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La rivoluzione napoletana del 1820-1821 tra "nazione napoletana" e "global liberalism" di Zenone di Elea

STORIA DELLA RIVOLUZIONE DI SICILIA NEL 1820 

OPERA POSTUMA 

DI NICOLO’ PALMIERI 

CON NOTE CRITICHE DI MICHELE AMARI 

Palermo 

1848

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CAPITOLO I

CAPITOLO II

CAPITOLO III

CAPITOLO IV

CAPITOLO V

CAPITOLO VI

CAPITOLO VII

NOTE 

CAPITOLO I

Disposizione degli animi in Sicilia. — Rivoluzione di Napoli. — Avvenimenti di Messina. — Primo annunzio della rivoluzione in Palermo. — Suscitazioni della truppa. — Voto generale per l’indipendenza. —Naselli. —Avvenimenti del 15 luglio. — Carbonari napoletani. — Church. —Primi movimenti della plebe. — Occupazione del Castello-a-mare.

Correva il quarto anno che il ministro di Napoli era invaso dalla funesta mania d’innovar tutto in Sicilia. La natura delle innovazioni, le circostanze che le aveano accompagnate, il modo con cui s’eran recate ad effetto, la memoria della passata grandezza, la rivalità nazionale, la condotta ed il linguaggio sprezzante che si tenea in Napoli verso i Siciliani, l’ingiusta preferenza che si dava dal governo ai Napoletani, avean già spinto all’estremo la tolleranza dei Siciliani e portato a perfetta maturità gli elementi di una conflagrazione generale.

L’indegnazione era cosi generale ed estrema in Sicilia, che fin quei vecchi magistrati che avean fatto la guerra alla costituzione per superstizioso attaccamento alla ruggine degli antichi abusi, con maggior veemenza gridavano apertamente contro il nuovo ordine di cose.

Tutti desideravano un cambiamento, e tutti lo speravano. Il volgo sperava per disperazione; i saggi speravano, per la persuasione eh è impossibile ai governi assoluti il sostenersi in quest’età, in onta alla pubblica opinione; e la speranza universale venne ravvivata dalla rivoluzione di Spagna. Tutto ingomma minacciava una convulsione tanto più terribile, quanto covava nella nazione un germe funesto d'intestina discordia.

La condotta di alcuni fra i Pari negli ultimi Parlamenti li avea resi tutti odiosi. Il volgo accagionava tutto il ceto degli errori degli individui; e non pensava che in tutte le classi de' cittadini v’erano state allora delle persone involte nello stesso turbine. Da questa osservazione, che dava a molti ragione di credere che la Sicilia non era ancora in istato di ricevere un governo assolutamente popolare pigliavano argomento gli stolti per desiderarlo. Quindi nasceano due fazioni: da una parte i fautori della costituzione nel 1812, che venivano imputati di aristocrazia; dall'altra gli apologisti della costituzione di Spagna, che a miglior dritto erano tacciati d’anarchia.

La divisione della Sicilia in sette provincie avea fatto acquistare una certa importanza ad alcune città; le quali, illuse dall’effimero vantaggio di esser capitali di provincia, erano divenute sistematicamente rivali di Palermo, ed aveano quasi dimenticato d'esser città siciliane.

Finalmente le passate scissure avean rotti tutti i vincoli della reciproca confidenza fra cittadini, senza la quale non è mai da sperare forta ed unione nei popoli per sostenere i dritti loro.

Tale era lo stato delle cose in Sicilia, quando scoppiò in Napoli la rivoluzione. Una banda di soldati sediziosi (1), mal repressi dalla truppa che si mandò loro incontro, e favoriti da per tutto dal popolo, levò lo stendardo della rivolta. La macchina politica, mal ordinata e peggio commessa, cadde come al tocco di una verga magica; il governo si sciolse più da sé stesso che per gli attacchi dei sediziosi; ed il re fu costretto a giurare la costituzione di Spagna per il regno dello due Sicilie.

Siciliani che trovavansi allora in Napoli, non ebbero parte alcuna alla rivolta; anzi tutti si negarono a prestare il giuramento alla nuova costituzione, per non pregiudicare i dritti della Sicilia. E per la stessa ragione il tenente generale Fardella, il maresciallo principe di Camporeale ed il colonnello Staiti, come siciliani membri della. nuova giunta di governo eretta in Napoli, si negarono tutti e tre ad avervi parte.

Il principe di Villafranca ed il principe di Cassaro si misero alla testa degli altri Siciliani, e si recarono dal principe ereditario, fatto allora dal re suo vicario generale; e tutti dichiararono di non voler aderire alle novità fatte in Napoli, e richiesero che si convocasse il Parlamento di Sicilia, perché i Siciliani avessero potuto palesar legalmente il loro voto, li principe vicario diede loro le migliori speranze; ma poi d’accordo con quei ministri, fece di tutto per mandare a voto la dimanda de’ Siciliani (2). Anzi come il principe di Villafranca fece vive istanze perché si dessero delle sollecite providenze, onde impedire i disordini che sarebbero stati per accadere in Sicilia, se quelle novità ivi fossero giunte per sorpresa, né il principe vicario, né alcuno di quei ministri diedero mai alcun passo per prevenirli; e come si sapea che Villafranca era per far ritorno in patria, misero ogni loro studio per prolungar la dimora di quel signore in Napoli.

Il re intanto, informato che Villafranca era sulle mosse per Sicilia, lo chiamò a sé, e gli diede l’incarico di dire per parte sua al luogotenente di Sicilia di proclamare la costituzione del 1812; aggiugnendo che, nello stato in cui era, non potea né scrivere una lettera a quel luogotenente, né fare un dispaccio per ciò; ma che non dubitava che quella verbale assicurazione sarebbe bastata per fargli eseguire un tal ordine.

Comecché il principe di Villafranca avesse conosciuto che una tal risoluzione del re, ove anche fosse stata sincera, non avrebbe avuto altro scopo che quello di metter la Sicilia in opposizione a Napoli; pure era essa troppo consuona ai suoi desideri ed ai veri interessi della Sicilia, per pensare ad opporvisi. Lieto adunque del ricevuto in carico, e superati gli ostacoli che dai ministri si metteano avanti per la sua partenza, si imbarcò per Palermo.

Intanto in Sicilia si era affatto allo scuro di tutto ciò che era seguito in Napoli. S’era bensì saputo che la truppa in Monteforte si fosse rivoltata; e ciò avea destato una compiacenza universale. Ma i Siciliani, conoscendo il carattere dei Napoletani, non osavano far mostra degli interni sentimenti, e stettero sospesi, aspettando l'evento. D'allora in poi qualunque comunicazione fra la Sicilia e Napoli tu interrotta: si vedea solo un continuo movimento nei telegrafi; ma come in tutta quella corrispondenza si facea uso della cifra segreta, il pubblico ignorava e forse ignorerà sempre l'oggetto e il contenuto di quelle comunicazioni. Solo si sa, che uno o due giorni prima di scoppiare i torbidi di Palermo, il telegrafo, nella cifra volgare, annunziò: sospendete tutto, a quattr’ore p. m.

Le prime notizie della rivoluzione già compita in Napoli giunsero a Messina. Le autorità furono col telegrafo avvisate che il re avea accordato la costituzione di Spagna; ma essi non vollero né pubblicar la notizia, né dare alcun passo, prima d’averne l’ordine dal luogotenente. La truppa napoletana però, che avea vedute ed interessi contrari, informata per altro canale di ciò, cominciò a divulgare la notizia, ed a pretendere, che prima di giugnere altro ordine dal luogotenente, si fosse in Messina pubblicata la costituzione. E come il principe di Scaletta, comandante di quella provincia, si negava a farlo, i soldati cominciarono ad aizzare la plebe contro di lui, dicendo che mettea avanti quelle difficoltà perché realista.

La disposizione degli animi in Sicilia era tale, che per destare una commozione popolare bastava il volerlo, e particolarmente volerlo la truppa. Così la plebe di Messina si levò a sommossa, chiedendo che anche lì fosse pubblicata la costituzione. Il principe di Scaletta si ostinava ad opporvisi, sulla ragione che il telegrafo avea dato la sola notizia dell'accaduto ma non l'ordine di pubblicar la costituzione, che dovea prima essere comunicato ed eseguito in Palermo; e per frenare quel movimento popolare, fece marciare un corpo di truppa con qualche pezzo d’artiglieria. Ma tostoché quella truppa fu in vista dei sediziosi, mise basso le armi e si unì a loro.

Il co lonnello Testa, fattosi capo di tutti quei sediziosi, circondò la casa del principe di Scaletta, minacciandolo di massacrarlo, e di porre a sacco la sua casa, se non dava subito l’ordine di proclamarsi la costituzione di Spagna. Allora non fu più il caso di resistere. La plebe trionfante corso a liberare i proscritti, ed altri disordini seguirono; ma la truppa, ottenuto l'intento, rimise tosto la calma e ripigliò la sua autorità; anzi si fe’ padrona di tutte le autorità, talché da quel momento il popolo di Messina non ebbe più arbitrio; ed i Messinesi, parte sedotti e parte intimoriti, dovettero necessariamente pensare e volere ciò che pensavano e volevano i Carbonari napoletani.

In Palermo intanto si era allo scuro di tutto ciò. Sul cader dei giorno 14 luglio, giunse una barca da Napoli, che recò la notizia della rivoluzione già compita, e della costituzione di Spagna già proclamata in Napoli. I marinari ed i passaggieri erano tutti ornati della coccarda tricolore, simbolo della Carboneria. Quella notizia, quelle coccarde produssero come una scossa elettrica in tutti gli animi. Per fatale combinazione ricorreano in quei giorni le feste di santa Rosalia: lo straordinario concorso del popolo, ed il brio di quei giorni resero più viva la sensazione, più clamorose le dimostrazioni di giubilo. E prepararon così irreparabilmente i funesti avvenimenti di appresso.

Quella sera stessa, al pubblico passeggio non vi fu quasi alcuno, che non fosse ornato della coccarda tricolore. Una novità di tal natura, giunta a caso per via privata e per sorpresa, produsse un’ebrietà generale. Il governo, che avrebbe dovuto pubblicar legalmente la notizia, e dare un regolare avviamento ai pubblici affari, avea tenuto, sino a qual punto, un misterioso silenzio; né avea dato alcun passo per prevenire quei disordini, che non poteano non prevedersi; e si venne così ad allentar la briglia ai privati sentimenti di tutti; e tutti, senza alcun piano d’operazione, gioivano alla cieca, senza sapersi che fare.

Fu sullo prime oggetto di didascalica disputa fra cittadini, se conveniva accettare la costituzione di Spagna data dal re, o ripigliare la costituzione del 1812. Ben vi furono alcuni, che pensarono di riunirsi per ispedire una barca espressa al principe di Villafranca in Napoli, per chiedere al re la costituzione del 1812; e al tempo stesso si pensava di riunire il decurionato di Palermo per fargli spedire una deputazione al re colla stessa dimanda (3).

Questa idea, giustissima pero, che avrebbe potuto salvar la Sicilia, nacque in un momento inopportuno. Se ciò si fosse fatto in quei giorni, in cui si stette in una inerte aspettazione degli avvenimenti di Napoli, l’affare sarebbe stato coronato di un pieno successo. In quel momento; in cui il popolo anelava per un nuovo ordine di cose, naturalmente avrebbe seguito qualche impulso che avrebbe voluto darglisi; e le altre città, non ancora sedotte e soggiogate dai Napoletani, avrebbero seguito l'invito della capitale. Il re, anche prima di esserne richiesto, avea dato l'incarico a Villafranca di far pubblicare la costituzione del 1812 in Sicilia; e finalmente tutti i principi d'Europa che. certamente aveano lo stesso interesse del re a metter la Sicilia in opposizione a Napoli, avrebbero rispettata una dimanda fatta in un modo tanto legale, e fondata su dritti innegabili. Ma chi avrebbe potuto, in quei critici tempi, mettersi avanti a concepire un tal piano d’operazioni? I Pari, che sarebbero stati i soli ad avere un dritto di farlo, avviliti dal governo, venuti in discredito della nazione, pieni di reciproca diffidenza, non erano più al 1820 ciò che erano stati al 1810.

Per tale infausta combinazione, quel progetto, concepito in un momento in cui i Napoletani avean già pigliato il disopra, mancò d’effetto; molto più che i carbonari, ossia la truppa (perché sin allora questa funesta istituzione si limitava in Palermoalla sola truppa), fecero sapere a coloro che parlavano di costituzione del 1812 che se non desisteano da quella impresa, essi avrebbero dato fuoco alle case loro. Così quella voce fu soffocata. Gli stolti che si eran lasciati illudere dalle fanfaluche democratiche, pigliaron coraggio; i rimproveri d aristocrazia ai partigiani della costituzione siciliana furono più che mai veementi;e per tal modo venne a perdersi quella fortunata occasione d’assicurare la libertà della Sicilia, e forse del resto d’Italia.

Non è da meravigliarsi dei rei procedimenti della truppa napoletana, che sentiva che il determinarsi la Sicilia a ripigliare la sua costituzione, era Io stesso che scuotere il giogo di Napoli: ma non si può senza raccapriccio rammentare, che si videro allora in Palermo, inebriate dalla mania democratica, secondare gli sforzi de’ Napoletani, delle persone che, per la loro età e pel rango loro, avrebbero dovuto nutrire ben altri sentimenti. Il presidente della gran corte, Gianbattista Finocchiaro, Confuso fra la plebe, incitavala a gridare e gridava egli stesso con voce stentorea: «Viva la costituzione di Spagna!»

Certo se vi ebbero rei in Sicilia in questo calamitoso pericolo, costoro debbon tenersi i primi, come coloro che diedero il primo incitamento alla plebe, e per quanto era in loro, immolarono i dritti del popolo siciliano. Né conosceano cotali sciagurati, che ricever con applauso quella costituzione, data con un atto arbitrario, era lo stesso che riconoscere nel re il dritto di dare e togliere a senno suo la costituzione, ciò che basta a render precaria la libertà del cittadino.

Pur se venne fatto ai Napoletani di soffocare il voto per la costituzione del 1812, fu loro assolutamente impossibile il reprimere un sentimento invincibile per qualunque Siciliano, quello dell'indipendenza della Sicilia. Fin dal momento che giunse in Palermo la fatal barca, che recò la coccarda tricolore, molti in Palermo vollero aggiungervi un quarto colore, per mostrare una diversità con Napoli. Ciò fece dispiacere ai carbonari, perché così veniva ad alterarsi il loro mistico emblema: quindi al quarto colore fu sostituito un nastro giallo al petto. Ma non rifletteano quegli insani, che il dritto della Sicilia all’indipendenza era fondato sulla costituzione siciliana; rinunziando a quella ed accettando una costituzione pubblicata per lo regno delle due Sicilie, non aveano più dritto a pretendere l’indipendenza. Ma tale era allora l’ebrietà generale, che si credea che la sola volontà espressa illegalmente da qualche fanatico con un nastro bastasse a formare un dritto nel popolo.

Non molto prima di quella scena, era venuto al governo di Sicilia, colla carica di luogotenente del re, il tenente generale Diego Naselli. Il ministero di Napoli, per far mostra di carezzare i Siciliani col destinare al governo di Sicilia un loro concittadino, avea avuto l'astuzia di mettere a quel posto un uomo da nulla, come Naselli, il quale non avea che il voto nome di governatore. a costui si diè per pedagogo uno de' barbassori fra i carbonari di Napoli, detto de' Tomasis. Certo deve ascriversi a somma ventura della Sicilia, che il governo, in quelle difficili circostanze, Tosse caduto in tali mani.

La mattina del 15 luglio 1820, il luogotenente Naselli, stretto finalmente dalla necessità, ruppe il misterioso silenzio fin allora tenuto sugli avvenimenti di Napoli, e pubblicò il primo proclama del re, col quale, per contentare i rivoltosi, il re avea promesso di pubblicare fra otto giorni le basi di una nuova costituzione. Ma ciò non gli avea contentati; ed il re finalmente, il giorno 6 di loglio,avea proclamato in Napoli la costituzione di Spagna per lo regno delle due Sicilie. Essa si era pubblicata in Messina (Naselli il giorno 15 non potea ignorarlo); come dunque in vece di pubblicar la costituzione, pubblicò quell’effimero ed inutile proclama? É certamente da credere che il nuovo ministero di Napoli, che tanto impegno ebbe che fa Sicilia non si fosse distaccata da Napoli, non avea tardato ad ordinare al luogotenente di Sicilia di pubblicare al più presto la costituzione in Palermo. Come de' Tomasis non si oppose alla pubblicazione di quel proclama invece della costituzione? Tutto è un mistero, che sarebbe inesplicabile senza gli avvenimenti di appresso.

Era quello il giorno in cui il luogotenente dovea recarsi al duomo per assistere alla cappella reale (4). Non tosto fu egli entrato in chiesa, che un grido levossi da tutto il popolo: Viva l’indipendenza!A quel grido facea eco la truppa, che era schierata fuori la chiesa, gridando anche essa: Viva la costituzione! il luogotenente rispondea gridando: Viva il re! Si vedeano manifestamente in quelle. grida tre interessi contrari, furto dei quali venne a produrre avvenimenti funestissimi.

Terminata la funzione, il luogotenente tornò a casa. Molti gli si presentarono allora, e gli fecero vedere che il desiderio dell’indipendenza era universale nel popolo, che non potea far di meno di contentarlo; e voleano così indurlo a proclamare egli stesso sul momento l’indipendenza di Sicilia. Ma egli non volle far altro, che promettere di spedire immantinente una fregata a Napoli, per chiedere al re in nome de' Siciliani, l’indipendenza; ma quella promessa fregata non si vide mai partire.

La scena della mattina in chiesa, gli attruppamenti, gli schiamazzi universali, i sintomi di unorgasmo generale, che andavan crescendo da un momento all’altro, avrebbero dovuto avvertire il luogotenente a dar de' passi energici per la conservazione della pubblica tranquillità; ma egli restò come indifferente spettatore di quelle scene: anzi i soldati camminavano per le strade, incitando il popolo a gridare: Viva la costituzione! viva l'indipendenza!

La sera di quel giorno, il luogotenente si recò alla festa che dal pretore si usa dare a tutta la nobiltà. Mentre si godea quella festa, ed il popolo era affollato nel Cassaro, che secondo il costume era illuminato, circa a cinquanta bassi uffiziali e soldati napoletani uscirono dal loro quartiere di san Giacomo, vestiti delle insegne carbonariche, e tenendosi per le mani, scesero pel Cassaro gridando: Viva la costituzioni! viva l’indipendenza!

I carbonari vollero con quella scena fare in Palermo ciò che i loro compagni avean fatto in Messina, suscitare il popolaccio alla rivolta, sciogliere il governo, e profittar del disordine per ghermire l’autorità pubblica e soggiogare il popolo. Stolti! non prevedeano eglino che presto avrebbero pagato il fio di quell’empio disegno, e che il fulmine che provocavano sarebbe stato da altri diretto contro loro.

Si trovava fra altri nel palazzo del pretore a goder la festa il tenente generale Riccardo Church, venuto di recente da Napoli colla carica di comandante generale delle armi in Sicilia. Il popolo di Palermo era mal prevenuto contro costui, per le voci che si erano sparse delle persecuzioni da lui fatte ai carbonari di una delle provincie di Napoli, di cui avea avuto il comando; ed altronde si sapea di dovere egli in breve eseguire la coscrizione, ciò che bastava a renderlo odioso.

Intanto nel Cassaro, lo spettacolo di quei soldati venne naturalmente a produrre un entusiasmo ed un clamore universale. Il popolo da basso, e tutta la gente dai balconi cominciarono a far eco a quelle voci de’ soldati. Il generale Church, informato della cagione di quel clamoroso trambusto, scese dal palazzo del pretore, accompagnato dai suoi aiutanti di campo e dal generale Coglitore; e fattosi presso a quei soldati, ordinò loro di ritornare in quartiere. Questa imprudenza del generale Church, se pure può chiamarsi imprudenza, fu il segnale dell’esplosione. Il popolaccio gli si avventò addosso con tal furia, che ne sarebbe restato vittima, se i suoi aiutanti di campo, facendo qualche resistenza, non gli avessero dato tempo di fuggire; anzi vi fu chi gli tirò un colpo di stile, che venne a ferire un Siciliano, il general Coglitore, mentre cercava di saldarlo.

Church fuggi allora da Palermo, andò a ricoverarsi in Trapani, e quindi passò in Napoli. La plebaglia intanto corse ad assalir l’albergo in cui quel generale era stato fino a quel giorno alloggiato, ignorando che il giorno Stesso ne era uscito; e non trovatolo, mise a sacco tutto l’albergo, ne trasse quanto vi era, ne fece un mucchio nel piano della marina, e quindi vi appiccò fuoco.

Al cominciar del giorno 18, gli affari divennero più seri: furono saccheggiate le officine del registro, della carta bollata e della segreteria del distretto; ed il popolaccio, in tutte quelle operazioni, era guidato dalle bande di musica dei reggimenti, che suonavano marcie trionfali. Colla stessa guida, la ciurmaglia si recò alla piazza borbonica, lungo la marina, ove un soldato napoletano salì sulla statua del re, fece i massimi sforzi per abbatterla, ma non essendo stato aiutato da alcuno, non potè riuscirvi, e si contentò di mutilarla (5).

Il luogotenente avrebbe potuto reprimere tante licenze, se avesse avuto più senno, più cuore, o forse ordini diversi; ma in quel momento, in cui conveniva agire, ed agire colla massima energia, egli pensò di venire a patti colla canaglia, e quel ch'è peggio, di deluderla. Torme immense di gente Si affollarono sotto la casa sua, gridando che voleano proclamata l’indipendenza. Egli replicò la promessa del giorno antecedente, di spedire subito una barca in Napoli a quell’oggetto; ne dié avviso al pubblico con un proclama; ma quella barca non si vide partire.

Ma ciò è ben poco. Comeché la truppa fosse stata, sino a quel punto, perfettamente d'accordo colla plebe, pure non si sa come questa, venuta in diffidenza di quella, pretese di aver consegnato il Castello-a-mare; ed il luogotenente aderì a quella domanda, e consegnò a coloro che ne lo ricercavano un ordine del Maresciallo O’Farris, capo dello stato maggiore, diretto al tenente generale La Grua, comandante del Castello-a-mare, di ammettere dentro il castello tanti artigiani, quanti soldati vi erano, per farne insieme la guarnigione. Ma quando coloro giunsero con quell'ordine al castello, trovarono una immensa ciurmaglia dentro il forte; alla quale si distribuivano le armi con tanta regolarità, che si era dato ordine ch’ognuno non potea pigliarsi più di un solo fucile: a segno che i ciurmatori, per evader la legge, ognun di essi si pigliava un fucile, andava fuori a lasciarlo a qualche compagno, e poi tornava a riceverne un altro. Così fu distribuito ai scalzoni un deposito di quattordicimila fucili, e fu loro ceduto il castello, con più centinaia di cannoni.

Il Castello-a-mare di Palermo non è un forte da resistere all’attacco regolare della truppa di linea, ma dovea certo farsi beffe delle minacele di una plebaglia inerme. Perché mai il luogotenente lo trascurò in quei critici momenti? Perché non pensò ad accrescerne la guarnigione, e molto meno ad andarvisi a racchiudere sé stesso, come avean fatto, in simili occasioni, altri avveduti governanti? Come si lasciò egli indurre a dar quell’ordine? Come il tenente generale La Grua ammise la plebe entro il castello, anche prima di averne l’ordine? Dato che lo abbia fatto in seguito a quell’ordine, può mai ciò giustificarlo? Onde quella regolare distribuzione d’armi, che esclude qualunque idea d’invasione della plebe (6)?L’esempio di ricorrere, in casi estremi, al perfido ripiego di suscitare una sedizione della plebe, non è nuovo in Sicilia. Si tentò più volte questa rea impresa al 1813, e se allora mancò d’effetto, ciò fu per la diversità delle circostanze. Allora il popolo era attaccato al governo attuale; pochi discreditati cercavano una novità; la truppa inglese, il coraggio e l’attività di quei generali, tagliaron subito i passi ai malintenzionati. All’epoca di cui scriviamo, il popolo anelava per un cambiamento; il governo era odioso ed imbecille; la truppa, lungi di frenare, spinse il movimento, di cui forse altri profittò.

Il tempo non è ancora maturo per isquarciare il velo (7)che cuopre il turpe mistero di questi avvenimenti. Tutto ciò che può fare lo storico, si è di riferire fedelmente i fatti, ed invocare il fulmine del cielo contro quegli esseri iniqui, che vollero a ragion veduta provocare scene si tristi. Il sangue sparso in Sicilia, e le lagrime di migliaia di vittime de’ posteriori avvenimenti, grideranno sempre vendetta contro gli autori di tante calamità.

FINE DEL CAPITOLO PRIMO


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CAPITOLO II

Condotta del luogotenente. — Giunta di governo. — Giornata de' 17 luglio. — Disfatta della truppa. —Saccheggi. — Evasione dei forzati. — Conciapelli. —Morte del principe di Cattolica e del principe di Aci. —Sanso. —Cacciatore. — Sacco alla villa Aci. —Giunta di pubblica sicurezza e tranquillità. —Sue prime operazioni. — Stato di Palermo.

Armata di pietre restava a darle importanza. Il luogotenente chiamò i capi delle corporazioni degli artieri, detti in Sicilia i consoli, ai quali ordinò di riunire ognun di loro una squadra di gente armata, che accompagnata da un cavaliere e da un prete, dovea percorrere la città per impedire i disordini. Fu al tempo stesso ordinata con proclama la formazione di una guardia di sicurezza, di cui fu fatto ispettore generale il principe di Cattolica; furono destinati dei cavalieri e altre persone autorevoli per comandare la stessa guardia neidiversi quartieri e borghi della città; furono promesse loro le istruzioni, che poi non si diedero.

Se questi provvedimenti fossero stati dati qualche giorno prima, o per lo meno spinti colla dovuta energia, il male sarebbe stato riparabile. La plebe conservava ancora tanta docilità, che quando per le strade le persone oneste insinuavano ai ciurmatori di deporre le armi, essi senza difficoltà le deponevano, e se ne formava un mucchio; ma come nessuno era incaricato di ritirarle, e forse non mancava chi soffiava nel nascente incendio, gli scalzoni indi a non poco le riprendevano.

L'inerzia del governo accrebbe il coraggio della plebe, la quale cominciò a pretendere di aver anche consegnati i due forti accanto al palazzo reale, minacciando d'invaderli colla forza, se ciò le si fosse negato. Riuscì al buon cardinal Gravina, arcivescovo di Palermo, di frenare per un momento la ciurmaglia, col permettere che quaranta argentieri entrassero in quei forti per custodirli unitamente alla truppa. Cosi parve rinata per un momento l’armonia fra la, plebe ed i soldati.

Il dopo pranzo del giorno 16, il popolaccio corse a saccheggiare (8)la casa di un certo Barbagia, cui il governo avea dato la privativa de' giuochi (9); e saccheggiate anche furono la casa del marchese Ferreri, e l'officina del demanio.

Quella sera stessa, il luogotenente chiamò una giunta di sette persone, per consultarla sulle operazioni da farsi. Col parere di quella giunta, egli scrisse una rappresentanza al principe vicario, nella quale faceva vedere il desiderio dei Siciliani di avere un governo indipendente da quello di Napoli, e la necessità di contentarli. Si stabilì che quella rappresentanza dovea spedirsi subito a Napoli con quella magica barca, la cui partenza si promettea sempre, e non si verificava mai; ed un proclama fu scritto ed anche stampato per pubblicarlo il domane, onde far conoscere al pubblico questa risoluzione. Fu ugualmente convenuto che delle forti ronde di artieri, sotto i rispettivi consoli, accompagnati da cavalieri, da preti e da altre persone sagge, girassero per la città, per procurare di ritirare le armi dalle mani della plebe; e che, per la migliore riuscita dell’affare, ogni ronda, se i consoli lo chiedessero, fosse accompagnata da 25 soldati. Date queste disposizioni, la giunta si sciolse.

Intanto quegli artigiani che faceano le ronde, furono, non si sa come, informati che la truppa era in movimento. I cavalieri che gli accompagnavano, procuravano di disingannarli, e, sicuri della veracità del luogotenente, assicuravano loro che la truppa non si sarebbe mossa che alla loro richiesta. Molti, per farli maggiormente convinti di ciò, si recarono con essi loro al palazzo arcivescovile, dove il cardinale arcivescovo, il principe di Cattolica, il principe di Aci, e molti altri che vi erano, replicarono le stesse assicurazioni. Ma questi, lungi di serenar quella gente, non servirono che a farla entrare in maggior diffidenza sulle intenzioni del luogotenente, e ben si apponea.

Il luogotenente in fatto avea dato ordine alla truppa di mettersi in armi, e pigliare una posizione imponente. La notte stessa 9 i soldati cacciarono dal castello e dai forti i cittadini, è al far del giorno, invece del proclama convenuto con la giunta, ne apparve un altro, in cui il luogotenente rendea ragione di quelle disposizioni militari.

