Eleaml


La relazione di William Hamilton inviata alla Società Reale di Londra sul terremoto del 1783 rappresenta un spaccato interessante del territorio calabrese, dal punto di vista economico e sociale.

“Quantunque l’oggetto principale del mio viaggio fosse unicamente quello di dare un occhiata alla sfuggita all'infelice Paese che avea sofferta una calamità così lacrimevole, pure continuamente mi attraeva, e rimaneva estatico contemplando la fertilità, e la bellezza di questa ricchissima Provincia, che superava di gran lunga, quanto alla fertilità, qualunque Paese da me visto in altri tempi. Oltre i due ricchi prodotti della seta, e degli olj, nei quali questa Provincia avvantaggia forse qualunque altro paese del Mondo, abbonda poi maravigliosamente di grani, vini, cotoni, liquirizzia, frutti e vegetabili di ogni specie, e se la sua popolazione, ed industria camminasse del pari colla sua fertilità, potrebbonsi sicuramente raddoppiare in poco tempo l’entrate della Calabria Ultra.”

[...] “Trovai al mio arrivo il Marchese di S. Giorgio, Barone di quello luogo, tutto occupato ad assistere i suoi sudditi. Egli avea fatto sbarazzare dalle rovine le strade di quella diroccata Città, ed erigere sopra una pianura ed in un luogo salubre molte baracche per alloggiarvi i suoi sudditi superstiti: avea inoltre fatto costruire alcune baracche più larghe per il lavorio dei bachi da seta, e trovai che già erasi cominciato.“

Positivo anche il giudizio sugli interventi governativi: “questo Governo è instancabile nei suoi sforzi per riparare non solo ai mali attuali ma ancora per prevenire tutti quelli che possono esserne una conseguenza”.

Pessime invece le condizioni delle strade, da quel che ne dice il cavaliere Hamilton. Ci viene da osservar che se il dinamismo economico descritto fosse stato accompagnato nel settantennio seguente da un miglioramento sostanziale del sistema viario, probabilmente il Regno delle Due Sicilie avrebbe avuto un altro destino.

Zenone di Elea – 30 Agosto 2016

RELAZIONE DELL’ULTIMO TERREMOTO

DELLE CALABRIE E DELLA SICILIA

INVIATA ALLA SOCIETÀ REALE DI LONDRA  DA S. E. IL SIG. CAVALIERE

GUGLIELMO HAMILTON

INVIATO DI S. M. BRITANNICA PRESSO S. M. IL RE DELLE DUE SICILIE

TRADOTTA DALL’INGLESE ED ILLUSTRATA CON PREFAZIONE ED ANNOTAZIONI

DAL DOTTORE GASPARO SELLA

SOCIO CORRISPONDENTE DELLA R. ACCADEMIA DEI GEORGOFILI IN FIRENZE

MDCCLXXXIII.

NELLA STAMPERIA DELLA ROVERE

Con Approvazione.

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Quaeramus ergo quid fit, quod terram ab infimo moveat, car modo tremat, modo luxata subsidat, nunc in partes divisa discedat, et alias intervallum ruinae suae diù fervet, alias cito comprimat; nunc amnes notte magnitudinis introrsum absorbeat, nunc novos exprimat, aperiat aliquando aquarum calentium venas, aliquando refrigeret, ignesque nonnunquam per aliquod ignotum antea montis, aut rupis foramen emittat, aliquando notos et per faecula nobiles ignes comprimat, mille miracula moveat, faciemque mutet locis, et deferat montes, subrigat plana, valles extuberet, et novas ex profundo infulas erigat.

Seneca. Quest. Natur, 6 Cap. 4.

A SUA ECCELLENZA D. GIO. ACTON

CAVALIERE DEL SACRO ORDINE MILITARE DI S. STEFANO P. E M. DI TOSCANA TENENTE GENERALE DEGLI ESERCITI, SEGRETARIO DI STATO NEL DIPARTIMENTO DI MARINA E DI GUERRA, E DIRETTORE DELLA MARINA DI SUA MAESTÀ IL RE DELLE DUE SICILIE &c. &c. &c.

ECCELLENZA.

Pregi sublimi di VOSTRA ECCELLENZA, e le gloriose imprese, per cui diveniste già il terrore dell’Affrica, e che renderanno illustre per sempre il Vostro nome alla posterità, non sono un soggetto da trattarsi da una penna così debole come la mia; ma già la Fama le ha da gran tempo pubblicate altamente all'Universo; ed ormai a tutti son note, o Signore, le vostre cognizioni nella Scienza Politica, nell’Arte Bellica, e nella Nautica, che Vi costituiscono uno dei più celebri Ministri di Stato, e caro ai più Potenti, ed Illustri Monarchi della Europa: ma più specialmente tutti ammirano in Voi quella rara modestia che Vi distingue in mezzo ai trionfi ed alla gloria, quell’affabile umanità con la quale tutti accogliete, e la tenera premura verso degl’infelici, con tanto frutto sperimentata dai miseri abitanti delle sconvolte Calabrie e Sicilia.

La cortese benignità, con cui Vi degnaste di riguardarmi, e favorirmi in ogni occasione, rimane altamente colpita nell’animo mio; e quella è quella che mi rende ardito di umiliare a V. E. la preferite mia fatica per dar tradotta all’Italia la Relazione degli orribili terremoti, che l'hanno devastata nella sua parte più bella, Opera composta da uno dei più illustri Letterati dell’Europa, e per il quale Voi professate una distinta stima, alla quale ho premorta una breve Prefazione ed ho aggiunto alcune piccole note. Mi lusingo che la generosa magnanimità del Vostro bel cuore non sdegnerà quella tenue dimostrazione del profondo rispetto che professo a V. E, e che in Pegno della Vostra favorevole accoglienza vorrete accordarmi l’alto onore che porta sempre continuare a gloriarmi, come faccio, di edere

DI VOSTRA ECCELLENZA

Firenze n. Ottobre 1783.

Umiliss. Devetiss. ed Obbligatiss. Servitore

GASPARO SELLA.


PREFAZIONE

Sarà forse reputato soverchio l’ardire il mio di aver impreso ad illustrare con questa mia Prefazione e con alcune piccole note la traduzione da me fatta dell’accuratissima e dotta Relazione indirizzata dal Chiarissimo Cav. Guglielmo Hamilton alla Società Reale di Londra dell’ultimo orribile terremoto che nei primi mesi anno corrente scosse e sconvolse miserabilmente le Calabrie e la Sicilia con indicibili, e lacrimevole mortalità. Chiunque però riflette, che questo illustre Filososo parla nella sua Relazione ad una Compagnia dei più celebri sapienti dell’Europa, e che perciò non ha creduto necessario d’entrare in alcuni dettagli loro notissimi dovrà accordarmi che non essendo il Mondo composto di Filosofi, molti forse non sgradiranno di sentir trattata questa materia con qualche maggior precisione, inutile a chi è nelle Scienze fisiche addottrinato, ma necessaria poi a chi non ne ha cognizione alcuna.

Essendo pertanto il terremoto un fenomeno sotterraneo e che si forma nelle viscere della terra, giacché io non conto per terremoti le scosse anche violentissime indotte nella superficie della terra da innumerabili cagioni esterne come da colpi d’aria, da bufere di venti, da esplosioni ignee ec. credo che per intendere le cagioni di un fenomeno così spaventoso e le varietà dei suoi effetti gioverà di dare prima una breve occhiata all’interna struttura della superficie del nostro globo terraqueo. E’ una verità da non si poter mettere in dubbio, che la terra nelle sue viscere racchiude un numero immenso di caverne più o meno e di canali, talvolta di una prodigio fa esse tifone, fra loro communioanti in molte e diverse direzioni. Questo fatto innegabile lo dimostrano evidentemente le tante caverne, specialmente nell’interno delle montagne, e. dell'isole, che per ogni dove si incontrano, l’innumerabili fontane e polle d’acque anche ad una considerabile profondità fiotto tema, i venti, i fiumi sotterranei, i vulcani ec, onde con verità si può dire che si cammina ad ogni passo sulle volte. Chi è che non abbia udito a parlare dell’Ìnnumerabili profonde e vaste caverne che s’incontrano nell’Inghilterra, nell’Irlanda, nella Germania, nelle nostre Alpi ed Appennini, nella Sicilia, e nell'Isole con tanta esattezza da più celebri Geografi e Storici naturalisti sì antichi che moderni? Chi è che non abbia udito narrare dei tanti fiumi ed anche grossissimi che sotterra corrono, o in essa vanno a perdersi? Questi son tanti fatti innegabili che mostrano chiaramente di sì fatte anche vastissime caverne e condotti la di cui estensione ed apertura è bene spesso maggiore di ogni credere.

Ma ciò che rende sempre più evidente fatto sono i fenomeni stupendi dei vulcani e dei terremoti: la subitanea depressione dei monti il subbissamento dell'intere Città improvviso comparire, in luogo di esse, dì nuovi laghi, il pronto asciugarsi dell'acque del mare, dei fiumi ec, ed il veder poi rivomitare queste acque a guisa di impetuosi torrenti dall’orrende fauci dei ville ani e dall'aperte voragini insieme con ogni genere di terre, di pietre, di pesci, di nicchi e corpi marini, non son forse altrettante prove dell'esistenza di tali immense caverne e condotti sotterranei fra loro comunicanti? Il Filososo Seneca, nelle sue Questioni naturali, racconta che nella Caria, Provincia dell’Asia Minore, dopo un violento terremoto, comparve un nuovo fiume ripieno di pesci non mai più veduti, ma di una natura così venefica, che quanti ne mangiarono tutti morirono. L’anno 1631, come lo lo Storico Braccini, testimonio oculare ed esattissimo osservatore, avendo il Vesuvio eruttato con sommo fracasso, il lido circonvicino del Mare si asciugò ad un tratto per lo spazio di alcune miglia, e dipoi tutta questa immensa copia acque sgorgò con impeto e rovina grande dalle fauci dello stesso Vesuvio; mentre terminata l’eruzione trovossi tutta la montagna ed i luoghi circonvicini ricolmi di avanzi di pesci, di conchiglie, di erbe e di ogni genere di corpi marini. Innumerevoli esempj di questa natura potrei addurre; ma pochi mi sembrano sufficienti a comprovare il mio assunto. Non posso però fare a meno di non riflettere che simili fatti dovrebbero render più cauti certi Filosofi, i quali dall'osservare il numero grande dei corpi marini, sparsi non meno sulla superficie che nelle interne viscere della terra pretendono di conchiudere che tutta quanta la superficie di essa, e fino le sue più alte Montagne, siano state anticamente in fondo di Mare. Io non nego già che molte parti della superficie della nostra terra non possino essere state ricoperte nei Secoli più remoti dalle acque del Mare; ma dico bensì che è cosa certa che simili corpi vi possono essere stati strascinati anche dall'acque del Mare, penetrate e spinte tutte sotterranee caverne e condotti, e sboccati poi fuori insieme con esse per le fauci dei vulcani e per le voragini aperte dallo scuotimento dei terremoti, dei quali ogni secolo n’ha contati delle centinaia e molti di questi tremendismi.

