sicilia.

FINE DEL CAPITOLO SESTO.


Capitolo VII

Ragioni della condotta del governo inglese. — Arrivo di lord W. Bentinck in Sicilia. — Suo ritorno in Inghilterra. — Ritorna celeremente in Sicilia. — Sue prime operazioni e misure. — Ottiene le sue dimande.

Era sino a quel punto stata l’Inghilterra come indifferente spettatrice delle scene di Sicilia. Non è già che i ministri britannici fossero stati allo scuro di ciò che quivi accadea: eglino ne erano ben informati da tutti gli agenti diplomatici, da’ viaggiatori e da’ negozianti in Palermo, e soprattutto da’ Siciliani stessi, che si aveano procurato una corrispondenza in Inghilterra, e che ivi aveano fatto pubblicare sui giornali la memoria dei baroni e tutti gli avvenimenti di Sicilia. Ma il governo inglese avea credulo sino a quel punto di non avere un dritto a pigliar parte alle dispute di un principe alleato coi sudditi suoi; anzi il bisogno in cui era l’Inghilterra della cooperazione della Sicilia alla guerra comune, avea fin’allora fallo inclinare gl’inglesi al partito della corte, credendo che le ostilità de’ Siciliani contro il proprio governo nascesse da una ingiusta resistenza a far degli sforzi per la causa comune. Leckie (85) , Pasley (86) ed altri scrittori inglesi cominciarono a porre in luce lo stato di quelle differenze tra i Siciliani e la corte. Finalmente il governo stesso siciliano diede ali’ Inghilterra una ragione ed un dritto a pigliare una parte attiva nelle cose di Sicilia.

Era già qualche tempo che a manifesti segni la corte di Palermo mostrava un’avversione contro gli Inglesi, e cercava tutte le occasioni per disgustarli. Il dazio dell’un per cento era un grande incaglio a tutte le speculazioni di commercio, onde i negozianti inglesi stabiliti in Palermo e Messina cominciarono a querelarsene credendo di non dovervi andare soggetti, perché in forza de’ trattati erano obbligati a pagare solamente i pesi ordinari del regno. Alle loro lagnanze il ministro degli affari esteri, marchese Circello, rispose che i Siciliani soggiaceano in Inghilterra ai pesi stessi cui erano soggetti i sudditi inglesi, che lo stesso dovea essere per gli Inglesi in Sicilia, e se non ne restavano comenti potevano far valigia. Lo stesso marchese Circello insultò pubblicamente il console inglese dichiarando con dispaccio per lievi motivi che la corte non intendea più riconoscerlo, o per Io meno permettergli d’indirizzare le carte d’officio nelle solite forme. Con ugual disprezzo fu respinta la querela de' negozianti inglesi per una nuova tariffa stabilita per le dogane. La regina avea fatto armare certi legni da guerra, de’ quali avea il comando un tal Castrone, Napolitano, capo delle spie sue: questi legni, col pretesto di custodire il littorale, faceano i pirati; predarono infatti una barca inglese con un ricchissimo carico. Il padrone della barca, e tutti i negozianti inglesi se ne dolsero altamente, ma non si diè ascolto alle loro querele; e la barca fu appropriala. Insomma gl’insulti agli Inglesi camminavano a piè pari colle violenze ai Siciliani, e parea che gli uni e le altre avessero lo stesso scopo e la stessa causa motrice.

La condotta del governo siciliano verso gli Inglesi ed i sudditi, in un momento in cui tanta dipendenza dovea avere da entrambi, è certo un mistero inesplicabile, che, com'è naturale, diè luogo a mille sospetti e mille dicerie, sulle quali non potendo noi portare un fondato giudizio, ci limitiamo alla nuda esposizione de’ fatti e delle opinioni.

Il capitano Francesco Romeo in un’opera recentemente pubblicata a Londra (87) assicura come certi alcuni falli che tendono a render ragione della condotta del governo siciliano. Egli dice che dietro il matrimonio di Buonaparte coll’arciduchessa d’Austria, la corte di Palermo aprì per mezzo della nuova imperatrice una segreta corrispondenza con Napoleone, il quale disgustato da Murai, promise alla moglie che «se la sua buona zia avesse allontanato gl’Inglesi, ed avesse fatto introdurre in Sicilia le di lui armate, egli, non solo le avrebbe restituito il regno di Napoli, ma le avrebbe dato anche il marchesato di Ancona;» che dietro tale assicurazione la corrispondenza tra la corte di Parigi e quella di Palermo divenne più stretta; che Murat già inteso di ciò cercò per sé un appoggio negl’Inglesi e cominciò a tenere anch’egli una segreta corrispondenza coi generali inglesi in Sicilia; che con questa veduta Murat fece andare a voto la progettata invasione de’ Francesi; che per cacciare gli Inglesi da Sicilia si era da’ familiari della corte di Palermo ordita una congiura per introdurre le armate francesi in Sicilia e massacrare gli Inglesi; che egli stesso, Romeo, fu impiegato dai generali Maitland, Campbell e Dunkin a scoprire quella trama; che essendo egli venuto in cognizione che dai congiurali si aspettava un uffiziale superiore che dovea loro spedirsi dal general Manhes per ordine di Napoleone, fece introdurre fra i congiurati il signor Roquefeville, lenente al servizio inglese nel reggimento siciliano; che per tal modo i congiurati caddero nella rete, e scoprirono tutto il filo della trama; e, credendo che il Roquefeville era la persona che aspettavano, diedero perfino a quello la nota di tutti i capi della congiura.

Egli è il vero che il capitano Romeo non somministra altra prova di quei fatti che la sua asserzione, la quale non si sa quanto vaglia; né la sua opera è tale da conciliargli l’opinione de’ lettori; ma è ugualmente certo che nessuno allora in Sicilia ed in Napoli dubitava di ciò. E comeché sia facile il far credere al popolo le più assurde cose contro il governo, particolarmente quando esso è del governo malcontento, pure sarebbe pressoché impossibile lo spiegare la condotta della corte di Sicilia in quel momento verso gl’inglesi, senza ammettere un secreto appoggio ed una corrispondenza coi Francesi.

Concorre ancora a dar peso a tale opinione la positiva assicurazione del principe di Canosa che era l’Agamennone degli ultrarealisti e trova vasi allora in Sicilia, il quale in un suo scritto eroicomico assicura positivamente che una corrispondenza passava tra la regina e Saliceti per mezzo di un certo Cassetti (88) ; che sdegnalo di ciò il generale Stuart chiese di essere richiamalo; che a lui fu sostituito lord Bentink, il quale trovò i Siciliani irritati dall’impolitica arbitraria condotta del ministero, non meno che dalla stolta insolenza di quei Napoletani che dopo d’essersi colà condotti onde trovare rifugio contro la tirannide francese, in vece di buone grazie spiegarono odio e disprezzo verso i Siciliani (89) ; ma per sua modestia tace il Canosa, che di costoro egli era ben uno, anzi il principale. E soggiunge che i Francesi aveano un gran partito assoldato, al quale apparteneano taluni molto vicini alle reali persone (90) .

La congiura scoverta in Messina è un fatto certo; è certo ugualmente che i capi di essa erano persone confidenti del governo siciliano; che essi chiamarono la regina come autrice della congiura; e che il capitano Rosseroll, che fu condannato come complice a morir sulle forche, persisté sino all’ultimo fermo dicendo: Così mi abbandona sua maestà!! Che che ne sia, però è fuori d’ogni dubbio che il rancore de’ Siciliani in quel tempo era tale, che se l’Inghilterra non si fosse determinata a proteggerli, essi avrebbero accollo a braccia aperte qualunque invasore, che gli avesse liberali dalla tirannide sotto alla quale gemeano, e si sarebbero scagliati contro gl’inglesi, se questi continuavano ad essere indifferenti ai mali loro (91) .

Con queste vedute fu dal governo inglese spedito in Sicilia lord Guglielmo Bentinck col doppio carattere di ministro presso la corte e di comandante generale delle armi britanniche. Giunse egli in Palermo due giorni dopo l'arresto del cinque baroni, i quali già prevenuti del suo prossimo arrivo, videro in alto mare il vascello che recava il liberatore loro.

Lord Bentinck era stato pienamente informato dello stato delle cose di Sicilia dal generale Stuart, da lord Amherst e da vari altri individui, per mezzo de' quali i baroni siciliani teneano una continua corrispondenza coll'Inghilterra. Trovò egli peggio che non gli era stato riferito: sollecitato dunque dalle grida universali, animato da vera filantropia, non perdè tempo a reclamare per gli aggravi de’ Siciliani, e ad insistere per la loro riparazione. Scrisse al governo una nota officiale, parlò efficacemente colla regina e coi ministri contro i passi violenti ed impolitici della. corte, e particolarmente contro il dazio dell’un per cento; l’arresto de’ cinque baroni; il dominio e la troppa influenza de’ Napoletani; in somma contro tutto ciò di cui si lagnavano i Siciliani; e soggiunse che per queste ragioni prevaleva un generale ed acre disgusto nella nazione siciliana, non che verso il governo, ma verso l'Inghilterra che avrebbe potuto far vacillare la difesa e la conservazione del regno. Insinuò poi, anzi reclamò, i più adatti e pronti rimedi.

La corte credè di farsi beffe di lui pascendolo di vane speranze e procurando di sfuggire una conclusione come avea fatto coi precedenti ministri inglesi. Bentinck, non avendo potuto sulle prime ottenere risposta definitiva alle sue proposizioni, s’imbarcò all’istante e ritornò in Inghilterra per informare quel governo del vero stato delle cose di Sicilia ed ottenere la necessaria autorizzazione a quei passi energici che conveniva prendere.

Questo primo soggiorno di lord Bentinck in Sicilia non fu che di sei settimane circa. In questo tempo conversò poco, non trattò che il solo duca di Orleans e pochi altri del partito popolare, e mostrò la massima amicizia per le famiglie de’ baroni esiliali.

Intanto costoro mostravano nella prigionia quella serenità che è propria dell’innocenza, e quella grandezza d’animo che era loro propria. Il principe di Castelnuovo volea in tutti i conti esser nelle forme processalo e giudicalo dai magistrali; ed a tale oggetto mandò dal castello dell’isola di Favignana, ove era rinchiuso, un memoriale ai suoi parenti, insistendo che essi lo presentassero al re: ma costoro temendo l’estrema corruzione de’ magistrali non vollero mai presentare quel memoriale.

Durante la breve assenza di lord Bentinck fu scoperta la congiura di Messina, e quest’avvenimento confermò maggiormente l’universale opinione che il governo siciliano operasse di concerto coi Francesi, e che quella congiura fosse un passo disperato per evadere l’imminente invincibile tempesta.

A’ 6 dicembre 1811 lord Bentinck giunse per la seconda volta in Sicilia di ritorno da Inghilterra. Noi non sappiamo quali istruzioni abbia egli allora avute dal ministro inglese, e quali siano state le risoluzioni di un congresso di tutti i ministri di S. M. britannica, tenuto tostoché giunse in Londra lord Bentinck: possiamo però giudicare dalla rapidità con cui fece ritorno in Sicilia e dalle sue posteriori operazioni. E comeché avesse egli sulle prime tenuto il più profondo silenzio, pure i Siciliani aveano molta ragione di sperare fine lieto alle cose loro, considerando la precipitosa sua gita in Inghilterra ed il suo veloce ritorno in Sicilia. E concorreva ad accrescere il loro coraggio ciò che si leggea sui giornali inglesi, che dava chiaramente a divedere quali erano le disposizioni del governo inglese riguardo alle cose di Sicilia.

Il duca d’Orleans fu il primo a far travedere di che si trattava. Interrogalo egli da taluno, rispose: tutto va bene. Quindi si seppe che il ministro inglese avea dato a lord Bentinck facoltà illimitata da metter in uso a seconda delle circostanze; e che in un consiglio dei ministri tenuto a Londra prima del suo ritorno, il solo Perceval era stato ritroso a venire alle vie di fatto contro la corte di Sicilia, perché era stato ingannalo di buona fede; ma conosciuti i falli, volentieri si unì agli altri.

Lord Bentinck intanto appena fece ritorno in Sicilia, richiese formalmente che fossero allontanali dalla corte e dal governo tutti i Napoletani; che fosse cambialo il ministero ed il consiglio del re; che fossero richiamali dall’esilio i cinque baroni; che fosse abolito l’un per cento; che egli stesso fosse messo al comando dell’armata siciliana, e che fossero messe a sua disposizione tutte le forze della Sicilia: e perciocché il governo ricorse al solito miserabile espediente dei rigiri e delle evasioni, Bentinck pigliò l’energica risoluzione di sospendere il pagamento del sussidio che l’Inghilterra pagava alla corte di Sicilia. La regina che in quei tempi figurava come capo del governo, comeché scossa da questo passo, cercò di darsi coraggio, ed incaricò il marchese Tommasi di fare riforme e restrizioni tali nelle spese dell’erario da compensare il vóto cagionato dalla mancanza del sussidio inglese. Eseguì infatti colui l’incarico, ma il piano da lui progettalo fu trovalo impraticabile. Ciò null’ostarne lord Bentinck non si rallentò dalle sue pretensioni; anzi pare, che in proporzione della durezza e degli ostacoli che incontrava, maggiormente si fosse ostinato: onde si recò al bosco della Ficuzza per procurarsi un abboccamento col re.

Continuando il re a far mostra di non ingerirsi nei pubblici affari, si era in quel bosco ritirato col duca d’Ascoli, e pochi altri confidenti e mostrava tanto mal talento ed abbattimento di spirito, che per non pigliare alcuna parte al governo rimandava indietro suggellale tutte le carte che gli s’inviavano. Si credea però di esser questa in realtà una scena combinala colla regina, per evadere le pretensioni del ministro inglese e tenerlo a bada con tanti andirivieni. Onde il re accolse con cortesia lord Bentinck, ma gli fece sapere per mezzo del duca d’Ascoli che non avrebbe avuto piacere che gli si parlasse d’affari; perciò lord Bentinck di malissimo umore tornò il giorno stesso in Palermo.

La regina intanto secondata e stimolata da pochi sconsigliati cortigiani che le erano vicini, o per impaurire lord Bentinck o per prepararsi alla difesa nel caso che egli avesse fatto uso delle forze, arringava continuamente gli uffiziali dell’armata, e particolarmente quelli de’ reali Paladini (92) ; teneva frequentemente Consiglio di Stato, si raccomandava a’ pochi baroni che le erano vicini, e chiamava e accarezzava i consoli degli artieri (93) . E tanto era pervicace la sua volontà di non contentare in cosa alcuna il ministro inglese,che, poco prima del ritorno di lord Bentinck, lungi di cambiare il ministero, come egli da prima avea insinuato, essa fortificò il governo esistente, promovendo a segretario di Stato il marchese Tommasi e il marchese di Castellantini, e fece consiglieri di Stato alcuni de’ suoi più fidi.

Lord Bentinck al suo arrivo dissimulò un tal disprezzo per le insinuazioni amichevoli della Gran Bretagna; ma al suo ritorno dalla Ficuzza, visto che tutti i mezzi tentati a far piegare il governo di Sicilia erano riusciti vani, fermo nel suo proponimento di chieder di più a misura che meno ottenea, aggiunse alle sue precedenti richieste la formale dimanda dell’abdicazione del re, e che i cinque baroni non solo fossero messi in libertà, ma che alcuni di essi fossero ammessi al ministero e nel Consiglio di Stato.

Respinta al solito questa dimanda, egli spedi ordine alle truppe inglesi di Messina, Milazzo e Trapani, di mettersi in marcia per Palermo, quindi si dispose «id abbassare le armi (94) , dichiarar la guerra, e partire per mettersi alla testé dell’esercito che marciava sopra Palermo. Prima però di partire si recò dal principe ereditario e gli parlò in questi sensi:

«Ho tentata ogni via per far intender ragione al re ed alla regina; ma tutto è stato inutile. Negli estremi casi bisogna ricorrere ad estremi rimedi. Io già parlo per mettermi alla testé della mia armata. Marcierò sopra questa capitale ed imbarcherò vostro padre e vostra madre per Londra. Voi regnerete se aderendo alle mie a domande vorrete essere l’amico della Gran Bretagna: altrimenti vi sarà pure una barca per voi; e la Gran Bretagna, che mira sempre a dar prove di giustizia e di lealtà, coronerà vostro figlio, e stabilirà una reggenza.»

A questi detti il principe impallidì, la regina ed i cortigiani tremarono. Si corse dietro a lord Bentinck pregandolo a sospendere la sua partenza, perché gli si accordava tutto. Il richiamo dei baroni dall’esilio; il comando dell’esercito conferito a lord Bentinck ed a’ suoi successori nella carica; l'allontanamento degli stranieri, e specialmente de’ Napoletani, dal governo, si accordarono senza contrasto. Ma si dibatté alcun poco per l’abdicazione del re, e per l’organizzazione del nuovo ministero. Finalmente lord Bentinck si contentò che il re invece di abdicare facesse il principe ereditario vicario generale coll’alter ego, e si dimettesse dal personale esercizio della sovranità. E per l’organizzazione del nuovo ministero, lord Bentinck determinò di occultarsene al ritorno de’ cinque baroni, perché intendeva ammettervi il principe di Belmonte ed il principe di Castelnuovo, della cui probità avea già la più vantaggiosa opinione.

FINE DEL CAPITOLO SETTIMO.


Capitolo VIII

Nuovo governo. — Nuovo ministero. — Progetto di riformare la Costituzione. — Ne è incaricato Balsamo — Disturbi di Palermo. — Il principe aderisce al progetto. — Disparere tra lord Bentinck ed i ministri. — Parlamento del 1812. — Lettera del principe vicario al re.

La formidabile potenza che aveano per quaranta e più anni esercitata la regina Maria Carolina d'Austria ed i Napoletani sopra la Sicilia, cadde come al tocco di una verga magica al principio del 1812 per dar luogo ad un governo tutto siciliano. Il giorno 15 gennaio 1812 il principe ereditario entrò nel possesso della carica di vicario generale del re suo padre; e tosto dopo lord Bentinck fu creato capitano generale dell’esercito di Sicilia.

Comeché la libertà de’ cinque baroni fosse stata la prima fra le dimande del ministro inglese, pure essa soffrì qualche ritardo. Primieramente i prìncipi di Belmonte e di Castelnuovo aveano fatto sapere a lord Bentinck di non ostinarsi intorno a ciò, per non fare che la corte avesse potuto mettere a profitto un tale impegno per non concedere altri articoli di più grave e generale importanza. Nel momento poi della loro liberazione altre dispute insorsero. Essi ed i parenti loro pretendevano che nel decreto della liberazione si fosse dichiarata la loro innocenza; ma il governo non volle indursi a confessare per tal modo la sua violenza, onde si stabilì che nel decreto si ordinasse di esser messi in libertà, senza far nessuna menzione né di grazia né di delitto, e che si riparerebbe al loro onore colla contemporanea abolizione dell’un per cento, e colla loro promozione a cariche e al ministero stesso.

Combinato così l’affare, gli esuli baroni ritornarono in Palermo. Il principe di Aci ed il principe di Villafranca essendo più vicini a Palermo tornarono i primi, e quasi privatamente; ma il ritorno degli altri ebbe un’aria di trionfo. Per alquanti giorni la strada da Palermo a Trapani fu ingombra di carrozze, lettighe ed altre vetture d’ogni maniera, piene di gente che andava loro incontro; ed accrebbe la comune letizia il veder contemporaneamente affisso l’editto per l’abolizione dell’un per cento (95) .

Belmonte e Castel nuovo il domane del loro arrivo in Palermo, complimentato pria il loro liberatore lord Bentinck, si recarono dal principe ereditario, il quale gli accolse colla massima urbanità e cortesia. Il principe di Belmonte gli parlò con molta eloquenza e franchezza, rammentando le passate cose. Il principe procurava di tagliare il discorso, e l’interrompea sempre dicendo che bisognava dimenticare il passato e riputar tutto nuovo; e li scongiurava a farsi vedere spesso da lui per aiutarlo de’ loro consigli e dell'opera loro nel governo della loro patria. Castelnuovo raccomandò a S. A. R. la necessità di convocar presto il Parlamento per riordinare lo Stato.

Lord Bentinck intanto non si addormentò. Malgrado l’accordo e la buona intelligenza che sembrava restituita tra lui e la corte, fece venire da cinque a seimila uomini tra fanteria e cavalleria, e trasferì da Messina a Palermo il quartier generale dell’armata inglese.

L’entusiasmo destato dal nuovo ordine di cose fu grande ed universale. I Napoletani, le spie, i cortigiani sentirono tutto il peso della pubblica indignazione. I più pericolosi ed odiati fra essi furono obbligati ad uscir dal regno. Furono privati di qualunque influenza i consiglieri di Stato nuovamente eletti, e malgrado che il principe vicario avesse avuto del|a ritrosia ad ammettere nel ministero alcun de’ baroni tornali dall’esilio, ed avesse cercato di mettere avanti difficoltà e procrastinare, pure alla fine dovette cedere alle istanze del ministro inglese.

Il principe di Belmonte fu fatto consigliere di Stato e ministro degli affari esteri: il principe di Castelnuovo ministro delle finanze: il principe di Aci ministro della guerra: ed il principe di Cassare, che in quel momento si trovava del partito popolare, fu fatto ministro di grazia e giustizia.

Organizzato per tal modo il nuovo ministero, si diè mano alla grand’opera della riforma della costituzione del regno. Sin da quando i baroni erano in esilio, lord Bentinck avea apertamente insinuato ciò al governo; ma non conviene credere che il ministro inglese si fosse indotto a ciò per solo principio di filantropia onde migliorare la condizione de’ Siciliani. Era questa una operazione politica. Intendea il governo inglese di attirarsi per tal modo gli animi dei Siciliani, e quindi chiudere qualunque strada ai Francesi. Avea per altro allora il gabinetto di Saint-James adottalo la politica di far la guerra a Buonaparte non colle armi, ma colla forza irresistibile delle opinioni e delle idee liberali. Questo fu il vero attacco al lato debole di Buonaparte; egli vi soccombè come vi soccomberanno sempre i governi stretti, che tentano di soffogar quei princìpi resi oramai comuni sino all’infima classe della società.

Con tali vedute lord Bentinck, fino dal primo colloquio con Belmonte e Castelnuovo, avea lor detto che fin’allora si era riparato un momentaneo abuso; bisognava da indi innanzi attaccare il male nella sua radice, facendo nella costituzione del regno tali riforme da render sicura la libertà del cittadino. Le vedute di lui erano perfettamente uniformi alle loro. Essi sin dal primo momento che erano entrati in lizza col governo, non aveano mirato ad altro che ad assicurare la libertà del loro paese, e rimettere la nazione siciliana nel godimento de’ suoi antichi dritti, togliendo gli abusi che tratto tratto erano venuti introducendosi nella costituzione. Infatti nelle controversie fra essi e il ministero, prima del Parlamento del 1810, essi aveano proposto al cavaliere Medici di accordare un donativo di duecentomila once perché si rimettesse il Parlamento annuale, ma il Medici che covava in cuore il disegno di levare anche il triennale, malgrado il bisogno dello Stato, non volle accettare quell’offerta. Quando poi que’ due signori ebbero aperta dal ministro inglese la strada per recare a fine il loro disegno, ghermirono con avidità la fortunata occasione di restituire al popolo siciliano le violate franchigie sue.

Convenuto l’affare, essi unitamente a lord Bentinck diedero all’abate Paolo Balsamo l’incarico di stendere il piano della costituzione, nel quale, per non incontrare difficoltà dalla parte del re e del principe vicario, si stabilì di farsi quanto meno innovazioni si potessero agli antichi statuti di Sicilia. Balsamo fece allora, ma con più senno, ciò che poco prima erasi fatto in Ispagna dalla commissione destinata dalle corti: riandare cioè tutte le antiche leggi, e scegliere quelle che fossero più confacenti all’oggetto. Laonde egli non fece altro che svolgere i capitoli del regno, pigliare i più interessanti, mettergli in ordine, e renderne l'espressioni più acconce alle moderne idee di dritto pubblico.

Balsamo pieno la mente della costituzione d’Inghilterra, che avea a fondo studiata nella sua dimora in quel paese, non si tosto ebbe esaminato i capitoli del regno di Sicilia, conobbe, che la differenza tra la costituzione inglese e l'originaria costituzione di Sicilia era effetto o dell’abuso, o dell’inosservanza di alcuni capitoli; laonde, ricondurre la costituzione siciliana al suo antico essere, ed adottare la costituzione inglese, non eran che due maniere diverse d’esprimere la stessa cosa. Il lavoro suo originale non fu che una serie di capitoli de’ re aragonesi Giacomo e Federigo II, ed Alfonso, de’ quali si dimandava l’osservanza. E sarebbe stato a desiderare per lo bene della Sicilia che quel piano si fosse adottato come nacque. Ma le circostanze particolari fecero che il lavoro di Balsamo dovette essere in parte riformalo dall’autore istesso e in parte ancora da altri sfiguralo.

Lord Bentinck frattanto pigliò su di sé l’incarico d’indurre il re e ’l principe vicario ad aderire alla riforma della Costituzione. Egli, conte sopra si disse, ne avea espressamente parlato assai tempo prima, ma avea incontralo delle forti difficoltà dalla parte della regina: talché un giorno che fu a trovarla alla campagna ove essa allora dimorava, essendo caduto il discorso intorno a ciò, in tono minaccevole le disse: «Madama, non v’è strada di mezzo; o costituzione o rivoluzione.» Combinate poi meglio le cose col principe di Belmonte, il principe di Castelnuovo e l'abate Balsamo, lord Bentinck persuase il re ed il principe vicario a non negarsi a ciò, mettendo loro in veduta, che quel passo avrebbe loro attirati gli animi de’ Napoletani e di tutti gli Italiani, e che ciò avrebbe loro facilitala la strada al riacquisto del regno di Napoli. Il re persuaso delle ragioni di lord Bentinck, non solo aderì alla proposizione, ma dichiarò che avrebbe avuto piacere che i Siciliani avessero adottato la costituzione inglese.

Recati frattanto a fine i lavori di Balsamo, il dì primo maggio si pubblicò l’ordine della convocazione del Parlamento. Nei due bracci, militare, cioè, ed ecclesiastico, il partito popolare non solo avea la maggiorità, ma gli aderenti della corte erano così avviliti, che non osarono far copia, di loro. Le procure delle città caddero sopra persone zelanti per quel partilo. Messina e Catania rinunziarono di buon grado all’infausto onore di dar la loro procura ad un impiegato del re, e scelsero per la prima volta un privato cittadino a loro procuratore. In Palermo però l’eccesso dello zelo per la causa popolare produsse un disordine, le cui conseguenze furono fatali (96) .

Il denaro versato in gran copia allora dall’Inghilterra in Sicilia, accrescendo la ricchezza, avea naturalmente fatto rialzare i prezzi delle derrate. La plebe, avvezza a riguardare come calamità l’alto prezzo delle grasce, ne mormorava. Al ritorno degli esuli baroni taluni del loro partito crederono di attirarsi maggior popolarità facendo una contribuzione per trarne un capitale con cui comprar frumento e farne pane per uso del pubblico. Pieni costoro delle stesse false idee della plebe, credeano che per tal modo il popolo sarebbe stato nutrito a mollo miglior mercato, che fin'allora non era stato. Quindi cominciarono ad accreditare tutte le dicerie e calunnie che si spargeano nel volgo contro il passato governo, che erano, com’è naturale, ricevute con a|plauso dalla plebe, e finalmente credute. E sino la gazzella di Messina giunse a pubblicare calunniosamente che il marchese Tommasi negli ultimi giorni del suo ministero avea rimandato delle barche cariche di frumento per affamare a ragion veduta il popolo. Al modo stesso si spargea per Palermo e si dava credito alla calunnia che il conte di San Marco, pretore, consumava il frumento per lo pubblico panificio quattr’once di più a salma del suo valore, e che poi dava sottomano alla regina il denaro che si traea da questo indegno traffico. Queste e simili altre grossolane menzogne, accresciute dallo spirito di partito, furono generalmente credule da un popolo avvezzo a non creder mai il prezzo delle grasce effetto naturale delle circostanze, ed a veder dappertutto frodi, malversazioni e monopoli.

Comeché il principe di Castelnuovo ed altri saggi fossero stati d'avviso che quella contribuzione era un passo impolitico, pure il torrente del pregiudizio fu irresistibile. Il fatto provò che le idee del principe di Castelnuovo erano giuste. La plebe aspettava molto, perché mollo le si era promesso; e nulla ottenne, perché nulla polea ottenere: il pane continuò ad essere dello stesso peso e qualità. Ma questa faccenda servì a far levare la cresta al popolaccio.

Era allora pretore in Palermo il conte di S. Marco, uomo che sedea male nella pubblica opinione. Era stato egli invaso dal partito popolare nel primo Parlamento del 1810; ma nel secondo si era ritiralo in campagna, e non avea voluto pigliar parte alla controversia. Spaventato dalle minacce della regina, fattegli giungere per via del colonnello Tschudy, non aveva voluto sottoscrivere la memoria cogli altri baroni, ed avea risposto: «Chiamatemi ad una rivoluzione e mi ci trovo, ma non voglio sottoscrivere un foglio che compromette senza profitto.» Questa risposta disgustò la gente; la corte gradì quella ritrosia, lo carezzò, lo distinse. Il re comeché ritirato alla Ficuzza lo vedea spesso, ed in quella occasione gli diè I ordine di S. Gennaro. In somma era egli tenuto per realista.

Era antica costumanza in Palermo che la città destinava per suo procuratore in Parlamento il Senato composto dal pretore e sei senatori, che tutti uniti avevano un sol voto nella Camera. Il Senato solea aver fatta quella procura dal Consiglio municipale della città, formato in gran parte dai capi delle corporazioni degli artieri, detti in Sicilia consoli. Ciò si era già ridotto ad una mera formalità; pure in quella occasione venne a taluno il ghiribizzo d’insinuare ai consoli che negassero il loro voto al senato di Palermo. Forse molti vi si prestarono per bizzarria ed inconsideratezza, credendo così d’infondere nel popolo una idea de’ suoi dritti, ma non mancò chi vi si prestò per vergognosi molivi di privata vendetta, e per farsi un nome ed un partito nella plebe. Certo si è che si riuscì a metter su i consoli contro il Senato, accreditando maggiormente tutte le calunnie che si erano sparse contro il pretore, e promettendo loro che si sarebbero rimessi i prezzi fissi ai viveri, e si sarebbero loro restituite tutte le pericolose prerogative che essi un tempo aveano goduto. La plebe, che si presta sempre al malfare, e mai al bene, ingalluzzita da tante promesse, il giorno in cui fu ragunato il Consiglio municipale, si negò rotondamente a dare il suo voto ai Senato.

Il solo principe di Castelnuovo trovò impolitici ed inonesti que’ maneggi. Egli non sapeva vedere in S. Marco altro delitto che quello di essere realista; ma egli dicea, dato anche che egli veramente lo fosse stato, e che ciò avesse potuto chiamarsi delitto, gli era comune con tanti altri che allora stavano in figura da Catoni, e che il fargli quell’affronto era il mezzo di farlo gittare nell’opposto partilo, come infatti poi avvenne. Ma scandalosamente egli fu il primo a calunniare il principe di Castelnuovo. Talché nel fallo colla sua posteriore condotta venne in parte a giustificare ciò che i cattivi e gl’insani aveano fallo contro di lui. Il conte di S. Marco e tutto il senato avendo ricevuto quell’affronto dovette lasciar la carica. In vece di lui fu scelto a pretore il principe di Lampedusa. Ma la plebe, una volta aizzata, non si addormentò. Il giorno appresso a quello in che entrarono in carica il nuovo pretore ed il senato, i ciurmatori si levarono a sommossa e cominciarono a saccheggiare le botteghe de’ venditori di grasce. Quello sconcerto però fu facilmente sedato. Quegli stessi scalzoni che soli vi aveano preso parte, tosto si rimisero in calma, e ’l popolo mostrò tutto il rispetto al principe di Belmonte, che cominciò ad arringare nelle pubbliche piazze per farlo tornare in calma.

Molte ciarle si sparsero allora sulla causa di quel movimento della plebe, di cui si pretese accagionare qualche occulta mano: e non è improbabile che vi sia stato chi abbia tentato di raccorre il frutto di que’ maligni semi sparsi nel popolaccio.

Quetato quel lieve disturbo, lord Bentinck ed i ministri pensarono d’aprir tosto il Parlamento. Le fatiche di Balsamo non erano ignote al principe vicario, perciocché ne era egli stato informalo dallo stesso lord Bentinck e dal ministero. Si era egli da prima allarmato a queste proposizioni, ed avea manifestalo agli stessi i timori suoi; che nel riformare la costituzione del regno non si desse in quei funesti eccessi di cui la moderna storia di Europa dà tanti esempi. Ma il ministro e lord Bentinck lo assicurarono che non si sarebbe proposto nulla al di là di ciò che prescriveano le antiche leggi del regno, e se qualche riforma sarebbe stata necessaria a farsi, ciò si sarebbe operato giusta la costituzione d’Inghilterra: al che anche il re avea aderito. E non solamente il re si mostrò allora contento che si adottasse in Sicilia la costituzione inglese; ma la regina stessa, dalla Ficuzza, ove allora trovavasi, scrisse delle lettere, nelle quali altamente lodava quella costituzione e mostrava il massimo godimento, che con una simile a quella, fosse stato il popolo siciliano esaltato e felicitalo. Per tal modo restò il principe persuaso; e il ministero credè che non facea più mestieri di dare agli statuti da proporsi in Parlamento la forma delle antiche leggi che si richiamavano in osservanza. Una volta che il re e il principe vicario aveano acconsentito ad adottare la costituzione inglese, miglior consiglio parve quello di dare al codice costituzionale una forma più semplice, ed apparentemente nuova, purché tutto fosse scrupolosamente uniforme alla costituzione inglese.

Comeché il cambiamento non avesse riguardalo che la sola esposizione e l’ordine delle leggi, essendo la sostanza di ciò che si dovea proporre, la stessa, pure ciò portò delle fatali conseguenze. Pochissimi sono gli uomini che giudicano delle cose di per loro stessi e ne considerano la realtà: la moltitudine ne giudica sempre o dalle apparenze, o dal nome, o da ciò che ne sente a dire. La voce pubblica, cui spesso si dà maggior peso di quello che merita, non è per lo più che un eco servile dei molti alle strette idee di pochi.

Se il Parlamento del 1812 avesse dichiarato di rimettere in vigore l’antica costituzione di Sicilia, invece di adottare la costituzione d’Inghilterra, comeché in realtà ciò fosse stato lo stesso, forse al 1815 non sarebbero nati tanti disturbi: al 1816 i Siciliani non se ne sarebbero lasciati spogliare; nel 1820 non si sarebbe gridato Spagna! Spagna! colla stessa leggerezza con cui allora si gridava Inghilterra! Inghilterra! e con cui il volgo forse diman l’altro griderebbe Tunis! Tunis!

Reso per queste ragioni il codice costituzionale in altra forma, una nuova disputa insorse tra i ministri e lord Bentinck sul modo con cui esso dovea adottarsi dal Parlamento. Era il ministero d’avviso che il principe vicario avesse dovuto presentarlo al Parlamento onde questo l’accettasse. La proposizione de’ ministri era fondata sull’antico uso de’ Parlamenti di Sicilia, e sulle attuali circostanze. Tutte le riforme essenziali fatte nella costituzione di Sicilia si eran sempre proposte dal re ed accettale dal Parlamento. Per tal modo erano state emanate le costituzioni di Federigo I, gli statuti di Giacomo e di Federigo II, le prammatiche sanzioni di Martino I, il codice di procedura d’Alfonso, e la prammatica della riforma de’ tribunali di Filippo II. Laonde il proporsi la costituzione dal principe, lungi di essere una illegalità, sarebbe stato un seguire fedelmente gli antichi esempi.

V’ha delle cose, dice a noi ministri,che le adunanze per sagge che sieno, non sono in stato di fare. Un’assemblea può discutere un piano e determinarsi ad accettarlo o ricusarlo; può progettare una legge isolata; ma un piano di leggi fondamentali che richiede una costante uniformità di disegno, di vedute, ed anche di elocuzione, non può farsi che da un solo, con largo e profondo studio. Lo spirito di contraddizione è naturale all’uomo, e mollo più dovea esserlo ai Siciliani appena emersi dallo stato di avvilimento in cui li avea gittati un prolungato sistema di abusi: questo spirito di contradizione era molto più da temersi in un popolo naturalmente dotalo d’ingegno e di vivacità, che sa dare un aspetto favorevole anche all’errore, che facilmente lo riceve e si trasporla nel sostenerlo, e nel quale lo spirito di cavillo e di versuzia era reso oramai abituale.

Malgrado colali ragioni, lord Bentinck non volle aderire al progetto de’ ministri. L’oggetto principale della sua missione, dicea egli, era la difesa dell’isola, onde egli avea fatto uso della forza per allontanarsi il re e la regina, perché dai precedenti fatti era venuto in chiaro che la loro ignoranza nel governo fosse incompatibile colla difesa del regno. Il migliorare la condizione dei Siciliani era un oggetto secondario, che indirettamente favoriva il primo; ma per questo ei non dovea aderire nulla al di là dell’insinuazione e dell’influenza. Con questo intendimento egli avea proposto la riforma della costituzione, e secondalo i nobili sforzi di coloro che miravano a ciò; ma dover scansare qualunque passo che avesse potuto far sospettare che la costituzione fosse stata data alla Sicilia con la punta della baionetta. «E la nazione «stessa,» disse egli a’ ministri, «che deve darsi spontaneamente la costituzione, senza che v’abbia alcuna parte l’autorità e molto meno la forza.» Cotali ragioni fanno sicuramente onore al cuore di lord Bentinck, ma non coonestano il suo sbaglio gravissimo di avere abbandonalo un affare di tanta importanza alla discrezione di un popolo inesperto. Senza prevedere che ciò dovea produrre una gran perdila di tempo, che avrebbe dovuto destinare ad agire più tosto che a discutere, e delle gravi dissidie di cui i comuni nemici eran per profittare.

Giunse intanto il giorno prescritto per la solenne apertura del Parlamento; ciò si fece nelle ordinarie forme; ma le circostanze, la disposizione degli animi, l’universale aspettazione che quel Parlamento dovea fissare un’era nuova e luminosa ne’ fasti siciliani, davano a quell'augusta funzione un’aria d’insolita importanza.

Il principe vicario salì sul trono, corteggialo da tutti i gentiluomini della camera del re: sui gradini del trono stavano assisi tutti i supremi magistrati del regno; a piè dello stesso, a destra i vescovi e prelati, a sinistra i baroni, ed a rimpello il senato di Palermo. La più cospicua nobiltà siciliana, ed un gran numero di distinti personaggi stranieri erano affollati sulle ringhiere. Un rispettoso silenzio regnava in quella sala, se non che negli occhi e nel volto di tutti tralucea la gioia, figlia della speranza di giorni più lieti.

L’arringa del principe fu degna della circostanza. In essa egli fe’ un quadro dello stato lagrimevole delle pubbliche finanze, esortò poi il Parlamento a por mano alla riforma delle leggi del regno, togliendo gli abusi che col volger degli anni s’erano introdotti nel governo.

Allo stesso oggetto, il principe di Castelnuovo, ministro delle finanze, presentò ai tre bracci, che allora solcano privatamente unirsi in casa del rispettivo capo, prima delle solenni discussioni, una memoria, nella quale dava un piano distinto dello stato delle finanze, ed insinuava poi le idee più sobrie e moderale circa alla riforma della costituzione.

Il Parlamento finalmente si adunò il giorno 20 luglio 1812 (97) . v’ha talora delle circostanze casuali, che producono grande effetto sullo spirito umano: di tal natura fu quella, che la riunione accadde nel giorno stesso in cui un anno prima erano stati arrestali i cinque baroni; onde nuovo spirito dava a quell’adunanza il pensare che quel giorno, che un anno prima parve di aver deciso della totale schiavitù de’ Siciliani, era poi un anno dopo destinalo a segnare l’epoca della loro libertà.

Nella prima seduta, che durò ventiquattr’ore di seguito, furono stabiliti quindici articoli, che dovean servire di base alla costituzione, i quali furono conchiusi ad unanimità di voti. Il tempo non fu perduto che nell’esposizione di essi e nelle imbarazzanti formalità usate negli antichi Parlamenti di Sicilia, per cui, per ogni parola che voleasi apporre o cambiare, doveano andare e venire più ambasciate solenni di un braccio agli altri due.

Gettate le basi della costituzione, due importantissime questioni si ebbero ad agitare nella seconda seduta, cioè:

1° Se dovea, prima di progredirsi più oltre, chiedersi la real sanzione di quei quindici articoli fondamentali.

2° Se a quest’oggetto era mestieri che il re desse un’espressa facoltà al principe vicario per farlo. Il Parlamento, pensando che tutta la costituzione dovea poggiar su quelle basi, e che cadutane una, perché non approvata dal re, l'edificio sarebbe ilo a terra, col dissenso di soli sei voli, determinò di chiedersi la sovrana sanzione a quegli articoli. Per un eccesso di cautela si volle anche che il principe vicario avesse chiesto al re una espressa autorizzazione e sanzione agli statuti del Parlamento.

Il principe vicario scrisse allora al re una lettera nella quale gli chiedeva l’espressa facoltà di sanzione a tutte le proposte del Parlamento, che sarebbero uniformi alla costituzione inglese; sotto alla quale scrisse il re di suo carattere: Essendo ciò secondo le mie intenzioni, vi autorizzo a farlo.

La lettera del principe vicario in un colla risposta del re fu transumala dal protonotaro del regno, e quindi nelle forme registrata ne' pubblici archivi. Il principe vicario, così ampiamente facoltato, sanzionò gli articoli stabiliti nel Parlamento, e la sanzione ne fu communicata con decreto de’ 10 agosto di quell'anno al Parlamento stesso (98) .

FINE DEL CAPITOLO OTTAVO.


Capitolo IX

Leggi fondamentali stabilite dal Parlamento per servire di base alla Costituzione.

ARTICOLO I.

La religione dovrà essere unicamente, ad esclusione di qualunque altra, la cattolica apostolica romana. Il re sarà obbligato a professare la medesima religione, e quante volte ne professerà un' altra, sarà ipso facto decaduto dal trono.

Placet R. Majestati.

articolo II.

Il potere legislativo risiederà privatamente nel solo Parlamento. Le leggi avranno vigore quando saranno da S. M. sanzionate. Tulle le imposizioni di qualunque natura dovranno imporsi solamente dal Parlamento, ed anche avere la sovrana sanzione. La formola sarà placet o veto, dovendosi accettare o rifiutare dal re senza modificazione.

Placet 'R. Majestati.

ARTICOLO III.

Il potere esecutivo risiederà nella persona del re.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO IV.

Il potere giudiziario sarà distinto ed indipendente dal potere esecutivo c. dal legislativo, e si eserciterà da un corpo di giudici e magistrali. Questi saranno giudicati, puniti e privali d’impiego per sentenza della Camera de’ Pari, dopo l’istanza della Camera de’ Comuni; come meglio rilevasi dalla Costituzione d’Inghilterra, e più estesamente se ne parlerà nell’articolo Magistrature.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO. V.

La persona del re sarà sacra ed inviolabile.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO. VI.

I ministri del re ed impiegati saranno soggetti all’esame e sindacatila del Parlamento, e saranno dal medesimo accusali, processati e condannali qualora si troveranno colpevoli conilo la Costituzione ed osservanza delle leggi, o per qualche grave colpa nell’esercizio della loro carica.

Placet' R. Majestati.

ARTICOLO. VII.

Il Parlamento sarà composto di due Camere, una detta de' Comuni, ossia de’ rappresentanti delle popolazioni, tanto demaniali che baronali, con quelle condizioni e forme che stabilirà il Parlamento ne’ suoi posteriori dettagli su questo articolo. L’altra chiamala de’ Pari, la quale sarà composta da tutti quegli ecclesiastici e loro successori, e da tutti quei baroni e loro successori, possessori delle attuali Parie, che attualmente hanno diritto di sedere e votare nei due bracci ecclesiastico e militare, e da altri che in seguilo potranno essere eletti da S. M., giusta quelle condizioni che il Parlamento fisserà nell'articolo di dettaglio di questa materia.

Placet 'R. Majestati.

ARTICOLO VIII.

I baroni,come Pari,avranno testaticamente un sol volo; togliendosi la moltiplicità attuale relativa al numero delle loro popolazioni. Il protonotaio del regno presenterà una nota degli attuali. baroni ed ecclesiastici, e sarà questa inserita negli alti parlamentari.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO IX.

Sarà privativa del re il convocare, prorogare e sciogliere il Parlamento, secondo le forme ed istituzioni che si stabiliranno in appresso. S. M. però sarà tenuta di convocarlo in ogn’anno.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO X.

La nazione, dovendo fissare i sussidii necessari allo stato, si darà precisamente il dovere di fissare nella lista civile quelle somme bisognevoli allo splendore, indipendenza e mantenimento del suo augusto monarca e della sua real famiglia in quella estensione la più generosa che permetterà l’attuale stato delle finanze del regno; e quindi la nazione assumerà per suo conio la esazione ed amministrazione di tutti i fondi e beni nazionali, compresi quelli riguardati finora come cespiti fiscali e demaniali, la cui somma poi passerà alle mani del ministro delle finanze per quegli usi dal Parlamento stabiliti. Per le persone poi, sistema e mezzi coi quali tali fondi saranno amministrati ed esatti, si riserba fissarlo nel dettaglio di quest’articolo.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO XI.

Alcun Siciliano non potrà essere arrestato, esiliato o in altro modo punito o turbato nel possesso o godimento de’ dritti e de’ tieni suoi, se non in forza della legge li un nuovo codice, che sarà slabilito da questo Parlamento, e per via d’ordini e di sentenze de’ magistrali ordinarli ed in quella forma e con quei provvedimenti di pubblica sicurezza, che diviserà in appresso il Parlamento medesimo.. I Pari goderanno della forma de’ giudizii medesimi che godono in Inghilterra, come meglio si diviserà dettagliatamente in appresso.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO XII.

Con quel medesimo disinteresse che il braccio militare ha sempre marcato nelle sue proposte, ha votato e conchiuso, ed il Parlamento ha stabilito che non vi saranno più feudi, e tutte le terre si possederanno in Sicilia come in allodii, conservando però nelle rispettive famiglie l’ordine di successione che attualmente si gode. Cesseranno ancora tutte le giurisdizioni baronali, e quindi i baroni saranno esenti da tutti i pesi a cui sinora sono stati soggetti per tali dritti feudali. Si aboliranno le investiture, rilevii, devoluzioni al fisco ed ogni altro peso inerente ai feudi, conservando però ogni famigiia i titoli e le onorificenze.

Placet R. Majestati.

ARTICOLO XIII.

Aderisce inoltre a stabilire che si aboliranno i così detti dritti angarici e privativi, lostoché però le università o i singoli che vi vanno soggetti indennizzeranno il proprietario attuale con ragionare il capitale al cinque per cento sul fruttato, sia della gabella che vi sarà all’epoca della reluizione, ovvero, mancando questa, sui libri della rispettiva segrezia: ben inteso però che i possessori di terre di qualunque natura conserveranno la stessa mano e i loro dritti per la facile esigenza de credili e censi nello stesso modo e forma che finora han goduto.

S, M. si riserba di accordare la sua approvazione quando riceverà sopra questo articolo le necessarie dilucidazioni.

ARTICOLO XIV.

Aderisce il braccio militare alla proposta de’ Comuni, che ogni proposizione relativa a sussidii debba nascere privativamente e conchiudersi nella riferita Camera dei Comuni, ed indi passare in quella de Pari, ove solo si dovrà assentire o dissentire, senza punto alterarsi. Ha poi stabilito, che tutte le proposte riguardanti gli articoli di legislazione e di qualunque altra materia, saranno promiscuamente avanzate dalle due Camere restando il dritto alla repulsa.

Placet R. Majestati.



ARTICOLO XV.

Quanto poi agli altri princìpi e stabilimenti della predetta Costituzione britannica, il Parlamento dichiara in appresso, quali si dovranno accettare, quali rigettare e quali modificare per le differenze dello stato e delle circostanze delle due nazioni. Perloché fa sapere che volentieri riceverà que’ progetti che si faranno da’ suoi membri per la conveniente applicazione della Costituzione inglese al regno di Sicilia, onde possa scegliersi quello che giudicherà più confacente alla gloria di S. M. ed alla felicità del popolo siciliano.

S. M. a misura che se le presenteranno degli altri articoli, risolverà quali meriteranno la sua real sanzione.

E cade qui in acconcio il considerare come sia degna di lode la sobrietà e la moderazione di coloro che divisarono il piano della costituzione da adottarsi in Sicilia al 1812. Lungi di abbandonarsi al torrente di quelle mal digerite idee che prevalgono nel volgo di Europa, seppero eglino scegliere fra gli antichi statuti di Sicilia quegli che tendono a stabilire una forma di governo approvata dall’esperienza, e rinunziarono di buona voglia ad alcuni che avrebbero offerta ampia materia agli pseudo-liberali ed ai demagoghi.

Il famoso capitolo 5° di Federigo II stabilisce che il Parlamento debba riunirsi in ogn’anno nel giorno d’Ognissanti, onde è chiaro che al 1296 non si era data al re facoltà di convocare, sciogliere e prorogare il Parlamento. Lo stesso capitolo stabilisce che il Parlamento debba riunirsi: ad providendum, procurandum et exaltandum nostra majestatis ipsius insula et omnium specicditer Siculorum statum salutiferum et felicem: e che il re non possa dichiarar la guerra, far la pace e conchiudere un trattato qualunque: sine aperta scientia et expresso consensu Siculorum omnium. Da ciò appare che allora la somma dell’autorità sovrana risedea nel Parlamento.

Esigere al 1812 l’esatta osservanza di quello statuto sarebbe stato lo stesso che incorrere nell’errore degli Spagnuoli, che riunirono senza criterio tutti gli antichi statuti delle diverse parti della monarchia spagnuola, e ne fecero un informe e vacillante governo, che va soggetto a tutte le oscillazioni della democrazia, senza esser democratico, ed in cui il re non può sostenere quell’ombra di autorità che gli si è lasciata, se non col fomentare le dissidie e l’anarchia, senza aver la forza di comprimerle. Laonde i legislatori siciliani si contentarono di rinunziare a delle importanti prerogative per dare maggiore stabilità all’edificio politico, onde non fosse andato presto in rovina, e la costituzione non si fosse convertita o in una odiosissima oligarchia, come avvenne iu Sicilia dopo il 1296, o in una feroce anarchia, come avvenne in Inghilterra a’ tempi di Carlo I, come è avvenuto a dì nostri prima in Francia e poi in Ispagna, e come avverrà sempre in tutti i paesi in cui prevalerà l'astratta idea, che la libertà del popolo si accresce col solo restringere la prerogativa del re.

Pieni di questi sobri princìpi, coloro che divisarono il piano della costituzione al 1812, volendo bensì riformare gli abusi del governo, ma non rovesciare dalle fondamenta la monarchia, si limitarono a rendere più chiaro e preciso il linguaggio delle antiche leggi siciliane, a riunire in un solo tanti statuti sparsi qua e là nel codice del dritto pubblico siciliano, e segregare i poteri in cui risiede la somma dell’autorità pubblica, e che in modo informe e mal espresso vi erano al 1296 riuniti quasi interamente nel Parlamento, a lasciare al re libero l’esercizio di quella prerogativa ch'è necessaria allo splendore del primo magistrato, all’osservanza della legge, all’andamento del governo, a comprimere le fazioni, ed a conservare l’ordine pubblico; si limitarono in somma a scegliere fra tutti gli antichi statuti quelli che calzavano a queste prime linee dell'edilizio politico.

Con tale intendimento l’espressione generale del suddetto capitolo 3° di Federigo II si restrinse a dare al Parlamento la sola facoltà di proporre le leggi e dotare lo Stato (99) ; in tutt’altro lasciarono libere ed indipendenti le funzioni del potere esecutivo e del giudiziario (100) . Si fece ripigliare al Parlamento la sua naturale divisione in due Camere prescritte dallo stesso capitolo 3°, in cui non si parla di prelati tra i componenti del Parlamento, perché allora conosceasi che essi intervenivano in quell'assemblea collo stesso titolo de' baroni laici (101) . Si restrinse al Parlamento la facoltà concessagli dallo stesso capitolo 5° di Federigo li di punire i ministri e magistrati colpevoli (102) , e si restituì altresì ai rappresentanti del popolo il dritto di accusarli. Messa la Sicilia a livello degli altri popoli colti coll’abolizione delle feudalità, era necessario restituire ai Comuni, che erano stati fin'allora sotto la sferza baronale, l’antico dritto alla rappresentanza nazionale (103) ; e la stessa felice abolizione fece togliere la mostruosità che un sol uomo avesse pensato e votato per più d’uno (104) . Si conobbe però la necessità di dare al re la facoltà di convocare, sciogliere e prorogare il Parlamento, che gli si era negala al 1296 (105) .

Se però il Parlamento del 1812 si fosse arrestato lì, avrebbe in vero fìssato i limiti de’ dritti politici del popolo siciliano; ma nulla avrebbe fatto per garantire i dritti e la libertà civile del cittadino, primario oggetto di tutte le leggi. Ben vi provvide però quei Parlamento riunendo nell’articolo XI ciò che si prescrivea in molti statuti sparsi qua e là negli antichi capitoli del regno, tutti diretti a quel fine. Tali erano il capitolo XV di re Giacomo: de prohibita carceratone dominorum qui prestare possunt idoneam fidejussionem; il capitolo 17 dello stesso, quod non liceat officialibus curia procedere contra aliquem ad sugestionem seu denuntiationem aliquorum, sed denunciatores ipsi caveant de prosequenda lite; il capitolo 15, ne stipendiarii vel alii seguente curiato, eorum auctoritate hospitia vel robas capiant ab invitis nec edam ammalia vel Equitatorum; il capitolo 21, de non componendo aliquo vendere vinum, victualia, nec suos vegetes consigliare; il capitolo 18, quod forestarii non molestent aliquos in cultura terrarum suarum.

Nel felicissimo regno di Federigo II, in cui tanto si migliorò la costituzione di Sicilia, furono anche aggiunti a quelli di re Giacomo molti capitoli diretti allo stesso fine. Nel capitolo 4° di Federigo II, de crimine lesa majestatis, si era prescritto che nessuno possa accusare un altro di delitto di lesa maestà, eccetto il solo re: Dum vero accusaverimus aliquem de crimine proditione, praedicto accusato vel impetito a nobis licentiam et facultatem prastamus viriliter et solemniter se de fendere tam secundum jura communio, quam speciales regni Constitutiones proavi nostri Friderici I, divi principis Romanorum, quam secundum usagium Barcellona, ipsi reo vel accusato de praedictis juribus eligendis quod maluerit ad sui cautelato arbitrio reserbato. Si sa che l'uso di Barcellona, di cui ivi si fa menzione, era che ne’ delitti di lesa maestà si procedea colle stesse forme giudiziarie, che in qualunque altro privato delitto. Erano ugualmente diretti a proteggere la proprietà del cittadino il capitolo 36 dello stesso Federigo II, de prohibita captione animalium ad sellato vel ad bardato per officiales; il capitolo 38, ne potentes viri macellariis et tabernariis et aliis vendentibus prohibeant vendere res suos prius quam res eorum; il capitolo 39, de non capiendis animalibus ab illis qui conducunt eadem; il capitolo 40, de prohibita impositione assisarum; il capitolo 55, quod omnes possint immittere vinum et quascumque alias res in quamlibet civitatem, terram, vel locum Sicilia et ab inde extraere vel per mare, vel per terram; ed il capitolo 58, de non capiendis mataratiis et aliis rebus ab incolis locorum.

Eran così limitate in quell'età le idee degli uomini, che nella maniera di esprimersi essi non sapeano riunire molti oggetti in una sola espressione; e secondo che un particolar abuso li travagliava, essi vi apportavan rimedio con una legge speciale, senza sapersi elevare a stabilire un principio generale, che comprendesse molli oggetti della stessa natura. Quindi è che le poche scienze che si conosceano in quell’età sono tutte trattate a casi particolari. Certo è che i legislatori siciliani di quei tempi in tanti capitoli non dissero quanto il Parlamento del 1812 nell’art. 11.

Comeché gli statuti di quel Parlamento fossero stati concepiti con estrema saggezza, la naturale disparità dei caratteri e delle opinioni portò seco qualche disturbo. Alcuni individui, mossi da un vergognoso principio di personale inimicizia ed invidia del principe di Castelnuovo, pensarono d’inserire fra gli altri articoli il 10, che levava al re l’amministrazione della rendita dello Stato. E ciò col disegno o di obbligare quel ministro a lasciare il posto, o di ridurre a zero la sua autorità. Questa pericolosa proposizione fu ben accolta da molli, che pensavano che la nazione siciliana avea sin allora goduto del privilegio di amministrare la rendita dello Stato, e quindi non era giusto spogliarla, oda tutti quegli stolti che trovan sempre buono qualunque statuto che tende a ferire e limitare l'autorità del re (106) .

Non vi ha dubbio che la nazione avea fin’allora goduto di un tal privilegio; ma esso non era che un cattivo compenso della prerogativa assai più importante che avea perduta la nazione, di punire i ministri colpevoli; e quel fatale compenso avea prodotto il disordine e la confusione nelle finanze. Restituita la responsabilità de' ministri, il togliere al ministro delle finanze l’amministrazione, era lo stesso che levargli la responsabilità per la cattiva amministrazione. Dietro di avere stabilito che: il potere esecutivo risiederà nella persona del re, era una manifesta contraddizione quella di levargli la parte più essenziale della facoltà esecutiva. Finalmente, non potendo la nazione amministrare da sè, l’amministrazione avrebbe dovuto commettersi ad una o più persone scelte dal Parlamento (e ciò intendea farsi); tanto sarebbe bastato per convertire il Parlamento in un’arena di gladiatori e stabilire nel bel centro di esso un germe perenne di discordia e di corruzione.

I ministri non permisero che il re fosse spogliato di quella eminente prerogativa: l’articolo riportò il veto, e quel veto fece entrare in furore i nemici del principe di Castelnuovo, i quali d’allora in poi formarono nel braccio demaniale un partilo, che comunque spregevole, e pel numero, e per la capacità di coloro che lo componevano, non lasciò di far gran male. Questi sciaurati eran così ciechi, che si facean pompa di chiamarsi partito di opposizione. Essi, crucciali per esser loro fallito quel colpo, andavano predicando, che i ministri si erano lasciali corrompere dal re; che la costituzione non era abbastanza democratica, come i Siciliani l’avrebbero voluto; che essa all’incontro non era che un dispotismo velalo; che i bisogni dello Stato erano fìnti; che il ministro delle finanze nascondca il vero frullalo della rendila, per dar sottomano denaro al re. La dissensione stabilita da costoro nel Parlamento fece che per ogni proposizione, per ogni parola, dovettero impiegarsi una o più settimane d’inutili discussioni, nelle quali si perdè un tempo preziosissimo; ed a forza di cavilli, cambiando e contracambiando parole, il piano della costituzione fu sfigurato, ed in molti luoghi l’espressione delle leggi riuscì ambigua ed oscura; molli articoli essenziali, o non si conchiusero o restarono così sformali, che non poterono recarsi ad effetto; molti altri se ne posero avanti, i quali, comeché sommamente utili in loro stessi, non conveniva proporli in quel momento per non disunire gli animi; il linguaggio di quei forsennati contro i ministri venne tosto tolto ad imprestito dai nemici della costituzione. La corte ed i realisti, cessato quel primo momento di terrore, colsero la fortunata occasione che loro offrirono le discordie del Parlamento, ed ebbero tempo di organizzare quei colpi arditi che indi a non mollo tentarono.

Avvegnaché tutto ciò fosse stato l’effetto del reo disegno di pochi maligni, che sacrificarono la cosa pubblica alla veduta di ontare il principe di Castelnuovo, pure, più che la nequizia di costoro, deve accagionarsene la corta veduta di lord Bentinck, che non volle aderire al progetto de’ ministri di presentare al Parlamento la Costituzione bella e compila per accettarsi o rigettarsi da esso. Se ciò fosse stato, non si sarebbero date le armi ai cattivi, e quel tempo che si perdè in parole si sarebbe impiegato in fatti.

Que’ dell’opposizione tanto intrigarono col braccio demaniale, che vennero a capo di lasciar le finanze nello stesso disordine. Molli credettero allora che per una giusta politica non conveniva disgustare il popolo con nuove imposizioni; ma in questo caso sarebbe stato mestieri fare i massimi risparmi nelle spese; pure la supposizione che il ministro delle finanze avea occultato la vera rendita dello Stato prevalse a segno, che il bracciò demaniale da una mano accrebbe le spese, dall’altra non diede' i mezzi onde ritrarsi. Gli altri due bracci ripararono in parte l’errore, stabilendo l’aumento del due e mezzo per cento sulla tassa fondiaria.

FINE DEL CAPITOLO NONO.


Capitolo X

Pubblicazione de’ nuovi statuti del Parlamento. — Diserzione di Cassaro ed Aci. — Il re tenta di ripigliare il governo — Opposizione di lord Bentinck. — Operazioni del re. — frastornate dall’energia del ministro inglese.

Ad onta delle lievi dissensioni inevitabili in qualunque adunanza, e più che in altra nella riunione d’uomini inesperti nel maneggio di un sistema costituzionale, il Parlamento del 1812 fissa un’epoca memorabile nei fasti siciliani, e quali che siano o saranno per essere le vicende della Sicilia, la costituzione del 1812 brillerà sempre come un astro luminoso nel suo orizzonte politico, e sempre saranno ad essa rivolti gli sguardi ed i cuori de’ Siciliani.

Il giorno 4 novembre fu sciolto il Parlamento. Prima di scioglierlo il principe vicario avea sanzionato tutti gli articoli riguardanti i consigli civici e magistrati municipali, e la formazione del Parlamento. Parve allora che la pubblicazione di quegli articoli avesse infuso uno spirito novello a tutta la nazione. All’aprirsi de’ nuovi consigli civici, in tutti i Comuni si recitavano dappertutto delle eloquenti arringhe, e dappertutto echeggiavano i venerabili nomi di Caronda, di Empedocle, di Gorgia, e di altri antichi eroi di Sicilia. Parea che i Siciliani avessero allora sentito, che, avendo già le stesse felici circostanze dei tempi andati, non mancavano che i venerandi nomi de’ loro illustri antenati per rendere l’età presente famosa quanto l’antica. Ma mentre il popolo si abbandonava all’ebrezza dell’esultazione, e il principe vicario coi ministri si occupavano della sanzione di tutti gli altri articoli del Parlamento, sorse una tempesta, che minacciò di sopprimere nel suo nascere tutte le speranze de’ Siciliani.

La sanzione di quegli articoli era stata portata in lungo per vari incidenti, e principalmente per la discordia del ministero. Il re avea già secretamente guadagnalo il principe di Cassaro e il principe di Aci. Il primo, vano come egli era ed orgoglioso, si era disputato dell’abolizione della feudalità e più dell’abolizione de’ fidecommessi, che era stata proposta dal Parlamento, e la cui sanzione era allora pendente nel Consiglio di Stato; onde credè di evadere quel colpo facendo ripigliare il governo al re, e troncando le speranze di coloro che ferventemente aspettavano la sanzione di quel salutare statuto. Aci, inonesto per carattere, cupido di personali vantaggi, di onorificenze e d’importanza, ma niente scrupoloso ne’ mezzi di procacciarseli, sperò guadagnar qualche cosa in ricompensa di quel servizio. Costoro, per ispianare la strada alle seguenti operazioni del re, faceano di tutto per frastornare la sanzione e la pubblicazione degli articoli che restavano a sanzionarsi. Con tale veduta eglino aveano fomentato sottomano le discordie del Parlamento. Il principe di Aci, quando il principe di Belmonte presentò nel braccio de’ baroni il piano della costituzione, fu il primo ad alzarsi, dicendo che quella materia era troppo grave per votarsi senza un lungo e maturo esame, e che ogni articolo di quel piano meritava la discussione almeno di un mese. A quella proposizione fecero eco tutti i realisti, e gl’incauti che non ne conosceano il veleno. Il principe di Cassare solca dire alla regina «tempo maestà.» Con lo stesso intendimento si misero in consiglio a brigare e contraddire e a tergiversare in modo, che dilungarono oltre al dovere la sanzione e la pubblicazione della costituzione. Si aggiunse a ciò una grave malattia da cui venne allora travagliato il principe vicario, accompagnata da coliche ed altri pericolosi sintomi sulla quale molli sospetti si fecero e molte ciarle si sparsero, che noi ci astenghiamo, non che di confermare, ma di riferire, per non far l’oltraggio all’umanità di ammettere pur la possibilità di enormissimi delitti, che direttamente repugnano alle più sacre ed imperiose leggi della natura.

Ristabilito indi a non mollo il principe, si seppe che il re era già risoluto a ripigliar le redini del governo del regno; ed a tale oggetto si era mosso dalla Ficozza ed avvicinato a Palermo. Senza considerare le immense difficoltà che dovea superare nel condurre a fine quest’ardila ed incauta risoluzione, il re si era mosso a quel passo per le vive ed artificiose sollecitazioni della regina e de’ realisti; forse per le insinuazioni del principe Castelcicala suo ministre a Londra; e certamente. incuorato dagli inviti di alcuni baroni e particolarmente dal principe di Cassare.

S’era saputo intanto che il re era ito a Partinico e quivi erano stati a trovarlo il protonotaio del regno, ed altri, ed avea avuto un abboccamento col principe di Cassare. Ciò diede de’ sospetti sulle intenzioni sue di levar di mezzo il vicarialo, la costituzione e tutto il nuovo ordine di cose; e se n’ebbe una conferma dagli atteggiamenti, e dal modo quasi furtivo con cui lasciò la Ficuzza e si rese alla sua villa Favorita presso Palermo, com’ uomo, che qualche ardito disegno covasse in mente. (107) Di questa sua risoluzione il re non fe' consapevole né il principe vicario, né il ministro inglese. La sera del suo arrivo alla Favorita fu corteggialo solo da pochi realisti, non mostrò verun desiderio di vedere i ministri, e cominciò copertamente a pigliar cognizione degli affari di governo. Il principe di Aci gitlò allora la maschera (Cassare l’avea gittata prima), e senza farne parte agli altri compagni del ministero, si fece trovare prima dell’arrivo del re alla Favorita per fargli la corte.

Il principe di Castelnuovo e '1 principe di Belmonte si astennero sulle prime di presentarsi al re, perché, non essendo stati richiesti, temeano (cosi dissero) che il re avesse avuto poco piacere di vederli; ma assicurati poi ch'egli avrebbe gradita la visita loro, non tardarono a presentargli. Il re li ricevette freddamente e senza alcuna distinzione, e non disse loro pure una parola sopra gli affari de’ loro ripartimenti. Malgrado colali apparenze, si dubitò per qualche giorno se il re avesse avuto in animo di ripigliare veramente il governo.

Lord Bentinck, che sortì dalla natura un cuore buono e niente inclinato a mal fare, trovossi allora ben costernato: da una mano gli pesava mollo il dover fare una aperta guerra al re per escluderlo dall’esercizio della sovrana autorità, che per incontrastabile dritto gli appartenea; gli rincresceva dall’altra mano che la libertà de’ Siciliani dovesse nel suo nascere essere esposta al pericolo di perire nella cuna; e più che tutto mal pativa l'affronto fatto a lui e al suo governo di darsi quel passo senza sua intelligenza. E convien credere, per quanto lord Bentinck fece capire agli amici suoi, che egli non si sarebbe opposto a quell’intenzione del re, se fosse stata recata a fine con scienza di lui ed in modo da escludere il sospetto che il re avesse delle mire ostili contro le mutazioni, che aveano avuto luogo nel sistema politico di Sicilia. Adunque il ministro inglese tentò dapprima di distogliere il re, colle persuasioni, da quella risoluzione; e con questa veduta impiegò la mediazione e l’opera del confessore del re padre Caccamo, del principe di Cassare, e del marchese Circello. Ma come nulla ne ottenne, dichiarò formalmente che da indi innanzi egli non intendea di trattare con S. M. che pel canale legittimo, qual era il principe di Belmonte ministro degli affari esteri, e che non avrebbe mai condisceso a permettere che il re avesse ripigliato il governo del regno, se prima non gli avesse accordate le condizioni che dimandava, e non gli avesse dato buona garanzia per lo adempimento.

Le condizioni che chiedeva lord Bentinck erano molte;ma la principale era quella dell’immediato allontanamento dal regno della regina, che si credea autrice di tutte le operazioni del re. Il ministro inglese mettea avanti quelle pretensioni, non tanto per l’intrinseca loro importanza quanto per rimuovere il re da quella risoluzione alla quale si era ostinato.

Il re aderì alla prima proposizione di lord Bentinck di tirare avanti le negoziazioni per organo del principe di Belmonte, e quindi non solo lo chiamò a sé e gli comunicò le occorrenti commissioni, ma lo colmò di buone grazie e di onesti trattamenti con tanta scaltrezza, che il principe di Belmonte, dotalo di un cuore franco e generoso, cominciò a creder sincere le dimostrazioni di stima fattegli dal re.

Divenuto Belmonte l’organo di comunicazione tra ’l re e lord Bentinck, varie carte e messaggi recò dall'uno all’altro, il cui risultalo parve così felice al ministro inglese, che cominciò a sperar con fidanza, che il re avesse già messo da parte la voglia di ripigliare il governo. Il di 20 marzo verso le ore 23 d’Italia si trovava a casa lord Bentinck, l’abate Paolo Balsamo cui, nel partire, egli disse: il re è giù persuaso, ed ha deposto ogni idea di riassumere il governo dello Stato.» Giusto in quel momento il re entrava in città per ripigliare il governo.

Recossi il re con poco seguito al duomo ed ivi fe’ le sue preghiere e rese grazie all’Altissimo. Entro la chiesa si intesero delle grida «Viva il re! ma quelle grida, altronde in poco numero, si disse allora essere state comprate a contribuzione, anzi molti aneddoti si riferivano, che diedero materia da riso a tutte le brigate della città, per certe dispute che insorsero tra un Benenati che credeasi depositario e distributore del danaro, ed i contribuenti, che trovarono le acclamazioni mal proporzionate alla spesa.

Dal duomo il re passò al palazzo reale, ove fece le più graziose accoglienze a coloro, che andarono ad ossequiarlo. Chiamò a sé immediatamente i quattro segretari di Stato, ai quali palesò la sua volontà di riassumere il governo del regno, ed ordinò loro di farne la corrispondente cedola per comunicare alle reali segreterie, ai magistrati e ad ogni altra autorità questa sovrana risoluzione. Dichiarò al tempo stesso che intendeva di mantenere la costituzione. Io, disse, sono uomo di parola e d’onore, e non «mi dipartirò dalla costituzione, purché si osservi in tutta la sua integrità: non amo le versatilità ed il miscuglio: si deve stare o all’antica o alla nuova.» Poco parlò allora di affari; solo, cadendo il discorso sui bisogni dello Stato, il re rivolto a Castelnuovo disse: «Le finanze dovrebbero andar meglio.» Castelli uovo freddamente rispose: «V. M. mi correggerà.» Lord Bentinck offeso dall’essere stato messo in non cale sentì tutto il peso dell’affronto fattogli, giurò di non averlo a patire, e non giurò invano. Il re avea preso consiglio di recarsi il domane alla chiesa di S. Francesco. Si sapeva di essersi sparso del danaro nella plebe per fare le solite acclamazioni, ciò che unito all'impegno che mostrava il re di recarsi a quella chiesa senza veruna particolare occasione di qualche festa che ivi dovesse aver luogo, ed al gergo di compiacenza con cui i realisti parlavano di quella gita, fe’ sospettare che quello non fosse un pretesto per dare un'occasione in apparenza accidentale a qualche ardita impresa, che si aveva in animo di tentare. L’energia del ministro e generale inglese fece andare a vuoto quelle ree macchinazioni: ei fe' sapere al re, per mezzo del capitano giustiziere della città ed altri, che S. M. era padrone di andare ove le fosse piaciuto, ma come quelle sue pie adorazioni alla chiesa di S. Francesco poteano recare gravi sconcerti, egli che per la sua incombenza era in dovere di mantenere la pubblica tranquillità, la preveniva, che ove la M. S. si fosse ostinata in quella sua intenzione pia, non altrimenti sarebbe andato a quella chiesa che in mezzo alla truppa ed all’artiglieria inglese. E per prepararsi a quella. sacra festa, lord Bentinck fe’ camminare nelle strade di Palermo molti pezzi di artiglieria, ed un grosso corpo di truppa fe' postare nella piazza della marina. L’imponente attitudine militare presa dal ministro e generale inglese produsse il massimo effetto, il re non uscì di casa e si contentò di raccomandarsi a Dio nella sua privata cappella: quegli stessi cortigiani che lo aveano consigliato ed incitato a risalire sul trono, non si mostrarono più a palazzo, e Io abbandonarono senza aiuto né consiglio a lottar solo con una potenza contro alla quale non avea schermo o difesa.

Il re però s'intimorì ma non si piegò ad aderire alle proposizioni del ministro inglese; talché qualche giorno appresso, sendosi recalo da lui lord Bentinck per |ersuaderlo e piegarlo ai voleri suoi, appena ebbe inteso il motivo per cui egli era venuto, gli voltò bruscamente le spalle, senza dargli risposta. La regina e tutti i cortigiani avean fitta in capo al re l’idea che il ministro inglese non era autorizzato dal suo governo a tenerlo lontano dal trono, a pretendere delle dure condizioni, e mollo meno ad usar la forza per ottenerle, e che quindi facea solo mestieri di aver fermezza per farnelo andare in gite (108) ad onta delle sue vane minaccie: e questa fatale delusione in causa delle crudeli amarezze che ebbe non guari dopo a soffrire quest’infelice monarca.

FINE DEL CAPITOLO DECIMO.


CAPITOLO XI

Nota officiale del ministro inglese. — Diverbio tra il re e il principe di Belmonte.Rinunzia di Belmonte. — Rinunzia di Castelnuovo e Settimo. — Altra nota di lord Bentinck. — Sue minaccie di guerra. —Il re dimette il governo e si ritira in campagna. — È cinto dalla truppa inglese. — Trattato segreto tra il re ed il ministro inglese.

Il principe di Canosa nell’opera di cui sopra abbiamo fallo parola, cennando gli avvenimenti di quest’epoca, dice, che lord Bentinck abbassò la corte fino a villanamente umiliarla (109) ; ma i fatti dimostrano che la condotta del ministro inglese non fu che una naturale reazione, e che fu la corte di Palermo che cominciò ad insultar villanamente il governo inglese, dando un passo sì ardito, ad onta di una solenne convenzione, senza aver pure l’urbanità di farne consapevole lord Bentinck; e più che il governo inglese, il suo rappresentante fu insultato dal re col voltargli le spalle senza dargli risposta. Laonde ove anche le circostanze politiche d’allora non avessero messo il ministro e generale inglese nella necessità di spiegare massima vigilanza ed energia per impedire il ritorno del re al governo, ciò sarebbe stato richiesto da un giusto risentimento per 1inciviltà usata al ministro della Gran Bretagna.

Oltraggiato quindi lord Bentinck per quell'inonesto ricevimento fattogli dal re, convinto, che nessuna speranza più rimanea per distoglierlo da' suoi proponimenti per la via delle persuasioni, ebbe ricorso alle vie di fatto. Adunque scrisse al re un fortissimo officio, nel quale col maggior apparato di ragioni giustificava le pretensioni della Gran Bretagna, si dolea acerbamente del modo come erano state sin’allora trattate, e conchiudea con dichiarare, che ove esse non fossero prontamente accordate, il re sarebbe stato da lui considerato come un nemico personale del suo governo e della sua nazione.

Questa carta fu recala al re dal principe di Belmonte verso sera, e nel presentargliela, dicendogli il ministro che la leggesse per quindi dargli i corrispondenti ordini, il re gli rispose: Que sta sera non posso, la leggerò dimani, perché ho paura che «mi turbi il sonno; né i timori del re e le inquietudini di lui per quella carta erano mal fondate. Ben prevedea egli le amarezze che gli avrebbe apportato, e l’imbarazzo nel quale l’avrebbe posto.

Indi a pochi giorni il re fece venire a sé il principe di Belmonte e gli consegnò una memoria per portarla a lord Bentinck, la quale contenea la risposta a quella nota officiale da lui recata giorni innanzi. Belmonte, offeso che quella carta non fosse stata da lui scritta, onde in quella scena veniva a figurare da servidore di piazza e non da ministro, e conoscendo che essa avrebbe accelerato la rottura tra il re e l'Inghilterra, ricusò di riceverla, e pregò il re ad accettare la sua rinunzia del ministero, onde farla giungere per mani di un altro ministro. Il re efficacemente insistea perché senza ritardo eseguisse la commissione di cui l’incaricava; ma Belmonte con fermezza rispondea che i suoi più sacri doveri verso la sua patria e ’l suo sovrano non glielo permetteano. Ciò diè luogo ad un vivo diverbio, nel quale il re si lasciò scappare di bocca che sarebbero nate delle mozioni popolari…….. E tu il primo ne sarai la vittima. Belmonte allora gli rispose: Saprò in questo caso la mano onde il colpo mi verrà. La disputa allora divenne sì calda, che Vincenzo di Falco, cameriere del re, si fe’ lecito di entrar nella stanza, senza esser chiamato, credendo di occorrere a qualche accidente, cui Belmonte con altiero cipiglio disse: S. M. non vi ha chiamato. Alla fine si dipartirono entrambi in pessimo talento, l’uno senza desistere dalla volontà di mandar quella carta a lord Bentinck, e senza voler accettare la rinunzia del ministro; e questi ostinato a non portarla ed a rinunziare.

Fu questa l’ultima volta che in quella occasione il principe di Belmonte vide il re; poiché, quantunque il re lo avesse replicatamente chiamato a sè, egli se ne scusò sempre, e gli mandò la sua rinunzia nelle forme; nella quale dava per ragione che, per infauste circostanze, essendo imminente la rottura tra S. M. e la Gran Bretagna, e non potendo egli in forza della costituzione in alcun modo concorrervi, perché conoscea che tale infausto avvenimento avrebbe apportato i più gravi mali alla nazione ed alla stessa M. S., veniva quindi a pregarla a compiacersi di accettare la sua rinunzia della segreteria di Stato, che gli era stata dal principe vicario affidata.

l’esempio del principe di Belmonte fu contemporaneamente seguito dal principe di Castelnuovo, che come lui rinunziò ugualmente il ministero. Il retroammiraglio Ruggieri Settimo, che poche settimane prima, pe’ distinti meriti suoi avea avuto la segreteria di guerra, dalla quale lord Bentinck avea fatto rimuovere il principe di Aci, andò egli stesso a portar la sua rinunzia al re, esprimendo le stesse ragioni che i suoi compagni aveano addotte. Ma il re si negò anche a ricever la sua come avea fatto cogl’altri due ministri. E come Settimo non cessava di parlare de’ disordini e delle sciagure ch'erano per sopravvenire al regno ed al re, per la vicina rottura con la Gran Bretagna, il re rispondea: Non dubitare, non vi è nulla da temere. — Tutto w accomoderà. — Non sarà interrotta la pace e la buona intelligenza tra me e l'Inghilterra. Ma il ministro della guerra rispettosamente gli replicò, che era pur troppo vero ciò che veniva facendogli presente, poiché n’era stato assicuralo dallo stesso lord Bentinck. Si licenziò quindi Settimo dal re persistendo nella sua dimanda, senza che il re in conto alcuno avesse voluto accettarla.

Il ministro inglese ricevette per un altro canale, e per quanto allora si disse, per mezzo del duca Sangro, quella memoria che il principe di Belmonte si era pertinacemente negato a recargli. Allora egli scrisse up secondo officio fortissimo al re, in cui dichiarava, che se per tutto il domane a mezzanotte non avesse lasciato il governo e non avesse aderito a tutte le sue proposizioni, avrebbe tosto cominciate le aggressioni ostili.

Chiunque lesse quei formidabile foglio (e lord Bentinck non ne fé mistero) fu d’avviso, che il re avrebbe accordato tutto senza dilazione; ma contro la comune aspettazione non andò così la bisogna, il re fu pertinace nel suo infausto talento, e per far mostra di non curare le minacce del ministro inglese, scrisse un biglietto al principe di Castelnuovo, in cui gli domandava l’abbozzo del dispaccio per la convocazione del Parlamento, che dicea voler tosto riunire.

Questo sciagurato monarca, destinalo ad esser sempre la vittima de’ falsi e perniciosi consigli di coloro che gli stavano appresso, per le istigazioni di costoro si era ostinato a credere che il ministro inglese avrebbe minacciato, ma non avrebbe mai proceduto più oltre contro di lui. Lord Bentinck si accinse a disingannarlo col fatto. Egli disse allora in pubblico a molli: Un vecchio re può destar compassione, ma tutti si ricorderanno dei tragici avvenimenti di Napoli del 1799; del resto, se sangue si spargerà, certo non sarà molto.

Il sig. Lamb, segretario della legazione inglese,' trovandosi una di quelle 6ere in casa di uno de’ ministri, che era ammalato, disse palesamente, che non cedendoli re alle richieste del ministro e generale della Gran Bretagna, questi lo avrebbe fatto prigioniere ed avrebbe costituita una reggenza in Sicilia per governare il regno, sino alla pace generale.

Mentre tutti gli animi in Palermo erano sospesi, giunse la critica notte in cui lord Bentinck avea dichiarato di dover cominciare le ostilità. I cuori di tutti eran profondamente agitali da timore ed anzietà per l'evento, talché molti vi ebbero, i quali o si ritirarono in campagna o si nascosero in città, affine di sottrarsi alle inquietudini ed ai pericoli cui ogn’uno si credea esposto nel caso che la truppa siciliana o il popolo avesse opposto della resistenza alle imminenti aggressioni dell’esercito inglese. La seguente mattina però si dileguarono quei timori.