Quella truppa, di cui non si avea fatto uso mentre la plebe era inerme, e che allora avrebbe potuto facilmente reprimere i primi clamori, si fece mettere in movimento quando il popolaccio era già armato ed accanito. Gli errori de’ comandanti di quella truppa concorsero validamente alle brame di chi forse volea sagrifìcarla: in vece di pigliar fuori della città una posizione, nella quale l'esercito avea poco a temere gli attacchi di una plebaglia indisciplinata e senza capi, si cacciano cinque mila uomini dentro una città popolosa in cui i ciurmatori aveano tutto il vantaggio di battersi al coperto. Un corpo di fanteria ed uno di cavalleria muovono senz’ordine, ma per semplice bravata, inoltrandosi pel Cassaro. Scesero sino a porta Felice. La plebaglia cominciò allora a far fuoco su di loro, tirando dalle cantonate; ed a grande stento, con perdita di molta gente, quei due corpi poterono tornare indietro, e riunirsi al resto della truppa, che si era fermata nel piano del palazzo reale.

Molti onesti cittadini, prevedendo la fatal catastrofe che era per accadere, corsero dal luogotenente, e lo pregarono a ritirare quel passo falso; ed egli diè loro un biglietto, con cui ordinava ai general comandante di sospendere le operazioni militari. Fu quel biglietto presentato; ma mentre da un lato si tentava una conciliazione, s’intesero dei colpi di fuoco da un’altra parte; allora si attaccò da per tutto la mischia. In tanto l'imprudenza di quei corpi, che aveano sceso pel Cassaro in attitudine di aggressori, lungi d’intimorire la plebe, la mise alla disperazione, e la fece determinare a correre ad aprir la prigione della Vicaria, e trarne tutti i detenuti per accrescer la sua forza.

Le prime cannonate, che spaventarono ogni pacifico cittadino, destarono l'entusiasmo guerriero di un monaco detto il padre Gioachino Vaglica. Il nuovo Achille, scosso dallo strepito marziale, lasciò l’abito imbelle, e corse alle armi (10). Mentre tutti in Palermo erano nella massima costernazione, prevedendo le funestissime conseguenze di quella pugna, il padre Vaglica, messosi alla testa de’ ciurmatori, fé trasportare un cannone nel cortile dello Spedale grande, e lo fe postare dietro a quella porta che mette nel piano del real palazzo: istantaneamente fe’ aprire la porta e dar fuoco al cannone. Quella cannonata, tirata da un sito onde la truppa non aspettava un attacco, e che d’altronde fece molto danno ad un corpo di cavalleria che era di presso, sconcertò tutta l’armata. Al tempo stesso, un’altra banda di ciurmatori forzò una delle porte del quartiere di san Giacomo, e sboccò per l'altra nel piano del real palazzo; ciò decise la totale disfatta della truppa, tranne un reggimento detto degli Astori che si batté con fermezza; ma finalmente dovette cedere anch’esso. Il resto di quella truppa disordinatamente fuggì per porta Nuova e per porta di Castro.

Una truppa più agguerrita avrebbe certamente fatto maggiore resistenza; e per lo meno obbligata a cedere il posto, avrebbe potuto riunirsi fuori della città, e presentare ancora un argine ai sediziosi; molto più che la perdita de’ soldati uccisi non era stata, sino a quel punto, che di qualche centinaio d’uomini. Ma il timore non ebbe più freno: generali, uffiziali, soldati, tutti fuggirono in infinito disordine, lasciando sul campo le armi e quanto aveano in dosso; e tutti furono o presi o massacrati dai contadini della campagna di Palermo e dei vicini villaggi. Un corpo di mille o più uomini, che avrebbe potuto ancora dar soggezione alla città di Palermo, mise basso le armi e si rese a sessanta villani del villaggio di Belmonte. Il general Pastore e cinquanta soldati che erano seco lui, furono disarmati e presi da tre soli contadini.

Il luogotenente Naselli intantotrasse l’uomo a peccare e poi si ascose.

Appena attaccata la mischia, s’imbarcò precipitosamente sul pacchetto Tartara, e fuggì per Napoli.

Comeché l’antecedente condotta de' la truppa diminuisca in gran parte la commiserazione delle sue sciagure, pure non si può, senza ribrezzo, descrivere ciò che seguì a quella zuffa. Torme numerosissime di soldati venivano a tutte le ore condotte nelle prigioni di Palermo. I marescialli O’ Farris, Pastore e Mary, laceri, nudi, semivivi, tratti legati fra gl'insulti e le contumelie di una plebaglia inferocita, e messi in confuso cogli altri uffiziali e soldati in quelle stesse prigioni, onde erano evasi i più infami malfattori. Destino tanto più commiserevole, in quanto erano compresi in quel numero una gran quantità di onorati uffiziali e d'innocenti soldati, che non aveano avuto alcuna parte ai rei procedi menti dei loro compagni.

La plebe delle grandi città è sempre la parte più corrotta del popolo; non è dunque da meravigliare se la plebe palermitana, suscitata, aizzata, confusa a tutti gli assassini scappati dalle prigioni, sparse l’anarchia, e commise dei disordini. Naturalmente avvenne che, disfatta la truppa, sciolto il governo per la fuga del governante, la licenza non ebbe più freno. Col pretesto d’andare in cerca dei soldati nascosti, furono saccheggiate tutte le case ove abitavano gli uffiziali, anche di coloro che non aveano avuta parte alcuna alla mischia. Fu saccheggiato il Burò tipografico e tutto il quartiere di san Giacomo; si fe’ lo stesso al palazzo reale; e fu somma ventura che la specola astronomica di Palermo fosse andata esente dal saccheggio (11).

La plebe intanto compì il trionfo dell’anarchia col correre a liberare i forzati, che eran custoditi nel bagno al molo. Quella torma di gente, incallita al delitto, sparsa nella città, accrebbe lo spavento e la costernazione di tutti, e finì di corrompere il popolaccio.

Fra tutta la plebe palermitana, ha sempre più che ogn’altro levata la cresta il ceto dei conciapelli. L'abitare tutti costoro nello stesso sito, pieno di nascondigli atti a favorire i delitti, l'ignavia e la debolezza del governo avean fatto loro acquistare una straordinaria baldanza, uno spirito facinoroso, ed una. sistematica insubordinazione; a segno che la concia di Palermo era l'ordinario asilo de’ malfattori del regno; ed i conciapelli non avevano mai pagato tributi, né il governo avea mai osato obbligarli.

Sciolto violentemente l’ordine pubblico, i conciapelli divennero i Giannizzeri di Palermo. I forzati ed i detenuti evasi dal bagno e dalle prigioni furono riuniti nella Concia, e se ne fece un corpo di armati, che venne a formare la guardia d’onore di quel console, e serviva sotto i suoi ordini particolari. Quindi avvenne, che all’orrore di una battaglia entro le mura di Palermo, successe un seguito di delitti e di violenze.

Il principe di Cattolica era venuto in sospetto della plebe per aver egli assicurato cogli altri, che la truppa non si sarebbe mossa; e un tal sospetto si accrebbe fra’ sediziosi, quando egli negò di mettersi alla loro testa contro la truppa: onde il popolaccio lo chiamava traditore. Nel caldo della zuffa andò a cercare ricovero sul pacchetto ove erasi anche imbarcato Naselli; ma costui non volle riceverlo, e lo rimandò a terra. Allora lo sventurato cercò di nascondersi nelle campagne della Bagheria; ma scoverto, fu barbaramente ucciso, e il suo cadavere fu lasciato più giorni sulla pubblica strada.

Non men funesta fu la fine del principe di Aci. Costui era malveduto generalmente per la sua antecedente condotta, ed odioso in particolare per le violenze e le concussioni da lui commesse quando fu pretore. Realista (almeno quando i suoi interessilo portavano tesserlo), provveduto di un impiego luminoso, senza veruna apparente ragione, si era dato molta briga nei primi giorni di quei torbidi, ed era stato uno di coloro che aveano insinuato alla plebe di occupare il Castello-a-mare. Scoppiata poi la tempesta, era fuggito in Morreale; di là venne a ricoverarsi in Palermo, nella casa del cardinal Gravina. Venuto ciò a notizia della ciurmaglia, questa cominciò a minacciare e chiamar traditore lo stesso cardinale. Onde si pensò di salvarlo, mettendolo in qualche luogo di arresto. Si vuole che uno dei conciapelli, con cui il principe di Aci avea delle relazioni di amicizia e d'interesse, richiese di custodirlo in sua casa, mostrando di voler fargli un servizio; ma allorché quello sventurato fu condotto in quella casa, il padrone mise avanti delle scuse per non più riceverlo; onde ne uscì per esser condotto altrove; ma appena sulla strada, fu ucciso. Gli fu recisa la testa, e portata in trionfo per le strade di Palermo ((12).

Un certo Ammirata, per vendicarsi dà un tal Sanzo, artigliere littorale, sparse ad arte la voce che costui avea inchiodato i cannoni; con tal pretesto lo ammazzò, e diè sacco alla sua casa. Dar quel momento la plebe vide da per tutto inchiodatori di. cannoni. Fu visto in una strada un accattone che raccoglieva cenci per venderti. a costui fu trovato addosso un chiodo: senza altro esame fu fucilata al momento. E poco mancò che la stessa sorte non fosse toccata a Nicolò Cacciatore, direttore della specola astronomica. Costui, mosso da un lodevole zelo per la conservazione di uno stabilimento che reca tanto onore alla Sicilia e a lui, a rischio della vita si introdusse nel palazzo reale per cercar d’impedire il guasto della specola. Giusto in quel momento, si gridò che i cannoni erano inchiodati. Quella ciurmaglia cominciò a cercare da per tutto il traditore: visto a caso colui, di una figura ignota, si suppose di esser egli l’inchiodatore cercato; onde fu preso, ed era per esser fucilato, quando taluno, che volle salvarlo, disse che bisognava prima fargli rivelare i rei; così fu tratto alla vicaria, donde dopo due giorni, conosciuto l’equivoco, uscì.

Mentre la plebaglia andava in traccia. di militari, una banda di quei malfattori vide in un vicolo il vecchio colonnello Caldarera, comandante degli invalidi, che fidato sulla sua innocenza e sulla sua età, era ito a sentir messa. Quei mascalzoni gli si fecero addosso, e gl’intimarono di ceder loro la spada e rendersi prigioniere. Quel buon vecchio rispose, che finché avea vita, non avrebbe mai cessa la spada che per ordine del re. Né la sua venerabile canizie, né la sua inoffensiva figura, né quell’onorata risposta, valsero a piegar la ferocia di quei barbari: uno di loro con una fucilata lo stese al suolo.

Una banda di quei sediziosi corse a dar sacco alla deliziosa villa del principe di Aci; e non contenta d'averne involato mobili, argento, arredi, e quanto vi era di prezioso, ne svelse le porte, lo finestre, e fino i mattoni, sterpò gli alberi dei giardini, devastò tutte le piantagioni. Talché un sito che formava uno de’ più belli ornamenti di Palermo, in pochi istanti non presentò più che qualche muro cadente, ed un campo nudo e desolato.

Pure in mezzo a tali orrori, la plebe stessa cercò un governo. Il giorno 18 luglio (13), i consoli tutti si diressero al pretore, e proposero che si formasse una giunta per restituire la calma in città. Furono destinati dagli stessi consoli dieci cavalieri per formare la nuova giunta, e dieci giurisperiti come collaboratori (14). Ma come la nobiltà in quelle tristi vicende era ita in gran parte a ricoverarsi in campagna, o altrove, delle bande armate furono spedite a trarre io Palermo i membri della giunta (15).

Ma appena creata la giunta, si vide che essa era meramente un corpo passivo, e che nel fatto tutta l’autorità era nelle mani di quella canaglia, che avea la forza. Alla prima seduta di quella giunta, il palazzo arcivescovile, ove essa sulle prime si adunava, fu accerchiato da un’immensa torma di tutti i detenuti e forzati evasi, che chiedeano a gran grido di essere assoluti da’ loro delitti. Non si trovò altro compenso, che quello di far comparire al balcone il cardinal arcivescovo, il quale fe’ loro una croce di benedizione in segno di assoluzione (16); e quella scena fortunatamente li contentò. Si unì a questa una carta di sicurezza, che fu spedita ad ognun di loro, la quale per altro fu concepita in termini così equivoci, che potea solo valere finché il governo era senza forza.

Scosso una volta il santo impero delle leggi, era ben difficile che quella torma di malfattori avessero voluto rientrare nell’ordine, e tollerare in pace qualunque governo: indi avvenne che cominciarono a spargersi delle voci sediziose contro la giunta, e particolarmente contro il cardinal Gravina. Veramente la lunga dimora di questo prelato in Ispagna, il suo noto attaccamento al partito realista di quel paese, il titolo di defensor fidei a lui concesso da Ferdinando VII, non erano certo la miglior commendatizia in quelle circostanze. Si aggiunga a ciò l’aver egli dato ricovero al principe di Aci, per cui la plebe chiamava traditore anche lui; e queste voci si accrebbero a segno, che ognuno vide in gran pericolo i giorni di quel prelato, cui tutt’altro può accagionarsi che pravità di cuore.

Fortunatamente il padre Gioachino Vaglica, che grande autorità avea acquistata sulla plebe, per la straordinaria bravure mostrata nella giornata de’ 17 luglio, pigliò la difesa del suo superiore, restò ad abitare nel palazzo arcivescovile, facendolo custodire da gente di sua fiducia, e tanto si adoprò presso i sediziosi, che giunse a distoglierli da quel reo proponimento.

Intanto la necessità obbligò la giunta ad assoldare quelle bande armate, perché quei ciurmatori non si dessero a nuovi delitti, e per servire in qualche modo di forza a quel precario governo. Ma il numero di quegli armati era immenso: vi erano tutte le persone veramente facinorose; v’erano anche tutti gli artieri ed operai, i quali nel disordine pubblico non trovando più da vivere, cercavano questo mezzo di sussistenza.

Oltre a quella gente armata per servizio pubblico, non vi era casa privala alla cui porta non si fosse veduto uno stuolo d’armati; sia che il proprietario li avesse posti per sua custodia, sia che eglino stessi speculassero un tal mezzo di concussione, presentandosi per custodire a forza le case, ed estorcessero così il soldo ai padroni di esse. Così Palermo non presentava, in quei luttuosissimi giorni, che torme immense d’armati sparsi in tutte le strade, cannoni postati qua e là, teste recise, appiccate alle aste, cadaveri strascinati, mucchi di cenere ancor fumanti(17); e in tutti i volti si vedea dipinta o la feroce arroganza del delitto trionfante, o il pauroso contegno della sicurezza perduta Tale era lo stato di Palermo quando giunse il principe di Villafranca.

FINE DEL CAPITOLO SECONDO


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CAPITOLO III

Accoglienza fatta al principe di Villafranca,—Rinunzia del cardinal Gravina — Arrivo della flottiglia napoletana. — Deputazione spedita in Napoli, ed invito alle altre città. — Disordini dell’interno del regno. — Arresto della deputazione in Napoli. —Nuova armata siciliana. —Proclama del principe vicario. — Guerriglie. — Caltanisetta. — Principe di Fiumesalato. — Fuga dell’intendente ed eccidio di Caltanisetta.

Le notizie già arrivate in Sicilia della condotta tenuta in Napoli dal principe di Villafranca; l’opinione vantaggiosa che di lui si avea per l’onestà sua, e pei dolci costumi suoi; l’essersi egli nelle precedenti vicende distinto fra gli amici della libertà e costituzione, fecero che egli fosse accolto dal popolo di Palermo con trasporti di giubilo, e colle dimostrazioni del più alto rispetto.

Ed in vero deve ascriversi a somma ventura della Sicilia l’arrivo di quel signore in quelle luttuose circostanze: la sua presenza bastò perché la plebe, come scossa da una nuova sensazione, avesse cessato d’inferocire più oltre; talché il popolaccio stesso, appena seppe l'arrivo in porto del principe di Villafranca, corse a rimuovere dalla piazza Vegliena la testa del principe di Aci, sicura che quel truce spettacolo lo avrebbe raccapricciato.

Colse allora la favorevole occasione il cardinal Gravina, per sottrarsi dalla scabrosissima posizione in cui era, e si dimise della carica di presidente della giunta, contentandosi di restare semplice membro di essa; e per acclamazione universale occupò quel posto il principe di Villafranca.

Comeché da quel momento la città di Palermo avesse pigliato un aspetto, almeno in apparenza, più tranquillo, pure quella calma era tutta apparente e precaria. La plebe era divenuta meno insolente, perché l’abitudine di rispettare i grandi, e le acclamazioni universali fatte al principe di Villafranca le imposero, e in qualche modo la domarono; ed altronde i malviventi scappati dalle prigioni, che davano il principale incitamento ai delitti, in parte, erano entrati nel covile della concia, e parte erano iti nell’interno del regno, in cerca di nuova preda. Del resto, la mancanza di forza reale, e la forma stessa del governo faceano che l’autorità della giunta era di puro nome; ma il supremo potere era nelle mani della plebe, che avea la forza.

l settantadue consoli d’artieri d’autorità propria avean preso posto nella giunta; quindi i membri di essa ed i collaboratori si doveano guardare di proferir parola contraria ai sentimenti di tale gentaglia, incapace di previdenza, di silenzio, di estensione, di vedute, che credea il mondo intero circoscritto entro le mura di Palermo, ed era direttamente interessata al disordine. Per conoscere quel governo, basta considerare che la formola che dové darsi ai plebisciti era: La giunta, col consenso de' consoli, decreta, ecc. In mezzo a tanti pericoli, la giunta potè sostenersi, o per dir meglio, i membri di essa poterono salvarsi, assumendo un’attitudine meramente passivale contentandosi d’impedire gli eccessi più clamorosi collo persuasioni, o con altri mezzi indiretti. Tale essendo lo stato delle cose, venne naturalmente ad accadere che tutte le operazioni politiche non furono che un seguito di passi falsi e di buffonerie, che lungi di servire a sostenere la causa dell’indipendenza, la resero odiosa.

Due giorni dopo l’arrivo del principe di Villafranca, si vide comparire nella rada di Palermo un vascello napoletano con altri legni. Naselli, giunto in Napoli, era sceso a terra con un solo stivale, dicendo che era fuggito in fretta da Palermo, per non essere massacrato, e che la ferocia dei Palermitani era tale, che aveano scannato tutti i Napoletani (18). Noi non sappiamo quale oggetto abbia avuto quello stivale di Naselli; ignoriamo se pria di fuggire, abbia egli avuto tempo di mettersi l'altro stivale; è però da supporre che sulla barca abbia avuto tempo di mettersi l’uno, o di levarsi l’altro; meno chè abbia voluto presentarsi in quell’abito di maschera per colorire la sua condotta, o per accreditar quella favola del nuovo vespro accaduto in Sicilia, onde recare a compimento il piano di mettere alle prese i Napoletani ed i Siciliani, per rendere inutili le forze d’entrambi.

Quel rapporto di Naselli destò, come era ben naturale, una indignazione generale in Napoli contro i Siciliani, i quali avrebbero corso qualche pericolo, se il principe vicario non si fosse adoperato efficacemente a calmare gli animi, e se non fossero sopraggiunti i magistrati Montone e Carrillo, e quegli altri, i quali erano stati mandati un anno prima in Sicilia ad istruire nel nuovo sistema i Siciliani. Costoro giunsero in Napoli due giorni dopo di Naselli, ed ivi giunti, smentirono tutte quelle false voci le pubblicarono una relazione di quanto era accaduto sotto gli occhi loro. Nella quale dissero che i Palermitani, lungi d’abbandonarsi a quelle supposte crudeltà, aveano prestato la massima assistenza a quei Napoletani, che non essendo militari, non aveano avuto parte alcuna alla mischia; e che eglino stessi erano' ima prova di ciò, essendo stati assistiti e custoditi, nel tempo della vertigine, e ben provveduti quando loro piacque di partire.

Il governo di Napoli, in seguito di quella notizia, avea spedito quei legni in Palermo per levare la truppa prigioniera, e quei Napoletani che per avventura quivi trovavansi. La vista di quei legni produsse un gran bisbiglio nel popolaccio, che trasportò quanti cannoni potè, e li postò alla rinfusa sulla banchetta di mare, credendo così di aver ben provveduto alla difesa della città, ignorando che i due forti, in cui termina la banchetta di Palermo, son costruiti in modo che i fuochi si incrociano; onde quei cannoni erano inutili e forse anche nocivi (19). La giunta intanto, al primo comparir di quei legni, spedì una deputazione a bordo del vascello per conoscere le intenzioni di quel comandante. Costui dichiarò che la sua spedizione non avea avuto vedute ostili; palesò qual era l'oggetto della sua venuta, e al tempo stesso consegnò al retroammiraglio Settimo, che facea parte della deputazione, un decreto del principe vicario, in cui veniva scelto luogotenente generale in Sicilia.

La giunta fu nella necessità di risponderò al comandante della flottiglia, che la truppa trovandosi in istato di detenzione militare non poté restituirsi; e gli fece al tempo stesso considerare, che la sua presenza avea esaltato gli animi, e la sua dimora potea cagionar nuovi disordini. Non si lasciò intanto di fornire a dovizia viveri ed Ogni maniera di rinfreschi agli equipaggi di quei legni. La flottiglia allora si allontanò; e come il retroammiraglio Settimo rifiutò la carica offertagli, quei legni si diressero a Messina e consegnarono al principe Scaletta un secondo decreto, con cui veniva egli destinato luogotenente di Sicilia in caso di rifiuto di Settimo.

Così svanì quel momento di costernazione; ma esso lasciò una conseguenza di sommo rilievo. Quegli inutili cannoni dovettero lasciarsi lì, perché una folla di oziosi si pose alla custodia di essi, e non volle mai più lasciare quel posto. Intanto il soldo di quella ciurmaglia importava settecento once al giorno.

Appena le cose aveano cominciato a pigliare un aspetto più tranquillo, il voto generale del popolo, non più compresso dagli eccessi della plebe, si manifestò con maggiore energia. Già sin dal primo momento di quelle turbolenze, si era ripigliato l'antichissimo stemma siciliano nelle bandiere ed in tutti gli editti. Allontanati quei legni, la giunta destinò una deputazione da spedirsi in Napoli per rassegnare al re i fatti accaduti, e chiedergli un governo indipendente da quello di Napoli, ed un principe reale che venisse a governare in Sicilia: onde così dare un avviamento legale ai pubblici affari, ed una regolare espressione, ed un voto sostenuto da dritti validissimi.

Al tempo stesso si diressero delle lettere circolari alle altre città del regno, per dar loro notizia della spedizione di quella deputazione in Napoli, ed invitarle a far causa comune per sostenere i dritti e l’indipendenza della Sicilia. Delle deputazioni particolari furono spedite a Messina, Catania e Siracusa, ed altre principali città per invitarle ad unirsi a Palermo.

Quei savissimi provvedimenti però non ebbero il successo che si sperava, né poteano averlo. I disordini della plebe palermitana aveano prodotto due fatali effetti: discreditare la causa dell'indipendenza; chiudere qualunque comunicazione tra Palermo e le altre città; oltreché un tempo preziosissimo, in cui con calma avrebbero potuto combinarsi grandi operazioni politiche, si perdè miseramente in saccheggi e massacri. Le strade più prossime a Palermo, furono per più giorni così ingombre di assassini, che a poche miglia di quella città s’ignorava interamente ciò che ivi accadea. Intanto i disordini come per una scossa elettrica si comunicavano nell’interno. I coscritti messi in libertà, i forzati ed i detenuti evasi, incitavano da per tutto 0 popolaccio alla rivolta, alla rapina, al disordine. Le autorità non raffermate dalla lunga abitudine del popolo all’obbedienza, lungi di essere di freno, servirono anzi di sprone agli eccessi.

Sull’esempio di Palermo furono da per tutto saccheggiate e bruciate le officine di nuovo conio; e l’insensato furor della plebe giunse in certi luoghi a tale, che furono bruciati fin gli archivi pubblici e gli atti de’ notai. Disordini, rapine, private vendette si commisero quasi in ogni città.

Egli è il vero, che il principe di Villafranca e la giunta spedirono delle bande armate per isgombrare le strade dagli assassini che le infestavano; e così il commercio era ritornato in qualche modo sicuro. Ma il male allora non era più riparabile: già la causa dell'indipendenza era stata denigrata; già si era dato ai nemici della Sicilia di confondere il voto ed i dritti del popolo cogli eccessi della canaglia; già indipendenza era divenuto quasi sinonimo di scioglimento dell’ordine sociale. Né le altre città potevano aderire a Palermo, che immergendosi nelle stesse calamità di essa, sciogliendo il governo e tentando le briglia al popolaccio: quindi in molti luoghi il popolo sostenne quel governo che abborriva, solo perché era un governo.

Da un lato, l'invito all’indipendenza Veniva dà una città governata da settantadue consoli, assistiti da galeotti (20), che davan solo l'esempio dell’anarchia alle altre città siciliane, senza potere offrir loro garanzia o soccorso di sorte alcuna; dall’altro, il governo di Napoli presentava uno stato di cose regolare e tranquillo, una sicurezza ai cittadini, ed una costituzione al popolo. Il principe vicario scriveva delle lettere fortissime a tutti gli intendenti, per animarli a non distaccarsi da Napoli, e promettea loro difesa e soccorsi; la truppa napoletana serviva, è vero, a comprimere il voto del popolo, ma valeva anche a reprimere gli eccessi della plebe; e finalmente il fatal contagio della carboneria, che dai Napoletani si disseminava per accrescere il loro partito, serviva ad illudere e sedurre molti ad allontanarsi dalla causa siciliana. n tale stato di cosa, il vantaggio era tutto per Napoli; eppure tranne quelle poche città che erano sotto al tiro del cannone napoletano, tutte le altre vennero ad aderire a Palermo: tanto il sentimento era fermo ed universale fra’ Siciliani!

Il governo di Napoli non poteva conservar la Sicilia che a forza di violenze, e col non permettere che i Siciliani potessero legalmente mostrare i dritti loro. Quindi, violando apertamente tutte le leggi, la deputazione spedita dalla giunta di Palermo al re fu arrestata in Napoli ed i deputati furono rinchiusi in una cabina di campagna, ove fu loro vietato, non solo di presentarsi al re, ma di vedere chicchessia. Al modo stesso, coloro che erano stati spediti a Messina ed alle altre città, furono colà arrestati e spediti prigionieri al castello di Gaeta. La giunta intanto pensò di formare una nuova armata per dar forza al governo, e ricondurre la plebe all’ordine ed all’obbedienza. L’idea era ottima; l'esecuzione fu pessima. I consoli legislatori acclamarono capitan generale il Colonnello Emmanuele Requisens, entusiasta senza talenti; soldato senza coraggio, liberale senza disinteresse (21). a questa prima buffonata ne tennero dietro delle altre ancor più ridicole. Il monaco Vaglica fu fatto colonnello; i consoli vollero tutti il grado di capitano; e lo diedero a molti cui nei plebisciti si dava il titolo di benemeriti cittadini, ed il pubblico conoscea per famosi assassini. Si vollero formare cinque reggimenti di fanteria, uno di cavalleria ed uno d’artiglieria. Tranne pochi uffiziali della distrutta armata, che spinti dalla fame vollero prestar servizio nella nuova, il resto degli uffiziali furono per lo più sarti, parrucchieri, e fin servidori e persone di simil genìa.

Se il nuovo capitan generale avesse avuto più cuore, più senno, e vedute più estese, avrebbe formato la nuova armata per la maggior parte nell’interno del regno. Così avrebbe minacciato più da vicino i Napoletani, avrebbe fatto cuore alle popolazioni compresse, avrebbe frenato l'anarchia, e più soggezione avrebbe dato alla plebe di Palermo; ma assoldando, come si fece, tutti gli scalzoni della capitale, ed altra gente anche più corrotta, non si ebbe che una pericolosa congrega, affatto inutile per l'interna sicurezza e per la difesa esterna.

Giunse intanto in Palermo un proclama del principe vicario diretto ai Palermitani; nel quale amaramente rinfacciava la loro condotta, insinuava loro di ritornare all’obbedienza del re e dei magistrati, gli animava a seguire l’esempio del popolo confratello, e conchiudea con minacciare misure dispiacevoli al suo cuore. Un tal proclama accrebbe l’indignazione generale. Fu allora pubblicata una risposta dei Palermitani; nella quale si epilogavano tutti i torti ricevuti dalla nazione siciliana, e si facea vedere che tutti i disordini accaduti erari da accagionarsi al governo di Napoli (22).

Non era ornai da sperare, né che il governo di Napoli si fosse indotto a riconoscere i dritti della Sicilia all’indipendenza, né che Messina e le. altre città dissenzienti si fossero riunite a Palermo. Laonde si vide bene che una guerra era inevitabile; quindi si vollero dare delle disposizioni militari. Ma come tutto, in quel fatal periodo, dovea portare l’impronta funestissima della plebe sovrana, quanto si fece per sostenere le giustissime pretenzioni de’ Siciliani, o fu pernicioso, a lo divenne nell’esecuzione.

Molti, ed il capitan generale più che altri, erano tanto invasi d’ispanomania, che vollero in tutto far la scimmia agli Spagnuoli: onde si volle che fossero spedite delle guerriglie nell’interno del regno, perché in Ispagna erano state guerriglie; senza calcolare la differenza enorme tra i paesi, tra i tempi, e tra le circostanze; e senza prevedere che quel passo era per arrecare conseguenze così triste, che le altre città siciliane avrebbero avuto grande ragione di aborrire la causa dell’indipendenza. Né ciò tardò a vedersi.