Questi fiumi di acqua sboccati non di rado dalle fauci dei vulcani e per le voragini aperte dai terremoti, ad un’immensa altezza, ancora che il salir dell’acqua nelle viscere dei monti non dipende già solo dall'esterna pressione dell'aria; perché questa non potrebbe farla ascendere al più che a trentadue piedi di altezza: altezza incomparabilmente minore dì quella cui si sollevano questi torrenti vulcanici e sproporzionata all’impeto col quale sgorgano. Il Dott. Troil Svedese nelle sue Lettere in cui rende conto del penosissimo viaggio da lui fatto nell’Islandia per osservare il famoso Vulcano Ecla, ci descrive i prodigiosi getti d'acqua bollente che in gran numero sgorgano nei contorni del Lago Laugervan in vicinanza del Vulcano: la bocca d’alcuni di essi ha più di 19 piedi di diametro, e da questi sgorgano con gran fracasso e rumore infernale getti che si sollevano a 92 piedi di altezza. Considerisi adesso quale immensa forza ci voglia per spingere una colonna di acqua, a tale altezza, che ha di solidità non meno di 25,760 piedi, e non pesa meno di 20,608.000 libbre? Altra cagione dunque, ci vuole a spiegare questo fenomeno. Io per me credo che senza pascersi d'immaginazioni possa comodamente spiegarsi colla forza elastica dell’aria rarefatta prodigiosamente dal calore intensissimo dei fuochi vulcanici; mentre si fa che l’aria è capace per la forza del fuoco di rarefarsi in un volume 13,700 volte maggiore del suo naturale. Supposte nelle viscere dei vulcani queste vaste caverne e canali profondissimi comunicanti colle acque del Mare, dei laghi e dei fiumi, è certa che in essi penetra e vi circola l’aria. L’esistenza di questa la dimostrano evidentemente i venti sotterranei, ed i fuochi vulcanici stessi, essendo cosa certa che senz'aria non può né infiammazione né fiamma; e perciò questi sotterranei condotti d'aria debbono considerarsi come i mantici destinati dalla natura a mantenere e rinforzare i fuochi suddetti. Ora quanto più profondi sono i suddetti canali aerei, tanto più in essi è necessariamente condensata l’aria, e tanto più capace di rarefazione e di maggior forza della famosa Caverna d’Inghilterra, tre miglia distante da Buxton v’ha una vasta e profondissima voragine, della quale, come narrano le Transazioni Filosofiche (n. 467. pag. 24.) con uno scandaglio lungo 884 passi di sei piedi l’uno, cioè di 5304 piedi 0 più di un miglio, non se ne trova il fondo.

Laria contenuta nel fondo di questa voragine, calcolandone la densità secondo il metodo del D. Halley, è quasi densa quanto un terzo della nostra acqua: e se l’aria sulla superficie delta terra può rarefarsi per la forza del calore in un volume 13,700 volte maggiore, quella di questa caverna potrebbe ad un grado uguale dì calore espandersi in un volume 3,4,000 volte maggiore. Suppongasi ora che per la forza del calore venisse così a rarefarsi l’aria di questa voragine, e si calcoli poi qual immenso peso potrebbe sollevare, e qual resistenza vincere certo che l’immaginazione si perde in così fatti calcoli. Allorché gli interni fuochi vulcanici vengono ad accender con maggior vigore, qualunque di ciò ne sia la cagione, rarefacendosi finitamente e con impeto l’aria sotterranea, si produce un vuoto nell’interne caverne, ove l’acqua per la pressione dell’aria esterna precipitosamente trabocca, e rarefatta dalla violenza del calore e dalla forza espansiva dell’aria si solleva con impeto indicibile nei canali perpendicolari e trabocca a guisa di torrente con inaudito fracasso dalle fauci dei vulcani, dai quali con stupendo fenomeno bene spesso si mirano tappar fuori le fiamme mescolate con immensi fiumi d’acqua. Questa ipotesi, se pur tale può chiamarsi, non fu ignota agli antichi Filosofi, e Trogo, presso Servio, se ne servì per ifpegare l’incendio del Mongibello: quod terra Siciliae, dice egli, cavernosa & fistulosa fit, quo fit ut ventorum statibus pateat, unde ignis concipitur: intrinsecus sulphur habet et bitumen in quo ubi ventus per spiramenta incubuerit, diù luctatus ignem concipit, ficque Aethnae durat incendium.

Queste caverne o condotti sotterranei sono in molti luoghi ripieni di bitumi, dì zolfi, di sali vetriolici e di materie metalliche di ogni, dalle quali sorgono, come è ben noto a tutti i pratici delle miniere, molte e diverse specie dì esalazioni, ed alcune dì esse infiammabili sì per l’esterno contatto del fuoco, che spontaneamente, come si osserva nell'emanazioni, ed in molte chimiche esperienze; le quali esalazioni accese che siano, scoppiano e producono lo stesso fracasso che le mine ripiene di polvere da cannone.

Premesse tutte queste cose e venendo adesso a discorrere dei Terremoti, è cosa certa, che essendo questi un moto violento concepito nei sotterranei della terra, non una sola, come è manifesto, ne può esser la cagione; ma bensì molte e varie, benché spesse volte tutte si unificano insieme alla produzione di un fenomeno così orribile. Quindi le subitanee piene ed inondazioni dei fonti e fiumi sotterranei per l'improvvisa rottura dell'interne cisterne di qualche alta i venti impetuosi, gli uragani, i fulmini sotterranei possono essere e sono stati effettivamente la cagione di orrendi terremoti. La più frequente però di tutte le cagioni di essi sono i vulcani: un fatto certo che i luoghi più prossimi a tali montagne sono ancora i più soggetti a orribilissime scosse. Le Storie son ripiene di fatti che confermano questa osservazione, ed è, come di una cosa notissima, inutile affatto il trattenersi a dimostrarla. Solo avvertirò che l’orribile sciagura da cui è stata afflitta quasi tutta la superficie del globo terraqueo conosciuto, incominciò nella primavera dell'anno scorso nell’Arcipelago della China, e rovinando la deliziosa Isola Formosa, quale Arcipelago è ripieno, ognuno ben sa, di molti e spaventosi vulcani. Nella nostra Europa poi cominciò la Tragedia sul finir dell’Inverno di quest'anno da due lontanissimi luoghi, cioè dalla Calabria e Sicilia e dall'Isola dell'Islandìa, amen due prossime a due terribili vulcani.

Allorché la materia di questi monti ignivomi più del solito si accende e scoppia, urta e spinge violentemente l'aria nei canali sotterranei a grandissime distanze con fremito e lo che deve necessariamente produrre un terremoto nei luoghi circonvicini, più o, secondo la varietà delle circostanze. Poiché ove questi canali sono più superficiali, ove hanno meno sbocchi laterali, ed in essi l'aria, che scorre, incontra maggiori resistenze, è manifesto che, in pari circostanze, più violenta deve essere la scossa. Questa stessa varia direzione dei canali sotterranei ferve a spiegare mirabilmente la varia forza ed essetti dei terremoti in luoghi fra loro vicinissimi, e talvolta in una medesima Città. Poiché se si vorrà supporre un canale sotterraneo scorrente orizzontalmente sotto la superficie dì un luogo, e che poscia approfondandosi questo nelle viscere della terra, e di nuovo risorgendo torni fitto la superficie, è manifesto che il terremoto si farà sentir gagliardo nei luoghi che posano sulle estremità superficiali di canale, e poco o nulla nei luoghi intermedj.

Quando il terremoto è cagionato da una semplice scossa di aria nei canali sotterranei il moto concepito, dalla, terra farà soltanto un fremito orizzontale: ma non farà già tale allorché questi canali pregni di materie, il fuoco dei vulcani si accende, o per altra cagione genera si un fulmine sotterraneo; poiché allora non solo si aria viene ad. esser violentemente urtata ma benanche subitaneamente rarefatta, nella terra lo stesso moto che vi produce lo scoppio di una mina con gran fra e rovina. Molte volte più venti sotterranei ed in direzione contraria s’ incontrano: nelle profonde, e tal volta ancora a questo fracasso si unisce del fonti e fiumi sotterranei:, oh allora sì che lo scuotimento. e la rovina divengono. Allora dilatandosi per la rarefazione ed urto i canali, e formandosi dentro di essi un vuoto, l’acque vicine, compresse vi si precipitano dentro, ed il lido del mare ed il letto dei fiumi e dei laghi all'improvviso si asciuga, come si è sempre osservato accadere nei più violenti terremoti; ma ben presto riabbassandosi la terra, e la forza elastica dell'aria urtando l’acque, queste compresse ritornano con. violenza indietro, e sgorgando con empito dall'aperte voragini, ritornano nei loro alvei, ed orgogliose ne sormontano le sponde e producono subitanee inondazioni, staccano talvolta spaziosissime falde di terra nei luoghi declivi, insieme cogli alberi, i seminati e le case, le trasportano ad immense distanze.