La sera antecedente, un’ora prima di mezza notte, il sig. Lamb, segretario della legazione inglese, era andato dal principe ereditario per presentargli la rinunzia de’ gradi di capitan generale e di tenente generale dell’esercito siciliano, che faceano lord Bentinck ed il generale MacFarlane; perché dovendo essi india un’ora assumere l’aspetto di nemici, non poteano più portare la divisa di quel re al quale erano per dichiarare la guerra. Con questa occasione il sig. Lamb cominciò a pregare il principe, che come figliuolo e successore al trono, si fosse interposto ed avesse pregato il padre a rimuoversi dalla sua ostinazione, onde prevenire gl’infortunii, che soprastavano al re, a’ quali avrebbe necessariamente partecipato tutta la real famiglia.

Quel discorso fatto in tal congiuntura scosse il principe, onde egli si mediò presso il re, e lo indusse a lasciare il governo, ristabilire il vicariato e ritornare in campagna. Ciò ebbe luogo la notte stessa, talché al far del giorno il re non era più in città. Giunto egli alla Favorita, ov’erasi ritirato, fe’ chiudere tutti i cancelli de’ reali giardini, ed ordinò che a chiunque se ne negasse r ingresso, menoché a pochissimi suoi confidenti e famigliari. Intendea egli così di sottrarsi alle pretenzioni di lord Bentinck, e forse di aver tempo di macchinare con miglior successo un nuovo colpo.

Il ministro inglese però, quanto era qualche volta freddo al risolvere, tanto poi era fermo e tenace nelle sue risoluzioni. Comeché il re avesse lasciato la seconda volta il governo, lord Bentinck non desisté dalle sue pretese. Chiedea egli il pieno adempimento di tutte le condizioni che avea dimandate, e precisamente insistea, perché senza alcun ritardo si allontanasse la regina dal regno, e si dichiarasse che nella espressione ut alter ego apposta nella cedola del vicariato, non vi fosse potere sovrano, che non vi si intendesse compreso, per render così il governo del principe vicario affatto libero ed indipendente da ogni restrizione o influenza del padre o della madre.

Varie negoziazioni si condussero innanzi per qualche giorno tra il re e lord Bentinck, per organo del duca di Sangro e del marchese Circello; ma come queste tiravano già in lungo inutilmente, il ministro inglese fece officialmente sapere al re, che se in capa ad un termine stabilito non fosse stato pienamente concertato, avrebbe avuto ricorso alle ostilità. La sera che precesse il giorno in cui l’aggressione della truppa inglese dovea aver luogo, molti passaron la notte nelle campagne contigue alla Favorita, per potere il domane goder lo spettacolo, che non era più oggetto di spavento, ma di compiacenza per molti, e di curiosità per tutti.

La notte tutto l’esercito inglese fu posto in istato di marcia e di battaglia; alcune ore dopo mezzanotte un grosso corpo di cavalleria cinse dappertutto il real soggiorno. Lord Bentinck disse, che era sua intenzione solamente d'impedire che il re fuggisse e si recasse a raggiugnere la regina, che si sapea che tentava di macchinare qualche colpo ardito coi comandanti delle truppe siciliane acquartierate in Trapani e in Corleone. È probabile che se il ministro inglese non fosse stato allora trattenuto dal pensiero che nel Continente, ignorandosi od alterandosi i falli, si avesse potuto dipingere la condotta dell’Inghilterra verso il re Ferdinando III cogli stessi neri colori con cui a ragion fu dipinta la condotta di Buonaparte verso il re Carlo IV di Spagna, egli non avrebbe tenuto la condotta che tenne, né avrebbe finto talvolta di lasciarsi bindolare da’ raggiri e dalle negoziazioni. Ma le cose erano allora giunte a tale che né raggiri, né negoziazioni ebbero più luogo. Il re era giù prigioniero, ed il ministro inglese avrebbe potuto, volendo, disporre della persona di lui a suo talento.

Il popolo non mostrò verun interesse o commozione d’animo alle disgrazie del suo re, anzi accorrea in folla, come a diporto verso la Favorita, ed in folla vi accorreano gli acquacedratai e i venditori di copeta ed altre bagattelle, che in Sicilia sempre tengon dietro agli spettacoli e popolari diporti. Al far del giorno i cacciatori reali vistisi cinti dappertutto dalla truppa inglese, corsero ad avvertirne il re, il quale conobbe allora, o almeno dovette conoscere, come crudelmente era stato ingannalo da coloro, per seguire i cui perversi consigli trovavasi ridotto a quella miserabile condizione. Andò egli a sedersi presso una vasca, poco lungi dalla real Casina, ivi stette nella massima incertezza ed angustia sino alle ore 15 d’Italia, quando giunse lord Bentinck.

Il ministro inglese fece tosto ritirare la truppa, entrò nel real soggiorno, ed ebbe una lunga conferenza. Si fecero scambievolmente de' complimenti e delle scuse. Il re non potè nascondere il suo turbamento, talché furon presto d’accordo; essendosi egli persuaso ad acconsentire a tutte le richieste del ministro inglese. In un trattato segreto ivi conchinso tra il re e lord Bentinck, gli articoli principali scambievolmente richiesti e conchiusi furono i seguenti. Si accordò al ministro inglese, che la regina dovesse uscire dal regno nel più breve tempo possibile; che il principe vicario fosse investito di tutto il potere regio senza qualsisia limitazione; che il re non potesse mai in appresso ripigliare il governo del regno, senza il consenso della Gran Bretagna. A richiesta poi ed in favore del re fu stabilito che il ministro inglese dovesse interporre gli autorevoli odici suoi presso il ministero ed il Parlamento, per essergli assicurata la sua lista civile; che gli fossero conservati i regii onori, e ch'egli non fosse in alcun tempo avvenire forzato a ripigliare il governo.

Nel principio di quella conferenza il re disse a lord Bentinck: Io son pronto, Milord, a far tutto ciò che volete, e se lo credete giusto io me ne vado a Malta. Il ministro inglese sul momento non rispose, ma il domane disse a S. M., che se ella continuava in

quella intenzione, egli avrebbe dato gli ordini per prepararsi colà un alloggio decente per la M. S. Il re però, passato quel momento di terrore, ed avvertito dai cortigiani, rispose, che non avea mai avuto la volontà di emigrare dal suo regno. Il domane di quella scena il duca di Sangro recò a lord Bentinck la carta che contenea la convenzione fatta alla Favorita (110) .

FINE DEL CAPITOLO UNDECIMO.


CAPITOLO XII

Missione del cavaliere de Medici a Londra. — Lettera del visconte di Castlereagh al principe di Belmonte. — Sanzione degli statuti del Parlamento. — Rendita dello Stato. — Indipendenza di Sicilia. — Fidecommessi. — Funeste conseguenze di quella proposta. — Sistema giudiziario. —Piano di finanze. — Pubblicazione della Costituzione.

Comeché gli avvenimenti esposti di sopra fossero stati cagionati direttamente dalle circostanze politiche d’Europa, e dai privati rapporti tra il governo inglese e la corte di Palermo, pure essi ebbero una efficacissima influenza sullo spirito pubblico de’ Siciliani, e necessariamente strinsero ancora più i legami politici tra l’Inghilterra e la nazione siciliana, ed accrebbero i doveri dell’una verso l’altra nazione. In quel momento in cui la fazione dei realisti, composta in gran parte degli emigrati napolitani, tentò tutte le vie onde aizzare la plebe di Palermo contro gl’Inglesi, saggio consiglio del ministro inglese fu quello di coltivarsi la benevolenza del popolo per servirgli di scudo contro la plebe; e con questa veduta andava dichiarando che tutti quei passi eran dati per impedire che il re, tornando al governo, non rovesciasse la costituzione. Il ministro inglese tutto conferiva coi più distinti Siciliani che avean preso parte al partito della costituzione; li accarezzava, gl'incuorava, li assicurava della protezione della Gran Bretagna, e per tal modo fece che i ministri e molli Siciliani si fossero midolli a tirarsi addosso la personale inimicizia del re, frastuornando tutte le operazioni di lui per seguire fedelmente le insinuazioni del governo inglese. Laonde, in seguito di quegli avvenimenti, non vi fu quasi più uomo in Sicilia, per timido e scrupoloso ch'ei sia stato, il quale non si fosse a capo chino gettato ad applaudire il nuovo ordine di cose ed a sostenerlo; essendo oramai confidentemente sicuro della proiezione della Gran Bretagna. E la dichiarazione del ministro inglese, unita all’energia da lui spiegata per sostenere la costituzione, accrebbero a tal punto la confidenza dei Siciliani verso l'Inghilterra, che il ministro inglese in Sicilia divenne l'idolo di tutti i cuori, l'arbitro di tutte le politiche operazioni.

La sicurezza dei Siciliani, che l'Inghilterra non sarebbe mai per abbandonarli, veniva anche avvalorata dalla condotta del ministero inglese, perfettamente consona alle dichiarazioni ed alle operazioni del suo rappresentante in Sicilia. Sin da’ primi momenti che il re fu allontanato dal governo e che cominciò la riforma della costituzione, la corte di Palermo spedì a Londra il cavalier Luigi de’ Medici per querelarsi della condotta di lord Bentinck, e delle novità che da lui si eran messe avanti. Medici non potè neppure avere ascolto a Saint-James, e non potè far altro a Londra che pubblicare nel Times una miserabile diatriba, piena di calunnie e di menzogne contro il nuovo ministro di Sicilia.

Le continue istanze del principe di Castelcicala, ministro del re a Londra, non ebbero miglior successo della missione di Medici. Ma un avvenimento accaduto colmò la misura della compiacenza de’ Siciliani, e della fiducia loro nel governo inglese. — In seguito di un trattato di commercio conchiuso tra l’Inghilterra e la Sicilia, il principe di Belmonte, ministro degli affari esteri, ebbe in dono dal governo inglese una scatola d’oro, ornata di brillanti, coi due ritratti del re Giorgio III e del regnante Giorgio IV, allora principe reggente. Un tal dono venne accompagnato da una lettera del visconte di Castelreagh allo stesso principe di Belmonte, nella quale egli colmava di elogi la condotta di lui in nome del principe reggente,gliene faceva i più lusinghevoli complimenti, e conchiudea con raccomandargli ad avere la massima fiducia in lord Bentinck, come quello le cui operazioni eran tutte dirette al bene della Sicilia, ed uniformi agli ordini avuti dal suo governo (111) .

Saputasi dai Siciliani quella lettera scritta dal visconte di Castelreagh, dopo che egli era stato informato officialmente da lord Bentinck di tutti i precedenti avvenimenti, si raffermarono maggiormente le speranze ed il coraggio del partito costituzionale in Sicilia, che d’allora in poi si credè assolutamente sicuro della garanzia del governo inglese.

Laonde da indi in poi nulla si fece in Sicilia dal governo senza il consiglio, l’approvazione e l’opera del ministro inglese. Egli sedea sempre nel consiglio di stato; al parere di lui sommettevano i ministri il loro; nelle differenze di opinioni era il suo voto che decidea; colla sua intelligenza vennero sanzionali tutti gli articoli del Parlamento: onde in realtà la costituzione fu dettala dal ministro inglese.

Ma la sanzione di colali statuti diede occasione a molte e gravi dispute nel consiglio del principe, prima e dopo gli avvenimenti di marzo. Si dibatté in primo luogo per la sanzione della proposta nella quale si dichiararono proprietà dello stato tutti i beni, che fin’allora erano stati considerali come fondi demaniali e come proprietà della corona. Il principe di Cassare fece le più valide opposizioni ad un tale articolo, per la ragione che togliere alla corona la porzione permanente della sua rendila era lo stesso che mettere il trono e lo stato ogn’anno alla mercé del popolo o per meglio dire de suoi rappresentanti, i quali non devono supporsi sempre prudenti e ragionevoli. Se l’oggetto della costituzione, dicea egli, è stato quello di assicurare la proprietà del cittadino, non dovea incominciarsi dall’invadere quella del principe. I re d’Inghilterra hanno una rendita ereditaria indipendente, qualunque sia, e ragion non v’era di spogliarne il re di Sicilia, che per secoli l’avea goduto. Ma gli altri ministri rispondeano che i re di Sicilia non aveano realmente una proprietà. L'antico demanio (se pure può chiamarsi una proprietà) era stato alienato, e nell’alienarlo i prìncipi ne avean per lo più chiesto il consenso del Parlamento; ciò che prova che per le leggi del regno, il demanio non era mai stato riguardato come proprietà; e se ne rimanea qualche avanzo, ciò appartenea a buon titolo alla nazione, per compensazione di quella parte di esso che era stata illegalmente alienata, per cui la nazione si era caricata di debiti e di pesi. I re di Sicilia acquistando una competente lista civile a vita, indipendente dal Parlamento, verrebbero piuttosto a guadagnare che perdere. I re d’Inghilterra hanno, è vero, una rendita ereditaria, anche li avanzo dell’antico demanio, ma è piccolissima cosa in paragone dell’assegnazione loro a titolo di lista civile. Finalmente, a proposito del pericolo di rendere precaria l’esistenza dello stato, facendola dipendere dall’arbitrio del popolo, diceano i ministri, non esser probabile che i rappresentanti della nazione volessero mai procurare lo scioglimento dello stato, e la fine violenta della costituzione, negando i sussidi necessari al mantenimento della stessa.

Il principe vicario finalmente, ponderati i rispettivi sentimenti, sanzionò l’articolo seguente: «La nazione da oggi in avanti sarò la proprietaria di tutti i beni ed introiti dello stato di qualunque natura; e quindi ne disporrà il Parlamento con piena libertà; sempre però colla real sanzione.» — Placet'(112) .

Assai più importante fu la disputa sulle proposte per «a successione al trono di Sicilia, e particolarmente dello statuto che fissava l'indipendenza del regno di Sicilia da qualunque altro regno. Lord Bentinck vedeva che la proposta del Parlamento era da accettarsi per lo bene della Sicilia, ma dubitava se avesse potuto sostenersi co’ principi di giustizia. Ma i consiglieri e segretari di stato, tutti uniformamente fecero vedere al principe ed al ministro inglese, che la legge era chiarissima in favor di quello articolo. Tale era il capitolo 1° di Federigo II: De sacramento et obligalione domini quantum ad nos Siculos et prasertim quod rex non recedat'a Sicilia. Un tal capitolo era stato in pieno vigore sino al regno di Martino il giovane. Alla morte di Martino il vecchio, assunto al trono senza consenso de' Siciliani Ferdinando I, la legge venne violata nel fatto, ma era restala sempre integra nel dritto; quel capitolo non solo non era mai stato abrogato da veruno statuto in contrario, ma anzi era stato sempre confermato dal giuramento di tutti i re; ciò che unito a continui reclami de’ Siciliani ed a’ replicati sforzi loro per ottenerne l’osservanza, dovea certo fare riguardare come un abuso qualunque pratica contraria a quella legge fondamentale della monarchia. D’altronde, malgrado quella pratica abusivamente introdotta, il regno di Sicilia era sempre restato affatto distinto da quello di Napoli o da qualunque; esso nulla ebbe mai di comune con quello, altro che il sovrano; ma questo stesso sovrano, comechè reggesse i due regni col titolo di re delle due Sicilie, pure era stato sempre detto Ferdinando III negli alti siciliani e IV in Napoli, come Giacomo I, re della Gran Bretagna, venne sempre chiamato Giacomo IV, in tutto ciò che apparteneva alla sola Scozia. I ministri fecero infine considerare al principe ed al ministro inglese, che da quell’articolo dipendea l’esistenza della costituzione.

Il principe vicario ed il ministro inglese vollero che in quel rilevantissimo statuto i ministri mettessero in iscritto la loro opinione. Dopo tanti sforzi de’ loro maggiori per far valere un dritto così luminoso, venne finalmente fatto a quei ministri di cogliere quel destro per ottener ciò che. in tutti i tempi è stato l’idolo de’ Siciliani. I ministri scrissero il loro parere, al quale aderirono il principe e lord Bentinck, onde venne finalmente stabilito l'articolo in questi sensi: «Se il re di Sicilia riacquisterà il regno di Napoli, o acquisterà qualunque altro regno, dovrà mandarvi a regnare il suo figlio primogenito, o lasciare detto suo figlio in Sicilia con cedergli il regno, dichiarandosi da oggi innanzi il detto regno di Sicilia indipendente da quello di Napoli e da qualunque altro regno o provincia. — Placet per l’indipendenza; tutto il di più resta a stabilirsi dal re e dal suo primogenito; alla pace generale vedranno chi della loro famiglia debba regnarci» (113) .

Quando nel Parlamento fu proposto quello statuto, vi fu nel braccio de’ baroni chi ridendo disse, che bisognava anche prevedersi il caso del riacquisto del regno di Gerusalemme, di cui i re di Sicilia hanno anche il titolo, perché allora credeasi che vi fosse stata la stessa probabilità per lo riacquisto di quei due regni. Oh! se i Siciliani avessero potuto prevedere la catastrofe delle scene di Europa, certo, che in vece di quella celia si sarebbero occupali a cercare migliori garanzie per la loro libertà!

La sanzione di quest’articolo destò un grande interesse nel pubblico, ma non quanto l’altro dell’abolizione de’ fidecommessi. Questo statuto era stato proposto nel braccio demaniale pe’ maneggi della principessa di Paternò, donna dotata di tali attrattive, che in quei tempi era l’Aspasia di Sicilia, senza che fra gli amasii suoi vi fosse un Pericle. Costei per partecipare alla successione del vecchio marito e per far onta al conte diColtanissetti, primogenito del principe suo marito e della prima moglie, impiegò ogni mezzo di seduzione presso alcuni de’ membri del braccio demaniale, per far proporre quello statuto. I baroni, comeché la maggior parte di essi fossero stati usi a sprecare i beni loro con evadere la legge del fidecomesso, pure in quel momento ed in pubblico credettero interessato in ciò l’onor del ceto, ed ognun di loro si mostrò nemico di quella proposta per non dare a conoscersi degenere dagli antenati. Cosi questo vergognoso avanzo di zotica barbarie trovò ne’ baroni difensori si caldi, che essi tumultuariamente, non che respinsero la proposta, ma ricusarono di ricevere l’ambasciata del braccio demaniale che l’inviava. Ma come il braccio ecclesiastico si uni al demaniale, a dispetto dell’opposizione de’ baroni la proposta fu conchiusa.

Il pubblico prese un vivissimo interesse per quello statuto. Da una mano un immenso stuolo di cadetti di famiglia gioiva all’aspetto di miglior fortuna; e si unì a costoro la voce generale della nazione, che sentiva le ree conseguenze della carcerazione in poche mani della proprietà. Ma dall’altro Iato faceano causa comune coi baroni coloro che aspettavano qualche successione: costoro fecero capo dal re e dalla regina, dai quali ottennero lettere pel principe, che non furono infruttuose.

Il ministro inglese sentiva i vantaggi che avrebbe arrecati alla Sicilia l'abolizione de’ fidecommessi, ma mostrava degli scrupoli per la violazione della proprietà, perché considerava il dritto alla successione come una proprietà. Il principe di Cassaro riguardava l'abolizione de’ fidecommessi come la causa dell’annientamento delle famiglie nobili del regno. Il principe di Aci, vago sempre di popolarità, lusingava i due partiti, promettendo il suo voto ad ambedue. Il principe di Belmonte si era dichiarato fermo sostenitore de’ fidecommessi. Il solo principe di Castelnuovo era il campione dell’abolizione.

Nel consiglio di stato la lotta fu acre e vivissima. Da un lato si mettevano avanti le viete ragioni dello splendore delle famiglie e della necessità di un celo intermedio ne’ governi monarchici. Castelnuovo sostenea che la nobiltà era necessaria nelle monarchie, come quella che mantiene sempre esistente una classe di individui ereditariamente interessati a sostenere la forma del governo, e che serve di continuo fomite all’industria di coloro, che co’ talenti e co’ servizii resi allo stato vengono ascritti in quel numero; ma che non facea mestieri che la nobiltà fosse unicamente limitata a pochi individui che hanno il privilegio di essere ignoranti e neghittosi ereditariamente; che anzi il mezzo di rendere la nobiltà rispettabile ed utile, si è quello di mettere i membri di lei nella necessità di esser saggi e virtuosi per conservare il loro rango; che la mostruosa divisione della proprietà in Sicilia presentava dappertutto un insuperabile ostacolo all’industria; che la Sicilia non sarebbe mai libera, finché mancasse nella Camera de’ Comuni una quantità di grossi proprietari indipendenti, e personalmente interessati a difendere la proprietà, a sostenere la libertà, a far fronte all’anarchia popolare e ad incoraggiare l’industria del popolo.

Fra l'urlo delle contraddizioni, finalmente fu apposta quella sanzione, la quale non contentò verun partito, poiché il principe da una mano ammettea una riforma degli attuali fidecommessi, e dall’altra dichiarava che non sarebbe mai per approvarla, finché dal Parlamento non si presentasse uno statuto uniforme alla costituzione inglese.

Quanto era vantaggiosa per la Sicilia l'abolizione de’ fidecommessi, tanto le fu fatale il proporla in quel momento; fu questo un pomo di discordia che disunì il partito costituzionale: molli, tocchi da quel grave interesse, fecero causa comune co’ realisti e cercarono un appoggio nel re, la cui protezione dovettero comprare con larghe esibizioni. Le quali tanto più volentieri vennero fatte, in quanto lo stato di abbiezione, in cui trovavasi quel monarca e le carezze di cui era prodigo verso coloro che a lui si avvicinavano, non mancavano di desiare un certo interesse. Molti, che a malincuore si erano piegati alla perdita de' dritti feudali, minacciati anche dall’abolizione de’ fidecommessi, cominciavano ad abbonire il nuovo ordine di cose, come quello che attaccava le parti vitali dell’aristocrazia. Alla testé di costoro era il principe di Cassaro. Costui era stato uno di coloro, che maggiormente si erano adoperati a far allontanare il re dal governo; ma poi se gli era avvicinalo di nuovo per indurlo a divenire strumento delle sue vedute, e procurar per tal modo di frastornare tutte le operazioni de’ costituzionali, e cercare di soffocare nel suo nascere la costituzione. Con tali mire, egli era stato il primo ad istigare il re a ripigliare il governo, e ne fu ricompensalo colla carica di maggiordomo maggiore del re.

Ma la più fatale conseguenza che apportò alla Sicilia la proposta dell’abolizione de’ fidecommessi fu la disunione tra il principe di Castelnuovo e il principe di Belmonte; divisione la quale, comeché talvolta apparentemente sopita, pure, accresciuta da vari incidenti, in appresso produsse finalmente la rovina della causa pubblica.

Le dissensioni per la sanzione di quell’articolo si cominciarono anche per quelle degli altri statuti del Parlamento, e particolarmente pel piano del sistema giudiziario. Le dispute del Parlamento, maliziosamente promulgate, diedero tempo ad alcune delle principali città del regno di mettere avanti delle strette pretensioni, perché nella nuova organizzazione del sistema giudiziario si avesse avuto più riguardo ai pregiudizi delle loro preminenze che alla più semplice e più eguale amministrazione della giustizia; e tanto taluni intrigarono per venire a capo di ciò che il progetto venne ridotto ad una mostruosa catasta di magistrati, che avrebbero accresciuto il disordine e la confusione nell’amministrazione della giustizia. Il principe, il ministro inglese e il ministero si trovarono imbarazzati nel sanzionare quel piano; e non potendo d’altronde esser d’accordo, si contentarono di apporre il veto a quei magistrati che credettero di soverchio, e rimisero al prossimo Parlamento lo stabilimento degli altri.

Una tal sanzione fu causa di gravi danni, ed irreparabili. La nazione, che anelava per la riforma del sistema mostruoso di amministrar la giustizia, non solo si vide delusa nelle sue speranze, ma cadde in mali maggiori. I magistrati, resi indipendenti dal potere esecutivo ed emancipali dalla sferza ministeriale, divennero più despoti, più corrotti, più venali di prima; in guisa che, mentre la nazione aveva acquistati grandi dritti politici, i dritti civili del cittadino, le sue proprietà, la sua libertà stessa restarono esposti ai raggiri, agli abusi, alla versatilità ed all’ingiustizia de’ magistrali.

Imperfetto com’ era, e mal proporzionalo ai bisogni dello Stato il piano delle finanze proposto dal Parlamento, il principe vicario, non potendo che accettarlo o ricusarlo, fu costretto ad apporvi la sovrana sanzione.

Compita così la real sanzione di tutti gli articoli del Parlamento, il principe ne ordinò la pubblicazione. Le basi della costituzione erano già state sanzionale in agosto; gli articoli riguardanti l’organizzazione de’ consigli civici, de’ magistrati municipali, e la forma del Parlamento lo furono in febbraio 1815, e finalmente in giugno dello stesso anno si pubblicò tutto il resto della costituzione (114) .

Avvegnaché manca in qualche parte essenziale la costituzione, fu ricevuta in Sicilia con tale trasporto che in pochi mesi se ne fecero oltre a dieci edizioni di tutte le forme ed in tutte le tipografie del regno. Prova certa dello spirito di cui era generalmente animato il popolo siciliano.

FINE DEL CAPITOLO DUODECIMO.


CAPITOLO XIII

Partenza di lord Bentinck. — Partenza della regina. — Di lei carattere. — Nuovo Parlamento. — Partito anticostituzionale. — Belmonte. — Castelnuovo. — Cagioni della loro disunione. — Disposizione degli animi de' nuovi rappresentanti. — Balsamo.

Pubblicata già la costituzione, venne a lord Bentinck l’infàusto talento di allontanarsi di Sicilia e recarsi alla testé dell'armata anglosieula in Catalogna, per cooperare alla guerra continentale ed alla difesa della penisola. Non vi fu alcuno dei partigiani della costituzione, che non avesse adoperalo tutti gli argomenti onde distoglierlo: gli si facea considerare, che il fuoco in Sicilia non era spento; che vi era stata solo sparsa di sopra della cenere; che qualunque scintilla non repressa dalla sua presenza avrebbe potuto suscitar l'incendio più cocente di prima; che la costituzione di Sicilia era una pianta tenera, nata fra spine e rovai, i quali, se non erano recisi dal ferro, l’avrebbero presto soffocata. Ma per avverso destino della Sicilia, egli fu sordo a colali ragioni, e si ostinò a partire. E, vaglia il vero, egli ne avea ben d’onde; imperciocché egli volle dare al suo governo una prova di fatto de’ vantaggi, che si erano ricavati dal cambiamento del sistema politico della Sicilia. Se prima l'Inghilterra non avea ottenuto altro dal governo siciliano, che onte ed ingiurie; se gli Inglesi erano stati allora in Sicilia esposti al rischio di essere massacrati da un momento all’altro; dovea farsi vedere che, cambiata la forma di governo, allontanatine il re, la regina, i Napolitani, e tutti i segreti partigiani de’ Francesi, la Sicilia cooperava validamente alle grandi operazioni dell’Inghilterra, ai suoi trionfi ed agli sforzi delle potenze collegale (115) .

Prima però di partire, il ministro inglese credè di assicurare la tranquillità della Sicilia, allontanandone la regina, e castigando coloro che erano stati i principali autori delle scene del precedente marzo. Con tale intendimento, in forza del trattato segreto conchiuso col re alla Favorita, intimò formalmente alla regina d’allontanarsi di Sicilia e recarsi in Germania, o in qualunque altro luogo non sospetto alla Gran Bretagna. E perocché essa mettea avanti indugi e pretesti, ebbe ricorso alla forza e fece marciare verso Castelvetrano, ov'essa era ritirala, un corpo di truppa per obbligarla ad imbarcarsi, quante volte persistesse ad opporre difficoltà.

Ma la regina era così sbaldanzita, che non pensò ad opporsi più oltre ai voleri del ministro inglese, il quale per sollecitar la partenza di lei somministrò il danaro per pagare i debiti e riscuotere i gioielli di lei, che eran dati in pegno. Frapposto breve intervallo per incomodi di sua salute, la regina s’imbarcò in Mazara, ed accompagnata da parecchi legni siciliani ed inglesi, lasciò la Sicilia per non tornarvi mai più.

La sua partenza diè luogo a contrari sentimenti nel pubblico: altri ne menarono estremo trionfo, ad altri fu cagione di cordoglio estremo, secondo che ognuno era animato di contrari interessi e di opposte vedute. E la stessa disparità si è conservala nelle pitture del carattere di questa regina; ond’è che altri le profonde encomi senza misura, altri ne dilania il nome senza ritegno; ma ed i gonfi panegirici degl'uni, e le severe invettive degli altri son dettali da privale passioni più che da sano giudizio.

Che Maria Carolina d’Austria, regina delle due Sicilie, sia stata una donna di grandi e sublimi qualità, è innegabile. La generosità, l’amicizia, la grandezza e il vigor dell’animo; l’attività, il coraggio, la longanimità, la destrezza nel trattare i più grandi affari, la maniera nobile e seducente di attirarsi i cuori degli uomini, eran qualità che gli stessi nemici di lei non le potean negare: ma gli stessi amici suoi negar non possono che le grandi virtù di lei venivano oscurate da abbominevoli vizi. Ambiziosa, prodiga, intrigante, doppia, inesorabile, feroce, pervicace nell’odio, vendicativa sino alla crudeltà, non ebbe mai veruno scrupolo nella scelta de’ mezzi più iniqui per giungere alla meta che si proponea. Ciò malgrado, essa sarebbe stata meno odiata ed avrebbe trasmesso alla posterità un miglior nome, se fosse stata pienamente investita dell’autorità sovrana, o se l’autorità sovrana non fosse stata in Sicilia limitata dalla legge. La sua intemperante sete di dominio mal si conveniva alla condizione di moglie e di suddita, e mal pativa il freno d’una costituzione; onde dovette esser sempre alle prese colle immense difficoltà che le si paravano innanzi. Se ella fosse stata sovrana legittimamente assoluta, non avrebbe avuto bisogno di ricorrere sempre alle minacce, alle carezze ed alle mal impiegale largizioni per indurre i magistrati e tutti gli uomini in carica ad obbedire ai voleri suoi, piuttosto che alle legge, e non sarebbe stata nell’infelice necessità di profondere immensi tesori per rimunerare uno stuolo famelico e rapace di spie e di fuoruscili; non avrebbe indotti i magistrati siciliani nel 1810 a fare quell'infame rappresentanza contro il Parlamento; non avrebbe obbligato undici deputati del regno a tradire la Sicilia; non avrebbe steso una mano rapace ai capitali del monte di pietà e del banco pubblico di Palermo; non avrebbe infine sovvertilo ogni principio di morale e di onore, riducendo quasi a virtù sociali lo spionaggio e il tradimento; né il governo di lei sarebbe stato una continua violazione di tutte le leggi, ed un sistema organizzalo di scandalo e di corruzione, che stabilì in Sicilia una scuola di perversità universale.

Malgrado tutto ciò, la partenza della regina mostrò come leggieri e mal ponderati sono spesso i giudizi degl’uomini: allontanata lei, in nulla venne alterato l'andamento delle cose; prova evidente che essa fu sempre mossa e non motrice, e ch'essa più che rea era imprudente, mostrandosi sempre in prima riga ed attirando a sé sola l’odiosità delle altrui suggestioni.

Ma non fu solo la regina che ebbe a sentire il peso dell’indignazione del governo inglese. Sin dagli avvenimenti di marzo il principe di Aci ed il principe di Cassaro erano stati rimossi dalle segreterie di guerra e di grazia e giustizia, e loro erano stati sostituiti il retroammiraglio Ruggieri Settimo ed il principe di Carini. Il re, per ricompensare il principe di Cassaro ed il principe di Cutò dell’opera loro nel ricondurlo al governo, avea conferito al primo la carica di suo maggiordomo maggiore ed all’altro quella di capitano della real guardia degli alabardieri. Il ministro inglese ne li volle privati, e prima di partire pretesene la parola d'onore dal principe vicario. E tale impegno ebbe in ciò lord Bentinck, che avendo egli promesso di somministrar del danaro per aggiustare i conti tra il re e il principe, lasciò l’incarico a lord Montgomery, che restava in sua vece, di non pagar quel danaro se prima non fossero stati privati delle cariche quei due signori. Il principe vicario mantenne la sua parola; ma volendo loro risparmiare l’affronto della remozione, cercò di persuaderli a rinunziare; essendosi però eglino negali a ciò, vennero rimossi.

Non è certo da far le meraviglie che il ministro e generale inglese abbia preteso il gastigo di due persone che aveano attraversate le sue vedute; ma non era né decente, né politico, né generoso il mostrar che fecero alcuni di tanta compiacenza nella sventura di due distinti signori, che così si convertirono in nemici irreconciliabili; ed il loro rancore si comunicò a’ loro numerosi congiunti ed amici. V'erano allora nel partito costituzionale taluni che resi insolenti del non meritato favore di alcuno de’ ministri, si conduceano in modo da adirare a quel partito quanti più nemici poteano; e presto la Sicilia sentì i fatali effetti dell'imprudenza e della nequizia di costoro.

Fu intanto convocato colle nuove forme il Parlamento. La nuova elezione de’ rappresentanti de’ Comuni destò un generale entusiasmo nel regno: e per la importanza che già il popolo vi attaccava e per la novità della funzione. Pure in mezzo all’universale letizia, una nuvola si addensava, che dovea far tornare in tempestosi i dì lieti. Il re cui si era tolto il governo, senza torgli la volontà, l’interesse ed i mezzi di frastornare il governo; quei Pari che negli avvenimenti dell’antecedente marzo si erano smascherali, ond’erano sicuri di non potere più essere ben ricevuti nel partito costituzionale, o almeno di primeggiarvi; un corpo di magistrati corrotti, come il governo che li avea promossi, avvezzi a non aver nell'esercizio della loro carica altro freno che il capriccio, onde naturalmente abbonivano un sistema che lor metteva più forti pastoie; tutti gli emigrali napolitani che aveano fin’allora vissuto del sangue di Sicilia; costoro tutti, com’ è naturale, aveano in abbominio la costituzione.

Finché fu in Sicilia lord Bentinck, la sua presenza li tenne a freno; ma alla partenza di lui cominciarono bel bello a mandar fuori destramente l'interno veleno. Se il ministero fosse stato più esperto nel dirigere un governo costituzionale, avrebbe di leggieri potuto schermire l’attacco. Ma i ministri, forse confidando di troppo nel dichiarato favore dell’Inghilterra, lungi di usar tutte le arti, onde formarsi un partito, indebolirono il loro. Credendo essi avvilimento e delitto il venire a patto co’ nemici, ricusarono di tentare qualunque via per attirarli a loro, adescandoli; ond’essi si prepararono all’attacco col rancore ed ardire, che ispirano il disprezzo e la disperazione. Allontanato l’appoggio del ministro inglese, facea mestieri che tutti gli amici della costituzione si tenessero fermamente uniti per presentare un argine insuperabile ai nemici; ma sventuratamente essi si disunirono, e la dissensione cominciò dai capi.

Erano allora alla testé del partito costituzionale il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo. Questi due insigni cittadini, i cui nomi riscuoteranno sempre il rispetto e la gratitudine dei Siciliani, per un avverso destino della Sicilia cooperarono colla loro dissensione a sagrificare quella costituzione che avean conquistata coi loro generosi sforzi.

Il principe di Belmonte riuniva in sé tutte le brillanti qualità che possono attirare all’uomo un gran partito. Un nome illustre, un’anima grande, abbondanti dovizie, felicissimo ingegno, audacissimo in ogni impresa e pertinace nel sostenerla, eloquentissimo, portato sempre alle grandi cose e tutte dirette al bene della patria; ed a tutto ciò univa la bellezza del volto e maniere nobili e gentilissime. Sarebbe egli solo bastalo a sostenere la costituzione in Sicilia, se avesse potuto comunicare agli altri le sue grandi qualità, o se le sue qualità fossero state esenti di difetti. Pieno, forse oltre al dovere, di sé, non era scevro di orgoglio; talché spesso irritava e provocava i nemici; il suo ingegno era più vivace che solido, ed avvezzo a riscuotere e meritare gli applausi altrui, non era insensibile all’adulazione; onde spesso adottava un’idea senza ben ponderarla, o perché tradito dalla sua fervida immaginazione, o perché sedotto da qualche velenoso adulatore.

Meno brillanti qualità, ma più solide formavano il carattere del principe di Castelnuovo. Costui, inalterabile nei suoi divisamenti, modesto, virtuoso ed esatto, amava il popolo per sentimento, odiava la tirannide. per principio; freddo nel determinare, non vi era forza umana che potesse distoglierlo da’ suoi proponimenti; onestissimo nelle sue vedute, fermissimo nel recarle ad effetto, ben può dirsi di lui: Justum et tenacem propositi virum. Ma la fredda virtù sua non era fatta per brillare nei caldo delle passioni e fra l’urto de’ partiti; e la sua scrupolosa esattezza lo rendea talvolta più servo che amico del sistema, e spesso gli facea sagrificare le più grandi cose a piccole vedute. Quegli era più adatto a resistere al potere che a governare; e questo più idoneo a dirigere un governo già stabilito, che a dare alla macchina politica l’impulso necessario in quella circostanza. Belmonte invece di adescare i nemici della costituzione volea conquistarli. Castelnuovo non volea far né l’uno né l’altro, credendo che bastava condursi bene per avere un partito; né sapea immaginare che la sola virtù non basta per metter l'uomo, e particolarmente l'uomo di stato, al coverto delle calunnie di una fazione nemica. La diversità del carattere traea seco spesso una disparità di opinione, la quale veniva spinta quasi all'ostinazione dalla tenacità di questi due personaggi e dalla loro rettitudine; perché entrambi erano in buona fede convinti, che il cedere fosse sagrificare la cosa pubblica ad umani riguardi.

Ciò malgrado quella loro disparità non sarebbe stata perniciosa allo Stato, se da cause eterogenee non fosse stata spinta al di là de’ giusti confini. Era allora la casa di quei ministri frequentata da tutti coloro che avevano sposato la causa della costituzione; ma ben pochi seguivano quel partito coll’onesta veduta del pubblico bene, ed alcuni in particolare ve n’erano, che a ragione mal sedeano nella pubblica opinione. Ognuno de’ due ministri, forse per la necessità di trarre alcun servizio da costoro, li careggiava, e come coloro che incensavano l'uno, conoscevano di goder poco l’opinione dell'altro, così ebbero uno scambievole interesse a fomentar la discordia.

In tale stato di cose uno sbaglio del principe di Castelnuovo portò la sua rovina e quella della Sicilia: egli o non volle o non seppe farsi un partilo nella nuova Camera de' Comuni. S’immaginava che chiunque era come lui nemico del passato governo, e cupido di libertà, fosse necessariamente del suo partilo. Ciò vuol dire conoscer poco l’uomo e nienle il governo costituzionale. Pochi sono gli uomini che non desiderano di esser liberi; ma pochissimi son coloro che conoscono in che consista la vera libertà. D’altronde v’hanno delle operazioni politiche nell’andamento ordinario de' governi, di cui il popolo o non può conoscere a prima fronte il vantaggio, o l’oggetto loro esige il secreto; ond’è che ne' regni costituzionali la forma stessa del governo vuole che i ministri abbiano sempre la maggiorità nel Parlamento, composta di persone, che o per principio o per uniformità di vedute e personale amicizia, ed anche per interesse, siano attaccati al ministero. Se ciò è assolutamente richiesto in qualunque paese che si governi con una costituzione, assai più lo era in Sicilia ed in quel Parlamento, nel quale dovea recarsi a compimento la costituzione.

Certo si è, che in quella occasione il principe di Castelnuovo o fu indotto in quell’errore dalla sua inesperienza nel maneggio di un governo costituzionale, o fu mal servilo dagli amici suoi, i quali si adoperarono a far cadere le elezioni de’ nuovi rappresentanti de’ Comuni sopra gli individui più noli per professare princìpi liberali. Con questo intendimento fecero eglino capo da Vincenzo Gagliani, il quale alcuni anni prima era stato arrestato per le sue opinioni, e appunto per ciò era consideralo come un martire della buona causa, e godea l’opinione del pubblico che ne conoscea i talenti, senza ancora aver avuto occasione di conoscerne il carattere. Costui raccomandò agli amici del ministro i più noti fra coloro che aveano come lui professati i princìpi del giacobinismo francese, alcuni de’ quali per isfuggire le violenze del governo siciliano erano iti a cercar ricovero e ventura presso la repubblica francese, e si erano ivi confermati in quelle perniciose dottrine, assai più contrarie alla vera libertà, che non è lo stesso dispotismo. Così entrarono nella Camera de’ Comuni colali energumeni, che il principe di Castelnuovo o gli amici suoi riguardavano come salde colonne del partilo.

Si credea intanto generalmente che in quel Parlamento avesse dovuto riproporsi la fatale abolizione de’ fidecommessi; e come si sapea generalmente che i due ministri erano gli antesignani, uno dell'abolizione, e l’altro del sostenimento di essi, i rappresentanti scelti nel regno si avvicinavano alla capitale colla sicurezza di dover avere un partito, e di dover lottare contro dell'uoo o dell'altro ministro: cosi la Camera de' Comuni già prima di nascere contenea in sé un germe di discordia e diffidenza verso il ministro. Intanto molti degli amici del principe di Belmonte, che erano ben anche fautori de' fidecommessi, per evadere il colpo, diressero l’attacco contro il principe di Castelnuovo, predicando, che non dovea la Camera votare i sussidi se prima non si stabilivano tutti gli articoli necessari alla perfezione della costituzione. Popolare e gradita per quanto sia stata l’abolizione de’ fidecommessi la proposta di non pagare è stata sempre meglio ricevuta di qualunque altra.

Colsero allora il destro i rappresentanti nemici della Costituzione e de’ due ministri o profittarono di quella insinuazione, accreditandola e malignandola; onde a misura che si avvicinava l’apertura del Parlamento si rendeano più volgari le voci, che la costituzione era oscura, imperfetta, e fin contraddittoria in molli luoghi; che i ministri avrebbero potuto proporne nna più libera e più democratica; che essa non bastava a tenere a freno il dispotismo, il quale dalle mani del re era passato in quelle de' ministri; che essi voleano votati presto i sussidi per impedire che dal Parlamento si facessero delle leggi salutari per assicurare la libertà dei popolo; che a tale oggetto metteano avanti bisogni che non erano, e se pure eran veri,erano l’effetto del gran denaro, che i ministri aveano sottomano mandato in Inghilterra per comprare quel Parlamento e quel ministero.

Sciocche e maligne per quanto fossero state colali voci, furono ben ricevute da un popolo inesperto, e portato per lunga esperienza a dubitar sempre delle intenzioni del governo. Ma era proprio scandaloso che cotali ciarle venissero principalmente sparse ed avvalorate da quei tali amici del principe di Belmonte, che nell'antecedente Parlamento aveano messa avanti la stretta proposizione dell’amministrazione delle finanze, i quali, dispettosi di non essere riusciti in quello a far onta al principe di Castelnuovo, si erano procacciata sede anche in questo, per rinnovarvi le ree pratiche contro quel ministro senza prevedere che eglino stessi sarebbero per essere vittime della tempesta che suscitavano.

Quando gli spiriti sono alterati, le menome circostanze producono grandi effetti. L’abate Paolo Balsamo, professore di economia agraria e politica nell'università di Palermo, età in quei tempi l’amico de' due ministri: egli avea steso il piano della costituzione, avea fatte delle grandi fatiche a quell’uopo, ed il ministro delle finanze particolarmente lo careggiava per profittare delle sue cognizioni in fatto d’economia. Balsamo però, malgrado i suoi talenti, avea molli nemici. I princìpi di libertà economica e politica da lui professati nelle sue lezioni di economia agraria, aveano ferito i pregiudizi e gli interessi di molti; era egli stato amico di Tommasi, e seco lui avea fatto un viaggio in Sicilia al 1803, del quale avea pubblicato il giornale al suo ritorno in Palermo. Quest’opera avea dei grandi meriti che non erano né pel gusto, né per le circostanze d’allora della Sicilia, e dei grandi difetti, che non sarebbero pel gusto di verun paese culto. Un economista, che dà una giusta idea dello stato dell’agricoltura, del fruttato delle terre, de’ progressi dell’industria di un paese, sarebbe stato, come ei lo fu, applaudito in Inghilterra; ma in Sicilia ed in quei tempi, un’opera che mostrava l'aumento della ricchezza nazionale, pubblicala sotto gli auspici di un uomo malveduto, com’era Tommasi, si credè dettata da lui per giustificare le pretensioni del governo ad esorbitanti tributi.

Il pubblico che ignorava che in quel momento Balsamo era l’organo di comunicazione tra Tommasi e i malcontenti, si disgustò di lui; onde non si calcolavano i meriti dell’opera, ma con ragione se ne rilevavano i difetti, le goffaggini, le buffonerie, la bassa adulazione e le indiscrezioni delle quali l’opera soprabbondava. Aggiungasi a ciò, che Balsamo conoscea poco Farte di sedurre gli uomini; e la maggior parte degli uomini vogliono esser sedotti, più che persuasi. Una certa sufficienza di sè, un tuono didascalico, comune per lo più agl’uomini di lettere, un fare aspro e poco gradevole negli atteggiamenti e ne’ modi, oscurarono in parte i grandi meriti di lui.

Nel dimostrare ad alcuni dei rappresentanti la necessitò di votare, pria d’ogni altro, i sussidi che abbisognavano pel mantenimento dello Stato, con poca avvedutezza ei nominava spesso l’appoggio e l’influenza delle bajonette inglesi. Questa espressione malcauta, replicata, accresciuta e malignala, produsse un effetto tutto contrario, e fece considerare come eroica virtù l’opposizione e la resistenza a quel necessarissimo provvedimento.

FINE DEL CAPITOLO DECIMOTERZO.


CAPITOLO XIV

Parlamento del 1813. — Domanda de' sussidi. — Rossi. — Condotta del Parlamento. — Alleanza tra' Realisti e i Demagoghi. — Proroga del Parlamento. — Occulte ragioni della discordia. — Commissione militare. — Seconda sessione del Parlamento. — Mete. — Risoluzione presa dal ministero. — Rinunzia de’ ministri.

Tale essendo la disposizione degli animi fu aperto colla massima pompa e con ilarità universale (116) il Parlamento del 1815, dal quale la Sicilia aspettava il compimento delle grandi operazioni del precedente. Il principe vicario scelse a presidente della Camera dei Pari il principe di Villafranca, giovane che godea la pubblica stima per la rettitudine del suo cuore, per gli ottimi costumi suoi, pel suo carattere splendido e generoso, e pel suo costante attaccamento alla costituzione. Nella Camera de' Comuni però, in cui il presidente doveva scegliersi a voli, la Camera mostrò sin d’allora lo spirito di discordia e di fazione. Tutti gli amici del principe di Castelnuovo mettevano avanti Cesare Airoldi, uomo che per tutti i titoli era ben da tanto. La fazione dei demagoghi voleva un Gaspare Vaccano, il quale, fin allora nec beneficio nec injuria cognitus, era stato in vari tempi medico, avvocato, e finalmente merciaiuolo, e con quest’ultimo carattere fu in Francia in tempo della repubblica ed ivi si formò in quella scuola. Per questo solo merito divenne istantaneamente uomo alla moda. Dal consiglio civico di Palermo era stato eletto a senatore della città, e quindi sì metteva avanti per presidente della Camera de’ Comuni. Gli amici del principe di Belmonte aveano un terzo piccolo partito; ma come Airoldi ebbe la pluralità de’ suffragi su gli altri due, venne eletto a presidente.

La dissensione però si manifestò maggiormente nelle ulteriori discussioni. Lo stato ruinoso delle finanze non permetteva a' ministri di differire più oltre lo stabilimento di quest’importantissimo articolo, da cui dipendea l’esistenza stessa del governo. Le dilapidazioni del passato governo erano tali, che la rendita dello Stato bastava appena per pagare la lista civile, ed il soldo giornaliero ai soldati; ma il debito pubblico non polca soddisfarsi; le ordinarie funzioni del corpo politico erano tutte arrestale da mancanza di mezzi; gli uffiziali dell’esercito andavano creditori di più mesi di soldo; gl’impiegati civili non erano pagati; la falsa moneta all’ombra dell’impunità si accresceva di giorno in giorno. In somma lo Stato era fallito. Laonde il differire ancora a bilanciar le finanze, era lo stesso che far cumulare un debito immenso, che la nazione non sarebbe stata forse in istato di pagare mai più, e provocare cosi la dissoluzione dello Stato.

Il ministro delle finanze sarebbe stato certamente reo, se non avesse avvertito la nazione dello stato ruinoso dell’amministrazione, e se non avesse reclamato efficacemente i più pronti rimedi. Molto più che il Parlamento si era aperto in giugno, due mesi erano appena bastanti per discutere e votare nelle due Camere il piano delle finanze, per sanzionarsi dal principe, e per organizzarsi il nuovo sistema degli impiegali, nella riscossione ed amministrazione de’ tributi, onde mandarlo ad effetto nell’entrar di settembre, in cui dovea farsi la riscossione delle imposizioni. Laonde il differire per qualche tempo a stabilire il nuovo sistema di finanze, era lo stesso che prolungare il male per un anno (117) .

Spinto da quell'urgentissima necessità il principe vicario spedì un messaggio alla Camera dei Comuni, nel. quale facea vedere la necessità di occuparsi sollecitamente a provvedere l’erario. Il retroammiraglio Settimo, ministro della guerra, arringò energicamente, mettendo in veduta lo staio lagrimevole e pericoloso dell’armata. Ma il discorso di lui, lungi dall’esser considerato come un adempimento al proprio dovere, venne chiamato insulto fatto alla Camera. Emmanuele Rossi fu il primo a alzarsi e rispondere con virulenza al ministro, e disse che il pretendere che la Camera si occupasse di finanze prima di qualunque altro articolo, era un attentalo contro l’indipendenza e la libertà della Camera.

Era il Rossi il principale fra coloro che erano stati raccomandati dal Gagliani. Era stato egli in Sicilia uno de’ primi a sposar caldamente ed a professare i princìpi della repubblica francese; e spinto dalla violenza del suo temperamento, avea abbandonato per vari incidenti il paese natio, ed era ito a cercar ventura in Francia. Ma come colà in quei tempi non mancavan de’ Rossi, non gli venne fatto di trovar fortuna. Si era indi ritiralo in Malta, ove si trovava quando quell’isola fu assediata dagli Inglesi; ed avea cercalo poi di fuggirne sul Guglielmo Tell; ma questo vascello cadde nelle mani di Nelson, si ch’egli fu condotto prigione in Sicilia, e vi stette qualche tempo. Finalmente, avendo riacquistata la libertà, faceva il mestiere di avvocato. Energumeno, come egli era, gli venne facile di acquistar popolarità in un paese non ancora istruito dall’esperienza per conoscere l’immenso divario che passa tra l'uomo veramente liberale, ed il rivoluzionario.

Tale era quest’uomo che divenne ad un tratto il Mirabeau di Sicilia (118) ; e ne sarebbe divenuto il Robespierre senza la forza inglese. Conosceva ben egli che quella forza avrebbe sempre resistilo alle sue rivoluzionarie vedute; e pieno la mente e il cuore di giacobinismo, odiava gl’Inglesi, ed in conseguenza la costituzione, e perché essa era opera loro, e perché era molto lontana dalle sue stravolte idee. Così costui, bilioso, violento, senza talenti straordinari, senza eloquenza, senza vivacità, senza grazia, mancando perfino degli adorni esteriori, che sogliono talvolta imporre alla moltitudine, divenne istantaneamente l’arbitro del Parlamento. Pure costui non avrebbe avuta mai la maggiorità nella Camera, se quasi tutti gli amici del principe di Belmonte non fossero stati i primi ad unirsi a lui, mossi da quel maligno spirito di privalo rancore contro il ministro delle finanze.

In tutte le adunanze pochi sono gli uomini il cui suffragio è dettato da riflessione o da interesse loro proprio; la maggior parte seguono ciecamente la corrente. Tale era la popolarità che godean sulle prime i ministri in Sicilia, che i rappresentanti, i quali eran per la maggior parte gente onesta, e veramente amavano la costituzione, giunsero io Palermo coll'idea di seguire le parò de’ ministri e di far causa comune con essoloro contro i nemici della costituzione: e tanto è ciò vero, che, nell'elezione del presidente, il ministro delle finanze ebbe la maggiorità. Ma quando essi videro gli amici de’ due ministri divisi in due partili nemici, non ebbero più uno stendardo da seguire, si determinarono per quella opinione che vedeano più favorita dal pubblico, perché la moltitudine applaudisce sempre alla proposizione di non pagare.

Perduta una volta la maggiorità nella Camera, il ministero non potè più riacquistarla: perché molti arrossivano di appartenere ad un partito battuto, e volevano anzi far parte di quella fazione che godea già il pubblico favore, perché si affigge sempre un’idea gloriosa alla resistenza, all’autorità, qual essa siasi. Onde avvenne che quella gente, mancando della superiorità d’animo, necessaria per affrontare le grida del volgo che si arroga sempre il nome imponente di popolo, si sarebbe creduta svergognata seguendo le parti di un ministro, e si recava a gloria di lasciarsi strascinare, e servir di strumento alle vedute di pochi maligni e forsennati demagoghi. Per tal modo non restarono a seguire il partito ministeriale che i soli amici del principe di Castelnuovo, i quali venivano generalmente accusati dalla contraria fazione di bassa venalità, ed additati come uomini che seguivano quel partito per la speranza di aver delle ricompense dai ministri. Ciò che in parte era vero, ma i motivi per cui un uomo si muove, non hanno nulla di comune con ciò che sostiene.

La condotta della fazione antiministeriale, cadea molto bene in acconcio colle vedute de’ nemici della costituzione e de’ ministri; i quali concordemente predicavano: che i sussidi sono il palladio della libertà nei governi costituzionali; che il popolo non avea altro freno onde imbrigliare i ministri; e che accordati una volta i sussidi, i ministri aveano io animo di chiudere il Parlamento senza recare a fine gli articoli necessari al compimento della costituzione.

Tutto ciò però era un paralogismo per illudere il volgo e mascherare la vera veduta de’ capi di quella fazione, che era d’inchiodare il Parlamento, impedire che i ministri potessero scioglierlo, e quindi abbandonarsi senza ritegno alle loro insanie. Con tale intendimento non si diè altra risposta al messaggio del principe vicario, ed alle premurose richieste del ministro della guerra, che di scegliere un comitato per esaminare lo stato passato e presente delle finanze, e proporre un piano per l’avvenire. Furono ugualmente destinati molti comitati per proporre piani di magistrature, codici, piani di polizia, ecc. ecc. e tutto restò nella sola scelta dei comitati, dai quali vennero con gelosia esclusi tutti coloro che eran seduti nel precedente Parlamento.

Emancipata la Camera dal freno ministeriale, naturalmente si abbandonò a mille frivole sciocchezze e personalità che formarono da indi in poi il solo oggetto della discussione del Parlamento. Allora, come sempre è avvenuto, la fazione antiministeriale fe’ causa comune coi realisti e coi nemici della costituzione, perché i rivoluzionari non hanno princìpi e non sanno quel che si vogliono, ma fanno sempre per sistema la guerra al governo in atto, qual ch'esso siasi. E come il loro linguaggio era più atto a sedurre il volgo, così divenne il linguaggio universale de’ realisti. Così coloro stessi, che fin’allora erano stati generalmente malveduti per aver mesi prima invitato il re a risalire al trono, e fatto di tutto per sovvertire la costituzione, si videro poi alla testa di quella fazione, nella quale in buona fede molti credeano di correre alla libertà per quella via.

Tale era lo stato del Parlamento quando esso fu prorogato a’ 19 luglio per movimento popolare accaduto in Palermo. La sera de’ 18 luglio una banda di ciurmatori, mentre si affollava a veder certe figure che erano state esposte al pubblico nella passata festa di santa Rosalia, si levò a sommossa, disarmò la sentinella che stava a guardar quelle, e cominciò a correr sediziosamente per le strade. La forza pubblica li sedò; ma il domane senza altra cagione apparente, la plebe tornò a sollevarsi e cominciò a porre a sacco le botteghe de’ venditori di grasce. Al tempo stesso i detenuti nelle pubbliche carceri tentarono di forzar le porte per iscappare ed unirsi ai sediziosi; e vi sarebbero riusciti se la truppa siciliana che ivi era di guardia non avesse resistito con bravura. Intanto il generale MacFarlane accorse colla truppa inglese a tempo per sedare quel disordine.

Il principe vicario, i ministri e la legazione inglese videro in quell’affare, in apparenza leggiero, più profonde ed occulte radici, ed in vero i loro sospetti non eran vuoti di fondamento. Un popolo naturalmente tranquillo, che, messo in moto e quietato la sera antecedente, torna il domane a sollevarsi senza veruna occasione, faceva ragionevolmente sospettare che alcuna occulta e potente mano l’avesse aizzato. Ed i timori loro erano tanto più giusti e ben fondali, in quanto essi sapevano ciò che il volgo allora ignorava.

Mentre gli occhi d’Europa eran rivolti al conflitto delle armate Inglesi e francesi in Ispagna, la Sicilia era il campo di battaglia sul quale si battevano la politica inglese e francese. L’Inghilterra avea allora attaccato la potenza di Buonaparte nelle sue parli vitali, suscitandogli contro le idee liberali; e la Sicilia era divenuta il quartier generale di questa nuova specie di armata che si voleva diffondere nel Continente e in particolare nella vicina Italia, onde dar coraggio a' popoli a scuoter il giogo del dispotismo militare di Napoleone. Sentì costui l’attacco e cercò tutti i mezzi onde evadere il colpo. Murat, più vicino alla principal batteria, e meno fermo del cognato sul trono, dovette in ciò esser con lui d’accordo.

Molti argomenti ci portano a credere che nel Parlamento vi sieno stati degli emissari del governo francese, intesi a tener viva la face della discordia onde non far condurre a fine la costituzione. Un aiutante di campo di Murat che venne segretamente in Sicilia a trattare con lord Bentinck, lo assicurò che il suo re aveva molti fautori in Parlamento, e particolarmente tra i Pari. Rossi, ch'era il capo degli accattabrighe, fu chiamato a partecipare alla congiura di Messina da due de’ congiurati; il principe di Canosa, che in quei tempi era in Sicilia e soffiava in quell’incendio, nell’opera da noi spesso citala (perché ridicola come essa è, dà molti lumi sugl’avvenimenti di quest’epoca), assicura che i Francesi mensualmente grosse somme erogavano per mantenersi un partito nella Sicilia (119) . d’altronde quelle replicate mozioni della plebe suscitate senza veruno apparente motivo, la pretesa gita del re a S. Francesco e mille altri pericolosi e minaccevoli sintomi, mostravano il disegno di destare una generale sommossa della plebe. Né ciò era un semplice Sospetto. I ministri erano informati dei rei maneggi che si faceano dai realisti per guadagnare le più numerose e potenti corporazioni degli artieri; talché lo stesso Canosa si dà il vanto che in segnilo di quelle operazioni, il materiale per una controrivoluzione era immenso; si rammarica però che quel partito non potè mai riuscire, perché avea alla testé un asino, o un agnello! mentre che il partito costituzionale era regolato da uomini forti, alla testé dei quali torreggiava lord Bentinck, e perciò que’ tentativi furono sventati colle misure più prudenti, sollecite ed energiche (120) .

Avvegnaché tutto avesse potuto giustificare l'opinione del ministero (121) sulle cagioni di quel movimento della plebe, non di meno forza è convenire che la risoluzione indi presa di destinare una commissione militare per inquirere e condannare militarmente i rei, comeché possa considerarsi come opportuna ed anche necessaria, non era strettamente uniforme alla legge.

Forse i ministri e la legazione inglese conoscendo la circostanza del paese e il carattere di tutti i supremi magistrati, temerono a ragione, che essi avessero avuto un interesse personale a non pescar molto a fondo in quelle acque, e crederono di poter meglio affidare l'incarico ad una commissione militare, perché essendo la truppa sotto il comando del ministro inglese, era più da fidarsene.

Quel passo del ministero in tempo di calma sarebbe forse stato o approvato, o almeno tollerato dal Parlamento, e sarebbero state menate buone le ragioni che allora si metteano avanti per giustificarlo: ma in quell’infelice circostanza la fazione nemica non lasciò di cogliere quel destro per declamare contro i ministri: pure nella opposizione si vedea più che lo zelo per la violazione della costituzione, la rabbia di alcuni per l’impresa non riuscita.

Il giorno 26 luglio fu riaperto il Parlamento. Nella Camera dei Pari si sparse ad arte la voce, che quella notte stessa tre individui doveano esser messi a morte dalla commissione militare. Senza esaminare se quella voce fosse stata vera o no, si volò tumultuariamente un indirizzo al principe vicario, e si scelse un comitato per andarglielo a presentare a notte avanzala, per salvare, come essi diceano, la vita a tre cittadini: alcuni dimenticarono a segno i doveri della decenza, che il principe di Cassare si spogliò in pubblico per dare l’insegna dell’ordine di S. Gennaro al principe di Paternò, che era stato scelto membro di quel comitato, e molti altri Pari di quella fazione ebbero l’imprudenza di arringare alla gente che stava alle ringhiere della Camera. Quel finto zelo però de’ Pari nascea dal timore che alcuni fra essi aveano, che l’esame di quell'affare non andasse avanti per paura che i rei avessero potuto nominare le persone dalle quali erano stati mossi.

La Camera dei Comuni fu assai più ragionevole. Gli amici de’ ministri voleano votare un indirizzo al principe vicario, nel quale si lodavano ed approvavano tutti i passi fatti per sedare quel movimento della plebe; la maggiorità con ragione vi si oppose. Checché avesse potuto dirsi per coonestare quel passo, certo con quello si erano violati i dritti del cittadino erigendo una magistratura non conosciuta dalle leggi e mettendo la libertà e la vita de’ cittadini siciliani alla disposizione di un’autorità, la quale appunto perché non era nel numero di quelle autorizzate dalla costituzione, non avea né limiti nell’esercizio delle sue funzioni, né forma legale nei suoi provvedimenti. Ove anche quel passo del ministero avesse potuto giustificarsi coll’[1813. ] impero delle circostanze, conveniva sempre al Parlamento reclamare per la violazione della legge per non venirsi a stabilire un pernicioso precedente.

Ma quanto fu degno di lode quel passo, altrettanto vituperevole fu la condotta della fazione antiministeriale nel proporre tosto dopo la legge delle mete. Tra i tanti assurdi dell’antico sistema di Sicilia vi era quello che tutti i viveri doveano vendersi al prezzo che il magistrato fissava; il qual prezzo dicevasi meta. In tempi di barbarie e d’ignoranza si credea che quell'istituzione fosse diretta a frenare l’avidità de' venditori, e far che il popolo non comprasse le grasce al di là del giusto valore; ma col progresso de’ lumi i saggi avean cominciato a conoscere quanto quella legge arrestava l’industria ed il miglioramento dell’agricoltura. Pure la debolezza del governo non avea mai avuto il coraggio di affrontare il pregiudizio del volgo, togliendo questo vergognoso attestato di poca civilizzazioue. Finalmente il Parlamento del 1812 avea stabilito che nessun consiglio civico o magistrato municipale potesse in qualunque modo violare o restringere il sacro dritto di proprietà di chicchessia (122) . Vennero in conseguenza abolite le mele.

La plebe, che non conoscea, come non ha mai conosciuto in verun paese, la sua vera ricchezza e la cagione dei mali ond’è oppressa, mormorava di quella novità; la moltitudine per ignoranza, e non pochi per privato interesse secondavano quel pregiudizio del volgo: ma i capi del partito antiministeriale vi trovavano un altro gran vantaggio. Rimettendo la barbara istituzione delle mete, essi si faceano un partito nella plebe: e la storia, da Pipistrato sino a noi, ha dimostralo che in tutti i tempi i demagoghi hanno oppresso il popolo col favore della plebe. I tristi, per tali ragioni proposero in quel momento quella legge; i buoni, spaventali dai clamori del volgo, non vi si opposero; i Pari l’approvarono con trasporto, ed i ministri compirono l’ignominia della Sicilia facendola sanzionare al principe. Mentre il regno era nel massimo disordine, perché gli antichi sistemi giudiziari mal si combinavano colle nuove istituzioni politiche, mentre la troppa ed i creditori dello stato languivano nella miseria, tutti questi necessari provvedimenti si rimetteano a de’ comitati, che non proposero mai cosa alcuna, e si stabilì con grande entusiasmo e celerità l’ingiusta e ridicola legge delle mete.

Era oramai certa la veduta dei capi di quella fazione: essi volean sedere a lungo in Parlamento per isconvolgere la macchina politica, e non volean votare i sussidi per paura che il principe vicario non avesse sciolto il Parlamento, ed affidata la cosa pubblica a rappresentanti più onesti, e meno ignoranti. Gli affari pubblici non pativano dimora, il ministro delle finanze non poteva essere più indifferente ai reclami di tutti i creditori dello stato non pagali, ed ai bisogni pubblici non soddisfatti; il ministro della guerra non potea più reggere ai ricorsi ed alla disperazione dell’armata. I messaggi del governo erano messi in non cale dalla Camera; laonde il principe vicario, il ministero e tutta la legazione inglese, cominciarono a discorrere della dissoluzione del Parlamento, ove un ultimo tentativo per ottenere i sussidi fosse riuscito inutile. Ed i ministri dichiararono che in questo caso avrebbero presentalo la loro rinunzia, e pregato S. A. R. ad accettarla..

Fu infatti mandato alla Camera de’ Comuni un forte messaggio del principe, nel quale si esortava la Camera a por mano senza ritardo alle finanze, e si dichiarava, che se la Camera posponesse ancora la votazione dei sussidi, sarebbe stata riguardata come risoluta a negarli. Fu stabilito in Consiglio che non avendo effetto un tal messaggio si procederebbe tosto a sciogliere il Parla mento. La Camera però non si fe’ carico di quel messaggio più che de’ precedenti, ed al solito lo rimise al comitato delle finanze. Il principe di Castelnuovo volea allora rinunziare il ministero egli solo, ma gli altri ministri determinarono di lasciare ancor essi il governo; presentarono infatti la rinunzia, che malgrado le opposizioni di lord Montgomery venne dal principe vicario accettata. Una coi ministri rinunziarono i presidenti delle due Camere.

FINE DEL CAPITOLO DECIMOQUARTO.


CAPITOLO XV

Nuovo ministero— Conseguenze di questo cambiamento, — Lega tra Realisti e Demagoghi. — 'Mozione di Aceto. — Peste. — Votazione de' sussidi. — Dote della duchessa d'Orleans. — Conte di Castelnuovo.

Il principe di Castelnuovo non potrà mai giustificarsi dell’errore di avere abbandonalo il suo posto, e di averlo fatto abbandonare agli altri ministri in quella congiuntura. In un governo già stabilito, le cui operazioni sono il naturale effetto dell’ordinario andamento delle cose, è saggio consiglio de’ ministri il lasciar la carica, tostoché perdono la maggiorità in Parlamento. Ma i ministri eran perfettamente a giorno che la fazione loro nemica era spinta a far loro la guerra da cagioni affatto straniere alla costituzione; laonde il lasciare in quel critico momento il ministero per far vedere al pubblico che le azioni loro non erano dirette da privata ambizione, fu un tratto di malintesa virtù che portò la rovina della Sicilia.

Il disordine venne accresciuto dal nuovo ministero. Lucchesi, Naselli, Gualtieri e Ferreri, che vennero sostituiti, erano uomini di nessuna capacità; e particolarmente i due ultimi erano generalmente odiati per la loro antecedente condotta, e che per esperienza si conoscea di essere capaci di qualunque nequizia per sovvertire la costituzione, li piano che si era concepito da coloro che regolavano la fazione che primeggiava in Parlamento, era quello di frastornare qualunque operazione dei partilo costituzionale, per ridurre a compimento quegli articoli che mancavano alla costituzione. Per venire a capo si adoperarono tanti mezzi per far entrare la maggior parte dei rappresentanti in differenze co’ passati ministri eco’ loro amici, onde essi vennero sempre gelosamente esclusi da tutti i comitati, ai quali sempre si rimettea qualunque utile proposta. La sera in cui la Camera non sedea, tutta la fazione si riuniva in casa al Rossi; ed ivi egli dettava i membri di quei comitati che doveano scegliersi il domane. Il volgo veniva illuso con la scelta di quei tanti comitali, onde molti in buona fede credeano che quel partito travagliasse e dì e notte al compimento della costituzione: ma non pensavano ch'era appunto quello il caso di Alcibiade, quaudo gli si disse che Pericle era dì e notte occupato a travagliare al modo come rendere alla repubblica il conto della sua amministrazione. No, rispose egli, è occupato a trovare il modo come non renderlo. Questa rea combinazione venne poi oltremodo facilitata dal cambiamento del ministero, che diè l'ultimo crollo agli affari di Sicilia. Da quel momento in poi quella fazione, che avea cominciato dall’esser semplicemente antiministeriale, divenne assolutamente anticostituzionale, comeché la maggior parte dei membri della Camera, e molti anche del volgo, avessero considerato il ritiro de’ ministri come il trionfo della costituzione, mentreché non era che il trionfo della fazione; Si strinse allora maggiormente l’alleanza tra' realisti e i demagoghi. Queste due classi di individui, mossi da principi diametralmente opposti, non avendo altro di comune che l’odio per la costituzione, e il reo talento, si appoggiarono naturalmente sopra il re, per avere un contrapposto alla forza inglese, che ambi ugualmente ed odiavano e temevano. Laonde tutti gli attacchi di quella fazione furono da indi in poi diretti contro gl’Inglesi.

Pietro di Aceto, fermo partigiano della costituzione ed amico degl’Inglesi, avea in tempo de’ passati ministri fatta la mozione di spedirsi a nome del Parlamento una commissione in Inghilterra, composta di membri di ambe le Camere, all’oggetto di ringraziare il governo inglese dell’opera che avea dato allo stabilimento della costituzione in Sicilia. Una tal mozione era stata messa avanti dal ministero e da tutto il partito costituzionale, non solo per dare un pubblico attestato della gratitudine de’ Siciliani verso di una nazione amica, che tanto avea fatto per lo bene della. Sicilia, ma con una veduta più profonda e politica.

Comeché l’Inghilterra avesse pigliato una parte tanto attiva negli affari di Sicilia, che in quei tempi tutto quivi si faceva coll’intervento e la direzione del ministro inglese, pure il ministero di Sicilia credea che conveniva obbligare il governo inglese a stringere più forti legami colla nazione siciliana, e metterla Bella necessità di dar de’ passi, onde non poter più dare indietro. Lord Bentinck avea fedelmente dato conto al suo governo di tutte le sue operazioni in Sicilia, né la sua condotta era mai stata disapprovata. Ma i ministri siciliani pensavano che conveniva agl’interessi de’ Siciliani lo stringere il gabinetto di Saint-James a dichiararsi anche più oltre. La lettera di lord Castelreagh al principe di Belmonte era certamente un gran documento per impegnare quel ministro; ma essa potea considerarsi come una carta privata, che compromettea l'onor personale di lord Castelreagh e non quello del governo inglese. Essa in qualunque evento avrebbe dato (come poi è accaduto) una prova della perfidia e della mancanza di onore di quel ministro; ma strettamente considerata, non avrebbe accresciuto le prove della mancanza di buona fede del governo inglese.

Tale era allora la situazione politica degli affari di Europa, che i Siciliani avrebbero in ciò dato la legge all’Inghilterra, ed il gabinetto di Saint-James sarebbe stato costretto a compromettersi anche di più in favore della nazione siciliana, e ad uscire dai laberinto della politica furba ed insidiosa che in quei tempi era il carattere del ministero della Gran Bretagna. Ma per quelle stesse ragioni per cui fu da una parte messa avanti quella mozione, essa venne con veemenza attaccala dall’altra. Rossi si batté come un energumeno, ma malgrado i suoi sforzi la mozione venne accettata a maggioranza di voli; ciò che prova, che la maggior parte dei rappresentanti erano ingannati di buona fede. Laonde visto che tutto fu inutile per respingere la mozione, si ricorse al solito ripiego, e si propose di scegliere un comitato per stendere l'indirizzo da presentarsi al re della Gran Bretagna. Il comitato infatti fu scelto; ma quell’indirizzo, che avrebbe potuto scriversi in un quarto d’ora, non venne mai più prodotto nella Camera. Ma ciò non bastava; il partito costituzionale reclamava in ogni seduta, né Rossi ed i suoi commilitoni dopo la passata esperienza si fidavan più del loro partito. Laonde fu loro mestieri di ricorrere ad un nuovo ritrovato per aizzar gli animi contro gli Inglesi.

Sin dal precedente maggio la peste si era comunicata a Malta. Gl’intimi e continui rapporti tra la Sicilia e quella vicina isola, accresciuti dalla presenza dell’armata inglese in Sicilia fecero concepire generalmente il massimo spavento, che il contagio si comunicasse anche alla Sicilia. Laonde vennero apposte in tutte le spiagge delle guardie per impedire l’avvicinamento, di qualunque legno, senza le dovute cautele prescritte dalle leggi di sanità ricevute in Sicilia. L’Inghilterra era altamente interessata ad impedire che il contagio si comunicasse in Sicilia, perché essendole affatto chiuso il Continente, non le restava che la sola Sicilia per servire di deposito a tutti i generi indigeni e coloniali. La Sicilia infetta avrebbe chiuso l’ultima porta al commercio inglese, ed avrebbe assicurato il trionfo dì Buonaparte. La sola potenza inglese potè venire a capo di chiudere il porto di Malta, senza interrompere il commercio colla Sicilia.

Questa fu la fortunata occasione che si colse per attaccare gl’Inglesi Si cominciò a spargere da per tutto che gl’Inglesi non voleano rispettare le leggi di sanità; che tutti i legni che venivano da Malta approdavano e sbarcavano la gente colla forza; mille favole si accreditavano nel volgo per provare che gl’Inglesi a ragion veduta volean far comunicare la peste in Sicilia. Per dar peso a quelle favole le due Camere del Parlamento si facean suonare di continue diatribe per la supposta continua violazione delle leggi di sanità.

Per rimontare la cavalleria inglese i commissari dell’armata teneano continuamente degli uffiziali io Egitto a comprar cavalli che via via si rimetteano in Sicilia. Uno di quei giorni si avvicinò alla spiaggia presso Siracusa un naviglio inglese carico di cavalli, scortato da alcuni legni da guerra. l’Egitto, onde il naviglio si era mosso, non era attaccato dal contagio; per una delle leggi di sanità di Sicilia si dovea dar libera pratica ai legni da guerra, quando il comandante cd uffiziali attestavano sul loro onore di non venire da luoghi infetti, di non aver avuto pratica in viaggio con legni sospetti di contagio; ma questa legge non si fe' valere in quell’occasione per gl’Inglesi. L’armata intanto non potea far di meno di quei cavalli, e questa forse era la vera ragione per cui se ne volea impedire lo sbarco, perché quelle ostilità contro gl Inglesi miravan tutte a renderli odiosi al popolo di Sicilia, ad indebolire le loro forze, frastornare le loro operazioni e forse a favorire lo sbarco de’ Francesi.

Con questa rea veduta si assordarono gli orecchi di tutti per quella pretesa violenza degl’Inglesi; e tante male arti si adoperarono per accendere le fantasie degli uomini, che si venne a capo nella Camera de Comuni di adottarsi a maggioranza di voti la proposta di mandare una speciale commissione in Inghilterra per accusare senza eccezione tutti gl’Inglesi, per aver tentato di far comunicare il contagio in Sicilia. Fortunatamente per l’onor del nome siciliano, i Pari, che, quali essi si siano, conservano sempre un senso di decoro, respinsero quell’insana e maligna proposta. I generali inglesi però con estrema moderazione proposero di rimandare indietro que’ cavalli, pagandosene dalla Sicilia il prezzo.

La Camera de’ Comuni avea giù perduto ogni idea di contegno. Gli amici del passato ministero, e moltissimi altri membri, che vedeano che nulla era da sperare da quel Parlamento, si erano allontanati, e se alcun di loro vi interveniva, appena si alzasse per dir la sua opinione, veniva interrotto dagli urli della contraria fazione, ai quali faccan degno accordo gli schiamazzi di coloro, che a bella posta ed in gran numero si fàcean stare nelle ringhiere per soffocare la voce della ragione ed impedire qualunque sobria discussione od utile progetto. Così venne tolta |a libertà della parola, base e cardine della libertà del cittadino. Il Parlamento sedea giù da quattro mesi, ed in tutto quel tempo la Sicilia non avea ricavato altro frutto da quella adunanza, che la sciocca e perniciosa legge delle mete. Il ministero con cui quei faziosi eran d’accordo, non avea certamente a male che il Parlamento non conchiudesse nulla; anzi non vi ha oramai luogo a dubitare, che la condotta di quella fazione sia stata regolata ab alto; quindi i ministri, sia che avessero tenuti cari quei fidi esecutori de' loro disegni, sia che avessero nutrito speranza di ottenerne i sussidi, aveano sempre accarezzato e contentato i capi della fazione. Ma finalmente, stretti dalla necessità e dalle dichiarazioni della legazione inglese, fecero sapere ai campioni che se non si accordavan tosto i sussidi, il Parlamento sarebbe stato sciolto. A tale intima finsero di accordare finalmente i sussidi allo stato, e con quanta irragionevolezza ed ostinazione si eran negati fino allora a farlo, con altrettanta precipitanza e viltà quindi si condussero.

Una sera, mentre uno de’ membri della Camera de' Comuni avea preso a parlare, fu interrotto da un grido generale: Budget! Budget! Budget!i Quella improvvisa smania sorprese tutti. Gli amici del passato ministero non poteano certamente opporsi alla proposizione, altrimenti la loro opposizione si sarebbe attribuita agli stessi motivi di personalità, che aveano indotto la contraria fazione a non accordare da prima i sussidi. Ma le persone oneste (e molte ve ne erano in ambo i partiti) proponevano di esaminarsi e discutersi quel Budget prima di votarlo; ma quella proposizione fu respinta da un simile urlo: votiamo! votiamo! Si chiese se il comitato scelto all'apertura del Parlamento per fare il nuovo piano di finanze, avesse già compito il suo lavoro; ma i membri di esso dissero che non avean cosa alcuna da presentare alla Camera. Quindi in una sola votazione, senza esame, senza discussione e senza decenza, si accordò in unica somma un sussidio di un milione e mezzo d’once; e nessuno volle darsi la pena di richiedere a che dovea destinarsi quel denaro. Tali eran questi eroi, che mesi prima aveano ostinatamente negato di dotare lo stato, per garantire, come essi diceano, la libertà. Ma il più strano è che essi accordarono quel sussidio senza stabilire le imposizioni onde dovea ritrarsi; onde in realtà non accordarono nulla. Non è improbabile che tutta quella scena sia stata combinata coi ministri per contentare in apparenza la legazione inglese, ma che in realtà si volean provocare quei disordini, che i passati ministri volean prevenire, assicurando la sussistenza dello stato.

Era in quel sussidio, apparentemente accordato, compresa la lista civile del re e della famiglia reale. Da questa però si levarono le duemila once al mese date per sua dote alla principessa Maria Amalia, duchessa d’Orleans. Questa novità cagionò un aspro dibattimento. Il Parlamento del 812 nello stabilire la lista civile avea maturamente esaminato quell’articolo per vedere come si fosse fatto alla duchessa d’Orleans un assegnamento di duemila once al mese, mentre non si era dato alla sorella, duchessa del Ginevrino, che la dote di centomila once. Il braccio demaniale avea allora richiesto l'attestato del principe di Cassare, il quale, come consigliere di. stato, fu testimone della convenzione tra il re e la figlia, per la quale il re si era obbligato a dare a lei quell’assegnamento, finché non se li pagasse la dote in contanti. Un dovere, non che di convenienza, ma di giustizia, avrebbe dovuto indurre il Parlamento a rispettare una convenzione legittimamente fatta dal re.

Gli amici del passato ministero lo volevano, e perché eran convinti della giustizia di ciò, e perché molli fra essi, avendo seduto nel Parlamento del 1812, non potean venire in contradizione con loro stessi, e finalmente per un sentimento di gratitudine verso il duca e la duchessa d'Orleans, per la loro precedente condotta. Ma per la stessa ragione loro si facea la guerra dal partito anticostituzionale, che avea grandi ragioni di odiare il duca d’Orleans: egli si era fortemente opposto a tutte le precedenti violenze del governo, avea procurato d’impedire l’imposizione arbitraria dell’un per cento, si era disgustato dell’arresto dei baroni, era amico de’ passati ministri e specialmente del principe d'Belmonte; avea favorito le operazioni del ministro inglese, insomma grandemente favoriva il partito costituzionale. Né la diminuzione del suo assegnamento fu un tratto di demagogia di quei dementi. Eglino votaron tutto a capo chino, e non fecero che sostenere i disegni altrui, e servir di strumento ad alle vendette. Nessuna quistione si agitò in quel Parlamento con tanta rabbia, appunto perché l’opposizione e la difesa nascono da nimicizia od amistà personale.

Ma fra i tanti deliri di quel Parlamento, in nessuna occasione quei faziosi mostrarono tanta malignità ed ignoranza, quanto nella maniera con cui si domandarono al principe di Castelnuovo i conti dell’amministrazione delle finanze, durante il suo ministero.

La responsabilità de’ ministri e particolarmente il dovere del ministro delle finanze di sottoporre in ogni anno la sua amministrazione all’esame del Parlamento, costituisce nei governi costituzionali il sacro palladio della libertà politica del popolo. Ma a tale era ridotta allora la Sicilia, che tutte le istituzioni dirette al suo bene eran divenute in quelle mani faziose, strumenti di privata vendetta. Quella stessa fazione, che giorni prima avea accordalo a Ferreri un sussidio di un milione e mezzo d’once, senza prescrivergliene l’uso, declamava contro Castelnuovo che non volea rendere il conto per non far conoscere la sua malversazione.

Potea il Parlamento pretendere in quel momento i conti dell’amministrazione? Era il passato ministro che dovea renderli?