Fra le città dissenzienti era Caltanissetta; la quale, nei cambiamenti fatti dopo il decreto degli 8 dicembre 1816, era divenuta capitale di una delle sette provincie in cui si er divisa la Sicilia. Sede di un tribunale, di un intendente e di tanti impiegati, era ben naturale che essa avesse avuto meno delle altre città a dolersi del governo di Napoli, o che quel popolo fosse maggiormente compresso. La giunta di Palermo, ben conoscendo che il timore di perdere le acquistate prerogative poteva esser d'impedimento a molte città di aderire a Palermo, avea stabilito che da per tutto restasse lo stesso sistema di magistrature. Ma gli emissari del governo di Napoli facean modo, che nessuna delle carte pubblicate in Palermo fossero penetrate nei luoghi di loro dipendenza. Intanto conosceano eglino che l'opinione generale del popolo siciliano era da per tutto la stessa, e che quelle città non poteano restare nella dipendenza di Napoli, che fino a tanto che sarebbero affatto all’oscuro del. vero stato delle cose.

L’intendente, cavalier Luigi Gallego, e tutti quei magistrali venduti a Napoli, dopo di aver ottenuto quelle cariche per guiderdoni della loro turpe condotta nel Parlamento del 1815, vollero sostenerli con modi anche più turpi: quindi non lasciarono mezzo intentato per impedire che quella città aderisse alla causa dell'indipendenza. Numerose bande armate tenevano in tutte le vie che metteano in città, per impedire qualunque comunicazione, non solo colla stessa Caltanissetta, ma con Noto, Siracusa e le altre città meridionali. L'intendente mostrava a tutti le lettere del principe vicario e del luogotenente, principe di Scaletta; nelle quali gli si raccomandava di fare i massimi sforzi perché quella città stesse salda nell’aderire a Napoli. Fingeva dei corrieri venuti da Messina, coi quali gli si prometteano grandi soccorsi d'armati per sostenersi. Centinaia di persone furono arrestate e si tenean prigioni pel solo sospetto di voler aderire a Palermo. Con tal terrorismo, con tali arti, riuscì a quell’intendente ed a quei magistrati di destare in quegli abitanti un fanatismo antisiciliano, e di farli ostinare nel funesto proponimento di distaccarsi dalla causa dell’indipendenza.

Ad onta di tutto ciò, sarebbe stato facile di render vani tutti quegli sforzi collo spedire delle persone avvedute e prudenti, che senza allarmare, avessero fatto penetrar colà tutte le carte che si stampavano in Palermo, ed avessero fatto conoscere a quei cittadini il loro vero interesse e la causa che allora si agitava. Ma un reo destino della Sicilia volle che la più giusta di tutte le cause avesse dovuto sostenersi coi mezzi più ingiusti.

Fu dapprima destinato a recarsi in Caltanissetta il principe di Fiumesalato, per indurre quei cittadini ad aderire alla causa dell’indipendenza. Certo non potea destinarsi a. ciò persona più disadatta. Costui ignorante, sconsigliato, imprudente, poco onesto, e discreditato, non avea in quella città altri amici che coloro, i quali, nelle passate vicende, aveano come lui sposato il partito anticostituzionale, ed avean seco lui cooperato al sacrifizio della Sicilia. Queglino erano stati ricompensati per quell’indegno servizio colle principali magistrature della loro patria; egli nulla avea ottenuto, perché. nulla personalmente meritava, e perché il piano del ministero di Napoli era stato quello di valersi dell'opera di alcuni tra i Pari per distruggere la costituzione, e poi distruggere quel ceto che potea esser d’ostacolo al governo assoluto. Così quest’uomo, lungi da dirigersi, come dovea, agli oppressi, si diresse agli oppressori, che raddoppiarono la vigilanza per non farlo riuscire.

Per una strana inconseguenza, il principe di Fiumesalato volle far mostra d’una bravura che non avea, col ridurre colla forza quella città, che non avea saputo persuadere. Quindi chiese dalla giunta quella forza e la giunta ebbe la fatale imprudenza di spedire una guerriglia da mettersi sotto il suo comando. Egli intanto, per prepararsi a quell’impresa, chiamò a sé tutti gli assassini e forzati scappati da Palermo; ed a costoro si uni la guerriglia, composta di gente dello stesso conio, e molte altre partite di masnadieri, che col pretesto di andare alla spedizione di Caltanissetta, aveano dato sacco a quanti altri paesi loro s’eran parati innanzi.La prima prodezza del nuovo generale fu quella di ordinare il saccheggio delle campagne all’intorno. Quel territorio, uno dei più fertili e meglio coltivati di Sicilia, fu interamente devastato. Branchi di bestiame involati, fattorie distrutte, campi dati in preda alle fiamme, furono i primi trofei dell’Attila siciliano, che chiamava la sua masnada Grande Armata di san Cataldo. Questo sciagurato non capiva che una guerra civile per lui si provocava in Sicilia, che sangue siciliano era per spargersi per mano di Siciliani, e che proprietà siciliane eran quelle che si devastavano.

Intanto l’intendente Gallego, nipote di Naselli, ne seguì fedelmente l’esempio. All'avvicinarsi della tempesta fuggì notte tempo, e portò seco dugent’uomini di truppa di linea che ivi erano, i quali avrebbero potuto far qualche resistenza ed accrescere il coraggio di quella misera gente.

Molti di quei cittadini pensarono allora di salvarsi altrove; il rimanente pensò di venire a patto. Era quello il momento in cui il principe di Fiumesalato avrebbe potuto riparar tanti orrori e rendere un gran servizio alla Sicilia. Per guadagnar quella città, bastava ritirarsi, ed esiger per sola condizione ch’essa si distaccasse da Napoli. Ma il principe di Fiumesalato credè che ciò non bastava alla sua gloria e forse ai suoi interessi: onde egli pretese da quei cittadini che gli si pagassero ventimila once, e gli consegnassero arrestati tutti i magistrati della città. Mentre ciò si stava pattuendo, alcuni di quei di Caltanissetta fecero fuoco sopra una partita della gente di san Cataldo; allora si gridò al tradimento e si corse allarmi. La superiorità del numero e quattro cannoni fecero ben tosto disperdere gli armati che difendevano la loro sventurata patria. Un torrente di assassini invase Caltanissetta. Quell’infelice città fu per più settimane esposta al sacco non che della guerriglia di Palermo, ma degli assassini dei villaggi vicini, e della plebe stessa della città. Si giunse alla barbara ferocia di appiccare il fuoco in molti punti della città, per distruggerla dalle fondamenta.

Furono massacrati moltissimi, non solo fra coloro che fecero resistenza, ma fra pacifici cittadini; e fin taluno fu crudelmente ucciso nella chiesa, in cui si era ritirato. Un gran numero di quei cittadini d’ogni condizione fuggirono a piedi in varie direzioni, e credendo di aver sempre i masnadieri di Palermo alle spalle, corsero nudi a recarsi sino a Siracusa ed a Messina, spargendo da per tutto lo spavento e l’orrore pel nome palermitano...…

Possa l’ira vindice del cielo piombare su quel capo reo, che primo concepì l'empio disegno di dar l'impulso a tante calamitai (23)

FINE DEL CAPITOLO TERZO


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CAPITOLO IV

Condotta posteriore del principe di Fiumesalato. — Giubilo della plebe per la vittoria, — Arrivo di Abela da Napoli, e sua spedizione per Siracusa,Cuzzaniti. — Depredazioni di Cefalù. — Palmieri. — Padre Errante. — Nuova spedizione del principe di Fiumesalato, disfatta da Orlando. — Depredazioni della truppa napoletana.

V’hanno talvolta dei delitti politici, il cui orrore si perde fra lo splendore delle azioni gloriose per la straordinaria bravura, o sono coonestati dalla necessità o dal profitto che se ne trae. L’eccidio di Caltanisetta non fu che un grande assassinio senza gloria e senza necessità; ma ciò che lo rese ancor più orribile si fu, che avendo potuto ricavarsene sommi vantaggi, il,principe di Fiumesalato non seppe trarne alcuno.

Il governo di Napoli essendo, sino a quel punte, sicuro dell’adesione delle città capitali delle altre provincie siciliane, poco avea temuto Palermo e lecittà inferiori, malgrado la gran massa della loro popolazione. E si era lusingato che la città di Palermo sarebbe stata costretta dalla sua debolezza a cadere da se stessa. Ma l'impresa di Caltanisetta gettò lo. spavento da per tutto, e più che altrove in Napoli, e fe conoscere a quel governo che la sua autorità ora minacciata in qualunque punto dell'isola.

Tale sensazione avea fatto in Sicilia la resa di Caltanisetta, che se il principe di Fiumesalato avesse continuato la sua marcia dopo quel fatto, non vi sarebbe stata città di Sicilia che non avrebbe inalberata la bandiera dell'indipendenza, per non esporsi allo stesso infelice destino di Caltanisetta.. Ed un tal pericolo era tanto maggiore, in quanto in quelle stesse città che mostravano di aderire a Napoli, esistea un gran partito per l'indipendenza, e da per tutto la plebe aspettava la favorevole occasione di scuotere il giogo delle leggi.

Ben previde ciò la giunta di Palermo: onde ordini pressantissimi furono spediti al principe di Fiumesalato di affrettar la sua marcia sopra Catania e Messina; ma costui, non si sa per qual ragione, fece ritorno a Palermo (24). Quindi parve che si fosse saccheggiata Caltanisetta solo per saccheggiarla.

In un paese già da secoli non uso alte armi, in cui battaglie e vittorie erano divenute vuoti nomi, l’annunzio di quella azione produsse un ebbrezza generale; ed altronde si ignoravano sulle prime in Palermo le scene d'orrore colà accadute. Un plebiscito dichiarò che il principe di Fiumesalato, e tutti coloro che avean fatto parte di quella spedizione, aveano ben meritato della patria. Si pretendea finalmente solennizzare quel trionfo con una generale illuminazione in città.

Il principe di Villafranca risparmiò alla Sicilia raffronto di quel pubblico attestato di gioia per un avvenimento così funesto. In una patetica arringa, diretta ai consoli ed a tutti gli astanti, egli disse, che sarebbe stato scandaloso che Siciliani avessero mostrato tanta compiacenza pel danno arrecato ad altri Siciliani; che se una dura necessità avea messo le armi alle mani ad alcune città siciliane contro le altre, dovea ciò considerarsi come una sventura a tutti comune; disse che le funeste scene accadute in Caltanisetta dovean render ragione della condotta della giunta a coloro che 1accusavano di lentezza nella spedizione di guerriglie; che il sangue sparso in Caltanisetta dovea destare lagrime di rimorso, lagrime di pentimento, non di compiacenza (25). Questo discorso fece una sensazione sì forte in tutta l’udienza, che riscosse il pianto di tutti. Ciò malgrado, il fatale esempio del saccheggio di Caltanisetta portò conseguenze funestissime.

I popoli sono come i liquori mettendosi in fermento, la feccia vien su e gl’intorbida; quella violenta agitazione di tutte le parti deve o perfettamente depurarli, e corromperli interamente. Ciò fu per avvenire in Sicilia. In quella universale convulsione, i mezzi ordinari di sussistenza erano tutti cessati. I proprietari onori ritraevano più alcun prodotto dai loro fondi, o lo traevano a stento; il foro era chiuso, il commercio interrotto; e naturalmente avvenne, che tutti coloro che viveano con qualche mestiere, non ebbero più da vivere La necessità gli portava alle armi; le circostanze, la mancanza di forza nel governo, e la mala direzione gli portarono alla rapina. A tali stimoli venne ad aggiungersi l’esempio di aver veduto molti tornar da Caltanisetta carichi di bottino. Così d’allora in poi la smania di andar colle guerriglie divenne universale nella plebe.

In tale stato di effervescenza, giunse da Napoli,Palermo Gaetano Abela da Siracusa. Costui era stato arrestato qualche tempo prima per sospetto di Carboneria, ed era stato condotto in una delle prigioni di Napoli. La rivoluzione gli fe’ riacquistare la libertà; un reo destino della Sicilia quivi lo trasse per aggiunger legna a quelle fiamme. Quest’avventuriere, dotato di qualche talento e di una certa vivacità, atta a sedurre a prima vista, ma vano, leggiero ed imprudente, cercando fortuna ad ogni consto, si presentò alla giunta e fece la più felice pittura dello stato delle cose in Napoli in riguardo alla Sicilia. Disse che Tarmata d'osservazione spedita dall’Austria avrebbe impedito qualunque aggressione de’ Napoletani; che in Napoli nessuno pensava a sottomettere la Sicilia; che colà la gran maggiorità rendea ragione alla pretensione de’ Siciliani per l’indipendenza; che il ministero era diviso intorno a ciò, la maggior parte de’ ministri essendo d’avviso non opporsi al voto de’ Siciliani; che pochi erano restii, ma costoro avrebbero dovuto cedere all’impotenza di usar la forza, e che quindi con veniva ostinarsi a resistere per ottener tutto.

L’audacia tenea allora luogo di ogni merito: quindi costui divenne istantaneamente uomo d’alta importanza. Gli si diè per quella relazione, che si volle pubblicar colla stampa, una gratificazione di settecento once; fu fatto colonnello, e fu destinato a comandare una guerriglia diretta contro Siracusa, sua patria.

Il nuovo colonnello, per prepararsi a quella spedizione, non risparmiò buffoneria atta a metter maggiormente. su la plebaglia; fece fare delle sontuose bandiere, e dopo di averle condotte in trionfo per tutte le strade della città le fe’ benedire pubblicamente in una messa solenne. Egli ed i suoi ufficiali vestirono un uniforme di scarlatto con galloni d’oro, cappelli tutti pieni di soli dorati e dipiume di più colori; e questi luccicanti arlecchini doveano poi comandare una masnada di cenciosi a di scalzoni.

Ma costoro, stanchi di tutte quelle ridicole scene, non tollerarono più che il loro comandante stesse ancora in Palermo a far bella mostra di sé e de' suoi galloni; laonde per primo tratto di subordinazione, 84 levarono una sera a sommossa, e corsero a casa del colonnello per massacrarlo se non si partiva all’istante. Fortunatamente il principe di Villafranca accorse e calmò quel tumulto. Con tali auspici la spedizione partì.

Non erano ancora a due giorni di marcia, che quei ciurmatori si bisticciarono fra loro per certe ruberie, che altri commisero ed altri voleano impedire. Una zuffa generale segui. Abela ferito fuggì; gli uffiziali si dispersero; dei soldati, altri restarono morti sul campo, altri si sbandarono, altri tornarono trionfanti in Palermo colle bandiere ed i cannoni. Venne fatto alla giunta di arrestarli; ed i capi di essi condannati da un consiglio di guerra furono fucilati. Ma quest'esempio di rigore nulla valse a frenare il contagio della corruzione.

Il comando della guerriglia era allora primi occupantis. Un certo Cuzzaniti, amico del console dei conciapelli, per questo solo merito, da curiale che era, fu fatto comandante di una guerriglia diretta per Trapani. Costui, alla testa di una banda di conciapelli, mise a sacco le campagne d’Alcamo, Calatafimi, Monte Sangialiano e Marsala, città tutte che aderivano a Palermo; onde lungi da guadagnar Trapani, si perderono molti comuni, che disgustati da trattamenti sì rei, si rivoltarono contro Palermo. Ma ciò è poco in confronto degli avvenimenti in Cefalù.

Sin dai primi momenti che la sedizione erasi comunicata alle altre città del regno, in Cefalù una banda di malviventi assalì la casa di un cittadino, e lo mise a morte in un colla sua famiglia, per dar sacco alla casa. Molti che occorsero alla difesa di quell'infelice, non arrivarono a tempo per salvarlo, ma vennero a capo di arrestare il principale de’ rei, e di fugar gli altri. Quest’assassino preso sul fatto fu dalle autorità fucilato. Un suo fratello e gli altri complici del delitto, per trarre vendetta del popolo e delle autorità di Cefalù, vennero a Palermo e cominciarono a spargere che la giunta di quella città, diretta dal vescovo, s’era gettata dalla parte di Napoli, e segretamente se l’intendea col principe di Scaletta. Un certo Geronimo Battaglia, console dei carbonai, era il più attivo nell'accreditar quelle voci, e si offerì egli stesso ad andare a punire quella città ribelle.

Il principe di Villafranca, buono com’egli è, ed incapace di far male, difficilmente s’induce a crederne altri capace; ciò dà a lui pericolosa facilità di carattere, che rende agevole agli altri di sorprenderlo. Quindi incautamente affidò a Battaglia quattro barche armate, piene di masnadieri, per recarsi in Cefalù. Egli è il vero, che il principe di Villafranca dié l’ordine espresso a Battaglia di non fare scendere in terra la gente armata, a di non fare veruna ostilità, ma solo indagare lo stato delle cose e farne un esatto rapporto alla giunta. Ma ciò non giustifica certamente l'imprudenza d'aver fatto partire quella spedizione, ad onta dei vivi e continui reclami del rappresentante di Cefalù che sedea nella giunta, e molto meno l'errore di aver affidato un tale carico a Battaglia, al quale si accompagnò un certo Gabriele Fusa, bastardo del principe di Torremuzza.

Costoro, giunti in Cefalù, circondarono quella città d’armati, vi diressero sopra i cannoni, intimarono la resa minacciarono il saccheggio. Quegli infelici cittadini, aggrediti per sorpresa, spaventati dall'esempio di Caltanisetta, non trovarono altro scampo che pagare ottomila once a Battaglia.

Quest’infame assassino tornò trionfante in Palermo. Il rappresentante di Cefalù insistea continuamente per avere resa giustizia di quella depredazione; ai reclami del rappresentante si unirono una querela della giunta di Cefalù, ed una memoria del vescovo di colà diretta alla giunta di Palermo. Tutti fremeano di rabbia, ma nessuno osi mai proferir parola contro Battaglia o insistere perché costui rendesse il mal tolto; perché quel assassino, accompagnato da numerosa coorte e sicuro del favore degli altri consoli, era sempre presente in giunta. Cosi, mentre Palermo era fra gli artigli di una canaglia sfrenata, dovea tollerare di esser l’oggetto, dell’odio di Napoli e di una parte di Sicilia, per gli eccessi che si commetteano da per tutto in suo nome. Fra tanti orrori, di cui il suo dovere di verità può estorcere la narrazione, è consolante il mostrar la condotta di un uomo, che fece vedere come avrebbe dovuto sostenersi la causa siciliana. Sin dal momento che venne fuori la funesta idea delle guerriglie, Raffaello Palmieri (26)fu destinato al comando di una guerriglia diretta per Messina. Costui capì bene che la forza era non che inutile, ma nocivo all’impresa di guadagnare le città dissenzienti; onde partì con poca ma fidata gente, che venne mano mano accrescendo a misura che si avanzava. Da per tutto si guardava bene di esigere alcun servizio o prestazione del popolo; la massima disciplina regnava nella sua piccola armata; e da per tutto la sua massima cura era quella di rimettere la tranquillità, ristabilire i magistrati, fugare e punire i malfattori; e in ciò solo facea uso dalla forza. Goal si avanzò sino a Mistretta, ricca e popolosa città della provincia di Messina. Ivi era un partito per l'indipendenza; ma era tenuto a freno dalle autorità, che obbligate a seguire gli ordini ricevuti dal principe di Scaletta, lo comprimeano. In somma, quella città era nella stessa posizione della sventurata Caltanissetta.

Palmieri lasciò a poche miglia di distanza la sua gente, ed entrò solo in Mistretta. L'opinione che già si era sparsa di lui, il vederlo solo, fecero che non fosse stato molestato. Giunto sulla pubblica piazza, cominciò a persuadere quei cittadini, che gli non avea nessuna veduta ostile contro di loro; che Siciliano, avrebbe avuto in orrore il lordar le sue mani di sangue siciliano; che egli era venuto solo in mezzo a toro per dare una prova della purità delle sue intenzioni; che il solo oggetto della sua venuta era quello d’invitarli ad unirsi alle altre città di Sicilia per sostenere l'indipendenza e i dritti di tutto il popolo siciliano: protestò che la sua gente non sarebbe mai venuta fra loro, menoché nel caso che eglino stessi lo chiedessero, e che ciò servisse per reprimere i malfattori e respingere i comuni nemici. Quel discorso, pronunziato da un uomo che si sapea di aver mezzi di offendere, e si vedea di non usarne, destò un'acclamazione universale. Da quel momento, Mistretta si dichiarò per l’indipendenza; quei cittadini invitarono la truppa di Palmieri ad entrare in città; le autorità ed i più facoltosi cittadini concorsero nei voti generale del popolo, e fecero a gara per colmare il comandante, gli uffiziali ed i soldati di lavori di ogni sorta. Presso a cento altri comuni seguirono l’esempio di Mistretta, e si dichiararono per l’indipendenza, senza che in alcuno di quei luoghi fosse accaduto il menomo disturbo.

Cosi progredendo, Palmieri si avvicinava a Melazzo, ove un gran partito fra quei cittadini lo avea invitato per aiutarlo a cacciare la guarnigione napoletana, e proclamare in quella città l’indipendenza, il possesso di quella piazza d’armi sarebbe stato un colpo decisivo per la causa dell'indipendenza. I Napoletani, minacciati nel centro delle loro macchinazioni, avrebbero perduto coraggio; il popolo di Messina non avrebbe più tranquillamente sofferto il giogo di Napoli; Melazzo avrebbe arrestate la marcia dell’armata che già si preparava in Napoli contro la Sicilia. Palmieri dovea, nel giorno concertato con quei cittadini, farsi trovare avanti la piazza, quando un accidente inaspettato interruppe le sue operazioni.

Un manigoldo monaco palermitano, chiamato Errante, levò una mano di scalzoni in Palermo e nel vicino villaggio della Bagheria, e si offerì di condurli ad accrescere la guerriglia di Palmieri. Senza esaminare se colui avea bisogno di questo rinforzo, senza saper se egli volea quella gente a lui ignota, non solo si aderì alla dimanda del monaco, ma gli si diedero alcuni pezzi d’artiglieria per consegnarli a Palmieri, che li avea richiesti. Il monaco però, appena si allontanò da Palermo, cominciò a mettere a contribuzione quanti paesi incontrava; e finalmente si ridusse in santo Stefano, poco lungi da Mistretta, ove allora Palmieri trovavasi. Quei cittadini, sentendo che quella gente facea parte della guerriglia di Palmieri, l’accolse colle possibili dimostrazioni di stima. Ma guari non andò che il padre Errante richiese dalla città ima forte contribuzione. I cittadini costernati ricorsero a Palmeri; il quale credendo di trovar gente di suo comando, si recò solo in santo Stefano ed ordinò a quel monaco di desistere dall’impresa. Quell'assassino gli rispose che non conosceva la sua superiorità e minaccio d’arrestarlo; anzi alla sua presenza ordinò il sacco della città. Palmieri ebbe la sorte di scappare, torse a Mistretta, e fé ritorno alla testa della sua guerriglia; e non avendo più potuto salvar la città, volle vendicarla. Il monaco rivoltò contro Palmieri quei cannoni stessi, che a lui dovea consegnare. La zuffa fu vivissima: quei masnadieri ai difesero col coraggio della disperazione. Finalmente circa a cento di essi, fra’ quali lo stesso monaco, restaron morti sul campo; da sessanta furono presi; il resto fuggì, lasciando sulla vicina spiaggia quella preda che non aveano avuto tempo d’imbarcare, e che il. comandante fé restituire ai proprietari. In seguito di quel fatto, Palmieri spedì a Palermo quegli assassini arrestati, e vi si recò egli stesso, non solo per dar conto alla giunta dell'accaduto, ma per cogliere quella occasione di persuadere il capitan generale, e quanti dirigeano gli affari di guerra, a desistere dallo spedire bande armate a depredare il regno. Disse che l'idea di sottomettere le città dissenzienti colla forza era ingiusta, irragionevole, perniciosa; che si dovea aver sommo impegno di guadagnare i cuori, non le mura di quegli abitanti; che la condotta sino allora tenuta era atta a rendere incurabile l’animosità fra le città siciliane; e finalmente che quelle guerriglie erano ugualmente dannose a Palermo, che le pagava, ed al regno, che devastavano. Tutti applaudivano alla saggezza di quei consigli, e promisero di regolarsi in avvenire giusta quelle savie insinuazioni. Palmieri ripartì; ed essendo mancata l’impresa di Melazzo, perché il principe di Scaletta, avvertito del pericolo, avea avuto tempo di rinforzare quella guarnigione, si condusse a Brente, coll’idea di ripiegare sopra Catania.

Non sì tosto Palmieri avea voltato le spalle, i suoi consigli furono interamente obliati. Il famoso principe di Fiumesalato, già promosso a maresciallo, fu incaricato di una spedizione contro Catania per la via di Caltanissetta, e gli si diè quasi tutta la truppa di linea che si era formata, a Palermo. Al tempo stesso una guerriglia raccolta dal colonnello Orlando dovea agire di concerto con quella piccola armata.

Intanto era partito da Messina il colonnello Costa, alla testa di tremila uomini, e passando per Catania, s’era diretto a Caltagirone. La condiziono della Sicilia era allora tale, che quelle torme d armali che infestavano il regno, lungi di poter servire alla sua difesa, costituivano la sua debolezza. Le città invase non poteano opporre all’invasore che quella canaglia armata, che opprimea da per tutto gli abitanti; quindi avvenne allora in Sicilia ciò che sempre è avvenuto in simili casi: il popolo accettava il dispotismo per sottrarsi all’anarchia. Per questa ragione, Costa entrò senza ostacolo in Caltagirone, malgrado le ottime intenzioni di quegli abitanti, e quindi passò a Castrogiovanni, colla veduta di avvicinarsi alla spiaggia di Cefalù e riunirsi alla spedizione che si aspettava da Napoli.

Trovavasi allora tra Caltanisetta e Castrogiovanni Orlando colla sua guerriglia. Il principe di Fiumesalato era poche miglia discosto da lui. Orlando, fidato dell’aiuto di Fiumesalato, si avvicinò a Costa per attaccarlo, e scrisse al maresciallo premurosissime lettere per venirlo a raggiungere colla troppa di linea, facendogli presente che la vittoria sarebbe stata immancabile. Ma colui non solo non volle avvicinarsi al pericolo, ma cominciò a spargere che temea un tradimento. Orlando imprudentemente cominciò la mischia colla sola guerriglia. assai inferiore di numero alla truppa di Costa. La voce di tradimento che si sparse allora, mise tosto il disordine in quella banda indisciplinata, che si diè alla fuga. E comecché molti gentiluomini sifossero battuti con sommo coraggio, ed i soldati napoletani sin dal primo momento avessero cominciato a metter basso le armi, pure la fuga della gente d’Orlando diè la vittoria a Costa (27).

Quella piccola armata napoletana, dopo pochi giorni di dimora in Caltanisetta, dirigendosi per Alimena, Resultano, Polizzi, andò finalmente a fermarsi a Collesano, poco lungi da Cefalù. La rapacità, le violenze, le concussioni di questa truppa bea gareggiavano cogli eccessi della plebe palermitana. Il colonnello Costa, per far credere la sua armata maggiore di quello che era, spediva avanti ai comuni ove dovea giungere l’ordine di apportargli una maggior quantità di viveri di quel che abbisognava! ne pigliava poi quanto gliene facea bisogno, ed il soprappiù lo voleva a forza in danaro; delle forti contribuzioni da per tutto estorcea, disarmava il popolo d'ogni città, e poi vendeva le armi nella città vicina, dopo di averla disarmata. Finalmente di tutto ciò che ogni comune gli somministrava, ne facea una ricevuta sottoscritta con uno scarabocchio inintelligile; e quando poi i sindaci vollero fatte in regola quelle ricevute, per essere indennizzati dal governo, dovettero comporre col colonnello Costa, dandogli una quantità di danaro proporzionata al credito; ed allora rifaceva la ricevuta, sottoscrivendola col suo nome (28). ingomma l'infelice Sicilia era divenuta in quella rea stagione miserabile oggetto d’iniquità e di rapina.

FINE DEL CAPITOLO QUARTO


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CAPITOLO V

Progetto de' ministri di Napoli— Ragioni che mossero la giunta, ad accettarlo. — Indirizzo della giunta al re. — Partenza di Villafranca per Termini. — Primi movimenti della plebe. — Arrivo dell’armata napoletana, — Attacco del Castello-a-mare— Incendio della polveriera. — Stato di Palermo. — Devastazioni della truppa. —Condotta del general Pepe, che risolve di ritirarsi. —Principe di Paternò. — Convenzione de' 5 ottobre. — Ingresso dell'armata in Palermo.