Supposta tale la cagione dei terremoti facilmente si spiega la prodigiosa velocità colla quale si propagano, e come due luoghi fra loro distanti, talvolta le centinaia e le migliaia di miglia, vengono scossi quasi contemporaneamente, poiché come è noto, il suono, o moto tremulo dell’aria, percorre, in luogo aperto, in un minuto secondo 1185 piedi parigini e ne scorre 71,100 in un minuto primo 0 14 miglia ed un quinto, che sono 830 miglia l’ora: onde nello spazio di circa 24 ore il suono se conservasse il suo moto, potrebbe scorrere tutta la circonferenza dell’equatore, e far un cammino di circa 21000 miglia. Se tale è la velocità del moto tremulo nell’aria aperta, quanto maggiore farà la sua velocità nei canali chiusi, quale l’impeto ed il fracasso, allorché viene spinta con indicibile violenza per essi? Ognuno se lo può immaginare: e chiunque ben conosce l'immensa forza dell’aria rarefatta, l’impeto dei venti, l’attività dei fuochi elettrici, e la forza deIl’acque correnti, facilmente potrà comprendere gli effetti tutti dei terremoti, la velocità colla quale si propagano, la violenza del moto oscillatorio e vorticoso della terra, delle voragini, lo spaccarsi delle montagne, il distacco e la rovina dì vastissime falde di terra, la nascita delle isole, i nuovi monti, il prosciugamento dei fonti, dei fiumi, dei laghi e del mare, l’inondazioni, i nuovi fonti, fiumi, laghi ec., e tanti altri spaventosi fenomeni che precedono, accompagnano e succedono ai terremoti.

Uno dei fenomeni più costanti che seguitano e talvolta precedono i terremoti sono le folte nebbie che oscurano il sole, e le tempeste dell'aria con venti impetuosi, pioggia rovinose ed orribile scoppio di fulmini. Tutti questi fenomeni sono prodotti dalla copia grande dell'esalazioni che dalla terra sconvolta si sollevano in aria. Queste esalazioni essendo una vera aria infiammabile, sono leggerissime assai più dell'aria comune, e perciò con somma velocità si sollevano, sormontando le nubi, nelle regioni più alte dell'atmosfera, ove per il maggior, freddo si condensano e formano quella folta nebbia che fa rosseggiare la luce del sole e talvolta l’oscura affatto: e siccome a tale elevazione, per la leggerezza e rarità dell'aria e l'ampiezza dello spazio libero da ogni resistenza, i venti vi hanno minor forza, questi vapori hanno un moto lentissimo ed insensibile. In tutti i paesi afflitti da terremoti sempre si sono queste nebbie e nuvoli fissi, tristi prenunzi di nuove scosse. A misura che l'aria và caricandosi di tali infiammabili esalazioni, queste cacciano con forza e respingono abbasso l’acqua sparsa per la quale fendendo precipitosamente e raccogliendoli in nubi, allora è quando si suscitano le impetuose procelle dell’aria convento, pioggie e fulmini orrendi.

Quantunque i terremoti più fenomeni della Natura, io noti mi indurre, a credere che altro uso non abbiano che quello di distruggere e devastare: ciò mi sembra contrario all’infinita sapienza e bontà del Creatore che tutto ha disposto per la conservazione, e perfezione dell’Universo. Anche gli Uragani, ed i fulmini producono bene spesso mali indicibili; ma ciò nonostante il loro fine primario è all'economia dell’universo, mentre servono a ripurgare principalmente l’aria dalle nocive esalazioni e ad impedire che non si guasti. Fini grandi ha certamente avuto la Provvidenza nella creazione dei vulcani e per conseguenza nella produzione dei terremoti: io non presumo già di indovinarli; e chi ne farà cotanto ardito? pure mi pare che i Vulcani, oltre di esser le principali fucine, in cui si eseguiscono molte chimiche importantissime operazioni della Natura, siano ancora abbondanti e perenni sorgenti della materia elettrica, la quale diffondendosi per l’aria, ed impregnando la superficie della terra, è uno dei principali agenti della secondazione e fertilità: questo fatto viene maravigliosamente confermato dalla pronta vegetazione delle piante elettrizzate e dalla straordinaria secondità dei luoghi più prossimi ai vulcani.

Siffatti luoghi, se non fossero oggetti all’orribile flagello dei terremoti, per la loro gran fertilità, e ricchezza sarebbero certamente invidiabili; ma le frequenti rovine, cui sono per tal cagione sottoposti, fanno si che tutti gli’ temono e gli. abbandonano con danno grande della coltivazione e del commercio. Riflettendo meco stesso esservi mezzo alcuno da preservar. tali luoghi dai danni orribili causati dai terremoti e porre in sicuro la vita degli abitanti, mi pare che il caso non sia affatto disperato, e se progettare la costruzione di una Città in luoghi simili, ecco qual sarebbe il mio piano. In primo luogo vorrei che la Città si fabbricasse sopra un luogo, ma in piano anziché in declive, non tanto per la maggior salubrità dell'aria, ma molto più perché si osserva che i terremoti fanno sempre maggior fracasso nelle pianure che nei monti: non mai poi né in vicinanza dei fiumi o del lido del che in tal guisa sarebbe al sicuro dai danni cagionati dalle subitanee inondazioni che sopravvengono così frequentemente dopo i terremoti.

Le strade avrebbero ad essere larghe e spaziose ed in una direzione parallela a quella dei circonvicini fonti, perché la direzione dei terremoti seguita ordinariamente quella dei condotti sotterranei, e se le fabbriche sono situate a traversso di questi, è manifesto che l’urto dei terremoti contro di esse produce maggior fracasso. Verrei inoltre che tutte le strade fossero guarnite nel mezzo dì larghe e profonde fogne a volta, fra loro comunicanti con molti sbocchi e sfiatatoj: mentre fogne come tante contromine capaci di rompere la forza dei terremoti. Le casedovrebbero esser di un solo piano, e con una spaziosa aia nel centro, che servir potrebbe d’orto o di guardino, costruite dì grosse muraglie ben rinforzate negli angoli; e queste non già perpendicolari ma molto inclinate; onde le case formasse tante piramidi troncate; perché allora, come ognun vede, nella violenta oscillazione prodotta dai terremoti farebbe assai più difficile che il centro di gravità venisse sbalzato fuori della base, e le case in rovina. I fondamenti dovrebbero profondi ed a volta, e tutte le case avrebbero avere le loro cantine, le quali per mezzo dì canali comunicassero con un pozzo aperto nell’aia, e ciò per dar maggiore sfogo all’aria ed all'esalazioni sotterranee; e quando i soffitti. fossero tutti a volta, mi pare che non potrebbe che difficilmente dalla forza e violenza dei terremoti. È inutile poi il dire che da tali luoghi dovrebbero esser bandite affatto le torri, i campanili e tutte le fabbriche alte, a meno che queste, qualora la necessità l’esigesse, fossero ben lontane dall’altre ed in qualche angolo della Città, perché facilmente ne concepisce la ragione.

Gli abitanti poi di questi luoghi dovrebbero tener persone pubbliche e savie le quali osservassero certi segni quasi sicuri di futuro terremoto, per darne loro avviso in tempo acciocché ognuno potesse salvarsi alla campagna colla famiglia e le robe sue sotto le baracche, per la costruzione delle quali vi dovrebbero esser sempre in pronto i materiali. Tra i segni più certi dei futuri terremoti sono da contarsi l’improvviso e subitaneo prosciugarsi del lido del mare, dei fiumi ec, l’intorbidamento dell’acque, senza che siano precedute dirotte pioggie, l’odore, e sapore zulfureo di queste; le rombe sotterranee nei monti, i tuoni la notte a cielo sereno, ai quali succedono colpi gagliardissimi di vento, l’inquietudine e lo schiamazzo di molti animali senza manifesta cagione, il vedere volare erranti e come sperduti in aria in gran copia gli uccelli specialmente domestiche nebbie foltissime ed alte che non si dissipano all'apparir del sole, e che ne oscurano la luce, accompagnate da certi nuvoletti sottili, bianchicci e rossi intorno il filare o lunare. Tutti questi segni sono molto più a temersi, ogni qualvolta i prossimi vulcani da lungo tempo non abbiano sfogato secondo il solito e siano stati quieti; ed allora ognuno deve pensare prontamente a salvarsi, e dire col pio Anchise.

Jam iam nulla mora est, sequor et qua ducitis ad sum Dii patrii servate Domum, servate nepotem Vestrum hoc augurium, Vestroque in numine Troia est.

RELAZIONE DELL’ ULTIMO TERREMOTO

DELLE CALABRIE E DELLA SICILIA

INVIATA ALLA SOCIETÀ REALE DI LONDRA DA S. E. IL SIG. CAVALIERE GUGLIELMO HAMILTON INVIATO DI S. M. BRITANNICA PRESSO S. M. IL RE DELLE DUE SICILIE

Napoli 23. Maggio 1783.

Mi stimo grandemente fortunato ad essere in grado di poter dare ai miei rispettabili Compagni della R. Società una piccola idea degli immensi danni causati e dei sorprendenti fenomeni prodotti dagli ultimi terremoti avvenuti nelle due Calabrie, a Messina e nelle parti della Sicilia più prossime al Continente, i quali cominciarono il dì 5 dello scorso febbrajo (I), e seguitano a farsi sentire sensibilmente, quantunque con minore violenza, anche lino a quello giorno. Dai rapporti, e relazioni più autentiche ricevute dall’Ufizio della Segreteria di Stato di S. M. Siciliana, li rileva in generale, che la parte delle Calabrie, scossa più violentemente da quello orribile flagello, è quella che è compresa fra i 38 e 39 gradi di latitudine al Nord (II): che la massima forza dei terremoti pare che. abbia tatto impeto dalla base di quelle Montagne dell’Appennino, chiamate il Monte Dejo, Monte Sacro e Monte Caulone, e siasi estesa a Ponente lino al Mar Tirreno: che le Città, i villaggi e possessioni di campagna più prossime alle suddette Montagne, tanto quelle situate sopra i poggi che: quelle nelle pianure, rimasero totalmente rovinate dalle prime scosse del dì 5 febbraio verso il mezzodì; e che ivi fu la massima mortalità che a misura poi che le Città e villaggi erano situati a maggiore distanza da detto centro minore era stato in proporzione il loro danno ma che poi anche le Città più distanti, erano state grandemente danneggiate dalle susseguenti scosse dei terremoti, e specialmente da quelle dei 7. 16 e 28. febbraio, e da quelle del 1. e 28. marzo: che dalla prima scossa del dì 5. febbrajo la terra seguitava ad essere in un continuo tremore, ora maggiore ed ora minore; e che le scosse erano alle volte più sensibili in una, ed ora in un’altra delle desolate Città; che il moto della terra era stato vario, e secondo la frase del paese, vortico, orizzontale, ed oscillatorio, o pulsante (III); che quella varietà di C; movimenti avea grandemente accresciuto il timore: negl’infelici abitanti di quelle parti, i quali altro non li aspettavano ad ogni momento che di vedere aprirli la terra ad ingojarli tutti quanti che le piogge erano state continue e violente, accompagnate spesso da. fulmini, e da irregolari e furiose. bufere di vento; che da tutte quelle cagioni, la faccia della terra di quella parte della Calabria, compresa fra i soprannominati. gradi 38. e 39. di latitudine, era rimasta affatto scomposta ed alterata, e particolarmente la colla accidentale dei sopramentovati Monti: che molte crepature, e voragini lì erano aperte in quelle parti; che alcuni colli eransi abbassati ed altri affatto, spianati che franatasi profondamente la terra, nelle pianure, molte strade erano divenute affatto impraticabili; che altissime. montagne eransi spaccate, e porzione, di esse, strascinate ad una distanza considerabile, profondissime valli aveano colmate, sino alla cima delle, stesse montagne, cui servivano prima di divisione; che cangiato erasi il corso di alcuni fiumi; che in alcuni luoghi erano comparse nuove fontane, ed in altri l’antiche eransi affatto seccate; che vicino, a Laureana, nella Calabria Ultra, due intere possessioni piantate a ulivi e gelsi, e situate in una perfetta pianura, erano state svelte dalla forza del terremoto, ed insieme con tutti gli alberi, erano state scagliate a circa un miglio di distanza dalla loro antica situazione; e che dal terreno, ove prima posavano, erano scaturite fontane d’acqua calda, che si sollevavano ad una considerabile altezza, miste ad una terra di natura ferruginea (IV). Che vicino a quello stellò luogo alcuni contadini e pallori, coi loro cariaggi e buoi, e colle loro greggi erano rimasti inghiottiti: in una parola, che incominciando dalla Città d’Amantea, situata sulla Colla del Mar Tirreno nella Calabria Citra, e seguitando, lungo la Colla Occidentale sino al Capo Spartivento nella Calabria Ultra, e dipoi proseguendo lungo la Colla Orientale lino al Capo d’Alice (parte, della Calabria. Citra. fui Mare Ionio) non v’era Città o Villaggio, tanto sulla costa che dentro terra, il quale non fosse rimasto o totalmente distrutto o grandemente danneggiato, contandosi i luoghi distrutti in numero di circa 400, i minori dei quali di 100 abitanti; mentre i luoghi che non arrivano a tal numero, non sono contati fra i Villaggi.