Ecco ciò che avrebbe dovuto esaminarsi; qualunque amministrazione, che comprende rendite da esigersi nel corso di un anno, e pesi da soddisfare nello stesso periodo, non può essere compita, e 1amministrazione non può renderne il conto, che alla fine dell’anno; perciò prima di spirare l’anno non si potea ragionevolmente pretendere il conto della pubblica amministrazione. Aggiungasi a ciò che allora il ministro delle finanze non era l'amministratore della rendita dello stato, non essendosi ancora recato ad effetto il nuovo piano stabilito dal Parlamento del 1812; ma essa veniva in parte amministrata dalla deputazione del regno, in parte dal tribunale del patrimonio, ed in parte ancora da molte particolari amministrazioni.

Il ministro delle finanze non facea allora che riscuotere e spendere il denaro ricevuto dall’altrui amministrazione; laonde il ministro dovea prima esigere il conto dai particolari amministratori, e poi dare il conto totale; ciò che portava un necessario ritardo.

Il principe di Castelnuovo, per prepararsi a rendere i conti, e per procurare di porre alcun sistema nel caos delle particolari amministrazioni, anche prima di aprirsi il Parlamento, avea ordinato alla deputazione del regno ed al tribunale del regio patrimonio con parecchi dispacci di rendergli i conti loro; questi dispacci erano stati dal ministro a ragion veduta pubblicati nel Giornale ministeriale, in cui il ministro facea pubblicare tutti i decreti sovrani per esser noti al pubblico.

Ma il sistema della pubblica amministrazione era cosi inviluppato, che, malgrado quelle forti sollecitazioni, il ministro non potè mai venire a capo di avere resi quei conti; eppure la mozione di ricevere i conti dal principe di Castelnuovo venne accettata, non che nella Camera de’ Comuni, ma in quella dei Pari, in cui sedea la maggior parte de’ deputati del regno, parecchi ministri del tribunale del patrimonio, e molti altri amministratori della rendita nazionale, i quali tutti sapeano di non avere eglino stessi dato il conto loro al passato ministro.

Il principe di Castelnuovo avea fatto di più: egli avea, prima d'aprirsi il Parlamento, mandalo al prenotare del regno un volume in cui si conteneano tutti i piani delle rendite e spese ordinarie dello stato, e de’ crediti e debiti di esso, per depositarsi nell’archivio del Parlamento, ed essere a disposizione delle due Camere; oltre a ciò egli avea fatto pubblicare un piano delle minoranze delle rendite dello stato, per mostrare che il sussidio accordato dal Parlamento del 1812 era in realtà minore da quel che appariva, ed era questa una delle ragioni del cattivo stato in cui erano le finanze.

Ma tutte quelle carte non furono né lette, né capite; anzi, mentre nella Camera e fuori si reclamava che il principe di Castelnuovo non volea dare i conti, nessuno ebbe mai la curiosità di porvi gli occhi sopra, né lo stesso comitato di finanze curò mai vederle.

Il capo d’opera però della stoltezza e della malignità era il chiedere i conti del passato, e non dell’attuai ministro. Il principe di Castelnuovo era certo responsabile di qualunque errore, frode, o malversazione che si fosse trovata in tempo del suo ministero; ma il conto dovea rendersi dal ministro in atto, alla cui disposizione restavano tutte le carte ed i mezzi di renderlo, che sono addetti alla carica e non alla persona.

Certo tutte le operazioni di quella fazione eran dettale da estrema malizia, ma è ugualmente certo, che l’imperizia della moltitudine ne’ pubblici affari diè presa alla nequizia de’ condottieri della coorte. Ma ciò che vi ebbe allora di più strano, si fu che il principe di Castelnuovo, comeché ridotto a privata condizione, fece modo di poter rendere il suo conto, il quale venne pubblicato.

Nessuno lo lesse, nessuno volle processarlo, nessuno si disingannò, perché si cercava il delitto e non la verità.

FINE DEL CAPITOLO DECIMOQUINTO.


CAPITOLO XVI

Cronaca di Sicilia. — Progetto di richiamare il re al governo. — Ritorno di lord Bentinck. — Sue operazioni. — Congresso cogli anticostituzionali. — Congresso coi costituzionali. — Mozione de sussidi respinta. — Nuovo ministero. — Scioglimento del Parlamento.

I vergognosi traviamenti della fazione anti costituzionale eran tutti provenuti dall’animosità reciproca de’ due partiti, che non dava più luogo alla ragione; e questa fatale animosità venne accresciuta in quei tempi da un foglio periodico, che cominciò a pubblicarsi (123) sotto il titolo di Cronaca di Sicilia. L’autore di quella gazzetta, lasciandosi trasportare troppo oltre dallo zelo per la causa della costituzione, e stranamente sperando che collo smascherare i malvagi i buoni sarebbero disingannati, passò i limiti della moderazione ed anche della decenza; onde quel foglio dettato dal più veemente spirito di parte, non servi che a mettere in iscritto e comunicare a tutta la nazione quelle sconcezze che fin’allora si erano ristrette alle sole Camere del Parlamento, e che ogni buon Siciliano, tenero dell’onor nazionale, dovea cercare allora di mascherare, ed ora di obbliar dell’intuito. Per una naturale reazione cominciarono dall’altra parte a pubblicarsi de’ giornali anche più sconci e villani della Cronaca. Così divenne allora universale il linguaggio dello scandalo e della detrazione.

L’animosità fra’ due partiti giunse a tale, che la fazione anticostituzionale pretese che la Camera dei Comuni avesse dovuto chiamarsi offesa dalla Cronaca, e quindi passare all’arresto dell'editore. La costituzione prescrivea che ognuna delle due Camere avea il dritto di arrestare qualunque persona dalla quale fosse stata offesa (124) . Or in uno de’ numeri di quel giornale si dicea: Nella seduta ieri la Camera de’ Comuni mostrò di volersi emancipare da un uomo pericoloso e mal intenzionato, e pare che sia cominciala a rompersi la fatale alleanza tra gli amici dell'antico disordine, ed i nemici di qualunque ordine. A queste prole pretendea appoggiarsi l’oltraggio fatto alla Camera, ed in forza di quella legge si pretendea di arrestare ed inquirere i rei della supposta offesa, ciò che la Camera non potea assolutamente fare, perché nella sanzione di quella stessa legge si stabiliva, che l’arrestato dovea immediatamente trasmettersi al magistrato ordinario per inquirerlo e condannarlo; ma quegli energumeni col solito urlo votiamo! votiamo! passavan di sopra a qualunque legge. Invano si reclamò da taluni che la Camera non potea essere offesa senza che fosse offesa la legge; e che quelle parole non conteneano certo cosa alcuna compresa nelle limitazioni prescritte dallo statuto della libertà della stampa. Un’adunanza, che fa parte della sovranità di un regno, scendendo alla bassezza di chiamarsi offesa da un miserabile gazzettiere, avea sicuramente oltraggiata la sua dignità, più che non l’avea oltraggiata il giornalista.

Scelto il comitato per esaminare i pretesi rei di quel delitto in una delle private adunanze in casa Rossi, si era già stabilito di espellere dalla Camera ed arrestar tutte le persone che si credea di aver avuta parte alla pubblicazione di quel giornale, e di valersi a tale oggetto della truppa che il governo destinava alla casa del Parlamento per ovviare a qualunque disordine. Quella fazione credeva che tutti i membri dell’opposto partilo aveano partecipato a quella puerilità; e si volea cogliere quella occasione per cacciarli dalla Camera, non solo per vendetta di partito, ma per non avere ostacolo alla mozione che segretamente circolava, di richiamare il re al governo.

In una delle sedute della Camera de’ Comuni si videro uua sera un numero di Pari più dell’ordinario presso alla barra della Camera, ed era in quella seduta che dovea farsi quella mozione. Ma le speranze dei caporioni andarono allora a vuoto, perché nel proporre l’affare ai loro seguaci non trovarono quella docilità che eglino speravano; e la maggiorità di quella stessa fazione non solo fu contraria, ma alcuni ebbero cura di avvertirne i membri del partito costituzionale.

Lord Montgomery che avea già ricevuta dal governo inglese l’autorizzazione a fare in Sicilia le veci di lord Bentinck, colle stesse facoltà di lui, informato di quella trama segreta, dichiarò formalmente al principe vicario ed ai ministri, che se si osava di fare in Parlamento la mozione di richiamare il re, egli avrebbe fatto entrare nella Camera un corpo di granatieri inglesi, che avrebbe fatto arrestare l’autore della mozione. Il principe vicario non potè allora far di meno di prorogare per venti giorni il Parlamento, sulla speranza che in quel tempo sarebbe ritornato lord Bentinck e che la popolarità e l’autorità sua sarebbe stata valevole a ricomporre le cose. Non sì tosto lord Bentinck fu avvisato delle scissure del Parlamento e del cambiamento del ministero, che lasciò l'armata in Ispagna e ritornò in Sicilia. Giunse egli in Palermo all’alba del giorno 3 ottobre 1813, e trovò assai peggio di che s’immaginava: a forza di calunnie e df male arti si era giunto a far perdere in parte al nome inglese la stima e il rispetto universale che prima godea; egli e gli amici e compagni suoi erano calunniati e perseguitali, il ministero era occupalo da persone infide e nemiche della costituzione, e lo scompiglio e la vertigine si eran comunicati al regno tutto.

Molti eran tanto di buona fede ingannati, che credevano che il ministro inglese si sarebbe loro unito per far la guerra ai passati ministri ed a coloro che seguivano il partito. Ed i maligni capi per non iscoraggirli andavano assicurando che egli non avrebbe presa veruna ingerenza negli affari interni della Sicilia. Per ismentire costoro, lord Bentinck, sin dal suo arrivo, fece i maggiori complimenti ai passati ministri ed agli amici loro: quindi si accinse a trovar il modo come ricondurre gli animi alla concordia.

Era il ministro inglese sommamente irritalo contro il partilo anticostituzionale, per la brutale ingratitudine verso i prìncipi di Belmonte e di Castelnuovo, che tanto aveano fatto per lo bene della Sicilia; era sensibilissimo all’insulto fatto alla Gran Bretagna col decreto di accusare tutti i generali inglesi, senza eccezione; ed era finalmente convinto della malignità de’ capi di quella fazione e dell’ignavia de’ loro seguaci, per l'ostinazione loro a negare i sussidi allo Stato in un momento di tanto bisogno ed in cui erano necessari grandi sforzi al sostegno della causa comune, col pretesto di doversi prima stabilire altri interessanti articoli, mentre nel fatto in quattro mesi nulla si era stabilito da costoro che aveano la maggiorità nella Camera, e lo stesso comitato delle finanze avea dichiarato di non avere in pronto veruna fatica. Ma comeché lord Bentinck avesse in pubblico fatto mostra di sostenere il partito costituzionale, pure non lasciò in privato di riprovare in qualche modo la condotta de’ passati ministri e degli amici loro.

Egli facea ricadere sul principe di Belmonte la colpa degli amici suoi, che erano stati i primi ad unirsi agli oppositori, senza di che quel partito non avrebbe mai primeggialo; gli uomini onesti, che si atterrirono delle scissure, non avrebbero abbandonato un Parlamento in cui nulla era da sperare di bene; e gli altri che in buona fede si eran lasciati sedurre dall’illusione di democrazia e di libertà, non si sarebbero distaccati dal partito costituzionale. Sapea ben egli che non era ignota al principe di Belmonte la condotta di tali amici suoi, e che pure non se ne era mai disgustato, come avrebbe dovuto.

Dall’altro lato non sapea perdonare al principe di Castelnuovo la sua ostinazione a lasciare il ministero per un puntiglio cui un uomo di Stato avrebbe dovuto esser superiore, e l’aver così abbandonato la causa della costituzione nelle mani de’ nemici dichiarati di essa.

E finalmente trovava imprudente lo stabilimento della commissione militare, perché con quel passo si era data la presa ai nemici. Trovava inoltre sconsigliate certe puerilità d’alcuni e certe pubbliche dimostrazioni di letizia, le quali aveano influito ad accendere maggiormente l’animosità ed accrescere la fiamma della discordia.

Ma lord Bentinck non era in diritto di rimproverare alcuno dei due partiti, imperocché gli errori degl’uni e degl’altri traean tutti origine dall’aver egli nel maggior bisogno abbandonato a sé stessa una nazione inesperta e naturalmente calda e vivace; avrebbe dovuto egli conoscere che era in Sicilia un maligno lievito, pronto sempre a mettere in fermento la massa; sapea ben egli che al 1812 il Parlamento avea fatto tanto, perché la sua presenza avea tenuto a freno i nemici e fatto cuore e diretto gli amici della costituzione; finalmente un politico inglese non avrebbe dovuto ignorare che un Parlamento imparziale non è mai esistilo che nell’immaginazione degl’uomini, ma nel fatto le adunanze, quando non sono influite dal governo, lo sono necessariamente dai nemici del governo.

In qualunque modo egli fece i massimi sforzi per riparare i comuni errori. Trattò co’ ministri e particolarmente con Ferreri (Gualtieri valeva poco, gli altri due nulla) per procurare di unire i suffragi; onde d’accordo stabilirsi tutto in Parlamento. Allo stesso oggetto fece prorogare altre due volte il Parlamento, e chiamò a sé il presidente della Camera dei Comuni e i capi di quella fazione.

A cotale conferenza volle presente Cesare Airoldi e il retroammiraglio Settimo, perché non si fossero sparse delle menzogne dall’uno o dall’altro partilo. Egli cominciò da prima, dolendosi di ciò che era accaduto nella sua assenza, e mescolando le preghiere alle minacce, dichiarò che il Parlamento sarebbe restato aperto, finché si fossero stabiliti tutti gli articoli che al 1812 erano restati imperfetti o sospesi, purché senza alcun ritardo si fosse prima di qualunque altro articolo provveduta la dote dello Stato.

Fece un pomposo elogio de’ prìncipi di Castelnuovo e di Belmonte, e si lagnò dell’ingiustizia ed ingratitudine con cui erano stati da’ malvagi maltrattati; rinfacciò l’insulto di aver voluto accusare tutti i generali inglesi, e le menzogne e le calunnie, che ad arte si erano sparse nel popolo; si dolse del Parlamento che in quattro mesi non si era occupato che di nullità, di assurdità e di personalità; protestò che avrebbe fatto man bassa contro tutti coloro che si fossero attentati di turbare la pubblica tranquillità; e conchiuse con tornare a prometter solennemente che non si sarebbe chiuso il Parlamento, e gli si sarebbe dato il tempo di stabilire quei pubblici provvedimenti che erano necessari al compimento della costituzione, a patto che la prima di tutte le proposte fosse stata quella di dare i necessari sussidi allo Stato.

Quei rappresentanti in tal congiuntura si condussero con decenza: dimostrarono a lord Bentinck sentimenti di rispetto; si scusarono, diedero delle promesse vaghe, ma non si impegnarono in cosa alcuna. È però assai probabile che si sarebbero lasciati indurre a cooperare cogli altri al bene generale della Sicilia, se il marchese Ferreri avesse avuto più oneste intenzioni. Ma costui da una mano prometteva al ministro inglese, che avrebbe indotto tutti gli amici suoi a secondare le conciliatrici mire di lui, e dall’altra facea lor cuor a resistere, e finì di far loro perdere la testa, mettendo loro in capo, che era quello il momento di far mostra di fermezza, d’onore e di coraggio. Comeché la maggior parte di costoro fossero stati sedotti ed ingannati di buona fede, pure si erano essi spinti così avanti, che il dare indietro in quel momento era un passo ben duro; laonde venne facile a Ferreri ed a tutto il partito realista di animarli alla resistenza, mettendo loro in veduta l’infelice figura, che eglino sarebbero venuti a fare, cedendo alle insinuazioni di lord Bentinck, il quale, malgrado le sue assicurazioni, avrebbe fallo tosto chiudere il Parlamento, per sottrarre il principe di Castelnuovo dalla necessità di rendere i conti.

Per tal modo si venne a capo di spegnere qualunque apparenza di riunione e di concordia. Ed è ben qui da riflettere, che i rappresentanti de’ Comuni furono allora ingannati da quegli stessi individui, e cogli stessi argomenti con cui aveano essi ingannato il re mesi prima, persuadendo a questo ed a coloro, che facea d’uopo mostrar fermezza per render vane tutte le minacce del ministero inglese. Ed in sostanza il re e quei meschini non erano che lo strumento con cui pochi scellerati volean sagrificare la cosa pubblica ai privali loro interessi.

Lord Bentinck intanto riunì in casa del cavaliere Enrigo Bosco tutti i rappresentanti del partito costituzionale, i quali non furono che cinquantatré. Comeché il ministro inglese avesse conosciuto che quel numero era al dissotto della maggiorità della Camera, pure, fidato sulla promessa del marchese Ferreri, che gli amici suoi si sarebbero uniti a costoro, non volle differire più oltre r apertura del Parlamento. Ma tosto ebbe ragione di conoscere la perfidia di quel ministro.

Il barone Gambuzza fece la mozione che la Camera, in preferenza di qualunque altro articolo, si occupasse delle finanze. Questa mozione fu respinta colla maggiorità di 61 contro 53, gli altri 49 rappresentanti si erano sin da molto tempo allontanati dal Parlamento; otto voti decisero del destino della Sicilia. Una volta che la maggiorità del corpo legislativo si era ostinatamente decisa a far causa comune con coloro che miravano a rovesciar la costituzione, mancarono tutti i mezzi costituzionali per sostenerla; laonde fu mestieri ricorrere a mezzi straordinari e violenti.

In un Consiglio di Stato, in cui furon presenti tutti gli attuali ed i passati ministri e consiglieri distato, lord Bentinck propose una nuova proroga del Parlamento. Ferreri vi si oppose, per la ragione che così avrebbe anche dovuto sospendersi l’esazione del Dazio del macino con grave perdita dell'erario. Ma il principe di Castelnuovo li rispose che a ciò avrebbe potuto rimediarsi, ordinando la continuazione con circolari di S. A. R., notandosene a parte la rendita per disporne il Parlamento. Quindi al 29 ottobre fu prorogalo il Parlamento (125) .

Il ministro inglese applicossi immediatamente ad organizzare un nuovo ministero, non potendosi più fidare dello esistente. Era questa allora un’impresa ben difficile a recarsi ad effetto. Il principe di Castelnuovo si era fermamente deciso a non tornare più al ministero.

Lord Bentinck valutava mollo i meriti e gli alti talenti del principe di Belmonte; ma la sua disunione con Castelnuovo e la condotta degli amici suoi nel passato Parlamento, non lo facevano inclinare a rimetterlo in carica. Belmonte essendo stato informato di ciò dal duca d’Orleans, con grandezza d’animo degna di lui, rispose: Giacché cadono su di me de timori che io possa in alcun modo turbar la cosa pubblica di Sicilia, son pronto, non che ad astenermi dal ministero, ma ad allontanarmi dal regno.

Il principe di Villafranca ricusava di accettare la carica di ministro di affari esteri; assai più ostinato era Cesare Airoldi a non occupar quella del ministero dell’interno che lor si offerivano; e non si rinveniva un soggetto abile cui affidare la spinosa segreteria delle finanze. Gli uomini onesti ricusavano di mettersi in faccia ad una mano d’ignoranti, maligni ed insolenti, e non voleano prestarsi a quel passo illegale, che il nuovo ministero era nella dura necessitò di dover dare.

In vista di cotale scoramento degli amici suoi, lord Bentinck riunì in sua casa i principali del partito costituzionale, e disse loro:

«Signori, io ho travagliato molto, e non ostante le opposizioni e la difficoltà, non sono ancora stanco di travagliare per lo bene di questa nazione. I pubblici affari di essa, per le macchinazioni e gli sforzi dei tristi, sono al certo dissestati. Sarà mia cura riordinarli. Sì, io Io farò, porterò tutto il fardello dell’impresa. Ma si può pretendere che io m’accinga all’opera senza le convenienti braccia? Senza un ministero idoneo, e di mia piena fiducia? Intanto coloro che io estimo e nei quali io confido, coloro che potrebbero con soddisfazione ed utile pubblico occupare il ministero, lo ricusano, son timidi ed irresoluti. E mentre dovrei operare, per mancanza di mezzi, si «passa da me il tempo inutilmente a pregare, a proporre, a sollecitare or questo, or quello. Ecco pertanto gli ultimi e fermi sensi miei. Se voi volete aiutarmi e meco travagliare per la felicità di questo regno, io non risparmierò pene e fatiche; ma quando non vorrete prender parte alcuna nel maneggio del governo, abbandonerò tutto e mi ritirerò in Messina. Questa notte deve decidere della sorte della Sicilia.»

Stretti da quel discorso del ministro inglese, coloro che eran presenti proposero che il principe di Villafranca fosse destinato al ministero degli affari esteri, il retroammiraglio Settimo tornasse al ministero della guerra, il principe di Carini a quello dell'interno, e Cesare Airoldi fosse fatto direttore di quella segreteria. Ma insorsero gravi dispute per la segreteria delle finanze.

L’abate Balsamo proponeva il presidente marchese del Bono; ma come molti misero avanti Gaetano Bonanno, esaltando il suo attaccamento alla costituzione, e facendo sperare che non si sarebbe mai allontanato dalle insinuazioni degli altri ministri', comeché affatto ignaro di tali materie, venne proposto per ministro delle finanze.

Il principe vicario ed il ministro inglese approvarono quel progetto; onde vennero tosto scelti a segretari di Stato, Villafranca, Carini, Settimo e Bonanno; ed a costoro si aggiunsero nel Consiglio privalo i prìncipi di Belmonte, di Castelnuovo, di Silalia e di Cattolica, consiglieri di Stato. Organizzato così il nuovo ministero, il principe vicario, il giorno 18 ottobre, sciolse il Parlamento.

Nel discorso pronunziato dal principe di Cattolica, commissario del principe, si enumeravano le ragioni che aveano stretto il governo a quel passo violento; se ne accagionava la cattiva condotta e l’irragionevole ostinazione della Camera de’ Comuni; e si conchiudea, dicendo ai rappresentanti che tornassero alle loro case, e dicessero a coloro che gli avevano scelti, di destinare al nuovo Parlamento rappresentanti più onesti e meno irragionevoli (126) .

FINE DEL CAPITOLO DECIMOSESTO.


CAPITOLO XVII

Contrarie opinioni sullo scioglimento del Parlamento. — Bonanno. — Suoi disgusti con Castelnuovo. — Scelta de' nuovi impiegati. — Viaggio di lord Bentinck in Sicilia. — Nuova elezione de' rappresentanti. — Discordia fra i ministri. — Progetto di conciliazione fra i due partiti. — Cagioni del cambiamento di lord Bentinck. — Congresso dei ministri. — Loro risoluzione di chiamare il re.

Tale fu la fine violenta dei primo Parlamento libero di Sicilia, dal quale tanto speravano i Siciliani; quel Parlamento che era destinato a dare l'ultima mano al compimento dell'edificio politico, e che per l'opera di una coorte di perversi e d’insani, diede la prima spinta alla sua caduta. Nel caldo delle passioni, nell’accecamento universale, fra l’urto delle fazioni, costoro non mancarono di caldi partigiani ed apologisti; ma non potranno mai sfuggire il rimprovero di essersi mostrati immeritevoli della fiducia del popolo che gli aveva scelti, di aver tradite le speranze della nazione, e di aver mostrata la più nera ingratitudine verso coloro che aveano affrontati tanti pericoli e tante pene per far riacquistare alla nazione siciliana i suoi dritti politici. Ma il più grave loro delitto fu quello di aver denigrato l'onor del nome siciliano e portò le armi ai congiurati contro i popoli con dar loro apparente ragione di asserire che la Sicilia non è suscettibile di libertà; che la costituzione quivi non produsse che disordini e scissure. Questa calunnia da indi in poi pur troppo si è intesa a proferire in Europa ed è stata creduta da tutti coloro, che non essendo a giorno degli avvenimenti politici di quest’epoca, ignorano che le scissure, d’altronde esagerate, furon tutte prodotte da cagioni affatto eterogenee alla forma del governo.

Lo scioglimento però di quel Parlamento fu da tutti i Siciliani considerato come una ferita letale fatta alla costituzione: ma i ragionari su di ciò eran diversi. Si dicea da una parte che il ministro inglese avea fatto un abuso della forza e dell’influenza, volendo sciolto il Parlamento, perché i Comuni aveano ricusato, nel momento che si volea, di accordare i sussidi; che il dritto di accordarli e quello di esaminare se fosse il caso o no di accordarli, era stato loro concesso dalla costituzione, ed il pretendere di obbligarli a ciò, era una violenza; che eglino aveano differito a darli, ma non li avean negati; che per non far perire lo Stato eglino avean prorogato per uno o due mesi le ordinarie imposizioni; e che, se avean sospeso di provvedere interamente alle finanze, lo avean fatto per assicurarsi della sovrana sanzione a molti articoli, necessari al compimento della costituzione ed al bene della nazione: poteano i membri del Parlamento aver dei torti e se si vuole anche dei delitti, ma per reprimere e punir costoro non si dovea violare nelle parti vitali la costituzione.

Dall’altro lato si replicava, che il provvedere alla sussistenza del governo, non è da considerarsi come un dritto, ma come il primo de’ doveri del cittadino, ed il primo de’ patti tra il principe ed i sudditi che tacitamente e reciprocamente sono obbligati, l’uno a difendere e sostener le leggi, gli altri ad apprestar i mezzi; che il Parlamento era in dritto di determinare la quantità della dote dello Stato ed i modi onde e come ritrarla; ma non era in suo arbitrio il negarla; che il potere esecutivo avea esaurito tutti i mezzi onde persuadere i membri del Parlamento della necessità di occorrere con premura al sovvenimento dello Stato; che era vana ed illusoria ragione che si differiva ad accordare i sussidi per assicurare lo stabilimento di utili articoli; poiché nel fatto in quattro mesi nulla avea proposto il Parlamento, e poiché il ministro inglese avea solennemente promesso che si sarebbe, dati i sussidi, lasciato sedere il Parlamento quanto bisognava per portare a compimento quegli statuti; che il Parlamento sarebbe stato in dovere prima di assicurare l’esistenza del governo e poi di migliorarlo; che l’aver prorogato l’imposizioni per qualche mese era stato un abuso contro la costituzione, che dà al Parlamento il dritto di fissarle per un anno; e finalmente che la condotta insana ed irragionevole della maggior parte de’ membri di quel Parlamento, rendea ormai indubitabile che essi miravano a rovesciare la costituzione; onde il ministro inglese ed il potere esecutivo non poteano ricorrere ad altro compenso per salvarla, che lo sciogliere quel Parlamento, e le mire loro eran tanto più oneste, in quanto quel passo fu immediatamente seguito dalla con vocazione di un nuovo Parlamento.

Cotali dispari opinioni eran solo fra gl’imparziali: ma tra le due fazioni che divideano la nazione, gli spiriti erano ulcerati, che la fredda ragione non avea più luogo. Il reciproco rancore venne accresciuto dalle operazioni posteriori del ministero. Bonanno, nuovo ministro delle finanze, avea esercitata la giurisprudenza, ed occupato con lode le supreme magistrature del regno. Si raccomandava egli nel pubblico per la vivacità e prontezza del suo ingegno, pel suo carattere filosofico, ingenuo e gioviale, e per la sua incorrotta rettitudine; ma veniva egli notato di una certa sbadataggine nel maneggio degli affari, e di una pericolosa facilità di carattere, che lo portava a voler contentar tutti. Avvezzo a trattare una legislazione oscura e contraddittoria, avea contratto l’abitudine comune alle persone del suo ceto in Sicilia, di evadere la legge e di regolarsi piuttosto col suo interno sentimento: aggiungasi a ciò, che egli ignorava anche gli elementi della scienza economica. Il principe di Castelnuovo lo avea proposto, perché gli si era fatto sperare che si sarebbe fatto guidare da lui e dagli altri ministri; ed il pubblico sulle prime credette che Bonanno era ministro di nome e Castelnuovo lo era di fatto.

Bonanno dovette organizzare il nuovo piano degl’impiegati nella riscossione della rendita dello Stato, stabilito dal Parlamento del 1812 di cui si era sino a quel punto sospesa l’esecuzione, perché il ministro volea organizzarlo dietro ottenuto i sussidi del Parlamento. Pensavano d’altronde i ministri che la speranza di conseguire i nuovi impieghi era per accrescere il partito loro nel Parlamento; ma tutto all’opposto andò la bisogna. Di quella circostanza profittarono i malvagi per ispargere nel volgo mille menzogne sulle future promozioni: si dicea che il partito del ministero era composto da persone vili, mosse da bassa venalità; che l’attaccamento loro alla costituzione era una maschera, colla quale essi volean coprire le maligne loro intenzioni, che eran quelle di sacrificar la cosa pubblica ai privati loro interessi ed alla speranza di venire rimunerali con cariche. Queste maligne insinuazioni fecero grande impressione sui nuovi rappresentanti, onde molti uomini onesti divennero gladiatori contro il ministero, solo per non esser notati come vili e venali.

Il nuovo piano d'impiegati era stato fatto con molta diligenza dal principe di Castelnuovo aiutato dal Balsamo, dal commissario generale dell'armata inglese, e da altre persone intelligenti del passato sistema di pubblica amministrazione. Ed in esso si era ingegnato Castelnuovo a restringere al sommo il numero degli impiegati per non caricare di inutili spese lo Stato. Ma sia che nel fatto il nuovo ministro avesse conosciuto che abbisognava maggior numero d’impiegati, sia che egli avesse voluto dar da vivere a molti che coll’abolizione dell’antico sistema sarebbero stati ridotti all’indigenza, Bonanno alterò quel piano ed accrebbe il numero degli impiegati. Ciò venne mal appreso dal pubblico, che considerò quel gran numero d’impiegati come uno sprecamento del pubblico danaro; e più che ogni altro venne mal patito dal principe di Castelnuovo, la cui scrupolosa esattezza facea che egli avrebbe voluto che gli uomini si adattassero al sistema e non il sistema agli uomini, quando Bonanno senza avere in riguardo né il sistema, né gli uomini, era uso a tagliar i nodi per non darsi la pena di sciorli. Due uomini di tal carattere non poteano essere a lungo d’accordo; laonde fin dalle prime Bonanno cominciò ad emanciparsi da Castelnuovo, e costui a disgustarsi di Bonanno.

La divisione di costoro sarebbe stata appena nota nel pubblico, se contemporaneamente e per le stesse cagioni non si fosse maggiormente accresciuta la fatai querela tra lo stesso principe di Castelnuovo e il principe di Belmonte. Dietro la condotta di alcuni fra gli amici di quest’ultimo, Castelnuovo, come è di ragione, avea loro dichiarato un odio implacabile. Dovendosi conferire i nuovi impieghi, ognuno dei ministri metteva avanti gli amici suoi; Castelnuovo. portando forse troppo oltre il risentimento contro alcuni, fece la guerra a tutti gli amici del principe di Belmonte, e riuscì a farne escludere la maggior parte; laonde costoro ebbero una ragione di più di odiarlo e di tentar tutte le vie per fargli dispetto. E tante male arti adoprarono, che giunsero a far partecipare anche Belmonte al loro privato rancore: laonde da indi in poi la loro dissensione trascorse in personali animosità e quasi nimicizia.

Più violenta era la guerra tra le fazioni che divideano il popolo siciliano, e l’incendio maggiormente si accrebbe al conferirsi de’ nuovi impieghi. La necessità di dover premiare coloro che avean seguito il partito costituzionale, e la guerra aperta dichiarata dalla contraria fazione, obbligarono il ministero a non essere imparziale quanto dovea esserlo chi maneggia pubblici affari. Molti degli amici de’ ministri concorsero ancora a denigrare la condotta loro: l’impudenza di alcuni, che realmente erano mossi da venalità; gli intrighi degli altri, che vaghi di mostrar nome ed importanza, mille brighe si davano per apparire come dispensatori di grazie e di cariche; e finalmente l’invidia potentissima fra le molle del cuore umano ridussero al furore la contraria fazione.

Anche nei tempi di calma si trova appena una relazione generalmente approvata; molto meno ciò era sperabile in quel momento di vertigine universale: laonde venne facile nel popolo lo sparger mille ciarle ingiuriosissime contro l’onor personale del ministro Bonanno. Non vi fu carica che non si disse o venduta o conferita per illeciti e turpi maneggi. Bonanno potea essere incolpato di poca avvedutezza nel calcolare l’influenza ed il carattere delle persone che avea vicino; egli fu per necessità costretto a rimunerare il merito della circostanza più che quello della persona; ma non può dubitarsi che siano state calunniose le voci, che si spargono contro l’onor suo. Un fatto è innegabile, che, malgrado la parzialità che regolò tutte le sue elezioni, nei posteriori cambiamenti si è peggiorato.

Checché ne sia, d’allora in poi non si guardò più freno alcuno o misura nella guerra tra le fazioni, ed ambe si prepararono a far l’ultimo esperimento delle rispettive forze nella prossima elezione dei rappresentanti al nuovo Parlamento.

Per disporre gli animi alla nuova elezione dei rappresentanti, lord Bentinck intraprese un viaggio in Sicilia, nel cuor di quell’inverno straordinariamente rigido e piovoso. Dappertutto egli fu accolto colle massime dimostrazioni di stima; dappertutto arringò i Consigli civici, e raccomandò loro l’osservanza della costituzione e l’impegno di sostenerla colla scelta di onesti ed illuminati rappresentanti al Parlamento. Egli avverti a non lasciarsi scappare dalle mani la bella occasione di un governo libero. In Catania particolarmente, ove nell’antecedente Parlamento erano stati eletti Rossi, Gagliani ed altri campioni della fazione anticostituzionale, ringraziando il Consiglio civico delle feste e de’ pubblici spettacoli fatti al suo arrivo, disse, che invece di quelle dimostrazioni di stima, avrebbe egli gradito che nel prossimo Parlamento non venissero scelti les mémes fripons de l’annèe demière (127) .

Visitate così Messina, Catania, Siracusa, Nolo, Modica, Caltagirone, Caltanisetta ed altre delle principali città del regno, il ministro inglese si ridusse a Palermo. E quindi, dato un qualche assetto alle cose di Sicilia, intraprese un viaggio in Italia, per concertar con Murat una tregua ed un piano di operazioni contro Buonaparte. Prima di partire fece intimare la convocazione del Parlamento; ma fu stabilito di non aprirsi prima del suo ritorno. Recossi allora con bastante truppa a Livorno, e quindi a Genova, ove era destinato a dare all’Europa una prova di più della perfidia ministeriale, che in quell’epoca infelice denigrò l’onore del nome britannico.

I ministri intanto per acquistare la massima influenza nella nuova elezione de’ rappresentanti, scelsero i nuovi capitani giustiziar! de’ comuni e capitani d’arme de’ distretti, che erano i presidenti dei collegi elettorali. In queste elezioni, Airoldi, che dirigeala segreteria dell’interno, si condusse con sommo avvedimento; e per quanto comportava la circostanza non lasciò di pesare quanto conveniva il merito reale delle persone. Ma nella elezione de’ nuovi rappresentanti l'urto delle due contrarie fazioni produsse una terribile esplosione. Ognuno de’ due partiti conoscea, secondo i rispettivi interessi, che da quella scelta dipendea il destino della Sicilia, trattandosi di pugnare pro aris et focis, ognuno si batté a tutto sangue.

Non vi è stata mai elezione nella quale chi non ottiene l’intento non si lagni delle corruzioni degli elettori e della illegalità della elezione; molto meno era ciò da sperarsi nell’estremo caldo delle passioni. Quasi dappertutto il partilo costituzionale la vinse; ma la contraria fazione andava gridando dappertutto: che le leggi non erano state religiosamente osservate; che i ministri dell’interno e delle finanze aveano abusalo della loro autorità per influire nelle elezioni Forse vi fu chi abusò dei nome del ministero; ma il solo maligno spirito di fazione potè far dire che tutte le elezioni erano state violente ed illegali..

In ogni modo i nuovi membri della Camera dei Comuni eran tutti del partito costituzionale. gli amici di tutti i ministri, stretti dalla guerra generale loro fatta, e resi esperti dalla passata esperienza, s’eran tutti strettamente collegati ed aiutati l’un l'altro nelle elezioni; ed avean fermamente preso consiglio di far causa comune e di non risparmiare sacrifizi e fatiche per recare a compimento la costituzione e per smentire le calunnie de' comuni nemici. Con tale intendimento, d'accordo co' ministri, furono scelti alcuni fra i nuovi rappresentanti a preparare tutti i progetti di leggi da presentarsi al Parlamento, sulle magistrature, sui codici, sulla polizia, e su parecchi altri interessanti oggetti. Vennero a ciò destinati il gran camerario Bonaventura Rossi, il professore Domenico Scinà, il marchese Alfonso Spadafora, Giovanni e Giacomo d’Aceto, l’abate Paolo Balsamo, il ministro Settimo, Cesare Airoldi, Niccolò Palmieri, Salvadore Ognibene, Tommaso Dolce e Cosimo Galasso. E se un reo destino non avesse segnato appunto quell’ora per far tornare in lagrimevoli i dì lieti della Sicilia, forse allora si sarebbe rassodala la costituzione; ma la fortuna, che non preparava fine lieto alle cose dei Siciliani, fece che le speranze della nazione si dileguassero allora in fumo. E quel che è più lagrimevole a rammentarsi è, che l'edilizio politico dovette essere rovesciato da quelle mani stesse che lo aveano elevato.

La discordia tra il principe di Belmonte e il principe di Castelnuovo avea oramai trasceso ogni limite: bastava che l’un de’ due cadesse in un sentimento, perché l’altro gli fosse opposto. La poca riserbatezza d’alcuni de’ ministri di Stato facea che si rendeano noti al pubblico tutti i dibattimenti del privato Consiglio del principe, onde larga materia si offriva a quei tristi che avean l’impegno di soffiar nell’incendio. Il principe di Belmonte in ogni incontro sostenea la sua opinione con una eloquenza irresistibile, che traeva sempre a sé la maggiorità de’ ministri. Castelnuovo si contentava di ostinarsi a dissentire. Talché il consiglio del principe, in quel critico momento in cui la cosa pubblica potea esser solo salvata dalla massima unione di tutto il partito costituzionale, fu per sistema scisso in due fazioni. Villafranca, Carini, Cattolica e Bonanno aderirono sempre al principe di Belmonte. Castelnuovo avea dalla sua il retroammiraglio Settimo, e il costui fratello, principe di Fitalia.

Dispettoso il principe di Castelnuovo che dovesse egli sempre esser contraddetto dalla maggiorità de' ministri, non volle più intervenire ai privali congressi che si tenean due volte la settimana da tutti i ministri per discutere i pubblici affari, prima di sommettergli alle determinazioni del principe, e per pigliare le opportune risoluzioni per la buona riuscita del prossimo Parlamento. Quegli amici di Belmonte, che avean sempre fatto la guerra a Castelnuovo, e tanto avean travagliato per render finalmente incurabile la discordia fra essi due, considerarono il ritiro del principe di Castelnuovo come un trionfo, e quel che è più ne abusarono.

Non era ignota al principe di Belmonte la condotta di costoro; sapea ben egli ch'essi al 1812 si erano adoperati per far dispetto al principe di Castelnuovo, e che al 1815 eran stati essi che avean data l’esistenza alla contraria fazione: e malgrado che ne fosse stato replicatamente avvertilo dal duca d’Orleans e dallo stesso lord Bentinck, non solo non vi pose mai riparo, ma tollerava che nella sua compagnia ed alla sua presenza il tema ordinario della conversazione fosse una continua detrazione del principe di Castelnuovo, e che vi si accreditassero le più alte calunnie offensive all’onor suo. Ciò che egli non avrebbe mai dovuto permettere, è come compagno nel ministero, e come consorte della stessa causa, e come nipote di quello, e finalmente come Siciliano, che dovea conoscere che il principe di Castelnuovo potea errare per fallacia d'intendimento, ma non per mancanza di rettitudine.

Erano in tale stato le cose quando alcuni Pari della contraria fazione si avvicinarono prima a Settimo, e poi a Castelnuovo, proponendo di volere unirsi a loro, ed abbandonare quel partito, purché due di essi fossero ammessi nel ministero, rimuovendo due degli attuali segretari di Stato, e che si fosse sciolto il Parlamento per non far sedere in quello rappresentanti illegalmente eletti. Per quanto fossero state poco ragionevoli quelle condizioni, furono ben gradite al principe di Castelnuovo, che volle avidamente cogliere quella occasione per tarpare le ali al principe di Belmonte, facendo entrare in Consiglio due suoi nemici. Pure e Castelnuovo e Settimo da prima dichiararono, che non sarebbero entrati più oltre nel trattato senza l’intelligenza degli altri ministri. Qui l'affare arrenò, perché coloro ricusarono di trattare direttamente cogli altri, e particolarmente con Belmonte e Cattolica. Pur tutta fiata si tenne qualche altro congresso con costoro, al quale, oltre a Castelnuovo e Settimo, intervenne il principe di Villafranca. Ma come il principe di Belmonte vide, o almeno gli si fé vedere, in quel progetto un agguato insidioso della contraria fazione, non potè allora conchiudersi l’affare.

Il principe di Castelnuovo però, insieme con Settimo, continuò a trattare segretamente con coloro. E come Carini e Bonanno eran le due vittime designate, e lo scioglimento della Camera de’ Comuni era il sine qua non della concordia, così egli cominciò a mostrarsi sommamente malcontento della condotta di quei due ministri e di alcuni passi da essi dati per riuscire nell’eiezione dei rappresentanti. Colali sentimenti però non erano in lui dettali solamente da privato rancore. Vedea ben egli che gli stessi pericolosi individui che avean sagrificato la cosa pubblica alla privata loro nimistà contro di lui ne' due precedenti Parlamenti, sedeano anche nella Camera nuovamente eletta; onde era convinto che anche in questo eglino avrebbero suscitato torbidi e scissure: e d’altronde l’estrema sua esattezza avea a malincuore tollerate certe irregolarità de’ due ministri Bonanno e Carini. Ma il principe di Castelnuovo che avea seduto nel Consiglio, in cui si era determinato di sciogliere il Parlamento e continuare. arbitrariamente la riscossione de’ tributi, per non far sedere più in Parlamento una fazione che si era pertinacemente dichiarata nemica della costituzione, dopo di avere approvata quella proposizione che feriva nelle parti vitali la costituzione, non era certamente in dritto di dolersi delle irregolarità degli altri ministri, che tendeano allo stesso fine, ed eran divenute tanto più necessarie in quanto con quel passo si era data una gran presa alla contraria fazione.

Il principe di Castelnuovo era così stizzito contro il principe di Belmonte, e così convinto che l’accordo con quei Pari sarebbe un sicuro compenso per sedare la discordia civile che ardea nel regno, che appena lord Bentinck pose piede in terra, di ritorno d’Italia, egli e il retroammiraglio Settimo cominciarono a dipingergli con colori un po’ troppo neri la condotta degli altri ministri, e particolarmente di Carini e Bonanno; a mostrar come vere tutte le ciarle che dalla contraria fazione si spargevano contro di essi, e a dipinger la nuova Camera de’ Comuni come tutta illegalmente eletta.

Lord Bentinck non era più quel di pria. Il pubblico vide gli effetti del suo cambiamento; ma ne ignorava e forse ancora ne ignora la cagione. Colla stessa rapidità con cui cadde Buonaparte, dovettero cambiare istantaneamente direzione le bussole politiche di Europa, e più di ogni altra quella del gabinetto di Saint-James. Non è in noi d’investigare quali siano state prima della caduta di Buonaparte le vedute del governo inglese sulla Sicilia: ma non sarebbe del tutto vuoto di fondamento il sospetto che si avea in animo di comprar la pace col sacrificio di quegli stati che erano stati tratti nel vortice or occupati dall’uno, ora strascinati a forza dall'altro competitore. E d’altronde fra gli avvenimenti politici di Sicilia in quest'epoca alcuni ve ne hanno, che gettano qualche raggio di luce sul caliginoso meandro della politica inglese.

Noi non intendiamo detrarre qualche cosa alle ledi dovute a lord Bentinck: è certo però che i tratti di urbanità e di personale amicizia da lui usati verso le famiglie degli esuli baroni, e la generosità di riscattare tutti. gli schiavi siciliani in Tunisi, potrebbero ascriversi alla mira di acquistare una straordinaria popolarità, per farsi strada a qualche più recondito disegno. Il duca d’Orleans, che era molto avanti nella confidenza del ministro inglese, disse più d'una volta, che lord Bentinck avea un occulto piano sulla Sicilia; e dagl’atti e da’ gesti suoi taluno sospettò che intendea parlare di un cambiamento di signoria. Lo stesso lord Bentinck, dopo sciolto il Parlamento del 1813, dichiarò a molti amici che fallito quell’ultimo tentativo per dare alla Sicilia un buon governo, l’Inghilterra avrebbe pensato a faticare per sé.

Il viaggio da lui intrapreso nel cuor dell’inverno con tanto rischio e pericolo, potrebbe difficilmente spiegarsi senza ammettere qualche particolare interesse di sostenere ed accrescere un partito attaccato all’Inghilterra. In quello stesso tempo il ministro inglese curava tanto poco il principe ereditario, cui per l’addietro si era mostrato attaccatissimo, che persino mostrava dispiacere che i ministri a lui strettamente si avvicinassero e lo consultassero negli affari. Ma ciò non è tutto: trovandosi egli a Catania, scrisse una lettera allo stesso principe ereditario, nella quale, introducendosi collo scherzo di un sogno, gli proponea di cedere la Sicilia alla Gran Bretagna, ricevendone id cambio una larga annua pensione perpetua pel re e per la real famiglia. Il principe si querelò altamente, come dovea, di quella lettera, e la mandò a Londra; il ministro principe di Castelcicala dimandò, che lord Bentinck fosse richiamato, ma non ottenne altro che una dichiarazione del ministro inglese e dello stesso lord Bentinck che con quella lettera non si avea avuto in animo di spogliare i Borboni del regno di Sicilia.

Ma era sincera quella dichiarazione? È forse nuovo nella storia che i prìncipi siano stati detronizzati da coloro stessi che si sono dichiarati loro amici e difensori? Non era forse il ministro inglese di allora capace di tanto? Lo stesso ministro non immolò poco appresso i Siciliani dopo di averli aizzali e compromessi? I ministri inglesi non avean fatto delle uguali dichiarazioni in favore della nazione siciliana? È egli mai presumibile che lord Bentinck abbia scritto quella lettera per mero ghiribizzo, e senza prima ben ponderare cosa scrivea ed a chi scrivea? E se così andò la bisogna, perché non ne venne egli punito?

E sembra più probabile il supporre che l’istantanea caduta di Buonaparte abbia troncate le fila di qualche arcana tela che si ordiva; e quindi colla stessa rapidità con cui le armate alleate marciavano verso Parigi, il governo inglese veniva perdendo di vista la Sicilia, e ritirava la sua confidenza in lord Bentinck.

Finché, compito il trionfo degli alleali, la legittimità divenne parola alla moda; col pretesto della legittimità si infransero tutte le leggi, si mancò a tutte le promesse, s’immolarono i dritti più legittimi dell’uomo e delle nazioni. Finalmente l’Inghilterra per avere stanza nel mediterraneo dovette andarla a cercare nelle Isole Ionie, che avea trascurate nel tempo del maggior bisogno. Allora il ministero inglese immolò l’onor personale di lord Bentinck e il decoro del nome inglese, smentendo scandalosamente il suo ministro co’ Genovesi, con Murat, e finalmente coi Siciliani (128) .

Lord Bentinck fe’ ritorno in Sicilia quando il suo sole comindava ad ecclissarsi (129) ; laonde trovossi inclinato a cercare un mezzo di conciliazione; ma perché ciò si ottenesse di consenso di tutto il ministero, volle che tutti i ministri si fossero adunati in sua casa per discutere quel progetto di conciliazione che metteva avanti il principe di Castelnuovo. In quel Congresso i pareri fnron diversi come lo eran sempre stati. Belmonte, Carini, Villafranca, Bonanno e Cattolica volean respingere quel progetto come un agguato, e certo il sospetto loro non era ingannevole.

Persone che con tanto calore aveano aderito alla contraria fazione, e che per prima condizione della conciliazione dimandavano due cariche di segretari di Stato e Io scioglimento del Parlamento, non meritavano certo gran fiducia. Noi, diceano eglino, abbiamo una Camera d'j Comuni, delle cui intenzioni possiamo fidarci e per avere i sussidi e per consolidare la costituzione: chi ci assicura che sciolta questa potremmo averne una simile, avendo nell’amministrazione due ministri di dubbia fede?

Ma Castelnuovo, Settimo e l’Italia rispondeano, che si aveva è vero, favorevole la Camera de’ Comuni, ma non quella de’ Pari, e che per avere la maggiorità anche in questa, non vi era altra via che aderire a quella conciliazione, perché in quel modo molti Pari si sarebbero loro uniti.

Stando così le opinioni, il principe di Belmonte disse: Giacché le cose son tali, come si dice, io non veggo una ragione di venire a patti con questo o con quell’altro individuo.

«Il miglior partito che convien prendere, è quello di trattare col capo della fazione, che è il re; richiamarlo al governo, ed egli colla sua autorità potrà comprimere le fazioni».

Questa proposizione sorprese tutti. Il ministro inglese, che era il solo che potesse opponisi, rispose che l’Inghilterra non avea più un interesse ad impedire che il re avesse ripigliato il personale esercizio della sovranità; gli altri ministri che sarebbero stati certamente rei, se avessero contradetto quella proposizione, si guardarono bene di farlo, onde il progetto di Belmonte fu accettato senza opposizione. Solo Settimo disse, che dovendo pregare il re a riassumere il governo, era giusto che ciò si facesse per organo del principe ereditario, e si stabilisse in un formale Consiglio di Stato. Ciò che si fece il domane, ed il Consiglio risolse che S. A. R. pregasse il re a ripigliare il governo (130) .

FINE DEL CAPITOLO DECIMOSETTIMO.


CAPITOLO XVIII

Ragioni da cui fu mosso il principe di Belmonte. — Ritorno del re al governo. — Prime, sue operazioni. — Cambiamento del ministero. — Apertura del Parlamento. — Impegno de’ Pari di sciogliere il Parlamento. — Puntellarla. — Indirizzo dei Pari. — Discorso del duca d’Orleans al re. — Partenza del principe di Belmonte.

Che che possa dirsi della maniera di condursi del principe di Castelnuovo, e delle ragioni che lo indussero a trattare l'accomodamento con alcuni del contrario partilo, il fatto ha dimostrato che la proposizione del principe di Belmonte decise della schiavitù de’ Siciliani.

I nemici di quest'ultimo profittarono di quella sua svista' per ispargere delle calunnie a carico suo, che potean solo essere credule da coloro che non conosceano l’altezza d’animo di quell’uomo. Diceano essi che il re lo avea fatto segretamente sedurre dal conte di Mogenico, ministro di Russia. Quel che è certo si è, che ei fu spinto a quello sbaglio dalla sua naturale vivacità, e che la sua calda immaginazione non gli diè luogo a misurarne le fatali conseguenze. Egli credè in tal modo di spaventare gli altri ministri, e farli desistere dal progettato accomodamento; e sperava che o coloro, o lord Bentinck si sarebbero opposti alla sua proposizione. Era egli inoltre persuaso che il re, disgustato del governo per le ree passate vicende, non avrebbe acconsentito a ripigliare il personale esercizio della sovranità, e che, obbligalo per tal modo a dichiarar l'animo suo, i nemici, mancando loro quell’appoggio che li rendeva arditi, sarebbero stati nella necessità di lasciar l’impresa. Ed era egli tanto convinto di ciò, che, uscito di quel congresso, disse ad alcuno: «Mi è riuscito di salvar per la terza volta la costituzione». Ma non guari andò ch'e’ ne fu pienamente disingannato. Coloro stessi, con cui si stava trattando, non ne furono meno sorpresi e dispiacenti degli altri. «Se stavano trattando con noi,» dissero eglino, «cosa c’entrava il re?»

Ma non era il solo principe di Belmonte di avviso che il re non avrebbe voluto ripigliare il governo; era questa l’opinione della maggior parte de’ ministri, ed era stata forse questa una delle ragioni per cui non si erano opposti alla proposizione. Lord Bentinck e lo stesso principe ereditario pensavan così. Talché quando fu scritto l'indirizzo da presentarsi al re, il principe disse a Settimo: «S. M. certo non vorrà intenderne nulla, e il peggio è che non s’indurrà a rispondere definitivamente».

Il re però non sì tosto ebbe quell'indirizzo, che rispose al figlio che era pronto a riassumere il governo, ma voleva prima sapere se la Gran Bretagna glielo permetteva, e se poteva aprire il Parlamento con una Camera de’ Comuni illegalmente eletta. Per riguardo al primo articolo, il principe consultò il ministro inglese, il quale rispose:

«Io non ho dal mio governo istruzioni né pro né contro al ritorno di S. M. al governo; ma sempreché la M. S. manterrà la costituzione e farà uso di vie conciliatrici, prenderò su di me il consenso della Gran Bretagna al ritorno di S. M. al trono».

Per la legalità della Camera de’ Comuni, lo stesso principe ereditario rispose al re che, in forza della costituzione, la sola Camera de Comuni avea il dritto di giudicare della legalità dell’elezione de’ suoi membri, senza che il re, o qualsisia altra autorità, potesse pigliarne cognizione. In seguito di quella lettera, il re spedi la cedola del suo ristabilimento al governo; la quale era concepita in sensi assai costituzionali; ed in essa dichiarava il re di ripigliare l'autorità reale con i poteri che la esistente costituzione garantisce alla corona.

Fernando III, nell’essere restituito al governo, trovò il regno nel massimo disordine. La nazione tutta era scissa e divisa in. fazioni. Comechè il partito costituzionale avesse compreso la maggiorità del popolo, e pel numero, e per la qualità delle persone che lo componevano, pure non mancavano in Sicilia sciagurati che, o per malignità di carattere, o per pregiudizio, o per interesse, gioivano per la speranza del ritorno all’antico disordine. I magistrati supremi, lungi d’impiegare la loro autorità a frenar le discordie, aveano posto ogni loro studio a fomentarle; e perché dalle dissensioni traevano maggior profitto, e perché abbonivano il freno d’una costituzione, onde cadea bene in acconcio colle loro mire il disordine, per far credere al volgo ch'esso era effetto della costituzione, quando in realtà era cagionato dalla non osservanza di quella.

Nessun re ha avuto mai una più bella occasione di farsi un nome immortale; nessun re è stato mai tanto tradito da’ suoi consigliatori, quanto lo fu Ferdinando III in quella occasione. La sola sua presenza sarebbe bastata a comprimere le fazioni; egli avrebbe potuto senza stento ottener tutto dal Parlamento, riunire i Siciliani, rimetterli nel buon sentiero, consolidare la costituzione, ed assicurare così la sua gloria e la felicità de' suoi sudditi. In vece di ciò, ei si fe’ annunziare sin dal primo momento come il fautore del partito anticostituzionale; ed invece di consigliarlo a mettersi alla testé del governo, lo indussero a mettersi alla testé d'una fazione; onde perdè la confidenza di ambi i partiti. I costituzionali, divenuti bersaglio delle oppressioni e delle privale vendette, dovettero necessariamente abborrire un governo da cui erano abboniti; e la contraria fazione, gonfia del successo, ingalluzzita dal favore e dalla parzialità del governo, divenne tosto arrogante ed indomita; onde lo stesso re ebbe indi a non molto a pentirsene. Ma coloro nei quali quest'infelice monarca riponea allora la maggior confidenza, più che a stabilire la sua gloria, miravano ad ottenere per di lui mezzo una rappresaglia di partito.

Per cosi fatte ragioni, il ritorno del re al trono fu il trionfo della fazione. E il disgraziato spirito di partito trascese a segno, che produsse scandali e sconcezze che degraderebbero il nome siciliano, se la posterità fosse men severa ed imparziale nel giudicar degli uomini e degli eventi, e se i saggi di tutti i paesi non conoscessero, che mal si giudica degli uomini da ciò che fanno nei momento della passione.

E potrebbe dirsi che allora la ragione era fuggita dalla Sicilia per dar luogo alla vendetta del momento. Né certo sarebbe credibile, senza un accecamento universale, che in un paese che ha fior di civilizzazione, e in un’adunanza di persone ben nate (131) , si fossero lette ed applaudite sconcissime poesie, e, fra le altre, una che dicea:

«Ogni potere

«Ripigli il re;

«Perdasi il nome

«Di libertà!

L’insania giunse a tale, che circolava e si dava credito ad una supposta lettera del vecchio e demente Giorgio III al re Ferdinando, nella quale gli dicea: «Vi permetto di regnare indipendente e dispotico;» e qui molti, saltellando e battendo palma a palma, replicavano: «Dispotico! dispotico!!!» Eppure costoro si davano l'aria di democratici, e molli vi ebbero che sei credettero. Tanto è facile ingannare il volgo! Lord Bentinck si era prefìsso di essere indifferente sulla condotta del re. Egli mostrava d’esser sicuro che il re non sarebbe mai stato capace di violare la costituzione; e, parlando un di quei giorni con alcuni dei rappresentanti, maravigliandosi dei loro timori, lor disse: «Scommetterei la mia testa, che il re sarà più costituzionale di voi.»

La mattina stessa che il re ripigliò il governo, chiamò a sé lord Bentinck. Costui, immaginandosi che dovea parlargli di affari, si recò prima dal principe di Castelnuovo, e chiese il suo parere su di ciò che avrebbe dovuto rispondergli; ma Castelnuovo gli disse: «Poiché, Milord, avete ristabilito il re sul trono, bisogna far vedere che lo abbiate fatto di buona fede; e perciò non dovete metter fuori pretensioni, né imporgli condizioni; lasciate che operi a suo modo, senza alcun vincolo o restrizione.» Recatosi in fatto lord Bentinck dal re, questi gli disse: «Io riprendo le redini del governo; ditemi, Milord, se avete cosa da comunicarmi.» Al che lord Bentinck rispose: «Io non ho di che pregare V. M. Solo, prima «che io parta, prego la M. V. ad onorarmi della sua presenza per godere il fuoco d’artificio nelle prossime feste di S. Rosalia.»

Il re, al momento stesso, cambiò bruscamente il ministero, e rimise Ferreri, Gualtieri, Lucchesi, Naselli. Il principe di Cassaro ed il principe di Cutò ebbero restituite le cariche di maggiordomo maggiore e di capitano della guardia. Cesare Airoldi venne anche rimosso dalla carica di direttore della Segreteria dell'Interno. Allora lord Bentinck sentì tutto il peso dell’errore da lui commesso: il vedere con isdegno e disprezzo rimosso un ministero attaccatissimo alla costituzione, e composto di suoi amici, per sostituirvi persone note per l’odio loro contro la costituzione, nemiche dell’Inghilterra e di lui; l’osservare che i nuovi ministri eran quelli che fomentavano ed incoraggiavano quelle animosità e quelle sconcezze; l’esser testimone che pochi insolenti faziosi si facean lecito d’insultare, non che le persone più distinte del paese, ma lo stesso principe ereditario, e fino il piccolo duca di Chartres; il sentirsi rimproverare da tutti gli amici, e da coloro che avean seguito il partito della costituzione, che, dopo di avergli suscitati e compromessi, li abbandonava alla reazione di un governo che a lui dovea esser noto, penetrarono l'animo suo. E negli eccessi della rabbia per essere stato crudelmente deluso sulla condotta del re, si penti di ciò che avea fatto. Fu visto qualche giorno ad errare per le campagne di Palermo, immerso nella massima tristezza; e fu fin sul punto di mettersi alla testé della sua truppa e pubblicare la legge marziale; e lo avrebbe fatto, se lo sventurato principe di Belmonte non si fosse allora trovato gravemente ammalato, o se il principe di Castelnuovo, naturalmente nemico delle violenze, non ne lo avesse allora distolto.

Tale fu l'ultima vergognosa scena che fece (o fu obbligato a fare) lord Guglielmo Bentinck in Sicilia. Il dì 16 luglio 1814, fra le detestazioni de’ suoi nemici e le mormorazioni dei suoi anche più fidi amici, partì da Sicilia quest’uomo, che per due anni ne avea retto a senno suo il destino. Pochi, anzi pochissimi conservarono per lui verace stima ed attaccamento. Il tempo potrà forse lacerare il denso velo che copre le intenzioni d’allora del governo inglese, e paleserà alle future generazioni quali vantaggi della nazione britannica; o quali personali interessi de’ suoi ministri poterono indurre il gabinetto di Saint-James a cuoprirsi d’infamia, abbandonando agli orrori della servitù e della vendetta un popolo da lui sedotto, e migliaia di cittadini da lui compromessi scegliendo per istrumento di quest’infame ed abbominevole politica lo sventurato lord Bentinck.

Il giorno 18 luglio, si aprì con somma magnificenza il Parlamento. Il re vi recitò un discorso pieno di dignità ed eloquenza, nel quale egli mostrava la massima compiacenza per la riforma fatta nel sistema politico e per l’indipendenza che avea acquistata la Sicilia; facea cuore al Parlamento per sostener questa e recar quella a compimento; additava le parti essenziali di cui mancava la costituzione, perché il Parlamento si occupasse a compirla; e finalmente conchiudea con una solenne approvazione di ciò che avea fatto il principe ereditario in qualità di suo vicario (132) : alla fine del discorso, mascherando la sua vera intenzione, cominciò a voce ad esortare tutti i membri del Parlamento e ad animarli ad esser d’accordo nelle future deliberazioni.

Malgrado però quelle solenni promesse, e le generose espressionisioni della cedola e del discorso del re, i Siciliani beo conosceano qual dovea essere la fine di quella scena; e lo stesso presentimento era cagione di tristezza a molti e di gioja ad alcuni. Talché taluni che avean figurato nel partito costituzionale, credendosi oramai mal sicuri, si allontanarono dal regno.

Il primo passo dato dal nuovo governo confermò i timori dei costituzionali. L’avvocato Giovan Battista Nicolosi avea pubblicato un opuscolo sotto il titolo di: Catechismo costituzionale. In esso eran ridotti a dialogo tutti gli statuti della costituzione, all'oggetto di renderla intelligibile alle infime classi del popolo. Malgrado che, quando fu pubblicata quest’opera, fosse in pieno vigore la libertà della stampa, l'autore, per non incontrare difficoltà per riguardo al suo titolo, la sottopose alla censura delle autorità ecclesiastiche, e de’ teologi erano stati destinati ad esaminarla. Dietro la loro approvazione, il governo ne avea permesso la pubblicazione. Ritornalo il re, monsignor Berengario Gravina fece istanza per sopprimersi quella piccola opera, che, a dir suo, contenea delle proposizioni scandalose contro la religione; ed il re ordinò che fosse pubblicamente bruciata dal carnefice.

Il partito realista però agognava a compire il trionfo, e questo non sarebbe stato mai compito, anzi sarebbe stato mal sicuro, finché avesse avuto vita quella Camera. I Pari principalmente di quella fazione, erano spinti a ciò da un altro interesse. Essi sapeano che la massa della nazione era attaccatissima alla costituzione; aveano eglino riuscito sino a quel punto ad illuder molti uomini di buona fede, mascherando le vere loro vedute sotto il manto di ultraliberalismo; ma avendo vita quella Camera de' Comuni, essi sarebbero stati compromessi col publico. Non ignoravano le fatiche che quei rappresentanti avean pronte, e finalmente conosceano che. coloro avrebbero saputo rifarsi delle ingiurie; eran ben atti a ciò, e v’erano di già preparati.

Si sperava che i rappresentanti intimoriti e sopraffatti da tanti affronti non avrebbero osato presentarsi nella Camera per passare alla scelta del loro presidente, onde il Parlamento si sarebbe sciolto quasi da sé stesso; ma la fermezza de’ rappresentanti fece andare a voto quella speranza. Nel giorno designato, eglino si riunirono e scelsero a loro presidente il conte Gaetano Ventimiglia, fratello del principe di Belmonte. Laonde fu d’uopo ricorrere a mezzi più illegali e violenti, onde sciogliere quel Parlamento.

Era allora uno de’ primi in Quella fazione il principe di Pantellaria, uomo cui non mancava alcun talento per far male; proteo politico, che cambiava all’uopo aspetto e linguaggio, senza mostrar mai le sue vere vedute. Con un aspetto sempre gaio e risolente, mascherava un cuore iniquo; facendo sempre pompa 'di princìpi filosofici e liberali, non avea in realtà altro principio che il proprio interesse; aristocratico coi realisti, giacobino coi rivoluzionari, senza goder la fiducia di alcuno, finiva sempre con avere un partito. Costui fu scelto dal re a presidente della Camera dei Pari; e per avere un cancelliere della Camera degno di sé, scelse Vincenzo Gagliani. In casa Pantellaria si tenne un gran congresso di tutti i Pari di quel partilo, per trovare i mezzi onde persuadere il re a sciogliere il Parlamento.

Il re, in vero, non avea bisogno di molta persuasione per dare quel passo. Spinto da’ nuovi ministri, e indotto da’ segreti suoi consultori a mettersi alla testé di quella fazione, voleva seguire l’impulso; ma non riscosso ancora dai timore del governo inglese, né ben sicuro del nuovo ministro della Gran Bretagna, Guglielmo A' Court, cercava un’apparente ragione per colorire la sua violenza e l'illegalità di quel passo. Mossa da tali ragioni, l’adunanza de Pari stabilì, che alla prima seduta dovessero eglino fare un indirizzo al re, in cui si lagnavano delle supposte illegali là commesse nell'elezione de rappresentanti de’ Comuni.

Era stato in quei congresso chiamato anche il principe di Castelnuovo, per cui quel partito mostrava in quel momento del riguardo. Non è già che coloro avessero in guisa alcuna in pensiero di tener conto di lui; ma eglino volean valersi di quel nome rispettato in Sicilia per coonestare in parte la violenza. Le funeste dissensioni tra lui e Belmonte gli avean fatto adottare un linguaggio d’indignazione contro le elezioni dei rappresentanti: per tale ragione, e forse ancora per qualche rancore contro di alcuni de’ membri della nuova Camera de’ Comuni, egli non potè ed anche non volle disdirsi; solo fece riflettere agli altri Pari, che essi non avean dritto a render ragione, o esaminare la legalità delle elezioni dell’altra Camera: laonde si conchiuse che nell'indirizzo la Camera de’ Pari dovea dolersi dell’' infrazione delle leggi in generale.

Radunatasi infatto la Camera, il presidente, principe di Pantellaria, lesse un discorso in cui fortemente reclamava vendetta per gli scandali, confusioni e violenze che s’erano commessi. Il principe di Aci, che si era procurato una grande quantità di reclami di coloro che non avean potuto riuscire ad essere eletti rappresentanti, dopo il discorso del presidente lesse un’altra diatriba, nella quale dicea che avea deposto presso il cancelliere della Camera alcune carte dirette a provare i veri fatti che attentarono, violarono, infransero le leggi, e conchiuse con dimandare la scelta di un comitato per esaminare queste carte e stendere l’indirizzo da presentarsi al re.

Tutto ciò era stato antecedentemente combinalo. Le carte di cui si parlava erano state da loro stessi dettate, e l’indirizzo, che dovea stendersi dal comitato non ancora scelto, era stato scritto antecedentemente del Gagliani,e ne circolavano delle copie anche prima di aprirsi il Parlamento.

Non può negarsi certamente, che fra le tante elezioni de' rappresentanti alcune poche ve ne siano state, nelle quali si fecero grandi irregolarità. Ciò dovea naturalmente accadere nell’urto delle passioni e de partiti; ma per quanto lo spirito di fazione avesse potuto esagerare quelle irregolarità, esse non sarebbero mai paragonabili all’attentato contro la costituzione, che commettea in quel momento la Camera dei Pari, ed alla violenza che si fe’ poi commettere al re; arrogandosi quella il dritto d’esaminare la legalità dell’elezioni de’ membri dell’altra Camera, e il re sciogliendo arbitrariamente il Parlamento e continuando l’esazione dei tributi.

Comeché tutta quella fosse stata una farsa antecedentemente combinata tra il ministero ed i Pari, per isciogliere il Parlamento, pure un intoppo accadde, che fece per qualche giorno esitare il re a dare quel passo. II duca d’Orleans, che al primo aspetto di miglior fortuna, si era recato in Francia, ristabiliti quivi gli affari suoi, era ritornato io quella congiuntura in Sicilia per pigliar la sua famiglia. Prima di partire, fu a trovare il re alla villa Favorita, e gli disse:

«Sire, io parto; ma io reputo mio dovere, prima di allontanarmi, di sommettere a V. M. che la condotta politica che le si è fatto adottare è diametralmente contraria agl’interessi di V. M. Questo regno non ha forze da potersi sostenere senza l’aiuto straniero; e la Sicilia non può avere aiuto che dall’Inghilterra. La Francia e la Spagna non sono in circostanza di estendere la loro influenza oltre i propri confini. V. M. sarebbe certo mal consigliata, se la si lasciasse indurre a contar sulle proteste d'amicizia dell’Austria. Vuole forse V. M. trovare un alleato in Murat? Quali che saran per essere le circostanze di Europa, l’Inghilterra non vorrà mai perdere il dominio del mare, e sarà sempre gelosa della Sicilia come quella che può frastornargli il commercio del Mediterraneo; onde è interesse di V. M. il conservar sempre l'amicizia dell’Inghilterra; e per non perdere l’unico alleato che può render sicuro il suo trono e non provocare chi può da un momento all’altro rovesciarlo. In vece di ciò si è fatta adottare a V. M. una condotta tutta diretta a provocare e disgustare l’Inghilterra.

Appena V. M. si è rimessa sul trono, licenzia un ministero ben affetto alla Gran Bretagna, per sostituirsi de' ministri che le han fatto la guerra, e che il ministro inglese avea voluto allontanati dal ministero. V. M. tollera che tutti coloro che han seguito il partito inglese fossero pubblicamente insultati, e finalmente si cerca di persuaderla a sciogliere capricciosamente il Parlamento, e non s’ignora che ciò si fa per levar da quello le persone che hanno aderito a lord Bentinck. Il rapido cambiamento nel sistema politico d’Europa ha fatto momentaneamente pigliare all’Inghilterra un aspetto d'indifferenza sugli affari di Sicilia; ma io prego V. M. a sovvenirsi, che il decadere nell’opinione della Gran Bretagna può un giorno esserle fatale. Sire, io parto per non ritornare più in questo paese: da ciò può la M. V. conoscere che nessun motivo di personale interesse mi muove ad avvertirla; ma anche da lontano mi dispiacerà di sentir disgrazie di una persona cui tanto devo, «non potrò far di meno di dividere con una moglie che amo, le lacrime cagionate dalle disgrazie del suo genitore.»

Tutto ciò però non produsse altro affetto che quello di far posporre per due o tre giorni la dissoluzione del Parlamento, sino a che si allontanò il duca d’Orléans. Questo principe volle sino all'ultimo momento mostrare la sua amicizia pel principe di Belmonte. L'infelice stato della salute di costui l'accorava; onde egli e tutta la sua famiglia lo persuasero ad accompagnarli a Parigi, per tentare se la mutazione del clima, o quei medici avessero potuto rimetterlo in sanità. Anche il re, colle più amichevoli espressioni, lo persuase a ciò; ma ognuno conobbe da quali motivi eran esse dettate. La presenza del principe di Belmonte sarebbe sempre stata d'ostacolo alle future operazioni. I complimenti a lui fatti dal re in quella occasione aveano anche un altro oggetto. La sera ‘antecedente alla sua partenza fu a trovarlo il conte di Mogenico, ministro di Russia, per parte del re, e gli fece sapere che il re avrebbe avuto piacere che egli a Parigi avesse parlalo bene di lui. A questa proposizione Belmonte rispose:

«Se S. M. è sicura di essersi condotta bene,è inutile che mi dia quel comando; S. M. mi conosce troppo per esser sicura che dalla mia bocca non uscirà altroché la verità. Ma S. M. sa bene che io sono stato pigliato a calci da una turba di faziosi da lei protetti.»

Il domani abbandonaron per sempre la Sicilia il duca d’Orléans e il principe di Belmonte; e con loro sparirono il coraggio e le speranze degli amici della costituzione. Il giorno appresso fu sciolto il Parlamento.

FINE DEL CAPITOLO DECIMOTTAVO.


CAPITOLO XIX

Nuovo Parlamento. — Lucchesi. — Naselli. — Gualtieri. — Ferreri. — Disposizione del Parlamento. — Morte della regina e del principe di Belmonte. —Apertura del Parlamento e sua condotta. — A’Court. — Memorandum. —Conferenza del re con Castelnuovo. — Discorso del re al Parlamento. — Finte carezze del re a Castelnuovo. — Discorso di Castelnuovo al re. — Trenta linee. — Dissoluzione di Parlamento.

La capricciosa e violenta dissoluzione del Parlamento dei 1814 decise assolutamente del destino della Sicilia. Se il re ed il ministero fossero stati meno animati da spirito di fazione, ed avessero realmente avuto in mira il bene della Sicilia e la stabilità della costituzione, avrebbero conosciuto il vantaggio che potea ritrarre da quella Camera alla quale avean fatto la guerra. Quei rappresentanti, sbaldanziti per aver perduto l'appoggio del governo siciliano e del ministro inglese, sarebbero necessariamente entrati nell'impegno di smentire la calunnia de’ loro nemici, sarebbero stati docili ed uniti, ed avrebbero fatto i massimi sforzi per compire colla massima sollecitudine tutto ciò che era necessario a perfezionare e consolidare la costituzione. Con pari sollecitudine avrebbero provveduto agli urgenti bisogni dello stato; quella Camera avrebbe saputo far in modo che le cose andassero in quella direzione, anche contro le altrui voglie; ed in quel momento ben l’avrebbe potuto.

Erano i ministri, e tutti coloro che stavano appresso e consigliavano il re, ben convinti di ciò; onde essi voleano un Parlamento composto di persone pronte a seguire la direzione da loro data, e seguita da una mano d’insani, atti a frastornar tutto. E sull’opera di costoro maggiormente si contava. Le idee giacobiniche, lungi di essere oggetto di spavento, erano allora sommamente utili, perché si volea un Parlamento scompigliato, per poi trar profitto dallo scompiglio. Con tali intendimenti i ministri ed i principali Pari cominciarono a carezzare i demagoghi del 1813; i quali, avvegnaché per opposti princìpi, avean seco loro fatto causa comune.

Con tali auspici fu convocato il nuovo Parlamento; e tutte le mire del governo pare che si fossero dirette a spogliarsi di qualunque influenza nel Parlamento, ed a togliere a questo qualunque freno. Furono cambiati quasi tutti i capitani de’ Comuni, ed i capitani d’armi de’ distretti; furon minacciati ed intimoriti i segreti, i prosegreti e tutti gl'impiegati del governo, per non far loro pigliar parte nelle elezioni de’ nuovi rappresentanti; e per indurre in essi maggior timore, si fecero proporre delle accuse contro d’alcuni, che per officio loro aveano avuto ingerenza nelle passate elezioni.

Senza però ricorrere a tutti quei mezzi per preparare il disor dine del Parlamento, sarebbe bastata l’assoluta incapacità de’ ministri a produrre il desiderato effetto. Il duca Lucchesi, ministro degli affari esteri, era un uomo dabbene che avea sprecato gli averi suoi al gioco, per le donne e per l’ambizione, che [1814. ] eran le sole idee di cui era capace; ma per soddisfare quelle passioni, avea fallo molto male a sé stesso, nessuno agli altri: onde, se non godea la pubblica opinione, godea però la pubblica stima; si dicea di lui, che non era ministro degli affari esteri, ma estero agli affari.

Naselli, ministro della guerra, non avea né vizi, né talenti da renderlo noto in Sicilia; e senza una nascita illustre e straordinarie circostanze, sarebbe restato sempre nell’oscurità. Avea servito, sin dall’infanzia, nella marina.

Carlo Avarna, duca di Gualtieri, era ministro dell’interno. Nella carriera delle magistrature che avea percorso, avea contato sempre per un uomo retto, ma povero d’ingegno, ed incapace di veder chiaro e determinare con espeditezza i privati affari de' cittadini; molto meno era capace negli affari di Stato. Persuaso che l'autorità de’ re è illimitata quanto quella di Dio; colla stessa franchezza con cui ai tempi di Diocleziano si andava incontro al martirio per meritar la grazia divina, egli si tirava addosso la pubblica indignazione per meritar la grazia del re.

Ferreri era l’Achille del ministero. Costui avea percorsa con applauso la carriera del foro, e si era sempre ammirato in lui sommo acume d’ingegno ed instancabile laboriosità. Caduto dalla grazia del governo, per aver dato in Napoli uoa sentenza giusta in favore del cavalier de’ Medici,allora incolpato di una congiura contro lo stato, avea perduto la carica; ma poi, a forza d’intrighi e di bassezze, era giunto a rimettersi nella carriera delle magistrature, e si era studiato di dar prove segnalale di pentimento. Su questi princìpi avea regolato la sua condotta al 1810. Promosso al ministero delle finanze, i suoi meriti erano spariti, per dar luogo ad enormi difetti:duro, inesorabile, ambizioso, incapace di far bene a chi che sia, non avea altra mira che conservare il ministero ad ogni costo, e procurare in ogni modo cariche e ricchezze alla sua famiglia.

Bastavan quei quattro ministri per produrre nel Parlamento lo scompiglio che si desiderava; e l'effetto ben corrispose ai voti del governo. I ministri, tutti quattro, abborrivano la costituzione; e mentre lo spirito pubblico correva, non solo alla costituzione, ma alla democrazia, essi non curarono di procacciarsi veruna influenza nel Parlamento, non prepararono veruna fatica per compire e consolidare la forma del governo, anzi secondarono a tutta possa gli sforzi de' rivoluzionari per aver sede nella nuova Camera de’ Comuni.

Tosto però si vide che il partito preponderante era il costituzionale. Tutti coloro che aderivano a quel partito, la sera stessa che fu sciolto il Parlamento, si riunirono per pigliare tutti d’accordo la stessa risoluzione. Ivi la maggiorità, forse conoscendo quai nemici si tirava addosso, con poco senno decise che nessun di loro dovea presentarsi per elettore, né per candidato. Intendevano eglino cosi lasciare alla contraria fazione tutta la risponsabilità del successo del nuovo Parlamento. Laonde le elezioni si fecero senza contrasto; ma dappertutto il numero degli elettori fu ristrettissimo; vi furono dei comuni in cui non si presentò verun elettore, e per compire l'elezione dovettero accattarsi gli elettori: gli eroi del 1813, vennero, per tal modo, tutti rieletti; ai quali si unirono nuove reclute.

In settembre, le elezioni eran compite; ma la notizia della morte della regina, accaduta in Vienna, ritardò l’apertura del 'Parlamento. Pare che la morte allora abbia voluto raccorre un fiore per ogni partito: a quella della regina tenne dietro la morte del principe di Belmonte. Egli era partito da Palermo in pessimo stato di salute; il mare lo fé' peggiorare, talché era restato a Marsiglia, senza poter seguire il duca d’Orléans; ma informato che lord Castelreagh si era recato a Parigi, prima di andare a Vienna, malgrado il suo fievole stato di salute, corse colà a procurarsi un abboccamento con lui, per assicurare la futura sorte della Sicilia. La rapidità del viaggio affrettò la fine de’ giorni suoi, e morì pochi giorni dopo a Parigi, senza aver potuto raggiungere lord Castelreagh.

Così finì di vivere, all’età di 48 anni, Giuseppe Emanuele Ventimiglia, principe di Belmonte; uomo che non ebbe pari in Sicilia per la vivacità dell’ingegno, per l’eloquenza, per ogni maniera di coltura; uomo che, malgrado gli errori suoi, avrebbe potuto sostenere la vacillante costituzione di Sicilia. Pieno di amordi patria, fino all’ultimo anelito, legò all’università degli studi di Palermo una bella collezione di quadri ed altri oggetti di belle arti. Eppure l’irreparabile perdita di un tanto cittadino non fu allora compianta che dagli amici suoi e della libertà: tanto è stupido ed ignorante il volgo, e tanto lo spirito di fazione acceca le menti e pervertisce i cuori! Ma i suoi nemici non osaron mostrar compiacenza della sua morte; e il tempo ha fatto giustizia alle sue eminenti qualità.

Il giorno 22 ottobre 1814 si aprì il Parlamento; e tosto si vide come si erano ingannali a partito coloro che tanto aspettavano da quell’adunanza. Se al 1813 avea fatto mestieri ricorrere a tante ree combinazioni per seminar la discordia nel Parlamento, onde impedire che esso si occupasse del bene della Sicilia, per conseguire stesso bastava, al 1814, il non far nulla; e ciò si fece dal ministero. Sin dal primo momento, i ministri si posero in attitudine meramente passiva, mostrando di aspettare il bene dal Parlamento.

È certo che il governo non volle avere un Parlamento ragionevole; se lo avesse voluto, non avrebbe sciolto capricciosamente il primo; non avrebbe affidato l'amministrazione a ministri inabili e per la maggior parte odiosi, i quali, se avessero avuto qualche Influenza, l’avrebbero esercitata per rovesciare, non per consolidare la costituzione; e finalmente non avrebbe acconsentito alla pericolosa proposizione di non far sedere nella Camera de’ Comuni verun impiegato del governo. Quindi avvenne ciò che dovea necessariamente avvenire, e ciò che si volea che avvenisse.

In un momento in cui la costituzione potea solo sostenersi con una condotta sobria, legale, rispettosa verso il re, e con impiegare somma sollecitudine e laboriosità estrema per provvedere alle finanze, e recare a fine tutti gli statuti necessari al bene generale della nazione, la Camera de’ Comuni prese la stessa risoluzione dell’anno precedente, di non voler parlare di finanze, se primo non si stabiliva tutto ciò che si dicea volersi stabilire; e per far ciò si scelsero i soliti innumerevoli, infruttuosissimi comitali. Del resto, la Camera si abbandonò a mille irregolarità e stravaganze, ridicole più che pericolose; e si passaron sei mesi in continue invettive contro il ministro Ferreri, ed attacchi mal combinati e peggio diretti contro lo stesso.