Tale era Io stato delle cose quando ritornarono da Napoli alcuni dei deputati che erano stati spediti al re, sin dal principio delle, commozioni. La gran sensazione che avea fatto in Napoli la resa di Caltanissetta, la convinzione che la Sicilia non potea ornai più sottomettersi senza una guerra lunga e dubbia, il veder già vacillante e mal ricevuto in Europa il nuovo governo, e finalmente l'aspetto della vicina tempesta, avean fatto piegare i ministri di Napoli a proporre una 'conciliazione ai deputati siciliani. Essi quindi manifestarono loro che si sarebbe accordato alla Sicilia un governo indipendente da quello di Napoli, sempreché ciò venisse richiesto dalla città di Palermo e da tanti comuni, che formassero la maggiorità del popolo siciliano; cotale indipendenza però dovea estendersi a tutto ciò che non veniva in collisione colle leggi della successione al trono, e con quei legami politici fra i due paesi che dipendono dall’unicità del monarca. Proposero che la giunta di Palermo dovesse fare un indirizzo al re concepito nei sensi di sopra esposti, una copia del quale dovea mandarsi in Napoli, ed una al tenente generale Florestano Pepe, comandante la spedizione che già si mandava in Sicilia all’oggetto di sottometterla colla forza, nel caso che quel progetto venisse rigettato; e lo stesso generale era autorizzato a conchiuderlo nel caso fosse accettato.

Il tenente generale Parisi, presidente della giunta di governo in Napoli, ed i due membri della stessa, barone David Wespeare e colonnello Russo, che per parte di tutto il ministero fecero quel progetto ai deputati siciliani, dichiararono loro che una convenzione fatta su quelle basi, sarebbe stata non che ratificata dal governo, ma garentita da tutto il popolo di Napoli. E però da riflettere che coloro che fecero tante assicurazioni, si negarono a a metter in iscritto quel progetto: i fatti posteriori ne faranno conoscere il perché.

Al giunger di quel progetto, il disordine era al colmo in Sicilia, e più che altrove in Palermo. Si era quivi formata una guardia d’interna sicurezza, composta di tutte le persone di onesta condizione. Tutti i ceti aveano applaudito a questa salutare istituzione, meno che i conciapelli, che non vollero dismettere quegli assassini che aveano assoldati a spesa pubbliche, i quali continuavano le stesse ruberie; e la guardia di sicurezza dovea sostenere continui attacchi contro costoro, in uno de’ quali vi ebbero a perder la vita due gentiluomini (29). Così si dovea a forza mantenere a spese pubbliche quel covile di malfattori. S’era formato un reggimento d’artiglieria; la giunta avea ordinato eh esso andasse a guarnire il Castello-a-mare per levarne quegli scalzoni che lo occupavano; il cui soldo importava cinquant’once al giorno; ma costoro, in vece di obbedire, rivoltarono i cannoni contro la città; e fu forza continuare a pagare inutilmente il reggimento e la guarnigione. Gli inutilissimi cannoni della marina e delle porte della città per la stessa ragione non avean mai potuto levarsi. Le spese di quelle fatali spedizioni nel regno erano immense, e tutte erano state a carico della sola città di Palermo; i fondi pubblici erano tutti esauriti; i tributi nell'interno del regno q non poteano esiggersi. o se ne esigea solo quanto bastava per le interno spese di ogni comune. In tale stato di angustie, si era ricorso ai mezzi più violenti: s’era speso tutto il danaro depositato nel banco di Palermo; e non bastando ciò, si era fatto un mutuo coattivo di dugentomila once; che fu ingiustissimamente ripartito e violentissimamente esatto. Lo stato interno del regno era anche più spaventevole: l’ordine sociale era sciolto quasi da per tutto; in molti luoghi gli assassini evasi dal bagno aveano d’autorità propria assunto le prime magistrature; la riunione con alcune città era dir venuta impossibile; l’unione colle altro era valevole in dritto, inutile pertanto nel fatto.

I membri della giunta, e tutti gli uomini onesti e ragionevoli capivano che l’aderire a quel progetto era una ferita letale ai dritti della Sicilia; ma sentivano altresì d’esser quello l’unico mezzo di por fine alle calamità del regno, ed erano altronde persuasi che qualunque atto estorto dalla forza non avrebbe potuto mai considerarsi come una legale rinunzia alle antiche prerogative della nazione siciliana. Fu scritto quindi il proposito indirizzo, che venne sottoscritto da tutti i membri della giunta, dai collaboratori, dai rappresentanti dei comuni del regno, e finalmente dal senato di Palermo e dai consoli (30). Si unì a questo un quadro, dal quale vedeasi che i comuni che aveano proferito il loro voto per l’indipendenza, sia collo spedite i loro rappresentanti per sedere in seno alla giunta, sia per via d’indirizzi a questi diretti, formavano Vassoiata maggiorità della nazione.

Queste carte furono spedite in Cefalù con una deputazione; ed al tempo stesso il principe di Villafranca scrisse una lettera al general Pepe; nella quale lo pregava di sospendere la sua marcia sopra Palermo, e le ostilità, finché potesse riuscire d’indurre la plebe mal doma, e tutt’ ora padrona dei forti e delle armi, a ricevere amichevolmente la truppa napoletana. Il general Pepe, poco informato dello stato delle cose in Palermo, e posto sotto la sorveglianza de’ carbonari napoletani, attribuendo a timidità e debolezza quella amichevole apertura della giunta, rispose al principe di Villafranca che non era il caso della richiesta sospensione d’armi, e disse ai deputati che il domane si sarebbe messo in marcia per Termini; ove sarebbe stato bene che il principe di Villafranca si fosse recato anch'egli per conchiudere la progettata convenzione; dichiarò inoltre che i sentimenti manifestatigli dai deputati erano analoghi alle. istruzioni avute dal principe vicario (31). Villafranca infatto parti da Palermo il domane del ritorno della deputazione spedita in Cefalù; o come la via di terra era già mal sicura, perché all’avvicinarsi dell'armata napoletana la plebe in molti luoghi avea prese le armi, si diresse per mare a Termini. Ma le cannoniere napoletane cominciarono a fare un fuoco gagliardo sulla barca che lo portava, malgrado che essa avesse inalberato bandiera bianca; talché egli e le persone del suo seguito dovettero buttarsi in mare per guadagnar la spiaggia di Trabia; ove giunto recossi in Termini.

Quivi conchiuse col general Pepe una convenzione, per cui si accordava un’amnistia generale per tutti i delitti pubblici commessi nelle passate vicende; si stabiliva che la giunta di Palermo dovea continuare a governare tutto il regno sino all’arrivo di un rappresentante del re (32), e finalmente che dovea convocarsi un Parlamento per conoscere la volontà del popolo per l'indipendenza (33).

Tutto parea felicemente conchiuso, quando il principe di Villafranca disse che quella convenzione dovea sottoscriversi dal generale come incaricato dal governo, da lui come incaricato dai Siciliani, e quindi mandarsi in Palermo per farla conoscere al popolo a ciò negossi assolutamente il general Pepe, dicendo che ciò sarebbe stato poco dignitoso pel governo che rappresentava, ed offensivo per la sua persona, perché avrebbe mostrato di venire a patti senza avere a fronte né un esercito, né una piazza che avesse potuto arrestar la sua marcia. Ma promette, pubblicar quella convenzione tostoché sarebbe entrato in Palermo. Non saprebbe in vero rendersi ragione di quella ritrosia del generale, considerando che nelle sue istruzioni gli si ordinava di far uso de’ mezzi conciliativi colla città di Palermo, sulle basi che sono state indicate. Se dunque da ambe le parti s’era convenuto sulle basi della conciliazione dando, a questa una forma legale, non avrebbe fatto che eseguire gli ordini avuti (34).

Intanto lo stato di Palermo era ben critico. Comeché la giunta avesse aderito alla proposta conciliazione, pure la plebe altamente ne mormorava e palesemente minacciava; né la giunta avrebbe osato di farlo, se tutti i corpi della guardia d’interna sicurezza non avessero fatto cuore alla stessi, dichiarando che avrebbero essi represso qualunque tentativo dei malintenzionati per disturbare la conciliazione.

Veramente, sino a quel punto, la plebaglia era stata troppo messa su; la mancanza di forza, il timore, di aver la pericolosa taccia di traditore, la speranza di giungere a dar buona direzione ai pubblici affari, avean fatto si che il principe di Villafranca e tutti i membri della giunta avessero secondato forse un po’ troppo i sentimenti e le speranze della plebe, la quale altronde, per l’autorità suprema che esercitava, e per l’impunità de' delitti, avea tanto interesse alla continuazione dell’anarchia, quanto ne avea la gente onesta a porvi fine. Onde naturalmente avvenne che quell’istantaneo cambiamento nella giunta ad accettare una, convenzione, fu appresso dalla plebe come tradimento; ed in questi sentimenti si confermò maggiormente quando venne l’avviso di ciò che era seguito in Termini, ed In vece della convenzione vociferata si vide comparire un proclama dato dal general Pepe, pieno di espressioni vaghe e generali, e che conchiudea con minacciare di sterminare chiunque si fosse opposto alla sua marcia. Ed al tempo stesso giunse un di lui ordine di preparare i viveri e l’alloggio alla sua armata.

La giunta si riunì per deliberare su quelle carte, le quali destarono una generale indegnazìone; e non solamente la plebe, ma chiunque avea fior di senno, conoscea che dalla parte de’ Napoletani si agiva con illealtà e malafede: talché la giunta tumultuariamente si sciolse, senza conchiudere altro che mandare una deputazione al general Pepe, per pregarlo di nuovo a sospendere per qualche giorno la sua marcia.

Il resto di quel giorno si passò nella massima costernazione: molti prevedendo la tempesta fuggirono di Palermo: la sera, la plebe cominciò ad attaccare uno dei corpi della guardia di sicurezza, già divenuta odiosa. Al far del giorno, quella guardia fu attaccata da tutte le parti: da per tutto si difese con somma bravura (35); ma la ciurmaglia corse a dar di piglio a quanti cannoni poté, gli diresse contro la stessa, e così l’obbligò a ritirarsi. Il popolaccio si dié allora a saccheggiare il palazzo del principe di Villafranca, che chiamava giacobino (36); ma tosto ne venne distolto dall’arrivo dell'armata napoletana avanti Palermo.

L'esercito napoletano si fermò a prima giunta nella villa Giulia, e riuscì ad alcuni corpi di penetrare nella casina e nella villa del principe di Cattolica a Porta de' Greci. Quei soldati con vandalica ferocia saccheggiarono tutte quelle case, vi appiccarono fuoco, scannando fin le donne, i vecchi ed i fanciulli. Ma quelle crudeltà, lungi d’intimorire il popolaccio, lo mise alla disperazione;e da quel momento ogni ciurmatore giurò di trar vendetta di quei soldati: né giurò invano., La notte de’ 26 settembre, un ferocissimo cannoneggiamento ebbe luogo tra la flotta napoletana, il Castello-a-mare ed i forti a canto Palermo, che durò sino a giorno. Ognuno credea che quel castello e quei forti, difesi da gente inesperta nel maneggio dell'artiglieria, si sarebbero finalmente resi; ma al far del giorno, si vide che la flotta napoletana era stata obbligata ad allontanarsi fuori il tiro del cannone, e che il fuoco del forte di Porta Felice avea quasi diroccata il casino del principe di Cattolica, e ne avea cacciati i soldati. Allora le cannoniere palermitane, allontanata la flotta napoletana, cominciarono a far un fuoco vivissimo sulla destra dell’armata, che con grave perdita bisognò retrocedesse sino a san Giovanni de’ Leprosi.

Intanto un’immensa moltitudine tarmati, sboccando dalle montagne che circondano Palermo, correva ad attaccare l’armata alle spalle ed alla destra. Allora il general Pepe conobbe la sua imprudenza di avere rigettato le pacifiche insinuazioni della giunta e del principe di Villafranca, e di aver con tanta presunzione corso ad affrontare una città di dugento mila abitanti con forze tanto sproporzionate. L’armata, situata in un luogo di aria malsana, attaccata in fronte dai ciurmatori palermitani, che si battevano con un coraggio estremo, battuta in fianco dalle cannoniere, minacciata da un attacco alle spalle e sulla destra, sarebbe, stata obbligata a metter basso le armi, se un accidente imprevisto non l’avesse tratta in parte da quel pericolo.

Un gran deposito di polvere e di cartocci presso il villaggio dell’Abate. prese fuoco, non si sa come, mentre una gran moltitudine era lì per provvedersi di munizioni. Il fragore e l’esplosione scossero e spaventarono Palermo. Coloro che correvano ad attaccar la truppa, atterriti da quello straordinario fragore, di cui ignoravano la cagione, tornarono indietro; coloro che si battevano atterriti ristettero: la truppa respirò per un momento. L’armata napoletana deve a quel caso la sua salvezza; ma la deve maggiormente al poco numero ed all’inespertezza dei combattenti palermitani, i quali, senza capo e senza direzione, non seppero mai profittar del vantaggio.

Il general Pepe, avendo pigliato cuore per quel momento d’inazione, credé d’imporre maggiormente a Palermo allargando la sinistra della sua armata sin quasi a Porta Nuova. La plebaglia fece un attacco vivissimo al centro verso la Sesta Casa e la tagliò onde la truppa restò divisa in due corpi isolati, che non poteano più né soccorrersi, né sostenersi reciprocamente. Ma quella ciurmaglia non seppe né conoscere ciò, né trarne profitto ed altronde di lutti coloro che erano in armi, il maggior numero si occupava più a desolar la città, che a battere il nemico: laonde l'interno di Palermo era spaventevolissimo.

Sin dal momento che il popolaccio avea attaccato la guardia d’interna sicurezza, si chiusero tutte le case, le chiese e le botteghe; ogni pacifico cittadino restò isolato, colla sua famiglia; se taluno era costretto ad uscir di casa, non avea altra sicurezza che travestirsi alla foggia di quei mascalzoni, con un fucile in ispalla. La plebe volle. che ognuno mettesse un lume ad ogni finestra della sua casa; ma quel Rime non facea che. accrescere l’error della notte. Un profondo silenzio, interrotto solo dal fragore dell'artiglieria, ed una spaventevol solitudine regnavano in tutte le strade, ove si vedea solo a quando a quando qualche cadavere di quegl’infelici che erano caduti vittime del furor popolare (37).

Le grida di gioia per la prossima sconfitta totale dell’armata, lungi di essere oggetto di compiacenza, formavano il maggiore spavento della gente onesta. Quella plebaglia insana avea giurato di trar vendetta di tutta i membri della giunta e della guardia d’interna sicurezza, perché si erano mostrati inclinali alla pace. Delle voci minaccievoli si udivano nelle strade, nelle bettole e nelle piazze; la canaglia organizzava già a senno suo il nuovo governo, e ripartiva le cariche e le proprietà (38).

Né ciò si mantenne alle sole minacce. Comeché i fosse allora veduto un gran numero d’armati in Palermo, pure ben pochi eran coloro che uscivano in campagna a battersi; il resto percorreva la città per predare (39). Col pretesto di volere armi, entravano nelle case, e mille ruberie commettevano; volendo fare anche eglino un corpo di cavalleria, pigliarono a forza i cavalli di moltissime scuderie, che poi in gran parte non furono più restituiti. L’infelice Mercurio Torturici, imputato da quella gentaglia di aver somministrato viveri allarmata, fu ucciso; la sua testa fu condotta in trionfo per le strade di Palermo, e la sua casa fu saccheggiata (40). Lo stesso sospetto si ebbe, o si finse di avere per un certo Mistretta, che ebbe la sorte di fuggire; ma la plebe ne spogliò la casa e vi appiccò fuoco. Un infelice servidore di costui, che cadde nelle mani di quei forsennati, fu crudelmente messo a morte. Un altro sventurato, che senza verun fondamento fu creduto corriere spedito dal general Pepe al colonnello Fulgi in Trapani, per farlo venire in suo soccorso, fu ucciso, squartato o fatto in brani. Nove soldati prigionieri sin dal 17 luglio, perché parve a quella gentaglia che avessero mostrato della compiacenza all’arrivo della truppa, furono tutti fucilati. I cadaveri de’ soldati napoletani, o uccisi in azione, o ammazzati dopo di essersi resi, erano strascinati per le strade, e poi lasciali qua e là(41).

Il capitan generale Requisens, cui molti imputavano di soffiare in quell’incendio, ed incitare il popolaccio alla resistenza per conservare ad ognicosto il suo comando (42), avea dato alla ciurmaglia il consiglio di tagliare tutti gli alberi attorno Palermo, che potevano servire di difesa al nemico; in esecuzione di tal militare disposizione, la plebe atterrò gli alberetti piantati due anni prima nelle passeggiate del piano di santa Teresa e della marina, e corse poi a devastare il podere del principe di Villafranca fuori Porta Macqueda, ove non solo spiantò gli alberi, ma rubò frumenti, orzi, danaro e fin le tegole della casa.

Mentre l'interno di Palermo presentava tali scene d’orrore, non meno spaventevoli erano eccessi che si commettevano dalla truppa in campagna. Quei soldati, dopo di aver saccheggiato quante case incontravano, le davano in preda alle fiamme. La casa di ricchi negozianti portoghesi! Rosa e Costa, senza alcun rispetto al dritto delle genti, fu posta al sacco, unitamente a tutte le case presso la villa Giulia, alle quali si appiccò fuoco. Nelle campagne, tutto fu preda della rapacità e della ferocia di quell'armata: si devastavano i poderi; si rubava bestiame, prodotti e quanto v’era; si saccheggiavano le case, i magazzini, le stalle; vi si dava fuoco, e spesso se ne trucidavano i pacifici coloni. Nel convento di santa Maria-di-Gesù, dopo di avere involato a quei frati frumento, animali e tutto, si giunse alla ferocia di massacrarne tre a più dell'altare.

Non deesi però defraudare di un giusto tributo di lode il general Pepe; il quale, per quanto era in lui, procurava di reprimere la licenza de' suoi soldati. I prigionieri che aveano la fortuna di scampare dalle mani de’ soldati, se eran condotti innanzi a lui, erano ben trattati, ben nutriti e rimandati a Palermo. E comeché ciò da taluni si fosse accagionato al pericoloso stato in cui era, che l’indosso a condursi in quel modo, per procurare di raddolcire gli animi della plebaglia, pure ciò nulla detrae al merito della sua condotta.

Dieci giorni restò Palermo in quella penosa situazione, senza alcuna speranza di uscirne. I ciurmatori si battevano con un coraggio indomito; ma senza piano di attacco e senza intelligenza, non sapean venire ad un azione decisiva; la truppa mancava del coraggio (43)di profittare del vantaggio della disciplina: talché in tutto il corso di quell’assedio, non si vide alcuna di quelle azioni brillanti che impongono alla moltitudine. Il general Pepe vedea di giorno in giorno diminuire la sua armata, che avea già perduto da cinquecento uomini; e quegli che restavano erano già avviliti e senza munizioni. Aveva egli chiamato in suo soccorso il colonnello Fulgi di Trapani, che con ottocento uomini mosse per Palermo. Prima di giungere in Alcamo, richiese ad un contadino se in quella città vi era truppa; colui rispose di no. E così era infatto: ma vi era a caso un soldato ed un cannone. Il popolaccio di quella città, vedendo da lontano venir quella truppa, obbligò il soldato a dar fuoco al cannone, quasi a due tiri di distanza. La vista di quel soldato e quella cannonata bastarono a mettere in fuga quella truppa, che lasciò sul campo tre pezzi d’artiglieria che portava.

La critica situazione in cui si trovava, e la mancanza di quel soccorso obbligarono finalmente il general Pepe a spedire un corriere in Messina per farsi preparare i quartieri, e disse che se trovava altre due ore di resistenza, non potea salvar l'armata che ritirandosi. Le cannoniere palermitane gl’impedivano l’imbarco; la via di terra sarebbe stata men sicura, dovendo traversare tanti paesi che avrebbero ripreso un’attitudine ostile, e non avrebbero trascurato quell'occasione di trar vendetta di tante provocazioni. Tale era la situazione dell'armata, quando chi men si aspettava pose fine a tanti orrori.

Il principe di Paternò era stato uno de’ membri della giunta. Comeché costui non si fosse mai raccomandato nel pubblico, né pel suo senno, né per le morali virtù sue, pure la sua età, i suoi distinti natali, la ricchezza, il fasto, e l’estensione delle sue possessioni nel regno gli attiravano il rispetto della plebe. In quelle luttuose circostanze, costui ebbe il coraggio di mostrarsi in pubblico. Si recò alla giunta, ove nessuno più interveniva, e ghermendo un’autorità divenuta nullius, se ne fé presidente. Chiamando giacobini e traditori tutti gli altri membri della giunta, e particolarmente il suo stesso nipote, il principe di Villafranca; animando la plebe alla resistenza, mentre Patera versava sottomano; promettendo milioni del suo, senza dare un soldo; facendo piani di guerra, mentre trattava la pace; mescolando preghiere, minaccio, facezie, carezze, rimproveri, buffonerie, e parole vuote di senso e mendaci, giunse ad illudere la plebaglia e farsi autorizzare a conchiudere col general Pepe una convenzione (44).

Si riunirono quindi sul cuter inglese The Racer, che trovavasi nella rada di Palermo, il principe di Paternò, il general Pepe e il general Fardella, ed ivi si conchiuse, il di 5 ottobre 1820, una convenzione per cui si stabiliva, che i forti dovessero consegnarsi all’armata; che essa dovesse acquartierarsi fuori della città; che un’amnistia generale dovesse aver luogo; e finalmente che un Parlamento dovesse convocarsi per conoscere il voto generale della nazione per l’indipendenza (45).

L’armata napoletana entrò quel giorno stesso in città, per andare ad alloggiare al molo; ma il suo ingresso fu ben umiliante. La truppa era preceduta dal principe di Paternò, è quasi sotto sua protezione entrava in città. Un distaccamento si avviò al Castello-a-mare, per pigliarne possesso; e come quei soldati marciavano a tamburo battente, gli scalzoni cominciarono a gridare che non suonassero più quel tamburo, perché la truppa non entrava vincitrice, ma per volontaria loro concessione. Fu mestiere condiscendere a quella strana pretensione; e quei soldati entrarono come supplichevoli nel castello (46).

FINE DEL CAPITOLO QUINTO


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CAPITOLO VI

Nuovo governo. —Annullamento detta convenzione. — Lettera di Pepe al re. — Legge feudale. — Indignazione de' Siciliani. — Minichini. — Leone. — Colletta. —Giuramento della costituzione. — Elezione de' deputati — Stato delle cote in Napoli.

Le tragiche scene di cui la città di Palermo era stata per ottanta giorni il teatro, finirono per dar luogo ad avvenimenti men clamorosi, ma forse più funesti nelle conseguenze.

Il general Pepe organizzò una nuova giunta, preseduta dai principe di Paternò e composta di alcuni dei membri dell’antecedente, la quale governò la città di Palermo. Tutto il resto del regno fu. soggetto al governo del principe di Scaletta, residente in Messina; ma la vera autorità risiedeva nel general Pepe.Se il Parlamento che già si era riunito a Napoli avesse avuto più latitudine di vedute e men pregiudizio, avrebbe dovuto cogliere quell'occasione per riunire gli animi di tutti i Siciliani agl’interessi di Napoli; ma sventuratamente il basso sentimento dell'animosità prevalse e quindi quel Parlamento e quel governo si condussero in modo da rendere incurabile l’inimicizia fra i due paesi.

Quella convenzione, che era stata proposta dagli stessi ministri di Napoli, e conchiusa dal general Pepe, che ne avea avuto precedentemente le necessarie istruzioni (47), fu con perfidia senza esempio dichiarata dal Parlamento nulla e come non avvenuta (48); e si volle colorire quella scandalosa turpitudine col mendicato pretesto che la convenzione si opponea alla costituzione, e che i deputati non poteano acconsentire alt una dopo di aver giurato l’altra. Ma non si trova netta costituzione verun articolo che si opponga alla convenzione; e dove anche vi sia stato, quei deputati poteano senza scrupolo accettarla, perché la costituzione era stata giurata, salve le modificazioni che piacerà al Parlamento di fare (49). Ma la libertà pei liberali di Napoli era come la filosofia per compire Matthieu: il dritto di calpestare impunemente tutte le leggi. Quella convenzione, che fu dichiarata nulla e come non avvenuta per tutto ciò che riguardava la Sicilia, ebbe il suo pieno vigore per ciò che riguardava Napoli. E’ armata, che senza quella convenzione sarebbe stata esterminata, restò in possesso de' forti della città; il general Pepe restò al governo di Palermo, che in seguito fu sempre soggetto ad un governo militare; e mentre che i Palermitani erano trattati da schiavi ribelli, gli altri Siciliani erano trattati da schiavi sommessi; e di un armata che entrò in Palermo per grazia, se ne fe’ un’armata conquistatrice, non ristretta dal vincolo de’ patti.

Egli è il vero, che il general Pepe mostrò di risentirsi dell'affronto fattogli col dichiarar nulla una convenzione da lui fatta, e che per discolparsi pubblicò le istruzioni a lui date dal ministero di Napoli, e fece circolare una lettera di risentimento da lui scritta al re (50); che tutta l’armata della spedizione pubblicò una dichiarazione nella quale mostrava gli stessi sentimenti di disapprovazione di quel passo: ma tutto ciò nulla valse a dileguare la general persuasione, che quella scandalosa perfidia era stata antecedentemente combinata. Quindi ora venuta la ritrosia de’ ministri di Napoli a mettere in iscritto quel progetto, che eglino stessi fecero ai deputati siciliani; quindi il general Pepe non si contentò dell'indirizzo, ma finse di rimettere l'affare ad un Parlamento; quindi si negò a sottoscrivere la convenzione conchiusa in Termini; quindi finalmente il Parlamento, con manifestò contraddizione, dichiarò nulla la convenzione, perché si opponeva alla costituzione, e non cercò conto dai ministri che avean dato l’ordine di conchiuderla. Certo se mancassero altre prove dell'estrema corruzione de’ rivoluzionari di Napoli, basterebbe quella sola a mostrare che la democrazia era pianta esotica a quel suolo; e la posteriore condotta di quel Parlamento e di quel governo vengono all'appoggio di una tale verità.

Per abbattere l’idra feudale in Sicilia, quel Parlamento fece una legge detta legge feudale; per la quale si dichiarò che tutti i fondi posseduti dagli ex-baroni, ai quali i comuni avean dritto di pascere, di far legni e simili, erano stati usurpati: e quindi, senza esame e senza compenso, i proprietari ne erano spogliati, e si davano in proprietà al popolo (51). I beni di tutti i Palermitani posti nelle provincie che si diceano aderenti a Napoli, malgrado la convenzione furono confiscati, ed i loro prodotti appropriati dal governo. I proprietari reclamarono, e presso, il ministero, e presso il Parlamento: sì l’uno che l’altro mostrarono di risentirsi di questa iniquità; degli ordini replicati si mandarono in Sicilia per la restituzione; ma il luogotenente, principe di Scaletta, attivissimo nel secondare le vedute di quei rivoluzionari, non volte mai eseguirli: talché quei beni non furono restituiti che all’ingresso della armata austriaca.

Si giunse in quel Parlamento alla ridicola presunzione di alterar la geografia, anzi la natura chiamando fiume Faro lo stretto di Messina. Tutte le stamperie, di Napoli vomitavano continuamente de’ libelli contro la Sicilia; ai quali faceano degno accordo le declamazioni degli oratori in Parlamento. Ma quali scritti! quali orazioni! In vece di inveire contro la plebe palermitana per eccessi ch’erano innegabili ed inescusabili, si gridava sempre contro i baroni, come causa di quei disordini; mentre era manifesto che il primo impulso ed il più potente al disordine era venute dai 'carbonari napoletani. Si giungea alla demenza di fare un delitto ai bareni siciliani della costituzione del 1812t mentre è innegabile che se costoro fossero stati quali furono al 1812, meriterebbero l’eterna riconoscenza de’ loro concittadini. Vi fu infine chi scrisse che la Sicilia sola non può essere indipendente. Povera Sicilia! se avesse bisogno della bravura napoletana per esistere (52).

Coloro che erano alla testa del governo in Sicilia ben secondavano lo spirito di parzialità che prevaleva in Napoli. La provincia di Palermo era governata militarmente: la sola città di Palermo dovette soggiacere alle spese dell’alloggio e manutenzione dell'armata venuta da Napoli. Un certo cavalier Massone, Napoletano messo dal general Pepo ad amministrar le finanze, oltre a tanti pesi esasse militarmente dalla città di Palermo una contribuzione di cento mila once (53).

Una condotta così sciocca, ingiusta ed impolitica non poteva non produrre una generale indignazione nei Siciliani. Credeano scioccamente i rivoluzionari di Napoli, che avendo aizzato le città capitali delle altre provincie siciliane contro Palermo, quei rei trattamenti fatti a questa città avrebbero loro maggiormente attirato gli animi di quelle. Non capivano quegli stolti che Palermo costituisce la parte più interessante e più colta del popolo siciliano, e che quella città sarà sempre di norma a lotta la Sicilia (54). Cominciando infatti a raffreddarsi le animosità, tutte le altre città di Sicilia venivano e conoscere i loro veri interessi, e si avvedesse che io Napoli non Palermo, ma tutta la Sicilia si volea opprimere. E di ciò manifesti segni si videro nello stesso Parlamento, in cui i deputati delle altre città siciliane cominciavano a tenere un linguaggio men virulento contro i loro concittadini; e maggiormente si confermarono in questi sentimenti allorquando il Parlamento decretò che si togliesse alla Sicilia il supremo tribunale di giustizia, perché dovea esservene un solo in tutto il regno: talché ogni Siciliano, per dimandare un rimedio alle cattive procedure dei tribunali inferiori, dovea recarsi in Napoli, ciò che sarebbe bastato a renderli ingiusti è corrotti. I deputati siciliani reclamarono, ma reclamarono in vano.