La massima mortalità accadde nelle Città, e Paesi situati nella pianura dalla parte occidentale dei Monti Dejo, Sacro e Caulone. A Casal Nuovo la Principessa di Gerace vi perdè la vita con 4000. abitanti: a Bagnata il numero dei morti ascende a 3017: Radicina e Palma conta ognuna da 3000 morti: TerraNuova 1400. e Seminara anche più. La somma totale dei morti nelle due Calabrie e nella Sicilia, per cagione dei soli terremoti, secondo le relazioni inviate all’Ufizio della Segreteria di Stato di Napoli ascende a 32,367: io però ho buone ragioni per credere, che compresivi gli estranei, il numero dei morti sia considerabilmente maggiore, e che senza esagerazione li possano computare, a mio credere, da 40.000. morti. Dalle notizie ricevute dallo stesso Uffizio, si sente, che gli abitanti di Scilla, alla prima scossa del terremoto del $. febbraio, erano fuggiti dal Castesso, e seguitando l’esempio del loro Principe eransi refugiati alla riva del Mare; ma che di notte tempo la stessa scossa di terremoto, che. che aveva agitato, e fatto gonfiare con tanta violenza il Mare e cagionato tanto danno sulla punta del Faro di Messina, ne aveva prodotti ivi dei maggiori assai; perché l’onde (che secondo la voce di alcuni erano calde bollenti, ed aveano scottato nello schizzare ad una grande altezza molte persone) sollevatesi prodigiosamente si erano avanzate da tre miglia dentro l'isola, ed aveano sommersi, e portati via nel ritornare indietro 2473. abitanti col loro Principe, in tempo che alcuni di essi eransi rampicati sopra le colle più alte dell'Isola ed altri refugiatisi in alcune barche sopra la riva. Tutte le relazioni convengono, che tra le numerose scosse sentite dal principio di quello formidabile terremoto, e che si contano a centinaia, le più violente e di più lunga durata, furono quelle del 5 febbrajo all’ore 19. m. all’Italiana, del 6, a 7. ore della, notte, del 27, a n. e un quarto ore della mattina dello stesso mese; e quelle del 1. e 28. di marzo, la prima a 8. m. ore di notte e la seconda all’11. m. Umilmente di notte. Quest’ultimo terremoto fu quello che scosse furiosamente la parte superiore della Calabria Ultra, e la parte inferiore della Citra, di cui ne leggerete in appresso un’autentica definizione in una Lettera, che ricevei dal Marchese Ippolito, accuratissimo osservatore, risedente a Catanzaro nella Calabria superiore. La prima e l’ultima scossa. scossa debbono certamente edere state tremende, perché quelle sole si sentirono sensibilmente qui in Napoli.

Le relazioni ricevute dal Governo dalla Provincia di Cosenza, sono meno triste di quelle della Provincia della Calabria Ultra. Dal Capo Suvero fino al Capo di Cetraro sulla Costa Occidentale, tanto i paesi dentro terra che quelli lungo il Mare, dicesi che abbiano sofferto più o meno in proporzione della loro vicinanza al supposto centro dei terremoti: è stato osservato costantemente che il terremoto ha esercitato la sua massima violenza e seguita ad esercitarla dalla parte occidentale degli Appennini e specialmente dal famoso Sila dell’antico Bruzio (V), e che tutti i paesi situati all'Oriente di quel Monte hanno risentito le scosse dei terremoti, ma senza averne sofferto danni considerabili, non essendo morte nella suddetta Provincia di Cosenza appena cento persone. Gli ultimi ragguagli venuti dalle parti della Calabria Ultra, parlano di due fenomeni molto Angolari. Alla distanza di circa tre miglia dalla rovinata Città d Oppido, eravi un colle (il di cui Cuoio era una terra argillacea) alto circa 500 palmi e di 1 300, di circonferenza nella sua baie; ora nella violenza della scossa del 5 febbraio, quello Colle, per quello li dice» venne sbalzato dal suo primiero luogo alla distanza di circa quattro miglia in una pianura, detta il Campo di Badano, Nel tempo stesso il Colle, fu cui sedeva la Città d’Oppido, e che lì fendeva circa tre miglia, ed era situato in mezzo a due fiumi, staccatoli in due parti, colle sue rovine seppellì il villaggio, e riempito il letto dei due fiumi, ne fermò il corso; onde si sono formati due gran laghi, che ogni giorno più vanno dilatandoli, e se non lì rinviene il mezzo 4 asciugarli e di redimire il loro corso ai fiumi, in breve tempo infetteranno grandemente l’aria.

I ragguagli dei maggiori disastri della Sicilia furono quelli della rovina della massima parte della nobile Città di Messina, cagionata dalle scosse del 5 febbraio, e del rimanente per le consecutive scosse: che il Molo di quel Porto era talmente sprofondato, che in alcuni luoghi trovavasi un palmo e mezzo sottacqua; che la superba fabbrica, detta la Palazzata, che formava la più magnifica prospettiva, che mai vantasse Porto alcuno dell’Europa, era totalmente rovinata; che il Lazzeretto avea sofferto gran danni; che la Cattedrale erasi rovesciata; ma che la Cittadella avea poco sofferto: in una parola, che Messina più non esisteva; che la Torre sulla punta dell’ingresso del Faro era mezza distrutta, e che le medesime onde calde, che tanto danno cagionato aveano a Scilla, avendo sorpassato la punta di terra del Faro, aveano portato via ed inghiottite 24. persone Il Vice-Re di Sicilia ha inviata similmente la relazione di alcuni danni, ma poco considerabili, prodotti dai terremoti, a Melazzo, Patti, Tenadi, Santa Lucia, Cadrò Reale, e nell'Isola di Lipari.