La Camera de’ Pari non era meglio diretta. Molti di coloro che appartennero al partito costituzionale, si erano allontanali o dal regno, o dal Parlamento. Il principe di Castelnuovo, ed i pochi saggi che v’intervenivano, non aveano veruna influenza sugli altri; i quali senza guida o consiglio, seguivano ciecamente or l’uno or l’altro dei pochi malvagi che primeggiavano. Costoro, un momento si mostravan d’accordo coi Comuni e fomentavano le loro insanie, un momento dopo, spaventali dalla loro giacobinica altitudine, fingeano di voler far loro la guerra, e si accostavano al re per avere un appoggio. Cosi passarono sette mesi, senza che quel Parlamento avesse conchiuso cosa alcuna. Re, ministri, Pari, Comuni, tutti erano discordi negl'interessi e nelle mire, ma tutti perfettamente concordi nel non far nulla.

In uno di tali momenti di velleità, alcuni de’ Pari si diressero al principe di Castelnuovo, acciò egli avesse indotto il ministro inglese a far presente al re, che il Parlamento sedea già da sei mesi, senza che alcun bene se ne fosse ricavato; che il male nascea dall’assoluta incapacità dei ministri; onde essi avrebbero voluto che il re si fosse persuaso ad aggiungere nuovi membri al suo consiglio, onde con più fermezza avessero potuto pigliarsi le necessarie risoluzioni per condursi a buon termine il Parlamento. Il principe di Castelnuovo non ricusò l’incarico; esasse solo la condizione, che dovendo egli mettersi avanti, volea. parlare in nome di tutta la Camera, o pel lo meno della maggiorità, ciò che venne a lui solennemente assicurato.

Il sig. Guglielmo A’Court era succeduto a lord Bentinck nella carica di ministro d’Inghilterra presso la corte di Palermo. Egli, tostoché giunse, richiese dal suo governo istruzioni come regolarsi. Il visconte di Castlereagh, che allora trovavasi in Vienna, non gli mandò veruna istruzione; ma gli scrisse una lettera nella quale gli dicea: che i cambiamenti politici di Sicilia essendo stati fatti dal suo predecessore, egli ne era poco informato; che avea lasciato fare lord Bentinck, aspettando che il tempo e l’andamento delle cose gli suggerissero il partito cui dovesse appigliarsi; che se lord Bentinck avea fatto bene, il bene era per la Sicilia, se male, era per lei; che la libertà della Sicilia era bella e buona, ma conveniva al governo inglese aver che fare più tosto con governi assoluti che con popoli liberi; che dalla Sicilia schiava l’Inghilterra avea avuto ciò che avea voluto, sino a far scendere dal trono il re ed esigliar la regina; ma dal Parlamento non si era potuto ottenere né anche un volo di ringraziamento; e finalmente, che in questi ultimi tempi si era introdotto in Sicilia uno spirito di democrazia, anzi di anarchia, che non potea certo piacere né a lui, né alla Gran Bretagna.

In qualunque modo, lord Castelreagh mandò allora ad A’Court un memorandum, dicendogli che, per l’onore del governo inglese, lo pubblicasse officialmente in Sicilia. Colai memorandum non era che una nota officiale del ministro inglese, diretto a far conoscere al governo ed alla nazione siciliana i precisi sentimenti del governo inglese sugli affari di Sicilia. E certo quel documento è concepito in sensi così saggi, amichevoli ed onesti, che esso fa tanto onore alla Gran Bretagna, quanto le reca ignominia la condotta diametralmente contraria a quella solenne dichiarazione. In quel memorandum, il ministro inglese dichiarava: che, essendo cessata la guerra, l’Inghilterra non potea più esercitare una diretta influenza sugli affari di Sicilia; ma la Gran Bretagna essendo stata la protettrice ed il sostegno delle innovazioni fatte in Sicilia, ed essendo essa l’amica e l’alleata del popolo siciliano, il suo desiderio era di secondare l'adozione di quelle parti della costituzione, che, dietro un maturo esame, fossero state trovate uniformi ai desideri del popolo, e giudicate conducenti ad assicurare la sua felicità e prosperità; e soggiungeva: esige la Gran Bretagna come una condizione di quest’assistenza, che ciò sia fatto dallo stesso Parlamento, e che ciò sia compilo in una maniera legale e costituzionale (133) .

A’Court da una mano presentò officialmente quel memorandum al governo siciliano, e delle copie autentiche ne diede a molti egli stesso, che circolarono rapidamente in Sicilia: ma dall’altra mano, avendo ben conosciuto dalla lettera di lord Castelreagh a quale settentrione la bussola era diretta, consultando i suoi privali interessi più che l’onor del suo governo, si gettò interamente col re, e si legò a fil doppio col marchese Tommasi, che dirigea tutte le segrete combinazioni del re.

Lord Bentinck, pria di lasciare la Sicilia, avea esatto, per ordine di lord Castelreagh, dal governo siciliano, non solo la garanzia delle persone che avean seguito il partito inglese, ma la promessa di mantenere la costituzione. Intanto il re, guadagnato prima A’Court, fece giungere al governo inglese, per di lui mezzo, una dichiarazione sua di voler sempre mantenere la costituzione io Sicilia; ma desiderava di apportarvi de’ cambiamenti, i quali, se avessero avuto luogo, avrebbero lasciato la costituzione di nome, ma interamente cancellata nel fatto. A’Court dopo di avere officialmente dichiarato che l’Inghilterra esigea, che qualunque cambiamento nella costituzione si fosse fatto in un modo legale e dallo stesso Parlamento, trasmise quella carta a Londra; ed i posteriori avvenimenti ci fanno vedere ch'ei l’abbia bene appoggiala.

Erano in tale stato le cose, quando il principe di Castelnuovo, per commissione degli altri Pari, si diresse ad A’Court. Costui accettò di buon animo l’incarico; né guari andò che gli recò la più favorevole risposta dalla parte del re. Gli disse che il re era perfettamente convinto di quanto gli avea fatto presente, e soggiunse che S. M. avea di lui una vantaggiosa opinione, e lo richiese se avrebbe egli incontrato difficoltà a recarsi dal re, nel caso che S. M. volesse consultarlo sugli affari di Sicilia. Comeché quella dimanda l’avesse sorpreso, pure non esitò a rispondere che, avendo egli l’onore d’essere consigliere di stato, era suo dovere il recarsi da S. M. sempreché glielo avesse ordinato. Indi a non molto, il re infatti lo chiamò. Contemporaneamente a ciò, il marchese Tommasi apri una celatissima corrispondenza collo stesso principe di Castelnuovo e coll’abate Balsamo, per mezzo di Giuseppe Contarmi.

Il tempo era ormai maturo per mettere a profitto le irregolarità del Parlamento. Erano già scorsi più di sei mesi che il Parlamento si era aperto: i Comuni non solo non aveano voluto accordare i sussidi; ma nulla avean proposto di vero utile per la nazione. Onde la condotta loro cadea molto bene in acconcio colle vedute di mettere avanti i cattivi effetti della costituzione, per mostrare una necessità o di levarla, o per lo meno di ricorrere a mezzi straordinari e violenti per mantenerla.

Il re, nel suo primo abboccamento con Castelnuovo, mostrassi sommamente malcontento del Parlamento, e particolarmente dei Comuni; e francamente gli disse, che avea in animo di metter da sé solo riparo a quei disordini. Castelnuovo non potea negare che il re avea ben ragione di dolersi del Parlamento; pur tuttafiata procurò di distoglierlo da quei passi illegali, ai quali egli si mostrava pur troppo inclinato. Il re si mostrò così contento di lui, che volle in seguito consultare spesso seco lui, e quindi lo fé’ regolarmente sedere nel consiglio di stato. Ed è ben da riflettere che in una di quelle occasioni, il re confessò che la Sicilia, anche prima del 1812, avea sempre avuto una costituzione, che era stata giurala da tutti i re; ora soggiunse tosto: «Io però non l’ho giurata». — Sire, gli rispose il principe di Castelnuovo, «V. M. la giurò per mezzo del suo vi cerò.» Avrebbe però dovuto soggiungere, che non era interesse di S. M. il porre in dubbio la validità di quei giuramento, perché così si sarebbe ugualmente messo in forse il dovere di fedeltà de’ Siciliani, perché il marchese Fogliari al 1759, in virtù della stessa cedola, prestò il giuramento in nome del re, e lo esasse dai sudditi.

I discorsi del re andavano sempre d’accordo colla segreta corrispondenza tra Tommasi e Balsamo. Intanto, per l’imprudenza di Murat, la restituzione del regno di Napoli era stata decretala in Vienna. Il re anelava di recarvisi; onde chiamò a sé il principe di Castelnuovo, e gli disse: che egli non poteva più ritardare la sua partenza, o lasciare, partendo, aperto il Parlamento, non provvedute le finanze, e lo stato in disordine; onde era deciso a ricorrere a passi energici e straordinari per ridurre a buon fine la sessione del Parlamento. Castelnuovo fu perfettamente d’accordo col re, e gli propose che il re stesso dovea recarsi al Parlamento, con una arringa riprendere la condotta de’ Comuni, stabilire un termine dentro al quale dovessero portarsi a compimento gli statuti ch'eran pendenti: altrimenti il re avrebbe da sé pensato a riordinare la cosa pubblica.

Il re infatti, dopo alcuni giorni, si recò al Parlamento e vi lesse un discorso concepito nei sensi convenuti col principe di Castelnuovo. Un tal discorso produsse sulle prime rabbia ed indignazione ai Comuni. Rossi cominciò a declamare: Già ci sovrastano i disordini del 1813: gli stessi nemici del pubblico bene stanno a canto e consigliano 8. M.: l'uomo della stessa epoca è ricomparso al suo posto Malgrado però quelle vane declamazioni, si diedero premura di affastellare alcuni inutilissimi statuti.

Intanto il principe di Castelnuovo, contando sulla parola di quei Pari che lo aveano fatto mettere avanti in nome di tutta la Camera, disse al re, che per confermarli in quella buona direzione ed accrescere il partito, era bene di conferir qualche ricompensa; e a tal proposito raccomandò al re il principe di Trebia ed il conte di San Marco per farli consiglieri di stato. Il re gli rispose: Li farò consiglieri, ma dopo il Parlamento, «ed a negozio fatto; io li conosco, e temo che giochino di coda, dopo che hanno conseguito l'intento.»

A' Court in quel tempo metteva ogni studio a far sapere a tutti che il principe di Castelnuovo era il solo che godea la grazia del re; e che tutte le ricompense da accordarsi dopo il Parlamento, il re avea dichiarato di doversi conferire pel canale di lui. In un consiglio di stato, il re ordinò a Ferreri di farsi guidare da Castelnuovo nello stendere il piano di finanze da volarsi in Parlamento. Ma in conchiusione Ferreri non eseguì quell'ordine. del re, e produsse un Budget senza veruna intelligenza di Castelnuovo; i Pari, che lo avean fatto mettere avanti, l’abbandonarono e tornarono alla fraternità coi Comuni.

Castelnuovo allora recossi dal re e gli disse:

«Voi avete avuto la bontà di confidar nell’opera mia perché il risultalo delle deliberazioni del Parlamento fosse a seconda delle intenzioni di V. M. e di tutti i saggi e buoni; per ciò mi credo in dovere di avvertirla, che tutt'altra è l'apparenza degli affari, di quella che V. M. ed io desideriamo. Il ministero ha messo avanti un Budget che io dichiaro di non esser mio in conto alcuno; i Pari, che mi aveano promesso di star dal lato di V. M., per imbrigliare i Comuni, fanno già un tutto con essi; e pare che i principali tra loro abbiano obbliato quello che aveano promesso. Qual sarà la fine di tal apparato, io non lo so, ma temo assai che sia infelice; e però ho stimato mio dovere informar V. M. di tutto, e rassegnarle che da oggi innanzi di nulla risponderò. Ho reputato poi tanto più giusta questa mia dichiarazione, in quanto veggo il ministero combinato in quelle pratiche; perciò ignoro quali possono essere gli ordini e le vedute di V. M. »

Il re udì tutto quel discorso senza commuoversi; e quando Castelnuovo ebbe finito, gli disse freddamente: «Lasciagli fare; vediamo quel che faranno, e poi vi penseremo e risolveremo.» Castelnuovo restò sorpreso dell’indifferenza del re sulla condotta di un Parlamento, contro il quale, giorni prima, avea fulminato; pure passò a far considerare al re che, dovendo allontanarsi dal regno, dovea provvedere al governo a seconda della costituzione. Al che il re rispose: «Tutto è già fatto; a tutto si è provveduto». E presa allora una carta, gliela diede, dicendogli: «Leggila e dammi il tuo «parere; è buona: son sicuro che ti piacerà. Non vi siamo altri che conosciamo questa carta che io, A Court e tu.»

Castelnuovo, nel tornare a casa, aperta quella carta, vide di esser quella un piano che contenea trenta articoli di una nuova costituzione, che il re, di sua volontà, intendea dare alla Sicilia, col pretesto di portar qualche riforma all'esistente, ma che in realtà la cancellava assolutamente (134) .

Era questa carta il risultato delle veglie del marchese Tommasi; era questa la carta che il re avea data ad A’Court, quando lo autorizzò ad assicurare il governo inglese, che egli intendeva di mantenere la costituzione; ed A’Court avea validamente favorito quel progetto, approvando quegli articoli e rimettendogli a Londra; e quella carta si voleva allora autorizzata dal rispettabile nome del principe di Castelnuovo. Allora capì egli l’oggetto di tante carezze e di tante simulate dimostrazioni di stima; e venne in chiaro del senso di quelle parole dette una volta da Contarini a Balsamo per parte di Tommasi: Il re deve parlare a Castelnuovo di un affare molto importante, e deve fargli leggere un foglio di sommo rilievo.»

E conobbe altresì la ragione per cui Tommasi, per lo stesso canale, avea fatto sapere a Balsamo, che monsignor Airoldi era troppo vecchio, e che la carica di giudice della monarchia era per lui adattata. E vide bene Castelnuovo perché taluno avea tentato di metterlo su, facendogli sapere che il re, partendo, avea in animo di lasciarlo viceré di Sicilia. Così il principe di Castelnuovo, mentre si credea di esser l’amico ed il confidente del re, trovossi in un momento insultato dai Comuni, abbandonato dai Pari, non curato dai ministri, e crudelmente schernito dal re e dal ministro inglese. Castelnuovo volea metter per iscritto il suo voto di riprovazione per quella carta, e rimandarla al re. Ma il retroammiraglio Settimo e Balsamo lo persuasero ad esporre francamente i sensi suoi ad A’Court e al re di presenza. Si recò infatti egli dai ministro inglese, e gli parlò in sensi degni di un buon Siciliano e d’un uomo d’onore. A’Court, che era stato il fautore di quel progetto, si trovò sulle prime confuso nel rispondere; ma poi gli disse:

«Sì, ho avuto anch’io quella carta; ma vi attaccai tanto poca importanza, che neppure vi gettai gli occhi sopra; e la mandai a Londra, come un articolo di gazzetta.»

Cominciò a serenarlo, dicendogli che l'affare si potea rimediare, e non dubitasse di manifestare liberamente al re i sensi suoi. Tutto ciò però era ben lontano dal vero: A’Court non solo avea trasmessa quella carta a Londra, ma, per ben appoggiarla, avea esposto al governo inglese la falsità che le due Camere del Parlamento avean pregato il re a destinare una commissione per riformare la costituzione. Il re infatti, indi a pochi giorni, scelse una commissione a quest’oggetto, alla quale diede quei trenta articoli, detti allora trenta linee, per servir di traccia ai loro lavori: ciò che certamente non avrebbe fatto, senza il consenso e l’approvazione del governo inglese. Il principe di Castelnuovo, animato da A Court, si portò dal re, e francamente gli disse che ei non poteva in conto alcuno aderire a quel progetto. Il re non piegossi alle sue ragioni; talché, dopo lungo altercare, gli voltò le spalle e lo lasciò bruscamente; e il giorno appresso, querelandosi di lui, disse a Circello: «L’ho «trovato inesorabile.» Allora si ruppe interamente qualunque comunicazione tra il re e Castelnuovo. Il re non chiese più di lui; egli rinunziò affatto all’assistenza politica, contentandosi di godere, negli ozi della vita privata e nella compagnia di pochi amici, la compiacenza di un cuore senza rimorsi e il delicato piacere di beneficar la sua patria (135) .

Intanto era giunto il termine prescritto al Parlamento; durante il quale, i Pari ed i Comuni affastellavano pochi articoli, la maggior parte de’ quali riportarono il velo, ed uno stolto, irragionevole ed oppressivo piano di finanze, in tutto degno dell’incapacità del ministro che lo avea proposto. Ottenuto finalmente ciò, il giorno 14 maggio 1815, fu sciolto il Parlamento.

Tale fu la fine vergognosa di quel Parlamento, che nacque fra le violenze, visse fra i disordini, e si chiuse fra gli affronti e le ignominie. Quei rappresentanti, che aveano, per un momento, deluso molti uomini di buona fede col far mostra di princìpi ultraliberali; che ri eran sempre vantali di essere i aoli uomini onesti ed incorruttibili di Sicilia; che con tanta insolenza aveano insultati coloro ai quali essi erano debitori della libertà, finirono con dare un pubblico attestato di esser eglino lo strumento della schiavitù della Sicilia. E come se qualche cosa avesse mancato a colmar la misura della loro ignominia, essi, che tanto aveano declamato contro le venalità di coloro che aveano accettato impieghi dal passato ministero, nelle posteriori calamità della Sicilia si sono affollati a conseguire le spoglie opime della vinta libertà siciliana. In ricompensa de’ loro onorati servizi in quel Parlamento, e forse per essere uniformi nell’idolatrar Bonaparte ai due ministri Medici e Tommasi, essi furono i soli promossi a cariche ed a magistrature, e d’allora in poi, venduti prima ai ministri e poi a’ rivoluzionari di Napoli, hanno sempre tradita la causa della Sicilia (136) . — Possa un tale esempio disingannare i Siciliani, ed avvertirgli a non fidarsi, in avvenire, di coloro che, predicando un’apparente maggior libertà, gli sviano dal buon sentiero, e tentano di far loro rinunziare agli incontrastabili e luminosi diritti loro.

FINE DEL CAPITOLO DECIMONONO.


CAPITOLO XX

Commissione delle trenta linee. — Partenza del re. — Condotta del governo di Napoli. — Condotta dei ministri e magistrati siciliani. — Patriottico. — Partenza del principe luogotenente. — Duca d'Alba. — Scrofani. — Ritorno del principe. — Accoglienze a lui fatte. — Indirizzo dei Comuni. — Violenze del tribunale della gran corte criminale. Imposizione arbitraria de' tributi. — Arresto e processo di Galasso.

Da che u sciolto il Parlamento del 1815, il re cominciò a condursi in modo come se non esistesse più una costituzione in Sicilia. La restituzione del regno di Napoli, l’essere il ministro inglese a lui interamente venduto; e finalmente il ritorno del cavalier Medici da Vienna, che lo assicurò delle intenzioni de’ sovrani alleati, e particolarmente del gabinetto di Vienna, faceano tanto cuore al re ed ai ministri, che da quel momento non si proferì più né anco il nome di costituzione.

Sciolto appena il Parlamento, il re scelse una commissione di diciotto persone fra quei Pari e rappresentanti dei Comuni, che si credeano i più fidi esecutori di tutto ciò che fosse stato loro dettalo, all’oggetto di stendere un piano di riforma dell’esistente costituzione; al quale oggetto si diedero a loro le trenta linee per servir di traccia al loro lavoro, ed erano appunto quegli stessi articoli che il re giorni prima avea mostrati al principe di Castelnuovo, il quale non si sa perché fu anche compreso in quella commissione, e fu il solo che rinunziò. Fatto ciò, il re, il giorno 17 maggio, s’imbarcò per Messina, e quindi passò a Napoli. La sua stessa partenza fu una aperta violazione della costituzione, la quale avea stabilito che il re nell’allontanarsi dalla Sicilia, dovesse, col consenso del Parlamento, stabilire da chi e con quali condizioni nella sua assenza dovessero esercitarsi le facoltà dategli dalla costituzione (137) . Intanto quel re che nel ripigliare il governo avea dichiarato di ripigliarlo con quei poteri che la esistente costituzione garantisce alla corona, sceglie di sola sua volontà una commissione per cancellare la costituzione, col pretesto di riformarla; e di sola sua volontà, senza farne consapevole il Parlamento, costituisce il figlio luogotenente generale in Sicilia, e ciò si fa con una cedola reale, non sottoscritta da veruno de’ ministri, e si giunse alla puerile gelosia di. dare al principe il titolo di luogotenente, e non più di vicario come prima, per paura che quel titolo non richiamasse le passate idee.

Da quel momento venne spenta in Sicilia non che la costituzione, ma la forma stessa di un regolare governo. Il re ed i ministri di Napoli eran di già decisi a levare di mezzo la costituzione, ma erano tuttavia dubbiosi e timidi sul modo come recare ad effetto quel loro proponimento.

La commissione scelta non era che un mezzo che si preparava per dare passi più ardili, ed altronde verificandosi quel progetto, sarebbe lasciato alla Sicilia il nome di una costituzione e si avea in mente di strapparle anche quell'odiato nome. Pure ciò non osava farsi con un decreto.

I timori dei ministri di Napoli però, non venivano dalla Sicilia. L’amministrazione di questo regno era fidata a mani troppo fide per aver eglino qualche intoppo a temere, ed altronde a forza di tante male arti si era riuscito a metter tanta discordia fra’ Siciliani, che la nazione non presentava più quell’imperioso aspetto di unanimità, che obbliga i governi a rispettare le leggi. Ma i timori loro venivan da fuori. Il regno di Napoli era è vero riacquistato, ma i cuori de’ Napoletani non lo erano. E Murat avea tolto in prestanza dal cognato l’arte di dorar le catene del popolo col sostituire alla libertà una folla d’istituzioni pubbliche atte ad illudere e sedurre gli uomini. Il suo energico governo avea fatto sentire la voce delle leggi a provincie, che fin’allora erano state soggette al giogo de’ baroni e al fucile de’ banditi; un sistema più regolare era stato sostituito al caos delle antiche leggi, ed il popolo che avea passato dalla tirannide di molti al dispotismo militare di un solo, avea in realtà migliorato, ed amava quel governo.

I nuovi ministri di Napoli conoscevan bene quanto i cuori de’ Napoletani erano ulcerati contro il re, e che ogni sasso di quel regno era tinto del sangue delle vittime immolale al 1799: non ignoravano essi quanto si era parlato a Vienna dei funesti avvenimenti di quell'epoca. In tale stato di cose né si voleva provocare i Siciliani con un’aperta violenza, né si volea dare all’Europa un attestato di perfidia, levando la costituzione alla Sicilia dopo. di averne promessa una a Napoli.

Per cotali ragioni non si osò sulle prime di fare Alcun decreto per cancellare la costituzione di Sicilia; ma i ministri di Napoli continuarono nella politica di provocare, a ragion veduta, i disordini e l'anarchia all’oggetto di dipingere la costituzione come causa di quei disordini e di quell’anarchia, e per tal modo giustificare i passi violentissimi che si volevano dare in appresso. Ed i mezzi che si tentarono per riuscirvi non poteano mancare di effetto. Il governo di Napoli faceva mostra di non ingerirsi negli affari di Sicilia, ma in realtà levava col fatto la costituzione; talché ogni operazione del governo era un attentato contro la stessa. Sottratta la legge, che limita e dirige le azioni dei cittadini, il governo si converti in anarchia. Intanto non si domandò più conto delle fatiche della commissione, anzi si vuole che alcuni de’ membri di essa abbiano avuto segrete istruzioni di non far nulla, ed altronde era quel passo così illegale, che coloro stessi che componeano quella commissione ascrissero a ventura il non prestar l’opera loro a ciò.

Le mire dei ministri di Napoli furon seguite dai ministri e magistrati di Sicilia al di là di quello che si desiderava. Il principe che si era lascialo luogotenente, non aveva veruna autorità: si era lasciala quella larva di un governante, per illudere i Siciliani, lasciando loro nna imagine d’indipendenza,' ma nella realtà la sua autorità era nulla e si studiavano i mezzi onde far convinta la gente di questa verità. Disprezzi d'ogni sorta si facevano a questo sciamalo principe, che col titolo pomposo di luogotenente del re, non contò mai nulla nel governo. I due ministri Gualtieri e Ferreri erano restati alla,testa del governo di Sicilia, perché Lucchesi era già morto, e Naselli era ito in Napoli col re. Costoro si piegarono a tutte le private vedute di de’ Medici e Tommasi, i quali sin dall’ingresso del re in Napoli erano divenuti gli arbitri del re e del regno, e secondandone le intenzioni cominciarono a far man bassa sulla costituzione, e a mostrare il più acre disgusto contro coloro che erano stati e si mostravano di essere ancora attaccati alla medesima. Furono quasi destituiti tutti gli impiegati che si erano in questo partito più distinti. I magistrati secondarono egregiamente l’impulso loro dato. L’imputazione di cronicismo rimpiazzò quella di giacobinismo che era stata una volta in moda. Non vi fu pretesto o occasione che non si colse per vessare qualunque individuo che avea seguito il partilo della costituzione: accuse capricciose si fecero produrre per opprimere parecchi di quegli sventurati. In somma i Siciliani erano schiavi, mentre la legge garantiva loro la libertà, ed il re en despota mentre non avea coraggio di esserlo.

Fra tanto disordine vi fu allora in Sicilia chi ebbe cuore di mantener sempre viva una face atta a far conoscere ai Siciliani che non è mai schiavo chi ha coraggio di far valere i dritti suoi. Giovanni d’Aceto era tornato da Inghilterra nel 1810; avea molto cooperato alle operazioni di allora coi suoi rapporti e conoscenze acquistale in quel paese; si era indi assai distinto nei Parlamenti del 1812 e 1815 per lo suo zelo nel seguire e sostenere il partito costituzionale. Sciolto violentemente il Parlamento del 1814, cui anch’egli apparteneva, e convocato il nuovo, concepì e recò ad effetto il lodevolissimo disegno di pubblicare i princìpi suoi, e di sostenere la causa della costituzione e della libertà della sua patria, per mezzo di una gazzetta intitolata Giornale Patriottico. Nel momento in cui l’istantaneo abbandono dell’Inghilterra avea fatto passare il partito costituzionale da un’imprudente baldanza ad un pernicioso scoraggiamento, tale che la costituzione e la libertà della stampa si consideravano già vuoti nomi, somma fu la sorpresa universale nel vedere apparire una gazzetta scritta in sensi veramente liberi. Il governo era allora in tale stato di velleità, che non osò d’impedirne la pubblicazione; anzi all’ombra di quello varie altre cominciarono anche a venirne fuori, dettate dallo stesso spirito di libertà.

In tale stato di cose il principe luogotenente si allontanò dalla Sicilia per recarsi in Napoli. Era allora intendimento dei ministri di procacciarsi delle petizioni dai consigli civici dei Comuni a voler cancellata la costituzione onde avere un pretesto di dire che quel passo illegale e violento si dava per condiscendere alle richieste del popolo. Speravano eglino che ciò sarebbe stato facile ad ottenere, perché il popolo, a creder loro era già stanco del disordine, ed avrebbe facilmente fatto plauso ad un cambiamento. Ma tutt’all’incontro andò ìa bisogna. È proprio dell'uomo il non curare il bene quando ne gode; il tenerlo caro quando lo perde. La massa della nazione siciliana, tranne pochissimi, pravi per indole o per abitudine ed interesse, era composta o di costituzionali o di ultracostituzionali. Non vi era alcuno in Sicilia che non vedesse che si volea tor via la costituzione per sostituirvi un assoluto dispotismo, ugualmente abbonito da tutti: si vedea chiaramente che la causa del disordine era la non osservanza delle leggi, onde la condotta stessa del governo avea spente le fazioni, riuniti gli animi e resa maggiormente cara la costituzione. Quindi naturalmente avvenne che neppure nell’ultimo de’ villaggi di Sicilia trovossi alcuno che avesse voluto prestarsi a promuovere una di quelle petizioni che si desideravano. Vari personaggi si sparsero allora nel regno per indurre qualche consiglio civico a quel passo; fra costoro maggiormente si distinse il duca d’Alba. Era costui spagnuolo, discendente dal duca di Berwich, bastardo di Giacomo IL Avea egli dei diritti all’associazione della contea di Modica in Sicilia; ma quei diritti suoi, finché fu in vigore la legge feudale, non gli aveano giovato a nulla, essendo egli oltre al sesto grado di consanguineità dell’ultimo conte. La contea di Modica era venuta perciò in potere del fisco, e considerata come una rendita dello stato, di cui in forza della costituzione non avrebbe potuto disporre che il Parlamento di Sicilia. I ministri di Napoli però, ad onta della costituzione gli diedero la contea. Non si sa bene se in prezzo di essa gli venne dato l’incarico di far de’ maneggi ne’ Comuni compresi in quella contea per indurgli a fare quelle petizioni che si desideravano, o se egli stesso avesse così voluto mostrare la sua gratitudine ai ministri.

Comprende la contea di Modica parecchie ricche e popolose città, nelle quali assai famiglie distinguonsi pe’ natali, per gli averi e per ogni maniera di civilizzazione; onde quella gente avea sempre a malincuore patita la condizione feudale. Pubblicatasi la costituzione, tutto quei distretto si era distinto pel suo attaccamento alla stessa, ed una prova se ne vide nelle splendidissime accoglienze quivi fatte a lord Bentinck. Tale essendo la disposizione degli animi di quei cittadini, il duca d’Alba si recò in Modica e pretese da quel popolo quelle stesse dimostrazioni pubbliche di dipendenza feudale, che appena si pretendevano quattro secoli fà: e non contento di ciò, volle ordinare più che consigliare a quei di Modica di fare quella petizione al governo. Una tal proposizione contraria a’ voti di quel popolo, fatta da uno straniero che ivi si presentava sotto un odiosissimo aspetto, produsse la generale indignazione, tanto più grande che tutte quelle trame venivano pubblicate dal Patriottico: laonde si fe’ sapere al nuovo conte che se continuava a dimorar colà, ed a far mostra di quei sentimenti, invece di onorificenze baronali, avrebbe riportato un saluto di sassate. Quindi saggio consiglio riputò egli quello di ritornar di notte a Palermo. Né il duca d'Alba fu solo a perder le pedate in quella spedizione; ma come gli altri emissari erano più avveduti di lui, conoscendo la disposizione degli animi, non osarono pure di palesare quella strana pretesa.

Per seguire intanto l'impulso de' ministri, i magistrati spiegarono tutta la loro attività; né vi fu bassezza, prostituzione o violenza cui non si prestassero per soffocare la voce pubblica. Un certo Scrofani era stato dal passato ministero promosso alla carica di avvocato del regio erario. Costui credendo di essersi in lui trasfuse tutte le incombenze dell’abolito avvocato fiscale dal real patrimonio, credè di avere un dritto ad esser geloso delle prerogative del re, onde diresse al governo una rappresentanza nella quale si ingegnava a dimostrare che gli attributi della sovranità sono inerenti alla corona, ed inalienabili; che ogni principe è tenuto a tramandare al suo successore illesi i supremi diritti annessi alla monarchia; che qualunque atto che pregiudica cotali dritti è ipso jure nullo. e quindi nulla era la costituzione in cui tanta parte de’ dritti suoi ereditari! avea perduti il monarca. Ma quella rappresentanza fu trovala così sciocca che non si volle pur mettere ad esame.

Tutti quegli sforzi del governo però erano vani: il popolo con una reazione ben proporzionata alla compressione, cogliea qualunque destro per mostrare la sua volontà, e mai questa si palesò in modo così energico come in quei tempi. Ritornò allora il principe luogotenente da Napoli. I Siciliani aveano gran ragione di esser lieti del suo ritorno, e dimostrare il suo attaccamento a quel principe. Ciò mettea fine al governo di un privato che la nazione mal pativa, perché così la Sicilia era ricaduta nell'antica miserabile condizione che i Siciliani non aveano tollerato né tollereranno mai di buon animo. Si sapeano i disprezzi che si erano fatti al principe in Napoli ed il desiderio di lui di far presto ritorno in Sicilia; laonde i Siciliani entrarono nell’impegno di fargli le più lusinghiere accoglienze, per mostrare la loro gratitudine al principe, e l’opposizione loro a tutte le mire del ministero di Napoli; oltreché in un momento in cui tanto essi aveano da temere, voleano rendersi caro il successore al trono, o per impedire i mali che gli minacciavano, o per ripararli a tempo.

Per cotali ragioni il suo ritorno apportò sommo giubilo in Sicilia. Egli venne accolto in Palermo da tutta la nobiltà e da gran folla di popolo, che stava sulla spiaggia e faceva a gara per festeggiare quell’avvenimento. La sera tutte le strade di Palermo furono illuminate e dappertutto si esposero delle pitture intese a mostrar le lodi del principe ed il comune attaccamento alla costituzione. Una tra le altre attirò maggiormente a sé gli sguardi di tutti. Figurava essa la quadriga della gloria, sulla quale stava assiso il principe; la gloria lo copriva del suo scudo, in cui stava scritto a grandi lettere: Viva la costituzione.» Sotto le ruote stavano figurati coloro che procuravano l’abolizione della costituzione, sotto la forma di tanti mostri; e calpestato dai cavalli era un personaggio vestito alla spagnuola che ognuno capiva chi figurasse.

Il principe passeggiò per Toledo mostrando la massima compiacenza per quelle dimostrazioni; quindi passò al teatro, ma nel mostrarsi al pubblico levossi un grido universale: Costituzione! Costituzione! Né queste energiche espressioni si limitarono alla capitale. I consigli civici del regno cominciarono a mandare degli indirizzi al principe luogotenente per mostrare la loro compiacenza al suo ritorno, l'attaccamento loro alla costituzione, e per pregarlo caldamente a convocare presto il Parlamento. Il Patriottico pubblicava cotali indirizzi: bastò l'esempio dei primi per destare tutti gli altri; talché in pochi giorni oltre a quaranta ne furono presentati, circa a cento ne furono soppressi dalla violenza de’ magistrati, i quali lungi d’essere l'organo della legge, ed i naturali garanti de’ dritti del cittadino, divennero il turpe strumento della violenza. Ed in ciò maggiormente si distinse il tribunale della gran corte criminale, che in tutte quelle inique operazioni ciecamente seguiva la direzione del presidente e dell’avvocato fiscale dello stesso tribunale.

Gli attacchi di costoro principalmente si diressero contro la libertà della stampa, che tenea vivo lo spirito pubblico, ed altronde non si volea che l'Europa fosse a giorno delle violenze che si faceano in Sicilia. I magistrati di Sicilia ebbero quel coraggio che mancava ai ministri di Napoli. Or con un pretesto, or con un altro furono arrestati tutti gli stampatori. Scoraggiati per tal modo i giornalisti, quasi tutti i giornali erano stati soppressi; ma, come l'editore del Patriottico, dotato di straordinario coraggio, volle sempre reclamare l’autorità di una legge non abrogata, ed essendosi sempre quel giornale mantenuto ne’ limiti prescritti dalla legge, non diede mai presa alla violenza, né si potè mai trovare alcun pretesto per attaccarlo direttamente: alla fine, visto che non vi era via di sopprimerlo, non si ebbe più riguardi o misura. I fogli del giornale furono colla forza tratti di sotto al torchio e recali a casa l'avvocato fiscale. Il domane tutti gli stampatori di Palermo furono chiamati in casa il presidente della gran corte, ove trovossi l’avvocato fiscale, ed ambi i magistrati dichiararono loro che se alcuno di essi ardiva di stampare qual si fosse carta senza il permesso del governo, sarebbe severamente punito; e come uno di quei miseri ebbe appena nominata la costituzione, gli saltarono addosso i due magistrati minacciandolo che ad onta di centomila costituzioni gli avrebbero mandati in galera.

Le violenze contro la libertà della stampa erano tanto più necessarie in quanto essa era in qualche modo d’ostacolo a violenze anche maggiori. Giù si era in agosto, ed alla fine di quel mese spiravano le imposizioni fissate dall'ultimo Parlamento.

Il re che non osava ancora di dare il passo violentissimo d’imporre dazii senza consenso del Parlamento, sino dall'antecedente maggio avea ordinato ai ministri di Sicilia di prepararsi a convocare il Parlamento; ma costoro aveano risposto che sarebbe stato impossibile di avere un Parlamento favorevole. E ben dissero il vero, ma doveano soggiungere che eglino ne erano la causa.

Dopo aver provocata la nazione bisognavano due ministri più capaci e meno odiali di loro per indurre i Siciliani a far qualunque sacrifizio per ricomprare la costituzione; ma appunto la nequizia e l’incapacità di costoro, mollo bene serviva alle mire del governo di Napoli. Laonde si seguì ciò.

Il giorno 6 agosto 1816 fu pubblicato un proclama sottoscritto dal marchese Ferreri, con cui si ordinava la continuazione de’ dazi e si conchiudea con minacciare arresti e pene contro chiunque avesse mormorato di ciò; ed ordini furono spedili dall’avvocato fiscale della gran corte a tutti i capitani e capitani d’arme di arrestare qualsivoglia individuo che si fosse attentato di palesare la sua opinione intorno a quel passo del governo.

Abbattuti i due cardini della libertà politica e civile, la stampa e i tributi, il torrente della violenza straripò, e le violenze del governo si diressero tutte a dar degli esempi di rigore per intimorire coloro che maggiormente si erano segnalati nel seguire il partito della costituzione. Per ottenere quel pravo fine si pigliò il pretesto degl’indirizzi presentati al principe luogotenente.

Credea noi ministri che quegli indirizzi non fossero stati realmente decretati dai consigli civici in cui nome erano stati presentati e pubblicati: onde furono spediti dei capitani d’armi in tutti i Comuni, in cui nome erano apparsi quegl’indirizzi, per esaminare i registri degli atti de’ consigli civici, e vedere se quello era stato realmente un voto di quel popolo; ma coloro tornarono portando gl’indirizzi stessi cavati da quei registri, ed informarono il governo che quello era stato un movimento spontaneo de’ Comuni.

Si divisò allora una teoria criminale tutta nuova. Si disse, che per qualunque membro di un consiglio civico non era delitto l’aver proposto nello stesso consiglio di fare alcuno di quegli indirizzi, ma che era reo chiunque, senza esser membro di un consiglio civico, avesse insinuato di farlo.

La prima vittima designata fu Cosimo Galasso, persona malveduta dal governo, perché era stato sempre attaccatissimo alla costituzione e all’Inghilterra. Costui avea consigliato quei di Misilmeri a seguire l’esempio degli altri Comuni, facendo anche eglino un indirizzo al principe luogotenente.

Per tale enorme delitto questo sventurato venne assalito da una compagnia d’arme, e tratto prigione in Palermo. Si cominciò con impegno a compilare il suo processo per provare un’azione, che egli, lungi di negare, si recava a gloria d’aver fatto. Fu tenuto oltre a due anni in prigione e non ne uscì che quando gli si estorse un memoriale al re, nel quale confessava il suo delitto ed implorava la sovrana clemenza.

Tale era la miserabile condizione cui furono allora ridotti i Siciliani, ma più che da’ mali presenti erano essi crucciati dall’incertezza sul futuro loro destino, e da un reo presentimento di mali anche peggiori: ed i timori loro vennero in quei tempi confermati da un decreto del re, che proibiva a tutti i degni Siciliani d'inalberar l’antico stemma di Sicilia. Da ciò cominciò a conoscersi che i ministri di Napoli miravano, non che a spogliar la Sicilia della sua costituzione, ma a torte resistenza politica, e cancellarla dal rango delle nazioni.

FINE DEL CAPITOLO VENTESIMO.


CAPITOLO XXI

Supposto decreto di riunione della Sicilia a Napoli, — Trattato particolare coll'Austria. — Maneggi coll’Inghilterra, — Risposta del governo inglese. — Viaggio d'A Court a Londra, — Suo ritorno. — Combinazioni coi Ministri di Napoli.

Mentre in Sicilia cotali cose facevansi, nel silenzio del gabinetto si combinava l'atto più iniquo che avesse mai svergognato gli annali della politica europea. Tutti i tentativi fatti per ottenere dai Siciliani qualche petizione di cancellarsi la costituzione, non solo erano stati inutili, ma la nazione siciliana con pertinace unanimità avea mostrato una volontà tutta contraria. Adunque essendo affatto impossibile il far vedere all'Europa che si cancellava la costituzione di Sicilia a richiesta de’ Siciliani stessi, si volle finalmente far credere, che quella scandalosa violenza era stata decretata da tutti i sovrani d’Europa.

Il congresso di Vienna nel rimettere sul trono di Napoli la dinastia dei Borboni,. avea decretato all’articolo 144 del trattato ivi conchiuso: S. M. Ferdinando IV è ristabilito per sé e suoi successori sul trono di Napoli, e riconosciuto dalle potenze «come re del regno delle Due Sicilie.» Questo decreto fu la pietra angolare che formò la base di tutto il nuovo edificio. Si suppose che in forza di quel decreto i sovrani alleati avessero eretto in Europa una nuova monarchia, formata non più dei due regni di Sicilia e di Napoli, ma del regno delle Due Sicilie, e che quindi il re era costretto ad assumere un nuovo titolo per sé, e cancellare tutte le istituzioni politiche della Sicilia per sostituirvi quelle esistenti in Napoli, onde il nuovo regno venisse governato uniformemente.

Basta la semplice lettera di quel decreto a far convinti anche gl’insani, che i sovrani alleati nel rimettere il re Ferdinando sul trono di Napoli, non pensarono certo ad imporgli l'ignominiosa obbligazione di mancare ai giuramenti suoi, ed alle sovrane promesse. Si disse di sopra, e giova qui ripeterlo, sin da che furon divelle dal regno di Sicilia le provincie continentali, comeché queste avessero da indi in poi formato il regno di Puglia, pure quei re vollero sempre conservare il dritto loro sulla Sicilia, che era il capo del regno; e faceasi anche chiamarsi re di Sicilia, perché i re non lascian mai il titolo di quei regni che han posseduto una volta, o che credono di aver dritto a possedere; onde in tutti i tempi si son visti di colali re in partibus. I re d’Inghilterra si titolarono per secoli re di Francia; i re di Francia re di Navarra; i re di Sardegna re di Cipro, ed i re di Sicilia re di Gerusalemme. Dall’altra mano i veri re di Sicilia con più ragione conservarono il loro titolo. Così l'Europa da Carlo d’Angiò alla regina Giovanna II di Napoli ebbe contemporaneamente due regni di Sicilia. Alfonso il magnanimo, venuto in possesso del regno di Napoli, cominciò ad usar ne’ suoi titoli quello di Sicilia ultra et citra Forum rex; ed i successori suoi si dissero sempre re utriusque Sicilia. E lo stesso Ferdinando Ili dal 1759 era stato re delle Due Sicilie. Ma a’ giorni nostri, mentre il re Ferdinando conservava il suo titolo, si chiamava anche re delle Due Sicilie Giuseppe Buonaparte, e poi Gioachino Marat. Tra questi due re delle Due Sicilie il congresso di Vienna decretò che il solo re Ferdinando dovesse essere riconosciuto dalle potenze per re delle Due Sicilie come lo era stato sempre.

Bisognerebbe rinunziare al senso comune per credere che con quel decreto si sia eretta in Europa una nuova monarchia,' e si siano fissate le forme della sua interna amministrazione. Il titolo con cui i re son riconosciuti è un atto meramente diplomatico, che nulla ha mai avuto di comune colle interne forme di governo dei regni. Da Giacomo I in poi i re d’Inghilterra, sono stati riconosciuti in Europa come re della Gran Bretagna; ciò malgrado sino alla regina Anna il regno della Gran Bretagna venne formato da tre regni adatto distinti l’un dall’altro; e da Ferdinando il Cattolico sino a’ dì nostri, tutti i sovrani, in cui potere sono venuti i due regni di Sicilia e di Napoli, si son sempre titolati re delle Due Sicilie, mentre i due regni eran tra essi affatto distinti.

Pur se egli è strano il supporre che con quel decreto si sia stabilito che la Sicilia e Napoli dovessero in avvenire formare un sol regno ed una sola nazione, assai più strano è il dire, che perciò dovea cancellare la costituzione di Sicilia e sostituirvi il governo assoluto, sotto il quale gemea Napoli. Il decreto è affatto silenzioso intorno a ciò; era dunque in libertà del re Ferdinando III il fare tutto al rovescio.

Pure per quanto sia stata grossolana e ridicola una tale supposizione, il ministero di Napoli ne menò tanto trionfo, che con decreto del 12 aprile 1819 si accordò una gratificazione di 120 mila ducati al principe di Castelcicala per la sua cooperazione alla riunione di tutti i reali domini in un sol regno. Per tal modo il governo di Napoli, mentre volea far vedere che venne astretto dai sovrani d’Europa a mancar di fede, con quel decreto fa chiaramente conoscere, che questo fu un passo volontario, desiderato ed espressamente ricercato.

Egli è il vero, che il cancellarsi la costituzione di Sicilia cadea molto bene in acconcio colle mire e cogl’interessi del gabinetto di Vienna; ma non perciò con vi e n credere, che il re Ferdinando III sia stato obbligato a mancar alla data fede dal trattato conchiuso in Vienna a’ 12 giugno 1815 tra l’imperatore d’Austria e lo stesso re Ferdinando. Un tal trattato, che si dice essere stato ignoto alle altre potenze, stabiliva che il re Ferdinando IV, ripigliando d'governo del suo regno, non ammetterà cangiamenti che non possono conciliarsi, sia colle antiche istituzioni monarchiche, sia coi principi adottati da S. M. Imperiale e Reale nel governo interno delle sue province italiane.

É in primo luogo da considerare che l’aderire a quella turpe convenzione fu atto volontario del governo di Napoli, che non potrebbe in conto alcuno scusare la mala fede e la violenza fatta ai Siciliani: e d’altronde valevolissimi argomenti ci portano a credere che in quel trattato si abbia avuto in mira Napoli e non Sicilia. Primieramente in quello si parla del ripigliare il governo del re e de’ cangiamenti come di cose d’avvenire. In Sicilia, il re Ferdinando in dritto non avea mai lasciato il governo, perché il principe ereditario avea governato come suo vicario e per sua autorizzazione; nel fatto, lo avea ripigliato già da un anno, ed i cangiamenti erano già seguili da tre anni, onde per la Sicilia avrebbe dovuto usarsi ben altra espressione. In oltre, i cangiamenti già fatti in Sicilia, non solo erano analoghi agli antichi ordini monarchici, ma erano stati diretti a ricondurre la monarchia alla sua antica istituzione, e rimettere in vigore leggi che erano state validate dal giuramento di tutti i re di Sicilia, riconosciuti da tutti i prìncipi d’Europa, e, fra gli altri, dagli stessi progenitori dell'imperator d'Austria, nel tempo che aveano regnato in Sicilia.

È dall’altro lato assai probabile che quel trattato si fosse fatto per Napoli. Erasi in quei tempi pubblicato ne’ giornali d’Europa un proclama del re Ferdinando III, dato da Palermo, diretto ai Napoletani. In quel proclama il re conchiude con prometter solennemente al popolo di Napoli una costituzione. Un tal proclama fu sempre ignoto, e a Palermo, ove si vuole che sia stato scritto, e a Napoli, cui era diretto: ciò malgrado, i Napoletani nell’ultima rivoluzione han tornato a pubblicarlo, ed hanno asserito come certo che il re avea in quei tempi una segreta corrispondenza coi carbonari di Napoli, ai quali avea realmente promesso una costituzione, onde costoro su tal fiducia avean favorito la sua causa; e che, mentre il re si allontanava da Sicilia col fermo proponimento di levar la costituzione ai Siciliani, ne prometteva una ai Napoletani; ma per non compromettersi di troppo con esso loro, non avea fatto pubblicare quel proclama in Napoli, ma s’era contentato di farlo inserire ne' giornali oltramontani; perché allora tutti i sovrani d’Europa faceano a gara per mettere avanti costituzione e dritti degli uomini, come poi tutti d’accordo adottarono per comune prototipo legittimità ed istituzioni monarchiche.

Senza renderci garanti della verità di tutto ciò, possiamo con mollo fondamento credere che l’imperator d’Austria adombralo da quel proclama, e temendo che il contagio delle idee liberali si comunicasse a tutti gli altri Italiani, sempre impazienti del giogo straniero, e particolarmente dell’alemanno, abbia esatto dal re Ferdinando III la promessa che, nel ripigliare il regno di Napoli, non ammettesse cangiamenti tali, da esser di pericoloso esempio alle provincie italiane, da lui rette colle antiche istituzioni monarchiche.

Ma comeché tutto ciò ci porti a credere che quel trattato avesse avuto in mira solamente Napoli, pure siamo ben lontani dal credere che l’imperatore d’Austria sia stato restìo ad approvare la violenze del governo di Napoli contro la Sicilia. Esse eran troppo analoghe ai princìpi suoi ed alle sue intenzioni, perché egli avesse alcun pensiero d’opporvisi: è anzi ben naturale il supporre che il gabinetto di Vienna abbia in ciò fatto cuore ai ministri di Napoli. Tutti quegli speciosi ritrovali della politica di Medici e Tommasi sarebbero stati vuoti di effetto, senza la validissima cooperazione della Gran Bretagna in tutte quelle ree macchinazioni. Gl’impegni contratti dal governo inglese colla nazione siciliana eran c'osi solenni, che il gabinetto di Saint-James non avrebbe potuto, senza tirarsi addosso una marca d’infamia, concorrere alla cancellazione della costituzione in Sicilia. Il ministro inglese A’Court, che forse avea delle valevoli personali ragioni per esser condiscendentissimo col governo di Napoli, malgrado le sue solenni dichiarazioni di non permettere che alcun Siciliano fosse molestato per la parte che avea presa nello stabilimento della costituzione, perché lo abbandonar tutti costoro sarebbe stato incompatibile col carattere e colla dignità della nazione britannica, s’era mostrato indifferente spettatore di tutte le persecuzioni e le oppressioni d’ogni maniera di quei miseri, che, contando sulla buona fede e sull’onore del governo inglese, s’eran compromessi. Né si era egli opposto alla manifesta violenza d’imporre i tributi colla sola autorità del governo, senza ricorrere all’autorità legittima del Parlamento; mentre non vi era alcuna ragione di passar di sopra a questa legge fondamentale ed antichissima di Sicilia. Questa apparente non ingerenza del ministro inglese avea molto bene servito le mire de’ ministri di Napoli; perché quella sua condotta avea scorato ed avvilito i Siciliani, e li avea convinti che null’altro restava loro a sperare dal governo inglese, che la cooperazione a stringer le loro catene. Ma per recare a compimento l’opera, non bastava quell’attitudine meramente passiva d’A’Court: era necessaria un’attiva ed efficace cooperazione di lui; ed egli non la risparmiò. Trasmise al suo governo la richiesta di Ferdinando III di far de’ cambiamenti nella costituzione della Sicilia. Il visconte di Castelreagh rispose a quella richiesta col mandare ad A' Court le istruzioni come regolarsi in quella occasione; e fa d’uopo confessare che quelle istruzioni son concepite in sensi così giusti ed onorati, che un Siciliano stesso, per quanto fosse attaccalo alla libertà del suo paese, non avrebbe potuto esprimersi meglio. Si ordinava in esse ad A’Court di dichiarare ai ministri di Napoli, che il suo governo non si credea più in dritto d’ingerirsi negli affari interni della Sicilia, menoché nel caso che quegli individui, che agirono colle autorità britanniche nel corso degli ultimi difficili tempi in Sicilia, fossero esposti a cattivo trattamento o persecuzione, o che si facesse alcun tentativo per restringere i privilegi della nazione siciliana in modo tale, da esporre il governo britannico al rimprovero di aver contribuito ad un cangiamento di sistema in Sicilia. E cade qui in acconcio il considerare che le istruzioni mandate dal governo inglese al suo ministro in Napoli smentiscono assolutamente la supposizione che i cambiamenti nella costituzione di Sicilia fossero stati decretati a Vienna, per essere ciò una necessaria conseguenza dell’unità del regno ivi fissata. Lord Castelreagh era stato a Vienna uno de’ plenipotenziari della Gran Bretagna; egli dunque dovea conoscere lo spirito di quel trattato. Convien credere che i ministri di Napoli non avrebbero mancato di mettere avanti questa ragione, la sola che potea colorire la violenza; intanto egli, in quelle istruzioni, non fa verun molto di ciò: è dunque chiaro che la supposta riunione de’ due regni decretata a Vienna, e le conseguenze che se ne è voluto trarre, è una grossolana invenzione de’ ministri di Napoli. Molto più, che Io stesso A’Court interamente venduto al governo napolitano, in un suo dispaccio, in cui s’ingegna a tutta possa di giustificare la condotta de’ ministri di Napoli, non osa dire una tale ragione. Checché ne sia, però le istruzioni mandale ad A’Court erano ben lontane dal contentare il governo di Napoli.

In questi tempi, A’Court, prima di rispondere al suo governo e dargli conto della sua condotta, in seguito di quelle istruzioni recossi con celerità a Londra, e con pari celerità fé’ ritorno a Napoli. Si credè allora comunemente, e tuttora credesi in Sicilia, che l’oggetto della sua mossa sia stato quello di agire personalmente presso i ministri inglesi, per indurli ad assentire ai cambiamenti che volean farsi nel governo siciliano. Noi non abbiamo veruna prova di ciò: certo è però che senza una tale supposizione, sarebbe assai difficile lo spiegare la manifesta contraddizione tra la condotta d'A’Court e gli ordini espressi a lui dati nelle istruzioni del suo governo; e mollo meno potrebbe rendersi ragione dell’assoluto abbandono di tutti i principi di buona fede e di onore che ha da quel momento in poi caratterizzato la condotta del gabinetto di Saint-James verso la Sicilia. D’altronde il gran favore di cui godea A' Court presso il re Ferdinando III, e l'ordine di san Gennaro a lui conferito in seguito di quelle operazioni, danno molto peso alla supposizione, che quel diplomatico abbia sagrificato a quella umiliante decorazione, ed a qualche altro più reale vantaggio, l'onore dell'Inghilterra e la libertà della Sicilia.

Egli è ben curioso di considerare che la Sicilia vide in pochi anni, l'un dopo l'altro, due ministri della Gran Bretagna, lord Bentinck ed A’Court, i quali ambo portarono il nome di Guglielmo, ambo intrapresero un viaggio a Londra, spiegarono ambi la massima attività, l’uno a stabilire, l'altro a distruggere la costituzione di Sicilia. L’uniformità del nome e la difformità di carattere e di condotta di quei due ministri, ha fatto che i Siciliani li distinguono col soprannome di Guglielmo U buono e Guglielmo il malo, come i due antichi re di Sicilia; e forse la posterità farà ugualmente eco a questo unanime giudizio di una nazione. Dietro il suo ritorno da Londra, A’Court comunicò al ministero napolitano le istruzioni avute dal suo governo. Dice egli stesso, che in un congresso in cui intervennero tutti i ministri del gabinetto napolitano, egli palesò verbalmente gli ordini avuti dal suo governo, e le condizioni che esigea il governo inglese per non ingerirsi negli affari di Sicilia. I ministri di Napoli gli chiesero allora una copia in iscritto del suo discorso; al che egli si negò, sulla ragione che non si credeva autorizzato a contentare una tale dimanda.

Ignari come noi siamo della tattica diplomatica, non possiamo giudicare della validità di una tale ragione. Sappiamo però che tutti i diplomatici non comunicano in altra guisa che per iscritto gli ordini che ricevono dai loro governi alle corti presso cui risiedono. Il dispaccio di lord Castelreagh non esclude ciò. Egli dice sempre: Voi informerete il marchese Circello.... Voi potrete informare il ministero napolitano....; il che certamente non esclude il metodo ordinariamente tenuto nelle relazioni diplomatiche. Ma forse A'Court volle cosi astenersi dal mettere per iscritto una notificazione che, quandoché fosse resa pubblica, avrebbe fatto il suo processo e quello del suo governo A’Court dichiara che dopo il suo discorso, ricevé dai ministri napolitani le più forti assicurazioni di stare strettamente alle condizioni esatte dal governo inglese. Quindi ei venne richiesto se, mettendo da parte il suo pubblico carattere, voleva come Mr. A' Court esaminare quei cangiamenti, che eran di già preparati da molto tempo, per additare tutto ciò che potesse esporre il governo di Napoli all’imputazione di aver mancato alle prescritte condizioni.

Costui che avea avuto ordine dal suo governo di dichiarare officialmente ai ministri di Napoli, che l'amicizia tra il governo inglese e ’l re Ferdinando III sarebbe cessata, se si facesse alcun tentativo per restringere i privilegi della nazione siciliana, non si credè autorizzato a far nelle forme quella dichiarazione; ma si credè autorizzato a sedere in quel consiglio, ad esaminare e finalmente ad approvare tutti quei passi illegali e violenti, che spogliarono la nazione siciliana di tutti i suoi privilegi e cancellarono il nome, le orme, e fin la memoria dell’antichissima costituzione di Sicilia. E ciò per la restrizione mentale che sedea in quel luogo senza pubblico carattere!!! Uscito da quel congresso, e ripigliato il suo pubblico carattere, che avea lasciato in anticamera, A’Court diè conto al visconte di Castelreagh di tutto ciò che ivi si era fatto e conchiuso, con suo dispaccio de’ 5 novembre 1816. A’ 6 del seguente dicembre, il marchese Circello, con una nota ministeriale, risponde alla dichiarazione verbale del ministro inglese, l'informa delle risoluzioni già prese, e gli comunica i tre decreti che dovean tosto pubblicarsi. E finalmente A’Court rimette tutte quelle carte al suo governo con suo dispaccio de’ 9 dicembre.

FINE DEL CAPITOLO VEN'TESIMOPRIMO.


CAPITOLO XXII

Nuova forma di governo dato alla Sicilia. — Decreto degli 11 dicembre 1816. Cariche da conferirsi ai Siciliani. — Supremo tribunale di giustizia. — Abolizione della feudalità. — Abolizione del Parlamento. — Effetti delle imposizioni arbitrarie. —Nuova legislazione. —Sistema d‘amministrazione civile. — Nuovo codice di procedura civile e criminale. — Conclusioni.

Combinate così le cose col ministro inglese il giorno 8 dicembre 1816, giorno sempre memorabile negli annali di Sicilia, fu pubblicato il primo decreto. Il re ordinava con quello, che avendo il congresso di Vienna riconosciuto lui ed i suoi successori come re del Regno delle due Sicilie, egli, per eseguire quel trattato, ordinava che tutti i suoi dominii, al di là e al di qua del Faro, d’allora in poi dovean formare l’unico regno delle due Sicilie, e quindi innanzi egli assumea il titolo di Ferdinando I.

Assumere con un semplice atto d’assoluto arbitrario potere tutta l’autorità legislativa, rovesciare senza il consenso de’ sudditi uno de’ più antichi troni d’Europa, eretto da sette secoli col consenso de’ sudditi; cancellare un popolo dal rango delle nazioni; spogliarlo di tutti i suoi dritti legislativi e politici; annientare le istituzioni di uno stato che avea, un corpo legislativo, senza il consenso del quale non si era mai fatta alcuna alterazione nel sistema politico; ridurre un regno, che per sette secoli avea avuto una costituzione, alla lagrimevole condizione di provincia d’un regno governato dall’assoluto arbitrario potere del principe, è certo il non plus ultra della violenza e dell’usurpazione. Da Ruggieri a Ferdinando III, nessun re di Sicilia aveva mai osato d'assumere il suo titolo, senza farlo riconoscere dal Parlamento, e senza giurare contemporaneamente l’osservanza delle leggi del regno. Il solo Carlo d’Angiò avea trascurato quest’alto importantissimo: ma l'esempio di un usurpatore, d’altronde seguito da una sanguinosa catastrofe, non dovea certo esser di norma ad un re, che riconoscea la sua legittimità da quella stessa costituzione che annientò in quel momento. Eppure questo non fu la minore di tutte le oppressioni che si preparavano all’infelice Sicilia.

Agli 11 dello stesso mese fu pubblicato un altro decreto, che si dicea diretto a confermare ai Siciliani i privilegi loro, ma che in realtà ne li spogliava interamente. Con questo si ordinava in primo luogo, che tutte le cariche ed uffici civili ed ecclesiastici di Sicilia dovessero primativamente conferirsi ai Siciliani; ma a tutte le grandi cariche dello stato i Siciliani non potessero esservi ammessi che in quarta parte.

II conferirsi tutti gli impieghi civili ed ecclesiastici ai Siciliani, si era da loro sempre considerato come un privilegio di somma importanza; perché l’ammettere gli stranieri alle cariche di Sicilia, sarebbe stata una violazione dell’indipendenza nazionale, ch'è stata in tutti i tempi l’idolo de’ Siciliani. Ma quando la supposta conferma di un tal privilegio è accompagnala dalla perdita dell’indipendenza; quando si stabilì che il luogotenente in Sicilia, il ministro di stato presso lo stesso luogotenente, ed il direttore della segreteria di stato fossero scelti da qualsivoglia parte de’ nostri reali domini; quando infine si ordina che i Siciliani non possano occupare che una quarta parte delle grandi cariche dello stato; questo supposto privilegio non è che una odiosa esclusione de’ Siciliani dagli impieghi di maggiore importanza. E mentre il Calabrese e il Tarantino hanno la strada aperta a qualunque posto luminoso, il Siciliano ne viene escluso in forza di un tal privilegio.

Si fa poi ai Siciliani la grazia di stabilire, che le loro cause continueranno ad esser giudicate, sino all’ultima, in Sicilia; e perciò si erige in Sicilia un supremo tribunale di giustizia, indipendente dal supremo tribunale di giustizia de’ nostri domini di qua del Faro.

È certo un gran vantaggio per un Siciliano quello di non essere obbligato a valicare il mare per andare a sostenere un litigio; ma è da sovvenirsi che la costituzione stabilisce:

«Al solo Parlamento apparterrà, non meno il dritto di far leggi, che quello ancora della creazione ed organizzazione di nuove magistrature, e soppressione delle antiche.»

Laonde col pretesto di confermare ai Siciliani un privilegio, si spogliarono d’uno de’ più importanti privilegi che possa avere un popolo, qual si è quello di non essere giudicato da magistrati non riconosciuti dalle leggi del regno.

La conferma dell'abolizione della feudalità sotto un aspetto di filantropia, chiude un atto illegale ed ingiusto. Noi non ci degraderemo facendo in quest’età l'elogio di un tal mostruoso avanzo de’ secoli barbari; non possiamo però far di meno di considerare che la feudalità già non esistea più in Sicilia; e non vi ha cosa che rechi tanto onore ai baroni siciliani, quanto l’aver eglino volontariamente rinunziato a dritti cosi odiosi, in favor della libertà del popolo. Ma eglino vi rinunziarono in un momento in cui la loro rinunzia facea parte della totale organizzazione del sistema politico su di un piano di regolare libertà generale. Ma coll’abolire i dritti de’ baroni, dritti che una volta erano stati riconosciuti da tutte le leggi del regno, mentre si facea usurpare al re un assoluto arbitrario potere in onta a tutte le leggi umane e divine, si commette un attentato contro la privala proprietà. Odiosi per quanto fossero stati i diritti baronali,eran pure una proprietà. Egli è il vero che i baroni siciliani non ne erano più in possesso, ma avean cambiato quelle oppressive ed odiose preeminenze col posto luminoso di Pari del regno, e di naturali vindici e custodi della loro patria. La feudalità era certamente incompatibile colle idee del secolo; ma è anche meno compatibile colle idee del secolo il governo assoluto ed oppressivo che si è dato alla Sicilia. Tutte le pagine della storia moderna d’Europa ci attestano che la feudalità, mentre da un lato opprimea il popolo, serviva ben sovente dall’altro d’insormontabile barriera all’usurpazione del supremo potere; e gettò da per tutto le basi della libertà de’ popoli. La convinzione di questa verità, e non mai un principio filantropico, o la mira di migliorare la condizione de’ Siciliani, indusse i ministri di Napoli a confermare l’abolizione della feudalità (138) .

Finalmente questo decreto, destinato a confermare i privilegi de’ Siciliani, abolisce assolutamente il Parlamento di Sicilia, poiché stabilisce che la quota della dote permanente dello stato spellante alla Sicilia, sarà in ogn’anno fissata e ripartita dal re.

Ma si soggiunge: non potrà eccedere la somma di once 1,847,687, stabilita per patrimonio attivo della Sicilia dal Parlamento dell’anno 1813; e che qualunque quantità maggiore non potrà essere imposta senza il consenso del Parlamento.

A’Court si dà vanto che questa parola, d’immensa importanza, fu scritta a sua richiesta, poiché i ministri napolitani voleano scrivere: senza il consenso della nazione siciliana; ma egli, che era in quel congresso per dirigere ed approvare tutto quel piano (sebbene senza pubblico carattere), volle che vi si mettesse la parola Parlamento. Ma questa parola è affatto vota di senso e di effetto. Se i due grandi attributi che costituivano l'essenza del Parlamento, cioè il dritto di far leggi, e quello d’imporre i tributi sul popolo, se li avea arrogati il re; se in tutto il piano non si fa molto di Parlamento, né delle sue attribuzioni, né dei tempi da riunirsi, né degli elementi onde risultare; se finalmente nelle posteriori innovazioni sono stati aboliti i consigli civici, i magistrali municipali, il protonotaio del regno, i capitani giustizieri dei comuni, e tutti gli altri impiegati che erano necessari alla formazione del Parlamento, gli è chiaro che il Parlamento venne abolito nel fatto; perché il re non ha né un’obbligazione, né un bisogno di convocarlo, ed abolito per legge, essendosi tolti gli elementi dai quali esso avrebbe dovuto formarsi; talché il re, anche volendo, non potrebbe più convocare il Parlamento.

I posteri stenteranno a credere che i ministri inglesi abbiano, in questa occasione, mancato di pudore al segno, che quel governo stesso e quello stesso ministro, che al 1811 avea obbligato il re Ferdinando III a ritirare un decreto per cui, in circostanze difficili, ei si fe’ lecito d'imporre un sol dazio senza il consenso del Parlamento, abbia poi al 1816 incorraggiato e aiutato lo stesso re ad annullare il Parlamento ed arrogarsi il dritto di tassare arbitrariamente i sudditi suoi.

E quel supposto maximum, cui vien limitata la facoltà del re, è una crudelissima burla che si è preteso fare ai Siciliani. Primieramente è da sapere che il Parlamento del 1815, nel fissare il patrimonio attivo della Sicilia ad 1,847,687 once, vi comprese le 560,000 all’anno che pagava allora l’Inghilterra al governo siciliano per ragione di sussidi; onde quel supposto maximum fu fissato in once 560,000 di più di quel che pagava la Sicilia al 1813; ed è impossibile che la Sicilia, oppressa da un governo dispotico, giunga mai a grado tale di ricchezza, da poter soffrire quel peso. Aggiungasi a ciò, che i ministri, avendo la facoltà di tassare ad libitum, possono volendo, come han fatto supporre, che il prodotto delle imposizioni sia di gran lunga minore del vero; il popolo non ha verun meno onde impedire, o riparare questa frode. Finalmente una numerosa quantità di pesi si son caricati ai comuni, senza far parte del patrimonio attivo dello stato; onde i pesi del popolo possono accrescersi quanto bì vuole, senza apparentemente giungere al supposto maximum.

Tutto ciò si è perfettamente avverato. La Sicilia al 1813 pagava effettivamente 1,287,687 once; con decreto de’ 20 dicembre 1819, si fissano le imposizioni per I imminente anno ad 1,637,332; e si ha l’impudenza di comprendervi le due onerosissime tasse del registro e della carta bollata, calcolandole per 82,000 once. D’anno in anno le imposte sono state aumentate; talché hanno già oltrepassalo il supposto maximum, senza tenere alcun conto della legge. Oltracciò i comuni sono obbligati a pagare le ingentissime spese delle intendenze provinciali, de consigli provinciali, delle sottointendenze distrettuali, de’ giudici di circondario, dell’alloggio e forniture delle truppe e della gendarmeria, e mille altri inutili e capricciosi stabilimenti: talché oggi il popolo siciliano paga più del doppio di quel che pagava al 1813. Intanto la ricchezza pubblica è diminuita nell'istessa proporzione. Un bue valeva in Sicilia al 1813 da 20 a 30 e fino a 50 once; oggi il miglior bue non vai più di 8 a 10 once. Il frumento, che al 1813 valeva da 8 a 10 once la salma, oggi vale da 2 a 3 once, e non trova facilmente a spacciarsi per mancanza d’incettatori; talché l'agricoltore si trova spesso col granaio pieno, senza aver da supplire al Gito ed alle ordinarie spese di coltura. Il valore dei caci, della lana, e di tutti gli altri prodotti dell’agricoltura è diminuito; colla stessa proporzione il prezzo delle terre, dal 1813 in poi, è ribassato della metà.

Questa oppressiva sproporzione tra i pesi pubblici e la pubblica ricchezza è causa della miseria generale, ed ba quasi annientalo l'agricoltura, il commercio, e tutte le sorgenti dell’industria e della ricchezza dello stato. I piccoli poderi son divenuti quasi di peso ai proprietari, perché le imposizioni e le spese di coltura o superano, o uguagliano il prodotto; molti vignaiuoli hanno sterpato le vigne loro pel basso prezzo del vino. I grandi proprietari non trovano linaiuoli, non hanno capitali da impiegare alla coltura di una vasta possessione: indi è avvenuto che grandi estensioni di terre, che al 1813 davano ricchissime produzioni, si veggono oggi lasciale a sterile pastura. Moltissimi, che al 1813 avevano grandi capitali impiegati in bestiame e nella coltura delle terre, oggi son falliti e miserabili.

Intanto gli esattori della rendita pubblica, pressati dal governo, giungono a pegnorare agl’infelici non che i vestiti, ma i vomeri, le falci, e tutti gli strumenti di agricoltura; e ciò, mentre è una nuova causa di miseria, non è di profitto all’erario, perché la povertà è tale, che quei pegni non trovansi a vendere. Quindi avviene che molti luoghi di Sicilia offrono tutto il luttuoso spettacolo d’infelici che spirano dalla fame e dal disagio. In questo stato di miseria e di universale desolazione, mentre Io stato minaccia una funesta catastrofe, la nazione, privata del suo Parlamento, non ha più mezzi per cui possa far conoscere al re la crudele sua situazione, onde impedire l’imminente rovina. E tutto ciò è ridotto a soffrire un popolo, che non ha mai pagato dazi senza che fossero imposti dal suo Parlamento! Rotte le barriere che fin allora avean frenato l'assoluto potere, questo non ebbe più ritegno. Non si è lasciato in Sicilia neppure il vestigio delle antiche istituzioni. Quegli stessi ministri che volean discreditare la costituzione, dicendo che era un’insania quella di volere adattare alla Sicilia la costituzione di un paese tanto dalla Sicilia diverso, vollero poi con ridicola e scrupolosa imitazione adattare a questo regno tutte le oppressive istituzioni ideate da Buonaparte in Francia (meno il senato e 'l corpo legislativo); e la smania di copiare esattamente tutto ciò ch'è buonapartesco, è giunto a tale, che se ne sono adottate fin le parole senza tradurle; onde nella nuova legislazione siciliana si è introdotto il parquet, il borderò, la presa a parte, il barò, ecc., ecc.

La Sicilia fu divisa in sette provincie; in ogni provincia fu posto un intendente, in ogni distretto un sottointendente; ognuno di costoro ha un segretario generale ed una folla d'impiegati subalterni. Un consiglio d'intendenza è stato stabilito in ogni provincia, i cui componenti godon soldo, come gli intendenti e sottointendenti, e tutti gli altri impiegati. Costoro devono vegliare agl’interessi dei comuni; ma in realtà i comuni sono restati oppressi dalla spesa e dai soldi di sette intendenze, sette consigli d'intendenza, e ventitré sottointendenze. Gli antichi consigli civici sono stati aboliti, ed in vece loro è stato stabilito un decurionato, i cui membri sono scelti dal re; per tal modo il dispotismo si è esteso fino ai più minuti oggetti dell'amministrazione municipale., Sono stati anche stabiliti i consigli provinciali e distrettuali, i membri de’ quali vengono scelti dal re su di una nota d’individui proposti dai decurionati de’ comuni della provincia pei consigli provinciali, dai decurionati de’ comuni del distretto pei consigli distrettuali; ed il re si è riserbato il dritto di scegliere persone anche non proposte Questi corpi, che a nessuno può cadere in mente di chiamare rappresentativi, non hanno veruna ingerenza nel sistema politico. Le loro discussioni non riguardano né le leggi, né le finanze, né alcun oggetto di generale interesse della nazione. Essi son limitati ad esaminare gli oggetti di particolare interesse de’ comuni, ed è fissato il numero dei giorni che deve durare la loro riunione. Anzi i consigli distrettuali non si sono mai riuniti, e nulla si è mai messo in esecuzione di ciò che han progettato i consigli provinciali, le cui facoltà si limitano a progettare.

All’antico ordine di magistrati è stata sostituita un’immensa torma di giudici, tutti con soldo; e comecché i soldi loro fossero, perla maggior parte, mal proporzionati alla dignità della carica, pure il loro numero è così eccedente, che la somma dei soldi è un peso strabocchevole per la nazione.

Si è voluto far credere all’Europa che si è data alla Sicilia una legislazione più semplice e più chiara; ma in realtà ogni giorno si emana un decreto, ogni mese si pubblica un codice; ed un giornale si stampa periodicamente in Napoli, che raccoglie tutte le leggi e i decreti che vengono emanati. Ciò unito ad una folla di chiosatori e commentatori per lo più francesi, ha fatto che la legislazione di Sicilia, già nel suo nascere, è divenuta quinquaginta camelorum onus.

Collo specioso pretesto di riformare gli abusi dell’antico codice di procedura, si è stabilito un sistema che porta la totale rovina della nazione. Per qualunque piccolo litigio, sono necessarie mille formalità, mille atti debbon farsi, tutti inutili: questi atti, e tutte le carte che devono presentarsi in giudizio, devono registrarsi e pagare un dazio detto del registro; tutte le scritture che vengono citate in ogni atto, devono ugualmente presentarsi, registrarsi e pagare il dazio; e finalmente, per rendere un tal sistema assolutamente infernale, si è voluto che nessun allo potesse prodursi in giudizio, se non è scritto su carta bollata venduta dal governo: e questi due dazi del registro e della carta bollata si son calcolati per once 82,000!!! Ciò ha fatto che mollissimi hanno perduto non che i crediti ma le rendite, perché le spese del litigio eccedono il valore delle une e degli altri; e quel che è più funesto, nessuno vuole più dare danaro in prestanza..

Si è preteso anche di aver dato alla Sicilia un codice di procedura criminale atto a garantire la libertà civile del cittadino. Ma nel fatto i delitti si sono moltiplicati a segno, che nel 1827 si contavano nelle prigioni, nei forti di Sicilia e delle isole adiacenti, da ventiquattromila detenuti (139) .

La smania d’innovar tutto e di spegnere ogni vestigio di quanto era in Sicilia giunse a tale, che si era vietato l’uso della moneta siciliana. Ma ciò recò nel fatto tali disordini, che il governo ebbe poco dopo a revocare quell’insano statuto.

Tale fu il sistema violentemente dato alla Sicilia, e tale la fatai catastrofe delle scene di questo regno infelice; così fu illegalissimamente cancellata quella costituzione, che nacque colla monarchia; che il tempo avea bensì alterata, ma ch'era per sette secoli restata integra nelle parti essenziali; che trentacinque re avean giurata e rispettata; che lo stesso Ferdinando III non solo avea giurata nel salire al trono, ma per cinquantasei anni avea riconosciuta, e la cui riforma era stata da lui approvata e solennemente guarentita alla nazione siciliana.

Ma ciò che in questa scena fa rabbrividire d’orrore è la condotta del governo inglese. Dietro che l’Inghilterra avea preso una parte tanto attiva nelle cose di Sicilia, che giunse ad obbligare il re Ferdinando III a ritirare un passo illegale, qual era l’imposizione di un dazio senza consenso del Parlamento, e l'arrestazione di cinque cittadini; dietro che un ministro della Gran Bretagna insinuò ai Siciliani l’idea di riformare la loro costituzione, e ricondurla ai suoi antichi principi; dietro di averli aizzati lontra il fé e sostenuti per qualche tempo; dietro che lord Castelreagh avea scritto una lettera al principe di Belmonte, atta a far compromettere maggiormente lui e tutti i Siciliani; dietro di avere dichiarato la sua volontà, che qualunque cambiamento nella costituzione dovesse farsi legalmente dal Parlamento; e finalmente dietro che il governo inglese ordinò al suo ministro in Napoli di opporsi a qualunque tentativo per restringere i privilegi della nazione siciliana in modo tale, che possa esporre il governo britannico al rimprovero di aver contribuito ad un cangiamento di sistema in Sicilia: il ministro inglese approva tutte quelle operazioni.

Nessuno può certamente mettere in dubbio: 1° che la Sicilia, dalla fondazione della monarchia al 1816, avea avuto un Parlamento; 2° che in tutto quel periodo non si era mai fatta veruna alterazione nelle forme politiche senza il consenso del Parlamento; 3° che il Parlamento di Sicilia ebbe sempre il dritto esclusivo d’imporre le tasse; 4° che anche dopo di essersi introdotto l’abuso che i re facessero leggi senza l’intervento del Parlamento, questo conservò sempre il dritto di proporre degli statuti; 5° che sino al 1812, il Parlamento di Sicilia destinava alcuni de’ suoi membri ad amministrare e ripartire le imposizioni, ed a vegliare alla custodia delle nazionali franchigie, sino al nuovo Parlamento; 6° che gli antichi statuti de’ Parlamenti di Sicilia non erano stati mai abrogati, anzi erano sempre stati confermati da nuovi atti de’ seguenti Parlamenti, e dal giuramento di tutti i re; 7° che i Siciliani avean sempre il dritto di richiamare in osservanza le antiche leggi; 8° che il Parlamento potea farne delle nuove per migliorare la costituzione del regno; 9° che la Sicilia fu sempre regno, e mai dominio al di là; 10.° che la Sicilia ebbe sempre la sua bandiera, la sua moneta e le sue particolari istituzioni indipendenti dal dominio di qua.

Il ministro inglese, che, in esecuzione delle istruzioni avute dal suo governo, avrebbe dovuto tener presente tutto ciò, ed impedire che i Siciliani venissero spogliati di quei luminosissimi dritti, invece di ciò interviene in quel congresso, in cui si determina di cancellare interamente tutte quelle eminenti franchigie, esamina tutti i nuovi decreti, li autorizza, li consiglia, li approva, e li trasmette al suo governo, facendone con compiacenza l'apologia. E non arrossisce ad assicurare, nel suo dispaccio de’. 9 dicembre 1816:

«Le due Camere del Parlamento avendo, unitamente col governo esecutivo, infruttuosamente lavorato ad effettuare il cangiamento in contemplazione, si «sono da per sé stesse dirette alla corona per nominare una commissione, affine di deliberare sulle proposte alterazioni.»

Se un documento autentico non provasse ciò, sarebbe assolutamente incredibile che una persona rivestita di un carattere così eminente, anziché un semplice gentiluomo abbia potuto asserire una menzogna così patente. Tutta la Sicilia sa che nel Parlamento del 1815 non si fe’ mai motto di ciò; molti giornali allora pubblicavano le discussioni del Parlamento, ed in veruno si lesse mai ciò; gli atti di quel Parlamento furon pubblicati per le stampe e van per le mani di tutti, e non vi si trova nulla di ciò. Finalmente v’ha in prova di maggiore evidenza (se pure può darsi maggiore evidenza di questa) il dispaccio stesso del re, con cui sceglie quella commissione, il quale non fa pur cenno di questo supposto voto delle due Camere del Parlamento. Eppure è toccato a questa età il vedere un ministro della Gran Bretagna che asserisce una simile calunnia, della quale può con tanta evidenza essere smentito; calunnia tanto più rea, in quanto tende a denigrar l'onore di un’intera nazione, e dipinge i Siciliani in faccia a tutta la terra come gli esseri più vili dell’universo e ben meritevoli dell’attuale loro schiavitù, e che ha servito per giustificare un attentato contro tutte le leggi della società.

Né il ministro inglese può trovare una scusa nel dire d’essere stato ingannato di buona fede. Egli stesso si accusa nel riferire la disputa che ebbe luogo sulla parola Parlamento, che i ministri di Napoli non volean mettere nel decreto, ma che egli domandò fortemente; egli dice nello stesso dispaccio:

«L’immensa importanza di questa parola non iscapperà certamente alla penetrazione di S. S. Questa è infatto la pietra angolare della nostra consistenza, la cui omissione ci esporrebbe indubitatamente al rimprovero particolarmente indicato nelle mie istruzioni.»

Egli stesso adunque confessa che i Siciliani hanno un dritto di accusar di perfidia il governo inglese, e lui che ne fu l’organo, per aver validamente contribuito a fargli spogliare non che del Parlamento, ma di tutti i dritti loro; e credè di evadere un tal giustissimo rimprovero col grossolano ritrovalo di far iscrivere quella parola, mentre nel fatto concorreva alla totale abolizione del Parlamento. Nel riferire l’articolo, che della dote dello stato 150,000 once all’anno saranno destinate all’estinzione del debito pubblico, non lascia il ministro inglese di riflettere, che questa si giusta e necessaria disposizione sarà particolarmente gradita ai Siciliani, che hanno da gran tempo disperato di ricevere sia l’interesse, sia ricapitale. E così s'ingegna egli di giustificare la violenza di avere spogliato la nazione del dritto di fissare i tributi. Si è visto di sopra quali conseguenze ciò ha prodotto in Sicilia. Nel fatto poi, i creditori dello stato non hanno avuto nulla, né sperano averne da un governo che non ha rispettato veruna legge o dovere. E quelle 150,000 once all’anno sono state cesse all’Austria per isconto delle spese pel riacquisto del regno di Napoli.