Intanto a Napoli si pensò di spedire in Sicilia il principale fra quei rivoluzionari, detto l’abbate Minichini, per disseminar la carboneria fra i Siciliani (55), onde accrescere il partito di Napoli, e mettere il colmo alla sventura di Sicilia.

Sin dal suo arrivo in Palermo, il general Pepe destinò a direttore di polizia il dottor Gaspare Leone, uomo di nessuna capacità, naturalmente inclinato al male, ed avvezzo, sin dai tempi della defunta regina, a prestarsi a qualunque turpitudine per servire l’autorità in atto qualsiasi. Comecché il principe vicario, malgrado l’annullamento della convenzione, avesse pubblicata un’amnistia generale, pure il Leone, per soddisfare le vendette dei rivoluzionari di Napoli, fece man bassa su i cittadini; e gli arresti arbitrari, le violenze, le persecuzioni furono senza numero. Per colmo d'insana ferocia, costui assoldò per lo servizio della polizia torme innumerevoli di quegli stessi facinorosi, cagione di tanto lutto, come si dicea, colla veduta di avere una forza da opporre ai carbonari, i quali in gran parte formavano la guardia d'interna sicurezza già ristabilita. Costoro, vennero naturalmente in diffidenza della gente di polizia; ed era per nascere qualche serio disordine, se Leone intimorito non avesse ritirato quel passo imprudentissimo.

Il general Pepe non restò che pochi giorni in Palermo. Fu in sua vece spedito da Napoli il tenente generale barone Colletta, colla carica di luogotenente della provincia di Palermo e comandante generale delle armi in Sicilia. Costui furbo, doppio, maligno, figlio della rivoluzione, mise in opera tatti i mezzi onde tener sempre viva la face della rivoluzione in Sicilia. Nella sua anticamera stava sempre un esploratore, per vedere se coloro che chiedevano udienza erano carbonari. Chi non corrispondea ai segni mistici era sicuro di non aver mai udienza. Per tal modo, quest'uomo fece della Carboneria il sine qua non del favore del governo (56).

La prima cura del barone Colletta fu quella di far prestare il giuramento alla nuova costituzione in Palermo. Il giorno a ciò designato, tutta la guarnigione pigliò le armi e si postò di rimpetto al duomo, per accrescere la pompa e mostrar la libertà di quel giuramento. Tutti gli impiegati furono chiamati a giurare; ed è ben da immaginare che sotto un governo assolutamente militare, diretto da Colletta e da Leone, non vi fu alcuno che avesse osato rifiutare. Il solo principe di Castelnuovo, inesorabile nel suo proponimento di non far mai verun atto volontario offensivo ai dritti della Sicilia, chiamato anch’egli, come consigliere di stato, a prestare quel giuramento, si negò alla turpitudine di un pubblico spergiuro.Quel giuramento non fu che una mera farsa. Gli arresti arbitrari continuarono; le contribuzioni militarmente s’imponeano, e militarmente si esigeano; la stampa continuò ad essere rigorosamente proibita; in somma si continuò in tutto a gemere sotto il più crudele dispotismo militare.

Per compire l’effimero trionfo de' Napoletani, restava ad estorcere dalle due provincie di Palermo e di Girgenti l’eiezione de’ loro deputati al Parlamento di Napoli, come si era estorta nelle altre città. Il barone Colletta non lasciò mezzo intentato per sedurrei palermitani. Diceva a tutti:

«La vostra causa è giusta; ma voi la perderete, perché nessuno in Napoli parla per voi. Bisogna mandare al Parlamento i più caldi difensori dell’indipendenza; ed io son sicuro che otterranno tutto.»

Questo furbo discorso non illuse che poche persone, le quali, o per interesse, o per ignavia, mostravano di persuadersi della necessità e del vantaggio di scegliere quei deputati.

Costoro però furono ben pochi; in generale tutti conosceano che lo stesso scegliere i deputati e mandarli a Napoli per chiedere l’indipendenza, era un rinunziare a quell’indipendenza; e ciò si pretendea da Colletta. Si pensava, ed in Palermo ed in Girgenti di non presentarsi alcuno per elettore, e cosi far mancare l’elezione; ma quando Colletta, per impedire ciò, ordinò a tutti gl’impiegati del governo di presentarsi per elettori, allora fu mestieri l’impedire che l’elezione non cadesse sopra persone vendute al governo. Tutti si scrissero ed elessero quegli individui, che certamente si prevedea che non si sarebbero recati in Napoli, e così avvenne.

L'ostinata ritrosia di quei deputati eletti in Palermo ed in Girgenti a recarsi in Napoli, fece montar sulle furie quel Parlamento. Si propose di arrestare quei deputati, e farli venire in Parlamento carichi di catene. Si propose di soggettar quelle pervicaci province ad un governo militare, come se già non lo fossero. Si propose infine di esterminarle dell’intutto: ma vana sine viribus ira; né quelle insane minacce, né una lettera efficacissima scritta dal principe vicario al principe di Belmonte, uno dei deputati eletti in Palermo, valsero ad indurre costoro a tradire come gli altri la causa della Sicilia.

Ma la scena di Napoli si avvicinava alla catastrofe. Il nuovo governo non era stato riconosciuto in Europa, e la condotta dei Napoletani non avea trovato altri apologisti, che quegli scrittori che sposano sempre il partito dei rivoluzionari, senza considerare che si può abbattere il dispotismo e sostituire un dispotismo maggiore. Il re Ferdinando III fu invitato dagli altri principi d’Europa a recarsi anch'egli al congresso di Laybach. Prima di partire, il re mandò un messaggio al Parlamento; nel quale rinnovava la promessa di esser fedele alla costituzione giurata, e prometea di non permettere che essa venisse alterata al di là di alcuni articoli che manifestava, i quali in sostanza si riduceano alla carta costituzionale di Francia. Si vuole che il ministro di Francia abbia allora fatto dei maneggi per indurre il Parlamento a ciò, ed abbia offerto la sua mediazione per fare che gli altri principi d’Europa riconoscessero la costituzione di Napoli così modificata. Ma il Parlamento respinse la proposizione, e mise in processura i ministri che aveano sottoscritto quel messaggio. Il re forse segretamente compiaciuto di quella resistenza, partì.

Il congresso decise irrevocabilmente di non lasciar sussistere l'ordine di cose stabilito in Napoli, e di far marciare l’armata austriaca per far eseguire ciò colla forza, quando i Napoletani si negassero a farlo alla buona.

Noi non vogliamo insultare a un popolo infelice, cui si è dato alla punta delle baionette straniere quello stesso odiosissimo governo rigettato dal voto generale della nazione; molto meno pensiamo noi d’offendere con un indecente sarcasmo il gran numero d’uomini insigni in ogni genere di cui abbonda il suolo napoletano. diciam solo che i rivoluzionari di Napoli ben meritarono e provocarono eglino stessi il loro reo destino. La truppa fé la rivoluzione. Comeché fosse certo che la nazione intera applaudì alla condotta della truppa, pure è ugualmente indubitato, che una volta che la parte militare del popolo attenti all’autorità in atto, qual che teoreticamente si fosse, e la forma di governo che si sostituisce al caduto, esso non sarà che governo di Giannizzeri. Se un tale esempio si comunicasse agli altri stati d’Europa, questa sarebbe per ricadere nelle calamità di quei tempi infelici, in cui le guardie pretorie disponeano dell’impero del mondo. Sotto questo punto di veduta, le rivoluzioni militari minacciano la tranquillità di tutti i popoli, servi o liberi che siano, e giustificano la straniera ingerenza Dato quel passo, se ne diè uno forse più violento. Si pretese di dar la legge alla Sicilia; e per sostenere una pretensione così ingiusta, si suscitò la plebe siciliana alla rivolta, si seminò la discordia fra le città dell’isola, si eccitò una guerra civile, si attentò al dritto della nazione ed alla proprietà dei cittadini, si mancò alla data fede, si trattò la Sicilia come paese di conquista, ed i Siciliani come schiavi comprati sulla costa d’Affrica.

Pure il male fatto da quei rivoluzionari ai loro stessi concittadini e agli altri popoli d’Europa è di gran lunga maggiore a quello recato alla Sicilia. Si offre loro una costituzione saggia; e sarebbe follia il pensare che il re abbia dato quel passo senza l’intelligenza ed il consenso degli altri sovrani; anzi tutto ci porta a credere che, riconoscendo la costituzione di Napoli, si dovea modellare su di quella dei paesi finitimi. Una tal proposizione si rigetta con orgoglio; si ricorre alle armi. Se in quell’incontro l'armata napoletana avesse saputo far fronte per pochi giorni alle truppe austriache, gli affari avrebbero cambiato d’aspetto. La rivoluzione di Piemonte avrebbe messo tra due fuochi l’esercito tedesco; il piano infernale di ridurre tutta l’Europa sotto la stessa forma di governo assoluto sarebbe stato rotto; i governi rappresentativi sarebbero stati conceduti; si sarebbe giunto a quel medio fra l’anarchia ed il dispotismo, che forma l’oggetto dei voti di tutti i saggi d’Europa. Ma i vantati Sanniti, Bruzzi, Campani, Marsi ed Apuli non sostennero pur la vista dell’inimico (57); fuggendo, posero a sacco e devastarono province intere. Un numero infinito di Napoletani, che se non fossero stati inebriati da costoro, e sicuri di essere da loro garantiti, avrebbero continuato a rispettare pacificamente il governo, si trovarono istantaneamente delusi, e senza scampo compromessi. L’inimicizia tra’ Napoletani e Siciliani è divenuta, per causa loro, irreconciliabile; per causa loro, il dispotismo è ritornato in Napoli, ed ha gettato più profonde rodici in Europa; per causa loro, i nemici dell'umanità hanno avuto nuovo argomento di confondere i delitti dell'anarchia colla causa della libertà; per causa loro finalmente, il nome Napoletano è divenuto oggetto dell’abbominio dei Siciliani, della rabbia dei veri amici della libertà.

FINE DEL CAPITOLO SESTO


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CAPITOLO VII

Speranze de’ Siciliani. — Nunziante — Rosseroll — Cardinal Gravina luogotenente. —Nuovo governo, —Nuovo luogotenente. —Principe di Cutò. —Amnistia. — Missioni. —Fatto di Lercara. —Fatto di Termini. — Martinez. —Congiura di Palermo. — Stato miserabile della Sicilia. —. Nuovo ministero in Napoli. —Nuove oppressioni in Sicilia. —Congresso di Verona,

Mentre in Napoli seguivano tali cose, i Siciliani in mezzo alle loro sciagure trovarono qualche motivo di conforto. La libertà della stampa, che il barone Colletta avea rigorosamente proibita, per paura ch’essa non frastornasse i suoi maneggi per ottenere reiezione dei deputati, seguita questa, fu concessa; quindi ebbero essi campo di pubblicare i loro sensi, di mettere in veduta i dritti della Sicilia, di far conoscere la turpe condotta del governo di Napoli verso di loro, e di rispondere alle calunnie che dai giornalisti di Napoli si spargeano contro la Sicilia.

Lo stesso sterminio di cui era minacciato quel governo era un oggetto di lieta speranza pei Siciliani; e delle false voci, che facilmente si spargeano e facilissimamente si accreditavano sulle intenzioni dei sovrani, alleati verso la Sicilia, prometteano più lieto avvenire. Né queste erano poi del tutto vuote di fondamento; imperocché si avea avuto cura di far giungere a Laybach tutti gli scritti che si erano pubblicati in Palermo in difesa dei dritti della Sicilia.

Tra le felici avventore della Sicilia deve certo annoverarsi quella di essere quivi venuto il tenente generale marchese Nunziante, in quell'epoca sostituito al barone Colletta nelle cariche di luogotenente nella provincia di Palermo e comandante generale delle armi in Sicilia. Costui è il solo tra gli uffiziali napoletani, che goda la riputazione di ottimo generale (58), e che in tutti gli incontri abbia dato prove d’un coraggio intrepido e di cognizioni militari; unisce a ciò sanissimo intendimento, somma attività e destrezza, una mente lucida, benché incolta, e sopraffina scaltrezza. E certo tale uomo solo potè venire a capo di conservare in Sicilia la pubblica tranquillità, avendo a contenere una plebe mal doma ed una truppa sediziosa, che ambe la minacciavano. Le circostanze felicemente lo favorirono nell’impresa, ed egli seppe ben profittarne.

I Siciliani fattisi scuola de' passati disordini, metteano ogni loro studio a contenere la plebe ed i malcontenti; ed in ciò maggiormente si distinsero i carbonari, cui era necessaria quella calma per combinare l'impresa, in cui erano già quasi riuscii di riunire i voti di tutta la Sicilia contro Napoli. Nunziante carezzava, e mostrava la massima fiducia nei carbonari; procurava tutti i mezzi onde rendersi amiche le persone distinte; con una condotta ferma ed energica, unite a maniere semplici, è popolari, si facea rispettare dalla plebe; ed il suo conosciuto coraggio, unito alla sua popolarità, bastava a tenere in freno la truppa. Finalmente, mostrandosi nemico del governo di Napoli, e negandosi ad eseguire e pubblicare i decreti di quel Parlamento, si rendea assai caro ai Siciliani, e maggiormente gli confermava nei loro sentimenti d’inimicizia contro Napoli

Pure, malgrado la vigilanza del marchese Nunziante e la disposizione de' Siciliani, poco mancò che gli ultimi aneliti della spirante carboneria napoletana non avessero suscitato una nuova e più terribile conflagrazione in Sicilia. La rivoluzione scoppiò a Piedimonte, quando l'esercito austriaco era già nel cuore del regno di Napoli, e l'armata napoletana si era dileguata. Tal notizia giunse, non si sa come, al maresciallo Rosseroll, comandante la divisione di Messina, Costui, fanatico per natura, inebbriato da quell'avvenimento, levò in Messina lo stendardo di una nuova rivolta; aizzò la plebaglia di quella città contro il luogotenente principe di Scaletta, e contro quei generali ed uffiziali che credea realisti; sparse dei proclami incendiari, chiamando alle armi i Siciliani, per unirsi a quaranta mila partigiani che si vantava di avere in Calabria, e formare così una nuova armata, onde cacciar gli Austriaci da Napoli. Dei corriri spedì ai comandati delle guarnigioni di Siracusa e di Trapani per venirlo a raggiungere, e degli emissari mandò in Palermo per invitar la truppa a suscitare una nuova se dizione. Il luogotenente Scaletta fuggì. Rosseroll d'autorità propria ne occupò il posto, e cominciò ad usare il titolo e l'autorità di luogotenente di Sicilia.

Fortunatamente Nunziante ebbe avviso di ciò, prima che il popolo ne fosse a giorno: onde ebbe tempo di tagliare i passi a quel folle sedizioso.

Dei corrieri spedì ai comandanti delle altre città per avvisar loro la rea impresa di Rosseroll, ed ordinò loro di guardarsi dal cooperarvi. E come si ignorava ove il principe di Scaletta fosse ito a nascondersi, assunse anch'egli il governo delle altre province di Sicilia. Per impedir poi che gli emissari di Rosseroll non fossero penetrati in Palermo, ordinò al tenente colonnello Raffaele Palmieri, che trovavasi in Termini, di far le possibili indagini in quella città o altrove, per cogliere qualunque persona che da Messina si recasse a Palermo, spedita da Rosserol. Riuscì infatto quella sera stessa a Palmieri di sorprendere in un albergo due di quegli emissari, con delle carte che provavano l'oggetto della loro missione, e li arrestò. Tagliati così tutti i passi ai rivoluzionari, la truppa di Palermo non fu a giorno della rivolta di Messina, che quando era già soppressa.

In tale stato di cose, giunse a Palermo un decreto del re, con cui veniva scelto luogotenente di Sicilia il cardinale Gravina. Vi fu allora un momento in cui erano in Sicilia quattro luogotenenti: Scaletta, Nunziante Rosseroll e Gravina. Ma i due primi si dimisero tosto della carica; e Rosseroll, mancatogli il colpo, ebbe la sorte di fuggire e sottrarsi così, alla pena.

Contemporaneamente all’elezione del cardinale Gravina, si pubblicò il nuovo sistema di governo da adottarsi in Napoli ed in Sicilia. La pubblica, amministrazione di Sicilia fu segregata da quella di Napoli ed affidata ad un segretario di stato siciliano. Furono erette due adunanze pei due regni, dette consulte. Quella di Napoli dovea essere composta di 30 persone, quella di Sicilia di 18. I componenti, di tali consulte doveano essere scelti dal re. Le facoltà di esse si limitavano solamente a dare il loro parere sulle leggi che piacerebbe al re di emanare, sempreché piacerebbe a lui di richiederlo, restando nel sovrano arbitrio di uniformarvisi. Per buona ventura della Sicilia, questa istituzione restò sulla carta, come lo restarono altri articoli che si vuole che siano stati convenuti su la Sicilia.

Ciò che si eseguì però fu la creazione delle giunte di scrutinio. Per ogni ceto di persone fu destinata una di quelle giunte, per esaminare la condotta di ogni individuo del rispettivo ceto. Questi tribunali d’inquisizione politica presentavano ad ogni impiegato una nota di quesiti, se quel tale avea mai appartenuto a società segrete, se avea mai pubblicato scritti contro la religione e contro lo stato, e simili; onde ognuno era tenuto ad accusare sé stesso e quindi naturalmente avvenne che tutti gli uomini onesti, che furono carbonari in un’epoca in cui il governo non che lo permettea, ma volea, confessarono ingenuamente di esserlo; i veri carbonari di cuore e gli avveduti negarono. Eppure cotal mostruosa inquisizione ha servito di regola nel premiare e punire le persone!

Il governo del cardinale Gravina durò ben poco, a lui venne sostituito il principe di Cutò, cui si aggiunsero tre direttori delle segreterie di grazia e di giustizia, dell’interno e delle finanze. 11 luogotenente ed i tre direttori formavano un consiglio che dovea decidere a pluralità di voci, avendone però due il luogotenente. Questa nuova specie di guazzabuglio politico, da sé stesso ben atto a produrre il disordine, venne reso anche più mostruoso dalla qualità delle persone che lo componeano.

Il principe di Cutò, scevro di qualunque talento, tranne quello delle menzogne 0 della funzione, divorato da illimitata ambizione, è una di quegli esseri sciagurati che non sanno elevarsi, se non che abbassandosi; quindi in tutte le vicende politiche della Sicilia, ha sposato sempre il partito de’ nemici della sua patria; ed in questa congiuntura fu creduto uno strumento ben atto all’esecuzione del piano d’ingiustizie e di violenze che dovea adottarsi per la Sicilia.

Il dottor Giambattista Finocchiaro era stato sempre conosciuto per uno zotico ignorante; e questi difetti si resero più sensibili in ragion dell’elevatezza della carica. Con quella versatilità di cui il foro siciliano offre spesso degli esempi, dopo di avere gridato come uri energumeno: Viva la costituzione di Spagna! divenne un acerrimo persecutore. Il dottor Francesco Pasqualino è un dotto privo di senso comune; ove trattavasi di discutere i pubblici affari metteva fuori numismatica, archeologia, letteratura ecc., e finiva con conchiudere nulla. Il dottor Francesco Capone, destinato sulle prime a direttore delle finanze, è uomo fornito di talenti luminosi e di somma abilità. Per la sua durezza e per certe brighe coi generali austriaci, egli fu rimosso, ed a lui fu sostituita una mummia detta il barone Scrofani; il quale, essendosi trasferito indi a non molto in Napoli, lasciò il portafoglio delle finanze a Finocchiaro, che provava coi principi del dritto pubblico che non dovea pagarsi nessuno.

Il giorno 24 di marzo, in cui il re entrò in Napoli, fu pubblicata una supposta amnistia, colla quale si accordava un perdono generale a coloro che aveano appartenuti a società segrete, e si minacciavano pene severissime a coloro che da quei giorno in poi avessero fatto delle riunioni di tal natura; ed in quel decreto si promettea che i denunzianti non sarebbero stati mai palesati.

Questa disposizione apri un lungo campo e sicuro alle private vendette. Lo spionaggio divenne la professione alla moda; gli uomini più infami e discreditati furono i confidenti del principe di Cutò e Finocchiaro: talché le oppressioni, le ingiustizie, le violenze che ne seguirono lasceranno per secoli in Sicilia la trista ricordanza del governo del principe di Cutò.

Tutti i falsi amici del trono chiamano la religione in sostegno del dispotismo: ciò avvenne allora anche in Sicilia. Si credé di ricondurre gli uomini alla tolleranza del giogo collo spedire delle missioni nel regno, il cui principale oggetto era quello d indagare per mezzo della confessione chi era carbonaro. Nella piccola città di Menfì, costoro schiamazzarono tanto dal pulpito, minacciando scomuniche a coloro che, conoscendo carbonari non gli rivelavano nella confessione; ché trovossi finalmente una denunciante, la quale andò a confessarsi che suo marito ed altri suoi parenti erano carbonari. Non guari dopo, questi infelici furono arrestati, e si cominciò contro di loro una processura che avea per base la confessione convertita in denunzia. Quindi naturalmente avvenne che nessuno volle più confessarsi, e quei missionanti furono anche dal volgo riguardati come cotanti spioni (59).

Era in quei tempi in Lercara un amministratore dei beni del principe di Lercara, un tempo barone di quella città, genero del principe di Cutò. Le orribili vessazioni che impunemente si commetteano da colui e dal suo figliuolo, giudice di quel circondario, aveano loro attirato l’odio di tutta quella gente; di che partecipava anche l’ex-barone, per la protezione ingiustissima che accordava al suo amministratore. Alcuni di quei cittadini aveano attaccato in giudizio certe rendite che si esigeano dal principe di Lercara. Per trarne vendetta, quel giudice, unito al suo padre, forse coll’intelligenza del principe di Lercara, le’ un cartello contro il governo, e nottetempo io affisse in una chiesa. Al far del giorno trovatosi quel cartello, il giudice ne mostrò risentimento, ne informò il governo e designò come rei i nemici suoi, e quelli del suo padre e dell’ex-barone. Il principe di Cutò, per sostenere il genero, spedì colà un battaglione di truppa austriaca, che arrestò tutti quegli infelici e gli trasse nelle prigioni di Palermo.

Al tempo stesso, si fece comparire una denunzia che in Termini si ordiva una gran congiura contro lo stato; e per dare più importanza allo vendette del principe di Lercara, si disse che la cospirazione di Termini era estesa in altre città o particolarmente in Lercara, e che il cartello quivi trovato era il risultato di un piano generale. Il tenente colonnello Palmieri fu arrestato unitamente a molti altri.

L’incarico di compilare i processi di cotali supposte cospirazioni fu dato a Francesco Martinez, giudice della gran corte, che non avea avuto ribrezzo a comprar la carica con mezzi turpi, e molto meno potea averne a calpestar la giustizia e l’umanità per servire alle vedute oppressive del governo. Ma una tal compilazione di processi era un mero pretesto per arrestare arbitrariamente migliaia di persone, e lasciarle poi gemere nelle prigioni. Tale fu la politica che si adottò per questi e molti altri fatti di simil natura. Come quegli infelici fecero talvolta giungere i loro reclami in Napoli, si mandarono apparentemente in Sicilia ordini pressantissimi di sollecitare cotali giudizi; ma il re scrisse privatamente una lettera al principe di Cutò, nella quale si dicea che, malgrado gli ordini che apparivano, avvertisse i magistrati a non terminar quei processi. Per tal modo, presso a ventimila cittadini arrestati in questa luttuosissima epoca, gemerono per più anni in prigione, finché il governo, né stanco, né sazio di persecuzioni, ma stretto dalla necessità;lasciò libero il corso di quei giudizi, ed i tribunali dichiararono innocenti quegli infelici sì ingiustamente arrestati.

Una condotta così irregolare e violenta, che in sostanza mostrava somma debolezza ed ignavia nel governo, diè stimolo a pochi sciagurati in Palermo a ripigliare le segrete associazioni, e concepire il piano di suscitare la plebe ad una nuova rivolta. Ma un tal piano (se pure ve ne era realmente alcuno), mal combinato da poche persone senza credito e senza mezzi, quanto era reo per le intenzioni, tanto era ridicolo nell'esecuzione. Il luogotenente, appena ne ebbe avviso, mostrò tale spavento, che certo se quell’impresa potea avere effetto, la sua codardia l' avrebbe facilitato.

Il giorno in cui si dicea che quella cospirazione dovea scoppiare, il luogotenente si nascose, il direttore di polizia e la sua gente sparirono; non restarono che i soli generali Walmoden Nunziante a far la ronda e custodir la città, la quale non mostrò altro sintomo che quello della costernazione.

Quei miserabili furono tosto arrestati; e come quella cospirazione non era del tutto inventata come le altre, non si adibì Martinez, ma una corte marziale, che ne condannò quattordici a morte. Nove furono fucilati; cinque furono indotti a confessare colla promessa d’impunità, e le loro confessioni furono la sola prova del delitto; ma ottenuta la loro confessione, un dispaccio del re dichiarò che non avea luogo la promessa d’impunità. La corte marziale gli condannò anche a morte, ma non eseguì la sentenza, e gli raccomandò alla clemenza del re; il quale, dopo un anno di agonia, commutò la pena. Tal fine ebbe l’impresa di questi sciaurati, la quale servì a far conoscere che il governo del principe di Cutò riuniva in se tutti i mali del dispotismo, le oppressioni baronali ed i pericoli dell’anarchia. Fra tanti mali però, quello che più da vicino minacciava l’esistenza stessa dello stato era la povertà universale, ed il voto delle finanze. Le ingenti spese che ognuno era stato obbligato a fare nel tempo dell'anarchia, il mutuo coattivo ordinato dalla giunta, il danaro esatto militarmente dalla città di Palermo, le concussioni dell’armata napoletana, la confiscazione dei beni de' Palermitani, e mille altre sciagure inseparabili dai tempi di tante calamità, aveano a tal punto accresciuto la miseria universale, che i proprietarii l'erano divenuti di puro nome; gli agricoltori ed i fittaiuoli non affiliavano interamente, o non pagavano il fitto che con lunghissimo ritardo; i magistrati erano continuamente assordati dai reclami dei creditori, che lottavano invano per esigere il loro credito; gli operai perivano dalla fame; la riscossione della rendita dello stato diveniva di giorno in giorno più scarsa, più oppressiva, più difficile; la teoria di dritto pubblico del direttor Finocchiaro non servì che ad accrescere il debito pubblico, e mettere gl’impiegati, non pagandoli, nella necessità di malversare e di opprimere.

L’unica via di riordinare lo stato in qualche modo sarebbe stata quella di riformare il governo e mettere più economia nell’amministrazione pubblica; togliendo quell’immenso numero d’impiegati, che quasi interamente assorbivano la rendita dello stato. Ma questo fatal sistema, ad onta de’ gravissimi danni che avea recato alla Sicilia, non volle mai riformarsi; quello sciame di magnati politici, che depauperava no, opprimevano e corrompevano la nazione, si vollero ad ogni costo mantenere.

I tribunali sparsi nel regno, i procuratori generali, gl’intendenti e sotto intendenti, i giudici di circondario, con poche eccezioni tra loro, che fames potius quam fama commovit, scosso il giogo d’una legge che il governo stesso non rispettava, anzi gli stimolava a violare, non mirarono che a servire d ignominioso strumento all’oppressione, a vendicar le private offese, ed a tener sempre viva la face della discordia in Sicilia. Così il dispotismo, moltiplicandosi pel numero degli agenti del governo, s’era aggravato colla stessa proporzione sul popolo. Chiuse tutte le strade all’industria, ai talenti ed alla virtù, non restò altra via agli avanzamenti che quella degli impieghi; e questi si riserbavano per guiderdone al denunziante, al calunniatore, al falsario, al dissipatore. Quindi di giorno in giorno si accrescea nuova fiamma alla pubblica indignazione, nuova esca alla pubblica corruzione; e per tal modo lo spionaggio s’era moltiplicato a tal segno, che rotti i vincoli dell’amicizia, i legami del sangue, il freno del pudore, l'amico fu indotto a guardarsi dell’amico, il padre temea un delatore nel figliuolo, lo sposo non era più sicuro della sposa.

Il volgo, destinato ad ingannarsi sempre sulle cagioni dei pubblici mali, attribuiva tante calamità al principe di Canosa. Ma il fatto ha dimostrato che l’Austria, nel volere rimosso questo ministro per esservi sostituiti due uomini ugualmente odiosi al re ed alla nazione, che aveano del pari sacrificati, ebbe tute altro in veduta che il benessere dell’umanità. Ritornati de’ Medici e Tommasi al ministero, il principe di Cutò fu richiamato in Napoli, ed a lui fu sostituito il principe di Campofranco, uomo non iscevro di talenti né di cognizioni, e ben lontano di seguir le pedate del suo precedessore. Ma malgrado la sua plausibilità, dal momento in cui vennero in carica i nuovi ministri, i mali della Sicilia si accrebbero, e parve che il nuovo, ministero avesse assunto l’impegno di giustificare agli occhi dell’Europa l’odio dei Siciliani pel governo di Napoli.