Queste, o Signori, erano le notizie che io avea ricevute alla fine dello scorso mese; ma siccome sono molto curioso, come ben sapete, fui soggetto dei Vulcani, ed era ben persuaso nell’animo mio, dall'osservare ristretti i presenti terremoti in un solo tratto di terra, che la vera cagione di essi fosse qualche grand’operazione chimica della Natura, della specie delle vulcaniche; per rischiarare molti punti e poter rinvenire la verità, impresa, come voi ben sapete, dell’ultima difficoltà, mi risolvei immediatamente d’impiegare venti giorni, (che era tutto quel tempo di cui poteva disporre e potermene ritornare prima che incominciasse il caldo) a fare un giro in quelle parti della Calabria Ultra, e della Sicilia, che erano erano state e continuavano tuttavia ad esser più scosse dai terremoti, ed esaminare coi miei propri occhi i fenomeni sopramenzionati. A tale effetto noleggiai per me una Spronara Maltese ed una Filuga Napoletana per le genti di mio servizio, e partii da Napoli il dì 2 di maggio. Era provvisto, per comando di Sua Maestà Siciliana, di un ampio Passaporto con ordine agli Ufiziali Comandanti delle respettive Provincie di darmi ogni ajuto e favore nel proseguimento del mio oggetto. Ebbi un viaggio piacevole nella mia Spronara Maltese (ch’è una barca eccellente ed i marinari sono valentissimi) lungo le Coste del Principato Citra, e della Calabria Citra, dopo aver passato il Golfo di Policastro. A Cedraro cominciai a scoprire i sintomi del terremoto, e trovai gli abitanti, quantunque, per quanto scoprir si poteva, niuna casa in tutta la Città avesse sofferto, attendati sotto le baracche alla Campagna. A S. Lucido scorsi il Palazzo del Barone ed il campanile della Chiesa danneggiati e la maggior parte degli abitanti sotto le baracche: quelle sono specie di case di legno, molto simili alle botteghe delle nostre fiere di campagna; molte però di quelle che io vidi, li rassomigliavano più alle nostre stalle da majali. Siccome il mio Oggetto era quello di rintracciare più presto che fosse possibile, stante la ristrettezza del tempo, e la moltiplicità delle cose da vedere, il centro della rovina, mi contentai di dare un occhiata da lontano a Maida, Nicastro, e Santa Eufemia, e poggiando verso Pizzo, Città della Calabria Ultra, scesi a terra la sera del dì 6 di Maggio. Questa, Città situata sul mare, e sopra una Tufa Vulcanica (VI) (quello fu l’unico segno della prima esplosione vulcanica, che incontrassi in Calabria) era stata totalmente, poi fracassata da quello del 28 di marzo. Siccome; gli abitanti di questa Città, ascendenti a circa 5000, erano stati molto vigilanti, e fino dalle prime, scosse dei 5 febbrajo abbandonate le loro case, eransi ritirati sotto le baracche; alla campagna, la mortalità del 28 di marzo fu pochissimo considerabile ma per esser le baracche malissimo costruite, e molte di loro ristrette in un luogo assai insalubre, erasi generata una malattia epidemica, che avea ucciso molti di loro, e nonostante le saggie precauzioni prese dal Governo per: arrestarne il progresso, si manteneva, al mio arrivo, tuttora micidiale. Ho timore, che all’avanzarsi del calore estivo, la stessa disgrazia maltratterà molte parti della misera Calabria ed ancora la Città di Messina. Parvemi che gli abitanti di Pizzo, si fodero già assuefatti alla loro presente ed incomoda maniera di vita: nelle strade fra le baracche si vedevano aperte botteghe di ogni genere, ma eccetto pochissime, tutte miserabilmente costruite. Io fui qui assicurato che il Vulcano di Stromboli, apposto in faccia alla Città, e distante da essa presso a 50 miglia, avea fumato meno e rigettata dalle sue fauci minor quantità di materia ignea nel tempo dei terremoti, di quella che avesse mai fatto da alcuni anni in qua. In quella notte riposai nella mia Spronara, che i marinari aveano tirata in terra, e fui risvegliato da un aspra percossa, che sembrava venire dal fondo della barca ma senza sentire rumore alcuno sotterraneo, ed i miei servitori sentirono lo stesso nell'altra barca. Il giorno seguente ordinai alla mia barca di andare ad aspettarmi a Reggio, e cavalcando mi portai a Monteleone, sei miglia distante da Rizzo, sopra un Colle, per una strada di ciottoli, ed argilla, difficile a farsi in quella stagione: ebbi in quello viaggio il piacere di mirare la più bella campagna che mai vedessi ai giorni miei (VII); essa è un vero giardino di olivi, di gelsi, d’alberi fruttiferi d’ogni genere e di vigne, i quali ombreggiavano una abbondantissima messe di grani di ogni genere, di lupini, fave ed altri vegetabili, i quali sembravano venir su più rigogliosi, rinfrescati dall’ombra folta degli alberi. Questo è lo stile di tutta la pianura di Monteleone, eccetto che qua e là si scorgono vasti boschi di querele framezzate da ulivi, e quelli ultimi sono alberi di tal grossezza, che non me lo sarei mai figurato, essendo grossi quasi la metà delle quercie e somministrano un bellissimo legname, tre volte più grosso di quello degli olivi della Campagna felice. Questi ulivi in alcune parti della pianura sono piantati in filari, ed altrove si lasciano crescere irregolarmente. Quantunque l’oggetto principale del mio viaggio fosse unicamente quello di dare un occhiata alla sfuggita all'infelice Paese che avea sofferta una calamità così lacrimevole, pure continuamente mi attraeva, e rimaneva estatico contemplando la fertilità, e la bellezza di questa ricchissima Provincia, che superava di gran lunga, quanto alla fertilità, qualunque Paese da me visto in altri tempi. Oltre i due ricchi prodotti della seta, e degli olj, nei quali questa Provincia avvantaggia forse qualunque altro paese del Mondo, abbonda poi maravigliosamente di grani, vini, cotoni, liquirizzia, frutti e vegetabili di ogni specie, e se la sua popolazione, ed industria camminasse del pari colla sua fertilità, potrebbonsi sicuramente raddoppiare in poco tempo l’entrate della Calabria Ultra. Vidi interi boschi di Getti, di cui i proprietarj mi dissero che non ne ricavavano più. di cinque Scellini l’jugero, laddove che se avessero braccia da raccoglierne la foglia ed allevare i bachi da seta, renderebbero più di cinque lire sterline l’uno. La Città di Monte-Leone, l’antica Vibo Valentia (VIII), situata vagamente sopra un Colle, che guarda il mare e la sottoposta pianura sopramentovata, contornata dagli Appennini, ai quali fa corona Aspramonte il più alto di tutti, e sparsa di Città e Villaggi, i quali ohimè! già furono ed ora più non sono che mucchi di rovine. La Città di Monteleone poco soffrì nelle prime scosse del terremoto, ma restò grandemente danneggiata da quella del 28 marzo, sebbene 12 soli vi perissero, e tutti i suoi abitanti son ridotti a vivere sotto le baracche, molte delle quali son ben costruite o di tavole o di canniccj, ricoperte per di fuori di un intonaco bianco. Siccome quello paese fu sempre soggetto ai terremoti, quasi tutti i Baroni tengono preparata presso i loro palazzi una di queste baracche per ricoverarvi# al primo segno di una scossa, ed io fui qui alloggiato in una molto magnifica, composta di molte stanze bene addobbate, fatta fabbricare dall'avo del presente Duca di Monteleone, e sono debitore della sicurezza, e speditezza del viaggio interessante da me intrapreso per quella Provincia, alla cortesia del sopradetto Sig. Duca, il quale si compiacque in Napoli di munirmi di lettere di raccomandazione per il suo Agente; onde non solamente fui trattato con molta ospitalità e pulizia nella sua baracca e fornito di eccellenti e sicuri cavalli sì per me che per la mia servitù; ma fui ancora assistito da due delle sue guardie a Cavallo, ben pratiche di tutte le strade e viottoli del Paese, senza di che non farebbe stato né possibile né sicuro di poter osservare, come feci, in quattro giorni tutti i luoghi più curiosi fra Monte-Leone e Raggio. Niuno, fuorché quelli che son pratichi, può concepire l’orrido stato delle strade della Calabria, anche in questa stagione, né la sorprendente eccellenza dei cavalli del paese. Tutti qui concordavano nell'asserire, che ogni scossa di terremoto pareva, che venisse con un rumore simile ad una romba dalla parte di ponente, che ordinariamente cominciava con un moto orizzontale, e terminava col vorticoso, che è il moto il quale ha rovinato la maggior parte delle fabbriche di quella Provincia. Questa stessa osservazione la trovai generale in tutta quanta là Calabria: un’altra osservazione pure generale fu quella che prima di ogni scossa di terremoto, le nuvole parevano fisse e senza moto, e che immediatamente dopo un violento rovescio d’acqua, subito ne succedeva prontamente una scossa di terremoto (IX). Io parlai con molti quà e là che: erano stati rovesciati in terra dalla violenza di alcune; scosse, e: molti abitanti del luogo mi dissero che il moto della terra era cosi violento che le; cime degli alberi più alti quali toccavano la terra oscillando da una parte all’altra (X) che durante la scossa le bestie bovine, ed i cavalli stendevano, e. slargavano quanto più potevano le. gambe, per non esser gettati in terra, e che davano manifesti legni di accorgersi delle prossime scosse. Io stesso osservai nei luoghi che più aveano sofferto per i terremoti, che al raglio di un asino, al nitrir di un cavallo, ed al gracchiare di un oca tutti scappavano fuori, dalle loro baracche, ed spettando una nuova scossa raccomandavansi alla misericordia del Cielo con ferventi orazioni (XI). Da Monte-Leone discesi nella pianura, e trovai per istrada molte Città, e Villaggi tutti più o meno rovinati in proporzione alla loro vicinanza di quella. La Città di Mileto, situata nel fondo, la vidi totalmente rovesciata, senza che pur vi fosse rimasta una sola casa in piedi. Ad una certa distanza vidi Soriano, ed il bel Convento del Domenicani ridotto in un monte di sassi; ma siccome il mio scopo non era quello di esaminare le rovine, ma bensì i maggiori fenomeni prodotti dai terremoti, mi portai a Rosarno: qui osservai un esempio memorabile, che merita di essere avvertito, della forza che hanno alcuni animali di viver lungamente senza nutrimento alcuno, del che ve ne sono stati molti altri simili nel corso di quella calamità. A Sorsano due grassi majali, rimarti sepolti sotto un monte di rovine, furono estratti vivi dopo 42 giorni, erano deboli e magri spenti, ma ben tosto si rimessero in carne. Uno degli Ingegnieri di Sua Maestà Siciliana che si trovò presente all’estrazione di quelli animali, fu quegli che me ne diede il dettaglio (XII). Nel corso di questo mio viaggio mi assicurai evidentemente che tutte le abitazioni situate sopra i terreni elevati, il di cui suolo era ghiajoso cioè di una sabbia simile a quella del granito spolverizzato, e senza consistenza, aveano sofferto meno di quelle situate nelle pianure, le quali sono comunemente al livello del terreno (XIII). Il suolo delle pianure è una terra argillosa, bianca, rossa o bruna, ma la prima è più comune, ed è tutta pregna di nicchi marini, e specialmente di petuncoli. Questa vallata d’argilla è intersecata in molti luoghi da fiumi e torrenti che scendono dalle montagne, i quali han prodotto larghi e profondi burroni in tutto il paese. Subito dopo che fummo portati per la rovinata Città di S. Pietro, ci comparve da lontano in faccia la Sicilia, e la sommità dei Monte Etna, che fumava spaventosamente: poco prima che giungessemo a Rosarno, presso ad un guado del fiume Mammella attraversammo una pianura pantanosa, in cui mi furono fatti osservare alcuni piccoli fori nella terra, simili ad un cono rovesciato, che erano coperti di terra simile a quella del suolo circonvicino e mi fu detto che durante il terremoto del 5 febbrajo, da ognuno di questi fori sgorgò fuori una fontana d’acqua missa di sabbia, che si sollevava ad una considerabile altezza. Io parlai qui ad un Contadino che si trovò presente al caso, e che rimase tutto bagnato e ricoperto dalla sabbia, ma assicurommi che non era in modo alcuno calda, come era stato detto. Mi disse di più che prima di questo accidente, il fiume era rimasto asciutto; ma che subito dopo si riempì d’acqua e gonfiò a segno che sormontò le sue sponde. In appresso mi assicurai che lo stesso fenomeno era: accaduto universalmente in tutti gli altri fiumi della pianura nel tempo della formidabile scossa del terremoto del 5 di febbraio. Mi pare che questo fenomeno si possa spiegar facilmente col supporre, che il primo impulso del terremoto venisse dal fondo verso la parte superiore, come attestano unanimemente tutti gli abitanti essere avvenuto: inalzandosi ad un tratto la superficie della pianura, i fiumi che sono profondi, debbono naturalmente sparire, e ritornando poi la terra con violenza al suo primo livello, i fiumi debbono necessariamente ricomparire e gonfiare, nel tempo stesso che la subitanea depressione del melmoso terreno forza l’acqua nascosta sotto la sua superficie a schizzar fuori. Osservai in altri luoghi, ove era stato notato lo stesso fenomeno, che il terreno era tuttavia umido e pieno di giunchi. Fra questo luogo e Rosarno pattammo il fiume Messano, 0 Metauro (che, è vicino alla sopra mentovata Città) sopra un forte ponte di legno lungo 700 palmi, fatto costruire ultimamente dal Duca di Monte-Leone. Dalle voragini aperte nelle rive, e nel letto del fiume per la forza del terremoto, il ponte era affatto staccato da una parte, ed essendo stato stranamente smosso il terreno su cui son piantate le sue pile, avea quello preso una figura ondeggiante, e le spallette da ambe parti eransi curiosamente sfigurate: ma essendo stato rassettato il ponte dalla parte da cui erasi staccato, presentemente: si può si può passare. La guardia del ponte mi disse ancora che nel momento del terremoto quello gran fiume, era per alcuni minuti rimasto asciutto interamente, e che poi erasi riempito d’acqua ed era prodigiosamente gonfiato; e che il ponte oscillava in una maniera molto straordinaria. Quando parlo del terremoto della pianura, intendo sempre di discorrere della prima scossa del 5 di febbrajo che fu di gran lunga la più violenta di tutte, e fu l’unica che cagionasse tanto male alla pianura senza aver dato segno alcuno precedente. La Città di Rosarno col palazzo che, vi ha il Duca di Monte-Leone, rimase interamente diroccata; ma delle muraglie ne rimasero ritte; circa sei piedi, ed ora si stanno restaurando, come ancora le baracche: la mortalità in questo luogo, abitato da circa 3000 persone, non ha ecceduto le 200. Fu osservato a Rosarno e la medesima osservazione fu da me notata costantemente in tutti i luoghi diroccati, pei quali passai, che gli uomini morti li trovavano generalmente sotto le rovine; nell’atto di liberarli con forza dai pericola, laddove l’ordinaria filiazione delle donne era colle mani aggrappate alla testa in atto di darsi alla disperazione, a meno che non avessero avuto presso di loro fanciulli, nel qual caso furono sempre trovate colle braccia stese sopra quelli, o in altra attitudine; che dimostrava la loro anziosa cura di proteggerli, prova molto sensibile della materna tenerezza del sesso. L’unica fabbrica che rimase intatta a Rosarno fu la Carcere della Città fabbricata di grosse muraglie, in cui erano racchiusi tre notorj assassini, i quali se fossero stati liberi, sarebbero probabilmente rimasti schiacciati dalle rovine, Dopo aver pranzato in una baracca, il di cui proprietario avea perduto cinque della sua famiglia nel terremoto, proseguii il mio viaggio fino a Laureana, attraversando spesso il largo ed esteso letto del fiume Metauro.