Finalmente il ministro inglese conchiude il suo dispaccio con dire, che il cambiamento non potea farsi ih una maniera più prudente; che non vi è una parola alla quale possa fare soggezione una potenza, per quanto fosse nella più dilicata situazione; che non vi è nulla che lasci un adito ad accusare il governo inglese di abbandono di princìpi; che gli antichi privilegi della nazione sono distintamente preservati per la stipulazione che il re non leverà tasse al di là della fissata rendita dello stato senza U consenso del Parlamento; e finalmente, che non gli resta a far altro che a congratulare lord Castelreagh della totale liberazione di ogni responsabilità!!! In risposta a quel dispaccio, lord Castelreagh, già felicemente liberato da qualunque responsabilità, mandò al ministro della Gran Bretagna in Napoli l’ordine di complimentare a nome del governo inglese il re Ferdinando III della sua fortunata metamorfosi.

La storia ci offre mille esempi di governi che hanno sagrificato le leggi della buona fede e dell’onore a qualche loro particolare vantaggio; ma era riserbato al ministro della Gran Bretagna il dare al mondo un esempio così luminoso di perfidia, senza ricavarne altro frutto che la maledizione di tutti i Siciliani, l’abbominio di tatti i viventi, lo scandalo delle future generazioni, e la sicurezza che dietro un tale esempio il governo inglese non potrà più né godere, né meritare l'altrui confidenza.

FINE.


APPENDICE


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Se mala signoria, che sempre accuora

Li popoli soggetti, non avesse

Mosso Palermo a gridar: Mora! Mora!

Dante, Parad., Cant. VIII, v. 75.

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Capitolo I

Disposizione digli animi in Sicilia. — Rivoluzione di Napoli. — Avvenimenti di Messina. — Primo annunzio della rivoluzione vi Palermo. — Suscitazioni della truppa. — Voto generale per l’indipendenza. — Naselli. —Avvenimenti del 15 luglio. — Carbonari napoletani. — Church. — Primi movimenti della plebe. — Occupazione del Castello-a-mare.

Correva il quarto anno che il ministro di Napoli era invaso dalla funesta mania d’innovar tutto in Sicilia. La natura delle innovazioni, le circostanze che le aveano accompagnate, il modo con cui s’eran recate ad effetto, la memoria della passata grandezza, la rivalità nazionale, la condotta ed il linguaggio sprezzante che si tenea in Napoli verso i Siciliani, l'ingiusta preferenza che si dava dal governo ai Napoletani, avean già spinto all’estremo la tolleranza dei Siciliani e portato a perfetta maturità gli elementi di una conflagrazione generale.

L’indegnazione era così generale ed estrema in Sicilia, che fin quei vecchi magistrati che avean fatto la guerra alla costituzione per superstizioso attaccamento alla ruggine degli antichi abusi, con maggior veemenza gridavano apertamente contro il nuovo ordine di cose.

Tutti desideravano un cambiamento, e tutti lo speravano. Il volgo sperava per disperazione; i saggi speravano, per la persuasione ch'è impossibile ai governi assoluti il sostenersi in quest’età, in onta alla pubblica opinione; e la speranza universale venne ravvivata dalla rivoluzione di Spagna. Tutto insomma minacciava una convulsione tanto più terribile, quanto covava nella nazione un germe funesto d’intestina discordia.

La condotta di alcuni fra i Pari negli ultimi Parlamenti li avea resi tutti odiosi. Il volgo accagionava tutto il ceto degli errori degli individui; e non pensava che in tutte le classi de’ cittadini v’erano state allora delle persone involte nello stesso turbine. Da questa osservazione, che dava a molti ragione di credere che la Sicilia non era ancora in istato di ricevere un governo assolutamente popolare, pigliavano argomento gli stolti per desiderarlo. Quindi nasceano due fazioni: da una parte i fautori della costituzione nel 1812, che venivano imputati di aristocrazia dall’altra gli apologisti della costituzione di Spagna, che a miglior dritto erano tacciati d’anarchia.

La divisione della Sicilia in sette provincie avea fatto acquistare una certa importanza ad alcune città; le quali, illuse dall’effimero vantaggio di esser capitali di provincia, erano divenute sistematicamente rivali di Palermo, ed aveano quasi dimenticato d’esser città siciliane.

Finalmente le passate scissure avean rotti tutti i vincoli della reciproca confidenza fra’ cittadini, senza la quale non è mai da sperare forza ed unione nei popoli per sostenere i dritti loro.

Tale era lo stato delle cose in. Sicilia, quando scoppiò in Napoli la rivoluzione. Una banda di soldati sediziosi (140) , mal repressi dalla truppa che si mandò loro incontro, e favoriti da per tutto dal popolo, levò lo stendardo della rivolta. La macchina politica, mal ordinata e peggio commessa, cadde come al tocco di una verga magica; il governo si sciolse più da sé stesso che per gli attacchi dei sediziosi; ed il re fu costretto a giurare la costituzione di Spagna per il regno delle due Sicilie.

Siciliani che trovavansi allora in Napoli, non ebbero parte alcuna alla rivolta; anzi tutti si negarono a prestare il giuramento alla nuova costituzione, per non pregiudicare i dritti della Sicilia. E per la stessa ragione il tenente generale Fardella, il maresciallo principe di Camporeale ed il colonnello Staiti, come siciliani membri della nuova giunta di governo eretta in Napoli, si negarono tutti e tre ad avervi parte.

Il principe di Villafranca ed il principe di Cassaro si misero alla testé degli altri Siciliani, e si recarono dal principe ereditario, fatto allora dal re suo vicario generale; e tutti dichiararono di non voler aderire alle novità fatte in Napoli, e richiesero che si convocasse il Parlamento di Sicilia, perché i Siciliani avessero potuto palesar legalmente il loro volo. Il principe vicario diede loro le migliori speranze; ma poi d’accordo con quei ministri, fece di tutto per mandare a volo la dimanda de’ Siciliani (141) .

Anzi come il principe di Villafranca fece vive istanze perche si dessero delle sollecite providenze, onde impedire i disordini che sarebbero stati per accadere in Sicilia, se quelle novità ivi fossero giunte per sorpresa, né il principe vicario, né alcuno di quei ministri diedero mai alcun passo per prevenirli; e come si sapea che Villafranca era per far ritorno in patria, misero ogni loro studio per prolungar la dimora di quel signore in Napoli.

Il re intanto, informato che Villafranca era sulle mosse per Sicilia, lo chiamò a sè, e gli diede l’incarico di dire per parte sua al luogotenente di Sicilia di proclamare la costituzione del 1812; aggiugnendo che, nello stato in cui era, non potea né scrivere una lettera a quel luogotenente, né fare un dispaccio per ciò; ma che non dubitava che quella verbale assicurazione sarebbe bastata per fargli eseguire un tal ordine.

Comecché il principe di Villafranca avesse conosciuto che una tal risoluzione del re, ove anche fosse stata sincera, non avrebbe avuto altro scopo che quello di metter la Sicilia in opposizione a Napoli; pure era essa troppo consuona ai suoi desideri ed ai veri interessi della Sicilia, per pensare ad opporvirsi. Lieto adunque del ricevuto incarico, e superati gli ostacoli che dai ministri si metteano avanti per la sua partenza, si imbarcò per Palermo.

Intanto in Sicilia si era affatto allo scuro di tutto ciò che era seguito in Napoli. s’era bensì saputo che la truppa in Monteforte si fosse rivoltata; e ciò avea destato una compiacenza universale. Ma i Siciliani, conoscendo il carattere dei Napoletani, non osavano far mostra degli interni sentimenti, e stettero sospesi, aspettando l'evento. d’allora in poi qualunque comunicazione fra la Sicilia e Napoli fu interrotta: si vedea solo un continuo movimento nei telegrafi; ma come in tutta quella corrispondenza si facea uso della cifra segreta, il pubblico ignorava e forse ignorerà sempre l’oggetto e il contenuto di quelle comunicazioni. Solo si sa, che uno o due giorni prima di scoppiare i torbidi di Palermo, il telegrafo, nella cifra volgare, annunziò: sospendete tutto, a quattr’ore p. m.

Le prime notizie della rivoluzione già compita in Napoli giunsero a Messina. Le autorità furono col telegrafo avvisate che il re avea accordato la costituzione di Spagna; ma essi non vollero né pubblicar la notizia, né dare alcun passo, prima d’averne l’ordine dal luogotenente. La truppa napoletana però, che avea vedute ed interessi contrari, informata per altro canale di ciò, cominciò a divulgare la notizia, ed a pretendere, che prima di giugnere altro ordine dal luogotenente, si fosse in Messina pubblicata la costituzione. E come il principe di Scaletta, comandante di quella provincia, si negava a farlo, i soldati cominciarono ad aizzare la plebe contro di lui, dicendo che mettea avanti quelle difficoltà perché realista.

La disposizione degli animi in Sicilia era tale, che per destare una commozione popolare bastava il volerlo, e particolarmente volerlo la truppa. Così la plebe di Messina si levò a sommossa, chiedendo che anche lì fosse pubblicala la costituzione. Il principe di Scaletta si ostinava ad opporvisi, sulla ragione che il telegrafo avea dato la sola notizia dell’accaduto, ma non l’ordine di pubblicar la costituzione, che dovea prima essere comunicato ed eseguito in Palermo; e per frenare quel movimento popolare, fece marciare un corpo di troppa con qualche pezzo d’artiglieria. Ma tostoché quella truppa fu in vista dei sediziosi, mise basso le armi e si unì a loro.

Il colonnello Testa, fattosi capo di tutti quei sediziosi, circondò la casa del principe di Scaletta, minacciandolo di massacrarlo, e di porre a sacco la sua casa, se non dava subito l'ordine di proclamarsi la costituzione di Spagna. Allora non fu più il caso di resistere. La plebe trionfante corse a liberare i proscritti, ed altri disordini seguirono; ma la truppa, ottenuto l’intento, rimise tosto la calma e ripigliò la sua autorità; anzi si fe’ padrona di tutte le autorità, talché da quel momento il popolo di Messina non ebbe più arbitrio; ed i Messinesi, parte sedotti e parte intimoriti, dovettero necessariamente pensare e volere ciò che pensavano e volevano i Carbonari napoletani.

In Palermo intanto si era allo scuro di tutto ciò. Sul cader del giorno 14 luglio, giunse una barca da Napoli, che recò la notizia della rivoluzione già compita, e della costituzione di Spagna già proclamata in Napoli. I marinari ed i passaggieri erano tutti ornati della coccarda tricolore, simbolo della Carboneria. Quella notizia, quelle coccarde produssero come una scossa elettrica in tutti gli animi. Per fatale combinazione ricorreanoin. quei giorni le feste di santa Rosalia: lo straordinario concorso del popolo, ed il brio di quei giorni resero più viva la sensazione, più clamorose le dimostrazioni di giubilo, e prepararon così irreparabilmente i funesti avvenimenti di appresso.

Quella sera stessa, al pubblico passeggio non vi fu quasi alcuno, che non fosse ornato della coccarda tricolore. Una novità di tal natura, giunta a caso per via privata e per sorpresa, produsse un’ebrietà generale. Il governo, che avrebbe dovuto pubblicar legalmente la notizia, e dare un regolare avviamento ai pubblici affari, avea tenuto, aino a quel punto, un misterioso silenzio; né avea dato alcun passo per prevenire quei disordini, che non poteano non prevedersi; e si venne così ad allentar la briglia ai privati sentimenti di tutti; e tutti, senza alcun piano d’operazione, gioivano alla cieca, senza sapersi che fare.

Fu sulle prime oggetto di didascalica disputa fra’ cittadini i, se conveniva accettare la costituzione di Spagna data dal re, e ripigliare, la costituzione del 1812. Ben vi furono alcuni, che pensarono di riunirsi per ispedire una barca espressa al principe di Villafranca in Napoli, per chiedere al re la costituzione del 1812; e al tempo stesso si pensava di riunire il decurionato di Palermo per fargli spedire una deputazione al re colla stessa dimanda (142) .

Questa idea, giustissima però, che avrebbe potuto salvar la Sicilia,, nacque in un momento inopportuno. Se ciò si fosse fatto in quei giorni, in cui si stette in, una inerte aspettazione degli avvenimenti di Napoli, l’affare sarebbe stato coronato di un pieno successo. In quel momento,,in cui il popolo anelava per un nuovo ordine di cose, naturalmente avrebbe seguito qualche impulso che avrebbe voluto darglisi; e le altre città, non ancora sedotte e soggiogate dai Napoletani, avrebbero seguito l’invito della capitale. Il re, anche prima di esserne richiesto» avea dato l’incarico a Villafranca di far pubblicare la costituzione del 1812 in Sicilia; e finalmente tutti i prìncipi d’Europa,. che certamente aveano lo stesso interesse del re a metter la Sicilia in opposizione a Napoli, avrebbero rispettata una dimanda fatta in un modo tanto legale, é fondata su dritti innegabili. Ma chi avrebbe potuto, in quei critici tempi, mettersi avanti a concepire un tal piano d’operazioni? I Pari, che sarebbero stati i soli ad avere un; dritto di farlo, avviliti dal governo, venuti in discredito della nazione, pieni di reciproca diffidenza, non erano più al 1820 ciò che erano stati al 1810.

Per tale infausta combinazione, quel progetto, concepito in un momento in cui i Napoletani avean già piglialo il disopra, mancò d’effetto; molto più che i carbonari, ossia la truppa (perché sin allora questa funesta istituzione si limitava in Palermo alla sola truppa), fecero sapere a coloro che parlavano di costituzione del 1812i che se non desisteano da quella impresa, essi avrebbero dato fuoco alle case loro. Cosi quella voce fu soffocata. Gli stolti che si eran lasciati illudere dalle fanfaluche democratiche, pigliaron coraggio; i rimproveri d'aristocrazia ai partigiani della costituzione siciliana furono più che mai veementi; e per tal modo venne a perdersi quella fortunata occasione d’assicurare la libertà della Sicilia, e forse del resto d’Italia.

Non è da meravigliarsi dei rei procedimenti della truppa napoletana, che sentiva che il determinarsi la Sicilia a ripigliare la sua costituzione, era lo stesso che scuotere il giogo di Napoli: ma non si può senza raccapriccio rammentare, che si videro allora in Palermo, inebriate dalla mania democratica, secondare gli sforzi de’ Napoletani, delle persone che, per la loro età e pel rango loro, avrebbero dovuto nutrire ben altri sentimenti. Il previdente della gran corte, Gianbattista Finocchiero, confuso fra la plebe, incita vaia a gridare e gridava egli stesso con voce stentorea: «Viva la costituzione di Spagna!» Certo se vi ebbero rei in Sicilia in questo calamitoso pericolo, costoro debbon tenersi i primi, come coloro che diedero il primo incitamento alla plebe, e per quanto era in loro, immolarono i dritti del popolo siciliano. Né conosceano cotali sciagurati, che ricever con applauso quella costituzione, data con un atto arbitrario, era lo stesso che riconoscere nel re il dritto di dare e togliere à senno suo la costituzione, ciò che basta a render precaria la libertà del cittadino.

Pur se venne fatto ai Napoletani di soffocare il voto per la costituzione del 1812, fu loro assolutamente impossibile il reprimere un sentimento invincibile per qualunque Siciliano, quello dell’indipendenza, della Sicilia. Fin dal momento che giunse in Palermo la fatai barca, che. recò la coccarda tricolore, molti in Palermo vollero aggiungervi un quarto colore, per mostrare nna diversità con Napoli. Ciò fece dispiacere ai carbonari, perché così veniva ad alterarsi il loro mistico emblema: quindi al quarto colore fu sostituito un nastro giallo al petto. Ma non rifletteano quegli insani, che il dritto della Sicilia all’indipendenza era fondato sulla costituzione siciliana; rinunziando a quella ed accettando una costituzione pubblicata per lo regno delle due Sicilie, non aveano più dritto a pretendere l’indipendenza. Ma tale era allora l’ebrietà generale, che si credea che la sola volontà espressa illegalmente da qualche fanatico con un nastro bastasse a formare un dritto nel popolo.

Non molto prima di quella scena, era venuto al governo di Sicilia, colla carica di luogotenente del re, il tenente generale Diego Naselli. Il ministero di Napoli,, per far mostra di carezzare i Siciliani col destinare al governo di Sicilia un loro concittadino, avea avuto l’astuzia di mettere a quel posto un uomo da nulla, come Naselli, il quale non avea che il vóto nome di governatore A costui si diè per pedagogo uno de’ barbassori fra i carbonari di Napoli, detto de Tomasis. Certo deve ascriversi a somma ventura della Sicilia, che il governo, in quelle difficili circo— stanze, fosse caduto in tali mani.

La mattina del 15 luglio 1820, il luogotenente Naselli, stretto finalmente dalla necessità, ruppe il misterioso silenzio fin’allora tenuto sugli avvenimenti di Napoli, e pubblicò il primo proclama del re, col quale, per contentare i rivoltosi, il re avea promesso di pubblicare fra otto giorni le basi di una nuova costituzione. Ma ciò non gli avea contentati; ed il re finalmente, il giorno 6 di luglio, avea proclamato in Napoli la costituzione di Spagna per lo regno delle due Sicilie. Essa si era pubblicata in Messina (Naselli il giorno 15 non potea ignorarlo); come dunque in vece di pubblicar la costituzione, pubblicò quell’effimero ed inutile proclama? È certamente da credere che il nuovo ministero di Napoli, che tanto impegno ebbe che la Sicilia non si fosse distaccata da Napoli, non avea tardato ad ordinare al luogotenente di Sicilia di pubblicare al più presto la costituzione in Palermo. Come de Tomasis non si oppose alla pubblicazione di quei proclama invece della costituzione? Tutto è un ministero, che sarebbe inesplicabile senza gli avvenimenti di appresso.

Era quello il giorno in cui il luogotenente dovea recarsi al duomo per assistere alla cappella reale (143) . Non tosto fu egli entrato in chiesa, che Un grido levossi da tutto il popolo: Viva 1‘ indipendenza! A quel grido facea eco la truppa, che era schierata fuori la chiesa, gridando anche essa: Piva la costituzione! Il luogotenente rispondea gridando: Viva il re! Si vedeano manifestamente in quelle grida tre interessi contrari, l'urto dei quali venne a produrre avvenimenti funestissimi.

Terminata la funzione, il luogotenente tornò a casa. Molti gli si presentarono allora, e gli fecero vedere che il desiderio dell’indipendenza era universale nel popolo, che non potea far di meno di contentarlo; e voleano così indurlo a proclamare egli stesso sul momento l’indipendenza di Sicilia. Ma egli non volle far altro, che promettere di spedire immantinente una fregata a Napoli, per chiedere al re, in nome de’ Siciliani, l’indipendenza; ma quella promessa fregata non si vide mai partire.

La scena della mattina in chiesa, gli attruppamenti, gli schiamazzi universali, i sintomi di un orgasmo generale, che andavan crescendo da un momento all’altro, avrebbero dovuto avvertire il luogotenente a dar de’ passi energici per la conservazione della pubblica tranquillità; ma egli restò come indifferente spettatore di quelle scene: anzi i soldati camminavano per le strade, incitando il popolo a gridare: Viva la costituzione! viva l’indipendenza! La sera di quel giorno, il luogotenente si recò alla festa che dal pretore si usa dare a tutta la nobiltà. Mentre si godea quella festa, ed il popolo era affollalo nel Cassare, che secondo il costume era illuminato, circa a cinquanta bassi uffiziali e soldati napoletani uscirono dal loro quartiere di san Giacomo, vestili delle insegne carbonariche, e tenendosi per le mani, scesero pel Cassare gridando. Viva la costituzione! viva l’indipendenza! I carbonari vollero con quella scena fare in Palermo ciò che i loro compagni avean fatto in Messina, suscitare il popolaccio alla rivolta, sciogliere il governo, e profittar del disordine per ghermire l’autorità pubblica e soggiogare il popolo. Stolli! non prevedeàno eglino che presto avrebbero pagato il fio di quell’empio disegno, e che il fulmine che provocavano sarebbe stato da altri diretto contro loro.

Si trovava fra altri pel palazzo del pretore a goder la festa il lenente generale Riccardo Church, venuto di recente da Napoli colla carica di comandante generale delle armi in Sicilia. Il popolo di Palermo era mal prevenuto contro costui, per le voci che si erano sparse delle persecuzioni da lui fatte ai carbonari di una delle provincie di Napoli, di cui avea avuto il comando; ed altronde si sapea di dovere egli in breve eseguire la coscrizione, ciò che bastava a renderlo odioso.

Intanto nel Cassare, lo spettacolo di quei soldati venne naturalmente a produrre un entusiasmo ed un clamore universale. Il popolo da basso, e tutta la gente dai balconi cominciarono a far eco a quelle voci de’ soldati. Il generale Church, informato della cagione di quel clamoroso trambusto, scese dal palazzo del pretore, accompagnato dai suoi aiutanti di campo e dal generale Coglitore; e fattosi presso a quei soldati, ordinò loro di ritornare in quartiere. Questa imprudenza del generale Church, se pure può chiamarsi imprudenza, fu il segnale dell’esplosione. Il popolaccio gli si avventò addosso con tal furia, che ne sarebbe restato vittima, se i suoi aiutanti di campo, facendo qualche resistenza, non gli avessero dato tempo di fuggire; anzi vi fu chi gli tirò un colpo di stile, che venne a ferire un Siciliano, il general Coglitore, mentre cercava di salvarlo.

Church fuggì allora da Palermo, andò a ricoverarsi in Trapani, e quindi passò in Napoli. La plebaglia intanto corse ad assalir l’albergo in cui quel generale era stato lino a quel giorno alloggiato, ignorando che il giorno stesso ne era uscito; e non trovatolo, mise a sacco tutto l’albergo, ne trasse quanto vi era, ne fece un mucchio nel piano della marina, e quindi vi appiccò fuoco. Al cominciar del giorno 16, gli affari divennero più seri: furono saccheggiate le officine del registro, della carta bollala e della segreteria del distretto; ed il popolaccio, in tutte quelle operazioni, era guidato dalle bande di musica dei reggimenti, che suonavano marcie trionfali. Colla stessa guida, la ciurmaglia si recò alla piazza borbonica, lungo la marina, ove un soldato napoletano sali sulla statua del re, fece i massimi sforzi per abbatterla, ma non essendo stato aiutato da alcuno, non potè riuscirvi, e si contentò di mutilarla (144) .

II luogotenente avrebbe potuto reprimere tante licenze, se avesse avuto più senno, più cuore, o forse ordini diversi; ma in quel momento, in cui conveniva agire, ed agire colla massima energia, egli pensò di venire a patti colla canaglia, e quel ch'è peggiò, di deluderla. Torme immense di gente si affollarono sotto la casa sua, gridando che voleano proclamata l’indipendenza. Egli replicò la promessa del giorno antecedente, di spedire subito una barca in Napoli a quell’oggetto; ne diè avviso al pubblico con un proclama; ma quella barca non si vide partire.

Ma ciò è ben poco. Comeché la truppa fosse stata, sino a quel punto, perfettamente d’accordo colla plebe, pure non si sa come questa, venuta in diffidenza di quella, pretese di aver consegnalo il Castello-a-mare; ed il luogotenente aderì a quella do manda, e consegnò a coloro che ne lo ricercavano un ordine del maresciallo O’Farris, capo dello stato maggiore, diretto al tenente-generale La Grua, comandante del Castello-a-mare, di ammettere dentro il castello tanti artigiani, quanti soldati vi erano, per farne insieme la guarnigione. Ma quando coloro giunsero con quell’ordine al castello, trovarono una immensa ciurmaglia dentro il forte; alla quale si distribuivano le armi con tanta regolarità, che si era dato ordine ch'ognuno non potea pigliarsi più di un solo fucile: a segno che i ciurmatori, per evader la legge, ognun di essi si pigliava un fucile, andava fuori a lasciarlo a qualche compagno, e poi tornava a riceverne un altro. Così fu distribuito ai scalzoni un deposito di quattordicimila fucili, e fu loro ceduto il castello, con più centinaia di cannoni. Il Castello-a-mare di Palermo non è un forte da resistere all’attacco regolare della truppa di linea, ma dovea certo farsi beffe delle minaccie di una plebaglia inerme. Perché mai il luogotenente lo trascurò in quei critici momenti? Perché non pensò ad accrescerne la guarnigione, e molto meno ad andarvisi a racchiudere sé stesso, come avean fatto, in simili occasioni, altri avveduti governanti? Come si lasciò egli indurre a dar quell’ordine? Come il tenente generale La Grua ammise la plebe entro il castello, anche prima di averne l’ordine? Dato che lo abbia fatto in seguito a quell'ordine, può mai ciò giustificarlo? Onde quella regolare distribuzione d’armi, che esclude qualunque idea d’invasione della plebe (145) ?

L’esempio di ricorrere, in casi estremi, al perfido ripiego di suscitare una sedizione della plebe, non è nuovo in Sicilia. Si tentò più volte questa rea impresa al 1813, e se allora mancò d’effetto, ciò fu per la diversità delle circostanze. Allora il popolo era attaccato al governo attuale; pochi discreditali cercavano una novità; la truppa inglese, il coraggio e l’attività di quei generali, tagliaron subito i passi ai malintenzionati. All'epoca di cui scriviamo, il popolo anelava per un cambiamento; il governo era odioso ed imbecille; la truppa, lungi di frenare, spinse il movimento, di cui forse altri profittò.

Il tempo non è ancora maturo per isquarciare il velo (146) che cuopre il turpe mistero di questi avvenimenti. Tutto ciò che può fare lo storico, si è di riferire fedelmente i fatti, ed invocare il fulmine del cielo contro quegli esseri iniqui, che vollero a ragion veduta provocare scene sì tristi. Il sangue sparso in Sicilia, e le lagrime di migliaia di vittime de posteriori avvenimenti, grideranno sempre vendetta contro gli autori di tante calamità.

FINE DEL CAPITOLO PRIMO.


Capitolo II

Condotta del luogotenente. — Giunta di governo. — Giornata de 17 luglio. — Disfatta della truppa. — Saccheggi. —Evasione dei forzati. — Conciapelli. — Morte del principe di Cattolica e del principe di Aci. — Sanso. — Cacciatore. — Sacco alla villa Aci. — Giunta di pubblica sicurezza e tranquillità. Sue prime operazioni. — Stato di Palermo.

Armata la plebe, restava a darle importanza. Il luogotenente chiamò i capi delle corporazioni degli artieri, detti in Sicilia i consoli, ai quali ordinò di riunire ognun di loro una squadra di gente armata, che accompagnata da un cavaliere e da un prete, dovea percorrere la città per impedire i disordini. Fu al tempo stesso ordinala con un proclama la formazione di una guardia di sicurezza, di cui fu fatto ispettore generale il principe di Cattolica; furono destinati dei cavalieri e altre persone autorevoli per comandare la stessa guardia nei diversi quartieri e borghi della città; furono promesse loro le istruzioni, che poi non si diedero.

Se questi provvedimenti fossero stati dati qualche giorno prima, o per lo meno spinti colla dovuta energia, il male sarebbe stato riparabile. La plebe conservava ancora tanta docilità, che quando per le strade le persone oneste insinuavano ai ciurmatori di deporre le armi, essi senza difficoltà le deponevano, e se ne formava un mucchio; ma come nessuno era incaricato di ritirarle, e forse non mancava chi soffiava nel nascente incendio, gli scalzoni indi a non poco le riprendevano.

L’inerzia del governo accrebbe il coraggio della plebe, la quale cominciò a pretendere di aver anche consegnati i due forti accanto al palazzo reale, minacciando d’invaderli colla forza, se ciò le si fosse negato. Riuscì al buon cardinal Gravina, arcivescovo di Palermo, di frenare per un momento la ciurmaglia, col permettere che quaranta argentieri entrassero in quei forti per custodirli unitamente alla truppa. Cosi parve rinata per un momento l’armonia fra la plebe ed i soldati.

Il dopo pranzo del giorno 16, il popolaccio corse a saccheggiare (147) la casa di un certo Barbaglia, cui il governo avea dato la privativa de’ giuochi (148) ; e saccheggiate anche furono la casa del marchese Ferreri e l’officina del demanio.

Quella sera stessa, il luogotenente chiamò una giunta di sette persone, per consultarla sulle operazioni da farsi. Col parere di quella giunta, egli scrisse una rappresentanza al principe vicario; nella quale faceva vedere il desiderio dei Siciliani di avere un governo indipendente da quello di Napoli, e la necessità di contentarli. Si stabilì che quella rappresentanza dovea spedirsi subito a Napoli con quella magica barca, la cui partenza si promettea sempre, e non si verificava mai; ed un proclama fu scritto ed anche stampato per pubblicarlo il domane, onde far conoscere al pubblico questa risoluzione. Fu ugualmente convenuto che delle forti ronde di artieri, sotto i rispettivi consoli, accompagnati da cavalieri, da preti e da altre persone sagge, girassero per la città, per procurare di ritirare le armi dalle pani della plebe; e che, per la migliore riuscita dell'affare, ogni ronda, se i consoli lo chiedessero, fosse accompagnata da 25 soldati. Date queste disposizioni, la giunta si sciolse.

Intanto quegli artigiani che faceano le ronde, furono, non si sa come, informali che la truppa era in movimento. I cavalieri che gli accompagnavano, procuravano di disingannarli, e, sicuri della veracità del luogotenente, assicuravano loro che la truppa non si farebbe mossa che alla loro richiesta. Molti, per farli maggiormente convinti di ciò, si recarono con essi loro al palazzo arcivescovile, dove il cardinale arcivescovo, il principe di Cattolica, il principe di Aci, e molti altri che vi erano, replicarono le stesse assicurazioni. Ma questi, lungi di serenar quella gente, non servirono che a farla entrare in maggior diffidenza sulle intenzioni del luogotenente, e ben si apponea.

Il luogotenente in fatto avea dato ordine alla truppa di mettersi in armi, e pigliare una posizione imponente. La notte stessa, i soldati cacciarono dal castello e dai forti i cittadini, e al far del giorno, invece del proclama convenuto con la giunta, ne apparve un altro, in cui il luogotenente rendea ragione di quelle disposizioni militari.

Quella truppa, di cui non si avea fatto uso mentre la plebe era inerme, e che allora avrebbe potuto facilmente reprimere i primi clamori, si fece mettere in movimento quando il popolaccio era già armato ed accanito. Gli errori de’ comandanti dì quella truppa concorsero validamente alle brame di chi forse voléa sagrificarla: in vece di pigliar fuori della città una posizione nella quale l’esercito avea poco a temere agl’attacchi di una plebaglia indisciplinata e senza capi, si cacciano cinque mila uomini dentro una città popolosa in cui i ciurmatori aveano tutto il vantaggio di battersi al coperto. Un corpo di fanteria ed uno di cavalleria muovono senz’ordine, ma per semplice bravata, inoltrandosi pel Cassaro. Scesero sino a porla Felice. La plebaglia cominciò allora a far fuoco su di loro, tirando dalle cantonate; ed a grande stento, con perdita di molta gente, quei due corpi poterono tornare indietro, e riunirsi al resto della truppa, che si era formata nel piano del palazzo reale..

Molti onesti cittadini, prevedendo la fatai catastrofe che era per accadere, corsero dal luogotenente, e lo pregarono a ritirare quel passo falso; ed egli diè loro un biglietto, con cui ordinava al general comandante di sospendere le operazioni militari. Fu quel biglietto presentato; ma mentre da un lato si tentava una conciliazione, s’intesero dei colpi di fuoco da un’altra parte; allora si attaccò da per tutto la mischia. In tanto l’imprudenza di quei corpi, che aveano sceso pel Cassaro in attitudine di aggressori, lungi d’intimorire la plebe, la mise alla disperazione, e la fece determinare a correre ad aprir la prigione della Vicaria, e trarne tutti i detenuti per accrescer la sua forza..

Le prime cannonate, che spaventarono ogni pacifico cittadino, destarono l’entusiasmo guerriero di un monaco detto il padre Gioachino Vaglica. Il nuovo Achille, scosso dallo strepito marziale, lasciò l'abito imbelle, e corse alle armi (149) . Mentre tutti in Palermo erano nella massima costernazione, prevedendo le funestissime conseguenze di quella pugna, il padre Vaglica, messosi alla testé de’ ciurmatori, fe’ trasportare un cannone nel cortile dello Spedale grande, e lo fe’ postare dietro a quella porta che mette nel piano del real palazzo: istantaneamente fe’ aprire la porta e dar fuoco al cannone. Quella cannonata, tirata da un sito onde la truppa non aspettava un attacco, e che d’altronde fece molto danno ad un corpo di cavalleria che era di presso, sconcertò tutta l’armata. Al tempo stesso, un’altra banda di ciurmatori forzò una delle porte del quartiere di san Giacomo, e sboccò per l’altra nel piano del real palazzo; ciò decise la totale disfatta della truppa, tranne un reggimento detto degli Asturi, che si batté con fermezza; ma finalmente dovette cedere anch’esso, il resto di quella truppa disordinatamente fuggì per porta Nuova e per porla di Castro.

Una truppa più agguerrita avrebbe certamente fatto maggiore resistenza; e per lo meno obbligata a cedere il posto, avrebbe potuto riunirsi fuori della città, e presentare ancora un argine ai sediziosi; molto più che la perdita de soldati uccisi non era stata, sino a quel punto, che di qualche centinaio d’uomini. Ma il timore non ebbe più freno: generali, uffiziali, soldati, tutti fuggirono in infinito disordine, lasciando sul campo le armi e quanto aveano in dosso; e tutti furono o presi o massacrati dai contadini della campagna di Palermo e dei vicini villaggi. Un corpo di mille o più uomini, che avrebbe potuto ancora dar soggezione alla città di Palermo, mise basso le armi e si rese a sessanta villani del villaggio di Belmonte. Il general Pastore e cinquanta soldati che erano seco lui, furono disarmati e presi da tre soli contadini.

Il luogotenente Naselli intanto

Trasse l'uomo a peccare e poi si ascose.

Appena attaccata la mischia, s’imbarcò precipitosamente sul pacchetto Tartaro, e fuggi per Napoli.

Comechè l'antecedente condotta della truppa diminuisca in gran parte la commiserazione delle sue sciagure, pure non si può, senza ribrezzo, descrivere ciò che segui a quella zuffa. Torme numerosissime di soldati venivano a tutte le ore condotte nelle prigioni di Palermo. I marescialli 0’ Farris, Pastore e Mary, laceri, nudi, semivivi, tratti legali fra gl'insulti e le contumelie di una plebaglia inferocita, e messi in confuso cogli altri uffiziali e soldati in quelle stesse prigioni, onde erano evasi i più infami malfattori. Destino tanto più commiserevole, in quanto erano compresi in quel numero una gran quantità di onorati uffiziali e d’innocenti soldati, che non aveano avuto alcuna parte ai rei procedimenti dei loro compagni.

La plebe delle grandi città è sempre la parte più corrotta del popolo; non è dunque da meravigliare se la plebe palermitana, suscitata, aizzata, confusa a tutti gli assassini scappati dalle prigioni, sparse l'anarchia, e commise dei disordini. Naturalmente avvenne che, disfatta la truppa, sciolto il governo per la fuga del governante, la licenza non ebbe più freno. Col pretesto d’andare in cerca de’ soldati nascosti, furono saccheggiate tutte le case ove abitavano gli uffiziali, anche di coloro che non aveano avuta parte alcuna alla mischia. Fu saccheggiato il Barò tipografico e tutto il quartiere di san Giacomo; si fé lo stesso al palazzo reale; e fu somma ventura che la specola astronomica di Palermo fosse andata esente dal saccheggio (150) .

La plebe intanto compì il trionfo dell’anarchia col correre a liberare i forzati, che eran custoditi nel bagno al molo. Quella torma di gente, incallita al delitto, sparsa nella città, accrebbe lo spavento e la costernazione di tutti, e finì di corrompere il popolaccio.

Fra tutta la plebe palermitana, ha sempre più che ogn’altro levata la cresta il celo dei conciapelli. L’abitare tutti costoro nello stesso sito, pieno di nascondigli atti a favorire i delitti, l’ignavia e la debolezza del governo avean fatto loro acquistare una straordinaria baldanza, uno spirito facinoroso, ed una sistematica insubordinazione; a segno che la concia di Palermo era l'ordinario asilo de’ malfattori del regno; ed i conciapelli non avevano mai pagato tributi, né il governo avea mai osato obbligarli.

Sciolto violentemente l'ordine pubblico, i conciapelli divennero i Giannizzeri di Palermo. I forzati ed i detenuti evasi dal bagno e dalle prigioni furono riuniti nella Concia, e se ne fece un corpo di armati, che venne a formare la guardia d’onore di quel console, e serviva sotto i suoi ordini particolari. Quindi avvenne, che all’orrore di una battaglia entro le mura di Palermo, successe un seguito di delitti e di violenze.

Il principe di Cattolica era venuto in sospetto della plebe per aver egli assicurato cogli altri, che la truppa non si sarebbe mossa; e un tal sospetto si accrebbe fra’ sediziosi, quando egli negò di mettersi alla loro testé contro la truppa: onde il popolaccio lo chiamava traditore. Nel caldo della zuffa andò a cercare ricovero sul pacchetto ove erasi anche imbarcato Naselli; ma costui non volle riceverlo, e lo rimandò a terra. Allora lo sventurato cercò di nascondersi nelle campagne della Bagheria; ma scoverto, fu barbaramente ucciso, e il suo cadavere fu lasciato più giorni sulla pubblica strada.

Non men funesta fu la fine del principe di Aci. Costui era malveduto generalmente per la sua antecedente condotta, ed odioso in particolare per le violenze e le concussioni da lui commesse quando fu pretore. Realista (almeno quando i suoi interessi lo portavano ad esserlo), provveduto di un impiego luminoso, senza veruna apparente ragione, si era dato molta briga nei primi giorni di quei torbidi, ed era stato uno di coloro che aveano insinuato alla plebe di occupare il Castello-a-mare. Scoppiata poi la tempesta, era fuggito in Morreale; di là venne a ricoverarsi io Palermo, nella casa del cardinal Gravina. Venuto ciò a notizia della ciurmaglia, questa cominciò a minacciare e chiamar traditore Io stesso cardinale. Onde si pensò di salvarlo, mettendolo in qualche luogo di arresto. Si vuole che uno dei conciapelli, con cui il principe di Aci avea delle relazioni di amicizia e d’interesse, richiese di custodirlo in sua casa, mostrando di voler fargli un servizio; ma allorché quello sventurato fu condotto in quella casa, il padrone mise avanti delle scuse per non più riceverlo; onde ne uscì per esser condotto altrove; ma appena sulla strada, fu ucciso. Gli fu recisa la testa, e portata in trionfo per le strade di Palermo (151) .

Un certo Ammirata, per vendicarsi di un tal Sanzo, artigliere littorale, sparse ad arte la voce che costui avea inchiodalo i cannoni; con tal pretesto lo ammazzò, e diè sacco alla sua casa. Da quel momento la plebe vide da per tutto inchiodatori di cannoni. Fu visto in una strada un accattone che raccoglieva cenci per venderli. A costui fu trovato addosso un chiodo: senza altro esame fu fucilato ai momento. E poco mancò che la stessa sorte non fosse toccata a Nicolò Cacciatore, direttore della specola astronomica. Costui, mosso da un lodevole zelo per la conservazione di uno stabilimento che reca tanto onore alla Sicilia e a lui, a rischio della vita si introdusse nel palazzo reale per cercar d’impedire il guasto della specola. Giusto in quel momento, si gridò che i cannoni erano inchiodati. Quella ciurmaglia cominciò a cercare da per tutto il traditore: visto a caso colui, di una figura ignota, si suppose di esser egli l’inchiodatore cercalo; onde fu preso, ed era per esser fucilato, quando taluno, che volle salvarlo, disse che bisognava prima fargli rivelare i rei; così fu tratto alla vicaria, donde dopo due giorni, conosciuto l’equivoco, uscì.

Mentre la plebaglia andava in traccia di militari, una banda di quei malfattori vide in un vicolo il vecchio colonnello Caldarera, comandante degli invalidi, che fidato sulla sua innocenza e sulla sua età, era ito a sentir messa. Quei mascalzoni gli si fecero addosso, e gl’intimarono di ceder loro la spada e rendersi prigioniere. Quel buon vecchio rispose, che finché avea vita, non avrebbe mai cessa la spada che per ordine del re. Né la sua venerabile canizie, né la sua inoffensiva figura, né quell'onorata risposta, valsero a piegar la ferocia di quei barbari: uno di loro con una fucilata lo stese al suolo.

Una banda di quei sediziosi corse a dar sacco alla deliziosa villa del principe di Aci; e non contenta d’averne involato mobili, argento, arredi, e quanto vi era di prezioso, ne svelse le porte, le finestre, e fino i mattoni, sterpò gli alberi dei giardini, devastò tutte le piantagioni. Talché un sito che formava uno de’ più belli ornamenti di Palermo, in pochi istanti non presentò più che qualche muro cadente, ed un campo nudo e desolato.

Pure in mezzo a tali orrori, la plebe stessa cercò un governo. Il giorno 18 luglio (152) , i consoli tutti si diressero al pretore, e proposero che si formasse una giunta per restituire la calma in città. Furono destinati dagli stessi consoli dieci cavalieri per formare la nuova giunta, e dieci giurisperiti come collaboratori (153) . Ma come la nobiltà in quelle tristi vicende era ita in gran parte a ricoverarsi in campagna, o altrove, delle bande armate furono spedite a trarre in Palermo i membri della giunta (154) .

Ma appena creata la giunta, si vide che essa era meramente un corpo passivo, e che nel fatto tutta l’autorità era nelle mani di quella canaglia, che avea la forza. Alla prima seduta di quella giunta, il palazzo arcivescovile, ove essa sulle prime si adunava, fu accerchiato da un’immensa torma di tutti i detenuti e forzali evasi, che chiedeano a gran grido di essere assoluti de’ loro delitti. Non si trovò altro compenso, che quello di far comparire al balcone il cardinal arcivescovo, il quale fe’ loro una croce di benedizione in segno di assoluzione (155) ; e quella scena fortunatamente li contentò. Si unì a questa una carta di sicurezza, che fu spedita ad ognun di loro, la quale per altro fu concepita in termini così equivoci, che potea solo valere finché il governo era senza forza.

Scosso una volta il santo impero delle leggi, era ben difficile che quella torma di malfattori avessero voluto rientrare nell’ordine, e tollerare in pace qualunque governo: indi avvenne che cominciarono a spargersi delle voci sediziose contro la giunta, e particolarmente contro il cardinal Gravina. Veramente la lunga dimora di questo prelato in Ispagna, il suo noto attaccamento al partilo realista di quel paese, il titolo di defensor fidei a lui concesso da Ferdinando VII, non erano certo la miglior commendatizia in quelle circostanze. Si aggiunga a ciò l’aver egli dato ricovero al principe di Aci, per cui la plebe chiamava traditore anche lui; e queste voci si accrebbero a segno, che ognuno vide in gran pericolo i giorni di quel prelato, cui tutt’altro può accagionarsi che pravità di cuore.

Fortunatamente il padre Gioachino Vaglica, che grande autorità avea acquistata sulla plebe, per la straordinaria bravura mostrata nella giornata de’ 17 luglio, pigliò la difesa del suo superiore, restò ad abitare nel palazzo arcivescovile, facendolo custodire da gente di sua fiducia, e tanto si adoprò presso i sediziosi, che giunse a distoglierli da quel reo proponimento.

Intanto la necessità obbligò la giunta ad assoldare quelle bande armate, perché quei ciurmatori non si dessero a nuovi delitti, e per servire in qualche modo di forza a quel precario governo. Ma il numero di quegli armati era immenso: v’erano tutte le persone veramente facinorose; v’erano anche tutti gli artieri ed operai, i quali nel disordine pubblico non trovando più da vivere, cercavano questo mezzo di sussistenza.

Oltre a quella gente armata per servizio pubblico, non vi era casa privata alla cui porta non si fosse veduto uno stuolo d’armati; sia che il proprietario li avesse posti per sua custodia, sia che eglino stessi speculassero un tal mezzo di concussione, presentandosi per custodire a forza le case, ed estorcessero così il soldo ai padroni di esse. Cosi Palermo non presentava, in quei luttuosissimi giorni, che torme immense d’armati sparsi in tutte le strade, cannoni postati qua e là, teste recise, appiccate alle aste, cadaveri strascinati, mucchi di cenere ancor fumanti (156) ; e in tutti i volti si vedea dipinta o la feroce arroganza del delitto trionfante, o il pauroso contegno della sicurezza perduta. Tale era lo stato di Palermo quando giunse il principe di Villafranca.

FINE DEL CAPITOLO SECONDO.


Capitolo III

Accoglienza fatta al principe di Villafranca. — Rinunzia del cardinal Gravina. —Arrivo della flottiglia napoletana. —Deputazione spedita in Napoli, ed invito alle altre città. — Disordini dell'interno del regno. — Arresto della deputazione in Napoli. — Nuova annata siciliana. — Proclama del principe vicario. —Guerriglie. — Caltanisetta. — Principe di Fiumesalato. — Fuga dell'intendente ed eccidio di Caltanisetta.

Le notizie già arrivate in Sicilia della condotta tennta in Napoli dal principe di Villafranca; l'opinione vantaggiosa che di lui si avea per l’onestà sua, e pei dolci costumi suoi; Tessersi egli nelle precedenti vicende distinto fra gli amici della libertà e costituzione,, fecero che egli fosse accolto dal popolo di Palermo. con trasporti di giubilo, e colle dimostrazioni del più alto rispetto.

Ed in vero deve ascriversi a somma ventura della Sicilia l'arrivo di quel signore in quelle luttuose circostanze: la sua presenza bastò perché la plebe, come scossa da una nuova sensazione, avesse cessato d’inferocire più oltre; talché il popolaccio stesso, appena seppe l'arrivo in porto del principe di Villafranca, corse a rimuovere dalla piazza Vegliena la testa del principe di Aci, sicura che quel truce spettacolo lo avrebbe raccapricciato.

Colse allora la favorevole occasione il cardinal Gravina, per sottrarsi dalla scabrosissima posizione in cui era, e si dimise della carica di presidente della giunta, contentandosi di restare semplice membro di essa; e per acclamazione universale occupò quel posto il principe di Villafranca.

Comeché da quel momento la città di Palermo avesse pigliato un aspetto, almeno in apparenza, più tranquillo, pure quella calma era tutta apparente e precaria. La plebe era divenuta meno insolente, perché l’abitudine di rispettare i grandi, e le acclamazioni universali fatte al principe di Villafranca le imposero, e in qualche modo la domarono; ed altronde i malviventi scappati dalle prigioni, che davano il principale incitamento ai delitti, in parte erano entrati nel covile della concia, e parte erano iti nell’interno del regno, in cerca di nuova preda. Del resto, la mancanza di forza reale, e la forma stessa del governo faceano che l'autorità della giunta era di puro nome; ma il supremo potere era nelle mani della plebe, che avea la forza.

I settantadue consoli d’artieri d’autorità propria avean preso posto nella giunta: quindi i membri di essa ed i collaboratori si doveano guardare di proferir parola contraria ai sentimenti di tale gentaglia, incapace di previdenza, di silenzio, di estensione, di vedute, che credea il mondo intero circoscritto entro le mura di Palermo, ed era direttamente interessata al disordine. Per conoscere quel governo, basta considerare che la formola che dové darsi ai plebisciti era: La giunta, col consenso de’ consoli, decreta, ecc. In mezzo a tanti pericoli, la giunta potè sostenersi, o per dir meglio, i membri di essa poterono salvarsi, assumendo un’attitudine meramente passiva, e contentandosi d’impedire gli eccessi più clamorosi colle persuasioni, o con altri mezzi indi retti. Tale essendo lo stato delle cose, venne naturalmente ad accadere che tutte le operazioni politiche non furono che un seguito di passi falsi e di buffonerie, che lungi di servire a sostenere la causa dell’indipendenza, la resero odiosa.

Due giorni dopo l’arrivo del principe di Villafranca, si vide comparire nella rada di Palermo un vascello napoletano con altri legni. Naselli, giunto in Napoli, era sceso a terra con un solo stivale, dicendo che era fuggito in fretta da Palermo, per non essere massacrato, e che la ferocia dei Palermitani era tale, che aveano scannato tutti i Napoletani (157) . Noi non sappiamo quale oggetto abbia avuto quello stivale di Naselli; ignoriamo se pria di fuggire, abbia egli avuto tempo di mettersi l’altro stivale; è però da supporre che sulla barca abbia avuto tempo di mettersi l'uno, o di levarsi l’altro; menochè abbia voluto presentarsi in quell’abito di maschera per colorire la sua condotta, o per accreditar quella favola del nuovo vespro accaduto in Sicilia, onde recare a compimento il piano di mettere alle prese i Napoletani ed i Siciliani, per rendere inutili le forze d’entrambi.

Quel rapporto di Naselli destò, come era ben naturale, una indignazione generale in Napoli contro i Siciliani, i quali avrebbero corso qualche pericolo, se il principe vicario non si fosse adoperato efficacemente a calmare gli animi, e se non fossero sopraggiunti i magistrati Montone e Cani lo, e quegli altri, i quali erano stati mandati un anno prima in Sicilia ad istruire nel nuovo sistema i Siciliani. Costoro giunsero in Napoli due giorni dopo di Naselli, ed ivi giunti, smentirono tutte quelle false voci, e pubblicarono una relazione di quanto era accaduto sotto gli occhi loro. Nella quale dissero che i Palermitani, lungi d’abbandonarsi a quelle supposte crudeltà, aveano prestato la massima assistenza a quei Napoletani, che non essendo militari, non aveano avuto parte alcuna alla mischia; e che eglino stessi erano una prova di ciò, essendo stati assistiti e custoditi nel tempo della vertigine, e ben provveduti quando loro piacque di partire.

Il governo di Napoli, in seguito di quella notizia, avea spedito quei legni in Palermo per levare la truppa prigioniera, e quei Napoletani che per avventura quivi trovavansi. La vista di quei legni produsse un gran bisbiglio nel popolaccio, che trasportò quanti cannoni potè, e li postò alla rinfusa sulla banchetta di mare, credendo così di aver ben provveduto alla difesa della città, ignorando che i due forti, in cui termina la banchetta di Palermo, son costruiti in modo che i fuochi si incrociano; onde quei cannoni erano inutili e forse anche nocivi (158) . La giunta intanto, al primo comparir di quei legni, spedì una deputazione a bordo del vascello per conoscere le intenzioni di quel comandante. Costui dichiarò che la sua spedizione non avea avuto vedute ostili; palesò qual era l’oggetto della sua venuta, e al tempo stesso consegnò al retroammiraglio Settimo, che Iacea parte della deputazione, un decreto del principe vicario, in cui veniva scelto luogotenente generale in Sicilia.

La giunta fu nella necessità di rispondere al comandante della flottiglia, che la truppa trovandosi in istato di detenzione militare, non potea restituirsi; e gli fece al tempo stesso considerare, che la sua presenza avea esaltato gli animi, e la sua dimora potea cagionar nuovi disordini. Non si lasciò intanto di fornire a dovizia viveri ed ogni maniera di rinfreschi agli equipaggi di quei legni. La flottiglia allora si allontanò; e come il retroammiraglio Settimo rifiutò la carica offertagli, quei legni si diressero a Messina e consegnarono al principe Scaletta un secondo decreto, con cui veniva egli destinalo luogotenente di Sicilia in caso di rifiuto di Settimo.

Così svanì quel momento di costernazione; ma esso lasciò una conseguenza di sommo rilievo. Quegli inutili cannoni dovettero lasciarsi lì, perché una folla di oziosi si pose alla custodia di essi, e non volle mai più lasciare quel posto. Intanto il soldo di quella ciurmaglia importava settecent’once al giorno.

Appena le cose aveano comincialo a pigliare un aspetto più tranquillo, il voto generale del popolo, non più compresso dagli eccessi della plebe, si manifestò con maggiore energia. Già sin dal primo momento di quelle turbolenze, si era ripigliato l’antichissimo stemma siciliano nelle bandiere ed in tutti gli editti. Allontanati quei legni, la giunta destinò una deputazione da spedirsi in Napoli per rassegnare al re i fatti accaduti, e chiedergli un governo indipendente da quello di Napoli, ed un principe reale che venisse a governare in Sicilia: onde così dare un avviamento legale ai pubblici affari, ed una regolare espressione, ed un voto sostenuto da dritti validissimi.

Al tempo stesso si diressero delle lettere circolari alle altre città del regno, per dar loro notizia della spedizione di quella deputazione in Napoli, ed invitarle a far causa comune per sostenere i dritti e l’indipendenza della Sicilia. Delle deputazioni particolari furono spedite a Messina, Catania e Siracusa, ed altre principali città per invitarle ad unirsi a Palermo.

Quei savissimi provvedimenti però non ebbero il successo che si sperava, né poteano averlo. I disordini della plebe palermitana aveano prodotto due fatali effetti: discreditare la causa dell’indipendenza; chiudere qualunque comunicazione tra Palermo e le altre città; oltreché un tempo preziosissimo, in cui con calma avrebbero potuto combinarsi grandi operazioni politiche, si perdè miseramente in saccheggi e massacri. Le strade più prossime a Palermo furono per più giorni cosi ingombre di assassini, che a poche miglia di quella città s’ignorava interamente ciò che ivi accadea. Intanto i disordini come per una scossa elettrica si comunicavano nell’interno. I coscritti messi in libertà, i forzati ed i detenuti evasi, incitavano da per tutto il popolaccio alla rivolta, alla rapina, al disordine. Le autorità non raffermale dalla lunga abitudine del popolo all’obbedienza, lungi di essere di freno, servirono anzi di sprone agli eccessi.

Sull’esempio di Palermo furono da per tutto saccheggiate e bruciate le officine di nuovo conio; e l’insensato furor della plebe giunse in certi luoghi a tale, che furono bruciati fin gli archivi pubblici e gli atti de’ notai. Disordini, rapine, privale vendette si commisero quasi in ogni città.

Egli è il vero, che il principe di Villafranca e la giunta spedirono delle bande armate per isgombrare le strade dagli assassini che le infestavano; e così il commercio era ritornato in qualche modo sicuro. Ma il male allora non era più riparabile: già la causa dell’indipendenza era stata denigrata; già si era, dato ai nemici della Sicilia di confondere il voto ed i dritti del popolo cogli eccessi della canaglia; già indipendenza era divenuto quasi sinonimo di scioglimento dell’ordine sociale. Né le altre città potevano aderire a Palermo, che immergendosi nelle stesse calamità di essa, sciogliendo il governo e tentando le briglia al popolaccio: quindi in molti luoghi il popolo sostenne quel governo che abboniva, solo perché era un governo.

Da un lato, l’invito all’indipendenza veniva da una città governata da settantadue consoli, assistiti da galeotti (159) , che davan solo l’esempio dell’anarchia alle altre città siciliane, senza potere offrir loro garanzia o soccorso di sorte alcuna; dall’altro, il governo di Napoli presentava uno stato di cose regolare e tranquillo, una sicurezza ai cittadini, ed una costituzione, al popolo. Il principe vicario scriveva delle lettere fortissime a tutti gli intendenti, per animarli a non distaccarsi da Napoli, e promettea loro difesa e soccorsi; la truppa napoletana serviva, è vero, a comprimere il voto del popolo, ma valeva anche a reprimere gli eccessi della plebe; e finalmente il fatai contagio della carboneria, che dai Napoletani si disseminava per accrescere il loro partito, serviva ad illudere e sedurre molti ad allontanarsi dalla causa siciliana. In tale stato di cose, il vantaggio era tutto per Napoli; eppure tranne quelle poche città che erano sotto al tiro del cannone napoletano, tutte le altre vennero ad aderire a Palermo: tanto il sentimento era fermo ed universale fra' Siciliani! Il governo di Napoli non poteva conservar la Sicilia che a forza di violenze, e col non permettere che i Siciliani potessero legalmente mostrare i dritti loro. Quindi, violando apertamente tutte le leggi, la deputazione spedita dalla giunta di Palermo al re fu arrestata in Napoli, ed i deputali furono rinchiusi in una casina di campagna, ove fu loro vietato non solo di presentarsi al re, ma di vedere chicchessia. Al modo stesso, coloro che erano stati spediti a Messina ed alle altre città, furono colà arrestati e spediti prigionieri al castello di Gaeta.

La giunta intanto pensò di formare una nuova armata per dar forza al governo, e ricondurre la plebe all’ordine ed all'obbedienza. L’idea era ottima; l'esecuzione fu pessima. I consoli legislatori acclamarono capitan generale il colonnello Emmanuele Requisens, entusiasta senza talenti, soldato senza coraggio, liberale senza disinteresse (160) . A questa prima buffonata ne tennero dietro delle altre ancor più ridicole. Il monaco Vaglica fu fatto colonnello; i consoli vollero tutti il grado di capitano; e lo diedero a molti cui nei plebisciti si dava il titolo di benemeriti cittadini, ed il pubblico conoscea per famosi assassini. Si vollero formare cinque reggimenti di fanteria, uno di cavalleria ed uno d’artiglieria. Tranne pochi uffiziali della distrutta armata, che spinti dalla fame vollero prestar servizio nella nuova, il resto degli uffiziali furono per lo più sarti, parrucchieri, e fin servidori e persone di simil genìa.

Se il nuovo capitan generale avesse avuto più cuore, più senno, e vedute più estese, avrebbe formato la nuova armata per la maggior parte nell’interno del regno. Così avrebbe minacciato più da vicino i Napoletani, avrebbe fatto cuore alle popolazioni compresse, avrebbe frenalo l’anarchia, e più soggezione avrebbe dato alla plebe di Palermo; ma assoldando, come si fece, tutti gli scalzoni della capitale, ed altra gente anche più corrotta, non si ebbe che una pericolosa congrega, affatto inutile per l’interna sicurezza e per la difesa esterna.

Giunse intanto in Palermo un proclama del principe vicario diretto ai Palermitani; nel quale amaramente rinfacciava la loro condotta, insinuava loro di ritornare all’obbedienza del re e dei magistrati, gli animava a seguire ’ esempio del popolo confratello, e conchiudea con minacciare misure dispiacevoli al suo cuore. Un tal proclama accrebbe l’indignazione generale. Fu allora pubblicata una risposta dei Palermitani; nella quale si epilogavano tutti i torti ricevuti dalla nazione siciliana, e si facea vedere che tutti i disordini accaduti eran da accagionarsi al governo di Napoli (161) .

Non era ornai più da sperare, né che il governo di Napoli si fosse indotto a riconoscere i dritti della Sicilia all’indipendenza, né che Messina e le altre città dissenzienti si fossero riunite a Palermo. Laonde si vide bene che una guerra era inevitabile; quindi si vollero dare delle disposizioni militari. Ma come tutto, in quel fatai periodo, dovea portare l’impronta funestissima della plebe sovrana, quanto si fece per sostenere le giustissime pretensioni de’ Siciliani, o fu pernicioso, o lo divenne nell’esecuzione.

Molti, ed il capitan generale più che altri, erano tanto invasi d’ispanomania, che vollero in tutto far la scimia agli Spagnuoli: onde si volle che fossero spedite delle guerriglie nell’interno del regno, perché in lspagna erano state guerriglie; senza calcolare la differenza enorme tra i paesi, tra i tempi, e tra le circostanze; e senza prevedere che quel passo era per arrecare conseguenze così triste, che le altre città siciliane avrebbero avuto grande ragione di aborrire la causa dell'indipendenza. Né ciò tardò a vedersi.

Fra le città dissenzienti era Caltanisetta; la quale, nei cambiamenti fatti dopo il decreto degli 8 dicembre 1816, era divenuta capitale di una delle sette proviucie in cui si era divisa la Sicilia. Sede di un tribunale, di un intendente e di tanti impiegati, era ben naturale che essa avesse avuto meno delle altre città a dolersi del governo di Napoli, o che quel popolo fosse maggiormente compresso. La giunta di Palermo, ben conoscendo che il timore di perdere le acquistate prerogative poteva esser d’impedimento a molte città di aderire a Palermo, avea stabilito che da per tutto restasse lo stesso sistema di magistrature. Ma gli emissari del governo di Napoli facean modo, che nessuna delle carte pubblicate in Palermo fossero penetrate nei luoghi di loro dipendenza. Intanto conosceano eglino che l’opinione generale del popolo siciliano era da per tutto la stessa, e che quelle città non poteano restare nella dipendenza di Napoli, che fino a tanto che sarebbero affatto allo scuro del vero stato delle cose.

l’intendente, cavalier Luigi Gallego, e tutti quei magistrati venduti a Napoli, dopo di aver ottenuto quelle cariche per guiderdoni della loro turpe condotta nel Parlamento del 1815, vollero sostenerli con modi anche più turpi: quindi non lasciarono mezzo intentato per impedire che quella città aderisse alla causa dell’indipendenza.

Numerose bande armate tenevano in tutte le vie che metteano in città, per impedire qualunque comunicazione, non solo colla stessa Caltanisetta, ma con Noto, Siracusa e le altre città meridionali. L’intendente mostrava a tutti le lettere del principe vicario e del luogotenente, principe di Scaletta; nelle quali gli si raccomandava di fare i massimi sforzi perché quella città stesse salda nell’aderire a Napoli.

Fingeva dei corrieri venuti da Messina, coi quali gli si prometteano grandi soccorsi d’armati per sostenersi. Centinaia di persone furono arrestate e si tenean prigioni pel solo sospetto di voler aderire a Palermo. Con tal terrorismo, con tali arti riuscì a quell’intendente ed a quei magistrati di destare in quegli abitanti un fanatismo antisiciliano, e di farli ostinare nel funesto proponimento di distaccarsi dalla causa dell’indipendenza.

Ad onta di tutto ciò, sarebbe stato facile di render vani tutti quegli sforzi collo spedire delle persone avvedute e prudenti, che senza allarmare, avessero fatto penetrar colà tutte le carte che si stampavano in Palermo, ed avessero fatto conoscere a quei cittadini il loro vero interesse e la causa che allora si agitava. Ma un reo destino della Sicilia volle che la più giusta di tutte le cause avesse dovuto sostenersi coi mezzi più ingiusti.

Fu dapprima destinalo a recarsi in Caltanisetta il principe di Fiumesalato, per indurre quei cittadini ad aderire alla causa dell’indipendenza. Certo non potea destinarsi a ciò persona più disadatta. Costui ignorante, sconsigliato, imprudente, poco onesto, e discreditato, non avea in quella città altri amici che coloro, i quali, nelle passate vicende, aveano come lui sposato il partito anticostituzionale, ed avean seco lui cooperato al sacrifizio della Sicilia.

Queglino erano stati ricompensati per quell’indegno servizio colle principali magistrature della loro patria; egli nulla avea ottenuto, perché nulla personalmente meritava, e perché il piano del ministero di Napoli era stato quello di valersi dell’opera di alcuni tra i Pari per distruggere la costituzione, e poi distruggere quel ceto che potea esser d'ostacolo al governo assoluto.

Così quest’uomo, lungi da dirigersi, come dovea, agli oppressi, si diresse agli oppressori, che raddoppiarono la vigilanza per non farlo riuscire.

Per una strana inconseguenza, il principe di Fiumesalato volle far mostra d’una bravura che non avea, col ridurre colla forza quella città, che non avea saputo persuadere. Quindi chiese dalla giunta quella forza; e la giunta ebbe la fatale imprudenza di spedire una guerriglia da mettersi sotto il suo comando. Egli intanto, per prepararsi a quell’impresa, chiamò a sé tutti gli assassini e forzati scappati da Palermo; ed a costoro si unì la guerriglia, composta di gente dello stesso conio, e molte altre partile di masnadieri, che col pretesto di andare alla spedizione di Caltanisetta, aveano dato sacco a quanti altri paesi loro s'eran parati innanzi.

La prima prodezza del nuovo generale fu quella di ordinare il saccheggio delle campagne all’intorno. Quel territorio, uno dei più fertili e meglio coltivati di Sicilia, fu interamente devastato. Branchi di bestiame involati, fattorie distrutte, campi dati in preda alle fiamme, furono i primi trofei dell’Attila siciliano, che chiamava la sua masnada Grande Armata di san Cataldo.

Questo sciagurato non capiva che una guerra civile per lui si provocava in Sicilia, che sangue siciliano era per spargersi per mano di Siciliani, e che proprietà siciliane eran quelle che si devastavano.

Intanto l’intendente Gallego, nipote di Naselli, ne seguì fedelmente l’esempio. All’avvicinarsi della tempesta fuggì notte tempo, e portò seco dugent’uomini di troppa di linea che ivi erano, i quali avrebbero potuto far qualche resistenza ed accrescere il coraggio di quella misera gente. Molti di quei cittadini pensarono allora di salvarsi altrove; il rimanente pensò di venire a patto.

Era quello il momento in cui il principe di Fiumesalato avrebbe potuto riparar tanti orrori e rendere un gran servizio alla Sicilia. Per guadagnar quella città, bastava ritirarsi, ed esiger per sola condizione ch'essa si distaccasse da Napoli. Ma il principe di Fiumesalato credè che ciò non bastava alla sua gloria e forse ai suoi interessi: onde egli pretese da quei cittadini che gli si pagassero ventimila once, e gli consegnassero arrestati tutti i magistrali della città. Mentre ciò si stava pattuendo, alcuni di quei di Caltanisetta fecero fuoco sopra una partita della gente di san Cataldo; allora si gridò al tradimento e si corse all’armi. La superiorità del numero e quattro cannoni fecero ben tosto disperdere gli armati che difendevano la loro sventurata patria.

Un torrente di assassini invase Caltanisetta. Quell’infelice città fu per più settimane esposta al sacco, non che della guerriglia di Palermo, ma degli assassini dei villaggi vicini, e della plebe stessa della città. Si giunse alla barbara ferocia di appiccare il fuoco in molli punti della città, per distruggerla dalle fondamenta. Furono massacrati moltissimi, non solo fra coloro che fecero resistenza, ma fra’ pacifici cittadini; e fin taluno fu crudelmente ucciso nella chiesa, in cui si era ritirato.

Un gran numero di quei cittadini d’ogni condizione fuggirono a piedi in varie direzioni, e credendo di aver sempre i masnadieri di Palermo alle spalle, corsero nudi a recarsi sino a Siracusa ed a Messina, spargendo da per tutto lo spavento e l’orrore pel nome palermitano Possa l’ira vindice del cielo piombare su quel capo reo, che primo concepì l’empio disegno di dar l’impulso a tante calamità! (162)

FINE DEL CAPITOLO TERZO.


Capitolo IV

Condotta posteriore del principe di Fiumesalato. — Giubilo della plebe per la vittoria. —Arrivo di Abela da Napoli, e sua spedizione per Siracusa. — Cuzzaniti. — Depredazioni di Cefalù. — Palmieri. — Padre Errante. — Nuova spedizione del principe di Fiumesalato, — disfatta da Orlando. — Depredazioni della truppa napoletana.

V’hanno talvolta dei delitti politici, il cui orrore si perde fra lo splendore delle azioni gloriose per la straordinaria bravura, o sono coonestati dalla necessità o dal profitto che se ne trae. L’eccidio di Caltanisetta non fu che un grande assassinio senza gloria e senza necessità; ma ciò che lo rese ancor più orribile si fu, che avendo potuto ricavarsene sommi vantaggi, il principe di Fiumesalato non seppe trarne alcuno.

Il governo di Napoli essendo, sino a quel punto, sicuro dell'adesione delle città capitali delle altre provincie siciliane, poco avea temuto Palermo e le città inferiori, malgrado la gran massa della loro popolazione. E si era lusingato che la città di Palermo sarebbe stata costretta dalla sua debolezza a cadere da sé stessa. Ma l’impresa di Caltanisetta gettò lo spavento da per tutto, e più che altrove in Napoli, e fe’ conoscere a quel governo che la sua autorità era minacciata in qualunque punto dell’isola.

Tale sensazione avea fatto in Sicilia la resa di Caltanisetta, che se il principe di Fiumesalato avesse continuato la sua marcia dopo quel fatto, non vi sarebbe stata città di Sicilia che non avrebbe inalberala la bandiera dell’indipendenza, per non esporsi allo stesso infelice destino di Caltanisetta. Ed un tal pericolo era tanto maggiore, in quanto in quelle stesse città che mostravano di aderire a Napoli, esistea un gran partito per l’indipendenza, e da per tutto la plebe aspettava la favorevole occasione di scuotere il giogo delle leggi.

Ben previde ciò la giunta di Palermo: onde ordini pressantissimi furono spediti al principe di Fiumesalato di affrettar la sua marcia sopra Catania e Messina; ma costui, non si sa per qual ragione, fece ritorno a Palermo (163) . Quindi parve che si fosse saccheggiata Caltanisetta solo per saccheggiarla.

In un paese già da secoli non uso alle armi, in cui battaglie e vittorie erano divenute vuoti nomi, l’annunzio di quella azione produsse un ebbrezza generale; ed altronde si ignoravano sulle prime in Palermo le scene d'orrore colà accadute. Un plebiscito dichiarò che il principe di Fiumesalato, e tutti coloro che avean fatto parte di quella spedizione, aveano ben meritato della patria. Si pretendea finalmente solennizzare quel trionfo con una generale illuminazione in città.

Il principe di Villafranca risparmiò alla Sicilia l'affronto di quel pubblico attestato di gioia per un avvenimento cosi funesto. In una patetica arringa, diretta ai consoli ed a tutti gli astanti, egli disse, che sarebbe stato scandaloso che Siciliani avessero mostrato tanta compiacenza pel danno arrecato ad altri Siciliani; che se una dura necessità avea messo le armi alle mani ad alcune città siciliane contro le altre, dovea ciò considerarsi come una sventura a tutti comune; disse che le funeste scene accadute in Caltanisetta dovean render ragione della condotta della giunta a coloro che l'accusavano di lentezza nella spedizione di guerriglie; che il sangue sparso in Caltanisetta dovea destare lagrime di rimorso, lagrime di pentimento, non di compiacenza (164) . Questo discorso fece una sensazione sì forte in tutta l’udienza, che riscosse il pianto di tutti. Ciò malgrado, il fatale esempio del saccheggio di Caltanisetta portò conseguenze funestissime.

I popoli sono come i liquori; mettendosi in fermento, la feccia vien su e gl’intorbida; quella violenta agitazione di tutte le parti deve o perfettamente depurarli, o corromperli interamente. Ciò fu per avvenire in Sicilia. In quella universale convulsione, i mezzi ordinari di sussistenza erano tutti cessati. I proprietari o non ritraevano più alcun prodotto dai loro fondi, o lo traevano a stento; il foro era chiuso, il commercio interrotto; e naturalmente avvenne, che tutti coloro che viveano con qualche mestiere, non ebbero più da vivere. La necessità gli portava alle armi; le circostanze, la mancanza di forza nel governo, e la mala direzione gli portarono alla rapina. A tali stimoli venne ad aggiungersi l'esempio di aver veduto molti tornar da Caltanisetta carichi di bottino. Così d’allora in poi la smania di andar colle guerriglie divenne universale nella plebe.

In tale stato di effervescenza giunse da Napoli in Palermo Gaetano Abela da Siracusa. Costui era stato arrestato qualche tempo prima per sospetto di carboneria, ed era stato condotto in una delle prigioni di Napoli. La rivoluzione gli fe’ riacquistare la libertà; un reo destino della Sicilia quivi lo trasse per aggiunger legna a quelle fiamme. Quest’avventuriero, dotalo di qualche talento e di una certa vivacità, atta a sedurre a prima vista, ma vano, leggiero ed imprudente, cercando fortuna ad ogni costo, si presentò alla giunta e fece la più felice pittura dello stato delle cose in Napoli in riguardo alla Sicilia. Disse che l’armata d’osservazione spedita dall’Austria avrebbe impedito qualunque aggressione de’ Napoletani; che in Napoli nessuno pensava a sottomettere la Sicilia; che colà la gran maggiorità rendea ragione alla pretensione de’ Siciliani per l’indipendenza; che il ministero era diviso intorno a ciò, la maggior parte de’ ministri essendo d’avviso non opporsi al voto de’ Siciliani; che pochi erano restii, ma costoro avrebbero dovuto cedere all’impotenza di usar la forza, e che quindi conveniva ostinarsi a resistere per ottener tutto.

L’audacia tenea allora luogo di ogni merito: quindi costui divenne istantaneamente uomo d’alta importanza. Gli si diè per quella relazione, che si volle pubblicar colla stampa, una gratificazione di settecento once; fu fatto colonnello, e fu destinato a comandare una guerriglia diretta contro Siracusa, sua patria.

Il nuovo colonnello, per prepararsi a quella spedizione, non risparmiò buffoneria atta a metter maggiormente su la plebaglia; fece fare delle sontuose bandiere, e dopo di averle condotte in trionfo per tutte le strade della città, le fe’ benedire pubblicamente in una messa solenne. Egli ed i suoi ufficiali vestirono un uniforme di scarlatto con galloni d’oro, cappelli tutti pieni di soli dorali e di piume di più colori; e questi luccicanti arlecchini doveano poi comandare una masnada di cenciosi e di scalzoni.

Ma costoro, stanchi di tutte quelle ridicole scene, non tollerarono più che il loro comandante stesse ancora in Palermo a far bella mostra di sé e de’ suoi galloni; laonde per primo tratto di subordinazione, si levarono una sera a sommossa, e corsero a casa del colonnello per massacrarlo se non si partiva all’istante. Fortunatamente il principe di Villafranca accorse e calmò quel tumulto. Con tali auspici la spedizione partì.

Non erano ancora a due giorni di marcia, che quei ciurmatori si bisticciarono fra loro per certe ruberie, che altri commisero ed altri voleano impedire. Una zuffa generale segni. Abela ferito fuggì; gli uffiziali si dispersero; dei soldati, altri restarono morti sul campo, altri si sbandarono, altri tornarono trionfanti in Palermo colle bandiere ed i cannoni. Venne fatto alla giunta di arrestarli; ed i capi di essi, condannati da un consiglio di guerra, furono fucilati. Ma quest’esempio di rigore nulla valse a frenare il contagio della corruzione.

Il comando della guerriglia era allora primi occupantis. Un certo Cuzzaniti, amico del console dei conciapelli, per questo solo merito, da curiale che era, fu fatto comandante di una guerriglia diretta per Trapani. Costui, alla testé di una banda di conciapelli, mise a sacco le campagne d’Alcamo, Calatafimi, Monte-Sangialiuno e Marsala, città tutte che aderivano a Palermo; onde lungi da guadagnar Trapani, si perderono molti comuni, che disgusta ti da trattamenti sì rei, si rivoltarono contro Palermo. Ma ciò è poco in confronto degli avvenimenti in Cefalù.

Sin dai primi momenti che la sedizione erasi comunicata alle altre città del regno, in Cefalù una banda di malviventi assalì la casa di un cittadino, e lo mise a morte in un colla sua famiglia, per dar sacco alla casa. Molti che occorsero alla difesa di quell’infelice, non arrivarono a tempo per salvarlo, ma vennero a capo di arrestare il principale de' rei e di fugar gli altri. Quest'assassino preso sul fatto fu dalle autorità fucilato. Un suo fratello e gli altri complici del delitto, per trarre vendetta del popolo e delle autorità di Cefalù, vennero a Palermo e cominciarono a spargere che la giunta di quella città, diretta dal vescovo, s’era gettata dalla parte di Napoli, e segretamente se l’intendea col principe di Scaletta. Un certo Geronimo Battaglia, console dei carbonai, era il più attivo nell'accreditar quelle voci, e si offerì egli stesso ad andare a punire quella città ribelle.

Il principe di Villafranca, buono com’ egli è ed incapace di far male, difficilmente s’induce a crederne altri capace; ciò dà a lui pericolosa facilità di carattere, che rende agevole agli altri di sorprenderlo. Quindi incautamente affidò a Battaglia quattro barche armate, piene di masnadieri, per recarsi in Cefalù. Egli è il vero, che il principe di Villafranca diè l'ordine espresso a Battaglia di non fare scendere in terra la gente armata, e di non fare veruna ostilità, ma solo indagare lo stato delle cose e farne un esatto rapporto alla giunta. Ma ciò non giustifica certamente l’imprudenza d’aver fatto partire quella spedizione, ad onta dei vivi e continui reclami del rappresentante di Cefalù che sedea nella giunta, e molto meno l'errore di aver affidato un tale carico a Battaglia, al quale si accompagnò un certo Gabriele Fuxa, bastardo del principe di Torremuzza.

Costoro, giunti in Cefalù, circondarono quella città d'armati, vi diressero sopra i cannoni, intimarono la resa, minacciarono il saccheggio. Quegli infelici cittadini, aggrediti per sorpresa, spaventati dall'esempio di Caltanisetta, non trovarono altro scampo che pagare ottomila once a Battaglia.

Quest’infame assassino tornò trionfante in Palermo. Il rappresentante di Cefalù insistea continuamente per avere resa giustizia di quella depredazione; ai reclami del rappresentante si unirono una querela della giunta di Cefalù, ed una memoria del vescovo di colà diretta alla giunta di Palermo. Tutti fremeano di rabbia, ma nessuno osò mai proferir parola contro Battaglia, o insistere perché costui rendesse il mal tolto; perché quel assassino, accompagnato da numerosa coorte e sicuro del favore degli altri consoli, era sempre presente in giunta. Così, mentre Palermo era fra gli artigli di una canaglia sfrenata, dovea tollerare di esser l’oggetto dell’odio di Napoli e di una parte di Sicilia, per gli eccessi che si commetteano da per tutto in suo nome.

Fra tanti orrori, di cui il solo dovere di verità può estorcere la narrazione, è consolante il mostrar la condotta di un uomo, che fece vedere come avrebbe dovuto sostenersi la causa siciliana. Sin dal momento che venne fuori la funesta idea delle guerriglie, Raffaello Palmieri (165) fu destinato al comando di una guerriglia diretta per Messina. Costui capì bene che la forza era non che inutile, ma nociva all’impresa di guadagnare le città dissenzienti; onde partì con poca ma fidata gente, che venne mano mano accrescendo a misura che si avanzava. Da per tutto si guardava bene di esigere alcun servizio o prestazione del popolo; la massima disciplina regnava nella sua piccola armata; e da per tutto la sua massima cura era quella di rimettere la tranquillità, ristabilire i magistrati, fugare e punire i malfattori; e in ciò solo facea uso della forza. Così si avanzò sino a Mistretta, ricca e popolosa città della provincia di Messina. Ivi era un partito per l’indipendenza; ma era tenuto a freno dalle autorità, che obbligate a seguire gli ordini ricevuti dal principe di Scaletta, lo comprimeano. In somma, quella città era nella stessa posizione della sventurata Caltanisetta.

Palmieri lasciò a poche miglia di. distanza la sua gente, ed entrò solo in Mistretta. L’opinione che già si era sparsa di lui, il vederlo solo, fecero che non fosse stato molestato. Giunto sulla pubblica piazza, cominciò a persuadere quei cittadini, che egli non avea nessuna veduta ostile contro di loro; che Siciliano, avrebbe avuto in orrore il lordar le sue mani di sangue siciliano; che egli era venuto solo in mezzo a loro per dare una prova della purità delle sue intenzioni; che il solo oggetto della sua venuta era quello d’invitarli ad unirsi alle altre città di Sicilia per sostenere l’indipendenza e i dritti di tutto il popolo siciliano: protestò che la sua gente non sarebbe mai venuta fra loro, menoché nel caso che eglino stessi lo chiedessero, e che ciò servisse per reprimere i malfattori e respingere i comuni nemici. Quel discorso, pronunziato da un uomo che si sapea di aver mezzi di offendere, e si vedea di non usarne, destò un’acclamazione universale. Da quel momento, Mistretta si dichiarò per l’indipendenza; quei cittadini invitarono la truppa di Palmieri ad entrare in città; le autorità ed i più facoltosi cittadini concorsero nel voto generale del popolo, e fecero a gara per colmare il comandante, gli uffiziali ed i soldati di favori di ogni sorta. Presso a cento altri comuni seguirono l'esempio di Mistretta, e si dichiararono per l’indipendenza, senza che in alcuno di quei luoghi fosse accaduto il menomo disturbo.

Così progredendo, Palmieri si avvicinava a Melazzo, ove un gran partito fra quei cittadini lo avea invitato per aiutarlo a cacciare la guarnigione napoletana, e proclamare in quella cittì l’indipendenza. Il possesso di quella piazza d’arme sarebbe stato un colpo decisivo per la causa dell’indipendenza. I Napoletani, minacciati nel centro delle loro macchinazioni, avrebbero perduto coraggio; il popolo di Messina non avrebbe più tranquillamente sofferto il giogo di Napoli; Melazzo avrebbe arrestato la marcia dell’armata che già si preparava in Napoli contro la Sicilia. Palmieri dovea, nel giorno concertato con quei cittadini, farsi trovare avanti la piazza, quando un accidente inaspettato interruppe le sue operazioni.

Un manigoldo monaco palermitano, chiamato Errante, levò una mano di scalzoni in Palermo e nel vicino villaggio della Bagheria, e si offerì di condurli ad accrescere la guerriglia di Palmieri. Senza esaminare se colui avea bisogno di questo rinforzo, senza saper se egli volea quella gente a lui ignota, non solo si aderì alla dimanda del monaco, ma gli si diedero alcuni pezzi d’artiglieria per consegnarli a Palmieri, che li avea richiesti. Il monaco però, appena si allontanò da Palermo, cominciò a mettere a contribuzione quanti paesi incontrava; e finalmente si ridusse in santo Stefano, poco lungi da Mistretta, ove allora Palmieri trovavasi. Quei cittadini, sentendo che quella gente facea parte della guerriglia di Palmieri, l’accolse colle possibili dimostrazioni di stima. Ma guari non andò che il padre Errante richiese dalla città una forte contribuzione. I cittadini costernati ricorsero a Palmeri; il quale credendo di trovar gente di suo comando, si, recò solo in santo Stefano ed ordinò a quel monaco di desistere dall’impresa. Quell’assassino gli rispose che non conosceva la sua superiorità e minacciò d’arrestarlo; anzi alla sua presenza ordinò il sacco della città. Palmieri ebbe la sorte di scappare, corse a Mistretta, e fe’ ritorno alla testé della sua guerriglia; e non avendo più potuto salvar la città, volle vendicarla. Il monaco rivoltò contro Palmieri quei cannoni stessi, che a lui dovea consegnare. La zuffa fu vivissima: quei masnadieri si difesero col coraggio della disperazione. Finalmente circa a cento di essi, fra’ quali lo stesso monaco, restaron morti sul campo; da sessanta furono presi; il resto fuggì, lasciando sulla vicina spiaggia quella preda che non aveano avuto tempo d’imbarcare, e che il, comandante fe’ restituire ai proprietari.