Antonio Mastropaolo, famoso nei moderni annali di Sicilia, e che al ritorco del re in Napoli era stato ivi chiamato ad occupare la carica di direttore della segreteria di Sicilia (60), fu dai nuovi ministri rimandato in Palermo, unico dirette re di tutte le segreterie. Sotto tal uomo, il fuoco delle persecuzioni acquistò maggior forza. Il nuovo direttore si collegò con Martinez; ed inaccessibile ad ogni altro, non si occupava che a combinare con costui nuove oppresssioni ed arresti arbitrari.

Con un decreto si dichiarò che tutto il danaro pagato dalla Sicilia in tempo della costituzione, come pagato ad una autorità illegittima, non formava credito della Sicilia verso la tesoreria di Napoli, e che le spese per lo mantenimento dell’armata, le centomila once militarmente esatte da Palermo, il danaro somministrato dai Comuni all’armata napoletana, doveano considerarsi cornei danni prodotti dal fulmine, dal terremoto e dalla gragnola, che vanno a ricadere sopra coloro che li hanno sofferti, senza speranza di compenso. Quindi la Sicilia fu dichiarata debitrice di tutto ciò che avrebbe dovuto pagare all’autorità legittima dal 6 luglio 1820 in poi. Ma non si fece lo stesso decreto per Napoli; anzi colà il governo assunse l’impegno di pagare il debito contratto dall’autorità illegittima, la quale era illegittima per la Sicilia, legittima per Napoli.

Si pubblicò un nominale indulto pei Napoletani; lo stesso però si pubblicò per la Sicilia due mesi dopo; e prima di pubblicarsi furono arbitrariamente esiliati molti individui, contro de' quali, dopo tre anni di processure e di denunzie, non si era trovato alcun indizio di colpa. E per maggiore raffinamento del dispotismo, non si fece alcun decreto per ciò; ma furono costoro verbalmente intimati ad allontanarsi dagli stati di S. M. Né ciò è tutto: alcuni altri che erano in arresto, furono dai tribunali dichiarati innocenti e intimati a partire!!!Sull’esempio de' governi culti d’Europa, si fece una legge per favorire l'esportazione de' cereali nazionali, ed un dazio fu imposto per l'immissione degli esteri; ma urta tal legge fu per i dominii al di qua: la Sicilia dové continuare ad essere tributaria di Odessa. Sotto il governo dei due ministri, creduti liberali da chi non conosce né la libertà, né costoro, si emana un decreto, per cui, oltre alle ordinarie restrizioni della stampa, s'impone un dazio gravosissimo sull'immissione dei libri.

Si suppose che il portare un fiocco in punta della berretta fosse un segno mistico, che minacciava la pubblica tranquillità, onde il direttore generale di polizia lo vietò con un proclama: furono posti a tutte le porte di Palermo degli agenti di polizia, i quali arrestavano qualunque persona che, senza saper nulla di ciò, giungeva in Palermo con una berretta ornata in punta di un fiocco, come tutte le berrette del mondo; il minor male che gli si facea era quello di lasciargli la berretta; ma questo infelice si vedeva preso ed accoppato a bastonate.

Fra tante oppressioni, gli sguardi de' Siciliani erano rivolti a Verona. Ma i principi colà radunati aprirono finalmente gli occhi su i veri loro interessi? L'amico dell’umanità ebbe la compiacenza di veder cessare la guerra tra i prìncipi ed i popoli? Quell'augusta assemblea servì a consolidare la pace d'Europa, ovvero a destar nuovi torbidi? I prìncipi che aveano assunto l'impegno di abbattere da per tutto il mostro della rivoluzione, conobbero finalmente la vera causa delle rivoluzioni? i popoli respirarono? La Sicilia sentì alleggerire il peso de' suoi mali? — La storia può ampiamente contentare chi è curioso di saperlo.

FINE


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NOTE

1

Le crude parole ch’ei scaglia ai costituzionali di Napoli e al popolo tumultuante di Palermo si possono perdonare a un de’ riformatori pacifici dei 1812, che scrivea caldo caldo dopo la fallita de’ due tentativi del 1820, e durante la reazione del governo. L'editore avrebbe volentieri soppresso qua e là questi molti mal sonanti oggi agli orecchi di ogni Italiano, se in bocca d'uomo grave come il Palmieri non fossero un documento storico e un avvertimento non mai abbastanza replicato, che chi semina torti raccoglie odio e miseria per sé e per gli altri.

2

Lo stesso principe vicario, trovandosi da solo a solo Con Villafranca, gli avea mostrato il massimo dispiacere che in Napoli si fosse adottala la costituzione di Spagna, cattiva per tutti i versi e non. quella di Sicilia del 1812, assai più ragionevole. Tornato il domane Villafranca a parlare in consiglio delta dimanda de' Siciliani, il principe, alla presenza de’ ministri napoletani, disse a Villafranca: «Ma voi altri Siciliani, che siete pazzi a preferire la costituzione del 1812 a quella «di Spagna, che è assai migliore e più libera?» Villafranca restò sorpreso di quel tratto di doppiezza; pure gli rispose: «lo non so cosa pensino i miei concittadini; so che ciò deve decidersi dalla nazione legalmente «costituita in Parlamento.» E come quei ministri faceano delle difficoltà, il principe di Cassaro, che ivi era, alzossi e disse loro: «Signori, noi ameremmo i meglio esser soggetti a Tunisi che a voi.»

3

Questo orecchio nel quale si trovò il Palmieri o qualche suo consorte politico, rinnovava dunque la parte costituzionale o cronica del 1812, e senza dubbio si fei sentire dal luogotenente e fu gradito. Un’altra congrega più numerosa di anticronici o democratici, pochissimi dei quali eran carbonari, adunossi in una casa che potremmo nominare, e deliberò senza difficoltà che si dovesse chiedere la costituzione di Spagna e l’indipendenza: ma quanto ai modi non fermò o non eseguì altra cosa che di mandare al luogotenente persone che gli dessero questi consigli.

4

La cappella reale è una messa solenne nella quale il re di Sicilia, o chi ne tien le veci, siede e partecipa come legato apostolico.

5

Il Palmieri non si trovava sul luogo, né forse in Palermo. Noi sappiamo da uno che il vide con gli occhi proprii, e che non mentirebbe a rischio di mille morti, che un militare saliva sullo zoccolo della statua, e gittavale a capestro una gomena che tutta la folla di giù cominciò a tirare al suono della musica militare e de' plausi. È naturale che si ruppe la testa, tua non cadde la statua; che per altro non sarebbe stata una gran perdita per l'arte. Questo seguì il 16 luglio su l'imbrunir della sera: il popolo era entrato nel castello la mattina.

6

A tali dubbi potrebbe aggiungersene un alito. Dopo il ritorno del re, quando si vollero punire tutti quei militari, che aveano avuto parte alle rivoluzioni di Napoli e di Sicilia, Naselli e La Grua furono lasciati collo stesso grado e soldo, ed intanto fu levato dal servizio attivo più di un uffiziale di sommo merito senza colpa.

7

Il re, per ovvie ragioni, volle suscitare una controrivoluzione in Sicilia che gridasse la costituzione del 1812. Lo commise, per necessità a Naselli, asino vigliacco. Questi dunque naturalmente aiutò i cronici che si prometteano di sollevar il popolo per la costituzione del 1812 e l’indipendenza, e di opporlo come spauracchio al presidio napoletano che più o meno forte gridava costituzione di Spagna, e ai democrati di Sicilia che volean questa e l’indipendenza. Indi le porle del castello aperte e le armi lasciate prendere alla plebe. Ma la plebe per istinto proprio e suggestioni della fazione contraria si gettò dal canto di questa e rispinse gli agitatori cronici e regi ch’erano ormai tutt’uno. Dunque il luogotenente, la notte dopo il 16 loglio 1826, volle raffrenare coi soldati il tumulto ch'egli avea mosso la mattina. Allo strepito delle armi tutti i cappelli, cronici e anticronici, gente, da pochi all'infuori, sommamente pacifica, si ritiraron alle case merli di paura dicendo che era sdegno. I berretti, che non avean paura di nulla al mondo, vedendo le truppe in atteggiamento ostile, sentirono quel che probabilmente prova il mastino in faccia a un altro cane che gli mostra i denti; e perciò fecero un fascio de' soldati e del Luogo te nenie. L’artifizio della corte di Napoli dunque in parte riuscì, in parte fallì.

8

Se per saccheggio il Palmieri intende guaito, dice il vero; se vuol significar rapina, come suona la parola in. italiano, ei ripete di buona fede una calunnia. La roba della casa de' giochi fu tutta arsa in piazza Vigliena il dopo pranzo del 16, e uno sciagurato che osò di rubare non so che, ne fu pagato con una sciabolata al capo. All’uffizio del Demanio non ci era da rubar che carte. Ma tutto fu arso. Il popolo irruppe nella casa di Ferreri verso il tramonto e cominciò a buttar tutte le masserizie dalle finestre e n’arse la più parte. Alcuni allora rubarono come avrebber fatto in piena pace se avessero trovato le porte aperte, ma tra cotesti furti e il saccheggio corre lo stesso divario che tra un assassinio e un combattimento, e il fatto così appartiene alla classe dei misfatti privati.

9

Il saccheggio è una prova della corruzione del popolaccio; ma l'aver fatto una tale istituzione, contro ogni principio di pubblica morale, prova che il governo era più corrotto della plebe.

10

Vaglica era un frate rubicondo, ignorante, capace solo di menar le mani. Non merita i sarcasmi triti e dozzinali che gli saetta l’autore; perché al contrario fece fatti e non parole, e di più risparmiò il sangue, concorse a rimetter l’ordine pubblico, e non raccolse altro frutto dal favor del popolo che di mutare per un mese o due, le lane di san Francesco con un bell’uniforme di colonnello, e il chiostro con la casa d’una prima donna del teatro di musica.

11

I particolari del combattimento del 17 luglio 1820, esposti con poca esattezza dal Palmieri, si correggano nel seguente modo.

Siede Palermo in vasta pianura che, digradando insensibilmente. si termina a greco sulla spiaggia. Città rettangolare, tagliala in croce, da due strade spaziose e dritte: la longitudinale si chiama il Cassaro, e corre dalla reggia infino alla marina, stando la reggia fiancheggiata da due bastioni sul lato più alto della terra a libeccio; tra due belle piazze, l’una delle quali in città, chiamata la piazza del palagio reale: l’altra fuori, detta il piano di santa Teresa: all’angolo settentrionale della città sporge il castello bagnalo da due canti dal mare. Il generale O’ Farris succeduto nel comando supremo a Church, per domare e disarmare cosi fatta città, area ordinato tutte le soldatesche del presidio, fuorché i veterani e un po' di gente lasciata nel castello; e sommavano a più di cinquemila uomini con un reggimento di cavalli della guardia reale e giusto numero d'artiglierie da campo. Schierolli 0’ Farris io guisa che la battaglia, protetta da’ tiri de’ due bastioni, occupava la piazza del palagio: a dritta una forte schiera, spinta un po’ innanzi la linea, s’afforzava nella piazza di S. Cosimo accennando a un'altra strada principale parallela al Cassaro: a sinistra similmente un nodo di fanti occupava quella che dicesi la Piazzetta, minacciando di scendere per un’altra via parallela alle due prime: alle spalle il grosso de’ cavalli nel pian di santa Teresa: all'antiguardia un reggimento di fanti detto degli Esteri, con una torma di cavalli e artiglierie, pronto a sboccare giù pel Cassaro. Così il generale O’Farris credea poter operare centro II popolo con distaccamenti più o meno forti per tre linee parallele e comunicanti tra loro, sempre spalleggiate dal corpo principale ch’era ristretto intorno al palazzo, e assicuralo da’ bastioni di (fucilo, con un piede in città l'altro in campagna: il quale ordine è stato biasimalo perché il popolo vinse, ma non credo possa accusarsi, a cagione d'aver avviluppato i snidati nel labirinto d’una città. Se il governo volea disarmare al momento il po polo, non gli rimanea altro partito che questo, o un bombardamento né preparato, né possibile, né utile, perché suol fare più' paura che danno. Bel resto non mi sembra molto diversa la disposizione delle soldatesche di Parigi in luglio 1830.

Come prima si videro questi preparamenti, cinque o sei cittadini pacifici corsero a casa del luogotenente, che era fuor la città sotto il castella; e impetrato da lui uno scritto per sospender la mossa delle soldatesche, tornavano a queste frettolosi. Non incontraron ripulsa alle guardie avanzale di san Cosimo; ma quelle della colonna che mettea capo al Cassaro, brutalmente li maltrattarono e ne feriron due a morte. a questi un pugno di popolani, dicon che i più fossero preti, fece fuoco su i primi scorridori della vanguardia, ed essa marciò assottigliata in due file rasentando d’ambo i lati le case e sparando agii inermi fino alle donne e fanciulli che si faceano alle finestre; crudeltà tutta gratuita perchè i cittadini che abitano i piani superiori nonché mescolarsi nel conflitto ne tremavano. Eran le nove della mattina. Così il reggimento degli Esteri attraversata tutta la città scese pressoché alla marina, con ostinato ma impotente contrasto di poche centinaia di popolani. Giunto ai centro della croce delle due strade maggiori, il comandante avea spiegalo una o due compagnie di fanti e una man di cavalli a sinistra; ma questi incontrarono duro intoppo dopo due o trecento passi alla Conceria. Intanto il popolo ingrossava da tutti, i lati, combatteano i preti, le donne e i fanciulli senza però che si destassero i nobili né il medio ceto da pochi individui in fuori: e gli Esteri cominciarono a balenare, a ritrarsi tanto o quanto ordinati su per lo Cassaro; lasciando già qualche artiglieria: i due posti di dritta e sinistra, al par che quello della fronte, ripiegarono sul centro, tutti ricacciati alla rinfusa nella piazza della reggia, ove li proteggeano le artiglierie grosse dei due bastioni e li assicurava Io spazio largo da potere spiegar loro ordini militari.

Per tal modo combattendosi in fino a mezzodì, e rimaste senza guardie le prigioni al basso della città, i carcerati sforzaron le porte, o ci fu chi le aprì loro con pessimo consiglio, perché il male di sferrar que’ ribaldi era certo, l’aiuto loro dubbio, e non necessario. Già il popolo assaltava le soldatesche nella piazza del palagio, quadrata a un dipresso da potervisi spiegare in linea tre battaglioni: le assaltava di fronte, seguendo il frate Vaglica; di fianco dal quartier militare di san Giacomo, che occupò: e dalle stradelle sotto il monistero di santa Elisabetta: d’ambo le parti si pugnava con artiglierie, schioppi e armi bianche: ma non ressero gli ordini all'impeto furioso del popolo. Si sgomenaono gli stanatali, volger le spalle fuggendo verso il pian di santa Teresa dalle due porte contigue al palazzo: e peggio rimescolati in questa più che ritirata non si rallestarono nell'altro piano, infettaron del concetto timore i cavalleggieri, ognun gitta le armi, corrono spicciolati senza saper dove per le campagne, e tutti cadon prigioni. li popolo li inseguiva. Avea occupato la reggia non ostante i fuochi incrociati dai due bastioni. E già sonavan le tre dopo mezzogiorno.

Poco appresso si imbarcò il luogotenente Naselli; né andò guari che cadde in mani del popolo il castello, difeso con bravura dal picciol presidio che v'era rimaso. Le campane innumerevoli della città,le quali non avean cessato i tocchi dell’allarme per tutte le sei ore che durò il combattimento, suonarono allora a distesa: e fu cosi che cronici e anticronici, pari e carbonari, sbarrati tutti nelle case maledicendo la sciocchezza del popolo e desiderando forse la vittoria delle soldatesche per poter meglio esalare que' lor sopraffini concetti politici, seppero che il popolo trionfava. Né si affrettarono ad uscire: non, restava gran pezza del giorno: che fare la notte per le strade sparse di cadaveri, d’armati, anneriti il viso di polvere, macchiati di sangue le lacere vestimenta, con quelle pericolose armi da fuoco 'alle mani, con le bestemmie e il grido «viva santa Rosalia» sulle labbra? Era questa compagnia per un gentiluomo, e con tal gente che avean essi da fare? La guardavano con la stessa paura e disprezzo insieme con che un cittadino romano infemminito del quinto secolo vedea irrompere le caterve degli Unni e de' Goti.

Mancarono nel popolo una sessantina di morti o poco più feriti: de’ soldati non si fece il novero, ma la perdita passò senza dubbio quella de’ vincitori: i prigioni maltratti con parole più che con falli; e sì bizzarro è il popolo che fe’ servire sorbetti ad uno stuolo di militari condotti dalle campagne sotto la sferza d’un sole siciliano di luglio. Pochi o nessuno ucciso quando gettava le armi: i quartieri, le case tutte de’ militari e il palagio reale saccheggiati, anzi spazzati fino all’ultimo spillo che vi si trovasse, poiché s’eran venuti a mescolar con le turbe i carcerati e i condannati, né la plebe era più quella del dì innanzi vaga sol d’ardere stemmi e carta bollata.

12

L'omicidio per cagioni politiche e fuori il combatti mento, è certamente un misfatto. Ma Cattolica ed Aci s'erano esposti al ragionevole furor del popolo, suscitandolo il giorno 16, e mettendosi alla sua testa per far gridare la costituzione del 1812, che il primo vagheggiava come nobile e cronico, e che il secondo avea oppugnato dal 1813 al 1813, e ora rivolea per farsi strumento della corte di Napoli e accendere la controrivoluzione. Accorgendosi che prevalea la voce di costituzione di Spagna, entrambi si ritrassero. Cattolica andò per imbarcarsi col luogotenente Naselli, e, respinto da quello, tornò a terra con tutte le sembianze di traditore. Aci fuggì sulle prime di Palermo e poi tornò senza dubbio con lo stesso intento di far brighe, e perciò volle andar prigione non alle carceri, ma alla Conceria; sperando nella familiarità d’alcuno di que' ribaldi e nella corruzione di tutti. Ma con tanti odii pubblici e privati addosso. il gioco era pericolosissimo, ed ei vi perdè la vita.

13

L’adunanza si tenne la stessa sera del 17, e il decreto si promulgò il dì d’appresso.

14

I componenti della giunta furono il cardinal Gravina, presidente, il principe di Paternò, il duca di Monteleone, il principe di Fitalia, il principe di Pantellaria, il conte di san Marco, il principe di Pandolfina, il marchese di Raddusa, il retro ammiraglio Ruggiero Settimo, cd il principe di Castelnuovo, che ebbe il coraggio di negarsi e la sorte di non esser cercato. a costoro furono uniti per collaboratori: il barone Pasciuta, il dottor Salvatore Batolo, il duca di Cumia, il dottor Gaspare Vaccaro, il dottor Antonio Turretta, il dottor Salvatore Ognibene, il dottor Giuseppe Mora, il dottore Stefano Tomaso, il dottor Ignazio Scimonelli, il dottore Stefano Campo; l’ex-ministro Gaetano Bonanno fu fatto cancelliere della giuntale gli si diè l’amministrazione delle finanze.

15

Egli è ben curioso il considerare, che mentre fra i signori siciliani, altri eran massacrati, altri strappati a forza dal loro ritiro. e tutti multati ed in altro modo maltrattati; gl'insani giornalisti ed oratori di Napoli accagionavano quelle ree vicende ai baroni, ed assordavano il mondo con continue diatribe contro la feudalità e le caste privilegiate. È ormai manifesto che le calamità della Sicilia e di Napoli si devon tutte alle illusioni democratiche, e che questi popoli sono al maximum della schiavitù per le stolte insinuazioni di coloro che voleano il maximum della libertà. I baroni Siciliani potevano avere un interesse a desiderare la costituzione del 1812: resta al saggio decidere se con ciò erano immolati o difesi i dritti della Sicilia. Si sa come questa voce, d'altronde non proferita da’ baroni, venne soffocata; si sa che i mezzi che si adoperarono per soffocarla, produssero poi tanti orrori. E certo ci volle un’impudenza somma per gridar continuamente in Napoli di abbatter l'idra baronale in Sicilia, mentre il popolo di Sicilia e quello di Napoli erano fra gli artigli dell’idra plebea.

16

Forse allora il cardinale disse internamente ciò che dicea Benedetto XIV, quando benediceva il popolo romano: «Populus iste volt decipi, decipiatur.»

17

Tutto questo è una esagerazione, è l’ombra che addensa il dipintore per fare risplendere la luce dell’ angiolo liberatore. Replichiamo che il Palmieri non fu certamente testimonio oculare, e ciò che gli riferirono senza iperbole era solo il terrore de’ nobili e cittadini maggiori. Noi per altro diciam qui esagerazione e non favola.

18

Naselli e i suoi, fuggendo a precipizio, come prima seppero la sconfitta, disser questo tra per paura, scusa propria e malizia. Le discolpe stampate a Napoli da Naselli, incoerenti e bugiarde, ribadiscono tutte le accuse sopra di lui, ma spiegano men goffamente la commedia dello stivale. Il tenente generale Naselli pretese, e crediamo anche che in buona coscienza suppose d’essere stato ferito alla gamba da una palla; che non sarebbe stato impossibile, magli attestati dei medici pubblicati da lui indicherebbero più tosto una contusione, una scalfittura per troppa pressa di montare su la nave.

I militari fatti prigioni dopo la sconfitta del 17 luglio furon custoditi nella vasta casa de’ Gesuiti detta di san Francesco Saverio, e in parte in un altro monastero abolito alla Zisa. Eran trattati non che dolcemente ma liberalmente provveduti d’ogni cosa bisognevole.

19

Né punto né poco. Le due picciole batterie delle quali vuol dire il Palmieri avean pochissimi pezzi, né pare che i fuochi incrociati giovassero quando si potea temere, non già uno sbarco, ma qualche bordata tirata a caso su la città. Molto meno crediamo che le artiglierie situate dietro il parapetto della banchetta potessero nuocere, se ben montate su i carri e ben maneggiate.

20

Questo non è vero. I consoli ignoranti come la plebe, ma senza l’energia di quella, assentivano dopo aver balbettato più o meno sciocchezze; ma que’ che deliberavano erano i deputati della giunta cioè nobili avvocati e altre persone ragguardevolissime. Galeotti per certo non ce n erano. Dunque non erano i nomi dei preposti al governo que’ che lo discreditavano, ma l’andar loro timidi e a ritroso senza, né cuore, né ingegno, né volontà di reggere la rivoluzione.

21

Giudizio troppo severo che sa di bile di parti. Requisens pare anzi il solo che volesse davvero la rivoluzione: ma non era peso per le sue spalle.

22

Ecco questa dignitosa risposta scritta come crediamo da Giovanni d’Aceto compilatore del «Patriottico» nel 1814 e 1820; e autore dell’opera «De la Sicile et de' ses rapporta avec l’Angleterre a l’époque de' la constitution del 1812. Paris 1826.»

A S. A. R. il Principe Vicario Generale, ec., ecc.

I PALERMITANI

Una crisi violenta ha scosso la società sin dalle sue fondamenta, e ne ha minacciato la distruzione. Una gloriosa rivoluzione premeditata con senno, e consiglio, eseguita con calma e con coraggio, e sostenuta dalla forza armata si era già operata in Napoli. Cominciata nella notte de’ 2 luglio, ebbe essa tosto il suo termine in quella de’ 5. La libertà, che ne fu il frutto, e ch’era non men cara a’ Siciliani, fu il dono funesto che servir doveva come di elemento alla nostra disorganizzazione. a produrre un effetto cosi inaspettato, e a far siche un dono cosi prezioso fosse per noi divenuto un germe di calamità, e di sciagure, uopo era al certo di tanti errori insieme riuniti quanti dal Governo se ne commisero in tal circostanza; e se questo si ebbe da esso in mira, può bene egli applaudire a’ suoi sforzi. Le misure prese ebbero il loro successo. L’anarchia, il disordine, e la guerra civile minacciarono questa capitale. Ma la Providenza, che spesso veglia più che i Governi, alla salvezza de’ popoli, ci liberò da tanta rovina. Il popolo Siciliano, nemico delle rapine, docile di carattere, rientrò tosto nell’ordine, e dando al mondo un esempio della più rara moderazione, ha con ciò saputo acquistare dei nuovi titoli alla stima, e considerazione delle altre Nazioni. In tale stato di cose. ed appena usciti da sì penosa situazione, ci giunge il proclama di V. A. R. in data de20 luglio. V. A. R. ricusa di chiamarci figli; rinfacciandoci i benefici! da noi ricevuti, ed i sacrificii da v. A. R. fatti per il nostro bene, ci accusa d’ingratitudine, ci chiama or sediziosi, or ribelli, or faziosi; ci impone di rientrare sotto la ubbidienza del Re, ci promette obhlio, amnistia, e perdono, e ci minaccia infine delle nuove disgrazie nel caso di nostra ostinazione.

Noi non possiamo nascondere a V. A. R. la profonda afflizione e dolore, di cui siamo stati tutti penetrali alla lettura di questo proclama. Esso non ha servito, che ad aprire delle ferite, che bisognavano in vece di balsamo; ed in esso, anziché riconoscere il cuore paterno di V. A. R. chiaro si scorge lo stile, lo spirito, i principi! di coloro, che mai consigliando V. A. R., han sempre cospirato all’asservimento della nostra patria.

Questa filiale e rispettosa Rimostranza, che deponiamo a’ piedi di V. A. R., giunta a’ voti di cui sarà organo presso V. A. R. la deputazione di già spedita, servano a convincerla del filiale attaccamento e tenerezza, di cui è tuttora animata questa popolazione per V. A. R.

Noi ameremmo in vero di stendere un velo sul passato, e non riandare degli avvenimenti, che non servon oggi, che a maggiormente inasprire gli spiriti: ma la taccia d’ingratitudine è così nera e pesante, che noi dobbiamo a V. A. R, a noi stessi, alla Europa intiera il giustificarci di tale imputazione. V. A. R. anziché crederti ingannata dalle dimostrazioni d’amore, e di fedeltà che le abbiamo sempre fatto, lo è certamente dai perfidi consigli di coloro, che la persuadono, che tutti i sagrificii fatti sieno dal lato della Corte, e tutti i benefici dal lato della nazione; di coloro in somma, che le insinuano, che i popoli sieno fatti per la convenienza de' principi, e non li principi per il ben essere de’ popoli.

Quale è dunque stata sin’ora la situazione della Sicilia? Qual è stata la sua sorte? Per ben due volte S. M. il Re Vostro Augusto genitore, e tutta la real famiglia costretta ad abbandonar Napoli venne a cercar tra noi un asilo. Quali prove non diede la nazione altura di fedeltà, divozione, ed attaccamento? Essa non solo mantenne la corona nel suo splendore, ma forze e mezzi apprestò al Re, onde riacquistare il regno perduto. I di lei tesori furon profusi per il lauto mantenimento di stuolo numeroso di emigrati Napoletani. Ecco i sacrifizii fatti dalla nazione siciliana. Quali ne furono allora i beneficii, e i vantaggi? Una Corte permanente fu promessa alla Sicilia in solenne parlamento: Fu questa promessa mantenuta? Ritornata la seconda volta la Corte nel 1806, migliorò forse la sorte della Sicilia? Gli onori, le cariche. e le pensioni dello Stato non si profusero che a Napoletani. Il denaro dello Stato fu dissipato in inquisizioni, e spionaggi, nel mantenimento di una numerosissima armata Napoletana, e ad assoldare masse di emissarii, e briganti che infestavano il regno di Napoli. La Sicilia in somma fu una colonia governata da un gruppo di emigrati Napoletani. In questo stato di cose, ed allorquando la Corte fu obbligata, per far fronte a tante profusioni, ad imporre de’ dazii illegali, ed arbitrarli, allora si fu, che la Sicilia vide alcuni de' suoi migliori Cittadini strappati nel bujo della notte dal seno delle loro famiglie da forza militare, e relegali in isole, nella più dura e penosa detenzione, come perturbatori della pubblica tranquillità. Quale fu mai il delitto di costoro, se non quello di protestare rispettosamente contro la violazione delle leggi fondamentali del regno? La Sicilia si pronunziò allora per la costituzione d’Inghilterra; fu questa adottata. Fu V. A. R. creata da S. M. Vicario Generale del regno. Fu decisa e solennemente sanzionata la indipendenza di questo regno. S. M. ripigliate le redini del governo, solennemente promise nel parlamento del 181$ il mantenimento non solo, ma il compimento ancora della costituzione adottata. Ritornò il regno di Napoli sotto il dominio di S. M. Quali furono i benefizii, che la Sicilia ottenne? Fu essa immediatamente spogliata della sua nuova costituzione non solo, ma di quella ancora che. per il corso di tanti secoli, tutte le antecedenti dinastie avean sempre giuralo di mantenere, e religiosamente rispettato. Strappata la sua bandiera, infranti i suoi patri stemmi, abolita la sua moneta, e cancellato perfino il di lei nome, che ha sinora cotanto brillato nella Storia del mondo: degradata, avvilita, ed insultata, fu in fine ammessa all’alto onore di essere una delle provincie del regno di Napoli, ossia delle due Sicilie.