I contorni di Laureana, situata sopra un’eminenza, sono lo stesso paradiso terrestre, ed io non vidi mai cosa da paragonar loro. La Città è considerabile, e siccome il terremoto non venne ad un tratto, come nella pianura, niuno vi restò morto; dopo però son morte da 50 persone dalla paura e dagli stenti. Quivi alloggiai nella baracca di un cortese gentiluomo di Mileto, chiamato D. Domenico Acquanetta, che è uno dei principali possidenti di quella Città Costui mi condusse il giorno seguente a due poderi, chiamati Macini e Vaticano, rammentati di sopra nella mia lettera e dei quali fu detta che la forza del terremoto gli avesse fatti cangiare luogo, ed il fatto è vero e facilmente riconoscibile questi poderi erano circondati da terreni alti, e la superficie della terra, che è stata rimossa, probabilmente da lungo tempo era lentamente stata minata da piccoli ruscelli, che scendono dalle Montagne, ed ora che quella superficie è stata portata via, si vedono allo scoperto. Questi ruscelletti hanno un corso sufficientemente rapido per la valle, lo che prova che questa, come era stato rappresentato, non è ad un perfetto livello. Io vado supponendo che il terremoto avendo spaccato qualche cisterna di acqua nelle viscere del colle argillaceo, l’acqua mista al terreno sciolto, sgorgando ad un tratto sotto la minata superficie, e sollevandola con tutti i grossi alberi di ulivi e di gessi, e la capanna di stoppie, l’abbia portata a galla un miglio giù per la valle, ove presentemente si trova con molti dei suoi alberi in piedi. Questi due poderi possono essere lunghi circa un miglio e larghi mezzo. Mi furono mostrate ancora in quelle vicinanze molte profonde voragini, larghe non più di un piede, le quali come mi fu contato, e la cosa è credibile, si aprirono nella scossa violenta del terremoto, e inghiottirono un bove e più di cento capre, ma niun contadino come mi assicurarono. Nella medesima valle osservai alcuni fori della figura di un cono rovesciato, fuori dei quali, mi dissero, che era sgorgata, come a Rosarno, durante la scossa del terremoto una copia grande di acqua calda mescolata con terra. Non trovai però alcuno, che potesse affermarmi positivamente che l’acqua fosse calda} quantunque lo dicessero le relazioni ricevute dal Governo. Una porzione della terra rigettata coll’acqua, avea un apparenza di ferro, e sembrava che avesse sofferto l’azione del fuoco. Mi fu detto ancora, che, quando scaturì fuori avea un odore sulfureo, ma io non lo potei distinguere (XIV).

Da quello luogo, passando a traverso un deliziosissimo paese, mi portai alla Città di Polistene: ma non è possibile l'esprimere il dispiacere, che provai nell’attraversare per un paese così ricco, e vederne diroccate tutte quante le case. Ovunque prima era una casa, ora si mira un mucchio di rovine ed una miserabile capanna, e sulla porta due o tre compassionevoli creature, e per ogni dove uomini, donne e fanciulli storpiati, che camminano appoggiati alle stampelle. In luogo di una Città voi mirereste adesso un ammasso di rovine, intorno alle quali sono state erette molte povere capanne e baracche ed una più grande che serve di Chiesa colle campane appese ad una specie di forca, e tutti gli abitanti in aria dolente e che tutti portano un qualche segno di lutto per la morte dei loro congiunti. Io viaggiai quattro giorni per la pianura, incontrando ad ogni parto miserie e rovine che non li possono descrivere. La forza del terremoto fu quivi sì grande, che tutti gli abitanti rimasero in un istante sepolti vivi o morti sotto le rovine. La Città di Polistene era grande, ma situata male fra due fiumi capaci d’inondarla: di 6000 abitanti 2100 perirono nella fatale scossa del 5 febbrajo. Trovai al mio arrivo il Marchese di S. Giorgio, Barone di quello luogo, tutto occupato ad assistere i suoi sudditi. Egli avea fatto sbarazzare dalle rovine le strade di quella diroccata Città, ed erigere sopra una pianura ed in un luogo salubre molte baracche per alloggiarvi i suoi sudditi superstiti: avea inoltre fatto costruire alcune baracche più larghe per il lavorio dei bachi da seta, e trovai che già erasi cominciato. La generalità e l'attività di quello Principe merita ogni maggiore elogio, e per quanto potei osservare, non eravi chi in ciò lo pareggiane. Osservai che la Città di S. Giorgio situata sopra un colle a due miglia di distanza da Polistene, sebbene disabitata, non era però diroccata come le Città delle pianure. Eravi a Polistene un Convento di Monache, ed essendo curioso di vedere quelle scampate, pregai il Marchese di inoltrarmi la loro baracca; ma di di 23 Monache che erano, una sola di 80 anni, fu dissotterrata viva. Dopo aver pranzato col Marchese nella sua umile baracca, vicino alle rovine del suo magnifico Palazzo, andai per un bel bosco di ulivi ed un altro di castagni a Casal-nuovo, e fummi mostrato il luogo ove era la casa della mia infelice amica, la Principessa Gerace Grimaldi, la quale, con più di 4000 dei suoi sudditi vi perdè miseramente la vita per la subitanea esplosione del 5 febbraio (che tale pare dover essere stata) e che ridusse quella Città in atomi. Qui mi fu raccontato da alcuni stati dissotterrati di sotto le rovine, che sentirono ad un tratto, senza averne avuto segno alcuno precedente, sollevare in aria la casa. Nell’altre Città si mirava qualche muraglia o casa tuttavia in piedi; qui poi non si distingueva segno alcuno di case o di strade, ma tutto era un mucchio confuso di rovine. Dissèmi un abitante di Casal-nuovo che trovavasi sopra un colle nel momento del terremoto, che al sentir la scossa rivolgendo gli occhi e mirando verso la pianura, invece della Città scorse una folta nube di bianca polvere, come un fumo, effetto naturale del crollare delle fabbriche, e del sollevarsi della calcina.