In seguito di quel fatto, Palmieri spedì a Palermo quegli assassini arrestati, e vi si recò egli stesso, non solo per dar conto alla giunta dell’accaduto, ma per cogliere quella occasione di persuadere il capitan generale, e quanti dirigeano gli affari di guerra, a desistere dallo spedire bande armate a depredare il regno. Disse che l’idea di sottomettere le città dissenzienti colla forza era ingiusta, irragionevole, perniciosa; che si dovea aver sommo impegno di guadagnare i cuori, non le mura di quegli abitanti; che la condotta sino allora tenuta era atta a rendere incurabile l’animosità fra le città siciliane; e finalmente che quelle guerriglie erano ugualmente dannose a Palermo, che le pagava, ed al regno, che devastavano. Tutti applaudivano alla saggezza di quei consigli, e promisero di regolarsi in avvenire giusta quelle savie insinuazioni. Palmieri ripartì; ed essendo mancata l’impresa di Melazzo, perché il principe di Scaletta, avvertito del pericolo, avea avuto tempo di rinforzare quella guarnigione, si condusse a Bronte, coll’idea di ripiegare sopra Catania.

Non si tosto Palmieri avea voltalo le spalle, i suoi consigli furono interamente obliati. Il famoso principe di Fiumesalato, già promosso a maresciallo, fu incaricato di una spedizione contro Catania per la via di Caltanisetta, e gli si diè quasi tutta la truppa di linea che si era formata a Palermo. Al tempo stesso, una guerriglia raccolta dal colonnello Orlando dovea agire di concerto con quella piccola armata.

Intanto era partito da Messina il colonnello Costa, alla testé di tremila uomini, e passando per Catania, s’era diretto a Caltagirone. La condizione della Sicilia era allora tale, che quelle torme d’armati che infestavano il regno, lungi di poter servire alla sua difesa, costituivano la sua debolezza. Le città invase non poteano opporre all’invasore che quella canaglia armata, che opprimea da per tutto gli abitanti; quindi avvenne allora in Sicilia ciò che sempre è avvenuto in simili casi: il popolo accettava il dispotismo per sottrarsi all’anarchia. Per questa ragione, Costa. entrò senza ostacolo in Caltagirone, malgrado le ottime intenzioni di quegli abitanti, e quindi passò a Castrogiovanni, colla veduta di avvicinarsi alla spiaggia di Cefalù e riunirsi alla spedizione che si aspettava da Napoli.

Trovavasi allora tra Caltanisetta e Castrogiovanni Orlando colla sua guerriglia. Il principe di Fiumesalato era poche miglia discosto da lui. Orlando, fidato dell’aiuto di Fiumesalato, si avvicinò a Costa per attaccarlo, e scrisse al maresciallo premurosissime lettere pervenirlo a raggiungere colla truppa di linea facendogli presente che la vittoria sarebbe stata immancabile. Ma colui non solo non volle avvicinarsi al pericolo, ma cominciò a spargere che temea un tradimento. Orlando imprudentemente cominciò la mischia colla sola guerriglia, assai inferiore di numero alla truppa di Costa. La voce di tradimento che si sparse allora, mise tosto il disordine in quella banda indisciplinata, che si diè alla fuga. E comecché molti gentiluomini si fossero battuti con sommo coraggio, ed i soldati napoletani sin dal primo momento avessero cominciato a metter basso le armi, pure la fuga della gente d’Orlando diè la vittoria a Costa (166) .

Quella piccola armata napoletana, dopo pochi giorni di dimora in Caltanisetta, dirigendosi per Alimena, Resultano, Polizzi, andò finalmente a fermarsi a Collesano, poco lungi da Cefalù. La rapacità, le violenze, le concussioni di questa truppa ben gareggiavano cogli eccessi della plebe palermitana. Il colonnello Costa, per far credere la sua armata maggiore di quello che era, spediva avanti ai comuni ove dovea giungere l'ordine di apportargli una maggior quantità di viveri di quei che abbisognava, ne pigliava pi quanto gliene facea bisogno, ed il soprappiù lo voleva a forza in danaro; delle forti contribuzioni da per tutto estorcea, disarmava il popolo d’ogni città, e poi vendeva le armi nella città vicina, dopo di averla disarmata. Finalmente di tutto ciò che ogni comune gli somministrava, ne facea una ricevuta sottoscritta con uno scarabocchio inintelligibile; e quando poi i sindaci vollero fatte in regola quelle ricevute, per essere indennizzali dal governo, dovettero comporre col colonnello Costa, dandogli una quantità di danaro proporzionata al credito; ed allora rifaceva la ricevuta, sottoscrivendola col suo nome (167) . Insomma l’infelice Sicilia era divenuta in quella rea stagione miserabile oggetto d’iniquità e di rapina.

FINE DEL CAPITOLO QUARTO.


Capitolo V

Progetto de' ministri di Napoli. — Ragioni che mossero la giunta ad accettarlo. — Indirizzo della giunta aire. — Partenza di Villa franca per Termini. — Primi movimenti della plebe. — Arrivo dell’armata napoletana. — Attacco del Castello-a-mare. —Incendio della polveriera. — Stato di Palermo. —Devastazioni della truppa. — Condotta del general Pepe, che risolve di ritirarsi. —Principe di Paternò. — Convenzione de' 5 ottobre. —Ingresso dell'armata in Palermo.

Tale era lo stato delle cose quando ritornarono da Napoli alcuni dei deputati che erano stati spediti al re, sin dal principio delle commozioni. La gran sensazione che avea fatto in Napoli la resa di Caltanisetta, la convinzione che la Sicilia non potea ornai più sottomettersi senza una guerra lunga e dubbia, il veder già vacillante e mal ricevuto in Europa il nuovo governo, e finalmente l'aspetto della vicina tempesta, avean fatto piegare i ministri di Napoli a proporre una conciliazione ai deputati siciliani. Essi quindi manifestarono loro che si sarebbe accordato alla Sicilia un governo indipendente da quello di Napoli, sempreché ciò venisse richiesto dalla città di Palermo e da tanti comuni, che formassero la maggiorità del popolo siciliano; cotale indipendenza però dovea estendersi a tutto ciò che non veniva in collisione colle leggi della successione al trono, e con quei legami politici fra i due paesi che dipendono dall’unicità del monarca. Proposero che la giunta di Palermo dovesse fare un indirizzo al re concepito nei sensi di sopra esposti, una copia del quale dovea mandarsi in Napoli, ed una al tenente generale Florestano Pepe, comandante la spedizione che già si mandava in Sicilia all’oggetto di sottometterla colla forza, nel caso che quel progetto venisse rigettato; e lo stesso generale era autorizzato a conchiuderlo nel caso fosse accettato.

Il tenente generale Parisi, presidente della giunta di governo in Napoli, ed i due membri della stessa, barone David Wespeare e colonnello Busso, che per parte di tutto il ministero fecero quel progetto ai deputati siciliani, dichiararono loro che una convenzione fatta su quelle basi, sarebbe stata non che ratificata dal governo, ma guarentita da tutto il popolo di Napoli. É però da riflettere che coloro che fecero tante assicurazioni, si negarono a metter in iscritto quel progetto: i fatti posteriori ne faranno conoscere il perché.

Al giunger di quel progetto, il disordine era al colmo in Sicilia, e più che altrove in Palermo. Si era quivi formata una guardia d’interna sicurezza, composta di tutte le persone di onesta condizione. Tutti i ceti aveano applaudito a questa salutare istituzione, meno che i conciapelli, che non vollero dismettere quegli assassini che aveano assoldati a spese pubbliche, i quali continuavano le stesse ruberie; e la guardia di sicurezza dovea sostenere continui attacchi contro costoro, in uno de' quali vi ebbero a perder la vita due gentiluomini (168) . Così si dovea a forza

omantenere a spese pubbliche quel covile di malfattori. S’era formato un reggimento d’artiglieria; la giunta avea ordinato ch'esso andasse a guarnire il Castello-a-mare per levarne quegli scalzoni che l’occupavano; il cui soldo importava cinquant’once ai giorno; ma costoro, in vece di obbedire, rivoltarono i cannoni contro la città; e fu forza continuare a pagare inutilmente il reggimento e la guarnigione. Gl’inutilissimi cannoni della marina e delle porte della città per la stessa ragione non avean mai potuto levarsi. Le spese di quelle fatali spedizioni nel regno erano immense, e tutte erano state a carico della sola città di Palermo; i fondi pubblici erano tutti esauriti; i tributi nell’interno del regno o non poteano esigersi, o se ne esigea solo quanto bastava per le interne spese di ogni comune. In tale stato di angustie, si era ricorso ai mezzi più violenti: s'era speso tutto il danaro depositalo nel banco di Palermo; e non bastando ciò, si era fatto un mutuo coattivo di dugentomila once, che fu ingiustissimamente ripartito e violentissimamente esatto. Lo stato interno del regno era anche più spaventevole: l’ordine sociale era sciolto quasi da per tutto; in molti luoghi gli assassini evasi dal bagno aveano d’autorità propria assunto le prime magistrature; la riunione con alcune città era divenuta impossibile; l’unione colle altre era valevole in dritto, inutile pertanto nel fatto.

I membri della giunta, e tutti gli uomini onesti e ragionevoli capivano che l'aderire a quel progetto era una ferita letale ai dritti della Sicilia; ma sentivano altresì d’esser quello l’unico mezzo di por fine alle calamità del regno, ed erano altronde persuasi che qualunque atto estorto dalla forza non avrebbe potato mai considerarsi come una legale rinunzia alle antiche prerogative della nazione siciliana.

Fu scritto quindi il proposto indirizzo, che venne sottoscritto da tutti i membri della giunta, dai collaboratori, dai rappresentanti dei comuni del regno, e finalmente dal senato di Palermo e dai consoli (169) . Si unì a questo un quadro, dal quale vedeasi che i comuni che aveano proferito il loro voto per l’indipendenza, sia collo spedire i loro rappresentanti per sedere in seno alla giunta, sia per via d’indirizzi a questa diretti, formavano l’assoluta maggiorità della nazione.

Queste carte furono spedite in Cefalù con una deputazione; ed al tempo stesso il principe di Villafranca scrisse una lettera al general Pepe; nella quale lo pregava di sospendere la sua marcia sopra Palermo,e le ostilità, finché potesse riuscire d’indurre la plebe mal doma, e tutt’ora padrona dei forti e delle armi, a ricevere amichevolmente la truppa napoletana. Il general Pepe, poco informato dello stato delle cose in Palermo, e posto sotto la sorveglianza de’ carbonari napoletani, attribuendo a timidità o debolezza quella amichevole apertura della giunta, rispose al principe di Villafranca che non era il caso della richiesta sospensione d’armi, e disse ai deputati che il domane si sarebbe messo in marcia per Termini; ove sarebbe stato bene che il principe di Villafranca si fosse recato anch’egli per conchiudere la progettata convenzione; dichiarò inoltre che i sentimenti manifestatigli dai deputati erano analoghi alle istruzioni avute dal principe vicario (170) .

Villafranca infatto partì da Palermo il domane del ritorno della deputazione spedita in Cefalù; e come la via di terra era già mal sicura, perché all’avvicinarsi dell’armata napoletana la plebe in molti luoghi avea prese le armi, si diresse per mare a Termini. Ma le cannoniere napoletane cominciarono a fare un fuoco gagliardo sulla barca che lo portava, malgrado che essa avesse inalberato bandiera bianca; talché egli e le persone del suo seguito dovettero buttarsi in mare per guadagnar la spiaggia di Trabia; ove giunto, recossi in Termini.

Quivi conchiuse col general Pepe una convenzione, per cui si accordava un’amnistia generale per tutti i delitti pubblici commessi nelle passate vicende; si stabiliva che la giunta di Palermo dovea continuare a governare tutto il regno sino all’arrivo di un rappresentante del re (171) , e finalmente che dovea convocarsi un Parlamento per conoscere la volontà del popolo per l’indipendenza (172) .

Tutto parea felicemente conchiuso, quando il principe di Villafranca disse che quella convenzione dovea sottoscriversi dal generale come incaricato dal governo, da lui come incaricato dai Siciliani, e quindi mandarsi in Palermo per farla conoscere al popolo. A ciò negossi assolutamente il general Pepe, dicendo che ciò sarebbe stato poco dignitoso pel governo che rappresentava, ed offensivo per la sua persona, perché avrebbe mostrato di venire a patti senza avere a fronte né un esercito, né una piazza che avesse potuto arrestar la sua marcia. Ma promettea pubblicar quella convenzione tostochè sarebbe entralo in Palermo. Non saprebbe in vero rendersi ragione di quella ritrosia del generale, considerando che nelle sue istruzioni gli si ordinava di far uso de’ mezzi conciliativi colla città di Palermo, sulle basi che sono state indicate. Se dunque da ambe le parti s’era con venuto sulle basi della conciliazione, dando a questa una forma legale, non avrebbe fatto che eseguire gli ordini avuti (173) .

Intanto lo stato di Palermo era ben critico. Comeché la giunta avesse aderito alla proposta conciliazione, pure la plebe altamente ne mormorava e palesamente minacciava; né la giunta 'avrebbe osato di farlo, se tutti i corpi della guardia d'interna sicurezza non avessero fatto cuore alla stessa, dichiarando che avrebbero essi represso qualunque tentativo dei malintenzionati per disturbare la conciliazione.

Veramente, sino a quel punto, la plebaglia era stata troppo messa su; la mancanza di forza, il timore di aver la pericolosa taccia di traditore, la speranza di giungere a dar buona direzione ai pubblici affari, avean fatto sì che il principe di Villafranca e tutti i membri della giunta avessero secondato forse un po’ troppo i sentimenti e le speranze della plebe, la quale altronde, per l’autorità suprema che esercitava, e per l’impunità de’ delitti, avea tanto interesse alla continuazione dell’anarchia, quanto ne avea la gente onesta a porvi fine. Onde naturalmente avvenne che quell’istantaneo cambiamento nella giunta ad accettare una convenzione, fu appreso dalla plebe come tradimento; ed in questi sentimenti si confermò maggiormente quando venne l’avviso di ciò che era seguito in Termini, ed in vece della convenzione vociferata si vide comparire un proclama dato dal general Pepe, pieno di espressioni vaghe e generali, e che conchiudea con minacciare di esterminare chiunque si fosse opposto alla sua marcia. Ed al tempo stesso giunse un di lui ordine di preparare i viveri e l’alloggio alla sua armata.

La giunta si riunì per deliberare su quelle carte, le quali destarono una generale indegnazione; e non solamente la plebe, ma chiunque avea fior di senno, conoscea che dalla parte de’ Napoletani si agiva con illealtà e mala fede: talché la giunta tumultuariamente si sciolse, senza conchiudere altro che mandare una deputazione al general Pepe, per pregarlo di nuovo a sospendere per qualche giorno la sua marcia.

Il resto di quel giorno si passò nella massima costernazione: molti prevedendo la tempesta fuggirono di Palermo: la sera, «la plebe cominciò ad attaccare uno dei corpi della guardia di sicurezza, già divenuta odiosa. Al far del giorno, quella guardia fu attaccata da tutte le parti: da per tutto si difese con somma bravura (174) ; ma la ciurmaglia corse a dar di piglia a quanti cannoni potè, gli diresse contro la stessa, e così l'obbligò a ritirarsi. Il popolaccio si diè allora a saccheggiare il palazzo del principe di Villafranca, che chiamava giacobino (175) ; ma tosto ne venne distolto dall’arrivo dell’armata napoletana avanti Palermo. l’esercito napoletano si fermò a prima giunta nella villa Giulia, e riuscì ad alcuni corpi di penetrare nella casina e nella villa del principe di Cattolica a Porla de’ Greci. Quei soldati con vandalica ferocia saccheggiarono tutte quelle case, vi appiccarono fuoco, scannando fin le donne, i vecchi ed i fanciulli. Ma quelle crudeltà, lungi d’intimorire il popolaccio, lo mise alla disperazione; e da quel momento ogni ciurmatore giurò di trar vendetta di quei soldati: né giurò invano.

La notte de’ 26 settembre, un ferocissimo cannoneggiamento ebbe luogo tra la flotta napoletana, il Castello-a-mare ed i forti a canto Palermo, che durò sino a giorno. Ognuno credea che quel castello e quei forti, difesi da gente inesperta nel maneggio dell’artiglieria, si sarebbero finalmente resi; ma al far del giorno, si vide che la flotta napoletana era stata obbligata ad allontanarsi fuori il tiro del cannone, e che il fuoco del forte di Porta Felice avea quasi diroccata la casina del principe di Cattolica, e ne avea cacciati i soldati. Allora le cannoniere palermitane, allontanata la flotta napoletana, cominciarono a far un fuoco vivissimo sulla destra dell’armata, che con grave perdita bisognò retrocedesse sino a san Giovanni de’ Leprosi.

Intanto un’immensa moltitudine d’armati, sboccando dalle montagne che circondano Palermo, correva ad attaccare l'armata alle spalle ed alla destra. Allora il general Pepe conobbe la sua imprudenza di avere rigettato le pacifiche insinuazioni della giunta e del principe di Villafranca, e di aver con tanta presunzione corso ad affrontare una città di dugento mila abitanti con forze tanto sproporzionate. l’armata, situata in un luogo d'aria malsana, attaccata in fronte dai ciurmatori palermitani, che si battevano con un coraggio estremo, battuta in fianco dalle cannoniere, minacciata da un attacco alle spalle e sulla destra, sarebbe stata obbligata a metter basso le armi, se un accidente imprevisto non l'avesse tratta in parte da quel pericolo.

Un gran deposito di polvere e di cartocci presso il villaggio dell’Abate prese fuoco, non si sa come, mentre una gran moltitudine era lì per provvedersi di munizioni. Il fragore e l'esplosione scossero e spaventarono Palermo. Coloro che correvano ad attaccar la truppa, atterriti da,quel lo straordinario fragore, di cui ignoravano la cagione, tornarono indietro; coloro che si battevano atterriti ristettero: la truppa respirò per un momento. L’armata napoletana deve a quel caso la sua salvezza; ma la deve maggiormente al poconumero ed all’inespertezza dei combattenti palermitani, i quali, senza capo e senza direzione, non seppero mai profittar del vantaggio.

Il general Pepe, avendo pigliato cuore per quel momento d’inazione, credè d’imporre maggiormente a Palermo allargando la sinistra della sua armata sin quasi a Porta Nuova. La plebaglia fece un attacco vivissimo al centro verso la Sesta Casa e la tagliò: onde la truppa restò divisa in due corpi isolati, che non poteano più né soccorrersi, né sostenersi reciprocamente. Ma quella ciurmaglia non seppe né conoscere ciò, né trarne profitto; ed altronde di tutti coloro che erano in armi, il maggior numero si occupava più a desolar la città, che a battere il nemico: laonde l’interno di Palermo era spaveotevolissimo.

Sin dal momento che il popolaccio avea attaccato la guardia d'interna sicurezza, si chiusero tutte le case, le chiese e le botteghe; ogni pacifico cittadino restò isolato colla sua famiglia; se taluno era costretto ad uscir di casa, non avea altra sicurezza che travestirsi alla foggia di quei mascalzoni, con un fucile io ispalla. La plebe volle che ognuno mettesse un lume ad ogni finestra della sua casa; ma quel lume non facea che accrescere l’orror della notte. Un profondo silenzio, interrotto solo dal fragore dell’artiglieria, ed una spaventevol solitudine regnavano in tutte le strade, ove si vedea solo a quando a quando qualche cadavere di quegl’infelici che erano caduti vittime del furor popolare (176) .

Le grida di gioia per la prossima sconfitta totale dell’armata, lungi di essere oggetto di compiacenza, formavano il maggiore spavento della gente onesta. Quella plebaglia insana avea giurato di trar vendetta di tutti i membri della giunta e della guardia d’interna sicurezza, perché si erano mostrati inclinati alla pace.

Delle voci minaccievoli si udivano nelle strade, nelle bettole e nelle piazze; la canaglia organizzava già a senno suo il nuovo governo, e ripartiva le cariche e le proprietà (177) .

Né ciò si mantenne alle sole minacce. Comeché si fosse allora veduto un gran numero d'armati in Palermo, pure ben pochi eran coloro che uscivano io campagna a battersi; il resto percorreva la città per predare (178) . Col pretesto di volere armi, entravano nelle case, e mille ruberie commettevano; volendo fere anche eglino un corpo di cavalleria, pigliarono a forza i cavalli di mollissime scuderie, che poi in gran parte non furono più restituiti.

L’infelice Mercurio Tortorici, imputato da quella gentaglia di aver somministrato viveri all’armata, fu ucciso; la sua testé fu condotta in trionfo per le strade di Palermo, e la sua casa fu saccheggiata (179) . Lo stesso sospetto si ebbe, o si finse di avere per un certo Mistretta, che ebbe la sorte di fuggire; ma la plebe ne spogliò la casa e vi appiccò fuoco. Un infelice servidore di costui, che cadde nelle mani di quei forsennati, fu crudelmente messo a morte. Un altro sventurato, che senza verun fondamento fu creduto corriere spedilo dal general Pepe al colonnello Fulgi in Trapani, per farlo venire in suo soccorso, fu ucciso, squartato e fatto io brani. Nove soldati prigionieri sin dal 17 luglio, perché parve a quella gentaglia che avessero mostrato della compiacenza all’arrivo della truppa, furono tutti fucilati. I cadaveri de’ soldati napoletani, o uccisi in azione, o ammazzati dopo di essersi resi, erano strascinati per le strade, e poi lasciali qua e là (180) .

Il capitan generale Requisens, cui molti imputavano di soffiare in quell’incendio, ed incitare il popolaccio alla resistenza per conservare ad ogni costo il suo comando (181) , avea dato alla ciurmaglia il consiglio di tagliare tutti gli alberi attorno Palermo, che potevano servire di difesa al nemico; in esecuzione di tal militare disposizione, la plebe atterrò gli alberelli piantali due anni prima nelle passeggiate del piano di santa Teresa e della marina, e corse poi a devastare il podere del principe di Villafranca fuori Porta Macqueda, ove non solo spiantò gli alberi, ma rubò frumenti, orzi, danaro e fin le tegole della casa.

Mentre l'interno di Palermo presentava tali scene d’orrore, non meno spaventevoli erano eccessi che si commettevano dalla truppa in campagna. Quei soldati, dopo di aver saccheggiato quante case incontravano, le davano in preda alle fiamme. La casa di ricchi negozianti portoghesi, Rosa e Costa, senza alcun rispetto al dritto delle genti, fu posta al sacco, unitamente a tutte le case presso la villa Giulia, alle quali si appiccò fuoco. Nelle campagne, tutto fu preda della rapacità e della ferocia di quell’armata: si devastavano i poderi; si rubava bestiame, prodotti e quanto v’era; si saccheggiavano le case, i magazzini, le stalle; vi si dava fuoco, e spesso se ne trucidavano i pacifici coloni. Nel convento di santa Maria di Gesù, dopo di avere involato a quei frati frumento, animali e tutto, si giunse alla ferocia di massacrarne tre a piè dell'altare.

Non deesi però defraudare di un giusto tributo di lode il general Pepe; il quale, per quanto era in lui, procurava di reprimere la licenza de’ suoi soldati. I prigionieri che aveano la fortuna di scampare dalle mani de’ soldati, se eran condotti innanzi a lui, erano ben trattati, ben nudriti e rimandati a Palermo. E comeché ciò da taluni si fosse accagionato al pericoloso stato in cui era, che l’indusse a condursi in quel modo, per procurare di raddolcire gli animi della plebaglia, pure ciò nulla detrae ai merito della sua condotta.

Dieci giorni restò Palermo in quella penosa situazione, senza alcuna speranza di uscirne. I ciurmatori si battevano con un coraggio indomito; ma senza piano di attacco e senza intelligenza, non sapean venire ad un’azione decisiva; la truppa mancava del coraggio (182) di profittare del vantaggio della disciplina: talché in tutto il corso di quell’assedio, non si vide alcuna di quelle azioni brillanti che impongono alla moltitudine. Il general Pepe vedea di giorno io giorno diminuire la sua armata, che avea già perduto da cinquecento uomini; e quegli che restavano erano già avviliti e senza munizioni. Aveva egli chiamato in suo soccorso il colonnello Fulgi di Trapani, che con ottocento uomini mosse per Palermo. Prima di giungere in Alcamo, richiese ad un contadino se in quella città vi era truppa; colui rispose di no. E così era infatto: ma vi era a caso un soldato ed un cannone. Il popolaccio di quella città, vedendo da lontano venir quella truppa, obbligò il soldato a dar fuoco al cannone, quasi a due tiri di distanza. La vista di quel soldato e quella cannonata bastarono a mettere in fuga quella truppa, che lasciò sul campo tre pezzi d’artiglieria che portava.

La critica situazione in cui si trovava, e la mancanza di quel soccorso obbligarono finalmente il general Pepe a spedire un corriere in Messina per farsi preparare i quartieri, e disse che se trovava altre due ore di resistenza, non potea salvar l’armata che ritirandosi. Le cannoniere palermitane gl’impedivano l’imbarco; la via di terra sarebbe stata men sicura, dovendo traversare tanti paesi che avrebbero ripreso un’attitudine ostile, e non avrebbero trascurato quell’occasione di trar vendetta di tante provocazioni. Tale era la situazione dell'armata, quando chi men si aspettava pose fine a tanti orrori.

Il principe di Paternò era stato uno de’ membri della giunta. Comeché costui non si fosse mai raccomandato nel pubblico, né pel suo senno, né per le morali virtù sue, pure la sua età, i suoi distinti natali, la ricchezza, il fasto, e l’estensione delle sue possessioni nel regno gli attiravano il rispetto della plebe. In quelle luttuose circostanze, costui ebbe il coraggio di mostrarsi in pubblico. Si recò alla giunta, ove nessuno più interveniva, e ghermendo un’autorità divenuta nullius, se ne fe’ presidente. Chiamando giacobini e traditori tutti gli altri membri della giunta, e particolarmente il suo stesso nipote, il principe di Villafranca, animando la plebe alla resistenza, mentre l'attraversava sottomano; promettendo milioni del suo, senza dare un soldo; facendo piani di guerra, mentre trattava la pace; mescolando preghiere, minaccie, facezie, carezze, rimproveri, buffonerie, e parole vuote di senso e mendaci, giunse ad illudere la plebaglia e farsi autorizzare a conchiudere col general Pepe una convenzione (183) .

Si riunirono quindi sul cuter inglese The Racer, che trovavasi nella rada di Palermo, il principe di Paternò, il general Pepe ed il general Fardella, ed ivi si conchiuse, il dì 5 ottobre 1820, una convenzione per cui si stabiliva, che i forti dovessero consegnarsi all’armata; che essa dovesse acquartierarsi fuori della città; che un’amnistia generale dovesse aver luogo; e finalmente che un Parlamento dovesse convocarsi per conoscere il volo generale della nazione per l’indipendenza (184) . L’armata napoletana entrò quel giorno stesso in città, per andare ad alloggiare al molo; ma il suo ingresso fu ben umiliante. La truppa era preceduta dal principe di Paternò, e quasi sotto sua protezione entrava in città. Un distaccamento si avviò al Castello-a-mare, per pigliarne possesso; e come quei soldati marciavano a tamburo battente, gli scalzoni cominciarono a gridare che non suonassero più quel tamburo, perché la truppa non entrava vincitrice, ma per volontaria loro concessione. Fu mestiere condiscendere a quella strana pretensione; e quei soldati entrarono come supplichevoli nel castello (185) .

FINE DEL CAPITOLO QUINTO.


Capitolo VI

Nuovo governo. — Annullamento della convenzione. — Lettera di Pepe al re. — Legge feudale. — Indignazione de' Siciliani. — Minichini. — Leone. — Colletta. — Giuramento della costituzione. — Elezione de' deputati. — Stato delle cose in Napoli.

Le tragiche scene di cui la città di Palermo era stata per ottanta giorni il teatro, finirono per dar luogo ad avvenimenti men clamorosi, ma forse più funesti nelle conseguenze.

Il general Pepe organizzò una nuova giunta, preseduta dal principe di Paternò e composta di alcuni dei membri dell'antecedente, la quale governò la città di Palermo. Tutto il resto del regno fu soggetto al governo del principe di Scaletta, residente in Messina; ma la vera autorità risiedeva nel general Pepe.

Se il Parlamento che già si era riunito a Napoli avesse avuto più latitudine di vedute e men pregiudizio, avrebbe dovuto cogliere quell’occasione per riunire gli animi di tutti i Siciliani agl’interessi di Napoli; ma sventuratamente il basso sentimento dell’animosità prevalse: quindi quel Parlamento e quel governo si condussero in modo da rendere incurabile l’inimicizia fra i due paesi.

Quella convenzione, che era stata proposta dagli stessi ministri di Napoli, e conchiusa dal general Pepe, che ne avea avuto precedentemente le necessarie istruzioni (186) , fu con perfidia senza esempio dichiarata dal Parlamento nulla e come non avvenuta (187) ; e si volle colorire quella scandalosa turpitudine col mendicato pretesto che la convenzione si opponea alla costituzione, e che i deputati non poteano acconsentire all’una dopo di aver giurato l’altra. Ma non si trova nella costituzione verun articolo che si opponga alla convenzione; e dove anche vi sia stato, quei deputali poteano senza scrupolo accettarla, perché la costituzione era stata giurata, salve le modificazioni che piacerà al Parlamento di fare (188) . Ma la libertà pei liberali di Napoli era come la filosofia per compire Matthieu: il dritto di calpestare impunemente tutte le leggi. Quella convenzione, che fu dichiarata nulla e come non avvenuta per tutto ciò che riguardava la Sicilia, ebbe il suo pieno vigore per ciò che riguardava Napoli. L’armata, che senza quella convenzione sarebbe stata esterminata, restò in possesso de’ forti della città; il general Pepe restò al governo di Palermo, che in seguito fu sempre soggetto ad un governo militare; e mentre che i Palermitani erano trattati da schiavi ribelli, gli altri Siciliani erano trattati da schiavi sommessi; e d’un’armata che entrò in Palermo per grazia, se ne fe’ un’armata conquistatrice, non ristretta dal vincolo de’ patti.

Egli è il vero, che il general Pepe mostrò di risentirsi dell’affronto fattogli col dichiarar nulla una convenzione da lui fatta, e che per discolparsi pubblicò le istruzioni a lui date dal mini. stero di Napoli, e fece circolare una lettera di risentimento da lui scritta al re (189) ; che tutta l’armata della spedizione pubblicò una dichiarazione nella quale mostrava gli stessi sentimenti di disapprovazione di quel passo: ma tutto ciò nulla valse a dileguare la general persuasione, che quella scandalosa perfidia era stata antecedentemente combinata. Quindi era venuta la ritrosia de’ ministri di Napoli a mettere in iscritto quel progetto, che eglino stessi fecero ai deputati siciliani; quindi il general Pepe non si contentò dell'indirizzo, ma finse di rimettere l'affare ad un Parlamento; quindi si negò a sottoscrivere la convenzione conchiusa in Termini; quindi finalmente il Parlamento, con manifesta contraddizione, dichiarò nulla la convenzione, perché si opponeva alla costituzione, e non cercò conto dai ministri che avean dato l’ordine di conchiuderla. Certo se mancassero altre prove dell'estrema corruzione de’ rivoluzionari di Napoli, basterebbe quella sola a mostrare che la democrazia era pianta esotica a quel suolo; e la posteriore condotta di quel Parlamento e di quel governo vengono all'appoggio di una tale verità.

Per abbattere l’idra feudale in Sicilia, quel Parlamento fece una legge detta legge feudale; per la quale si dichiarò che tutti i fondi posseduti dagli ex-baroni, ai quali i comuni avean dritto di pascere, di far legni e simili, erano stati usurpati: e quindi, senza esame e senza compenso, i proprietari ne erano spogliati, e si davano in proprietà al popolo (190) . I beni di tutti i Palermitani posti nelle provincie che si diceano aderenti a Napoli, malgrado la convenzione furono confiscati, ed i loro prodotti appropriati dal governo. I proprietari reclamarono, e presso il ministero, e presso il Parlamento: si l'uno che l'altro mostrarono di risentirsi di questa iniquità; degli ordini replicati si mandarono in Sicilia per la restituzione; ma il luogotenente, principe di Scaletta, attivissimo nel secondare le vedute di quei rivoluzionari, non volle mai eseguirli: talché quei beni non furono restituiti che all’ingresso dell’armata austriaca.

Si giunse in quel Parlamento alla ridicola presunzione di alterar la geografia, anzi la natura, chiamando fiume Faro lo stretto di Messina. Tutte le stamperie di Napoli vomitavano continuamente de’ libelli contro la Sicilia; ai quali faceano degno accordo le declamazioni degli oratori in Parlamento. Ma quali scritti! quali orazioni! In vece di inveire contro la plebe palermitana per eccessi ch'erano innegabili ed inescusabili, si gridava sempre contro i baroni, come causa di quei disordini; mentre era manifesto che il primo impulso ed il più potente al disordine era venuto dai carbonari napoletani. Si giungea alla demenza di fare un delitto ai baroni siciliani della costituzione del 1812; mentre è innegabile che se costoro fossero stati quali furono al 1812, meriterebbero l’eterna riconoscenza de’ loro concittadini. Vi fu infine chi scrisse che la Sicilia sola non può essere indipendente, Povera Sicilia! se avesse bisogno della bravura napoletana per esistere (191) .

Coloro che erano alla testé del governo in Sicilia ben secondavano lo spirito di parzialità che prevaleva in Napoli. La provincia di Palermo era governata militarmente: la sola città di Palermo dovette soggiacere alle spese dell’alloggio e manutenzione dell’armata venuta da Napoli. Un certo cavalier Massone, Napoletano messo dal general Pepe ad amministrar le finanze, oltre a tanti pesi esasse militarmente dalla città di Palermo una contribuzione di cento mila once (192) .

Una condotta cosi sciocca, ingiusta ed impolitica non poteva non produrre una generale indignazione nei Siciliani. Credeano scioccamente i rivoluzionari di Napoli, che avendo aizzato le città capitali delle altre provincie siciliane contro Palermo, quei rei trattamenti fatti a questa città avrebbero loro maggiormente attirato gli animi di quelle. Non capivano quegli stolti che Palermo costituisce la parte più interessante e più colta del popolo siciliano, e che quella città sarà sempre di norma a tutta la Sicilia (193) . Cominciando infatti a raffreddarsi le animosità, tutte le altre città di Sicilia venivano a conoscere i loro veri interessi, e si avvedeano che in Napoli non Palermo, ma tutta la Sicilia si volea opprimere. E di ciò manifesti segni si videro nello stesso Parlamento, in cui i deputati delle altre città siciliane cominciavano a tenere un linguaggio men virulento contro i loro concittadini; e maggiormente si confermarono in questi sentimenti, allorquando il Parlamento decretò che si togliesse alla Sicilia il supremo tribunale di giustizia, perché dovea esservene un solo in tutto il regno: talché ogni Siciliano, per dimandare un rimedio alle cattive procedure dei tribunali inferiori, dovea recarsi in Napoli, ciò che sarebbe bastato a renderli ingiusti e corrotti. I deputati siciliani reclamarono, ma reclamarono in vano.

Intanto a Napoli si pensò di spedire in Sicilia il principale fra quei rivoluzionari, detto l’abbate Minichini, per disseminar la carboneria fra i Siciliani (194) , onde accrescere il partito di Napoli, e mettere il colmo alla sventura di Sicilia.

Sin dal suo arrivo in Palermo, il general Pepe destinò a direttore di polizia il dottor Gaspare Leone, uomo di nessuna capacità, naturalmente inclinato al male, ed avvezzo, sin dai tempi della defunta regina, a prestarsi a qualunque turpitudine per servire l’autorità in atto qualsiasi. Comecché il principe vicario, malgrado l'annullamento della convenzione, avesse pubblicata un’amnistia generale, pure il Leone, per soddisfare le vendette dei rivoluzionari di Napoli, fece man bassa su i cittadini; e gli arresti arbitrari, le violenze, le persecuzioni furono senza numero. Per colmo d’insana ferocia, costui assoldò per lo servizio della polizia torme innumerevoli di quegli stessi facinorosi, cagione di tanto tutto, come si dicea, colla veduta di avere una forza da opporre ai carbonari, i quali in gran parte formavano la guardia d'interna sicurezza già ristabilita. Costoro vennero naturalmente in diffidenza della gente di polizia; ed era per nascere qualche serio disordine, se Leone intimorito non avesse ritirato quel passo imprudentissimo.

Il general Pepe non restò che pochi giorni in Palermo. Fu in sua vece spedito da Napoli il tenente generale barone Colletta, colla carica di luogotenente della provincia di Palermo e comandante generale delle armi in Sicilia. Costui furbo, doppio, maligno, figlio della rivoluzione, mise in opera tutti i mezzi onde tener sempre viva la face della rivoluzione in Sicilia. Nella sua anticamera stava sempre un esploratore, per vedere se coloro che chiedevano udienza erano carbonari. Chi non corrispondea ai segni mistici era sicuro di non aver mai udienza. Per tal modo, quest’uomo fece della Carboneria il sine qua non del favore del governo (195) .

La prima cura del barone Colletta fu quella di far prestare il giuramento alla nuova costituzione in Palermo. Il giorno a ciò designato, tutta la guarnigione pigliò le armi e si postò di rimpetto al duomo, per accrescere la pompa e mostrar la libertà di quel giuramento. Tutti gl’impiegati furono chiamati a giurare; ed è ben da immaginare che sotto un governo assolutamente militare, diretto da Colletta e da Leone, non vi fu alcuno che avesse osato rifiutare.

Il solo principe di Castelnuovo, inesorabile nel suo proponimento di non far mai verun atto volontario offensivo ai dritti della Sicilia, chiamato anch’egli, come consigliere di stato, a prestare quel giuramento, si negò alla turpitudine di un pubblico spergiuro. Quel giuramento non fu che una mera farsa. Gli arresti arbitrari continuarono; le contribuzioni militarmente s’impopeano, e militarmente si esigeano; la stampa continuò ad essere rigorosamente proibita; in somma si continuò in tutto a gemere sotto il più crudele dispotismo militare.

Per compire l'effimero trionfo dei Napoletani, restava ad estorcere dalle due province di Palermo e di Girgenti l’elezione de’ loro deputali al Parlamento di Napoli, come si era estorta nelle altre città. Il barone Colletta non lasciò mezzo intentato per sedurre i Palermitani. Diceva a tutti:

«La vostra causa è giusta; ma voi la perderete, perché nessuno in Napoli parla per vol. Bisogna mandare al Parlamento i più caldi difensori dell’indipendenza; ed io son sicuro che otterranno tutto.»

Questo furbo discorso non illuse che poche persone, le quali, o per interesse, o per ignavia, mostravano di persuadersi della necessità e del vantaggio di scegliere quei deputati.

Costoro però furono ben pochi; in generale tutti conosceano che lo stesso scegliere i deputati e mandarli a Napoli per chiedere l’indipendenza, era un rinunziare a quell’indipendenza; e ciò si pretendea da Colletta. Si pensava, ed in Palermo, ed in Girgenti, di non presentarsi. alcuno per elettore, e così far mancare l'elezione; ma quando Colletta, per impedire ciò, ordinò a tutti gl'impiegati del governo di presentarsi per elettori, allora fu mestieri impedire che l’elezione non cadesse sopra persone vendute al governo. Tutti si scrissero ed elessero quegli individui, che certamente si prevedea che non si sarebbero recati in Napoli, e così avvenne.

L’ostinata ritrosia di quei deputati eletti in Palermo ed in Girgenti a recarsi in Napoli, fece montar sulle furie quel Parlamento. Si propose di arrestare quei deputali, e farli venire io Parlamento carichi di catene. Si propose di soggettar quelle pervicaci province ad un governo militare, come se già non Io fossero. Si propose infine di esterminarle dell’intuito: ma vana sine viribus ira; né quelle insane minacce, né una lettera efficacissima scritta dal principe vicario al principe di Belmonte, uno dei deputati eletti in Palermo, valsero ad indurre costoro a tradire come gli altri la causa della Sicilia.

Ma la scena di Napoli si avvicinava alla catastrofe. Il nuovo governo non era stato riconosciuto in Europa, e la condotta dei Napoletani non avea trovato altri apologisti, che quegli scrittori che sposano sempre il partilo dei rivoluzionari, senza considerare che si può abbattere il dispotismo e sostituire un dispotismo maggiore. Il re Ferdinando III fu invitato dagli altri prìncipi d’Europa a recarsi anch’egli al congresso di Laybach. Prima di partire, il re mandò un messaggio al Parlamento; nel quale rinnovava la promessa di esser fedele alla costituzione giurata, e promettea di non permettere che essa venisse alterata al di là di alcuni articoli che manifestava, i quali in sostanza si riduceano alla carta costituzionale di Francia. Si vuole che il ministro di Francia abbia allora fatto dei maneggi per indurre il Parlamento a ciò, ed abbia offerto la 9ua mediazione per fare che gli altri prìncipi d’Europa riconoscessero la costituzione di Napoli cori modificata. Ma il Parlamento respinse la proposizione, e mise in processura i ministri che aveano sottoscritto quel messaggio. Il re, forse segretamente compiaciuto di quella resistenza, parti.

Il congresso decise irrevocabilmente di non lasciar sussistere l’ordine di cose stabilito in Napoli, e di far marciare l'armata austriaca per far eseguire ciò colla forza, quando i Napoletani si negassero a farlo alla buona.

Noi non vogliamo insultare a un popolo infelice, cui si è dato alla punta delle baionette straniere quello stesso odiosissimo governo rigettato dal voto generale della nazione; mollo meno pensiamo noi d’offendere con un indecente sarcasmo il gran numero d’uomini insigni in ogni genere di cui abbonda il suolo napoletano: diciam solo che i rivoluzionari di Napoli ben meritarono e provocarono eglino stessi il loro reo destino. La truppa fe’ la rivoluzione. Comecché fosse certo che la nazione intera applaudì alla condotta della truppa, pure è ugualmente indubitato, che una volta che la parte militare del popolo attenti all’autorità in atto, qual che teoreticamente si fosse, e la forma di governo che si sostituisce al caduto, esso non sarà che governo di Giannizzeri. Se un tale esempio si comunicasse agli altri stati d’Europa, questa sarebbe per ricadere nelle calamità di quei tempi infelici, in cui le guardie pretorie disponeano dell’impero del mondo. Sotto questo punto di veduta, le rivoluzioni militari minacciano la tranquillità di tutti i popoli, servi o liberi che siano, e giustificano la straniera ingerenza. Dato quel passo, se ne diè uno forse più violento. Si pretese di dar la legge alla Sicilia; e per sostenere una pretensione così ingiusta, si suscitò la plebe siciliana alla rivolta, si seminò la discordia fra le città dell’isola, si eccitò nna guerra civile, si attentò al dritto della nazione ed alla proprietà dei cittadini, si mancò alla data fede, si trattò la Sicilia come paese di conquista, ed i Siciliani come schiavi comprati sulla costa d’Affrica.

Pure il male fatto da quei rivoluzionari ai loro stessi concittadini e agli altri popoli d’Europa è di gran lunga maggiore a quello recato alla Sicilia. Si offre loro una costituzione saggia; e sarebbe follia il pensare che il re abbia dato quel passo senza l’intelligenza ed il consenso degli altri sovrani; anzi tutto ci porta a credere che, riconoscendo la costituzione di Napoli, si dovea modellare su di quella dei paesi finitimi. Una tal proposizione si rigetta con orgoglio; si ricorre alle armi. Se in quell’incontro l’armata napoletana avesse saputo far fronte per pochi giorni alle truppe austriache, gli affari avrebbero cambiato d’aspetto. La rivoluzione di Piemonte avrebbe messo tra due fuochi l’esercito tedesco; il piano infernale di ridurre tutta l'Europa sotto la stessa forma di governo assoluto sarebbe stato rotto; i governi rappresentativi sarebbero stati conceduti; si sarebbe giunto a quel medio fra l’anarchia ed il dispotismo, che forma l’oggetto dei voti di tutti i saggi d’Europa. Ma i vantati Sanniti, Bruzzii, Campani, Marsi ed Apolli non sostennero pur la vista dell’inimico (196) ; fuggendo, posero a sacco e devastarono province intere. Un numero infinito di Napoletani, che se non fossero stati inebbriati da costoro, e sicuri di essere da loro garantiti, avrebbero continuato a rispettare pacificamente il governo, si trovarono istantaneamente delusi, e senza scampo compromessi. L’inimicizia tra’ Napoletani e Siciliani è divenuta, per causa loro, irreconciliabile; per causa loro, il dispotismo è ritornato in Napoli, ed ha gettato più profonde radici in Europa; per causa loro, i nemici dell’umanità hanno avuto nuovo argomento di confondere i delitti dell’anarchia colla causa della libertà; per causa loro finalmente, il nome napoletano è divenuto oggetto dell’abbominio dei Siciliani, della rabbia dei veri amici della libertà.

FINE DEL CAPITOLO SESTO.


Capitolo VII

Speranze de‘ Siciliani. — Nunziante. — Rosseroll. — Cardinal Gravina luogotenente. — Nuovo governo. — Nuovo luogotenente. — Principe di Cutò. — Amnistia. —Missioni. — Fatto di Lercara. ~ Fatto di Termini. — Martin ex. — Congiura di Palermo. — Stato miserabile della Sicilia. — Nuovo ministero in Napoli. — Nuove oppressioni in Sicilia. — Congresso di Verona.

Mentre in Napoli seguivano tali cose, i Siciliani in mezzo alle loro sciagure. trovarono qualche motivo di conforto. La libertà della stampa, che il barone Colletta avea rigorosamente proibita, per paura eh essa non frastornasse i suoi maneggi per ottenere l’elezione dei deputati, seguita questa, fu concessa; quindi ebbero essi campo di pubblicare i loro sensi, di mettere in veduta i dritti della Sicilia, di far conoscere la turpe condotta del governo di Napoli verso di loro, e di rispondere alle calunnie che dai giornalisti di Napoli si spargeano contro la Sicilia.

Lo stesso sterminio di cui era minacciato quel governo era un oggetto di lieta speranza pei Siciliani; e delle false voci, che facilmente si spargeano e facilissimamente si accreditavano sulle intenzioni dei sovrani alleali verso la Sicilia, prometteano più lieto avvenire. Né queste erano poi del tutto vuote di fondamento; imperocché si avea avuto cura di far giungere a Laybach tutti gli scritti che si erano pubblicali in Palermo in difesa dei dritti della Sicilia.

Tra le felici avventure della Sicilia deve certo annoverarsi quella, di essere quivi venuto il tenente generale marchese Nunziante, in quell’epoca sostituito al barone Colletta nelle cariche di luogotenente nella provincia di Palermo e comandante generale delle armi in Sicilia. Costui è il solo tra gli uffiziali napoletani, che goda la riputazione d’ottimo generale (197) , e che in tutti gli incontri abbia dato prove d'un coraggio intrepido e di cognizioni militari; unisce a ciò sanissimo intendimento, somma attività e destrezza, una mente lucida, benché incolta, e sopraffina scaltrezza. E certo tale uomo solo potè venire a capo di conservare in Sicilia la pubblica tranquillità, avendo a contenere una plebe mal doma ed una truppa sediziosa, che ambe la minacciavano. Le circostanze felicemente lo favorirono nell’impresa, ed egli seppe ben profittarne.

I Siciliani fattisi scuola de’ passati disordini, metteano ogni loro studio a contenere la plebe ed i malcontenti; ed in ciò maggiormente si distinsero i carbonari, cui era necessaria quella calma per combinare l’impresa, in cui erano già quasi riusciti, di riunire i voti di tutta la Sicilia contro Napoli. Nunziante carezzava, e mostrava la massima fiducia nei carbonari; procurava tutti i mezzi onde rendersi amiche le persone distinte; con una condotta ferma ed energica, unita a maniere semplici e popolari, si facea rispettare dalla plebe; ed il suo conosciuto coraggio, unito alla sua popolarità, bastava a tenere in freno la troppa. Finalmente, mostrandosi nemico del governo di Napoli, e negandosi ad eseguire e pubblicare i decreti di quel Parlamento, si rendea assai caro ai Siciliani, e maggiormente gli confermava nei loro sentimenti d’inimicizia contro Napoli.

Pure, malgrado la vigilanza del marchese Nunziante e la disposizione de’ Siciliani, poco mancò che gli ultimi aneliti della spirante carboneria napoletana non avessero suscitato una nuova e più terribile conflagrazione in Sicilia. La rivoluzione scoppiò a Piedimonte, quando l'esercito austriaco era già nel cuore del regno di Napoli, e l’armata napoletana si era dileguata. Tal notizia giunse, non si sa come, al maresciallo Rosseroll, comandante la divisione di Messina. Costui, fanatico per natura, inebbriato da quell’avvenimento, levò in Messina lo stendardo di una nuova rivolta; aizzò la plebaglia di quella città contro il luogotenente principe di Scaletta, e contro quei generali ed uffiziali che credea realisti; sparse dei proclami incendiari, chiamando alle armi i Siciliani, per unirsi a quaranta mila partigiani che si vantava di avere in Calabria, e formare così una nuova armata, onde cacciar gli Austriaci da Napoli. Dei corrieri spedi ai comandanti delle guarnigioni di Siracusa e di Trapani per venirlo a raggiungere, e degli emissari mandò in Palermo per invitar la truppa a quell’impresa, e suscitare una nuova sedizione. Il luogotenente Scaletta fuggì. Rosseroll d’autorità propria ne occupò il posto, e cominciò ad usare il titolo e l’autorità di luogotenente di Sicilia.

Fortunatamente Nunziante ebbe avvisa di ciò, prima che il popolo ne fosse a giorno: onde ebbe tempo di tagliare i passi a quel folle sedizioso. Dei corrieri spedi ai comandanti delle altre città per avvisar loro la rea impresa di Rosseroll, ed ordinò loro di guardarsi dal cooperarvi. E come si ignorava ove il principe di Scaletta fosse ito a nascondersi» assunse anch’egli il governo delle altre province di Sicilia. Per impedir poi che gli emissari di Rosseroll non fossero penetrati in Palermo, ordinò al tenente colonnello Raffaele Palmieri, che trovavasi in Termini, di far le possibili indagini in quella città 0 altrove, per cogliere qualunque persona che da Messina si recasse a Palermo, spedita da Rosseroll. Riuscì infatto quella sera stessa a Palmieri di sorprendere in un albergo due di quegli emissari, con delle carte che provavano l’oggetto della loro missione, e li arrestò. Tagliati così tutti i passi ai rivoluzionari, la troppa di Palermo non fu a giorno della rivolta di Messina, che quando era già soppressa.

In tale stato di cose, giunse a Palermo un decreto del re, con cui veniva scelto luogotenente di Sicilia il cardinal Gravina, Vi fu allora un momento in cui erano in Sicilia quattro luogotenenti: Scaletta, Nunziante, Rosseroll e Gravina, Ma i due primi si dimisero tosto della carica; e Rosseroll, mancatogli il colpo, ebbe la sorte di fuggire e sottrarsi così alla pena.

Contemporaneamente all’elezione del cardinal Gravina, si pubblicò il nuovo sistema di governo da adottarsi in Napoli ed in Sicilia. La pubblica amministrazione di Sicilia fu segregata da quella di Napoli ed affidata ad un segretario di stato siciliano. Furono erette due adunanze pei due regni, dette consulte. Quella di Napoli dovea essere composta di 50 persone, quella di Sicilia di 18. I componenti di tali consulte doveano essere scelti dal re. Le facoltà di esse si limitavano solamente a dare il loro parere sulle leggi che piacerebbe al re di emanare, sempreché piacerebbe a lui di richiederlo, restando nel sovrano arbitrio di nniformarvisi. Per buona ventura della Sicilia, questa istituzione restò sulla carta, come lo restarono altri articoli che si vuole che siano stati convenuti su la Sicilia.

Ciò che si esegui però fu la creazione delle giunte di scrutinio. Per ogni ceto di persone fu destinata una di quelle giunte, per esaminare la condotta di ogni individuo del rispettivo ceto. Questi tribunali d’inquisizione politica presentavano ad ogni impiegato una nota di quesiti, se quel tale avea mai appartenuto a società segrete, se avea mai pubblicato scritti contro la religione e contro lo stato, e simili; onde ognuno era tenuto ad accusare sé stesso: quindi naturalmente avvenne che tutti gli uomini onesti, che furono carbonari in un' epoca in cui il governo non che lo permetlea, ma lo volea, confessarono ingenuamente di esserlo; i veri carbonari di cuore e gli avveduti negarono. Eppure cotal mostruosa inquisizione ha servito di regola nel premiare e punire le persone! Il governo del cardinal Gravina durò ben poco. A lui venne sostituito il principe di Cutò, cui si aggiunsero tre direttori delle segreterie di grazia e di giustizia, dell’interno e delle finanze. Il luogotenente ed i tre direttori formavano un consiglio che dovea decidere a pluralità di voci, avendone però due il luogotenente. Questa nuova specie di guazzabuglio politico, da sé stesso ben atto a produrre il disordine, venne reso anche più mostruoso dalla qualità delle persone che lo componeano.

Il principe di Cutò, scevro di qualunque talento, tranne quello delle menzogne e della finzione, divorato da illimitata ambizione, è uno di quegli esseri sciagurati che non sanno elevarsi, se non che abbassandbsi; quindi in tutte le vicende politiche della Sicilia, ha sposalo sempre il partito de’ nemici della sua patria; ed in questa congiuntura fu creduto uno strumento ben atto all’esecuzione del piano d’ingiustizie e di violenze che dovea adottarsi per la Sicilia.

Il dottor Giambattista Finocchiaro era stato sempre conosciuto per uno zotico ignorante; e questi difetti si resero più sensibili in ragion dell’elevatezza della carica. Con quella versatilità di cui il fóro siciliano offre spesso degli esempi, dopo di avere gridato come un energumeno: Viva la costituzione di Spagna! divenne un acerrimo persecutore. Il dottor Francesco Pasqualino è un dotto privo di senso comune; ove trattavasi di discutere i pubblici affari metteva fuori numismatica, archeologia, letteratura, ecc., e finiva con conchiudere nulla. Il dottor Francesco Capone, destinato sulle prime a direttore delle finanze, è uomo fornito di talenti luminosi e di somma abilità. Per la sua durezza e per certe brighe coi generali austriaci, egli fu rimosso, ed a lui fu sostituita una mummia detta il barone Scrofani; il quale, essendosi trasferito indi a non molto in Napoli, lasciò il portafoglio delle finanze a Finocchiaro, che provava coi princìpi del dritto pubblico che non dovea pagarsi nessuno.

Il giorno 24 di marzo, in cui il re entrò in Napoli, fu pubblicata una supposta amnistia, colla quale si accordava un perdono generale a coloro che aveano appartenuti a società segrete, e si minacciavano pene severissime a coloro che da quel giorno in poi avessero fatto delle riunioni di tal natura; ed in quel decreto si promettea che i denunzianti non sarebbero stati mai palesati.

Questa disposizione apri un lungo campo e sicuro alle private vendette. Lo spionaggio divenne la professione alla moda; gli uomini più infami e discreditati furono i confidenti del principe di Cutò e Finocchiaro: talché le oppressioni, le ingiustizie, le violenze che ne seguirono, lasceranno per secoli in Sicilia la trista ricordanza del governo del principe di Cutò.

Tutti i falsi amici del trono chiamano la religione in sostegno del dispotismo: ciò avvenne allora anche in Sicilia. Si credè di ricondurre gli uomini alla tolleranza del giogo collo spedire delle missioni nel regno, il cui principale oggetto era quello d’indagare per mezzo della confessione chi era carbonaro. Nella piccola città di Mentì, costoro schiamazzarono tanto dal pulpito, minacciando scomuniche a coloro che, conoscendo carbonari non gli rivelavano nella confessione; ché trovossi finalmente una denunciarne, la quale andò a confessarsi che suo marito ed altri suoi parenti erano carbonari. Non guari dopo, questi infelici furono arrestati, e si cominciò contro di loro una processura che avea per base la confessione convertita in denunzia. Quindi naturalmente avvenne che nessuno volle più confessarsi, e quei missionanti furono anche dal volgo riguardali come cotanti spioni (198) .

Era in quei tempi in Lercara un amministratore dei beni del principe di Lercara, un tempo barone di quella città, genero del principe di Cutò. Le orribili vessazioni che impunemente si commetteano da colui e dal suo figliuolo, giudice di quel circondario, aveano loro attirato l’odio di tutta quella gente; di che partecipava anche l’ex-barone, per la' protezione ingiustissima che accordava al suo amministratore. Alcuni di quei cittadini aveano attaccato in giudizio certe rendite che si esigeano dal principe di Lercara. Per trarne vendetta, quel giudice, unito al suo padre, forse coll’intelligenza del principe di Lercara, fe’ un cartello contro il governo, e nottetempo lo affisse in una chiesa. Al far del giorno trovatosi quel cartello, il giudice ne mostrò risentimento, ne informò il governo e designò come rei i nemici suoi, e quelli del suo padre e dell’ex-barone. Il principe di Cutò, per sostenere il genero, spedi colà un battaglione di truppa austriaca, che arrestò tutti quegli infelici e gli trasse nelle prigioni di Palermo.

Al tempo stesso, si fece comparire una denunzia che in Termini si ordiva nna gran congiura contro lo stato; e per dare più importanza alle vendette del principe di Lercara, si disse che la cospirazione di Termini era estesa in altre città e particolarmente in Lercara, e che il cartello quivi trovato era il risultato di un piano generale. Il tenente colonnello Palmieri fu arrestato unitamente a molti altri.

L’incarico di compilare i processi di cotali supposte cospirazioni fu dato a Francesco Martinez, giudice della gran corte, che non avea avuto ribrezzo a comprar la carica con mezzi turpi, e molto meno potea averne a calpestar la giustizia e l’umanità per servire alle vedute oppressive del governo. Ma una tal compilazione di processi era un mero pretesto per arrestare arbitrariamente migliaia di persone, e lasciarle poi gemere nelle prigioni. Tale fu la politica che si adottò per questi e molti altri fatti di simil natura. Come quegli infelici fecero talvolta giungere i loro reclami in Napoli, si mandarono apparentemente in Sicilia ordini pressantissimi di sollecitare cotali giudizi; ma il re scrisse privatamente una lettera al principe di Cutò, nella quale ai dicea che, malgrado gli ordini che apparivano, avvertisse i magistrati a non terminar quei processi. Per tal modo, presso a ventimila cittadini arrestati in questa luttuosissima epoca, gemerono per più anni in prigione, finché il governo, né stanco, né sazio di persecuzioni, ma stretto dalla necessità, lasciò libero il corso di quei giudizi, ed i tribunali dichiararono innocenti quegli infelici sì ingiustamente arrestati.

Una condotta cosi irregolare e violenta, che in sostanza mostrava somma debolezza ed ignavia nel governo, diè stimolo a pochi sciagurati in Palermo a ripigliare le segrete associazioni, e concepire il piano di suscitare la plebe ad una nuova rivolta. Ma un tal piano (se pure ve ne era realmente alcuno), mal combinato da poche persone senza credito e senza mezzi, quanto era reo per le intenzioni, tanto era ridicolo nell'esecuzione. Il luogotenente, appena ne ebbe avviso, mostrò tale spavento, che certo se quell’impresa potea avere effetto, la sua codardia l'avrebbe facilitato.

Il giorno in cui si dicea che quella cospirazione dovea scoppiare, il luogotenente si nascose, il direttore di polizia e la sua gente sparirono; non restarono che i soli generali Walmoden e Nunziante a far la ronda e custodir la città, la quale non mostrò altro sintomo che quello della costernazione.

Quei miserabili furono tosto arrestati; e come quella cospirazione non era del tutto inventata come le altre, non si adibì Martinez, ma una corte marziale, che ne condannò quattordici a morte. Nove furono fucilati; cinque furono indotti a confessare colla promessa d’impunità, e le loro confessioni furono la sola prova del delitto; ma ottenuta la loro confessione, un dispaccio del re dichiarò che non avea luogo la promessa d’impunità. La corte marziale gli condannò anche a morte, ma non esegui la sentenza, e gli raccomandò alla clemenza del re; il quale, dopo un anno di agonia, commutò la pena. Tal fine ebbe l’impresa di questi sciaurati, la quale servì a far conoscere che il governo del principe di Cutò riuniva in sé tutti i mali del dispotismo, le oppressioni baronali ed i pericoli dell'anarchia.

Fra tanti mali però, quello che più da vicino minacciava I esistenza stessa dello stato era la povertà universale, ed il vóto delle finanze. Le ingenti spese che ognuno era stato obbligato a fere nel tempo dell’anarchia, il mutuo coattivo ordinato dalla giunta, il danaro esatto militarmente dalla città di Palermo, le concussioni dell’armata napoletana, la confiscazione dei beni de’ Palermitani, e mille altre sciagure inseparabili dai tempi di tante calamitò, aveano a tal punto accresciuto la miseria universale, che i proprietarii l’erano divenuti di puro nome; gli agricoltori ed i fittaiuoli non affittavano interamente, o non pagavano il fitto che con lunghissimo ritardo; i magistrati erano continuamente assordati dai reclami dei creditori, che lottavano invano per esigere il loro credito; gli operai perivano dalla fame; la riscossione della rendita dello stato diveniva di giorno in giorno più scarsa, più oppressiva, più difficile; la teoria di dritto pubblico del direttor Finocchiaro non servì che ad accrescere il debito pubblico, e mettere gl’impiegati, non pagandoli, nella necessità di malversare e di opprimere.

L’unica via di riordinare lo stato in qualche modo sarebbe stata quella di riformare il governo e mettere più economia nell’amministrazione pubblica; togliendo quell’immenso numero d’impiegati, che quasi interamente assorbivano la rendita dello stato. Ma questo fatai sistema, ad onta de’ gravissimi danni che avea recato alla Sicilia, non volle mai riformarsi; quello sciame di magnati politici, che depauperavano, opprimevano e corrompevano b nazione, si vollero ad ogni costo mantenere.

I tribunali sparsi nel regno, i procuratori generali, gl'intendenti e sotto intendenti» i giudici di circondario, con poche eccezioni tra loro, che fames potium quam fama commovit, scosso il giogo d’una legge che il governo stesso non rispettava, anzi gli stimolava a violare, non mirarono che a servire d’ignominioso strumento all’oppressione a vendicar le private offese,ed a tener sempre viva b face della discordia in Sicilia. Così il dispotismo, moltiplicandosi pel numero degli agenti del governo, s’era aggravato colla stessa proporzione sul popolo. Chiuse tutte le strade all’industria, ai talenti ed alle virtù, non restò altra via agli avanzamenti che quello degli impieghi; e questi si riserbavano per guiderdone al denunziante, al calunniatore, al falsario, al dissipatore. Quindi di giorno in giorno si accrescea nuova fiamma alla pubblica indignazione, nuova esca alla pubblica corruzione; e per tal modo lo spionaggio s’era moltiplicato a tal segno, che rotti i vincoli dell'amicizia, i legami del sangue, il freno del pudore, l’amico fu indotto a guardarsi dell'amico, il padre temea un delatore nel figliuolo, lo sposo non era più sicuro della sposa.

Il volgo, destinato ad ingannarsi sempre sulle cagioni dei pubblici mali, attribuiva tante calamità al principe di Canosa. Ma il fatto ha dimostrato che l’Austria, nel volere rimosso questo ministro per esservi sostituiti due uomini ugualmente odiosi al re ed alla nazione, che aveano del pari sacrificati, ebbe tutt’altro in veduta che il benessere dell’umanità. Ritornati de’ Medici e Tommasi al ministero, il principe di Cutò fu richiamato in Napoli, ed a lui fu sostituito il principe di Campofranco, uomo non iscevro di talenti né di cognizioni, e ben lontano di seguir le pedate del suo predecessore. Ma malgrado la sua plausibilità, dal momento in cui vennero in carica i nuovi ministri, i mali della Sicilia, si accrebbero, e parve che il nuovo ministero avesse assunto l’impegno di giustificare agli occhi dell’Europa l'odio dei Siciliani pel governo di Napoli.

Antonio Mastropaolo, famoso nei moderni annali di Sicilia, e che al ritorno del re in Napoli era stato ivi chiamato ad occupare la carica di direttore della segreteria di Sicilia (199) , fu dai nuovi ministri rimandato in Palermo, unico direttore di tutte le segreterie. Sotto tal uomo, il fuoco delle persecuzioni acquistò maggior forza. Il nuovo direttore si collegò con Martinez; ed inaccessibile ad ogni altro, non si occupava che a combinare con costui nuove oppressioni ed arresti arbitrari.

Con un decreto si dichiarò che tutto il danaro pagato dalla Sicilia in tempo della costituzione, come pagato ad una autorità illegittima, non formava credito della Sicilia verso la tesoreria di Napoli, e che le spese per lo mantenimento dell'armata, le cento mila once militarmente esatte da Palermo, il danaro somministrato dai Comuni all’armata napoletana, doveano considerarsi come i danni prodotti dal fulmine, dal terremoto e dalla gragnola, che vanno a ricadere sopra coloro che li hanno sofferti, senza speranza di compenso. Quindi la Sicilia fu dichiarata debitrice di tutto ciò che avrebbe dovuto pagare all’autorità legittima dal 6 luglio 1820 in poi. Ma non si fece lo stesso decreto per Napoli; anzi colà il governo assunse l’impegno di pagare il debito contratto dall’autorità illegittima, la quale era illegittima per la Sicilia, legittima per Napoli.

Si pubblicò un nominale indulto pei Napoletani; lo stesso però si pubblicò per la Sicilia due mesi dopo; e prima di pubblicarsi furono arbitrariamente esiliati molti individui, contro de quali, dopo tre anni di processore e di denunzie, non si era trovato alcun indizio di colpa. E per maggiore raffinamento del dispotismo, non si fece alcun decreto perciò; ma furono costoro verbalmente intimati ad allontanarsi dagli stati di S. M. Né ciò è tutto: alcuni altri che erano in arresto, furono dai tribunali dichiarati innocenti e intimati a partire!! Sull'esempio de governi culti d’Europa, si fece una legge per favorire l’esportazione de’ cereali nazionali, ed un dazio fu imposto per l'immissione degli esteri; ma una tal legge fu per i domini al di qua: la Sicilia dové continuare ad essere tributaria di Odessa. Sotto il governo dei due ministri, creduti liberali da chi non conosce né la libertà, né costoro, si emana un decreto, per cui, oltre alle ordinarie restrizioni della stampa, s’impone un dazio gravosissimo sull’immissione dei libri.

Si suppose che il portare un fiocco in punta della berretta fosse un segno mistico, che minacciava la pubblica tranquillità, onde il direttor generale di polizia lo vietò con un proclama: furono posti a tutte le porte di Palermo degli agenti di polizia, i quali arrestavano qualunque persona che, senza saper nulla di ciò, giungeva in Palermo con una berretta ornata in punta di un fiocco, come tutte le berrette del mondo; il minor male che gli si facea era quello di lasciargli la berretta; ma questo infelice si vedeva preso ed accoppato a bastonate.

Fra tante oppressioni, gli sguardi de’ Siciliani erano rivolti a Verona. Ma i principi colà radunati aprirono finalmente gli occhi su i veri loro interessi? L’amico dell’umanità ebbe la compiacenza di veder cessare la guerra tra i principi ed i popoli?

Quell’angusta assemblea servì a consolidare la pace d’Europa, ovvero a destar nuovi torbidi? I prìncipi che aveano assunto l’impegno di abbattere da per tutto il mostro della rivoluzione, conobbero finalmente la vera causa delle rivoluzioni? I popoli respirarono? La Sicilia sentì alleggerire il peso de’ suoi mali? — La storia può ampiamente contentare chi è curioso di saperlo.

FINE.

_______________________

NOTE

1

De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre à l'époque de la Constituiion du 1812, par un membre du Parlement de Sicile. Paris, 1826:1 vol. in 8°.

2

Da queste parole è chiaro che l’autore abbia ritoccato tra il 1832 e il 1837 il lavoro scritto da lui molto prima, e che vi abbia aggiunto quest'ultimo paragrafo.

3

Ecce preda a Deo vobis concessa, auferta iis qui ea indigni sunt; utemur ea dividentes, apostolico more. Melaterra, lib. 2, XLI.

4

Melaterra, lib. 4, XVI.

5

Gregorio, Considerazioni sulla storta di Sicilia, lib. I, cap. 2, pag. 31. N. Palmieri, Saggio storico e politico, ecc. 2

6

Greg., ivi. pag. 36.

7

De minoribus rebus principes consultane, de majoribus omnes... Mox rei rei princeps, prout setas cuique, prout nobililas, prout decus bellorum, prout facundia est, audiuntur, auctoritate suadendi magis quam jubendi potestate. Si displicuit sententia, fremita aspernantur: si placuit, frameas concuti unt. Tacit., De mor. germ.

8

Hume, Hist. of Engl., chap. XI, app. 11.

9

Greg., lib. I, cap. 2. — Hume (iti) ci dice che i vescovi in Inghilterra intervenivano in Parlamento non solo come feudatari, ma per prescrizione; perché erano sempre stati in possesso di questo dritto sin dall’epoca sassone. Ciò può esser vero pel Parlamento inglese, ma pel siciliano non v’intervennero mai che come feudatari.

10

Greg., lib. I, cap. 2, pag. 44.

11

Diplom. dell’anno 1168 riferito da Gregorio alla nota 21 del cap. 4 del lib. I.

12

Greg.» lib. I, cap. 3, pag. 56.

13

Greg. lib. 1, cap. 6, pag. 129 e seg.

14

Celesinus, Rogerii Sicilia regis rerum gestarum, lib. II. — Mongitor, Stor. dei Parlamenti di Sicilia, t. I, cap. 5, pag. 22.

15

Il titolo è qui lasciato in bianco nel manoscritto. Non è difficile di supplirvi il titolo che si osserva in tutti i diplomi da Ruggiero I fino a Carlo d’Angiò, cioè: Rex Sicilia, Ducatus Apulia et Principatus Capua. Ruggiero I talvolta anche si chiamò, o lo chiamarono re di Sicilia e d’Italia; ma come questo titolo si trova in pochissimi diplomi e nella iscrizione d’una campana fusa in Palermo nel 1130, par che il tentativo non gli riuscì; e fu contrastato probabilmente dalla corte di Roma. In fatti nella cronaca pisana sotto l’anno 1136 si legge: Fecerunt Pisani stolum, mirabilem hominum multitudinem, continentem contra Rogerium, Sicilia comitem, qui faciebat se vocari in tota terra sua regem Italia. I Pisani, come nemici, non gli volevano consentir nemmeno il titolo di re di Sicilia, che a dir vero in quel tempo era stato riconosciuto dall’antipapa Anacleto, non per anco dal papa. V. Mongitore, Discorso storico su l'antico titolo di regno, concesso all’isola di Sicilia. Palermo, 1821, 2da. edizione, p. 21 e 29.

16

Greg., lib. II, cap. 2, pag. 29.

17

Vuolsi qui avvertire un errore in Cui è caduto Gregorio; egli dice (lib. II, cap. 2, pag 32) che re Ruggieri istituì i giustizieri provinciali ad imitazione de’ giudici itineranti stabiliti in Inghilterra da Guglielmo 1. Ma i giudici itineranti detti colà justices in egre furono stabiliti assai dopo la conquista di Enrico II. — Blakstone, Rise, progr. and improv. of the laws of England, chap. 33.

18

Greg., lib. II, cap. 2, pag. 40 e seg

19

Greg., lib. Il, cap. 7, pag. 183 e seg.

20

Romualdus Salernitanus, nella Bibl. Sicil. di Caruso, t. II, pag. 871. — Mongitor, Stor. dei Pari., t. I, cap. 6, pag. 28.

21

Mongitor. ivi.

22

Cronicon fossa nota, nella Bibl. Sicil. di Caruso, pag. 72.

23

Gregorio, nota 27 al cap. 7 del lib. II, pag. 74.

24

Richard de St. Germ., Chron., nella Bibliotheca Siculo, t. II, pag. 602. Constitutionis regni Sicilia,ib. I, tit. 99, pag. 105; tit. 100, pag. 106; tit. 104, pag. 109; tit. 107, pag. Ili; e lib. il, tit. l'e seg., pag. 113.

25

Lib. I, Conti. 2, lit. 99, p. 105; tit. 100, pag. 106; tit. 104, pag. 109; tit. 107, pag. Ili’; e lib. Il, tit. I e seg., pag. 113.

26

Lib. Il, Conti., tit. 31, pag. 102.

27

Greg., lib. I, cap. 4, pag. 79.

28

Ibid.

29

Greg., lib. Ili, cap. 4, pag 83.

30

Richard de St. Germ., Chron., pag. 605.

31

Greg., lib. Ili, cap. 3, pag. 92.

32

Questa parola viene evidentemente dal latino barbaro, nel quale si scrivevano gli atti pubblici in tutta l’Europa durante il medio evo.

33

Diploma dell’anno 1220, riferito da Gregorio alla nota 20 del cap. 8 del lib. III.

34

Diploma dell’anno 1215, riferito da Gregorio alla noia 15 del cap. 8 del lib. III.

35

Documento riferito dal Gregorio alta nota 4 del lib. Ili del cap. 7.

La circostanza in cui trovavasi allora la corte di Roma era perfettamente uguale a quella in cui è attualmente il governo inglese: ma gl’Inglesi che si recano a gloria di avere scosso il giogo papale, dovrebbero da questo fatto imparare che i papi anche al decimoterzo secolo eran più leali di quel che è stato n popolo inglese all’età nostra (1).

(1) Il paragone non è punto esatto. Il papa, nel secolo XIII, sipretendea signor feudale de reami di Sicilia e di Puglia, che avea testé conceduto a Carlo d’Angiò.

36

Mongitor, Star. de' Parlamenti, cap. 8, pag. 39.

37

l’autore qui trascura che il reggimento preso dalla Sicilia immediatamente dopo la rivoluzione del 1282 fu di repubbliche confederate; e che il Parlamento repubblicano, o, come oggi il diremmo, la convenzione siciliana, stipulò un nuovo paltò sociale con Pietro I chiamandolo al trono. Questo avvenne nel Parlamento convocato all’arrivo di re Pietro in Palermo, del quale l’autore non fa menzione, notando solo quel di Catania che si adunò qualche mese appresso.

38

Mongitor, Star. de Parlamenti, cap. 8, pag. 39.

39

Mongitor, Ivi.

40

Diploma dell'anno 1283, riferito da Greg. alla uota 32 del cap. I del lib. III.

41

Greg., lib. III, cap. 6, pag 125.

42

Mongitor, Stor. de’ Parlamenti, t. 1, cap. 3, pag. 41.

43

Capii, regn. Sicil., 1. 1, cap. 3, 4, 5, 6, 7, del re Giacomo.

44

Capit. 8 dello stesso.

45

Isernia in consuet. feud., pag. 270.

46

Mongitor, Stor. de Pari., t. I, cap. 9, pag. 41.

47

Nicolai Specialis Histor. Sic., lib. I!, cap. 22.

48

Nicolai Specialis Histor. Sic., lib. II, cap. 23. —Mongit., Stor. de Pari.. 1. 1, cap. 9, pag. 42.

49

Nicol. Specialis Hist. Sic., lib. Il, cap. 24.

50

Nicolai Specialis Hist. Sic., lib. VI, cap. 16.

51

Non officialmente. Il titolo legale di Carlo II e del suoi successori di schiatta angioina fu re di Sicilia, Raccesa la guerra, e prendendosi anche questo medesimo titolo da Federigo l'Aragonese e dalla sua dinastia, che pretendeano alla legittimità non men che gli Angioini, vi furon sempre in carta due redi Sicilia; ma la gente, per intendersi, cominciò a chiamar così propriamente il re dell'isola, e a dire re di Puglia e indi re di Napoli a quel delle province che si stendono dal Faro al Garigliano, che si addimandarono in Italia: il regno, per essere il solo stato della terrdferma italiana che portasse titolo di reame. Quando i due reami vennero nelle mani d’un sol principe, le cancellerie che avevano conservato in entrambi scrupolosamente il titolo di rex Sicilia, non trovarono migliore espediente che dirlo rex utriusque Sicilia. Dalla tenacità diplomatica alle pretenzioni di legittimità venne dunque questa Para-Sicilia di qua dallo stretto, del qual nome bizzarro si rideano i pubblicisti napoletani, e chiamavan quel reame regno di Napoli. Si vedrà nel progresso delle presenti memorie che il potere assoluto non rise come i pubblicisti di cotal anfibologia, ma se ne servi per abrogare la costituzione di Sicilia, come il ladro che facesse uno scherzo di parole mentre ti spoglia col coltello alla gola.

52

Mongitor, Stor. de' Pari., t. I, cap. 9, pag. 44.

53

Capitoli del regno di Sicilia, lib. I, cap. l'e seg.

54

Hume, History of Engl., chap XI, anno 1215.

55

Questa osservazione non è esatta. Se l’autore si lagna che i membri e i segretari del Parlamento siciliano verso la fine del XIV secolo abbandonassero il latino (tanto o quanto corretto degli atti pubblici di Sicilia di 80, o 100, o 150 anni avanti) il suo biasimo è giusto; ma è ancora applicabile quasi a tutti gli stati d’Europa di quel tempo, i quali mano mano surrogavano l’idioma parlato al morto linguaggio legale. s’egli poi nota la decadenza della lingua dei poeti italiani nati in Sicilia nel XIII secolo, ha torto: perché, da questi in fuori, le persone culte in Sicilia parlavano e scrivevano quel dialetto, di cui abbiamo gli esempi nelle cronache pubblicate dal Gregorio (Rerum Aragonensium icriptore) e composte verso la fine del XIII o la prima metà del XIV secolo. In esse, a dir vero, le frasi e mollissimi vocaboli si avvicinano molto a quelle degli scrittori toscani contemporanei; ma le desinenze son tutte proprie del dialetto, che si usa fin d'oggi in Sicilia; e perciò non è molto il divario tra esse e l’idioma de’ Parlamenti, ai quali s’allude.

Del rimanente s’inferirebbe a torto da questa inesattezza che il Palmieri avesse false idee su l’origine della lingua italiana e su l’uso fattone di que’ tempi in Sicilia. Nella sua Somma della Storia di Sicilia, scritta, egli è vero, dieci e più anni dopo la presente Storia Costituzionale, e più securatamente, si trovano bellissime pagine su la formazione del dialetto siciliano, piene d’erudizione e di critica. Son esse le pag. 153 a 167 e, 273 a 276 del 3° volume della Somma pubblicato in Palermo dopo la morte dell’autore nel 1839; nelle qua’ i si dimostra come l’idioma siciliano nascesse direttamente dal latino con una mistura di greco e d’arabico; e come quello parlato in Sicilia ne’ secoli XII, XIII e XIV fosse ben diverso dall’italiano de’ poeti siciliani del XIII secolo. Contuttociò 1’argomento non ci sembra esaurito, come non lo è pel dialetto d’alcuna provincia italiana. Le testimonianze di Dante e di Petrarca, e la somiglianza, che sopra notammo, tra gli scritti in siciliano e que’ in toscano dai principi del trecento, somiglianza assai maggiore tra la Sicilia e la Toscana, che tra molte altre provincie e città contigue, ci fan sospettare che qualche anello nella genesi di questi dialetti non sia stato per anco scoperto.

56

Greg, lib V. cap. 4, pag. 102.

57

Mongitor, Stor. di' Parlarti., 1. 1, cap. 9, pag. 48.

58

Capit. R. S, t. I, cap. reg Mari., pag. 129 e seg.

59

Greg., cap. 5, lib. VI, pag 177 e seg.

60

Non si dimentichi mai che quest’opera fu scritta nel 1821. Un buon Siciliano era scusabile allora s’ei prorompeva a così fatte parole verso Messina,come qualche tempo innanzi un buon Siciliano, massime se nato in Messina o in Catania, poteva in coscienza accusar Palermo per la tenacità in uno ingiusto accentramento d’amministrazione, che lasciava esangue il resto del reame, e per lo malnato vezzo metropolitano di ingiuriare gli abitanti delle province. La Sicilia ha pagato con usura il fio di questa demenza della capi” tale a danno delle altre città, e delle altre città a danno di tutta l’isola, e se n’è guarita radicalmente: talché non dubitiamo che Palmieri nel 1846 l’avrebbe notato solamente come una trista pagina di storia antica. Il contrasto, con altre sembianze, dura contro la città di Napoli, in cui il dispotismo napoleonico accentrò tutta la vita del reame di Napoli, e il dispotismo della Ristorazione vuol tirarvi ancora tutte le faccende e le ricchezze e fìnanco le opinioni della Sicilia. Il popolo napoletano pagò nel 1821 la multa della sua connivenza in questo peccato del principe: speriamo dunque che l’espiazione sia anche compita a piè del Vesuvio, e che non ci dovremo mai più ammazzare tra noi Italiani.

61

Cap. reg. Sic., 1. 1, pag 199.

62

Mongit., Slot. de' Pari., t. I, cap. 9, pag. 49.

63

Cap. 401 del re Alfonso.

64

Di Blasi, Stor. de' viceré di Sicilia, t. I, cap. 18, pag. 294.

65

Mongit., Stor. de' Pari., l. 1, pag. 157.