Quali furono i compensi, ch’essa n’ebbe? Per la prima volta si videro le madri strappati i giovani figli, non per la difesa della patria, ma per popolare le schiere napoletane ne’ lontani lidi della Faglia; la carta bollata, il registro, tant’altri dazii non men pesanti arbitramente imposti, facendo giornalmente passare in Napoli le ricchezze del paese, avean fatto da per tutto succedere alla prosperità, e all’opulenza la più squallida miseria. Una mania di sistemi, e di organizzazioni novelle manteneva la vertigine e il disordine in tutte le amministrazioni, la incertezza in tutti gli spiriti. Falangi d’impiegati, scelti da ciò che la Sicilia avea di più abietto in ogni classe, inondarono la Sicilia per esaurirne le ultime risorse. Il desiderio d’impieghi avea già guadagnato tutte le elesse de’ cittadini, e a gara eran da tutti abbandonate le utili professioni, le arti, la industria, altronde avvilite, per la carriera degli impieghi, che si riguardava come l’unica, ed estrema risorsa. Da’ più piccoli a’ più gravi interessi tutto si definiva in Napoli. Migliaja d’infelici ogni giorno astretti erano a varcare il mare, e po, potando le scale, ed anticamere di ministri invisibili, presentavano il più degradante spettacolo della nostra umiliazione. La persona stessa di V. A. B., che con le auguste funzioni di Luogotenente, e con il lustro di una Corte soddisfaceva, se non gl’interessi, le imaginazioni almeno de' Siciliani, fu per sino richiamata da quest’isola e strappata dal nostro seno.

Si è operata la rivoluzione gloriosa di Napoli. I Napoletani han guadagnata la loro libertà. Il governo dovea ben presumere, e dubitare almeno dalle conseguenze del contracolpo nello stato, e disposizione, in chi erano qui gli spiriti. Esso ne fu avvertito; e sollecitato da diversi Siciliani residenti in Napoli(1): delle misure furon proposte atte ad evitare quanto è accaduto: furono esse spregiate, e rigettate. Quali disposizioni si presero? Il Segreto ed il Silenzio! Nel giorno 6 fu in Napoli consumata la rivoluzione. Le più essenziali misure per il nuovo sistema costituzionale si pubblicarono quasi tutte in quel giorno, e non ostante, che de’ telegrafi tanto onerosi allo Stato, e dei legni da guerra d’ogni sorte solessero essere di una straordinaria attività, ove si agiva di recarci calamità e pesi, si lasciarono in sì importante momento nella inazione. Tutte era consumato in Napoli il giorno 6, ed intanto non fu prima del giorno 15, e non pria che de’ legni mercantili avessero già recato la nuovi de' gli accaduti avvenimenti, che si pubblicò da questo governo il primo proclama di S. A, alla nazione del regno delle due Sicilie in data de’ 6. Ignorava forse il governo, che noi mancavamo, di guardia civica, e d'interna sicurezza che te nostre milizie erano state disarmate disciolte, ed annientate?

Non si sentiva pertanto da per tatto che voci di esultazioni, e di gioja. Militari e pagati festeggiavano a gara una sì lieta nuova. La irruenza, e violenza di un gener rate fu il segnale de’ disordini, e della confusione. Il Luogotenente generale ondeggiando tra la imbecillità e il terrorismo, decise la fatale catastrofe. Fu ceduto alla plebe il Castello e le armi. I disordini non ebbero progresso. Si volte nella notte de’ 16, contro il parere della Giunta, far prender te armi alla guarnigione, e farla marciare contro la popolazione. Ciò diede luogo alla fatale giornata de’ 17, ed a disordini; che ne furono la conseguenza; che ogni buon cittadino amaramente' deplora. E chi mai avrebbe potuto prevederne il termine, se la moderazione di un popolo naturalmente pacifico, e l’attività e zelo de' Consoli delle corporazioni, ed arti, la di cui condotta non si può encomiare abbastanza, non avesse fatto tutto rientrare nell’ordine? Egli è adunque contro il governo, che noi abbiam dritto di reclamare per li accaduti disordini, di cui. si è egli fatto autore, ed è su di esso solamente, che ne gravita la più odiosa responsabilità.

Tutto oggi è in fine tranquillo, ed una Giunta provvisoria di governo chiamata dal pubblico voto, e preseduta dal Sig. Principe di Villafranca lutto regola e dirige. Il voto però di questa capitale, e di tutta l’isola non è perciò men forte, né men deciso per la libertà, o per la indipendenza sotto il governo di un principe della real famiglia. Tutti son convinti, che senza Indipendenza non v’ha libertà, e tutti son decisi a difenderle entrambe sino all'ultima stilla di sangue. Esse periranno insieme, ma prima perirà con esse ogni buon Siciliano. Se in alcuni angoli della Sicilia gl’intrighi de’ faziosi, de’ privati interessi, la forza degl’impiegati del governo riesce ancora a comprimere questo voto, lo scoppio non sarà ivi che più terribile, e fatale a coloro, che di comprimerlo procurano.

Non possiamo or noi abbastanza deplorare l'errore nel quale si è fatto traviare l’animo di V. A. R. nel farle confóndere il voto unanime e deciso della nazione siciliana per la libertà, ed indipendenza della sua patria a’ movimenti sediziosi, o’ misfatti momentanei di pochi, individui, co' quali si Micie con obbrobriosi artifici macchiare il patriottismo di questa popolazione, e la santa causa, ch’essa ha impreso a difendere. Noi ardentemente scongiuriamo V. A. R. a nome della nazione siciliana, perché ingannata forse da consigli dettati da privato interesse, o da malintesa vanità nazionale non abbandoni ad imprudenti e disastrose misure, né macchiar voglia con esse i primi passi che fa il popolo napoletano nella gloriosa carriera della libertà.

Si rammenti V. A. R. che queste potrebbero essere ugualmente fatali agl’interessi di due popoli fratelli nati per amarsi, non per combattersi, né signoreggiarsi tra loro; si rammenti infine, eh’ esse potrebbero esserlo ancor più forse a quelli del trono medesimo, e della regnante dinastia.

Palermo, 3 agosto 1820.

23

Sembra che il giudizio delle persone più famigliari al Palmieri e nimiche del principe di San Cataldo l’abbian mostrato al nostro storico più colpevole ch’ei non era. Il vero fallo di San Cataldo fu di credersi chiamato dal cielo a fare il Mina più tosto che a sollazzarsi con la famiglia e con gli amici nelle sue ville.

Il saccheggio di Caltanisetta ancorché non si possa apporre a indole brutale del capitano, ma ad incapacità di reggere quegli spaventevoli elementi che avea scatenato, fu lagrimevole, esecrabile, apportatore d’infiniti mali a tutta la Sicilia. I Caltanisettesi a ragione chiamano il 1820 l’anno dell’assassinio, ma a torto né accuserebbero la causa che si volea sostenere.

24

I Caltanisettesi, che trattandosi del principe di Fiumesalato non sono certamente imparziali, dicono che egli, avendo avuto la miglior parte della preda, ritornò in Palermo per godersela. Altri asseriva che egli, prima di partire, avea speso per il suo uso il danaro datogli per la spedizione, e quindi dovette ritornare il Palermo per ottener nuovi soccorsi. Egli stesso si scusa con dire, che essendosi sbandala là sua gente dopo il saccheggio, non fu più in istato di andare avanti. Noi siamo inclinati a credere calunniose le prime imputazioni; ma non sapremmo menar buona la sua scusa. Potea mai in si rea stagione mancar seguaci ad un principe di Fiumesalato? In qualunque modo però, la condotta di quest’uomo in tutta l’epoca di cui scriviamo fu così insana, che riuscirebbe assai difficile il farne l’apologia, e dileguare dalle menti siciliane le pessime prevenzioni contro di lui.

25

Il principe di Villafranca propose allora che la giunta dovea fare una pubblica dichiarazione, per riprovare la condotta di coloro che aveano commesso degli eccessi. Ma il capitan generale non volle. perché ciò avrebbe intiepidito il coraggio dei soldati!!!

26

Fratello dell’autore. Se questi fosse stato invece di fratel germano, suo capitai nemico, ma avesse amato pure la verità, non avrebbe potuto troncare una soia parola in tutto il racconto. Tutta la Sicilia è testimone del gran cuore e dell'animo intemerato del militare Palmieri. lodatissimo non meno che lo storico fratello per modestia civile, virtù pubbliche e private, e nobile disprezzo della fortuna.

27

Non è vero che i soldati di Costa avessero cominciato a. metter già le armi. Quest’Orlando, che pare il mal genio del principe di san Cataldo, disse d’essere stato colto alla sprovveduta del nemico, col quale si trovata a fronte da uno o due giorni. Il diremmo anzi traditore se la storia potesse pronunziare questa orribile condanna au le sole apparenze e su la voce pubblica. che non mancò di notarlo di perfidia e rapina.

28

Nella città di Caccamo, un cappellano di quei reggimenti, visto un macellaio che vendea salsiccia, ve ne prese quanta colui ne avea; e gli fece la ricevuta di tutta quella salsiccia in conto delle sue razioni di viveri. Un tal cappellano non negava certo l’assoluzione ai soldati che si confessavano per aver fatto altrettanto. E costoro ai diceano liberali!

29

Innanzi il 25 settembre una sola zuffa seguì tra la guardia civica e le masnade stipendiate; e in quella perirono due cittadini. Del resto si gridò. spesso all’arme ma per timor panico o errori. Si noti che i popolani armati e stipendiati, avanzo delle torme del 17 luglio, erano stati già scompartiti tra tutti i posti della guardia civica, ove la forza di questa guardia li avanzava di gran lunga nel numero. Palmieri guarda sempre il popol minuto con una lente che l’ingrossa e scontorce da farne un orribile mostro.

30

Ecco questa petizione accompagnato d’un quadro dei comuni che s’erano accostati alla rivoluzione e presentavano 1,013,079 abitanti cioè tre quarti a un di presso della popolazione.

SACRA REAL MAESTÀ

SIRE

La giunta provvisoria dì Palermo ascrive a sua somma ventura potere, dopo tante disgustevoli vicende, far giungere una volta alla M. V. i sensi suoi, ed essere l’organo della volontà della maggior pane de’ vostri sudditi di questo Regno di Sicilia.

Sin dal momento che giunse in questa Capitale la notizia di aver la M. V. accordata a tutti i sudditi la Costituzione Spagnuola, un sentimento universale di giubilo ai palesò in questo popola. Ma un tal sentimento non potè andar disgiunto dal desiderio di un governo indipendente. Noi non osiamo, Sire, di rammentar alla M. V. le funeste cagioni dei disordini a V. M. pur troppo noti, che penetrarono i cuori di tutti i buoni Siciliani.

Questa giunta, chiamata a riparare i mali dell’anarchia, prodotta dalla mancanza di qualunque governo, fra le gravi e penose cure di ristabilire la pubblica tranquillità, non trascurò da una mano di spedire alla M. V. una Deputazione per rappresentarle la verità dei fatti occorsi, e farle noti i desideri di questo popolo per l’indipendenza; e diede dall’altra avviso di tutto ciò ai Comuni del regno. La maggior parte di questi 4 si sono affrettati a proferire lo stesso voto della Capitale, e molti di essi hanno anche spedito loro Rappresentanti per sedere fra noi.

Dopo un lungo ed affannoso aspettare, è ritornata infine una porzione della Deputazione spedita a’ piedi di V. M. la quale ci reca la consolante notizia che la M«V. si sia compiaciuta di riconoscere la giustizia dei nostri voti, e si degnerebbe accordar alla Sicilia la sua indipendenza, sempreché ciò le venisse richiesto dalla città di Palermo, e da tanti altri Comuni quanti addimostrassero il voto della maggior parte de’ Siciliani.

Noi, Sire, con tanta maggior fiducia avanziamo ora alla M. V. le nostre suppliche per l’indipendenza, in quanto ciò è stato promesso a nome della M. V. ai nostri Deputati da S. E. Sig. Tenente Generale D. Giuseppe Parisi, Presidente di codesta Giunta di governo. e dai due membri della stessa Sig. Barone D. David Wespeare, e Sig. Colonnello Russo.

Il desiderio dell’indipendenza, non è in noi figlio, né di privato interesse, né d’irrequieta smania di novità; esso è il risultato dei nostri antichissimi dritti, e delle leggi stesse costituitive della monarchia. Questa monarchia nacque io Sicilia, il volo de’ Siciliani diè la corona al 1° Re Ruggieri. L’imperator Federigo, non solo rispettò il trono Siciliano, ma. per dare all’Europa un solenne testimonio dell’indipendenza di questo regno, concesse alla Sicilia lo Stemma che l’ha sempre distinta. Il voto de’ Siciliani, il loro sangue, i sacrifici loro richiamarono al trono la linea legittima de’ nostri Re, che n’erano stati esclusi dall’invasione Angioina; fissarono le leggi fondamentali della monarchia, e stabilirono l’assoluta indipendenza di questo Regno. E comecché le vicissitudini politiche avessero in seguito ridotta la Sicilia ad essere governata da Principi altrove resi denti, pure essa conservò sempre un particolare governo, e i dritti suoi, lungi d’essere stati cancellati, hanno ricevuta nuovo vigore dal giuramento di tutti i nostri Re. E la stessa M. V. si degnò di giurarli nel salire al trono, e poi di confermarli in modo più solenne nel 1812.

Dal 1816 in poi la Sicilia ebbe la sventura di essere cancellata dii rango delle Nazioni, e di perdere ogni Costituzione. Ma in un momento più favorevole si è indotta la M. V. a secondare il desiderio. dei Sudditi, e conceder loro una libera Costituzione.

Mentre, Sire, la gioia echeggia in tutti gli angoli dei Vostri domini, può il cuore paterno di V. M. esser chiuso alle giuste dimande de’ Vostri sudditi Siciliani? Noi dimandando l'indipendenza della Sicilia vogliamo fruire di tutti i risultati che scaturiscono dalla Costituzione Spagnuola, che V. M. si è compiaciuta di accordarci, ma non chiediamo che si alterino le leggi della successione al trono, né che si rompano que’ legami politici che dipendono dall'unicità del monarca.

Sire, son questi i voti, non del solo Palermo, ma dell’intiera Sicilia. Mentre l’opinione di molti Comuni è traviata dallo spirito di fattone, o compressa dalla forza, non è potuto conoscersi il voto libero dell’intiera Nazione Pure dal quadro che ci facciamo un dovere di 8ommetterle, potrà la M. V. scorgere. che la maggior parte del popolo siciliano ha pronunziato il suo voto per l’indipendenza.

Seguono le firme.

31

Lettera del Tenente Generale D. Florestano Pepe, Comandante le truppe in Sicilia, a S, E. il Principe di Villafranca, Prendente delta suprema Giunta Prov vitoria di Governo.

Eccellenza,

Ho l'onore di riscontrare il di lei foglio de' 13 corrente. Propone l’E. V. una sospensione d’armi. Ciò supporrebbe uno stato di guerra, e noi non siamo al caso. Ho veduto i Signori Deputati. Le idee che mi hanno comunicato sono quasi conformi agli ordini, che ho ricevuti da S. A. R. il Principe Ereditario Vicario Generale.

Le truppe ristabiliranno l'ordine ovunque sia stata turbato; senza rammentare il passato. Si cercherà in seguito conoscere la volontà di tutta la popolazione della Sicilia per mezzo di Deputati regolarmente convocati. Il voto del maggior numero di essi deciderà, che si ottenga dalla Sovrana bontà ciò che S. A. R. ha promesso per la felicità de’ suoi sudditi.

La volontà del Re, e l’interesse comune di tutti gli abitanti del Regno delle Due Sicilie prescrivono di evitarsi qualunque effusione di sangue: farò di tutto per confermarmivi, a meno che non sia costretto dalla imperiosa necessità.

Il comando Generale delle armi di questa isola mi è affidato. Tutte le truppe di qualunque genere esistenti qui debbono per conseguenza dipendere dai miei ordini.

Prego V. E. inviarmi subito in Termini lutti i militari costà detenuti nello stato in cui erano pria del disordine.

Quartier generale di Cefalù, 18 settembre 1820.

32

Lo stesso general Pepe era stato un mese prima in Messina, ove per confermare quel popolo nell’inimicizia contro Palermo, promettea che Messina dovea esser la capitale della Sicilia, essendo Palermo città ribelle. I saggi di quella città, conoscendo il pravo fine di quelle promesse, fremeano; ma la loro voce fu sempre soffogata dal cannone napoletano e dal pregiudizio delta plebe. Quando poi lo stesso generale volle ingannare Palermo come avea ingannato Messina, aderì a quell’articolo e disse a tutti: «Chi ha mai promesso a Messina di dover essere capitale della Sicilia?»

33

Il voto de' Siciliani pronunziato per via di un indirizzo fu trovato illegale dal general Pepe. Intanto ciò era stato proposto dagli stessi ministri di Napoli. Ma era forse più legale il voto emesso per mezzo di un Par lamento non ancora legalmente riconosciuto dalla nazione? La vera ragione si era che il Parlamento potea non chiamarsi più, una volta che si mettea piede in Palermo, e l’indirizzo non potea mai dichiararsi nullo e come non avvenuto,

34

Il Palmieri appone al general Florestano Pepe la doppiezza del governo che lo comandava. Il fatto è che Pepe ebbe mandato di trattare in ogni modo col governo rivoluzionario di Sicilia; ma che il governo di Napoli accortosi. o piuttosto avvisato e assicurato, che quel di Sicilia facesse la parte in commedia per raggirare il popolo, e che la rivoluzione avesse perduto ogni nerbo, mandò nuovi ordini a Pepe di non calare agli accordi e di non accettare che la sommissione con qualche patto delusorio. Ciò spiega la condotta di Pepe a Termini. Quando il popolo di Palermo diè un calcio alta sua giunta e si messe ferocemente aita difesa, il general Pepe non potendo aver la città per forza d'armi, e stando anzi a gran disagio e pericolo. vide essere proprio il caso di servirsi delle prime istruzioni, e perciò par che di buona fede verso il suo governo non meno che verso i Palermitani fermasse l’accordo del 3 ottobre. Ma alcuni cervelli del Parlamento che per moderazione chiameremmo leggieri, i quali non s’eran trovati sotto le mura di Palermo col general Pepe, volean forse far onta a lui e al fratello, e credeano peccatuzzo veniale le perfidia di lacerar l’accordo del 5 ottobre, e grandissima utilità il por fine in quel modo ai moti di Sicilia, mossero e vinsero il partito vergognosissimo che innanzi si esporrà

35.

Questa somma bravura sta bene se si parla di qualche individuo. Del rimanente il conflitto non fu ostinato che in due soli punti della città; perché tutti gli altri posti della civica si trovarono talmente assottigliati la notte, che la resistenza sarebbe stata inutile. I cittadini li abbandonavano per quello stesso istinto pacifico che li avea mossi a parteggiare per la giunta e per la pace: a molti fors’anco rimordea la coscienza.

36

La plebe chiamava giacobino chiunque essa credea suo nemico; e come, sciolto l’ordine sociale, tutto si convertì in guerra del povero contro il ricco, così la plebe designava sempre per suo nemico chi avea da perdere. E per la stessa ragione per cui in Francia non vi erano giacobini ricchi, in Sicilia non ve ne erano dei poveri (*).

(*) La tradizione, passata in Sicilia a quanto pare per le impure bocche de’ masnadieri del cardinal Ruffo, portava che si chiamassero giacobini i nemici del popolo. Il canone di filosofia sociale che pone il Palmieri non regge in tutte le sue conseguenze né pei giacobini di Francia, né per quelli diametralmente opposti di Sicilia.

37

Furon tredici o quattordici in tutto il tempo dell’assedio; gli stessi di cui l’autore torna a parlare più innanzi.

38

Supposizione dell’autore, o ciance di qualche crocchio in una bettola.

39

Fu questa una sola masnada, capo di essa un certo Ammirata. Estorse del danaro a molli ricchi con gli infami pretesti segnalali dal Palmieri. Ma una decina o ventina di malandrini non si può chiamar la plebe di Palermo. All’incontro la più parte della plebe (ossia di quelli che avean preso le armi che come si comprende non eran tutta la plebe) si batteva con gli assedianti, spesso morta di fame e di sete.

40

Questo Tortorici, pescivendolo arricchito e divenuto il personaggio più importante dell'arte de' pescatori, era stato mandato a Napoli con gli ambasciatori della giunta, era tornato con le proposte dell’accordo, e si affaccendava assai caldamente per la giunta e per la pace. Quando un battaglione di soldati occupò l'angolo orientale della città ov’era la casa di questo Tortorici, il popolo vide o credette di vedere che se l’intendesse col nemico.

41

Nessuno fu ucciso dopo d’aver posato le armi. Chi lo disse al Palmieri, che soggiornava allora in Termini o altrove fuori Palermo, calunniò un popolo fiero ma non barbaro. A queste undici vittime del suo furore, si deve aggiugnere un certo Moncada giovane nobile e uffiziale de’ reggimenti nazionali; e un Calabrese de’ compagni del cardinal Ruffo, soprannominato il capitan Tempesta, il quale guidò la plebe contro gli assedianti fuori la città, e nella zuffa fe’ un colai segno con la spada che fu interpretato per tradimento.

Son questi gli sventurati medesimi i cui cadaveri l’autore ci ha fatto veder già sparsi per le strade.

42

In un periodo in cui colla stessa facilità con cui si commettevano i delitti, si accreditavano ove non erano, era ben difficile il giudicare delle azioni di coloro che ebbero parte in quelle scene, e temerario sarebbe ora l’indagare le loro segrete intenzioni. Tutto ciò che può dirsi di Requisens si è, che egli era, più che ogni altro, invaso dalla mania democratica: che era legalo a fil doppio coi capi de’ conciapelli ed altri di simil genia; che promosse la maggior parte de’ masnadieri che fecero parte delle guerriglie; che all’avvicinarsi dell’armata napoletana, propose, replicatamente alla giunta di mandare la guardia d’interna sicurezza in campagna ad affrontar l’inimico; che il giorno 25 ottobre, la truppa siciliana cesse senza resistenza le armi alla plebe per ordine suo. Finalmente la disposizione di tagliare arboscelli di due anni, posti al lato opposto all’attacco, è per lo meno ridicola, ove se ne voglia escludere l’oggetto d'istigar la ciurmaglia con quel pretesto a saccheggiare un podere del principe di Villafranca, per trar vendetta di quel signore, perché trattava la pace, e molto più perché nel trattarla non avea sostenuto il suo generalato (*).

(*) Questa è un’altra calunnia soffiata all’orecchio dello scrittore da chi non amava l’opposizione di Requisens, patriotta sincero quant’era inetto capitano. Del rimanente l’ordine di tagliare gli alberi intorno una città assediata non ha nulla di ridicolo e potè esser dato in parole vaghe ed eseguito senza discernimento del popolo.

43

Non è vero. I soldati napoletani come aveano combattuto con cuore il 17 luglio, fino all’assalto che lor diè il popolo nella piazza del Palagio reale, cosi fecero in tutto il tempo dell’assedio nelle picciole ma calde fazioni che occorsero. Non comprendiam bene il significato delle azioni brillanti che avrebbe desiderato l’autore; ma se parla d’esempio di valor militare non è poco per ottomila uomini d’essere rimasti per dieci giorni a combattere contro una città forte d’artiglierie e d’un popolo che non scherza nel menar le mani.

44

Paternò era un de’ membri della giunta. Rimasto solo compì il 5 ottobre ciò che tutti insieme non avean saputo fare due settimane prima. Ma la forza del popolo e l’accorgimento di questo vecchio, che usava parlare e zaffolare come uno scimunito, fecero stipolare per accordo quei patti che la giunta, per lo meno sciocchissima, avea lasciato in parole:

«E questo fia suggel che ogni uomo sganni.»

45

Convenzione fatta fra il Ten. Gen, D. Florestano Pepe Comandante dello armi in Sicilia, ed il principe di Paternò.

S. E. il Tenente Generale Pepe, Comandante delle armi in Sicilia e S. E. il principe di Paternò per assicurare e per ristabilire l’ordine e la tranquillità nella città di Palermo, e de’ paesi a lei uniti hanno convenuto ne’ seguenti articoli:

1. Le truppe prenderanno quartiere fuori la città, laddove S. E. il Tenente Generale Comandante crederà più opportuno. Tutti i forti e batterie gli saranno consegnati.

2. La maggioranza de’ voti de’ Siciliani legalmente con vocali deciderà dell’unità o della separazione della rappresentanza nazionale del regno delle Due Sicilie..

3. La Costituzione di Spagna del 1812, confermata da S. M. Cattolica nel 1820,è riconosciuta in Sicilia; salve le modificazioni che potrà adottare l’unico Parlamento ovvero il Parlamento separato per la pubblica felicità.

4. Ad unico, e per niun altro oggetto di esternare il pubblico voto sulla riunione, o separazione de’ Parlamenti del regno, ogni Comune eleggerà un Deputato.

5. S. A. R. il Principe Vicario Generale deciderà dove dovranno riunirsi i suddetti Deputati.

6. Tutti i prigionieri esistenti dell’armata Napolitana in Palermo, saranno subito resi all’armata suddetta qualunque siasi il loro grado e la di loro nazione.

7. Il Parlamento unico o separato può solamente fare, o abrogare le leggi. Fintantoché non sia convocato, le antiche leggi saranno osservate tanto in questa capitale, quanto nel rimanente dell’Isola. S. A. R. sarà anche sollecitata onde prima che il Parlamento si riunisca le modifichi pel bene del popolo.

8. Le armi del Re, e le sue effigie saranno rimesse.

9. Intero obblio coprirà il passato, anche per tutti i Comuni e persone, che abbiano preso parte agli avvenimenti, pe’ quali l’obblio suddetto è stato pronunziato. In conseguenza di che i membri componenti le Deputazioni che si trovassero fuori dell’Isola saranno liberi di ritornarvi se essi lo vogliono.

10. Una Giunta scelta tra i più onesti cittadini governerà Palermo provvisoriamente finché S. A. R. non dia le sue sovrane risoluzioni. Essa sarà preseduta dai Sig. Principe di Paternò, il Comandante delle armi potrà farne parte.

Fatta a bordo del Cutter the Racer di S. M. Britannica, comandato dal Sig. Charles Thurtel nella rada di Palermo, il dì 5 Ottobre 1820.

46

Il lettore imparziale cancelli anche questo epiteto supplichevole applicato alle truppe napoletane, che per un accordo entrarono finalmente nelle fortezze oppugnate. Ecco intanto i particolari dell’assedio.

La mattina del 26 settembre il popolo avea combattuto contro la guardia civica. Poco sangue sparse nella zuffa, e nò anco una goccia dopo la zuffa; il popolo si contenne come un fratello che venuto alle mani per fatalità col fratello più debole, e atterratolo, gli dice le male parole senza torcergli un capello. Tolse ai combattenti le armi e i lacci bianchi eh’ erano lor divisa, li ricondusse alle case, li spinse dentro, e molti lor dissero: «Noi siamo i leoni, non vi mischiate con noi!» Intanto i sollevati. se cosi piace chiamarli, pensavano alla difesa contro l’esercito napoletano. Era la città nel diciottesimo secolo fortificata con mura, bastioni e fossi: opere già in parte distrutte; coltivati a giardini i fossi, occupati da’ sobborghi gli spalti, i bastioni sena artiglieria, alcune porte divenute mero ornamento. Così da tre lati del rettangolo: il quarto, quel della marina, afforzavasi nel castello alla punta sinistra in un’altra buona batteria al centro: ma il bastione della punta destra, spianato al suolo da molti anni, lasciava la città aperta da quella banda. E per caso, forse più che consiglio, il nemico movendo da Termini per la via consolare che corre lungo la marina veniva giusto a dar. dentro nell’angolo indifeso.

Con pronto consiglio corre il popolo a scontrarlo oltre il fiumicello Oreto che mette foce a trecento passi in circa a levante dalla città. Intanto, poco temendo della marina, afforzò alla meglio l'altro lato della città, cioè l'orientale, parallelo al fiume. Montò l’artiglierie su i bastioni e su le cortine; ne piantò alle porte con fascine e botti piene di terra. Gli artigiani esercitati al servigio delle artiglierie in certe compagnie scritte al tempo della guerra francese, situarono con ammirevole industria questi pezzi che sommavano a quaranta o cinquanta, e che per tatto il corso dell’assedio traeano con una. frequenza e imberciavano con una precisione formidabili. Così fu reso vano il primo assalto. Presso al fiume si volsero in fuga gli scorridori nemici battendoli di fianco tre o quattro barche cannoniere di quelle armate nella rivoluzione. E sopravvenuta la notte, gli assalitori rimaneano su la sponda diritta del fiume; i sollevati non guidandoli alcuno, parte stettero a buona guardia nei sobborghi, parte tornarono in città.

L’armatetta napoletana, avvicinatasi allora col favore della notte, e composta di fregate, legni minori, barche cannoniere e bombardiere, cominciò a mezzanotte un fragorosissimo assalto contro le fortezze che risposero gagliardamente e le respinsero dopo due o tre ore di fuoco, non molto mortale, perché le navi si tennero piuttosto lungi che presso. Ecco al far dell’alba tutte le forze di terra muovono contro la città. Ributtate su tutto il resto della linea, penetraron pure nell’angolo destro non munito, come abbiamo detto, e più pericoloso perché gli stava a fronte il giardino pubblico detto la Villa Giulia e l'Orto Botanico, foltissimi d’alberi, e perciò coverti dai tiri dei bastioni e delle cannoniere, e un altro giardino appartenente al principe di Cattolica occupava il sito del vecchio baluardo di levante. Allora da 600 uomini entrano per questi giardini, occupano la contigua casa di Cattolica, e schieransi nella piazza detta di Santa Teresa; sì che poteano impadronirsi da un lato della cortina che risguarda il mare; e dall’altro lato prorompere per le strade in città ed aprire i passi al resto dell'esercito. Ma il popolo combatté quivi con estremo valore. Sbarrò le strade, fe’ piovere sul nemico una grandine di palle da schioppo, montò due picciolo artiglierie sur un monistero di donne, facendone sgombrar le suore con mirabile ordine e modestia; e intanto la batteria marittima del centro e le cannoniere atterravano la casa del principe di Cattolica e così tagliavano alle soldatesche la via delle mura della marina, e sforzavano a combattere ormai allo scoperto su la piazza di Santa Teresa. Furono così rincacciate fuori la città, snidate poi dal giardino e dall’Orto Botanico, che contrastavasi a palmo a palmo.