Di qui attraversando le Città di Castellace e di Milicusco, amendue diroccate, come Casal-nuovo, mi portai a Terranuova situata nella stessa bassa pianura fra due fiumi, i quali, unitamente ai torrenti che scendono dalle Montagne, hanno nel decorrer dei Secoli, scavato larghe e profonde aperture nel suolo comporto di molle sabbia argillacea, della quale è comporta tutta quella pianura. A Terranuova la lavina o voragine non è meno profonda di 500 piedi e larga tre quarti di miglio. Quello, che cagiona una confusione nella relazione dei fenomeni prodotti da quello terremoto, nasce dal non aver notata sufficientemente la natura del suolo, e la di lui situazione. Vi dicono che una Città è stata scagliata un miglio lontana da dove era prima, senza far parola di voragine: che i boschi e i campi di grano sono stati nella stessa guisa portati via; quando realmente non è che una larga falda, come vedesi più in piccolo ogni giorno, allorché le parti laterali di una strada concava, corrose dall'acque piovane, vengono per il proprio loro peso a fiaccarli dal fondo. Qui per la gran profondità della lavina, e del moto violento della terra, due smisurate porzioni di terra, sopra delle quali posava una gran parte della Città, comporta di alcune centinaja di case staccateli caddero nella lavina quali a traverso, alla distanza di circa mezzo miglio, da dove prima stavano; e quello che è più straordinario molti degli abitanti che insieme colle case fecero quello spaventoso salto, furono ciò nonostante dissotterrati dissotterrati vivi ed alcuni illesi. Io Aedo parlai ad uno che avea fatto quello prodigioso salto dentro la sua casa colla sua moglie e serva. Né esso né la ferva ricevettero danno alcuno, e sua moglie, la quale, come mi dille, era rimasta alquanto offesa, presentemente era quali guarita. Avendogli domandato che male fossesi fatto la moglie; la sua risposta quantunque molto feria, son certo che vi farà ridere come fece a me: mi dille, che lì era rotta tutte due le gambe ed un braccio ed erasi spaccata il cranio in guisa che li vedeva il cervello. Mi pare che i Calabresi abbiano assai più coraggio dei Napoletani: mentre soffrono la loro presente indicibile disgrazia con una pazienza veramente filosofica. Dei 5oo abitanti di Terranuova, solo 400 ne scamparono vivi, La mia guida in quello luogo, che era un Sacerdote e Medico, era rimasto sepolto sotto le rovine alla prima scossa del terremoto, e ne era stato respinto fuori e liberato dalle successive scosse che immediatamente successero alla prima. Vi sono di quella stessa ventura molti altri esempi ben contestati nella Calabria. In altre parti della pianura situata vicino alla lavina ed alla Città di Terranuova, vidi molti jugeri di terra con gli alberi, e colla sementa dei grani scagliati dentro la lavina, e spesso senza essersi rovesciati, cosicché gli alberi ed i grani crescevano così bene, come se ivi fossero dati piantati Altri simili pezzi stavano giacendo nel fondo in una situazione inclinata. In un luogo due di quelli immensi pezzi di terra essendosi smottati uno opposto all’altro, aveano ripieno la valle, e precluso il corso del fiume, le di cui acque aveano formato un gran lago; e quella è la verità di quello che dicono le relazioni, quando parlano di montagne che hanno camminato, e riunendoli insieme, fermato il corso dei fiumi, e formato nuovi laghi. Nel momento del terremoto il fiume disparve qui, come a Rosarno e ricomparso subito dopo, inondò il fondo della lavina all'altezza di molti piedi; cosicché quei poveri disgraziati, che insieme colle loro case erano precipitati nel fondo dalla cima, ed aveano scampato l’ossa, si trovarono allora fui punto di restare annegati. Mi assicurarono che l’acqua era salata come quella del mare; ma quella circostanza manca di conferma. La stessa ragione che io ho dato del subitaneo disparire del fiume Metauro a Rosarno, può servire a spiegare qui lo stesso fenomeno; e molti altri simili osservati nel tempo della (cossa del terremoto. L’intera Città di Molluchi di sotto, vicina a Terranuova, staccatasi precipitò similmente in un burrone, ed una vigna di molti jugeri, situata in vicinanza della Città, giace ora nel fondo di quello, e la vidi in buonissimo stato ma in una posizione inclinata. Evvi un viottolo per quella vigna, lo che è una cosa veramente singolare, considerata la sua presente situazione impraticabile. Alcuni mulini che erano sul fiume, essendo stati urtati da due dei soprammentovati pezzi di terra, erano stati sollevati, e si vedevano ora sopra un eminenza, molti piedi al di sopra del livello del fiume. Senza una giusta spiegazione, non è maraviglia che un tal fatto sia reputato un miracolo. Io osservai in molte parti della pianura, che il suolo coi ceppi degli alberi e i seminati di grano, nell’estensione di molti jugeri, erasi inabbissato 18 piedi sotto il livello della pianura, ed in altri vidi che erasi sollevato altrettanto. E’ cosa necessaria l’avvertire che il suolo della pianura: è una creta mista di sabbia, la quale facilmente si può modellare in qualunque figura. Nella pianura, vicino al luogo d’onde i sopramenzionati pezzi di terra son precipitati dentro la lavina, s’incontrano molte frane parallele, cosicché se continuato avesse la violenza del terremoto a scuoter la terra, probabilmente tutti quelli pezzi di terra farebbero rovinati. In tutto il mio viaggio osservai costantemente che nelle vicinanze di tutti i borri e concavità delle valli, le parti contigue delle pianure erano tutte piene di quelle frane parallele: la violenta oscillazione da una parte all’altra della terra che è sostenuta solo da una banda, spiega mirabilmente questo fatto. Da Da Terranuova passai ad Oppido. Questa Città è situata sopra un monte comporto di una specie di pietra e di polvere ferruginea, dissimile dal suolo argilloso delle sue vicinanze, ed è circondata da due fiumi in una lavina più profonda e più larga di quella di Terranuova. La montagna su cui era situato Oppido, essendosi spaccata in due parti, e colle sue rovine avendo ripieni i letti dei fiumi, si sono formati due gran laghi, come era stato raccontato; perché qui pure come a Terranuova, vastissime falde di terreno si sono staccate dagli orli della lavina, e nel cadere dentro di essa l’hanno riempita, ed arrestato il corso dei due fiumi, onde l’acque di essi hanno formato due gran laghi. Egli è vero che la parte della rupe, su di cui sedeva Oppido, fu scagliata con molte case nel borro, ma quella è una cosa da nulla in confronto delle valle piantazioni di vigne e di ulivi lanciate da una parte del borro di netto all’altra, sebbene, la distanza sia più di mezzo miglio. E un fatto bene assicurato che un Contadino, il quale stava lavorando il suo campo in quelle vicinanze con un pajo di bovi, fu sbalzato col suo campo ed animali in un salto da una parte all’altra della lavina, senza essersi fatto male alcuno né egli né i buoi. Dopo quello che ho veduto, credo benissìmo che questo possa essere avvenuto. Potrebbesi comporre un grosso volume ripieno di fatti e di accidenti curiosi di questa specie, cagionati dai terremoti nella valle, ed io mi figuro, che molti ne saranno riportati nella Relazione di quelli terremoti, che l’Accademia di Napoli sta per pubblicare, avendo già il Presidente spediti nelle Calabrie quindici Membri ed alcuni disegnatori, per raccogliere i fatti e disegnare le Vedute, per dare al Pubblico un ampio e soddisfacente ragguaglio di questa orribile calamità; ma se quelli Signori non porranno mente, come ho fatto io, alla natura locale del terreno in cui accaddero quelli portenti, la loro relazione avrà poco credito, eccetto che presso quelli, che si dilettano espressamente di miracoli, come molti se n’incontrano in questo paese. Io m’imbattei qui in un esempio notabile della miseria, cui furono ridotti gl’infelici abitanti delle distrutte Città. Un certo Don Marcello Grillo, uomo di fortuna e che possedeva gran terre, essendo scappato dalla sua casa in Oppido, distrutto dal terremoto, ed avendo perduto tutto il suo danaro, che non era meno di 12 mila onze in oro, rimasto seppellito sotto le rovine, andò ramingo molti giorni esposto alle inclemenze dell’aria senza trovar né cibo né tetto da ricovrarsi, e fu sua gran mercé l’avere incontrato un caritatevole Romito del vicinato che gli diede in prestito una camicia pulita. Trapassate le rovine d’Oppido, dicesi nella lavina per per esaminare il tutto con. diligenza. Qui fu davvero che vidi la forza prodigiosa del terremoto, la quale produce esattamente i medesimi effetti da me descritti in quello di Terranuova, ma in un grado infinitamente maggiore. Le masse enormi staccate da una parte e dall’altra della lavina, giacciono in qualche luogo in mucchi confusi, e formano vere montagne, che hanno arredato il corso dei due fiumi, ed uno di essi molto considerabile, ed hanno prodotto due gran laghi, a segno che se la natura, o l’arte non restituisce ai due fiumi, il loro corso, l’aria di tutti questi contorni verrà infallibilmente ad infettarli. In altri luoghi trovai dei pezzi staccati dalla superficie della pianura, di molti jugeri di estensione, con grosse quercie ed ulivi piantati e seminati di lupini e di grano, che crescevano su così bene ed in buon ordine nel fondo della lavina, quanto i loro compagni da cui erano stati divisi nel nativo suolo della pianura, più alta almeno 500 piedi, e distante circa tre quarti di miglio. Visitai similmente una vigna intera nello stesso buon ordine, che avea fatto il medesimo salto. Siccome le sponde della lavina, da cui eransi distaccate quelle masse enormi, son rimaste ora nude e perpendicolari, notai che il suolo superiore era di una terra rossìccia, e l’inferiore di un argilla bianca, molto compatta e simile ad una pietra molle l’impulso che ricevettero quelle enormi masse o dal moto solo violento della terra o da questo rinforzato dall'esplosione dell’esalazioni vulcaniche sembra che abbia agito con maggior, forza sopra lo strato inferiore e più compatto, che sopra la crosta superiore e più sciolta; mentre osservai costantemente, ove giacciono quell’isole coltivate che tali appariscono essere nel nudo fondo della lavina, che lo strato inferiore della terra compatta è stato scagliato alcune centinaia di verghe più in là, e giace in masse confuse, e molte di quelle, come osservai, sono di figura. cubica. Avendo per tanto il suolo inferiore ricevuto un impulso maggiore, ed essendosi nei salto, staccato dal superiore, viene naturalmente a spiegarsi l’ordine con cui son caduti e rimarti nel fondo della lavina gli alberi, colle vigne e l’altre piante. Quello fatto curioso meritava certamente, a mio credere, di esser dettagliato, ma non è così facile a descriversi con parole. Allorché i piani e disegni dell’Accademia faranno pubblicati, questo ragguaglio, imperfetto come è, forse sarà di qualche vantaggio. Se il tempo me l'avesse permesso, avrei condotto meco in Calabria un disegnatore. In un altro luogo del fondo del borro, vi è un monte comporto della medesima argilla, e che verisimilmente era un pezzo di pianura staccato dalla forza del terremoto, come si è detto di sopra; questo è alto circa 250 piedi ed il diametro della sua base è 400 piedi. Questo monte, come tutti attestano, scese giù per il borro quasi quattro miglia, messo in moto dall’orrenda forza del terremoto del 5 di febbrajo. Il diluvio d’acqua che cadde in quel tempo, il gran peso dei pezzi staccati di fresco dalla pianura, che vidi ammontati dietro del monte, la natura della terra di cui è composto e particolarmente la sua situazione in declive, spiegano benissimo questo fenomeno: laddove le relazioni venute a Napoli di una montagna che, in una perfetta pianura, avea fatto un salto di quattro miglia, avea piuttosto l'apparenza di un miracolo. Io trovai alcuni ceppi d alberi solitarj con un pane della loro terra intorno alle radici, che stavano ritti nel fondo della lavina, e che erano stati staccati dalla pianura soprammentovata. Osservai ancóra, che molti mucchi di terra sciolta, staccati dal terremoto dalla pianura dai lati della lavina, erano scorsi giù, spinti probabilmente dalle rovinose piogge, a guisa di una lava vulcanica, la quale avea prodotti molti effetti, che li rassomigliano grandemente a quelli della lava nel loro corso giù per un gran tratto della lavina. A Santa Caterina, nelle vicinanze d’Oppido, si sono osservati simili fenomeni, e sembra che appunto in questo luogo, a Casalnuovo e da Terranuova il terremoto del 5 di febbrajo abbia esercitata la sua massima forza. I fenomeni prodotti da terremoti in altre parti della pianura della Calabria Ultra sono della stessa natura ma sono cose da nulla in confronto di quelli che ho qui descritti. Le baracche erette per il rimanente degli abitanti dell'antica Città d’Oppido, ora rovinata, sono sopra un terreno salubre, circa un miglio distante dall'antica Città, ove trovai il Barone di questo Paese, il Principe di Cariati tutto occupato ad ajutare i suoi infelici sudditi. Egli mi fece vedere due donzelle, una di circa sedici anni, che era rimasta undici giorni senza nutrimento sotto le rovine di una casa d'Oppido con in braccio un bambino di cinque o sei mesi, il quale morì il quarto giorno. Costei mi diede un distinto ragguaglio dei suoi patimenti, e siccome da una piccola apertura vedeva il lume, avea tenuto un computo esatto dei giorni che rimase sepolta. Essa non mi parve in cattivo stato di salute, bevea liberamente, ma stentava alquanto ad inghiottire i cibi solidi. Un’altra donzella avea 11 anni ed era rimasta soli sei giorni sotto le rovine, ma in una situazione così angusta e penosa, che una delle sue mani col premer contro il collo era rimasta quasi traforata (XV).