66

Mongit., t. I, pag. 321 eseg.

67

Di Blasi. Stor de viceré, t. Ili, cap. 14, pag. 38 e seg.

68

Di Blasi, Stor. de viceré, t. Ili, cap. 24, pag. 281 e seg.

69

Di Blasi, Stor. de' viceré, t. IV, pag. 163.

70

Nella nostra prefazione abbiam ritratto le opinioni politiche dell’autore. I moderati s’abbandonano a’ lor sogni non meno che i puri democratici, sopra tutto quando pensano di piantar la pretesa diga dove lor piace e non dove la comportano le condizioni sociali. S’è notato nella prefazione che questo sogno patrizio rovinò il partito costituzionale del 1812.

71

Questo è verissimo. Non essendoci allora in Sicilia che nobili, plebee un embrione di popolo, quest’ultimo veniva rappresentato dalla gente del foro, la quale naturalmente si armava contro il nemico più vicino ch'era allora l’aristocrazia, e perciò serviva più volentieri il potere monarchico; come fece in Italia a’ tempi di Barbarossa, in Francia sotto Filippo il Bello, ecc. l’ambizione e cupidigia degli individui, naturalmente rendea più operoso e più ligio al principato questo umor di classe della toga.

72

Si dicono in Sicilia Significatorie le intimazioni a pagare il tributo.

73

Ferdinando fuggì di Napoli la seconda volta a’ 23 gennaio 1806, perché Napoleone, accorgendosi d’esser tradito da questo principe, che, mentre firmava la pace con esso lui, entrava a’ danni di esso nella lega d’Inghilterra, Russia ed Austria, spezzò la rete con la solita veemenza, mandando Giuseppe suo fratello con un esercito che occupò Napoli il 14 febbraio del medesimo anno.

74

Per seguir la cronologia, senza la quale gli avvenimenti per lo più non si possono spiegare, è da notarsi che il re Ferdinando accettò in questo tempo sussidio dall’Inghilterra. Per trattalo firmalo in Palermo, il 30 marzo 1808, il re di Sicilia s’obbligò ad aprire tutti i porti dell’isola alle navi di guerra e di commercio inglesi e di chiuderli a quelle dei nemici della Gran Bretagna, e rimise tutte le gabelle su le derrate che abbisognassero all’armata ed esercito inglese. Il re d’Inghilterra stipulò dal canlo suo di mantenere in Messina e Agosta 10,000 uomini o più delle sue truppe, e di porgere trecentomila lire sterline all’anno, ragionale dal 10 settembre 1805, e destinate a spesar le forze di terra e di mare del re di Sicilia. Questo sussidio fu aumentato a L. 400,000 per un altro trattato del 13 maggio 1809.

75

Il re voleva trarre dal Parlamento 360,000 once oltre il solito, e si sforzava perché non si mutassero gli intricali modi della riscossione, nelle tenebre dei quali era avvezzo a prender di furto una somma assai maggiore di quella che gli si accordava legalmente. l’opposizione parlamentaria, che si ristringea quasi ai soli nobili, voleva rintuzzar non solamente questa cupidigia, ma anche, col modo legittimo e civile dal far desiderare i sussidi, si proponea di raffrenare l’autorità regia nelle sue frequenti usurpazioni e di ottenere un governo nazionale e parlamentario, allontanando dalla amministrazione degli affari della Sicilia i ministri napoletani, che operavano e da cortigiani e da stranieri. In questa contesa civile è naturale che ambo le parti si richiamassero all’opinione pubblica, e invocassero per la prima volta l’equità e la giustizia. Il ministro dunque bucinava di scompartire più ugualmente i pesi pubblici. I nobili gli guadagnaron le mosse; e, rinunziando ai privilegi feudali, messero il partito d'una tassa uguale su tutte le proprietà, comandala anche dalle più semplici nozioni d’economia pubblica, e perciò proposta dal professore Balsamo. Questo partito e l’altro di accordare 150,000 once in vece delle 360. 000 che se ne domandarono, ambo furon vinti per la forza della opinione e della giustizia, che spinse fin le donne più nobili e gentili a parteggiare per l'opposizione; mentre la regina spargea dolci parolette all’effetto contrario.

SI fatte ragioni spiegan meglio la rinunzia dei pari o vogliam dire feudatari alle loro franchigie, senza detrar punto alla lode del generoso partilo ch'e’ sostennero. Il piegarsi a tempo alle riforme è il maggior merito civile dopo il sacrifizio spontaneo della persona o dei beni nella causa pubblica.

Alla narrazione del Palmieri è da aggiugnere che nel 1798 i principi di Cassare, Trabia e Pantellaria primeggiaron tanto nella opposizione ricusante più larghi sussidi, che il governo avea ordinalo di arrestarli: e le violenze sarebbero cominciate fin d’allora, se la corte, sforzata a rifuggirsi in Sicilia, non avesse dovuto raccomandarsi umilmente a que’ medesimi che volea pelare e maltrattare. In dodici anni l’opposizione era cresciuta si che i capi del 1798, come suole avvenire, si trovarono tra i più tepidi nel 1810. Eran sorti altri più giovani e audaci, e tra i primi il principe di Castelnuovo per santi principi di libertà e coscienza intemerata; e il principe di Belmonte, uomo di alti spiriti, al quale non era riuscito di riformare i regnanti da cortigiano, e perciò prese a farlo nella nobil via dell’opposizione parlamentaria. Sendo deputato alla costruzione delle strade da ruota, Belmonte negò alla regina una grossa somma di danaro destinata a quel principalissimo bisogno della Sicilia, che Carolina volea sperperare al solito in liberalità capricciose o prezzo di sangue a spie o masnadieri di Calabria.

76

Quest’aneddoto leggesi anche nelle memorie manoscritte del professore Balsamo di cui abbiam fatto cenno nell’introduzione. Egli aggiugne che la regina non volle più veder Belmonte: che si sforzò invano a nimicargli il suo genero, il duca d’Orléans (Luigi Filippo re de’ Francesi); e che le minacce della corte fecero ristringere i nobili patriotti e i loro lì da ti si che cominciarono a consigliarsi come impedir le nuove usurpazioni del potere regio su l’autorità del Parlamento e le libertà della nazione.

Non è sfuggito forse al lettore che il Palmieri chiami Belmonte e i suoi amici la fazione popolare. A questa espressione inesattissima si potrebbe sostituir quella di costituzionali.

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A dir vero non si combattea per la mera forma della riscossione. Il governo, temendo che il catasto andrebbe in lungo, chiese che per un anno o due la somma accordata dal Parlamento si levasse nei soliti modi, e che si accrescesse il balzello su le farine, che gli parea il più manesco, invece di una tassa sul vino, proposta dall’ultimo Parlamento. La scelta d’una tassa più tosto che un' altra non è quistione di forma; e nel presente caso il partito che vinse il governo in Parlamento fu la origine di quel peso intollerabile che opprime tuttavia il povero in Sicilia. Questo balzello fu nel 1806 di tari due per ogni salma di grano che si molisse. Il Parlamento del 1810 propose d’aumentarlo a tari sei; ma questo parve poco al ministero; si che nella sessione parlamentaria del medesimo anno, in cui ebbe in favor suo la pluralità dei voti, lo fece alzare fino a dieci tari e quattro decimi la salma.

La corte ottenne la pluralità dei voti in questa sessione parlamentaria, come la dissero, cambiando il ministero, seducendo alcuni de' capi dell'opposizione, e facendo scoprire il ministro Tommasi che fin'allora si era destreggiato a tenere un piè nella fazione regia e un piè nell’opposizione.

78

Tommasi mori alcuni anni prima del Palmieri.

79

Il re prometteva ai comuni e alle chiese una rendita sul valor capitale de poderi occupati; ma la condizione del credito pubblico in que’ tempi rendea similissimo alla rapina questo cambio sforzato di un podere bello e fertile, con un pezzo di carta scritto da mani ladre. Per assicurar la vendita violenta e illegale, alla quale non c’era da sperar concorso, e che avrebbe menomato i prezzi d’un sessanta o ottanta per cento, si ebbe ricorso allo scandalo d’un lotto, del quale il governo distribuiva i biglietti quasi per forza. Non è mestieri di alcun comentario per la tassa dell'uno per cento su qualunque pagamento per pubblica scrittura o per via di Banco. Il banco di Sicilia era di mero deposito; e tutte le amministrazioni pubbliche e molli proprietari faceano per mezzo di quello quasi tutti i loro pagamenti.

80

Questo documento è stato pubblicato, forse per derisione, nell’accennata compilazione del Bianchini. Nel testo dato da costui si notano alcune varianti, ma di poca importanza.

Son degni di ricordarsi due delti di Belmonte e di Casteluuovo, che leggiamo nelle memorie del Balsamo. Trovandosi con questo professore al primo avviso della pubblicazione degli editti illegali l’uno prorompea: Io protesterò solennemente, ancorché dovessi essere disgraziato abbastanza per non aver altri seguaci tra i baroni.» E l’altro diceva: «Io intendo fare il Cristo per lo mio oppresso paese, avvengane che voglia.

81

Il re di Sicilia per un privilegio pontificio dell’XI(0) secolo, che la corte di Roma non è mai riuscita a ritrattare, è legato perpetuo del papa in Sicilia. Come tale esercita una giurisdizione che egli delega a un magistrato detto Giudice della monarchia e dell'apostolica Legazia.

82

Il Palmieri ha omesso che i Pari, i quali sottoscrissero la protestazione, ne mandaron copie a Londra per pubblicarsi ne giornali, e per presentarsi al ministero inglese. Ciò si ritrae da tutte le persone che si mescolarono in quelle faccende, e leggesi chiaramente nelle memorie del professor Balsamo, uno de’ capi dell’opposizione. Balsamo aggiugne che «il duca d’Angiò si aprì (sic) con Stuart (il generale che allora capitanavate truppe inglesi in Sicilia) e i principi di Belmonte e d’Aci si adoperavano con Lord Amberst per sollecitare la sua mediazione e protezione». Tutti i malcontenti poi, continua il Balsamo, spio geano gli Inglesi che mereatassero in Sicilia a richiamar strepitosamente contro il nuovo balzello. Lord Amberst, ministro inglese in Sicilia, e il generale Stuart, rispondeano non aver alcuna autorità a entrare in quelle briglie, ma scriverebberne al governo britannico, il che fecero, mentre i mercatanti non lasciavano dal canto loro di querelarsi.

Or l’autore non polea ignorar queste pratiche che avea letto, se non altro, nelle memorie del Balsamo. Perché le tacque? Par mi che fosso per cansar nuovi pericoli, o almeno nuove molestie ai Pari, segnati nella protesta, moltissimi de’ quali viveano quand’ei scrisse. Che s’egli avesse voluto con tal silenzio mostrar più legali e più moderati gli andamenti dell’opposizione, primo avrebbe peccato contro il principalissimo dovere d’uno storico; e secondo avrebbe occultato anzi una lode che un fatto. I Siciliani certamente aveano il dritto di pigliar le armi per la difesa de’ patti fondamentali violati cosi apertamente dal governo: ma, come questo si afforzava ancora su quattordici o sedicimila ausiliari inglesi, senza contare il navilio, era giusto che la nazione s’indirizzasse al governo inglese e pregasselo di mettersi di mezzo per risparmiare il sangue, o almeno di non adoperare le proprie armi in una causa ingiusta. L’accusa d’alto tradimento dunque per cotali pratiche de’ Pari siciliani col governo inglese, sarebbe ridicola. Un alto tradimento s'era commesso si, ma erano per lo meno i ministri e consiglieri del re, quelli che doveano seder in Parlamento sul banco de’ rei.

D’altronde il governo non ebbe né anche il cuore di accusarli di mene con gli stranieri. L’editto pubblicato la dimane della cattura dei cinque, non parla che di disobbedienza, cioè spirito fazioso, che son adoperati come sinonimi nel linguaggio del ministero e che si dicono mostrati in altre occasioni, cioè nelle deliberazioni del Parlamento. Inteneritevi poi per le onte ch'ebbero a soffrire gli autori di tal violenza!

83

Belmonte e Castelnuovo furono rinchiusi in castelli diversi, nell'isoletta di Favignana, in faccia a Trapani; Angiò in un altro castello della vicina isoletta di Marettimo, Villafranca in Pantellaria, a mezzo cammino tra l'Europa e l'Affrica, ed Aci in Ustica, isola più vicina a Palermo. Le memorie dell'abate Balsamo, portano che Aci ed Angiò vedendosi intimati a seguire i soldati che li arrestavano, riluttarono un poco; Belmonte li seguì con calma; Villafranca non sapea lasciar la giovane sposa; Castelnuovo offrì all'officiale una tazza di caffè, lo bevve con lui e disse: «Non capisco perchè mi voglion dare tanta celebrità!»

84

Ciò si ritrae anche dalle memorie del Balsamo, che dovea ben saperlo.

85

Historic. Survey of the foreign affairs of Great Britain.

86

On militar policy and institutions.

87

Lo specchio del disinganno; Londra, 1820.

88

Pifferi di Montagna, pag. 35

89

Pifferi di Montagna, pag. 36

90

Ibid., pag. 37.

91

Il tempo che scopre quasi tutti gli arcani ha dato ormai una certezza storica alle pratiche della regina Carolina con l’imperator Napoleone per scacciar ili Sicilia gli Inglesi. Possiam dunque aggiugnere alcuni fatti a quelle dubbie apparenze notati» dal Botta (Storia d’Italia dal 1789 al 1814. libro 241, dal Palmieri e dal Balsamo, le cui memorie manoscritte poco differiscono dal dettalo del nostro autore; e lasciamo a chi scriverà in appresso l'esporre precisamente in quali termini si conducesse questa trama e a qual punto fosse giunta quando gl’Inglesi ne spezzaron le fila. I documenti che si conservati di certo negli archivi degli altari ‘steri di Francia e d’Inghilterra, e che, secondo la pratica attuale in que due reami, non è permesso di vedere se non sessant’anni dopo gli avvenimenti, aggingneranno chiarezza e particolarità a questo capo di storia. Intanto ecco quel che se ne ritrae, ed ecco alcuni altri falli omessi dal Palmieri e un po’ confusi dal Bolla, che dimostrano i termini in che stavano reciprocamente il governo inglese e la corte di Palermo dal 1809 al 1811.

Nel 1809 la dinastia de’ Borboni di Napoli, o per dir meglio Carolina d’Austria, che era il solo animo virile di quella corte, tenea sinceramente alla lega inglese che le assicurava l’asilo in Sicilia e le facea sperare di racquistare il reame di terraferma o almeno di tener colà vivo il suo nome, e di molestare in tutti i modi, anche co’ masnadieri, il governo di Murat. Gli Inglesi che stavano al presidio di Messina ebber sempre in quel tempo di qualche corrispondenza occulta tra la città e la Calabria; perché intendeano sovente dalla voce pubblica, prima che dal loro carteggio officiale, varii fatti della guerra del Continente, e sopratutto della penisola spagnuola, come per esempio la morte del generale Moore. Temendo una congiura là dove non era che curiosità e avidità di novelle, appagata con procacciar sotto mano giornali di Napoli e di Francia e lettere di Calabria, i generali inglesi istigarono il governo siciliano a mettersi in su la traccia. Il quale di gennaio 1809 mandava a quest’effetto in Messina con sagacissimi veltri un animale non so di quale specie, della umana non certo, dello il marchese Artale; e questi non trovando altro che curiosi, e tenendo per infamalo il suo nome se non tornasse in Palermo con una funata di congiurati convinti e in punto di salire alle forche, si diè a tormentare, a straziare. con tutta l’antica barbarie legale i poveri sfaccendali che gli eran caduti tra l’unghie. l’orribilità di quelle torture suscitò in Messina un fiero sdegno contro gli Inglesi che le avean provocate. Allora il generale Forbes, per umanità e prudenza, fe’ rivocare Artale e i satelliti, di marzo del medesimo anno; liberò quegli sventurati, e lavò la vergogna ch’era tornata al nome inglese da tal persecuzione.

Un anno appresso, prostrata la casa d’Austria, latta già imperatrice de’ Francesi la figliuola d’una figliuola di Maria-Carolina, signore Napoleone di tutto il centro d’Europa, collegato con Alessandro di Russia, soverchiarne già un pugno di ribelli, ei dicea, che osavano levar la lesta in Ispagna; non è maravigla se Maria-Carolina avesse perduto ogni speranza di ripigliare Napoli con le forze navali degl’Inglesi contro la possanza del nuovo Carlomagno. Perciò diessi a pregarlo che rendesse all’avolo della moglie quel che Ferdinando credea suo patrimonio: mancavan forse corone a dare a Gioachino Murat in vece di quella di Napoli? L’imperator de’ Francesi, dal canto suo, per infranger le sole armi che ormai restasser volle contro di lui in Europa, volea prima minacciare gl’Inglesi in Sicilia, si che non aiutassero la Spagna né gli molestassero le isole Ionie; e doma la Spagna si proponea finalmente di cacciarli di Sicilia e, se potesse, di tutto il bacino orientale del Mediterraneo per compimento e suggello del sistema continentale. Pertanto diè speranza a Caldina che le renderebbe il reame di Napoli e aggiugnerebbe la Marea d’Ancona, se il re Ferdinando cacciasse di Sicilia gl’Inglesi. Tale è l’asserzione del capitano Romeo, calabrese, forse seguace del cardinal Ruffo e spia di Carolina, il quale si vendé agli Inglesi, e che non contento ad una infamia oscura si sforzò di allargarla di spazio e di durata, stampando in Londra Lo specchio del disinganno. Cosi tutti i suoi pari avessero la medesima ambizione! Dalle puzzolenti lor bocche si potrebbe anche intendere il vero, come par l’abbia dello qui questo sciagurato. Ciò parmi, perché i fatti che s’esporranno provano la corrispondenza di Maria-Carolina coll’imperator de’ Francesi, negli anni 1810 e 1811; e perché l’atteggiamento di lei quand’era minacciala dall’esercito francese nella state del 1810, mostra che non era quello il suo vero nemico.

Avea l’imperatore mandalo in Calabria 11,000 Francesi e nominato suo luogotenente per l’impresa di Sicilia, Gioachino Murai, che v’aggiunse 16,000 Napoletani; pose gli alloggiamenti tra Scilla e Reggio; soggiornò egli stesso al Piale, rimpetto proprio a Messina e vicinissimo a quella fatai punta del Pizzo, ove ei fu fucilato pochi anni appresso; adunò barche cannoniere e di trasporlo, e cominciò a romoreggiare e fare imbarcare e sbarcar continuamente le genti, come già Napoleone a Boulogne-sur-mer. Ma perché il Corso adesso intendea di accennare e non per anco di ferire in Sicilia, commise al generale Grenier, comandante le genti francesi dell’esercito di Calabria, che non s’attentasse al passaggio senza un espresso comando, e ammoni Murat che non movesse all’impresa con meno di 18,000 uomini raccolti insieme. Talché il re di Napoli, ch'era animosissimo, come ognun sa, e anche un po’ rodomonte, volendo pur passare, fu costretto a farlo co’ suoi soli. Sendogli sempre attraversato il passaggio dalle forze navali inglesi, quando noi contendeva il mare, Gioachino contro il consiglio de’ suoi officiali di marina, scelse male l’occasione e ordinò peggio l’impresa la notte innanzi il 18 settembre 1810, donde, una sola divisione delle sue genti pose piè in Sicilia alla spiaggia di Mili, rimpetto proprio a Reggio, ed una diecina di miglia, italiane a mezzogiorno di Messina: il resto non potendo superar la corrente né eludere le navi inglesi, tornò addietro. E gli sbarcati, capitanati dal generale Cavaignac, al servigio napoletano, messisi a far la vendemmia pe’ vigneti di quelle spiagge, furon in brev’ora rispinti e accerchiati da’ contadini che accorreano da’ villaggi vicini, massime dal casal di Santo-Stefano, armati di schioppi, scuri e bastoni: suonavan le campane a martello, imberciavano il nemico d’insù le colline, e veniano anche alle mani da corpo a corpo. Cosi parte si rimbarcò precipitosamente e andò a presentare a Murat in segno di trionfo un po’ d’uva di Sicilia; il resto, già diradalo e disordinato, vedendo giugnere una mano di stanziali inglesi che veniano a corsa di Messina, pose giù le armi; si che gl Inglesi non trassero un colpo. Di que’ che si ritirarono, cinque barche furon prese, una affondala, e tra morti e prigioni rimase in Sicilia da 900 degli agrfcssori. Tremila a un di presso i contadini combattenti, secondo che allor si pubblicò per le stampe e 3,500 i nemici, che la Gazzetta britannica di Messina del 24 settembre avea detto sommare a 4,000 uomini in una sessantina di barche. Di questo numero non par contento il Bianchini che, tutto cruccioso, afferma nella compilazione citala di sopra, non aver passato i 1. 600. E gli Inglesi poi a lodare l’animo de’ foresi, a far luminarie in Messina e mettere in mostra una dipintura trasparente che associava nella vittoria un soldato britannico e un contadino siciliano. La corte di Palermo al contrario, come delusa o dispettosa, non fiatò dopo il fatto; né avea cooperalo alla difesa di Messina minacciata con tanto remore da Murai, ma avea adunalo le sue forze in Palermo e Messina qualche schiera a scala tra Palermo e Messina, non mescolale con gl’Inglesi e in tal postura da poterli al paro aiutare e combattere. Le spiacque forse la vittoria di Mili; o non avea paura dell’assalto? Così abbiam narrato questa fazione sulle tradizioni e gli scritti di persone informale che soggiornavano allora in Sicilia o nel campo di Murat. Romeo, con la metafisica tortuosa degli spioni, sostiene che il re di. Napoli adirandosi delle pratiche del cognato con Maria-Carolina, le fe’ risapere a’ capitani inglesi, e d’intesa con loro ordinò quella passata di Mili, perché gli servisse di pretesto a ritirarsi di Calabria, e sciogliere il campo. Ma io non so comprendere che potesse giovare agli Inglesi o a Murat questo scherzo pericoloso. Mi par che se ne ritragga piuttosto che l'imperatore intendea per allora minacciar la Sicilia per stratagemma, e dir da senno quando fossero mature le sue trame con Carolina; che Murat comprendendolo volle ritorcer l’inganno contro Napoleone e Carolina con tentare un colpo da sé, e ritirarsi al tutto quando quello gli venne fallito; che la corte di Palermo sapendo il fallo suo non si spaventò del campo di Calabria, né si allegrò della vittoria: e che gli Inglesi lietissimi di veder pigliare le armi ai contadini siciliani notarono senza molla apprensione le frodi femminili di Carolina, si posero sulla sua trai eia, e si disposero di fondare d’allora in poi in sul popolo e non su l’instabile e ingannevole animo della corte.

Pertanto non ebbero a sudar mollo i capitani britannici di Messina per corrompere una o due spie e agenti di Carolina. Tutte le memorie e gli attestali d’uomini che viveano in Messina in quel tempo e potean sapere i fatti, li portano a un di presso come il Palmieri, e mostrano che questa volta si trattava di una vera pratica col nemico, e non più del commercio di gazzette e notizie che nelle mani di Ai tale era stato esageralo con tanti orrori nel 1809. I generali inglesi operarono con animo e moderazione. Cavaron prima i grilli dal capo a un corpo franco di Calabresi che stanziava in Messina, il quale intendendo che si dovessero passare per le armi tre de’ suoi, convinti della pratica col manico, fremeva e minacciava. E però gl’Inglesi fanno armar di tutto punto questa banda calabrese; la proteggono in abbondanza di cartocci, e la fanno schierare in prima fila nel luogo del supplizio: essi si metton dietro anche in ordine di battaglia aspettando l’esito di quelle minacce. Nessuno fiatò. Allora gl’Inglesi, andando dritto alla radice, prendono il capitano Rosseroll. capo della polizia segreta della regina, il chiudono nel forte Gonzaga, vogliono farlo giudicare da un consiglio di guerra inglese; ma per l’onorevole e maschia opposizione del magistrato messinese sig. Sollyma, assentirono a un consiglio di guerra misto d’inglesi e siciliani, che trovò evidente il misfatto e pronunziò la sentenza capitale. Aggiungono a questo una circostanza niente improbabile, cioè che Rosseroll quando fu preso aveva in seno lettere della regina, delle quali niuno si accorse, perché i soldati inglesi sdegnarono di frugare ne' panni un altro soldato: e che poi un prete ch'ei volle per confessore, destramente gli trasse dalle mani questo pegno lusingandolo infino al piè della forca.

Nondimeno le cospirazioni continuarono a pullulare, condotte sempre da militari ed emigrali napoletani, che seduceano con promesse e danari molli cittadini; talché nel dicembre del 1811, cioè quasi un anno dopo il supplizio di Rosseroll, si scopri l’altra pratica con l’inganno dell’uffiziale inglese tinto francese, e travestilo da cappuccino. Questa volta per esser molti i rei, non si fece sangue, e il generale Campbell per quotar gli animi anziosi de’ cittadini, dopo la condanna di pochi ad esilii o prigionie, bruciò pubblicamente tutte le carte. Si distinguono dunque secondo gli anni 1809, 1810, 1811 le tre principali pratiche di Messina, alle quali si tramezzarono continuamente altri casi individuali o minori.

Quanto alla partecipazione della regina Maria-Carolina nelle due ultime trame, oltre il fatto di Rosseroll, che è chiarissimo, ritraggiamo dalle memorie di Balsamo e d’un altro contemporaneo, che dal processo del 1811, al dir di un tale che l’uvea avuto per le mani, la complicità della regina polca dedursi ma non dimostrarsi. Ed oltre che si sappia con certezza di trovarsi nel ministero degli affari esteri di Parigi un carteggio tra lei e Napoleone, chi scrive le presenti note ha ritratto da un onoralo francese ch’ebbe molla parte ne’ governi di Murai, essergli stato detto dal generale Manhes, che dopo l’impresa di Mili fu colla dalla polizia di Calabria una barca vegnente di Sicilia con lettere della regina all’ìmperator de' Francesi, riposte in un nascondiglio sotto il limone. Manhes rimandò il padrone dicendogli, che se avesse recalo lettere degl’Inglesi sarebbe stato impiccato lì lì, ma che con Maria-Carolina il caso era diverso, lei già parente dell’imperatore, e interessata à se debarasser degl’Inglesi, nemici comuni. Finalmente molti han letto il romanzo di Carlo Didier intitolato Caroline de Sicile, che per certo non si allegherebbe qui come documento storico, se l’autore, che è uomo moralissimo, non raccontasse con espressa dichiarazione di abbandonar la favola e venirne a un fatto che gli costava, come un uffiziale francese Ungendosi corriere austriaco e mandato dallo imperatore Francesco a sua suocera Maria-Carolina, recasse a questa una lettera e proposizioni di lega da parte dell’imperatore Napoleone.

Prima di chiuder questa nota è da avvertire che, dicendo certa la connivenza di Carolina alle pratiche di Messina, non incolpiamo già la sua memoria di tramar con assassini un eccidio de’ suoi alleali in Sicilia: il sangue sparso sui patiboli di Napoli e le armi messe nelle scellerate mani de’ seguaci di Ruffo pesan già troppo sulla fama di questa regina. La pratica con Napoleone non era di per sé stessa un misfatto, ancorché necessariamente condotta per mani d’uomini pessimi e vili e ne’ modi tenebrosi che ama il tradimento. Non s’addicea ad animo generoso lo spiccarsi dagli Inglesi che avean dato aiuto e sussidi ai re Ferdinando per interesse proprio senza dubbio, ma con utile grandissimo di lui. Non era onesto d’abbandonarli quando più saliva la fortuna del sommo nemico comune, ma finalmente non può chiamarsi questo un misfatto. Fu piuttosto una slealtà non provocata, (badisi bene a questo) dagli Inglesi, e ben punita, perch’eglino addandosene, vollero assicurarsi conducendo il governo di Sicilia a miglior forma, e affidandolo a chi non era spinto da interessi proprii, contrarii a que’ della nazione.

92

Così chiamavasi la guardia reale.

93

Le corporazioni degli artieri del medio evo durarono in Sicilia fino al 1821.

94

Cioè lo stemma inglese sulla casa del ministro, in segno di troncar le relazioni diplomatiche tra i due governi.

95

La tassa dell'1 p. % fu rivogata per editto del 20 gennaio 1812.

96

Né punto né poco. Tutto il male fu che il popolo o la plebe non volle dare il mandato di rappresentar la città in Parlamento a un nobile che avea tenuto per la corte: e che entrando in ufficio il nuovo magistrato municipale accadde una impercettibile sommossa. Qui si vede il principio di quella gran paura che aveano della plebe i nobili e i saccenti, e questo fu l'umore veramente fatale dal 1812 al 1821.

97

Il Parlamento s’adunò il 18 giugno. La tornala alla quale allude il Palmieri, fu quella in cui si deliberarono gli articoli fondamentali della Costituzione.

98

Non si possono omettere, nel narrar le memorie di questi tempi, i nuovi capitoli di lega tra l’Inghilterra e la Sicilia fermati a’ 12 settembre 1812 da lord Bentinck da una parte e Belmonte, ministro degli affari esteri, dall’altra. Confermati i trattati del 30 marzo 1808 e 13 maggio 1809, la cui importanza era che il governo inglese durante la guerra sovvenisse il siciliano di 400,000 lire sterline all’anno, si aggiunse: che la Sicilia fornirebbe agli Inglesi per la guerra contro il nemico comune dentro i limiti e sulle coste del Mediterraneo una forza ausiliare di quattro reggimenti di fanteria, uno di cavalleria, una divisione d’artiglieria a piedi, e un’altra d’artiglieria a cavallo, in tutto 7314 uomini: che l'Inghilterra li speserebbe, ritenendo a questo effetto a un dipresso 200,000 lire sterline: che spenderebbe altre 42,000 lire per mantenere l'armatella siciliana ne’ mari di Messina: che porgerebbe il rimanente al governo siciliano: che i detti ausiliari sarebbero comandati da un generale inglese, e che di tratto in tratto sarebbero scambiati, perché tutti i soldati del re di Sicilia avessero occasione di vedere in viso il nemico. Il re della Gran Bretagna e Irlanda prendea l’impegno di garantire a S. M. il re delle due Sicilie e alla real sua famiglia, in qualunque trattato di’ ei fosse per fare con la Francia, la sovranità, il dominio «e il possesso del regno di Sicilia» e gli rimettea tutto il danaro che per avventura avesse speso in difesa della Sicilia oltre le 400,000 lire all’anno.

L’Inghilterra dunque guadagnò col nuovo governo costituzionale di Sicilia non solamente che i suoi sussidi, non più sperperati ad assoldare spie e masnadieri in Sicilia o in Calabria, si spendessero nei bisogni della guerra in Sicilia ed altrove; ma anche si assicurò del paese, traendone fuori i migliori soldati, e componendo il presidio della Sicilia in guisa che le amo inglesi di gran lunga superassero quelle del re. I reggimenti siciliani e i napoletani combatteron poi con onore sotto gli ordini di Bentinck in Ispagna e a Genova contro altri Italiani, e Napoletani specialmente, che militavano sotto le bandiere francesi. Cosi non solamente servivamo ad uno o ad un altro straniero, ma ci scannavamo tra noi per causa loro! Il sussidio inglese pericolò in luglio 1814; ma Bentinck continuò a porgerlo a preghiere del re: fu poi sminuito in ottobre e tolto del tutto in febbraio 1815.

99

Art. 11.

100

Ibid. Set.

101

Art. 7.

102

Ibid. 6

103

Ibid 7

104

Ibid 8.

105

Ibid 9

106

È da notare che Belmonte e i suoi aderenti cercarono di diminuire al più possibile il numero dei rappresentanti alla Camera de' Comuni, e di tenere altissimo il censo elettorale e quello de’ rappresentanti. Ciò si scorge dalle memorie dei Balsamo.

Un’altra pietra di scandalo fu l’ordinamento dei magistrati giudiziali, che Belmonte volea pochi, e che un’altra parte di costituzionali, di cui era capo Castelnuovo, desiderava che si spargessero per tutta l’isola, affin di rendere più pronta e comoda l’amministrazione della giustizia, e di propagare l'incivilimento.

107

Il re si dichiarò guarito della sua infermità e rivocò la commissione del vicario generale il 9 marzo 1813. Perciò questi avvenimenti non seguivano di gennaio di quell'anno, come scrive il Botta.

108

Vuol dire il Palmieri: per guadagnar tempo.

109

Pifferi di Montagna, pag. 36.

110

Ferdinando ricadde nella sua infermità e rinnovò la commissione di vicario generale in persona del figliuolo, a’ 29 marzo 1813. Così questo tentativo di ripigliar lo stato senza forza di soldati né amor del popolo, durò venti giorni.

111

Eccone il testo o traduzione italiana che ne ha pubblicato il Bianchini, op. cit., tom. 2, pag. 87. Segreteria degli affari esteri. — 23 gennaio 1813.

Eccellentissimo Signore!

I servizi eminenti che V. E. ha resi alla causa del suo sovrano e paese dacché fu Ella ammessa nei Consigli di Sua Maestà, sono d’una natura da reclamare le più distinte marche di approvazione da chiunque (sia?) al par di me convinto che la salvezza e prosperità dei dominii di Sua Maestà sono interamente connessi con la unione più stretta e più confidenziale tra i consigli de’ due paesi. Quindi con la più alta soddisfazione adempisco ai comandi del principe reggente nel trasmetterle i sentimenti che animano Sua Altezza Reale in quest’occasione. Il pubblico britannico e il suo governo comprendono egualmente qual parte veramente patriottica e savia abbia la E. V. rappresentata nelle passate negoziazioni tra il ministro e comandante in capo di Sua Maestà Britannica ed il governo siciliano, e non si dubita qui affatto che, perseverando nella medesima condotta, l’alleanza tra i due paesi non sia per fissarsi su di una base che né gli intrighi né forza alcuna potranno sospiantare (sic), e che la sicurezza e prosperità del di Lei nativo paese, che cotanto già deve ai disinteressati sforzi dell’E. V., abbia ora a continuare per i futuri tempi a far risplendere il principale onore e pregio sul ministro a cui fu dessa primieramente attribuita. Ho pregalo lord W. Bentinck, perché voglia nel trasmettere nelle mani di V. E. questo foglio aggiugnervi quelle espressioni colle quali ho l’onore di essere: Castelreagh.

A S. E. il principe di Belmonte, consigliere di Stato di Sua Maestà e segretario di Stato degli affari esteri.

Come l'editore non ci dice se questo sia testo, o traduzione dall’inglese o dal francese, e donde ei l'abbia cavalo, così gl’Italiani che leggessero questa lettera si asterranno dal ridere degli sforzi, che nel primo caso, avrebbe fatto il loro, d’altronde carissimo Castelreagh, a scrivere il nostro idioma. Quanto alla data, se veramente è di gennaio, erra gravemente il Palmieri a riportar questa lettera dopo il tentativo di re Ferdinando, che avvenne in marzo, e perciò essa diviene di gran lunga men significativa. Ma può ben darsi che un Januarv o Janvier sia stato preso per June o Juin da chi lavorò pel Bianchini, e che abbia ragione il Palmieri.

112

Costituz. dì Sic., tit. I; Del potere legislativo, cap. Il. § 2.

113

Costituz. di Sic.: Statuti per la successione al trono, cap. VIII. § 17.

114

Il Parlamento del 1812 fu convocato con l’antica forma delle tre camere; aperto il 18 giugno e chiuso il 4 novembre. Gli statuti fondamentali ottennero l’approvazione del principe a’ 10 agosto 1812. Gli altri a’ 9 febbraio e 25 maggio 1813.

115

Lord Bentinck partì verso la fine di maggio 1813.

116

Addì 8 luglio.

117

Le faccende pubbliche e privale, e principalmente i tributi e i pagamenti di affitti e rendite, si regolavano tuttavia con l’anno dell'indizione romana.

118

E strano che il Palmieri apponga per biasimo un nome sì grande a un uomo mediocrissimo se non che parea forte di polmoni e mal creato.

119

Pag. 37.

120

Pag 43.

121

Se la paura è scusa agli atti violenti e illegali, è scusabile il Consiglio di Stato adunato il 13 luglio e spaventato da un po' di romore che si sentiva in città, senz'altro danno che qualche porta fracassata e due uomini uccisi dai sol dati, forse troppo corrivi a far fuoco. L'intesa coi nemico fu un sogno o un pretesto trovato da poi, né vale l’allegare in questo i sogni scritti dal furibondo sanfedista Lanosa.

122

Costit. di Sicil. Consigli civici e magistrati municipali, § 6.

123

Dal 2 settembre 1813.

124

Coll, di Sic, tit. I. Del potere legislativo, cap. XXIV, 4.

125

La dissoluzione del Parlamento segui il 30. Il giorno seguente il ministro e comandante generale inglese promulgava il seguente editto.

«Avendo il tenente generale lord Guglielmo Bentinck contratto l’impegno con Sua Maestà il re, e S. A. R. il principe ereditario, di garantire che pel reale assenso dato allo stabilimento di una costituzione libera in Sicilia non si comprometta né la salvezza della corona, né la pubblica tranquillità; come anche in vista di altre pur troppo ovvie considerazioni, fa egli noto:

«Che sino a tanto che il Parlamento da convocarsi non sarà per provvedere al buon ordine e ben essere di quest’isola; sino a tanto che l’attuale confusione e disordine, che minacciano di una fatale distruzione non meno la libertà dei sudditi che la conservazione dello Stato, non saranno per cessare; e ino a tanto che l’opera gloriosa della costituzione si felicemente cominciata nel Parlamento del 1811, non venga regolarmente consolidata, si rende egli responsabile di mantenere la pubblica tranquillità del regno con la forza affidata al suo comando.

«Fa egli di più manifesto che sarà per punire per via d’un sommario processo militare i disturbatori della pubblica quiete, gli assassini, ed altri nemici della costituzione che potrebbero in qualunque siasi modo attraversar le misure del governo o fare allo stesso delle opposizioni.

«Palermo, 31 ottobre 1813.

V. C. Bentinck

126

Queste villanie non si leggono nel discorso al Parlamento, che anzi è savio e moderato, e con garbo rimprovera ai Comuni la loro discordia, e accenna l'opinione che si cercava di destare nel popolo contro la costituzione attuale in favore di una più larga. Per le nuove elezioni si dice ai rappresentanti che avvertano i loro concittadini ad eleggere «persone animate di vero zelo patriottico e che non si lascino sedurre dalle suggestioni de malintenzionati.

127

Notisi che il viaggio di lord Bentinck nella Sicilia orientale cominciò pochi giorni dopo che si riseppe in Palermo la battaglia di Lipsia e il progresso delle armi inglesi in ISpagna. Giunse lord Bentinck a Messina per mare il 27 novembre 1813, il 2 dicembre a Catania, il 9 a Siracusa, il 13 ad Avola e Noto, il 16 a Modica, il 17 a Caltagirone, il 19 a Piazza, e il 24 tornò a Palermo, dopo un mese che n’era partito. Per ogni luogo fu accolto con gioia e suoni e luminarie e balli e desinari e trattamenti di God save the King.

128

Questo paragrafo è cavato o piuttosto copiato quasi da un capo all’altro dalle memorie manoscritte del Balsamo. Costui, intimo di Castelnuovo e di Belmonte, ed autore dell’ordine delle tasse nel 1810 e dell’abbozzo della costituzione del 1812, uomo per altro di molto ingegno e procacciante, potea saper benissimo tutti gli andamenti di Bentinck, col quale era anche assai dimestico. Perciò s’ei dice rimanergli qualche dubbio ad affermare il proponimento del ministro inglese, non per altro che per l’enormità del fatto, ma da ciò in fuori vederne tutti i segni, noi possiamo ben affidarci alla sua testimonianza. Vera d’altronde com'è quella lettera del sogno di lord Bentinck, non potea significare altro; né quel viaggio proconsolare vuol dir altro; né finalmente si deve intendere in altro modo l’editto del 31 ottobre 1813 da noi trascritto nelle note precedenti; esorbitante usurpazione d'autorità, anzi intollerabile insulto al vicario generale e al re di Sicilia. Perocché lord Bentinck in quello non comanda né minaccia in nome loro, ma di per sé; né pur si cura di prendere il titolo che avea di comandante generale delle armi per lo re di Sicilia. Aggiungasi a questo che il capitano inglese, il quale avea fin qui rispettato sempre la legalità delle apparenze, in questo tempo par che a bello studio se ne spogli ad ogni incontro, essendosi portalo fin anco a promulgare un altro editto del 9 novembre 1813, col quale dichiarava che avrebbe sostenuti con la forza i provvedimenti del magistrato, municipale di Palermo, per l’abbondanza del grano nella città e pel ben essere del popolo. Perché cominciava egli a parlare in nome proprio appunto quando le armi dell’imperatore già cadeano infrante ed era per aprirsi in Europa un nuovo lotto di regni e di territori con le spoglie del conquistatore? Perché si mostrava nel medesimo tempo con tanta fretta e tanta pompa alle popolazioni orientali dell’isola? 11 suo viaggio non fu da curioso, né da archeologo, e mollo meno fu inteso, come si lusingarono i cronici, e sei credeva anche Palmieri infino al 1821, a far parte per loro nelle prossime elezioni. U inglese si era assicurato di Palermo, che si lira dietro tutta' la Sicilia occidentale, e or volea tastar le acque dal lato opposto, ove gli animi (Messina forse esclusa) pendean piuttosto verso la democrazia e ai Francesi. S’aggiunga finalmente che d’ottobre furono catturali in Palermo due giovani di cervello assai leggero, e il duca d’Angiò per aver pubblicato non so che lettere contro lord Bentinck, severità e illegalità, alla quale l’inglese non si sarebbe gittato forse in altri tempi. Dal 3 ottobre dunque, che ei tornò di Spagna in Sicilia, fino ai primi di gennaio, quando partì per la terraferma d’Italia, per andare ad accordarsi con Murat già neofita della lega contro Napoleone, tutti gli andamenti di lord Bentinck doveano essere più che sospetti alla dinastia dei Borboni di Sicilia.

129

L’8 giugno 1814, dopo aver occupato Livorno e Genova.

130

Allo scorcio di giugno 1814. Quest’accordo dei capi dell’antica opposizione a richiamare il re al governo, mostra che tra pei contrasti della parte democratica in casa e per la guerra napoleonica finita fuori, si accorsero che non poteano più aspirare a regger lo Stato. Belmonte fu il primo a mettere il partito come più tenace nell’aristocrazia, e perciò sdegnato non solo della nuova opposizione parlamentaria, ma altresì di Castelnuovo e de’ più moderali dell’antica sua consorteria. Aggiungasi a questo che s’era già alienalo da Bentinck, o perché l’Inglese lo credesse troppo tirato ne’ principi politici, e troppo arrendevole agli adulatori e clienti suoi, o perché gli paresse un ostacolo alle mire ambiziose dell’Inghilterra, toccate di sopra. Nella state del 1814 non si parlava più di queste, sendo già occupata Parigi e gittate le basi dei patti di Vienna: ma non poteano essere perciò ravvicinali gli animi dell’Inglese e del Siciliano; e quest’ultimo ascoltava già volentieri il ministro di Russia, sia che lo Scila l’ingannasse per conto del re Ferdinando, sia per conto del suo proprio padrone e per bisantina perfidia della diplomazia russa, che lusinga sempre i patriotti della penisola greca e di quando in quando que’ dell’italiana.

Nelle memorie del Balsamo si accennano queste brighe del ministro di Russia Mogenigo, il quale avea messo in capo a Belmonte ch'ei diverrebbe ormai il braccio dritto del re. Si aggiunge che Belmonte, uscendo dal Consiglio in cui s’era deliberato di rimettere il governo nelle mani del re, dicea tutto lieto agli amici: Ho salvalo per la terza volta la patria». Senza dubbio sperava che il re, contento a ciò, non avrebbe avuto né motivi né pretesti di attentare alla costituzione. E cosisi lascian cogliere anche i più sagaci! Par che la causa di tanta letizia di Belmonte non sia stata affatto quella che suppone il Palmieri.

131

Il Caffè de' Nobili di Palermo, ove si riunivano tutti i Napoletani.

132

La guerra era cessata e con essa ogni forza dell'Inghilterra sulla Sicilia; anzi il ministero di Castelreagh, dando lo scambio a lord Bentinck, lasciava già in sicurissima libertà il re Ferdinando. Non valendo dunque per le parole dette dal re in luglio 1814, il solito pretesto dei fedifragi che allegano la propria paura e l’altrui violenza, è ben ricordare con quale aspetto Ferdinando III ricompariva sul trono di Sicilia il 18 luglio 1814.

III. Pari, onorevoli Rappresentanti dei Comuni del regno.

Fra mille pensieri, che risveglia questo giorno memorabile, io preferisco di annunziarvi quelli, che più lusingano il mio cuore. Io vengo in mezzo di Voi, come un Padre nella sua cara famiglia. Noi non abbiamo, che un istesso, ed unico oggetto; il bene, la felicità. la grandezza della Nazione Siciliana.

La Previdenza, innanzi la quale i giudizj degli Uomini sono fragili, e vanj ha guidato i grandi avvenimenti di Europa per vie impensate. La bella Sicilia è anche essa sul punto di poter riacquistare tutto il suo antico splendore. Nell'esterno essa ha ripigliato il suo rango nell’ordine delle Nazioni, perché la massa enorme, che schiacciava l’indipendenza, e la libertà politica, è stata distrutta.

Nell’interno i desiderj. ed i travagli per un utile, e salutare riforma han secondato lo spirito, e l’impulso generale del secolo verso la perfezione. Io non ignorava la saggezza delle vostre antiche leggi. Io apprezzava le istituzioni, e le usanze, che fecero tanto onore ai vostri Parlamenti, ed ai Principi illustri fondatori, e restauratori di questa Monarchia. Ma io era persuaso. che niuna opera è perpetua, che il tempo alterando i rapporti delle cose, rende degni di correzione i migliori sistemi, e che le leggi politiche, come le civili, hanno sempre bisogno di essere ricondotte alla purità dei loro principi, e sviluppale degli abusi, che spesso le deturpano, e le soffocano. La Sicilia ha ormai una sua Costituzione scritta. Destinata questa a stabilire un ordine nei movimenti del potere, perché non si confondano; ad assegnare un limite alle diverse funzioni di esso, perché non s’invadano; a lì ssa re il gran punto, dove i dritti privati, ed i bisogni pubblici debbono concordemente riunirsi; a proteggere l’individuale libertà civile, e la piena sicurezza delle persone, e delle proprietà; destinata in somma a gittare le basi della prosperità, e del benessere dei Siciliani, è stata essa accompagnata dai miei più teneri sentimenti paterni, ed è stata modellala sopra la forma del Governo di una grande, ed elevata Nazione, che riscuote l’ammirazione del Mondo, e che ha dato, e dà continuamente prodigiose prove di ricchezza. di potenza, e di magnanimità.

Egli è vero, che tanto bene non ha finora corrisposto interamente ai comuni presagi Le conseguenze di una guerra generale, i terrori di un contagio vicino, le convulsioni ordinarie nelle grandi mutazioni, nei subitanei, e non preparati passaggi, e nello spiantamento delle antiche abitudini, hanno forse cagionalo qualche amarezza, e (dovrò anche dirlo) qualche dissensione. Ma questo giorno solenne finalmente ci unisce per godere, ed accrescere il bene, e per cancellare la rimembranza dei mali. Figli, e Fratelli della medesima Famiglia, animali dallo stesso interesse, e dalla stessa gloria, voi non avrete, che una mente, ed una volontà. Discendente di Arrigo IV, Io non avrò, che l’ardente desiderio della vera felicità del mio popolo, e non impiegherò, che per essa tutti i momenti della mia vita, e tutti i poteri, e le prerogative, che la Costituzione garantisce alla mia Corona.

Rivolgetevi adunque agli oggetti, per li quali siete stati chiamati. La concordia, l’unanimità, la giustizia, l’umanità, l'onore, l’amor della Patria seggano insieme con voi, e divengano l’anima, e la luce dei vostri voti, e delle vostre discussioni.

Sostenete prima di ogni altro la dignità di Nazione. Restituito l’equilibrio ed il libero uso dei rapporti del diritto delle genti, la Sicilia avrà l’esistenza sua propria, e godrà della sua indipendenza politica. Siate orgogliosi di questo sagro diritto. Ma pensate a mantenerlo coi più validi sforzi, finché non sarà fermo.

e finché il nostro Orizzonte non sarà interamente diradato da quelle nubi, che potrebbero ad ogn’istante turbarne la tranquillità. Difendetene, e consolidatene i primi momenti col mantenimento di una forza Armata, che vi faccia rispettare. Riflettete, che questi temporanei sagrifizi vi risparmieranno il rossore di cader forse nell’avvilimento, e nella nullità, e che dovrete ad essi la consolazione di vedere ben presto, che la vostra esistenza politica sarà molto più stabile, e vi costerà molto meno.

Compite poi quello, che manca nell’Edifìcio Civile, che avete innalzato. Il Codice delle leggi. e la forma dei Magistrati sono la parte più nobile, e più necessaria. Le vostre vite, le vostre persone, le vostre sostanze non avranno mai sicurezza, se la giustizia non apparirà senza velo, e non sarà facile e vicina a chi l’implora, e difficile, ed inaccessibile a chi vuole adoperarla come lo strumento della iniquità, o come la fiaccola della discordia.

Ritoccate, e correggete quelle imperfezioni, che possono esser corse nell’esecuzione del lavoro. Le opere degli uomini non nascono perfette. Interrogate perciò i secoli, e l’esperienza; consultate la prudenza delle vostre leggi preesistenti; combinate quanto più sia possibile gli antichi usi coi costumi novelli; adattate ai tempi, ed ai progressi dei lumi, e della crescente coltura le maniere di pensare, di sentire, e di vivere degli abitanti di questo suolo fortunato; e non lasciale di riguardare in tutù i convenienti rapporti il grado nel quale si ritrovano, e quello a cui possono pervenire la loro industria, ed il loro commercio.

Tolta già l’ingiustizia, e l’oscurità del vecchio metodo di contribuzioni pubbliche, ed adottato il più chiaro, ed il più agevole sistema di proporzione; evitale ora, che nel fatto questa proporzione si perda, e che le tenebre, le quali si sono scacciale dalla classificazione, e dalla distribuzione delle tasse, si spargano più funestamente sopra la cognizione delle rendite tassabili.

Occupatevi dell'articolo della moneta di rame, più importante di quello, che volgarmente si crede. La falsificazione di essa, questo piccolo seme di grandi mali, all’ombra dei pubblici disastri ha gettato radici profonde. Estirpatele con un coraggio degno di voi, e con una generosità non dissimile da quella, che mostrarono i Parlamenti passati.

Facilitate finalmente, ed affrettate la costruzione delle vie pubbliche. Mentre tanto si pensa a migliorare le leggi, non si deve soffrire che gli uomini manchino di comunicazione tra loro.

Onorevoli Rappresentanti della Camera de' Comuni.

Voi dovete concorrere a tanti beni con apprestarne i mezzi. Lo Stato non può essere felice, e grande, se non se ne conserva la vita, ed il vigore. L’ordine delle cose che abbiamo adottato, rende questo punto poco capace di dubbio. Voi vedete i bisogni: voi somministrate la spesa: voi esaminate l'amministrazione. Io ho disposto, che vi si presenti il piano delle finanze della indiz. vegnente, accompagnato da tutte le dimostrazioni necessarie.

Vi sarà esposto il debito nazionale, e lo troverete assai maggiore di quello dello scorso anno, tanto per gl’imprestiti fatti allo Stato sotto la garanzia del governo britannico, quanto perché ai pesi non soddisfatti nella passata indizione si aggiunge l’annualità corrente già vicina a terminare. Il mio animo è penetrato di dolore vedendo, che i creditori più legittimi dello Stato, come i Tandari, gli Assegnatari sopra i donativi antichi, e moderni, i possessori dell’abolito dazio. della seta, ed i comuni, le badie, e le commende, che han rilevato lo Stato dalle massime angustie col prezzo dei loro terreni a tal uopo alienati sotto la promessa di una corrispondente rendita, restino ancora non soddisfatti; per la qual cosa languiscono nell’indigenza molle famiglie, e comunità contro ogni regola di equità, e di giustizia. Rimediate prontamente a tanto male, e riflettete, che se ciò è un sagrificio, lo è per una sola volta. Posta in corrente la rendita dello Stato, non si avrà più un tale disagio. È anzi da sperarsi fondatamente, che una piena, e perfetta serenità diminuisca in appresso i bisogni, ed in conseguenza le prestazioni, che per la prossima indiz. fisserete.

Io non voglio farvi il torto di dubitare, che possiate essere in contradizione con voi stessi; che desideriate il fine senza i mezzi; che vogliate la nazione florida, e sicura, consolidata la Costituzione, il debito pubblico pagato, la buona fede inconcussa, la giustizia rispettata, e protetta, senza preparare il fondo, sul quale debbono posarsi tutti questi vantaggi.



Signori, e Cittadini.

Io debbo un pubblico attestalo di approvazione, e di lode al mio carissimo figliuolo il principe ereditario per io tempo, nel quale ha fatto le mie veci. L’esperienza che egli mi ha dato, mi ha confermato pienamente l’idea della purità delle sue intenzioni, della sua saviezza, e rettitudine, e mi ha anticipato la soddisfazione di vedere nel successore al mio trono le virtù che ne io rendono meritevole.

Non ho poi da mettervi innanzi gli occhi verun altro avvenimento particolare, che meriti la vostra attenzione, se non la gloria, e la riputazione, che hanno acquistato le nostre truppe in Ispagna, ed in Italia, dove sono state impiegate con quelle del nostro Augusto, ed antico Alleato il Re della Gran Bretagna, e sotto gli ordini del degno Capitan Generale Lord William Bentinck, per cooperare al felice successo della giusta causa universale, all’abbattimento delle usurpazioni, ed al ristabilimento della giustizia, e della legittimità. Nel di più le circostanze di questo anno esigono delle vedute generali, ed estese. Gli sguardi dell’Europa, finito il teatro della guerra universale, saranno rivolti sui primi passi delle nazioni nelle vie della pace. Talora è più difficile il sostenere la fortuna propizia, che l’avversa. Voi avete dato esempi luminosi di costanza nei pericoli. Il Signore ha benedetto la vostra virtù: e la tempesta ha rispettato le vostre spiagge. Sarete voi diversi nel momento che dee tornare la calma? Voi avete un nome, ed un carattere nella storia. Voi non sarete degeneri dagli Avi vostri.

133

Eccone il testo, o traduzione francese pubblicata dal cav. Aceto, pag. 210 a 216 dell'opera De la Sicile, etc., citata di sopra.

Note communiquée par M. William A’Court, lors de l’évacuation de la Sicile par les troupes anglaises.

Les heureux événements qui ont eu lieu dernièrement en Europe ayant essentiellement changé les rapports de la Grande Bretagne envers la Sicile, il est nécessaire que le représentant de S. M. britannique lasse coronaire à la nation sicilienne les sentiments dont le gouvernement anglais est anime, et les vues sur lesquelles il porte actuellement son attention principale. Cette mesure est d’autant plus nécessaire, que, dans le choc des partis, le droit de médiation a été peut-être aussi exagéré d’un côte qu’il a été imprudemment et inutilement désapprouvé de l’autre.

La Grande Bretagne, par les sacrifices quelle a faits pour la sécurisé et la prospérité de la Sicile, a le droit d’espérer que ses avis seront reçus avec déférence, et qu’on leur prètera l’attention qu’ils méritent; d'autant plus que la modération avec laquelle elle est disposée à exercer ce privilège que lui ont acquis les bienfaits qu’elle a répandus sur la Sicile, doit être considérée comma une preuve suffisante de son éloignement à s’emparer d’une influente illégale et incompatible avec les principes de la constitution et la dignité d’un État indépendant.

Il n’est pas nécessaire de remonter à la source des causes d’où sortit le voeu général de la nation pour la réforme de la constitution du pays: on pourrait les trouver dans l’avancement progressif de la civilisation, dans la propagation des Lumières et dans l’insuffisance des instituions humaines, qui ne peuvent résister aux abus et aux détériorations auxquelles elles sont sujettes, et qui, durant le changement des opinions et des circonstances, ne peuvent offrir à la prospérité du peuple les mèmes garanties qu’à l’époque de leur fondation.

Mais quoique le désir d’un changement fut presque général, cependant, lorsqu’on voulut fixer les bornes qu’on devait assigner aux innovations proposées, on rencontra les plus grandes difficultés. Dans cet état de choses, il était très naturel que la nation portà ses regards sur un pays qui, malgré son peu d'étendue et sa faible population comparativement, avait cependant non seulement su se défendre et se maintenir contre le torrent qui avait renversé les principaux royaumes de l’Europe, mais mème avait pu prêter une main protectrice à ceux qu’on menaçait et qu’on opprimait.

On est convaincu, et à raison, que la Grande Bretagne doit sa splendeur et sa prospérité à ses sages et excellentes institutions; c’est pourquoi l’on a connu l’espoir que l’adoption d’une forme de gouvernement semblable assurerait les mêmes avantages à la Sicile, dont la position insulaire et les institutions primitives offrent une sorte de ressemblance avec celles de son puissant allié.

L’Angleterre ne pouvait être insensible aux réclamations qui lui avaient été adressées; et lorsqu’elle se chargea de la protection de la Sicile contre toute invasion étrangère, elle ne fit que céder aux invitations quelle avait reçues, et devint ainsi la protectrice elle soutien des innovations fondées sur des principes aussi justes qu’honorables pour ceux qui en sont les auteurs.

C’est sous de tels auspices que fui commencée l’œuvre de la constitution. Si, par la suite, elle a rencontré dans sa marche des difficultés qui ne pouvaient pas être prévues, et des obstacles qui semblent mème encore insurmontables, il faut songer à la grandeur de l’entreprise, il faut se ressouvenir de la facilité avec laquelle plusieurs etrangements importants ont déjà été accomplis; et, pardessus tout, il faut combattre cet esprit d’avilissement et de découragement qui porte à considérer tout essai d'amélioration comme un pròjet chimérique et inutile.

Il est difficile et peut-être mème impossible de transporter d’un pays à un autre ses lois, ses formes et ses institutions; la différence des mœurs, des préjugés, de la religion et de l’éducation opposent une barrière insurmontable à l’achévement d’une révolution aussi complète. La Grande Bretagne n’a jamais voulu imposer une telle condition à la Sicile: comme l'amie et l’alliée de la nation sicilienne, son devoir consistait simplement à seconder l’adoption de la partie de la constitution, qu’après un grave et mûr examen on aurait trouvée la plus propre à satisfaire les souhaits du peuple, età assurer son bonheur et sa prospérité.

Dans les débats ultérieurs qui pourront précéder l’accomplissement de la constitution, la Grande Bretagne croit devoir recommander à la nation sicilienne de prendre en sérieuse considération la nécessité de laisser une proportion raisonnable de pouvoir au gouvernement exécutif; et, en mème temps, elle s’empresse de rappeler au gouvernement l’exemple du roi de Franco, qui, lorsqu’il fui réinstallé sur le trône de ses pères, octroya à son peuple les privilèges et les avantages d’un gouvernement libre, autant qu’ils pouvaient s’allier avec l’autorité de la couronne, la conservation de l’ordre public, et les mœurs et le caractère de la nation française.

La Grande Bretagne croit devoir recommander en mème temps de prêter une grande attention au code des lois et aux dispositions nécessaires pour en assurer l’exécution; elle rappelle à la nation sicilienne que la félicité d’un peuple dépend beaucoup plus dune administration pure et impartiale de la justice que de la portion du pouvoir politique qui pourrait lui tomber en partage. La possession entière de la liberté civile est la base la plus ferme sur laquelle on puisse établir le pouvoir politique. L’Angleterre espère que pour obtenir ce bien inappréciable, la nation sicilienne y donnera principalement son attention, qu’elle n’a portée, jusqu’à ce jour, que sur des objets de moindre importance.

L’Angleterre accorderait, avec le plus grand empressement. à tonte modification de gouvernement prudente et tempérée la sanction et l’appui qu’il est en sa puissance d’accorder. Elle exige ce pendant, comme une condition de l’assistance quelle prèterait, que ce changement soil opere par le Parlement, qu’il soit accompli d’une manière légale et constitutionnelle, aussi éloignée, d’un còtè, de toute influence indirecte d’une autorité répressive, que, de l’autre, de tout exercice illégal d’action populaire.

Le conseil et l’assistance qu’elle offre ne doivent ètre envisagés que sous le point de vue de l’intime amitié et de l'alliance qui unit l’Angleterre à S. M. sicilienne. La proposiiion qu’elle a faite tout récemment de retirer ses troupes de la Sicile, serait une preuve suffisante, si cependant il était besoin de preuves, que l’Angleterre n'a pas la moindre envie d'exercer aucune influente militaire dans les conseils du roi ou de la nation. L’attitude qu’elle a été obligée de prendre pendant la guerre a donne naissance à plusieurs fausses rumeurs. pour la réfutation des quelles il suffit de se rappeler la bonne foi reconnue de la Grande Bretagne et la loyauté de sa conduite.

On ne saurait trop déplorer la continuation de l’esprit de parti en Sicile; et comme les vues de la Grande Bretagne sont uniquement dirigées vers la prospérité de l’île, rien ne peut être plus loin des intentions de son gouvernement que de voir le ministre anglais résidant à Palerme devenir le centre d’un parti.

Le gouvernement anglais, en faisant cette déclaration, croit qu’il n’est pas inutile d’ajouter qu’il se considère comme hautement intéressé au sort de ces individus, qui ont soutenu les mesures du gouvernement intérieur de la Sicile, et auxquels la situation critique du pays, pendant les trois dernières années, obligeait le représentant de l’Angleterre à suggérer |es droites et honorables intentions dont ils étaient animés.

Ces individus sont parfaitement connus, et les abandonner serait incompatible avec le caractère et la dignité de la nation britannique. Elle a un droit incontestable d’insister pour qu'aucun d’eux ne soit inquiété, ni dans sa personne, ni dans ses biens, pour la part qu’il aurait pu prendre à l’établissement et au soutien de la constitution; et la parfaite sécurité de ces individus doit être regardée comme le sine qua non de la protection et de l’alliance de l’Angleterre.

Les rapports nécessaires que la paix générale a établis entra les deux nations, l’ont déterminée à faire cette déclaration publique des sentiments et des intentions de son gouvernement. L’intervention de la Grande Bretagne dans les affairas domestiques de la Sicile n’a été motivée que par les causes les plus pures d’une amitié désintéressée. Elle sera pleinement récompensée de tous les sacrifices qu’elle a faits, s’il est avéré que ses efforts pour le bien, la félicité et la prospérité de la nation sicilienne ont été heureusement couronnés.



134

La somma di queste trenta linee, niente rette, era: il re proponesse al Parlamento le leggi e i sussidi: sei magistrali impiegati del re sedessero nella Camera de’ Pari: ammessi gl’impiegati nella Camera de’ Comuni: potesse il re metter fuor; editti e regolamenti per l'esecuzione delle leggi e la sicurezza dello stato: la libertà della stampa e delle opinioni fosse ristretta con le stesse leggi di Luigi XVIII, con la censura de’ giornali e degli opuscoli minori di 20 pagine: le contribuzioni ordinarie restassero immutabili e adattate a tutti i pesi dello stato: si confermassero dal Parlamento ogni quattro anni con quelle mutazioni che potessero occorrere: le straordinarie durassero secondo i bisogni per lo tempo stabilito dal Parlamento: al riacquisto di Napoli il re avesse la sovranità dell’uno e dell’altro: lasciassene per altro l’esercizio a un luogotenente di sangue reale, residente in Sicilia quand’ei s’allontanava: unico l’esercito e unica Tarmata di Napoli e Sicilia: gli impieghi di Sicilia ai Siciliani, ma le cariche diplomatiche e militari si accomunassero.

135

Egli ha destinato la sua Villa ai Colli per pubblica istruzione d’agricoltura; vi ha eretto un sontuoso edilìzio da servire per un seminario d’agricoltura da lui fondato; al quale ha assegnato una rendita perpetua di once cinquecento all'anno, per lo mantenimento di dodici alunni da esser ivi educati ed istruiti. — Così i due eroi della costituzione, non avendo potuto riuscire a render libera la loro patria, han procurato di abbellirla, ed in altra guisa migliorarla. — Castelnuovo poi, venuto a morte, lasciò nel suo testamento un legato di vintimila once a quell'uomo di stato che avesse indotto il re a restituire, alla Sicilia la costituzione giurata dai re, suoi predecessori. Un tale articolo fu dal tribunale cancellalo (1).

(1) Il lascito per la ristorazione del governo rappresentativo fu il primo articolo del testamento di Castelnuovo. Seguì la dotazione dell’istituto agrario, e poi la fondazione d’un legato di maritaggio in Palermo, e furono allogate altre somme di danaro per costruzione di strade da ruota presso il comune di Santa Caterina, e istituzione di uno spedale, una casa d’educazione per donzelle e uno spedale nello stesso comune.

«Voglio poi, scrisse, che il mio cadavere. si consegni subito al professore di anatomia di questa capitale per servirsene nelle dimostrazioni anatomiche. Qualora conoscerà egli doversi tener conto «dei malori che hanno sempre accompagnato la mia vita e meritar questi che ne venisse informata la facoltà medica per l’oggetto di pubblica istruzione in vantaggio dell’umanità, ho disposto un legato di once cento pel professore so predetto in compenso di sue fatiche e spese di stampa.»

Vietò qualunque spesa per qual si sia anche minima pompa funebre sotto pena di caducità alla sua moglie erede universale usufruttuaria. Straziato al fine da dolori alle reni e alla vescica e forse più dalla sporchezza inevitabile che accompagnava quella crudel malattia, (a lui che sole cacciar di casa quasi tutti i domestici trovandosi per terra un fil di paglia nell’atrio della sua casa) si deliberò di morire. Gli sottrassero le pistole, il veleno; ma imperturbabile, disse agli amici che non farebbero nulla: rifiutò tutt’alimento, e cosi mancò d’inedia il 24 dicembre 1829 di 74 anni: uomo che per la virtù cittadina, limpidissima come il diamante, intaccabile quanto il diamante stesso, può paragonarsi a qual nome più grande delle antiche storie. Aggiugniamo ch'ei guardò sempre dirittamente le principali quistioni politiche; perciò soscrivea la protesta al 1811, parteggiava al 1812 per l’abolizione del dritto di primogenitura; rifiutava ei solo al 1815 di pagare le tasse, poiché non le avea consentile il Parlamento. L’ingegno non vasto; la caparbietà che spesso sottentrava alla fermezza; il cuore che bastò al terribile suicidio d’inedia, ma non amava forse i rischi d’un tumulto; il diffidare e disperar troppo presto del proprio paese e l'esser troppo schivo, troppo minuto, perciò puntiglioso; indole di vetro e non d'acciaro, tolgono a Castelnuovo una fama immortale. Ma la sua biografia, nonostante quelle risibili minuzie che ogni uomo ordinario può evitare, sarebbe un terso specchio di virtù pubblica: e se nessun Siciliano fin qui l’ha scritta, ciò mostra che catene aggravino la stampa in quel paese, e, bisogna pur dirla, comincino anche a far intormentire e intorpidire le volontà generose.

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In questo luogo lo spirito di parte accieca al tutto l’autore 11 Parlamento del 1814 non è biasimevole d’altro che d’aver maneggiato con la temerità d’un bambino quell’arme pericolosissima dei sussidi; negati i quali, il potere esecutivo ne viene naturalmente agli estremi. Del rimanente se in quel Parlamento v’era chi teneva il sacco alla ‘corte, la pluralità dei voti nella Camera de’ Co,uni restò ad uomini dabbene, non già statisti, ma capaci ai negozi dell’amministrazione, i quali ancorché avversi ai Cronici, avean già abbandonato i servitori della corte, loro compagni nell’opposizione del 1813. Gli atti e i discorsi del Parlamento che sono stampati, mostrano come allora si proponessero utilissime riforme in tutte le parti dell’amministrazione dello stato, si che il Parlamento del 1814, l'ultimo che siasi fin qui adunato in Sicilia, non può tacciarsi né d’inerzia, né di servilità, ma soltanto di non essersi saputo accomodare ai tempi, e di non aver gettato mai uno sguardo sulle carte geografiche per persuadersi che il Parlamento di Sicilia non potea essere la Convenzione di Francia.

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Cost. di Sic. Della success, al trono, art. 6, § 15.

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Il decreto degli 11 dicembre 1816 porta soltanto: l'abolizione della feudalità in Sicilia è conservata ugualmente che negli altri nostri dominii di qua del Faro.» Perciò il Palmieri polca risparmiar questa declamazione, e notare in vece la mente del despota che ristorava l’antico ordine di cose ma per sé solo e non volea altri compagni nell’opprimere il popolo. Ecco intanto il testo dei due decreti:

Ferdinando I, per la grazia di Dio, re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, ec., infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, Castro, ec., ec., gran principe ereditario di Toscana, ec., ec.. ec.

Il congresso di Vienna nell’atto solenne a cui dee l’Europa il ristabilimento della giustizia e della pace, confermando la legittimità de diritti della nostra corona, ha riconosciuto Noi ed i nostri eredi e successori Re del regno delle Due Sicilie.

Ratificato un tale allo da tutte le Potenze; volendo Noi, per quanto ci riguarda, mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato di ordinare e constituire per legge stabile e perpetua de nostri Stati le disposizioni seguenti.

Art. I. Tutti i nostri reali dominj al di qua e al di là del Faro costituiranno il regno delle due Sicilie.

II. Il titolo, che noi assumiamo fin dal momento della pubblicazione della presente legge, è il seguente: Ferdinando I. Per la grazia di Dio, re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme ec., infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, Castro, ec., ec., gran principe ereditario di Toscana, ec., ec., ec.

III. Tutti gli atti, ch'emaneranno da Noi, o che saranno spediti nel nostro real nome da' funzionari pubblici nel nostro regno delle Due Sicilie, porteranno nell’intestazione il titolo che abbiamo enunzialo nell’articolo precedente.

IV. Le plenipotenze e patenti che si trovano date a’ nostri ambasciatori, ministri, ed agenti qualunque presso le potenze estere, saranno immediatamente ritirate, e contraccambiale nel tempo medesimo con altre da spedirsi a tenore dell’articolo secondo.

V. La successione nel regno delle Due Sicilie sarà perpetuamente regolala colla legge del nostro augusto genitore Carlo III, promulgala in Napoli nel di 6 d’ottobre dell’anno 1759.

VI. Stabiliamo una cancelleria generale del regno delle Due Sicilie, che sarà sempre nel luogo della nostra ordinaria residenza, e verrà preseduTa da uno dei nostri segretari di Stato ministri, il quale avrà il titoto di ministro cancelliere del regno delle Due Sicilie.

VII. Si terrà in essa cancelleria generale il registro, ed il deposito di tutte le leggi, e decreti, che saranno emanati da Noi.

VIII. Il ministro cancelliere apporrà il nostro real suggello a tutte le nostre leggi, e decreti, e riconoscerà e contrassegnerà in essi la nostra firma. Il medesimo sarà incaricato della spedizione di tutte le nostre leggi, e decreti a tutte le autorità costituite nel regno delle Due Sicilie, e veglierà per la loro pubblicazione, e collezione.

IX. Vi sarà in oltre in essa cancelleria generale un consiglio per la discussione e preparazione degli affari più importanti dello Stato prima di portarsi dai nostri ministri alla nostra sovrana decisione nel nostro Consiglio di Stato, e prenderà la nominazione di supremo Consiglio di Cancelleria. Il ministro cancelliere ne sarà il presidente.

X. Una nostra legge particolare fisserà l’organizzazione interna della cancelleria generale, e determinerà più distintamente le attribuzioni del ministro cancellerie ed il supremo Consiglio di cancelleria.

XI. Vogliamo e comandiamo che questa nostra legge da noi sottoscritta, riconosciuta dal nostro consigliere e segretario di Stato ministro di grazia e giustizia, munita del nostro gran sigillo, e contrassegnata dal nostro consigliere e segretario di Stato ministro cancelliere, e registrata e depositata nella cancelleria generale del regno delle Due Sicilie, si pubblichi colle ordinarie solennità per tutto il detto regno, per mezzo delle corrispondenti autorità, le quali dovranno prenderne particolare registro, ed assicurarne l'adempimento.

Il nostro ministro cancelliere del regno delle Due Sicilie è specialmente incaricalo di vegliare alla sua pubblicazione.

Caserta, il di 8 dicembre 1816.

Firmato, Ferdinando.

Il Segretario di Stato II Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia. Ministro cancelliere.

Firmato, Marchese Tommasi. Firmato, Tommaso di Somma.

Pubblicata in Napoli nel di 9 di dicembre 1816.

Ferdinando I, per la grazia di Dio, re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, ec., infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza, Castro, ec., ec., gran principe ereditario di Toscana, ec., ec., ec.

Volendo confermare i privilegi conceduti da Noi, e da’ Sovrani nostri augusti predecessori a’ nostri carissimi Siciliani, e combinare insieme la piena osservanza di tali privilegi coll'unità delle instituzioni politiche che debbon formare il diritto pubblico del nostro regno delle Due Sicilie, abbiamo colla presente legge sanzionato, e sanzioniamo quanto segue:

Art. 1. Tutte le cariche, ed uffìcj, ed ecclesiastici della Sicilia al di là del Faro saranno conferiti privativamente a’ Siciliani a tenore de’ capitoli de’ Sovrani nostri predecessori, senza che potranno aspirarvi mai gli altri nostri sudditi de’ nostri reali dominj al di qua del Faro, nello stesso modo che i Siciliani non potranno aspirare alle cariche ed agli uffici civili ed ecclesiastici de’ suddetti altri nostri reali dominj. Includiamo nella mentovata privativa a favore de’ Siciliani anche l'arcivescovado di Palermo, quantunque lo stesso fosse stato riservato al sovrano arbitrio nell’amplissima grazia conceduta a’ medesimi dal nostro augusto genitore Carlo III.

II. A tutte le grandi cariche del nostro regno delle Due Sicilie i nostri sudditi della Sicilia al di là del Faro saranno ammessi in proporzione della popolazione di quell’isola. Formando questa la quarta parte della intera popolazione di tutt’i nostri reali dominj, il nostro Consiglio di Stato sarà composto per una quarta parte di Siciliani, e per le altre tre parti di sudditi degli altri nostri reali dominj. Là stessa proporzione sarà osservata per le cariche de’ nostri Ministri e Segretari di Stato, per quelle de’ capi della nostra real Corte, e per quelle de’ nostri rappresentanti ed agenti presso le Potenze estere.

III. In vece de’ due Consultori Siciliani, che. per concessione del nostro augusto genitore, formavan parte dell’estinta Giunta di Sicilia, vi sarà sempre colla stessa proporzione indicala nell’articolo. precedente un numero di Consiglieri Siciliani nel supremo consiglio di Cancelleria del regno delle Due Sicilie.

IV. Gl’impieghi della nostra armata di terra e di mare, e quelli della nostra casa reale saranno conferiti promiscuamente a tutt’i nostri sudditi di qualsivoglia parte de’ nostri reali dominj.

V. Il governo dell’intero regno delle Due Sicilie rimarrà sempre presso di Noi. Quando risederemo in Sicilia, lasceremo ne’ nostri dominj al di qua del Faro per nostro Luogotenente generale un principe reale della nostra famiglia. o un distinto personaggio, che sceglieremo tra i nostri sudditi. Se sarà un Principe reale, avrà presso di sé uno de’ nostri Ministri di Stato, il quale terrà la corrispondenza co’ Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà inoltre due o più Direttori, che presederanno a quelle porzioni de’ detti Ministeri e Segreterie di Stato, che giudicheremo necessario di lasciare per lo governo locale di quella parte de’ nostri reali dominj. Se non sarà un Principe reale, il Luogotenente avrà egli stesso il carattere di nostro Ministro e Segretario di Stato, corrisponderà egli stesso co’ Ministeri, e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà presso di sé i mentovali due o più Direttori per l’oggetto anzidetto.

VI. Quando risederemo ne’ nostri repli dominj al di qua del Faro, vi sarà allo stesso modo in Sicilia per nostro Luogotenente generale un real Principe della nostra famiglia, o un distinto personaggio, che sceglieremo tra i nostri sudditi. Se sarà un Principe reale, avrà parimenti presso di sé uno de’ nostri Ministri di Stato, il quale terrà la corrispondenza co’ Ministeri e Segreterie di Stato residenti presso di Noi, ed avrà inoltre due o più Direttori, che presederanno a quelle porzioni de’ detti Ministeri e Segreterie di Stato, che giudicheremo necessario di far rimanere in Sicilia. Se non sarà un Principe reale, il Luogotenente di Sicilia avrà egli medesimo il carattere di nostro Ministro e Segretario di Stato, corrisponderà egli medesimo co’ Ministeri e Segreterie di Stato risedenti presso di Noi; ed avrà presso di sé per l’oggetto indicato i mentovali due o più Direttori.

VII. Cotesti Direttori, tanto nel primo, quanto nel secondo caso saranno scelti tra i nostri sudditi di qualsivoglia parte de’ nostri reali dominj, siccome relativamente alla Sicilia era stabilito per le antiche cariche di Consultore, di Conservatore e di Segretario del Governo, alle quali in sostanza vanno ad essere sostituite quelle de’ suddetti Direttori.

VIII. Le cause de’ Siciliani continueranno ad essere giudicate fino all’ultimo appello ne’ tribunali di Sicilia. Vi sarà perciò in Sicilia un supremo tribunale di giustizia superiore a tutti i tribunali di quell'isola, ed indipendente dal supremo tribunale di giustizia de’ nostri dominj di qua del Faro; siccome questo sarà indipendente da quello di Sicilia, quando Noi faremo la nostra residenza in quell’isola. Una legge particolare determinerà l’organizzazione di questi due tribunali supremi.

L’abolizione della feudalità in Sicilia è conservata, ugualmente che negli altri nostri dominj di qua del Faro.

La quota della dote permanente dello Stato spettante alla Sicilia sarà in ogni anno fissata e ripartita da Noi, ma non potrà eccedere la quantità di annue once un milione ottocento quaranta sette mila seicento ottantasette, e tari venti, stabilita per patrimonio attivo della Sicilia dal Parlamento nell’anno 1813. Qualunque quantità maggiore non potrà essere imposta senso il consenso del Parlamento.

Sulla quota anzidetta sarà prelevata in ogni anno una somma non minore di once centocinquanta mila, e sarà impiegata nel pagamento de’ debiti non fruttiferi, e degli arretrali degl’interessi de’ debiti fruttiferi della Sicilia fino all’estinzione degli uni e degli altri. Seguita tale estinzione, la stessa annua somma rimarrà destinata per fondo di ammortizzazione del debito pubblico della Sicilia.

Finché il sistema generale dell’amministrazione civile e giudiziaria del nostro regno delle Due Sicilie non sarà promulgato, continueranno in Sicilia tutti gli affari giudiziarj ed amministrativi ad avere quello stesso corso ed andamento che hanno avuto finora.

Vogliamo e comandiamo, che questa nostra legge da Noi sottoscritta, riconosciuta dal nostro Consigliere e Segretario di Stato, Ministro di grazia e di giustizia, munita del nostro gran sigillo, e contrassegnata dal nostro Consigliere e Segretario di Stato Ministro Cancelliere, e registrata e depositata nella Cancellarla generale del regno delle Due Sicilie, si pubblichi colle ordinarie solennità per tutto il detto regno, per mezzo delle corrispondenti autorità, le quali dovranno prenderne particolare registro, ed assicurarne l’adempimento.

Il nostro Ministro Cancelliere del regno delle Due Sicilie è specialmente incaricato di vegliare alla sua pubblicazione.

Caserta, il di 11 dicembre 1816.

Firmato, Ferdinando.

Il Segretario di Stato II Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia, Ministro Cancelliere, Firmato, Marchese Tommasi. Firmato,. Tommaso di Somma.

Pubblicata in Napoli nel di 12 di dicembre 1816.

139

Quando si pubblicò il nuovo codice, vi fu chi nel titolo, appresso alla parola codice, aggiunse: variabile a volontà.

140

L’editore ha notato nella Introduzione il suo giudizio sulle rivoluzioni di Napoli e di Sicilia del 1820, diversissimo da quello del Palmieri. Le crude parole ch'ei scaglia ai costituzionali di Napoli e al popolo tumultuante di Palermo, si possono perdonare a un de’ riformatori pacifici del 1812, che scrivea caldo caldo dopo la fallita de’ due tentativi del 1820, e durante la reazione del governo. L’editore avrebbe volentieri soppresso qua e là questi motti mal sonanti oggi agli orecchi di ogni Italiano, se in bocca d’uomo grave come il Palmieri non fossero un documento storico e un avvertimento non mai abbastanza replicato, che chi semina torti raccoglie odio e miseria per sé e per gli altri.

141

Lo stesso principe vicario, trovandosi da solo a solo con Villafranca, gli avea mostrato il massimo dispiacere che in Napoli si fosse adottata la costituzione di Spagna, cattiva per tutti i versi, e non quella di Sicilia del 1812, assai più ragionevole. Tornato il domane Villafranca a parlare in consiglio della dimanda de’ Siciliani, il principe, alla presenza de’ ministri napoletani, disse a Villafranca: «Ma voi altri Siciliani, che siete pazzi a preferire la costituzione del ltfl2 a quella di Spagna, che è assai migliore e più libera? Villafranca restò sorpreso di quel tratto di doppiezza; pure gli rispose: «Io non so cosa «pensino i miei concittadini; so che ciò deve decidersi dalla nazione legalmente costituita in Parlamento». E come quei ministri faceano delle difficoltà, il principe di Cassaro, che ivi era, alzossi e disse loro: «Signori, noi ameremmo «meglio esser soggetti a Tunisi che a voi.»