Con pari animo e fortuna i sollevati, fatta una sortita dalle altre porte del lato orientale, avean respinto il nemico da tutti quei sobborghi, ributtatolo di nuovo oltre il fiume, fattigli molti prigioni. Scoraggiati i soldati, non restando loro che cinque colpi di moschetto per ciascuno, allontanata l’armatetta pei tiri delle fortezze, e poi pel tempo contrario. Da’ monti che aveano a tergo, vedeano sdrucciolare stuoli di contadini armati per venire ad assalirli la notte stessa in mezzo ai giardini. Ma un caso li salvò. Mentre quelle torme agresti s’abbaruffavano per prender munizioni in una polveriera presso le radici dei monti, al villaggio detto dell’Abate; la polveriera saltò in aria a tre ore dopo mezzodì, con mortalità grande e molte ferite: il resto degli armati, tra per lo terrore e per la diffalta delle munizioni, si sparpagliò. Così cadeva il 26 settembre. Quel giorno per lui sì doloroso, il general Pepe avea mandato un capitan Gaddi sur una barchetta parlamentaria a chieder l'accordo, la quale fu dapprima sconosciuta e accolta a furia di palle, ma poi cessò questo scandalo; non però assentissi l’accordo.

E questo si può dire il fin dell’assedio. Il general Pepe non avea forze da investir la città dagli altri lati: un grosso d’ottocento uomini ch’egli avea chiamate da Trapani fu volto in fuga ad Alcamo, città su i monti occidentali, a 32 miglia da Palermo. I giorni seguenti si perdettero dunque d’ambe le parti in avvisaglie e tiri d artiglierie, se non che i nemici occuparono e riperdettero un vastissimo edilizio fuori la città, forte di mura, e detto la Sesta Casa, perché era una volta il sesto palagio degli umili compagni di Gesù in Palermo. I popolani uscirono talvolta spicciolati alla campagna e furono calpestati dalla cavalleria. Gli assedianti mandarono un altro parlamentario, e fu ricevuto. Intanto il principe di Paternò, fattosi capo della plebe, le gridava sempre che si dovea sortire in fortissima colonna per iscacciare il nemico, e a tutte le domande rispondea: «Colonna! colonna! Ma se non asciamo alla campagna è mestieri venire alla pace: lasciate fare a me che lo minchionerò io il general Pepe in questa pace.» Così entro pochi giorni con astuzia e ardire incredibili pose il giogo in collo al leone e stipulò raccordo.

Sommavano a settemila i soldati napoletani, ai quali raggiunsero alcune compagnie delle reclute della Giunta di Palermo, comandate da un ferocissimo capitano Garofal, Siciliano a modo suo, che per voler del principe di Villafranca seguì le armi di Pepe. Lor Raggiunsero ancora alcune milizie di Catania, di Messina, messe per doppia ragione nelle prime file, e perciò quasi di strutte nei primi combattimenti: i lor cadaveri soli insepolti, tra quei dell’esercito, restarono sino al fin dell'assedio là dove erano caduti, per mostrar che la guerra fraterna è più odiosa mille volte della guerra civile. Quanti dei sollevati pugnassero non si può dire, perché ognuno andava a suo talento, combatteva oggi, domani no, ma non passarono certamente il numero degli assalitori; nonostanteché nella compilazione di Bianchini si faccian sommare a settantamila, che è da ridere, sopra una popolazione di cento settantamila tra nomini, donne e fanciulli, in coi tutti coloro che portavan cappello si chiudeano in casa tremanti, e la più parte della plebe, incerta in quel contrasto coi ceti superiori che solea già riverire e forse amare, si stava. Dice il Bianchini: né possiam sospettare che qui esageri, che una quinta parte dell'esercito di Pepe cadesse sotto le mura di Palermo. Dalla parte del popolo non si sa il numero de' morti, ma sol che i cadaveri gettati alla rinfusa nella chiesa della Parrocchia della Balza ne empierono una parte. Perciò si potrebbe affermare che in tutto, quattro o cinque mila italiani fossero vittima di questa guerra civile del 1820.

47

Istruzioni pel Tenente Generale D. Florestano Pepe Comandante Generale della Spedizione in Sicilia.

S. A. R. dopo matura deliberazione, intesa più volle la Giunta Provvisoria di Governo, ed ascoltato il parere de' suoi Ministri, ha risoluto che una spedizione militare sia fatta, e che al tempo stesso una risposta sia data ai Deputati di Palermo, tale che apra un mezzo di conciliazione, che S, A. R. desidera ardentemente quando sia compatibile col bene dei popoli, o colla dignità del Sovrano.

É stato in conseguenza risoluto che si dia verbalmente ai Deputati la seguente risposta per mezzo del Signor Tenente Generale D. Giuseppe Parisi, Colonnello Russo, e Barone Davide Winspeare membri della Giunta provvisoria di Governo, autorizzati specialmente a questo da S. A. R.

«Il Governo non farà alcuna opposizione che la Sicilia abbia una rappresentanza indipendente da quella di Napoli alle condizioni qui appresso.

«1° Che dietro questa prima manifestazione fatta ai Deputati, debba Palermo restituire tutti i prigionieri, e rientrare nell’ordine.

«2° Che il voto di Palermo debba essere accettato dal resto dell’Isola nel modo che si potrà immaginare.

«3° Che debba preliminarmente fissarsi l'unità del Principe, l’unità dell’Armata, e delta Marina, la quota de’ sussidi, ed uomini che dovrà somministrare, e la lista Civile, ed in conseguenza l'unità del Corpo Diplomatico, e della Corte Palatina.

«4° Che debba egualmente fissarsi, che Sua Maestà possa commettere il Governo di Sicilia ad un suo rappresentante sotto un titolo qualunque.

Questa risposta è stata resa ai Deputati. È stato loro dichiarato, che le parole sopra indicate, càe il voto di Palermo debba essere accettalo dal resto dell’Isola nel modo che si potrà immaginare, non significano né una iniziativa, né una preeminenza di Palermo. S. A. R. riguarda un dritto uguale in tutt’i suoi sudditi, e vuole una espressione di volo ugualmente principale, ed indipendente di ciascuna parie dell'Isola col metodo che piacerà di dare a S, A, R., e che negli articoli seguenti verrà indicato.

Nel punto stesso ch’è stata fatta questa manifestazione a Deputati, si è ordinato, che parta una spedizione mi li tare, e si è nominato un Comandante Generale della spedizione in Sicilia, per garantire tali proposizioni, per appoggiare la libertà de' suffragi, e de’ sentimenti ne’ diversi punti dell’isola, per impedire e riparare ai disordini, e reprimere l’anarchia, e per agire ostilmente con ogni vigore, in caso che dopo le comunicazioni la Città di Palermo non accettasse le condizioni, e non seguisse immediatamente la prima.

In conseguenza il Generale Comandate della spedizione in Sicilia è incaricato di tre importantissimi oggetti.

1° Di reprimere l’anarchia e il disordine.

2° Di far oso de’ mezzi conciliativi colla Città di Palermo sulle basi che sono state indicate.

3° Di agire ostilmente contro la Città di Palermo se o si ricusi alle condizioni ragionevoli, che si sono espresse, o senza ricusarvisi apertamente non adempia subito alla prima condizione.

Premesso tutto questo, è facile di fissare le Istruzioni che devono esser seguite dal Generale Comandante, e che sono contenute ne’ seguenti articoli.

1. La prima cura del Generale Comandante sarà quella di restituire la forza morale ai paesi che in questo momento sono separati della rivolta di Palermo. Siccome si sono sparse voci lontane dalla verità, avrà cura di rassicurar tutti. Farà loro sentire, che il governo è stato sempre disposto alla conciliazione. che questo è indicato ne’ proclami, e in tutti gli atti del Governo. Ma ch'è lontanissimo dalle idee di S. A. R. di abbandonare Città e Valli che si sono mostrati fedeli e devoti: e che esaurirà tutt’ i mezzi per sostenerli, proteggerli, e difenderli.

In seguito, nello spiegare, nei discorsi, e nelle comunicazioni verbali le idee di conciliazione, alle quali non si opporrebbe il Governo; dirà in una maniera precisa, che i paesi che sono sotto l’ubbidienza del Governo, potranno emettere con tutta la libertà la loro opinione, che non è data alcuna iniziativa, o preeminenza a Palermo, che S. A. R. riguarda tutt’i sudditi Siciliani, come aventi un uguale dritto, e che vuole una espressione di voto ugualmente principale, ed indipendente in ciascuna parte dell'Isola, e ch'è uno dei doveri dei Comandante Generale di sostenere colla forza, occorrendo, questa libertà e questa indipendenza.

2. Dal momento dell’arrivo della spedizione, o le misure conciliatorie abbiano luogo, o non abbiano luogo, il primo dovere del Generale Comandante sarà quello di reprimere sotto i suoi occhi l’anarchia, ristabilire l’ordine, purché possa farlo, senza compromettere la truppa, e senza mancare lo scopo principale della spedizione. Con queste vedute, sempreché incontrerà colonne d’insorgenti, le quali ricusino di rientrare nell’ordine, le attaccherà, sosterrà i paesi fedeli, ed unirà sempre i mezzi repressivi, e le insinuazione.

3. Oltre a questo dovere di ristabilire l'ordine, qualora la Città di Palermo, o si ricusi alle condizioni ragionevoli, che le si offrono, o senza ricusarle apertamente, non ne adempia le disposizioni, specialmente quella della restituzione de’ prigionieri, e del rientramento nell’ordine, farà uso contro la detta Città delle forze militari messe a sua disposizione.

4. Nel caso preveduto coll’articolo precedente è accordala la faccoltà di punire anche per via di giudizi straordinarj e militari i misfatti atroci, che fossero stati il mezzo, e la conseguenza della rivolta. Dove si creda necessaria questa misura, si potranno nominare una o più Commissioni militari in un consiglio composto dei primi funzionarj militari, giudiziarj, o Amministrativi che riseggono in Messina. Con questo Consiglio medesimo si potranno prendere tutte le misure derogatorie della libertà individuale, che la sicurezza pubblica esigerà. E conceduta la facoltà al Luogotenente Generale di convocare questo Consiglio sempre che lo crederà conveniente per conservare o ristabilire l’ordine, e gli è conceduto ancora di convocarlo quando ne sarà richiesto dal Generale Comandante pel territorio occupalo dall’armata, essendo per altro S. A. R. nella fiducia, che tanto il Luogotenente Generale, che il Comandante generale se ne serviranno con prudenza, e ne’ casi soli ne’ quali la salvezza pubblica autorizza dispensare dalle regole ordinarie di un Governo Costituzionale.

5. Similmente nel caso preveduto nell’articolo 3, ossia qualora si debba agire ostilmente colla Città di Palermo, tutt’ i beni degl’individui esistenti in Palermo, e negli altri paesi che hanno fatta con Palermo causa comune, e che sono in rivolta, sili in punti dove si conservi, o si ristabilisca l’ubbidienza, saranno sequestrati.

Se tali beni si trovassero attualmente in sequestro, non saranno dissequestrali se non nel caso, che abbiano il loro effetto le misure conciliative.

Saranno inoltre interrotte con Palermo le comunicazioni; non sarà ricevuto alcun legno, e si agirà contro i legni de' rivoltati colle cautele, regole d’uso, e diritto solito praticarsi in casi simili.

6. In tutto il corso delle ostilità il Generale Comandante non perderà mai di veduta le misure conciliative senza intermettere tuttavia i mezzi della forza, e serbata sempre la dignità del Governo.

7. Ove poi la Città di Palermo, dopo la manifestazione fatta qui ai Deputati, rientri nell’ordine, restituisca i prigionieri, ed accetti le misure di conciliazione, si passerà subito a vedere se il voto di Palermo è accettato dal resto dell’Isola.

I mezzi di raccogliere il voto generale sono rimessi alla prudenza del Luogotenente Generale e del Generale Comandante, i quali si metteranno d accordo. Dopo aver raccolto questo voto nel modo il più sicuro, ed il più pronto, ne daranno conto a S. A. R., ed attenderanno le sue risoluzioni.

8. Per tutti gli altri articoli che dovranno esser trattati dopo che il voto generale della Sicilia sarà conosciuto, avranno il Luogotenente Generale, ed il Generale Comandante solo la facoltà di riferire, ed attendere le disposizioni ulteriori.

9. Se la conciliazione avrà luogo, dovrà proclamarsi un’amnistia generale. Dove non abbia luogo potrà l’amnistia accordarsi secondo le circostanze, anche nel caso che il Generale Comandante sarà costretto a far uso delle forze militari.

10. Il Luogotenente, ed il Comandante Generale si metteranno pienamente d’accordo pel bene del Real servizio, si coadiuveranno, e si comunicheranno tutto quello che è necessario alla buona riuscita di un affare così importante. Quanto ai limiti ordinarj delle loro facoltà nei paesi, e ne’ territori occupati dall’armata attiva, che è in Campagna, e che devono richiamarsi all’ordine,avrà luogo l’autorità del Generale Comandante, negli altri paesi, compresi i paesi ricuperati quando l' ordine ci si è ristabilito, quella del Luogotenente Generale.

11. Il Generale Comandante riferirà al Governo secondo le circostanze tutto quello che potrà occorrere di nuovo, o di non preveduto nella parte politica, e gli saranno comunicati gli ordini corrispondenti.

12. Sono confermate Te istruzioni date re la ti va mente al Commissario Civile, che si manda sotto la dipendenza del Generale Comandante.

13. Tutto ciò ch’è relativo ad istruzioni militari per la presente spedizione, sarà comunicato dal Ministro della Guerra.

Napoli, 31 agosto 1820.

L’approvo

Firmato, FRANCESCO, Vicario generale.

Per copia con forme

Il Segretario di Stato Ministro degli Affari Interni,

Zurlo.

48

FERDINANDO I, ec. ec.

NOI, FRANCESCO, ec. ec.

A tutti coloro a quali perverrà, e che conosceranno
il presente editto.

Sappiate:

Che noi abbiamo rimesso al Parlamento nazionale la convenzione militare seguente fatta fra il nostro Tenente Generale D. Florestano Pepe Comandante delle armi in Sicilia, ed il principe di Paternò.

(S inserisca)

Ed avendo noi nel rimettere la detta convenzione proposte tutte le difficoltà sulla medesima incontrate, il Parlamento ha con deliberazione della data di ieri dichiarato quanto segue:

Il Parlamento nazionale avendo visto i rapporti, le mozioni, ed i documenti comunicatigli da S. E. il Ministro degli affari interni sulla convenzione militare conchiusa tra S E. il Tenente Generale D. Florestano Pepe ed il principe di Paternò. ha considerato che que sfatto è contrario a’ principi stabiliti nella Costitozione sotto l’art. 172, num. 3; 4 e 5; poiché tende ad indurre divisione nel regno delle Due Sicilie: che è altresì contrario a’ trattali politici, a’ quali una sì fatta unità é appoggiata: ch'è contrario ugualmente al voto manifestato da una grandissima parte della Sicilia oltre il Faro, colla spedizione de' suoi Deputati all’unico Parlamento nazionale: che in fine è contrario alla gloria dei regno unito, alle sue convenzioni politiche ed all'onere delle armi nazionali. Quindi il Parlamento del regno unito delle Sicilie ha dichiarato essenzialmente nulla, e come non avvenuta la convenzione militare conchiusa tra S. E. il Tenente Generale Pepe ed il principe di Paternò, nel giorno 5 ottobre 1820.

Comandiamo a tutti i Tribunali, autorità giudiziarie, ed autorità tutte, tanto civili, quanto militari ed ecclesiastiche di qualunque classe e dignità, che osservino e facciano osservare, adempire ed eseguire in tutte le sue parti l’enunziata dichiarazione contenuta nel presente editto.

Siatene intesi per lo suo adempimento: e disporrete che s’imprima, si pubblichi, e si renda noto a tutti.

Napoli, ottobre 4820.

FRANCESCO, VICARIO GENERALE.

Il Segretario di Stato Ministro degli affari interni
Firmato—Giuseppe Zurlo.

49

Veggasi intorno a ciò una memoria pubblicata in Palermo, stampata da Francesco Abate qm. Domenico, sotto il titolo: Considerazioni sul decreto del Parlamento di Napoli che dichiarò nulla la convenzione di Palermo del 5 ottobre 1820. —(È opera dello stesso Niccolò Palmieri, autore della presente storia, — Gli editori.)

50

SACRA REAL MAESTÀ’.

SIGNORE

L’alta ricompensa, che la M. V. si è degnata accordarmi è assai superiore a quanto io abbia potuto meritare. La mia devota, e viva riconoscenza durerà colla mia vita. Supplico però umilmente la M. V. di dare un benigno ascolto a queste rispettose osservazioni riguardanti la mia penosa posizione.

Mi giova palesare a V. M. che fui spedito in Sicilia mio gran malgrado. Non sono né il più, né il meno anziano de’ Tenenti Generali del vostro esercito. Da cinque anni, io viveva in una tranquilla inattività di servizio. Non so per quale predilezione questa missione cadde sopra di me. Chiamato dal dovere intesi la necessità di ubbidire al comando datomi da S. A. R. il principe Vicario Generale, e ripetuto da quella Giunta di Governo, e dai Ministri della Guerra, e dell’interno, i quali mostravansi inquieti delle mie giuste scuse per esimermi da tale incarico. Deciso all'ubbidienza ricevei istruzioni, e ne usai senza alterarne il senso, anzi togliendo qualche espressione poco dignitosa pel Governo nell’applicarle in quelle misure di conciliazione, d’accordo col Principe di Paternò, il quale si è grandemente cooperato al bene di quel paese.

Devo far conoscere rispettosamente a V. M. che le poche truppe impiegate nella spedizione, malgrado fossero sprovviste di munizioni, e di artiglieria, e combattessero circondate da forza decupla per lo meno, ed avendo al fronte una vasta città cinta di mura, difesa da’ bastioni, e da’ forti, con 400 pezzi d’artiglieria ben forniti di munizioni, puro si erano col di loro valore acquistata gran superiorità. Ciò non ostante io non avrei mai pensato abusarne per cambiare ciò che mi fu prescritto. Intanto era persuaso che senza trasgredire il contenuto nelle istruzioni, si sarebbe per la via nobile e giusta ottenuto voto, che si desiderava pel bene generale.

I Siciliani delusi da quanto venne loro promesso, avrebbero potuto accusarmi di averli ingannati; invece, con una generosità, che porterò sempre scolpita nel cuore, non mi hanno sospettato di tanta bassezza.

Signore, le ricompense di V. M. sono molto lusinghiere, più di ogni altra quella che nella bontà Sovrana avete degnato accordarmi. Ma col massimo dolore unicamente pei sentimenti rispettosi, e per l'attaccamento che devo alla M. V., non posso aver la fortuna di goderne, dopo che si è contraddetto ciò che io promisi perché mi fu ordinato. Questo è il solo omaggio che posso rendere alla generosità con cui mi hanno giudicato i Siciliani.

La bella, ed intrepida condotta degli uffiziali, e delle truppe affidate al mio comando ha meritala la particolare attenzione di V. M. Con pochissimi mezzi. hanno superato immense difficoltà. È una futile, dolorosa gloria il combattere i proprj cittadini; ma i fatti assoluti di guerra debbono rilevarsi, ed ottener lode e premio. Potrei dir d’altronde, che le ricompense di avanzamento di grado, dando un orizzonte più esteso allo sviluppo dei talenti, ed all’energia de' bravi militari, lor forniscono più larghe occasioni, onde rendere efficaci servizj alla M V. La supplico quindi a non isdegnare la mia assiduità presso il Ministro della guerra in loro favore, e le preghiere che ripeterò a S. A. R perché si benigni avvalorarle presso l’Augusta M. V.

Signore, al primo rapporto che mandai da Palermo redatto dal mio Capo dello Stato Maggiore, aggiunsi al Ministro della Guerra relativamente alla mia persona, che ragione di salute non mi permette di proseguire il servizio, e dimandai il ritiro.

Rinnovo le più umili suppliche alla M. V. onde si benigni accordarmelo, dopo di aver Tatto esaminare da una commissione i miei servizj militari.

Sono col più profondo rispetto

Di V. M.

Napoli, li 22 novembre 1820.

51

Fra tutte le insanie del Parlamento di Napoli, non ve n’ha certamente alcuna che mostri più di questa l’ignoranza di quei legislatori. Tutti i comuni siciliani, un tempo soggetti alla giurisdizione feudale, offrivano allora mille luttuosi esempi di usurpazione; ma tra queste non era certamente la mostruosità di esservi più d’uno ad aver dei dritti sullo stesso fondo. Ciò nacque in tempi barbari, ma nacque da fonte legittima. I baroni nei bassi tempi, volendo invitar coloni a popolare i loro feudi, concedeano loro il dritto di far pascolare il loro bestiame, di far legna, ec., nel recinto del fendo: ed è ciò sì vero, che quando i baroni in tempi recenti pretesero di liberare i loro feudi di tale servitù, i comuni che le godeano reclamarono presso i tribunali, mostrarono le carte di primitiva concessione, e così vennero mantenuti nei loro dritti. Delle volte poi i possessori di un fondo con alberi concedeano ad enfiteusi i soli alberi, restando loro l’uso della terra. Tali sono le concessioni degli uliveti di Cefalù, e molti altri luoghi in Sicilia. Era anche comune, in quei barbari tempi, di conceder le terre limitando al colono la quantità di terra che poteva seminare, ed il numero di animali che potea tenervi, e soggettandolo a permettere che altri menasse a pascolare il suo bestiame nelle terre inseminate. Questo mostruoso sistema si osservava in tutti i luoghi un tempo appartenenti a’ baroni spagnuoli, che forse l’introdussero in Sicilia. Ogni ragione volea che un ordine di cose tanto nocivo ai progressi dell’agricoltura fosse abolito; ma dovea abolirsi rispettando sempre la proprietà, come avea fatto la costituzione del 1812 (Della feudalità, ec., Cap. III, §§ 1, 2, 3, 4), la quale avea convertito in annue prestazioni in danaro quelle servitù.

L’abolirsi senza compenso, il dichiarare usurpazione ciò che da secoli s’era posseduto, ciò che era stato autorizzato delle leggi del regno e che era venuto in commercio, era un attentato violentissimo alla proprietà del cittadino, che potè solo cadere in mente di persone che gridavano meccanicamente libertà, senza sapere che la libertà non è che guarentigia della proprietà. E certo bisognava ignorare gli elementi dell’economia politica, per non conoscere che la proprietà delle terre è sempre più utile nelle mani degli individui che in quello delle comunità: onde spogliando un gran numero di proprietari, o dando i beni loro al popolo, lungi di favorire gli interessi della nazione si veniva a diminuire la rendita privata e la pubblica ricchezza.

52

Non cancelliamo queste parole per le ragioni dette più volte. Con bravura o senza bravura Napoli e la Sicilia o divisi o uniti non saranno mai uno stato indipendente nel vera senso di questa parola. L’Italia tutta può e dev’esserlo.

53

Costui, quando partì da Palermo, pubblicò i conti della sua amministrazione; ma questi non fecero che confermare la pubblica opinione in ciò che si dicea contro di lui. Un giornale disse che egli avea messo in buon ordine le finanze. In Sicilia buon ordine era divenuto sinonimo di taccheggio; dacché la plebe, nei giorni d’anarchia, correa per le strade gridando: Buon ordine, buon ordine!

54

Il Palmieri non nacque in Palermo.

55

Sino al 17 luglio, la carboneria era pressoché ignota in Sicilia né vi erano altri carbonari che i soldati napoletani, e qualche persona oscura. Vi erano altresì due vendite in Palermo, una nelle grandi prigioni e l’altra nei bagno de’ forzati, stabilite dai carbonari napoletani, che dal governo erano stati mandali per gastigo in quei luoghi, e dalla truppa che gli avea in custodia. Erano queste le due vendite degli emuli di Bruto e de' figli di Epaminonda.

«Risum teneatis amici?»

Gli emuli di Bruto, battendosi il dì 17 luglio con la truppa, salvarono quei soldati che erano della setta, e poi corsero a liberare i buoni cugini dal bagno. Evasi costoro, procurarono di accrescere il loro numero, e delle persone di qualche nome loro si unirono per avere un mezzo di comunicazione con Napoli. Costoro spedirono dei segreti emissari ai Carbonari di Napoli, ed alle f guarnigioni di Messina e Trapani, ma questi emissari, con vera carità fraterna, furono da per tutto arrestati dai carbonari cui eran diretti. Quest’inutile tentativo unito alla ripugnanza dei Siciliani per quest’associazione, fé che sulle prime pochissimo si propagò. Ma a misura che si avanzava l’armata napoletana, la carboneria si diffondeva in Sicilia; perché da un lato Costa, Pepe e tutti quei soldati aveano cura di far de’ proseliti in ogni luogo, e dall'altro tutti coloro che aveano la sventura di figurare in quelle scene, all’avvicinarsi dell'armata, cercavano la carboneria per salvaguardia. Il favore esclusivo accordato dal governo napoletano ai carbonari ne accrebbe in appresso a dismisura il numero; quando poi i Napoletani spedirono quell’apostolo della carboneria in Sicilia, i Siciliani furono quasi nella necessità di ribattere l'attacco colle stesse armi. I carbonari di Palermo estesero la loro società in tutte le città del regno, e cominciarono ad accordarsi con quei di Messina e delle altre città finallora dissenzienti. La cattiva condotta de’ Napoletani favori il progetto; e tutti i carbonari di Sicilia erano già uniti contro Napoli, quando l’ingresso degli Austriaci nel regno rese inutile quella combinazione. Da quel momento, la carboneria sparì in Sicilia; e comecché si debba a questa società la conservazione della pubblica tranquillità nel regno, mentre il governo di Napoli facea di tutto per suscitar quivi una conflagrazione, pure questa fatale istituzione lasciò delle conseguenze ben tristi. Delle persone infami furono protette e promesse per esser della società. La plebe, avvezzandosi a trattare su di un piè d’ugualità i grandi, i magistrati e le persone d’ogni ceto, divenne sistematicamente più arrogante; i funesti princìpi demagogici si diffusero maggiormente nel popolo. Finalmente quando la carboneria venne in odio al nuovo governo, ciò ha servito di mezzo alle private vendette, ha fitto moltiplicare i delatori, ed ha dato campo al governo di esercitare violenze, ingiustizie e persecuzioni crudelissime.

56

La storia del Colletta prova che il Palmieri mal giudicò, dalle apparenze la sua mente politica. Questo ammirevole scrittore, ma storico non sempre verace né veggente, operò in Sicilia, come altrove, in modi sconciamente diversi dalla virtù che esule onorava poi con sensi non indegni del grande storico romano. Ma Tacito avrebbe riso a vederlo impallidire sol perché il popolo gridò, al solito «Viva la Madonna immacolata!» in una processione, alla quale egli assistea da luogotenente in mezzo a due forti file di soldati.

57

Non occorre oggi spiegare ad Italiani che la rivoluzione di Napoli cadde per tutt’altra ragione che questa.

58

Par che fosse tutto il contrario. Nunziante non comandò mai in alcuna giornata, e piuttosto che generale potea dirsi fiero e arrisicato condottiero di bande, scaltro, prudente, dissimulato si che seppe metter nel sacco anche il Palmieri, e altri onesti Siciliani. Nunziante ripigliò in Sicilia la parte ch'era stata commessa, a quel guastamestieri di Naselli. Si servì del fresco odio, nell'intento ormai facilissimo di allontanare assolutamente i Siciliani dalla rivoluzione napoletana.

59

Questi predicatori trattavano sempre dal pulpito la stucchevole tesi comune a tutti, gl'impostori d’Europa, declamando contro i filosofi e le idee liberali. Uno di loro, predicando in una città a preti, si studiava a mostrare l’empietà di quei sacerdoti, che secondavano, le abbominevoli pretensioni de’ popoli di costituzione e di libertà; e fra gli altri argomenti, addusse l'esempio di settecento preti di Francia che, a dir suo, si fecero massacrare piuttostoché sottoscrivere la costituzione. Ma egli stesso due mesi prima, era stato, in Palermo nella giunta come rappresentante di uno dei comuni del regno, ed avea sottoscritto l’indirizzo in cui domandava la costituzione, anzi la costituzione di Spagna!

60

Per conoscere il carattere di costui, basta considerare che quando si recò in Napoli , portò seco il carceriere della casa di correzione di Palermo per usciere della sua segreteria, ed un famoso assassino per amico, consultore e confidente.







Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - l'ho sempre cercato ma non non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)










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