142

Questo crocchio nel quale si trovò il Palmieri o qualche suo consorte politico, rinnovava dunque la parte costituzionale o cronica del 1812, e senza dubbio si fe' sentire dal luogotenente e fu gradito. Un’altra congrega più numerosa di anticronici o democratici, pochissimi dei quali eran anche carbonari, adunossi in una casa che potremmo nominare, e deliberò senza difficoltà che si dovesse chiedere la costituzione di Spagna e l’indipendenza: ma quanto ai modi non fermò o non esegui altra cosa che di mandare al luogotenente persone che gli dessero questi consigli.

143

La cappella reale è una messa solenne nella quale il re di Sicilia, o chi ne tien le veci, siede e partecipa come legato apostolico.

144

Il Palmieri non si trovava sul luogo, né forse in Palermo. Noi sappiamo da uno che il vide con gli occhi proprii, e che non mentirebbe a rischio di mille morti, che un militare saliva sullo zoccolo della statua, e gittavale a capestro una gomena che tutta la folla di giù cominciò a tirare al suono della' musica militare e de’ plausi. È naturale che si ruppe la testa, ma non cadde la statua; che per altro non sarebbe stata una gran perdita per farle. Questo segui il 16 luglio su l’imbrunir della sera: il popolo era entrato nel castello la mattina.

145

A tali dubbi potrebbe aggiungersene un altro. Dopo il ritorno del re, quando si vollero punire tutti quei militari, che aveano avuto parte alle rivoluzioni di Napoli e di Sicilia, Naselli e La Grua furono lasciati collo stesso grado e soldo, ed intanto fu levato dal servizio attivo più di un uffiziale di sommo merito senza colpa.

146

Il velo come abbiam notalo nell'introduzione sembra sottilissimo. Il re 'per ovvie ragioni, volle suscitare una controrivoluzione in Sicilia che gridasse la costituzione del 1812. Lo commise, per necessità a Naselli, asino vigliacco. Questi dunque naturalmente aiutò l cronici che si prometteano di sollevar il popolo per la costituzione del 1812 e l’indipendenza, e di opporlo come spauracchio al presidio napoletano che più o meno forte gridava costituzione di Spagna, e ai democrati di Sicilia che volean questa e l’indipendenza, lodi le porte del castello aperte e le armi lasciale prendere alla plebe. Ma la plebe per istinto proprio e suggestioni della fazione contrarla si gettò dal canto di questa e rispinse gli agitatori cronici e regii ch'erano ormai tutt’uno. Dunque il luogotenente, la notte dopo il 16 luglio 1820, volle raffrenare coi soldati il tumulto ch'egli avea mosso h mattina. Allo strepito delle armi tutti i cappelli, cronici e anticronici, gente, da pochi all’infuori, sommamente pacifica, si ritiraran alle case morti di paura dicendo che era sdegno. I berretti, che non avean paura di nulla al mondo, vedendo le truppe in atteggiamento ostile, sentirono quel che probabilmente prova il mastino in faccia a un altro cane che gli mostra i denti; e perciò fecero un fascio de’ soldati e del luogotenente. L’artifizio della corte di Napoli dunque in parte riuscì, in parte fallì.

147

Se per saccheggio il Palmieri intende guasto. dice il vero; se vuol significar rapina. come suona la parola in italiano. ei ripete di buona fede una calunnia. La roba della casa de’ giochi fu tutta arsa in piazza Vigliena il dopo pranzo def 16. e uno sciagurato che osò di rubare non so che. Né fii pagato con una sciabolata al capo. All’uffizio del Demanio non ci era da rubar che carte. Ma tutto fu arso. Il popolo irruppe nella casa di Ferreri verso il tramonto e cominciò a buttar tutte le masserizie dalle finestre e n’arse la più parte. Alcuni allora rubarono come avrebber folto in piena pace se avessero trovato le porte aperte. ma tra cotesti furti e il saccheggio corre lo stesso divario che tra un assassinio e l'un combattimento, e il fatto cosi appartiene alla classe dei misfatti privati.

148

Il saccheggio è una prova della corruzione del popolaccio; ma l’aver fatto una tale istituzione, contro ogni principio di pubblica morale, prova che il governo era più corrotto della plebe.

149

Vaglica era un frate rubicondo, ignorante, capace solo di menar le mani. Non merita i sarcasmi triti e dozzinali che gli saetta l’autore; perche al contrario fece fatti e non parole e di più risparmiò il sangue, concorse a rimetter l'ordine pubblico, e non raccolse altro frutto dal favor del popolo che di mutare per un mese o due, le Jane di san Francesco con un bell’uniforme di colonnello, e il chiostro con la casa d’una prima donna del teatro di musica.

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I particolari del combattimento del 17 luglio 1820, esposti con poca esattezza dal Palmieri, si correggano nel seguente modo.

Siede Palermo in vasta pianura che, digradando insensibilmente, si termina a greco sulla spiaggia. Città rettangolare, tagliata in croce da due Arade spaziose e dritte: la longitudinale si chiama il Cassaro, e corre dalla reggia infino alla marina, stando la reggia fiancheggiata da due bastioni sul lato più alto della terra a libeccio; tra due belle piazze, l'una delle quali in città, chiamata la piazza del palagio reale: l’altra fuori, detta il piano di santa Teresa: all’angolo settentrionale della città sporge il castello bagnalo da due canti dal mare. Il generale 0’ Farris succeduto nel comando supremo a Church, per domare e disarmare cosi fatta città, avea ordinato tutte le soldatesche del presidio, fuorché i veterani e un po’ di gente lasciata nel castello; e sommavano a più di cinquemila uomini con un reggimento di cavalli della guardia reale e giusto numero d’artiglierie da campo. Schierolli 0’ Farris in guisa che la battaglia, protetta da’ tiri de’ due bastioni, occupava la piazza del palagio: a dritta una forte schiera, spinta un po’ innanzi la linea, s’afforzava nella piazza di S. Cosimo accennando a un’altra strada principale parallela al Cassaro: a sinistra simil' mente un nodo di fanti occupava quella che dicesi la Piazzetta, minacciando di scendere per un’altra via parallela alle due prime: alle spalle il grosso de’ cavalli nel pian di santa Teresa: all'antiguardia un reggimento di fanti detto degli Esteri, con una torma di cavalli e artiglierie, pronto a sboccare giù pel Cassaro. Cosi il generale 0’ Farris credea poter operare contro il popolo con distaccamenti più o meno forti per tre linee parallele e comunicanti tra loro, sempre, spalleggiate dal corpo principale ch'era ristretto intorno al palazzo, e assicurato da’ bastioni di quello, con un piede in città l’altro in campagna: il quale ordine è stato biasimato perché il popolo vinse, ma non credo possa accusarsi, a cagione d’aver avviluppalo i soldati nel labirinto d’una città. Se il governo volea disarmare al momento il popolo, non gli rimanea altro partito che questo, o un bombardamento né preparato, né possibile, né utile, perché suol fare più paura che danno. Del resto non mi sembra molto diversa la disposizione delle soldatesche di Parigi in luglio 1830.

Come prima si videro questi preparamenti, cinque o sei cittadini pacifici corsero a casa il luogotenente. ch'era fuor la città sotto il castello; e impetrato da lui uno scritto per sospender la mossa delle soldatesche, tornavano a queste frettolosi. Non incontraron ripulsa alle guardie avanzate di san Cosimo; ma quelle della colonna che mettea capo al Cassaro, brutalmente il maltrattarono e ne feriron due a morte. A questi un pugno di popolani, dicon che i più fossero preti, fece fuoco su i primi scorridori della vanguardia, ed essa marciò assottigliata in due file rasentando d’ambo i lati le case e sparando agli inermi fino alle donne e fanciulli che si faceano alle finestre; crudeltà tutta gratuita perché i cittadini che abitano i piani superiori non che mescolarsi nel conflitto ne tremavano. Eran le nove della mattina. Cosi il reggimento degli Esteri attraversata tutta la città scese pressoché alla marina, con ostinato ma impotente contrasto di poche centinaia di popolani. Giunto al centro della croce delle due strade maggiori, il comandante avea spiegato una o due compagnie di fanti e una man di cavalli a sinistra; ma questi incontrarono duro intoppo dopo due o trecento passi alla Conceria. Intanto il popolo ingrossava da tutti i lati, combattea no i preti, le donne e i fanciulli senza però che si destassero i nobili né il medio ceto da pochi individui in fuori: e gli Esteri cominciarono a balenare, a ritrarsi tanto o quanto ordinati su per lo Cassaro; lasciando già qualche artiglieria: i due posti di dritta e sinistra, al par che quello della fronte, ripiegarono sul centro, tutti ricacciati alla rinfusa nella piazza della reggia, ove li proteggeano le artiglierie grosse dei due bastioni e li assicurava lo spazio largo da potere spiegar loro ordini militari.

Per tal modo combattendosi in fino a mezzodì, e rimaste senza guardie le prigioni al basso della città, i carcerati sforzaron le porte o ci fri chi le apri loro con pessimo consiglio, perché il male di sferrar que’ ribaldi era certo, l’aiuto loro dubbio, e non necessario. Già il popolo assaltava le soldatesche nella piazza del palagio, quadrata a un dipresso da potervisi spiegare in linea tre battaglioni: le assaltava di fronte, seguendo il frate Vaglica; di fianco dal quartier militare di san Giacomo, che occupò: e dalle stradelle sotto il monistero di sant’Elisabetta. d’ambo le parti si pugnava con artiglierie, schioppi e armi bianche: ma non ressero gli ordini all’impeto furioso del popolo. Si sgomenarono gli stanziali, volser le spalle friggendo verso il pian di santa Teresa dalle due porte contigue al palazzo: e peggio rimescolati in questa più che ritirata non si raltestarono nell'altro piano, infettaron del concetto timore i cavalleggieri, ognun gitta le armi, corrono spicciolati senza saper dove per le campagne, e tutti cadon prigioni. Il popolo li inseguiva. Avea occupalo la reggia non ostante i fuochi incrociati dai due bastioni. E già sonavan le tre dopo mezzogiorno.

Poco appresso si imbarcò il luogotenente Naselli: né andò guari che cadde in mani del popolo il castello, difeso con bravura dal picciol presidio che v’era rimaso. Le campane innumerevoli della città, le quali non avean cessato i tocchi dell’allarme per tutte le sei ore che durò il combattimento, suonarono allora a distesa: e fu cosi che cronici e anticronici, pari e carbonari, sbarrati tutti nelle case maledicendo la sciocchezza del popolo e desiderando forse la vittoria delle soldatesche per poter meglio esalare que’ lor sopraffini concetti politici, seppero che il popolo trionfava. Né si affrettarono ad uscire: non restava gran pezza dei giorno; che fare la notte per le strade sparse di cadaveri, d’armati, anneriti il viso di polvere, macchiati di sangue le lacere vestimenta, con quelle pericolose armi da fuoco alle mani, con le bestemmie e il grido «viva santa Rosalia» sulle labbra? Era questa compagnia per un gentiluomo, e con tal gente che avean essi da fare? La guardavano con la stessa paura e disprezzo insieme con che un cittadino romano infemminito del quinto secolo vedea irrompere le caterve degli Unni e de’ Goti.

Mancarono nel popolo una sessantina di morti o poco più feriti: de’ soldati non si fece il uovero, ma la perdita passò senza dubbio quella de vincitori: i prigioni maltratti con parole più che con fatti; e si bizzarro è il popolo che fé’ servire sorbetti ad uno stuolo di militari condotti dalle campagne sotto la sferza d’un sole siciliano di luglio. Pochi o nessuno ucciso quando gettava le armi: i quartieri, le case tutte de’ militari e il palagio reale saccheggiati, anzi spazzati fino all’ultimo spillo che vi si trovasse, poiché s’eran venuti a mescolar con le turbe i carcerati e i condannati, né la plebe era più quella del di innanzi vaga sol d’ardere stemmi e carta bollata.



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L’omicidio per cagioni politiche e fuori il combattimento, è certamente un misfatto. Ma Cattolica ed Aci s’erano esposti al ragionevole furor del popolo, suscitandolo il giorno 16, e mettendosi alla sua testé per far gridare la costituzione del 1812, che il primo vagheggiava come nobile e cronico, e che il secondo avea oppugnato dal 1813 al 1815, e ora rivolea per farsi strumento della corte di Napoli e accendere la controrivoluzione. Accorgendosi che prevalea la voce di costituzione di Spagna, entrambi si ritrassero. Cattolica andò per imbarcarsi col luogotenente Naselli, e, respinto da quello, tornò a terra con tutte le sembianze di traditore. Aci fuggi sulle prime di Palermo e poi tornò senza dubbio con lo stesso intento di far brighe, e perciò volle andar prigione non alle carceri, ma alla Conceria; sperando nella familiarità d’alcuno di que' ribaldi e nella corruzione di tutti. Ma con tanti odii pubblici e privati addosso, il gioco era pericolosissimo, ed ei vi perdè la vita.

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L'adunanza si tenne la stessa sera del 17, e il decreto si promulgò il di d’appresso.

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I componenti della giunta furono il cardinal Gravina, presidente, il principe di Paternò, il duca di Monteleone, il principe di Fitalia, il principe di Pantellaria, il conte di san Marco, il principe di Pandolfina, il marchese di Raddusa, il retro ammiraglio Ruggieri Settimo, ed il principe di Castelnuovo, che ebbe il coraggio di negarsi e la sorte di non esser cercato. A costoro furono uniti per collaboratori: il barone Pasciuta, il dottor Salvatore Batolo, il duca di Cumia, il dottor Gaspare Vaccaro, il dottor Antonio Turretta, il dottor Salvatore Ognibene. il dottor Giuseppe Mora, il dottore Stefano Tomaso, il dottor Ignazio Scimonelli, il dottore Stefano Campo; l’ex-ministro Gaetano Bonanno fu fatto cancelliere della giunta, e gli si diè l’amministrazione delle finanze.

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Egli è ben curioso il considerare, che mentre fra i signori siciliani, altri eran massacrali, altri strappali a forza dal loro ritiro, e tutti multati ed in altro modo maltraiti; gl’insani giornalisti ed oratori di Napoli accagionavano quelle ree vicende ai baroni, ed assordavano il mondo con continue diatribe contro la feudalità e le caste privilegiate. É ormai manifesto che le calamità della Sicilia e di Napoli si devon tutte alle illusioni democratiche, e che questi popoli sono al maximum della schiavitù per le stolte insinuazioni di coloro che voleano il maximum della libertà. I baroni Siciliani potevano avere un interesse a desiderare la costituzione del 1812: resta al saggio decidere se con ciò erano immolati 0 difesi i dritti della Sicilia. Si sa come questa voce. d’altronde non proferita da’ baroni, venne soffocata; si sa che i mezzi che si adoperarono per soffocarla, produssero poi tanti orrori. E certo ci volle un'impudenza somma per gridar continuamente in Napoli di abbatter l'idra baronale in Sicilia, mentre il popolo di Sicilia e quello di Napoli erano fra gli artigli dell’idra plebea.

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Forse allora il cardinale disse internamente ciò che dicea Benedetto XIV, quando benediceva il popolo romano: «Populus iste vult decipi, decipiatur.»

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Tutto questo è una esagerazione, è l'ombra che addensa il dipintore per fare risplendere la luce dell’angiolo liberatore. Replichiamo che il Palmieri non fu certamente testimonio oculare, e ciò che gli riferirono senza iperbole era solo il terrore de’ nobili e cittadini maggiori. Noi peraltro diciam qui esagerazione e non favola.

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Naselli e i suoi, fuggendo a precipizio, come prima seppero la sconfitta, disser questo tra per paura, scusa propria e malizia. Le discolpe stampate a Napoli da Naselli, incoerenti e bugiarde, ribadiscono tutte le accuse sopra di lui, ma spiegano men goffamente la commedia dello stivale. Il tenente generale Naselli pretese, e crediamo anche che in buona coscienza suppose d’essere stato ferito alla gamba da una palla; che non sarebbe stato impossibile, ma gli attestati dei medici pubblicati da lui indicherebbero più tosto una contusione, una Scalfittura per troppa pressa di montare su la nave.

I militari fatti prigioni dopo la sconfitta del 17 luglio furon custoditi nella vasta casa de' Gesuiti delta di san Francesco Saverio, e in parte in un' altro monastero abolito alla Zisa. Eran trattali non che dolcemente ma liberalmente provveduti d’ogni cosa bisognevole.

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Né punto né poco. Le due picciole batterie delle quali vuol dire il Palmieri avean pochissimi pezzi, né pare che i fuochi incrociati giovassero quando si potea temere, non già uno sbarco, ma qualche bordata tirata a caso su la città. Molto meno crediamo che le artiglierie situate dietro il parapetto della banchetta potessero nuocere, se ben montale su i carri e ben maneggiate.

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Questo non è vero. I consoli ignoranti come la plebe, ma senza l’energia di quella, assentivano dopo aver balbettato più o meno sciocchezze; ma que’ che deliberavano erano i deputati della giunta cioè nobili avvocati e altre persone ragguardevolissime. Galeotti per certo non ce n’erano. Dunque non erano i nomi dei preposti al governo que' che lo discreditavano, ma l’andar loro timidi e a ritroso senza né cuore, né ingegno, né volontà di reggere la rivoluzione.

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Giudizio troppo severo che sa di bile di parti. Requisens pare anzi il solo che volesse davvero la rivoluzione: ma non era peso per le sue spalle.

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Ecco questa dignitosa risposta scritta come crediamo da Giovanni d’Aceto compilatore del «Patriottico» ne! 1814 e 1820, e autore dell’opera «De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre à l’époque de la constitution de 1812, Paris 1826.»

A S. A R. il Principe Vicario Generale, ec., ecc.

I Palermitani.

Una crisi violenta ha scosso la società sin dalle sue fondamenta, e ne ha minacciato la distruzione. Una gloriosa rivoluzione premeditata con senno, e consiglio, eseguita con calma e con coraggio, e sostenuta dalla forza annata si era già operata in Napoli. Cominciata nella notte de’ 2 luglio, ebbe essa tosto il suo termine in quella de’ 5. La libertà, che ne fu il fruito, e ch'era non men cara a’ Siciliani, fu il dono funesto che servir doveva come di elemento alla nostra disorganizzazione. A produrre un clTelto cosi inaspettato, e a far si che un dono cosi prezioso fosse per noi divenuto germe di calamità, e di sciagure, uopo era al certo di tanti errori insieme riuniti quanti dal Governo se ne commisero in tal circostanza; e se questo si ebbe da esso in mira, può bene egli applaudire a’ suoi sforzi. Le misure prese ebbero il loro successo. L’anarchia, il disordine, e la guerra civile minacciarono questa capitale. Ma la Previdenza, che spesso veglia più che i Governi, alla salvezza de’ popoli, ci liberò da tanta rovina. H popolo Siciliano, nemico delle rapine, docile di carattere, rientrò tosto nell’ordine, e dando al mondo un esempio della più rara moderazione, ha con ciò saputo acquistare de' nuovi titoli alla stima, e considerazione delle altre Nazioni. In tale stato di cose, ed appena usciti da si penosa situazione, ci giunge il proclama di V. A. R. in data de’ 20 luglio. V. A. R. ricusa di chiamarci figli; rinfacciandoci i beneficii da noi ricevuti, ed i sacrificii da V. A. R. fatti per il nostro bene, ci accusa d’ingratitudine, ci chiama or sediziosi, or ribelli, or faziosi; ci impone di rientrare sotto la ubbidienza del Re, ci promette obblio, amnistia, e perdono, e ci minaccia infine delle nuove disgrazie nel caso di nostra ostinazione.

Noi non possiamo nascondere a V. A. R. la profonda afflizione e dolore, di cui siamo stati tutti penetrati alla lettura di questo proclama. Esso non ha servito, che ad aprire delle ferite, che bisognavano in vece di balsamo; ed in esso, anziché riconoscere il cuore paterno di V. A. R. chiaro si scorge lo stile, lo spirito, i principii di coloro, che mal consigliando V. A. R., han sempre cospirato all’asservimento della nostra patria.

Questa filiale e rispettosa Rimostranza, che deponiamo a’ piedi di V. A. R., giunta a’ voli di cui sarà organo presso V. A. R. la deputazione di già spedita, servano a convincerla del filiale attaccamento e tenerezza, di cui è tuttora animata questa popolazione per V. A. R.

Noi ameremmo in vero di stendere un velo sui passato, e non riandare degli avvenimenti, che non servon oggi, che a maggiormente inasprire gli spiriti: ma la taccia d’ingratitudine è cosi nera e pesante, che noi dobbiamo a V. A. R., a noi stessi, alla Europa intiera il giustificarci di tale imputazione. V. A. R. anziché credersi ingannata dalle dimostrazioni d’amore, e di fedeltà che le abbiamo sempre fatto, lo è certamente da’ perfidi consigli di coloro, che la persuadono, che tutti i sagrificii fatti sieno dal lato della Corte, e tutti i beneficii dal lato della nazione; di coloro in somma, che le insinuano, che i popoli sieno fatti per la convenienza de’ principi, e non li principi per il ben essere de’ popoli.

Quale è dunque stata sin’ora la situazione della Sicilia? Qual è stata la sua sorte? Per ben due volte S. M. il Re Vostro Augusto genitore, e tutta la real famiglia costretta ad abbandonar Napoli venne a cercar tra noi un asilo. Quali prove non diede la nazione allora di fedeltà, divozione, ed attaccamento? Essa non solo mantenne la corona nel suo splendore, ma forze e mezzi apprestò al Re, onde riacquistare il regno perduto. I di lei tesori furon profusi per il lauto mantenimento di stuolo numeroso di emigrati Napoletani. Ecco i sacrifizii fatti dalla nazione siciliana. Quali ne furono allora i benefici, e i vantaggi? Una Corte permanente fu promessa alla Sicilia in solenne parlamento: Fu questa promessa mantenuta? Ritornala la seconda volta la Corte nel 1806, migliorò forse la sorte della Sicilia? Gli onori, le cariche, e le pensioni dello Stato non si profusero che a Napoletani. Il denaro dello Stato fu dissipato in inquisizioni, e spionaggi, nel mantenimento di una numerosissima armata Napoletana, e ad assoldare masse di emissari e briganti che infestavano il regno di Napoli. La Sicilia in somma fu una colonia governata da un gruppo di emigrati Napoletani. In questo stato di cose, ed allorquando la Corte fu obbligata, per far fronte a tante profusioni, ad imporre de' dazii illegali, ed arbitrarii. allora si fu, che la Sicilia vide alcuni de’ suoi migliori Cittadini strappati nel bujo della notte dai seuo delle loro famiglie da forza militare, e relegati in isole, nella più dura e penosa detenzione, come perturbatori della pubblica tranquillità. Quale fu mai il delitto di costoro, se non quello di protestare rispettosamente contro la violazione delle leggi fondamentali del regno? La Sicilia si pronunziò allora per la costituzione d'Inghilterra; fu questa adottata. Fu V. A. R. creala da S. M. Vicario Generale del regno. Fu decisa e solennemente sanzionala la indipendenza di questo regno. S. M. ripigliale le redini del governo, solennemente promise nel parlamento del 1815 il mantenimento non solo, ma il compimento ancora della costituzione adottala. Ritornò il regno di Napoli sotto il dominio di S. M. Quali furono i benefizii, che la Sicilia ottenne? Fu essa immediatamente spogliata della sua nuova costituzione non solo, ma di quella ancora che, per il corso di tanti secoli, tutte le antecedenti dinastie avean sempre giurato di mantenere, e religiosamente rispettato. Strappata 4a sua bandiera, infranti i suoi patrii stemmi, abolita la sua moneta, e cancellato perfino il di lei nome, che ha sinora cotanto brillato nella Storia del mondo: degradata, avvilita, ed insultata, fu in fine ammessa all'alto onore di essere una delle provincie del regno di Napoli, ossia delle due Sicilie.

Quali furono i compensi, ch'essa n’ebbe? Per la prima volta si videro le madri strappati i giovani figli, non per la difesa della patria, ma per popolare le schiere napoletane ne lontani lidi della Puglia; la carta bollata, il registro, tant’altri dazii non men pesanti arbitrariamente imposti, facendo giornalmente passare in Napoli le ricchezze del paese, avean fatto da per tutto succedere alla prosperità, e all'opulenza la più squallida miseria. Una mania di sistemi, e di organizzazioni novelle manteneva la vertigine e il disordine in tutte le amministrazioni. la incertezza in tutti gli spiriti. Falangi d'impiegati, scelti da ciò che la Sicilia avea di più abietto in ogni classe, inondaron la Sicilia per esaurirne le ultime risorse. Il desiderio d’impieghi avea già guadagnalo tutte le classe de’ cittadini, e a gara eran da tutti abbandonale le utili professioni, le arti, la industria, altronde avvilite, per la carriera degli impieghi, che si riguardava come l’unica, ed estrema risorsa. Da’ più piccioli a’ più gravi interessi tutto si definiva in Napoli. Migliaja d’infelici ogni giorno astretti erano a varcare il mare, e popolando le scale, ed anticamere di ministri invisibili, presentavano il più degradante spettacolo della nostra umiliazione. La persona stessa di V. A. R., che con le auguste funzioni di Luogotenente, e con il lustro di una Corte soddisfaceva, se non gl'interessi, le imaginazioni almeno de Siciliani, fu per sino richiamata da quest’isola e strappata dal nostro seno.

Si è operata la rivoluzione gloriosa di Napoli. I Napoletani han guadagnata la loro libertà. Il governo dovea ben presumere, e dubitare almeno dalle conseguenze del conlracolpo nello stato, e disposizione, in cui erano qui gli spiriti. Esso ne fu avvertito, e sollecitato da diversi Siciliani residenti in Napoli: delle misure furon proposte alte ad evitare quanto è accaduto: furono esse spregiate, e rigettate. Quali disposizioni si presero? 11 Segreto ed il Silenzio! Nel giorno 6 fu in Napoli consumata la rivoluzione. Le più essenziali misure per it'nuovo sistema costituzionale si pubblicarono quasi tutte in quel giorno, e non ostante, che de’ telegrafi tanto onerosi allo stato, e dei legni da guerra d’ogni sorte solessero essere di una straordinaria attività, ove si agiva di recarci calamità e pesi, si lasciarono in si importante momento nella inazione. Tutto era consumato in Napoli il giorno 6, ed intanto non fti prima del giorno 15, e non pria che de’ legni mercantili avessero già recalo la nuova degli accaduti avvenimenti, che si pubblicò da questo governo il primo proclama di S. M. alla nazione del regno delle due Sicilie in data de’ 6. Ignorava forse il governo, che noi mancavamo di guardia civica, e d’interna sicurezza: che le nostre milizie erano siate disarmate, disciolte, ed annientale? Non si sentiva pertanto da per tulio che voci di esultazioni, e di gioja. Militari e pagati festeggiavano a gara una si lieta nuova. La irruenza, e violenza di un generale fu il segnale de’ disordini, e della confusione. Il Luogotenente generale ondeggiando tra la imbecillità e il terrorismo, decise la fatale catastrofe. Fu ceduto alla plebe il. Castello e le armi. I disordini non ebbero progresso. Si volle nella notte de’ 16, contro il parere della Giunta, far prender le armi alla guarnigione. e farla marciare contro la popolazione. Ciò diede luogo alla fatale giornata de’ 17, ed a’ disordini, che ne furono la conseguenza; che ogni buon cittadino amaramente deplora. E chi mai avrebbe potuto prevederne il termine, se la moderazione di un popolo naturalmente pacifico, e l’attività e zelo de’ Consoli delle corporazioni, ed arti, la di cui condotta non si può encomiare abbastanza, non avesse fallo tutto rientrare nell'ordine? Egli è adunque contro il governo, che noi abbiam dritto di reclamare per li accaduti disordini, di cui si è egli fallo autore, ed è su di esso solamente, che ne gravita la più odiosa responsabilità.

Tutto oggi è in fine tranquillo, ed una Giunta provvisoria di governo chiamata dal pubblico voto, e preseduta dal Sig. Principe di Villafranca tutto regola e dirige. Il voto però di questa capitale, e di tutta l’isola non è perciò men forte, né men deciso per la libertà, e per la indipendenza sotto il governo di un principe della real famiglia. Tutti son convinti, che senza indipendenza non v ha libertà, e tutti son decisi a difenderle entrambe sino all’ultima stilla di sangue. Esse periranno insieme, ma prima perirà con esse ogni buon Siciliano. Se in alcuni angoli della Sicilia gl’intrighi de’ faziosi, de’ privati interessi, la forza degl’impiegati del governo riesce ancora a comprimere questo voto, lo scoppio non sarà ivi che più terribile, e fatale a coloro, che di comprimerlo procurano.

Non possiamo or noi abbastanza deplorare l’errore nel quale si è fatto traviare l’animo di V. A. R. nel farle confondere il voto unanime e deciso della nazione siciliana per la libertà, ed indipendenza della sua patria a’ movimenti sediziosi, o misfatti momentanei di pochi individui, co’ quali si vuole con obbrobriosi artilicj macchiare il patriottismo di questa popolazione, e la santa causa, ch’essa ha impreso a difendere. Noi ardentemente scongiuriamo V. A. R. a nome della nazione siciliana, perché ingannata forse da consigli dettati da privato interesse, o da malintesa vanità nazionale non abbandoni ad imprudenti e disastrose misure, né macchiar voglia con esse i primi passi che fa il popolo napoletano nella gloriosa carriera della libertà.

Si rammenti V. A. R. che queste potrebbero essere ugualmente fatali agl’interessi di due popoli fratelli nati per amarsi, non per combattersi, né signoreggiarsi tra loro; si rammenti infine, ch'esse potrebbero esserlo ancor più forse a quelli del trono medesimo, e della regnante dinastia.

Palermo, 3 agosto 1820.

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Sembra che il giudizio delle persone più famigliari al Palmieri e nimiche del principe di San Cataldo l’abbian mostrato al nostro storico più colpevole ch'ei non era. Il vero fallo di San Cataldo fu di credersi chiamato dal cielo a fare il Mina più tosto che a sollazzarsi con la famiglia e con gli amici nelle sue ville.

Il saccheggio di Caltanisetta ancorché non si possa apporre a indole brutale del capitano, ma ad incapacità di reggere quegli spaventevoli elementi che avea scatenalo, fu lagrimevole, esecrabile, apportatore d’infiniti mali a tutta la Sicilia. I Caltanisettesi a ragione chiamano il 1820 l’anno dell’assassinio, ma a torlo ne accuserebbero la causa che si volea sostenere.

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I Caltanisettesi, che trattandosi del principe di Fiumesalato non sono certamente imparziali, dicono che egli, avendo avuto la miglior parte della preda, ritornò in Palermo per godersela. Altri asseriva che egli, prima di partire, avea speso per il suo uso il danaro datogli per la spedizione, e quindi dovette ritornare in Palermo per ottener nuovi soccorsi. Egli stesso si scusa con dire, che essendosi sbandala la sua gente dopo il saccheggio, non fu più in istato di andare avanti. Noi siamo inclinati a credere calunniose le prime imputazioni; ma non sapremmo menar buona la sua scusa. Potean mai in si rea stagione mancar seguaci ad un principe di Fiumesalato? In qualunque modo però, la condotta di quest'uomo in tutta l’epoca di cui scriviamo fu cosi insana che riuscirebbe assai difficile il farne l'apologia, e dileguare dalle menti siciliane le pessime prevenzioni contro di lui.

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Il principe di Villafranca propose allora che la giunta dovea fare una pubblica dichiarazione, per riprovare la condotta di coloro che aveano commesso degli eccessi. Ma il capitan generale non volle, perché ciò avrebbe intiepidito il coraggio dei soldati!!!

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Fratello dell’autore. Se questi fosse stato in vece di fratel germano, suo capitai nemico, ma avesse amato pure la verità, non avrebbe potuto troncare una sola parola in tutto il racconto. Tutta la Sicilia è testimone del gran cuore e dell’animo intemerato del militare Palmieri, lodatissimo non meno che lo storico fratello per modestia civile, virtù pubbliche e private, e nobile disprezzo della fortuna.

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Non è vero che i soldati di Costa avessero comincialo a metter giù le armi. Quest’Orlando, che pare il mal genio del principe di San Cataldo, disse d’essere stato colto alla sprovveduta dal nemico, col quale si trovava a fronte da uno o due giorni. Il diremmo anzi traditore se la storia potesse pronunziare questa orribile condanna su le sole apparenze e su la voce pubblica, che non mancò di notarlo di perfidia e rapina.

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Nella Città di Cacamo, un cappellano di quei reggimenti, visto un macellaio che vendea salsiccia, ve ne prese quanta colui ne avea; e gli fece la ricevuta di tutta quella salsiccia in conto delle sue razioni di viveri. Un tal cappellano non negava certo l'assoluzione ai soldati che si confessavano per aver fatto altrettanto. E costoro si diceano liberali!

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Innanzi il 25 settembre una sola zuffa segui tra h guardia civica e le masnade stipendiate; e in quella perirono due cittadini. Del resto si gridò spesso all'arme ma per timor panico o errori. Si noti che i popolani armati e stipediati, avanzo delle torme del 17 luglio, erano stati già scompartiti tra tutti i posti della guardia civica, ove la forza di questa guardia li avanzava di gran lunga nel numero. Palmieri guarda sempre il popol minuto con una lente che 1‘ ingrossa e scontorce da fame un orribile mostro.

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Ecco questa petizione accompagnata d’un quadro dei comuni che s’erano accostati alla rivoluzione e presentavano 1,015,079 abitanti cioè tre quarti a un di presso della popolazione.

SACRA REAL MAESTÀ.

SIRE

La giunta provvisoria di Palermo ascrive a sua somma ventura il potere, dopo tante disgustevoli vicende, far giungere una volta alla M. V. i sensi suoi, ed essere l’organo della volontà della maggior parte de’ vostri sudditi di questo Regno di Sicilia.

Sin dal momento che giunse in questa Capitale la notizia di aver la M. V. accordata a tutti i sudditi la Costituzione Spagnuola, un sentimento universale di giubilo si palesò in questo popolo. Ma un tal sentimento non potè andar disgiunto dal desiderio di un governo indipendente. Noi non osiamo, Sire, di rammentar alla M. V. le funeste cagioni dei disordini a V. M. pur troppo noti, che penetrarono i cuori di tutti i buoni Siciliani.

Questa giunta, chiamata a riparare i mali dell’anarchia, prodotta dalla mancanza di qualunque governo, fra le gravi e penose cure di ristabilire la pubblica tranquillità, non trascurò da una mano di spedire alla M. V. una Deputazione per rappresentarle la verità de’ fatti occorsi, e farle noti i desideri di questo popolo per l’indipendenza; e diede dall’altra avviso di tutto ciò ai Comuni del regno. La maggior parte di questi si sono affrettati a proferire lo stesso voto della Capitale, e molti di essi hanno anche spedito loro Rappresentanti per sedere fra noi.

Dopo un lungo ed affannoso aspettare, è ritornala in fine una porzione della Deputazione spedita a’ piedi di V. M., la quale ci reca la consolante notizia che la M. V. si sia compiaciuta di riconoscere la giustizia dei nostri voli, e si degnerebbe accordar alla Sicilia la sua indipendenza, sempreché ciò le venisse richiesto dalla città di Palermo, e da tanti altri Comuni quanti addimostrassero il voto della maggior parte de’ Siciliani.

Noi, Sire, con tanta maggior fiducia avanziamo ora alla M. V. le nostre suppliche per l’indipendenza, in quanto ciò è stato promesso a nome della M. V. ai nostri Deputati da S. E. Sig. Tenente Generale D. Giuseppe Parisi, Presidente di codesta Giunta di governo, e dai due membri della stessa Sig. Barone D. David Wespeare, e Sig. Colonnello Russo.

Il desiderio dell’indipendenza, non è in noi figlio, né di privato interesse, né d'irrequieta smania di novità; esso è il risultato dei nostri antichissimi dritti, e delle leggi stesse costitutive della monarchia. Questa monarchia nacque in Sicilia. Il voto de Siciliani diè la corona al 1° Re Ruggieri. L’Imperator Federigo, non solo rispettò il trono Siciliano, ma, per dare all'Europa un solenne testimonio dell’indipendenza di questo regno, concesse alla Sicilia lo Stemma che l’ha sempre distinta II voto de’ Siciliani, il loro sangue, i sacrificj loro richiamarono al trono la linea legittima de’ nostri Re, che n’erano stati esclusi dall’invasione Angioina; fissarono le leggi fondamentali della monarchia, e stabilirono l'assoluta indipendenza di questo Regno. E comecché le vicissitudini politiche avessero in seguito ridotta la Sicilia ad essere governala da Principi altrove residenti, pure essa conservò sempre un particolare governo, e i dritti suoi, lungi d’essere stati cancellati, hanno ricevuto nuovo vigore dal giuramento di tutti i nostri Re. E la stessa M. V. si degnò di giurarli nel salire al trono, e poi di confermarli in modo più solenne nel 1812.

Dal 1816 in poi la Sicilia ebbe la sventura di essere cancellala dal rango delle Nazioni, e di perdere ogni Costituzione. Ma in un momeuto più favorevole si è indotta la M. V. a secondare il desiderio dei Sudditi, e conceder loro una libera Costituzione.

Mentre, Sire, la gioja echeggia in tutti gli angoli de’ Vostri domimi, può il cuore paterno di V. M. esser chiuso alla giuste dimande de’ Vostri sudditi Siciliani? Noi dimandando l’indipendenza della Sicilia vogliamo fruire di tutti i risultati che scaturiscono dalla Costituzione Spagnuola, che V. M. si è compiaciuta di accordarci, ma non chiediamo che si alterino le leggi della successione al trono, né che si rompano que’ legami politici che dipendono dall’unicità del monarca.

Sire, son questi i voti, non del solo Palermo, ma dell’intiera Sicilia. Mentre l’opinione di molti Comuni è traviala dallo spirito di fazione, o compressa dalla forza, non è potuto conoscersi il volo libero dell’intiera Nazione. Pure dal quadro che ci facciamo un dovere di sommetterle, potrà la M. V. scorgere, che la maggior parte del popolo siciliano ha pronunziato il suo voto per l'indipendenza. Seguono le firme.

170

Lettera del Tenente Generale D. Florestano Pepe, Comandante le truppe in Sicilia, a S. E. il Principe di Villafranca, Presidente della suprema Giunta Provvisoria di Governo.

Eccellenza Ho l’onore di riscontrare il di lei foglio de 13 corrente. Propone l'E. l'una sospensione d'armi. Ciò supporrebbe uno stato di guerra, e noi non siamo al caso. Ho veduto i Signori Deputali. Le idee che mi hanno comunicato sono quasi conformi agli ordini, che ho ricevuti da S. A. R. il Principe Ereditario Vicario Generale.

Le truppe ristabiliranno l'ordine ovunque sia stato turbato; senza rammentare il passato. Si cercherà in seguilo conoscere la volontà di tutta la popolazione della Sicilia per mezzo di Deputati regolarmente convocati. Il voto del maggior numero di essi deciderà, che si ottenga dalla Sovrana bontà ciò che S. A. R. ha promesso per la felicità de' suoi sudditi. La volontà del Re, e l’interesse comune di tutti gli abitanti del Regno delle Due Sicilie prescrivono di evitarsi qualunque effusione di sangue: farò di tutto per confermarmivi, a meno che non sia costretto dalla imperiosa necessità.

Il comando Generale delle armi di questa isola mi è afììdato Tutte le truppe di qualunque genere esistenti qui debbono per conseguenza dipendere dai miei ordini. Prego V. E. inviarmi subito in Termini tutti i militari costà detenuti nello stato in cui erano pria del disordine.

Quartier generale di Cefalù, 18 Settembre 1820.

171

Lo stesso general Pepe era stato un mese prima in Messina, ove per confermare quel popolo nell’inimicizia contro Palermo, proniettea che Messina dovea esser la capitale della Sicilia, essendo Palermo città ribelle. I saggi di quella città, conoscendo il pravo fine di quelle promesse, fremeano; ma la loro voce fu sempre soffogata dal cannone napoletano e dal pregiudizio della plebe. Quando poi lo stesso generale volle ingannare Palermo come avea ingannato Messina, aderì a quell’articolo e disse a tutti: Chi ha mai promesso a Messina «di dover essere capitale della Sicilia?»

172

Il voto de’ Siciliani pronunzialo per via di un indirizzo fu trovato illegale dal general Pepe. Intanto ciò era stato proposto dagli stessi ministri di Napoli. Ma era forse più legale il voto emesso per mezzo di un Parlamento non ancora legalmente riconosciuto dalla nazione? La vera ragione si era che il Parlamento polea non chiamarsi più, una volta che si mettea piede in Palermo, e l’indirizzo non potea mai dichiararsi nullo e come non avvenuto.

173

Il Palmieri appone al general Florestano Pepe la doppiezza del governo che lo comandava. Il fatto è che Pepe ebbe mandalo di trattare in ogni modo col governo rivoluzionario di Sicilia; ma che il governo di Napoli accortosi, o piuttosto avvisalo e assicuralo, che quel di Sicilia facesse la parte in commedia per raggirare il popolo, e che la rivoluzione avesse perduto ogni nerbo, mandò nuovi ordini a Pepe di non calare agli accordi e di non accettare che la sommissione con qualche patto delusorio. Ciò spiega la condotta di Pepe a Termini. Quando il popolo di Palermo diè un calcio alla sua giunta e si messe ferocemente alla difesa, il general Pepe non potendo aver la città per forza d’armi, e stando anzi a gran disagio e pericolo, vide essere proprio il caso di servirsi delle prime istruzioni, e perciò par che di buona fede verso il suo governo non meno che verso i Palermitani, fermasse l'accordo del 5 ottobre. Ma alcuni cervelli del Parlamento che per moderazione chiameremmo leggieri, i quali non s’eran trovali sotto le mura di Palermo col general Pepe, volean forse far onta a lui e al fratello, e credeano peccatuzzo veniale la perfidia di lacerar l’accordo del 5 ottobre, e grandissima utilità il por fine in quel modo ai moli di Sicilia, mossero e vinsero il partito vergognosissimo che innanzi si esporrà.

174

Questa somma bravura sta bene se si parla di qualche individuo. Del rimanente il conflitto non fu ostinato che in due soli punti della città; perché tutti gli altri posti della civica si trovarono talmente assottigliati la notte, che la resistenza sarebbe stata inutile. I cittadini li abbandonavano per quello stesso istinto pacifico che li avea mossi a parteggiare per la giunta e per la pace: a molti fors’anco rimordea la coscienza.

175

La plebe chiamava giacobino chiunque essa credea suo nemico; e come, sciolto l'ordine sociale, tutto si converti in guerra del povero contro il ricco, così la plebe designava sempre per suo nemico chi avea da perdere. E per la stessa ragione per cui in Francia non vi erano giacobini ricchi, in Sicilia non ve ne erano dei poveri. (*)

(*) La tradizione, passata in Sicilia a quanto pare per le impure bocche de masnadieri del cardinal Ruffo, portava che si chiamassero giacobini i nemici del popolo. Il canone di filosofia sociale che pone il Palmieri non regge in tutte le sue conseguenze né pei giacobini di Francia, né per quelli diametralmente opposti di Sicilia.

176

Furon tredici o quattordici in tutto il tempo dell’assedio; gli stessi di cui l’autore torna a parlare più innanzi.

177

Supposizione dell'autore, o cianca di qualche crocchio in una bettola.

178

Fu questa una sola masnada, capo di essa un certo Ammirata. Estorse del danaro a molti ricchi con gli infami pretesti segnalati dal Palmieri. Ma una decima o ventina di malandrini non si può chiamar la plebe di Palermo. All’incontro la più parte della plebe (ossia di quelli che avean preso le armi che come si comprende non eran tutta la plebe) si batteva con gli assediami, spesso morta di fame e di sete.

179

Questo Tortorici, pescivendolo arricchito e divenuto il personaggio più importante dell’arte de’ pescatori, era stato mandato a Napoli con gli ambasciatori della giunta, era tornato con le proposte dell’accordo, e si affaccendava assai caldamente per la giunta e per la pace. Quando un battaglione di soldati occupò l’angolo orientale della città ov’era la casa di questo Tortorici, il popolo vide o credette di vedere che se l’intendesse col nemico.

180

Nettuno fu ucciso dopo d'aver posato le armi. Chi lo disse al Palmieri, che soggiornava allora in Termini o altrove fuori Palermo, calunniò un popolo fiero ma non barbaro. A queste undici vittime del suo furore, si deve aggiugnere un certo Moncada giovane nobile e ufficiale de’ reggimenti nazionali; e un Calabrese de’ compagni del cardinal Ruffo, sopranominato il capitan Tempesta, il quale guidò la plebe contro gli assedianti fuori la città, e nella rafia fe’ un colai segno con la spada che fu interpretato per tradimento.

Son questi gli sventurati medesimi i cui cadaveri l’autore ci ha fatto veder già sparsi per le strade.

181

In un periodo in cui colla stessa facilità con cui si commettevano i delitti, si accreditavano ove non erano, era ben difficile il giudicare delle azioni di coloro che ebbero parte in quelle scene, e temerario sarebbe ora l'indagare le loro segrete intenzioni. Tutto ciò che può dirsi di Requisens si è, che egli era, più che ogni altro, invaso dalla mania democratica: che era legato a fil doppio coi capi de’ conciapelli ed altri di simil genìa; che promosse la maggior parte de’ masnadieri che fecero parte delle guerriglie; che all’avvicinarsi dell’annata napoletana, propose replicatamele alla giunta di mandare la guardia d'interna sicurezza in campagna ad affrontar l’inimico; che il giorno25 ottobre, la truppa siciliana cesse senza resistenza le armi alla plebe per ordine suo. Finalmente la disposizione di tagliare arboscelli di due anni, posti al lato opposto all’attacco, è per lo meno ridicola, ove se ne voglia escludere l’oggetto d’istigar la ciurmaglia con quel pretesto a saccheggiare un podere del principe di Villafranca. per trar vendetta di quel signore, perché trattava la pace, e molto più perché nel trattarla non avea sostenuto il suo generalato (*).

(*) Questa è un’altra calunnia soffiata all’orecchio dello scrittore da chi non amava l'opposizione di Requisens, patriotta sincero quant'era inetto capitano. Del rimanente l'ordine di tagliare gli alberi intorno una città assediata non ha nulla di ridicolo e potè esser dato in parole vaghe ed eseguilo senza discernimento del popolo.

182

Non è vero. I soldati napoletani come aveano combattuto con cuore il 17 luglio, fino all'assalto che lor diè il popolo nella piazza del Palagio reale, così fecero in tutto il tempo dell’assedio nelle picciolo ma calde fazioni che occorsero. Non comprendiam bene il significato delle ai ionibrillanti che avrebbe desiderato l’autore; ma se parla d’esempio di valor militare non è poco per ottomila uomini d’essere rimasti per dieci giorni a combattere contro una città forte d’artiglierie e d’un popolo che non scherza nel menar le mani.

183

Paternò era un de’ membri della giunta. Rimasto solo compì il 5 ottobre ciò che tutti insieme non avean sapulo fare due settimane prima. Ma la forza del popolo e l’accorgimento di questo vecchio, che usava parlare e zuffolare come uno scimunito, fecero stipolare per accordo quei patti che la giunta, per lo meno sciocchissima, avea lasciato in parole:

«E questo fia suggel che ogni uomo sganni.»

184

Convenzione fatta fra il Ten. Gen. D. Florestano Pepe Comandante delle armi in Sicilia, ed il principe di Paternò

S. E. il Tenente Generale Pepe, Comandante delle armi in Sicilia a S. E. il principe di Paternò per assicurare e per ristabilire l’ordine e la tranquillità nella città di Palermo, e de' paesi a lei uniti hanno convenuto ne’ seguenti articoli:

1. Le truppe prenderanno quartiere fuori la città, laddove S. E. il Tenente Generale Comandante crederà più opportuno. Tutti i forti e batterie gli saranno consegnati.

2. La maggioranza de’ voti de’ Siciliani legalmente convocati deciderà dell’unità o della separazione della rappresentanza nazionale del regno delle Due Sicilie.

3. La Costituzione di Spagna del 1812, confermala da S. M. Cattolica nel 1820, è riconosciuta in Sicilia: salve le modificazioni che potrà adottare l'unico Parlamento ovvero il Parlamento separalo per la pubblica felicità.

4. Ad unico, e per niun altro oggetto di esternare il pubblico volo sulla riunione, o separazione de’ Parlamenti del regno, ogni Comune eleggerà un Deputalo.

5. S. A. R. il Principe Vicario Generale deciderà dove dovrauno riunirsi i suddetti Deputati.

6. Tutti i prigionieri esistenti nell’annata Napolitana in Palermo, saranno subito resi all’armata suddetta qualunque siasi il loro grado e la di loro nazione.

7. Il Parlamento unico o separato può solamente fare, o abrogare le leggi. Fintantoché non sia convocato, le antiche leggi saranno osservate tanto in questa capitale, quanto nel rimanente dell'Isola. S. A. R. sarà anche sollecitata onde prima che il Parlamento si riunisca le modifichi pel bene del popolo.

8. Le armi del Re, e le sue effigie saranno rimesse.

9. Intero obblio coprirà il passato, anche per tutti i Comuni e persone, che abbiano preso parte agli avvenimenti, pe’ quali l’obblio suddetto è stato pronunziato. In conseguenza di che i membri componenti le Deputazioni che si trovassero fuori dell’Isola saranno liberi di ritornarvi se essi lo vogliono.

10. Una Giunta scelta tra i più onesti cittadini governerà Palermo provvisoriamente finché S. A. R, non dia le sue sovrane risoluzioni. Essa sarà preseduta dal Sig. Principe di Paternò. Il Comandante delle armi potrà farne parte.

Fatta a bordo del Cutter the Racer di S. M. Britannica, comandalo dal Sig. Charles Tburtel nella rada di Palermo, il dì 5 Ottobre 1820.

185

Il lettore imparziale cancelli anche questo epiteto supplichevole applicalo alle truppe napoletane, che per un accordo entrarono finalmente nelle fortezze oppugnate. Ecco intanto i particolari dell’assedio.

La mattina del 25 settembre il popolo avea combattuto contro la guardia civica. Poco sangue sparse nella zuffa, e né anco una goccia dopo la zuffa; il popolo si contenne conte un fratello che venuto alle mani per fatalità col fratello più debole, e atterratolo, gli dice le male parole senza torcergli un capello. Tolte ai combattenti le armi e i lacci bianchi ch'erano lor divisa, li ricondusse alle case, li spinse dentro, e molti lor dissero: «Noi siamo i leoni, non vi mischiate con noi!»

Intanto i sollevati, se cosi piace chiamarli, pensavano alla difesa contro l’esercito napoletano. Era la città nel diciottesimo secolo fortificata con mura, bastioni e fossi: opere già in parte distrutte; coltivati a giardini i fossi, occupati da’ sobborghi gli spalti, i bastioni senz’artiglieria, alcune porte divenute mero ornamento. Cosi da tre lati del rettangolo: il quarto, quel della marina, afforzavasi nel castello alla punta sinistra in un’altra buona batteria al centro; ma il bastione della punta destra, spianato al suolo da molti anni, lasciava la città aperta da quella banda. E per caso, forse più che consiglio, il nemico movendo da Termini per la via consolare che corre lungo la marina veniva giusto a dar dentro nell’angolo indifeso.

Con pronto consiglio corre il popolo a scontrarlo oltre il fiumicello Oreto che mette foce a trecento passi in circa a levante dalla città. Intanto, poco temendo della marina, afforzò alla meglio l'altro lato della città, cioè l’orientale, parallelo al fiume. Montò I artiglierie su i bastioni e su le cortine; ne piantò alle porle con fascine e botti piene di terra. Gli artigiani esercitati al servigio delle artiglierie in certe compagnie scritte al tempo della guerra francese, situarono con ammirevole industria questi pezzi che sommavano a quaranta o cinquanta, e che per tutto il corso dell’assedio traeano con una frequenza e imberciavano con una precisione formidabili. Cosi fu reso vano il primo assalto. Presso al fiume si volsero in fuga gli scorridori nemici battendoli di fianco tre o quattro barche cannoniere di quelle armate nella rivoluzione. E sopravvenuta la notte, gli assalitori rimaneano su la sponda diritta del fiume; i sollevati non guidandoli alcuno, parte stettero a buona guardia nei sobborghi, parte tornarono in città.

L’armatetta napoletana, avvicinatasi allora col favore della notte, e composta di fregate, legni minori, barche cannoniere e bombardiere, cominciò a mezzanotte un fragorosissimo assalto contro le fortezze che risposero gagliardamente e le respinsero dopo due o tre ore di fuoco, non molto mortale, perché le navi si tennero piuttosto lungi che presso. Ecco al far dell’alba tutte le forze di terra muovono contro la città. Ributtate su tutto il resto della linea, penetraron pure nell’angolo destro non munito, come abbiamo detto, e più pericoloso perché gli stava a fronte il giardino pubblico detto la Villa Giulia e l'Orto Botanico, follissimi d’alberi, e perciò coverti dai tiri dei bastioni e delle cannoniere, e un altro giardino appartenente al principe di Cattolica occupava il sito del vecchio baluardo di levante. Allora da 600 uomini entrano per questi giardini, occupano la contigua casa di Cattolica, e schieransi nella piazza detta di Santa Teresa; si che poteano impadronirsi da un lato della cortina che risguarda il mare, e dall’altro lato prorompere per le strade in città ed aprire i passi al resto dell'esercito. Ma il popolo combatté quivi con estremo valore. Sbarrò le strade, fé’ piovere sul nemico una grandine di palle da schioppo montò due picciole artiglierie sur un monistero di donne, facendone sgombrar le suore con mirabile ordine e modestia; e intanto la batteria marittima del centro e le cannoniere atterravano la casa del principe di Cattolica e cosi tagliavano alle soldatesche la via delle mura della marina, e sforzavanle a combattere ormai allo scoperto su la piazza di Santa Teresa. Furono cosi rincacciate fuori la città, snidate poi dal giardino e dall’Orto Botanico, che contrasta va si a palmo, a palmo.

Con pari animo e fortuna i sollevati, fatta una sortita dalle altre porte del lato orientale, avean respinto il nemico da tutti quei sobborghi, ributtatolo di nuovo oltre il fiume, fattigli molti prigioni. Scoraggiati i soldati, non restando loro che cinque colpi di moschetto per ciascuno, allontanata l’armatetta pei tiri delle fortezze, e poi pel tempo contrario. Da’ monti che aveano a tergo, vedeano sdrucciolare stuoli di contadini armati per venire ad assalirli la notte stessa in mezzo ai giardini. Ma un caso li salvò. Mentre quelle torme agresti s’abbaruffavano per prender munizioni in una polveriera presso le radici dei monti, al villaggio detto dell’Abate; la polveriera saltò in aria a tre ore dopo mezzodi, con mortalità grande e molte ferite. il resto degli armati, tra per lo terrore e per la diffolta delle munizioni, si sparpagliò. Cosi cadeva il 26 settembre. Quel giorno per lui si doloroso, il general Pepe avea mandato un capitan Gaddi 6ur una barchetta parlamentaria a chieder l’accordo, la quale fu dapprima sconosciuta e accolla a furia di palle, ma poi cessò questo scandalo; non però assentissi l'accordo.

E questo si può dire il fin dell’assedio. Il general Pepe non avea forze da investir la città dagli altri lati: un grosso d’ottocento uomini ch’egli avea chiamato da Trapani fu volto in fuga ad Alcamo, città su i monti occidentali, a 32 miglia da Palermo. I giorni seguenti si perdettero dunque d’ambe le parli in avvisaglie e tiri d’artiglierie, se non che i nemici occuparono e riperdetlero un vastissimo edilizio fuori la città, forte di mura, e detto la Sesta Casa, perché era una volta il sesto palagio degli umili compagni di Gesù in Palermo. I popolani uscirono talvolta spicciolati alla campagna e furono calpestati dalla cavalleria.

Gli assedianti mandarono un altro parlamentario, e fu ricevuto. Intanto il principe di Paternò, fattosi capo della plebe, le gridava sempre che si dovea sortire in fortissima colonna per iscacciare il nemico, e a tutte le domande rispondea: «Colonna! colonna! Ma se non usciamo alla campagna è mestieri venire alla pace: lasciate fare a me che lo minchionerò io il general Pepe in questa pace.» Così entro pochi giorni con astuzia e ardire incredibili pose il giogo in collo al leone e stipulò l’accordo.

Sommavano a settemila i soldati napoletani, ai quali s'aggiunsero alcune compagnie delle reclute della Giunta di Palermo, comandate da un ferocissimo capitano Garofal, Siciliano a modo suo. che per voler del principe di Villafranca seguì le armi di Pepe. Lor s'aggiunsero ancora alcune milizie di Catania, di Messina, messe per doppia ragione nelle prime file, e perciò quasi distrutte nei primi combattimenti: i lor cadaveri soli insepolti, tra quei dell’esercito, restarono sino al fin dell’assedio là dove eran caduti, per mostrar che la guerra firaterna è più odiosa mille volte della guerra civile. Quanti dei sollevati pugnassero non si può dire, perché ognuno andava a suo talento, combatteva oggi, domani no, ma non passarono certamente il numero degli assalitori; non ostantechè nella compilazione di Bianchini si faccian sommare a settantamila, che è da ridere, sopra una popolazione di cento settantamila tra uomini, donne e fanciulli, in cui tutti coloro che porta van cappello si chiudeano in casa tremanti, eia più parte della plebe, incerta in quel contrasto coi ceti superiori che solea già riverire e forse amare, si stava. Dice il Bianchini: né possiam sospettare che qui esageri, che una quinta parte dell’esercito di Pepe cadesse sotto le mura di Palermo. Dalla parte del popolo non si sa il numero de’ morti, ma sol che i cadaveri gettati alla rinfusa nella chiesa della Parrocchia della Calza ne empierono una parte. Perciò si potrebbe affermare che in tutto, quattro o cinque mila italiani fossero vittima di questa guerra civile del 1820.

186

Istruzioni pel Tenente Generale D. Florestano Pepe Comandante Generale della Spedizione in Sicilia.

S. A. R. dopo matura deliberazione, intesa più volte la Giunta Provvisoria di Governo, ed ascoltato il parere de’ suoi Ministri, ha risoluto che una spedizione militare sia fatta, e che al tempo stesso una risposta sia data ai Deputati di Palermo, tale che apra un mezzo di conciliazione, che S. A. R. desidera ardentemente quando sia compatibile col bene dei popoli, e colla dignità del Sovrano.

È stato in conseguenza risoluto che si dia verbalmente ai Deputati la seguente risposta per mezzo del Signor Tenente Generale D. Giuseppe Parisi, Colonnello Russo, e Barone Davide Winspeare membri della Giunta provvisoria di Governo, autorizzati specialmente a questo da S. A. R.

«Il Governo non farà alcuna opposizione che la Sicilia abbia una rappresentenza indipendente da quella di Napoli alle condizioni qur appresso.

«1. Che dietro questa prima manifestazione fatta a' Deputati, debba Palermo «restituire tutti i prigionieri, e rientrare nell’ordine.

«2. Che il voto di Palermo debba essere accettato dal resto dell’Isola nel modo che si potrà immaginare.

«3. Che debba preliminarmente fissarsi l’unità del Principe, l'unità dell’Armata, e della Marina, la quota de’ sussidj, ed uomini che dovrà somministrare, e la lista Civile, ed in conseguenza l’unità del Corpo Diplomatico, e della Corte Palatina.

«4. Che debba ugualmente fissarsi, che Sua Maestà possa commettere il Governo di Sicilia ad un suo rappresentante sotto un titolo qualunque.

Questa risposta è stata resa ai Deputati. È stato loro dichiarato, che le parole sopra indicate, che il voto di Palermo debba essere accettato dal resto dell'Isola nel modo che si potrà immaginare, non significano né una iniziativa, né una preeminenza di Palermo. S. A. R. riguarda un dritto uguale in tutt’i suoi sudditi, e vuole una espressione di voto ugualmente principale, ed indipendente di ciascuna parte dell’Isola col metodo che piacerà di dare a S. A. R., e che negli articoli seguenti verrà indicato.

Nel punto stesso ch'è stata fatta questa manifestazione a’ Deputati, si è ordinato, che parta una spedizione militare, e si è nominato un Comandante Generale della spedizione in Sicilia, per garantire tali proposizioni, per appoggiare la libertà de’ suffragi, e de’ sentimenti ne' diversi punti dell'Isola, per impedire e riparare ai disordini, e reprimere l’anarchia, e per agire ostilmente con ogni vigore, in caso che dopo le comunicazioni la Città di Palermo non accettasse le condizioni, e non eseguisse immediatamente la prima.

In conseguenza il Generale Comandante della spedizione in Sicilia è incaricato di tre importantissimi oggetti.

Di reprimere l’anarchia e il disordine. Di far uso de’ mezzi conciliativi colla Città di Palermo sulle basi che sono state indicate.

Di agire ostilmente contro la Città di Palermo se o si ricusi alle condizioni ragionevoli, che si sono espresse. o senza ricusarvisi apertamente non adempia subito alla prima condizione.

Premesso tutto questo, è facile di fissare le Istruzioni che devono esser seguile dal Generale Comandante, e che sono contenute ne’ seguenti articoli.

1. La prima cura del Generale Comandante sarà quella di restituire la forza morale ai paesi che in questo momento sono separati dalla rivolta di Palermo. Siccome si sono sparse voci lontane dalla verità, avrà cura di rassicurar tutti. Farà loro sentire, che il governo è stato sempre disposto alla conciliazione, che questo è indicato ne’ proclami, ed in tutti gli alti del Governo. Ma ch'è lontanissimo dalle idee di S. A. R. di abbandonare Città e Valli che si sono mostrati fedeli è devoti: e che esaurirà tutt’i mezzi per sostenerli, proteggerli, e difenderli.

In seguito, nello spiegare, nei discorsi, e nelle comunicazioni verbali le idee di conciliazione, alle quali non si opporrebbe il Governo; dirà in una maniera precisa, che i paesi che sono sotto l’ubbidienza del Governo, potranno emettere con tutta la libertà la loro opinione, che non è data alcuna iniziativa, o preeminenza a Palermo. Che S. A. R. riguarda tutt’i sudditi Siciliani, come aventi un uguale dritto, e che vuole una espressione di voto ugualmente principale, ed indipendente in ciascuna parte dell’Isola, e ch'è uno dei doveri del Comandante Generale di sostenere colla forza, occorrendo, questa libertà e questa indipendenza.

2. Dal momento dell'arrivo della spedizione, o le misure conciliatorie abbiano luogo, o non abbiano luogo, il primo dovere del Generale Comandante sarà quello di reprimere sotto i suoi occhi l’anarchia, ristabilire l’ordine, purché possa farlo, senza compromettere la truppa, e senza mancare lo scopo principale della spedizione. Con queste vedute, semprechè incontrerà colonne d’insorgenti, le quali ricusino di rientrare nell’ordine, le attaccherà, sosterrà i paesi fedeli, ed unirà sempre i mezzi repressivi, e le insinuazioni.

3. Oltre a questo dovere di ristabilire l’ordine, qualora la Città di Palermo, o si ricusi alle condizioni ragionevoli, che le si offrono, o senza ricusarle apertamente, non ne adempia le disposizioni, specialmente quella della restituzione de prigionieri, e del rientramento nell’ordine, farà uso contro la detta Città delle forze militari messe a sua disposizione.

4. Nel caso preveduto coll’articolo precedente è accordata la facoltà di punire anche per via di giudizi straordinarj e militari l misfatti atroci, che fossero stati il mezzo, e la conseguenza della rivolta. Dove si creda necessaria questa misura, si potranno nominare una o più Commissioni militari in un consiglio composto de’ primi funzionarj militari, giudiziarj, o Amministrativi, che riseggono in Messina. Con questo Consiglio medesimo si potranno prendere tutte le misure derogatorie della libertà individuale, che la sicurezza pubblica esigerà. Fu conceduta la facoltà al Luogotenente Generale di convocare questo Consiglio sempre che lo crederà conveniente per conservare o ristabilire l’ordine, e gli è conceduto ancora di convocarlo quando ne sarà richiesto dal Generale Comandante pel territorio occupato dall’armata, essendo per altro S. A. R. nella fiducia, che tanto il Luogotenente Generale, che il Comandante generale se ne serviranno con prudenza, e ne’ casi soli ne’ quali la salvezza pubblica autorizza dispensare dalle regole ordinarie di un Governo Costituzionale.

5. Similmente nel caso preveduto nell'articolo 3, ossia qualora si debba agire ostilmente colla Città di Palermo, tutt’i beni degl’individui esistenti in Palermo, e negli altri paesi che hanno fetta con Palermo causa comune, e che sono in rivolta, siti in punti dove si conservi, o si ristabilisca l’ubbidienza, saranno sequestrati.

Se tali beni si trovassero attualmente in sequestro, non saranno dissequestrati se non nel caso, che abbiano il loro effetto le misure conciliative.

Saranno inoltre interrotte con Palermo le comunicazioni; non sarà ricevuto alcun legno, e si agirà contro i legni de’ rivoltati colle cautele, regole d’uso, e diritto solito praticarsi in casi simili.

6. In tutto il corso delle ostilità il Generale Comandante non perderà mai di veduta le misure conciliative senza intermettere tuttavia i mezzi della forza, e serbata sempre la dignità del Governo.

7. Ove poi la Città di Palermo, dopo la manifestazione fatta qui ai Deputali, rientri nell’ordine, restituisca i prigionieri, ed accetti le misure di conciliazione, si passerà subito a vedere se il volo di Palermo è accettato dal resto dell’isola.

I mezzi di raccogliere il voto generale sono rimessi alla prudenza del Luogotenente Generale e del Generale Comandante, i quali si metteranno d’accordo. Dopo aver raccolto questo voto nel modo il più sicuro, ed il più pronto, ne daranno conto a S. A. R., ed attenderanno le sue risoluzioni.

8. Per tutti gli al tri articoli che dovranno esser trattati dopo che il voto generale della Sicilia sarà conosciuto, avranno il Luogotenente Generale, ed il Generale Comandante solo la facoltà di riferire, ed attendere le disposizioni ulteriori.

9. Se la conciliazione avrà luogo, dovrà proclamarsi un’amnistia generale. Dove non abbia luogo potrà l’amnistia accordarsi secondo le circostanze, anche nel caso che il Generale Comandante sarà costretto a far uso delle forze militari.

10. Il Luogotenente, ed il Comandante Generale si metteranno pienamente d’accordo pel bene del real servizio, si coadiuveranno, e si comunicheranno tutto quello che è necessario alla buona riuscita di un affare cosi importante. Quanto ai limiti ordinai delle loro facoltà ne’ paesi, e ne’ territoij occupati dall’armata attiva, che è in Campagna, e che devono richiamarsi all’ordine, avrà luogo l’autorità del Generale Comandante, negli altri paesi, compresi i paesi ricuperati quando l’ordine ci si è ristabilito, quella del Luogotenente Generale.

11. Il Generale Comandante riferirà al Governo secondo le circostanze tutto quello che potrà occorrere di nuovo, o di non preveduto nella parte politica, e gli saranno comunicati gli ordini corrispondenti.

12. Sono confermate le istruzioni date relativamente al Commissario Civile, che si manda sotto la dipendenza del Generale Comandante.

13. Tutto ciò ch'è relativo ad istruzioni militari per la presente spedizione, sarà comunicato dal Ministro della Guerra.

Napoli, 31 agosto 1829.

L’approvo
Firmato, FRANCESCO, Vicario generale.

Per copia conforme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Interni,

Zurlo.

187

FERDINANDO I, ec. ec.

NOI, FRANCESCO, ec. ec.

A tutti coloro a' quali perverrà, e che conosceranno il presente editto.

Sappiate: Che noi abbiamo rimesso al Parlamento nazionale la convenzione militare seguente fatta fra il nostro Tenente Generale D. Florestano Pepe Comandante delle armi in Sicilia, ed il principe di Paternò.

(S’inserisca)

Ed avendo noi nel rimettere la detta convenzione proposte tutte le difficoltà sulla medesima incontrate, il Parlamento ha con deliberazione della data di ieri dichiarato quanto segue: 11 Parlamento nazionale avendo visto i rapporti, le mozioni, ed i documenti comunicategli da S. E. il Ministro degli affari interni sulla convenzione militare conchiusa tra S. E. il Tenente Generale D. Florestano Pepe ed il principe di Paternò, ha considerato che quest'atto è contrario a' principi! stabiliti nella Costituzione sotto 1(t')art. 172, num. 3, 4 e 5; poiché tende ad indurre divisione nel regno delle Due Sicilie: che è altresì contrario a' trattati politici, a' quali una si fótta unità è appoggiata: ch'è contrario ugualmente al voto manifestato da una grandissima parte della Sicilia oltre il Faro, colla spedizione de' suoi Deputati all'unico Parlamento nazionale: che in fine è contrario alla gloria del regno unito, alle sue convenzioni politiche ed all’onore delle armi nazionali. Quindi il Parlamento del regno unito delle Sicilie ha dichiarato essenzialmente nulla, e come non avvenuta la convenzione militare conchiusa tra S. E. il Tenente Generale Pepe ed il principe di Paternò, nel giorno 5 ottobre 1820.

Comandiamo a tutti i Tribunali, autorità giudiziarie, ed autorità tutte, tanto civili. quanto militari ed ecclesiastiche di qualunque classe e dignità, che osservino e facciano osservare, adempire ed eseguire in tutte le sue parti l’enunziata dichiarazione contenuta nel presento editto.

Siatene intesi per lo suo adempimento: e disporrete che s'imprima, si pubblichi, e si renda noto a tutti.

Napoli, 15 ottobre 1820.

FRANCESCO, VICARIO GENERALE.

Il Segretario di Stato Ministro degli affari interni.

Firmato — Giuseppe Zurlo.

188

Veggasi intorno a ciò una memoria pubblicata in Palermo, stampata da Francesco Abate q(m). Domenico, sotto il titolo: Considerazioni sul decreto del Parlamento di Napoli che dichiarò nulla la convenzione di Palermo dei 5 ottobre 1820. — (È opera dello stesso Niccolò Palmieri, autore della presente storia. — Gli editori.)

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SACRA REAL MAESTÀ.

Signore

L’alta ricompensa, che la M. V. si è degnata accordarmi è assai superiore a quanto io abbia potuto meritare. La mia devota, e viva riconoscenza durerà colla mia vita. Supplico però umilmente la M. V. di dare un benigno ascolto a queste rispettose osservazioni riguardanti la mia penosa posizione.

Mi giova palesare a V. M. che fui spedilo in Sicilia mio gran malgrado. Non sono né il più, né il meno anziano de’ Tenenti Geuerali del vostro esercito. Da cinque anni io viveva in una tranquilla inattività di servizio. Non so per quale predilezione questa missione cadde sopra di me. Chiamato dal dovere, intesi la necessità di ubbidire al comando datomi da S. A. R. il principe Vicario Generale, e ripetuto da quella Giunta di Governo, e dai Ministri della Guerra, e dell'Interno, i quali mosiravansi inquieti delle mie giuste scuse per esimermi da tale incarico. Deciso all’ubidienza ricevei istruzioni, e ne usai senza alterarne il senso, anzi togliendo qualche espressione poco dignitosa pel Governo nell'applicarle in quelle misure di conciliazione, d’accordo col Principe di Paternò, il quale si è grandemente cooperato al bene di quel paese.

Devo far conoscere rispettosamente a V. M. che le poche truppe impiegale nella spedizione, malgrado fossero sprovviste di munizioni, e di artiglieria, e combattessero circondate da forza decupla per lo meno, ed avendo al fronte una vasta città cinta di mura, difesa da’ bastioni, e da’ forti, con 400 pezzi d’artiglieria ben forniti di munizioni, pure si erano col di loro valore acquistata gran superiorità. Ciò non ostante io non avrei mai pensato abusarne per cambiare ciò che mi fu prescritto. Intanto io era persuaso che senza trasgredire il contenuto nelle istruzioni, si sarebbe per la via nobile e giusta ottenuto il voto, che si desiderava pel bene generale.

I Siciliani delusi da quanto venne loro promesso, avrebbero potalo accusarmi di averli ingannati; invece, con una generosità, che porterò sempre scolpita nel cuore, non mi hanno sospettato di tanta bassezza.

Signore, le ricompense di V. M. sono molto lusinghiere, più di ogni altra quella che nella bontà Sovrana avete degnato accordarmi. Ma col massimo dolore unicamente pei sentimenti rispettosi, e per l'attaccamento che devo alla M. V., non posso aver la fortuna di goderne, dopo che si è contradetto ciò che io promisi perché mi fu ordinato. Questo è il solo omaggio che posso rendere alla generosità con cui mi hanno giudicato i Siciliani.

La bella, ed intrepida condotta degli uffiziali, e delle truppe affidate al mio comando ha meritala la particolare attenzione di V. M. Con pochissimi mezzi hanno superato immense difficoltà. È una futile, dolorosa gloria il combattere i proprj cittadini; ma i fatti assoluti di guerra debbono rilevarsi, ed ottener lode e premio. Potrei dir d’altronde, che le ricompense di avanzamento di grado, dando un orizzonte più esteso allo sviluppo dei talenti, ed all’energia de’ bravi militari, lor forniscono più larghe occasioni, onde rendere efficaci servizi M. V. La supplico quindi a non isdegnare la mia assiduità presso il Ministro della guerra in loro favore, e le preghiere che ripeterò a S. A. R. perché si benigni avvalorarle presso l'Augusta M. V.

Signore, al primo rapporto che mandai da Palermo redatto dal mio Capo dello Stato Maggiore, aggiunsi al Ministro della Guerra relativamente alla mia persona, che ragione di salute non mi permette di proseguire il servizio, e dimandai il ritiro.

Rinnovo le più umili suppliche alla M. V. onde si benigni accordarmelo dopo di aver fatto esaminare da una commissione i miei servizj militari.

Sono col più profondo rispetto

Di V. M.

Napoli, li 22 novembre 1820.

190

Fra tutte le insanie del Parlamento di Napoli, non ve n’ha certamente alcuna che mostri più di questa l'ignoranza di quei legislatori. Tutti i comuni siciliani, un tempo soggetti alla giurisdizione feudale, offrivano allora mille luttuosi esempi di usurpazione; ma tra queste non era certamente la mostruosità di esservi più d'uno ad aver dei dritti sullo stesso fondo. Ciò nacque in tempi barbari, ma nacque da fonte legittima. I baroni nei bassi tempi, volendo invitar coloni a popolare i loro feudi, concedeano loro il dritto di far pascolare il loro bestiame, di far legna, ec., nel recinto del feudo: ed è ciò si vero, che quando i baroni in tempi recenti pretesero di liberare i loro feudi di tale servitù, i comuni che le godeano reclamarono presso i tribunali, mostrarono le carte di primitiva concessione, e cosi vennero mantenuti nei loro dritti. Delle volte poi i possessori di un fondo con alberi concedeano ad enfiteusi i soli alberi, restando loro l’uso della terra. Tali sono le concessioni degli uliveti di Cefalù, e molò altri luoghi in Sicilia. Era anche comune, in quei barbari tempi, di conceder le terre limitando al colono la quantità di terra che poteva seminare, ed il nu mero di animali che potea tenervi, e soggettandolo a permettere che altri menasse a pascolare il suo bestiame nelle terre inseminate. Questo mostruoso sistema si osservava in tutti i luoghi un tempo appartenenti a’ baroni spagnuoli. che forse l'introdussero in Sicilia. Ogni ragione volea che un ordine di cose tanto nocivo ai progressi dell’agricoltura fosse abolito; ma dovea abolirà rispettando sempre la proprietà, come avea fatto la costituzione del 1812 (Della feudalità, et., Cap. III, SS 1, 2,3, 4), la quale avea convertilo in annue prestazioni in danaro quelle servitù. L’abolirsi senza compenso, il dichiarare usurpazione ciò che da secoli s'era posseduto, ciò che era stato autorizzato delle leggi del regno e che era venuto in commercio, era un attentato violentissimo alla proprietà del cittadino, che potè solo cadere in mente di persone che gridavano meccanicamente libertà senza sapere che la libertà non è che guarentigia della proprietà. E certo bisognava ignorare gli elementi dell'economia politica, per non conoscere che la proprietà delle terre è sempre più utile nelle mani degli individui che in quello delle comunità ronde spogliando un gran numero di proprietari, e dando i beni loro al popolo, lungi di favorire gli interessi della nazione, si veniva a diminuire la rendita privata e la pubblica ricchezza.

191

Non cancelliamo queste parole per le ragioni dette più volte. Con bravura o senza bravura Napoli e la Sicilia o divisi o uniti non saranno mai uno stato indipendente nel vero senso di questa parola. L'Italia tutta può e dev’esserlo.

192

Costui, quando partì da Palermo, pubblicò i conti della sua amministrazione; ma questi non fecero che confermare la pubblica opinione in ciò che si dicea contro di lui. Un giornale disse che egli avea messo in buon ordine le finanze. In Sicilia buon ordine era divenuto sinonimo di saccheggio: dacché la plebe, nei giorni d’anarchia,correa per le strade gridando: Buon ordine, buon ordine!

193

Il Palmieri non nacque in Palermo.

194

Sino al 17 luglio, la carboneria era pressoché ignota in Sicilia; né vi erano altri carbonari che i soldati napoletani, e qualche persona oscura. Vi erano altresì due tendile in Palermo, una nelle grandi prigioni e l’altra nel bagno de' forzati, stabilite dai carbonari napoletani, che dal governo erano stati mandali per gastigo in quei luoghi, e dalla truppa che gli avea in custodia. Erano queste le due vendite degli emuli di Bruto e de figli d’Epaminonda.

Risum teneatis amici?» Gli emuli di Bruto, battendosi il dì 17 luglio con la truppa, salvarono quei soldati che erano della setta, e poi corsero a liberare i buoni cugini dal bagno. Evasi costoro, procurarono di accrescere il loro uumero, e delle persone di qualche nome loro si unirono per avere un mezzo di comunicazione con Napoli. Costoro spedirono dei segreti emissari ai carbonari di Napoli, ed alle guarnigioni di Messina e Trapani, ma questi emissari, con vera carità fraterna, furono da per tutto arrestali dai carbonari cui eran diretti. Quest’inutile tentativo unito alla ripugnanza dei Siciliani per quest’associazione, fe’ che sulle prime pochissimo si propagò. Ma a misura che si avanzava l’armata napoletana, la carboneria si diffondeva in Sicilia; perché da un lato Costa, Pepe e tutti quei soldati aveano cura di far de' proseliti in ogni luogo, e dall’altro tutti coloro che aveano la sventura di lìgurare in quelle scene, all’avvicinarsi dell’armata, cercavano la carboneria per salvaguardia. Il favore esclusivo accordalo dal governo napoletano ai carbonari ne accrebbe in appresso a dismisura il numero; quando poi i Napoletani spedirono quell'apostolo della carboneria in Sicilia, i Siciliani furono quasi nella necessità di ribattere l’attacco colle stesse armi. I carbonari di Palermo estesero la loro società in tutte le città del regno, e cominciarono ad accordarsi con quei di Messina e delle altre viltà fin’allora dissenzienti. La cattiva condotta de’ Napoletani favorì il progetto; e tutti i carbonari di Sicilia erano già uniti contro Napoli, quando l ingresso degli Austriaci nel regno rese inutile quella combinazione. Da quel momento, la carboneria sparì in Sicilia; e comecché si debba a questa società la conservazione della pubblica tranquillità nel regno. mentre il governo di Napoli facea di tutto per suscitar quivi una conflagrazione, pure questa fatale istituzione lasciò delle conseguenze ben tristi. Delle persone infami furono protette e promosse per esser della società. La plebe., avvezzandosi a trattare su di un piè d’ugualità i grandi, i magistrali e le persone d’ogni celo, divenne sistematicamente più arrogante; i funesti princìpi demagogici si diffusero maggiormente nel popolo. Finalmente quando la Carboneria venne in odio al nuovo governo, ciò ha servito di mezzo alle privale vendette, ha fallo moltiplicare i delatori, ed badalo campo al governo di esercitare violenze, ingiustizie e persecuzioni crudelissime.

195

La storia del Colletta prova che il Palmieri mal giudicò dalle apparenze la sua mente politica. Quest'ammirevole scrittore, ma storico non sempre verace né veggente, operò in Sicilia. come altrove, in modi sconciamente diversi dalla virtù che esule onorava poi con sensi non indegni del grande storico romano Ma Tacito avrebbe riso a vederlo impallidire sol perché il popolo gridò al solito «Viva la Madonna immacolata!» in una processione, alla quale egli assistei da luogotenente in mezzo a due forti file di soldati.

196

Non occorre oggi spiegare ad Italiani che la rivoluzione di Napoli cadde per tutt'altra ragione che questa.

197

Par che fosse tutto il contrario. Nunziante non comandò mai in alcuna giornata. e piuttosto che generale potea dirsi fiero e arrisicato condottier di bande, scaltro, prudente, dissimulato si che seppe metter nel sacco anche il Palmieri, e altri onesti Siciliani. Nunziante ripigliò in Sicilia la parte ch'era stata commessa a quel guastamestieri di Naselli. Si servi del fresco odio, nell’intento ormai facilissimo di allontanare assolutamente i Siciliani dalla rivoluzione napoletana.

198

Questi predicatori trattavan sempre dal pulpito la stucchevole tesi comune a tutti gl’impostori d’Europa, declamando contro i filosofi e le idee liberali. Uno di loro 'predicando in una città a preti, si studiava a mostrare l'empietà di quei sacerdoti, che secondavano le abbominevoli pretensioni de’ popoli di costituzione e di libertà; q fra gli altri argomenti, addusse l'esempio di settecento preti di Francia che, a dir suo, si fecero massacrare piuttostoché sottoscrivere la costituzione. Ma egli stesso, due mesi prima, era stato in Palermo nella giunta come rappresentante di uno dei comuni del regno, ed avea sottoscritto l’indirizzo in cui domandava la costituzione, anzi la costituzione di Spagna!

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Per conoscere il carattere di costui, basta considerare che quando si recò in Napoli, portò seco il carceriere della casa di correzione di Palermo per usciere della sua segreteria, ed un famoso assassino per amico, consultore e confidente.








Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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