Da Oppido proseguii il mio viaggio per lo stesso delizioso paese a traverso le rovinate Città e Villaggi fino a Seminara ed a Palmi. Le Cafe della prima non erano così rovinate affatto, come quelle dell'ultima, la di cui situazione è più bada e più prossima al Mare.

A Palmi vi perirono 1400 persone, e tutti i cadaveri non furono estratti e bruciati, come era stato fatto in altri luoghi da me veduti: io stesso ne vidi estrarre due nel tempo della mia dimora, e mi ricordo ancora della dolente figura di una donna in lutto, seduta sulle rovine della sua casa, colla faccia appoggiata alle mani sulle ginocchia, e che con occhio anzioso andava dietro a tutti i colpi di piccone dei lavoratori occupati a nettare il luogo dalle rovine, colla speranza di ricuperare il cadavere di un suo prediletto figliuolo. Questa Città era un gran mercato d’olio, di cui nel tempo della definizione ve ne erano più di 4000 botti; talmente che dalla rottura delle botti e delle giare corse per molte ore un fiume d’olio in mare. L’olio disperso mescolato col grano nei magazzini, e coi corpi corrotti ha alterata sensibilmente l’aria; ed a misura che crescerà il caldo, ho gran timore che la corruzione di quella non ila per riuscire fatale al rimanente degli abitanti di Palmi che vivono nelle baracche vicino alla rovinata Città. Mi raccontò la guida, che era rimasto quivi sepolto sotto le rovine della sua casa alla prima scossa e che alla seconda, la quale successe immediatamente dopo, erasi trovato per aria a cavalcioni di un trave alto 15 piedi almeno da terra: moltissimi esempi simili mi furono raccontati in molte parti della pianura, in cui il terremoto esercitata avea la sua massima forza.

Da Palmi proseguii il mio viaggio a traverso la bellissima boscaglia montuosa di Bagnara, e di Solano; da per tutto si mirano superbissìme quercie sulle rupi, divise fra loro da anguste vallate, in fondo delle quali scorrono diversi torrenti: questa strada è molto pericolosa non tanto a cagione dei precipizj che degli assassini; in questo luogo una delle mie guardie mi precedeva come vanguardia, e l’altra mi serviva di retroguardia: la strada angusta trovavasi ad ogni tratto chiusa dalle rupi e dagli alberi caduti durante il terremoto; onde bisognava andare in traccia di altra e più pericolosi via; i cavalli però calabresi camminano su per quelli precipizj come le capre. Nel mezzo di uno di quelli viottoli sentimmo una violentissima scossa di terremoto, accompagnata da una forte esplosione limite allo scoppio di una mina: fortunatamente per noi non si fiaccò, come ne temeva forte, H. qualche A qualche rupe o albero dall’alto della montagna che ci pendeva fui capo. Passati che si furono i boschi di Bagnara, di Sinopoli e Solano, entrammo in una ricca pianura feminata a grano circondata da boschi e sparla di alberi come i nostri più bei parchi, che ci diedero gran diletto colla loro variata amenità per alcune miglia fino a che si arrivò folla cima di un apertura sopra un colle, che dominava tutto il Faro di Messina e tutta la colla della Sicilia fino a Catania, dietro di cui sorgeva superbo il Monte Etna, lochè formava una prospettiva bellissima oltre ogni credere. Di qui scesi per un orrida strada tra le rupi fino alla Torre del Pezzolo, ove vi ha una casa di Campagna, ed un villaggio, appartenente alla Principessa di Bagnara: ivi trovai che erasi incominciata a manifestare una malattia epidemica, come probabilmente avverrà in molti altri luoghi di questo fertile ma infelice paese, a misura che il caldo si avanzerà, a motivo non meno dei disastri sofferti dagli abitanti, che dell'aria infettata dall'acque dei nuovi laghi. Molti pescatori mi assicurarono che, nel tempo del terremoto del 5: febbrajo di notte, la sabbia vicino al mare era calda, e che aveano veduto scaturir fiamme in molte parti della superficie della terra. Quello fatto mi fu confermato da moltissimi nella pianura, ed a mio credere le dilazioni che scapparono fuori dalla terra nella. violenta commozione del terremoto erano ripiene di fuoco elettrico, appunto come si è osservato costantemente essere il fumo dei vulcani nel tempo delle violente eruzioni; perché in tutto il corso del mio viaggio non osservai legno alcuno di materie vulcaniche scappate fuori dalle fessure della terra; ed io son persuaso che tutto il fracasso sia stato cagionato unicamente dalle esalazioni e dai vapori. La prima scossa sentita in questo luogo, come ne fui accertato, fu prima laterale, poi vorticosa ed eccedentemente violenta; ma quella che chiamano qui violenta deve essere stata un nulla in paragone di quella che fu sentita nella pianura a Casal-nuovo, Polistene, Palmi, Terranuova, Oppido ec. ec, ove tutti si accordarono ad assicurarmi che la violenza della scossa fatale del 5 febbrajo era stata istantanea, senza precedente avviso, e di sotto in sù: ed in fatti in quei luoghi nei quali la mortalità era stata così grande, e dove altro non vedesi che un. confido mucchio di rovine, senza poterli distinguere né le case né le strade, non v’ha dubbio che violentissima non sia stata la scossa. Da questo luogo fino a Reggio, la strada da una parte e dall’altra è tutta sparsa di villaggi e di boschi d’aranci: io non vidi casa alcuna totalmente diroccata; tutte però erano state danneggiate e trovavansi abbandonate, e gli abitanti si erano ritirati alla campagna sotto le baracche, ed in mezzo a questi bellissimi boschi d’aranci, di gessi e di fichi, dei quali ve ne sono molti nei contorni di Reggio. Ne vidi uno riputato dei più ricchi in queste parti della Magna Grecia, distante un miglio e mezzo da Reggio, appartenente ad un Gentiluomo chiamato Don Agamennone. La bellezza degli agrumi, che tale è il nome generale di tutte le specie di aranci, limoni, cedrati, e bergamotte, non può descriversi in guisa alcuna: siccome il terreno è sabbioso, l’esposizione di esso calda, e ben fornito d’acque da un limpido ruscelletto che par mezza di piccoli canaletti porta l'acqua a piedi degli alberi, non è maraviglia che questi siano così copiosi di frutta. Mi assicurò D. Agamennone, che bisognava bene che l’annata fosse scarsa, quando non raccoglieva dal suo giardino, che non era di ima grandissima estensione, 170.000 limoni e 200.000 aranci, che trovai eccellenti quanto quelli di Malta, e tante bergamotte, da ricavarne dalle scorze 200 quartaruoli di essenza. Evvi un'altra singolarità in questi giardini, come ne fui assicurato, ed è che tutti gli alberi di fico producono ogni anno che volte il loro frutto; la prima nel mese di giugno e la seconda in quello d’agosto.

Ma per ritornare al mio soggetto, da cui ben sovente là straordinaria e ben rara ricchezza e fertilità di quella Provincia n’allontanava, la mia attenzione; giunti a Reggio vicino al tramontar del sole, e lo trovai meno maltrattato di quello che mi aspettava, quantunque tutte le case o abitabili o rovinate, fossero date abbandonate dal popolo che tutto erasi ritirato alla campagna fatto le baracche e le tende. Ma dopo essermi trattenuto tanto tempo in una pianura, ili cui tutte quante le fabbriche erano rovinate da fondamenti, il trovare adesso una casa in piedi col tetto o una chiesa col campanile era per me un oggetto di consolazione e di novità. Tutti gli abitanti di questo Paese maltrattato così orribilmente dal terremoto, mostrano ora tanta paura ad entrare nelle case, che son persuaso che la maggior parte di loro, quando ancora i terremoti faranno cessati adatto, seguiteranno per lungo tempo a vivere sotto le baracche. Quelle di questo luogo (eccetto alcune le quali si possono dire anche eleganti) sono mal fabbricate, come in generale sono tutte quelle delle Città, che poco hanno sofferto per i terremoti, e che danno speranza agli abitanti, subito che sarà cessata quella calamità, di poter ritornar quietamente che loro proprie case, Reggio è dato aspramente malmenato dal terremoto, ma non è certamente distrutto. L’Arcivescovo, Prelato sensibile, umano ed attivo, si è distinto dal principio del terremoto fino a questo giorno, avendo immediatamente disposto di tutti gli ornamenti superflui delle Chiese, dei suoi propri cavalli e carrozze unicamente in ajuto del suo desolato gregge, col quale allegramente ha partecipato di tutti quelli incomodi e disagi che una simile calamità ha naturalmente cagionato. Eccettuato questo esempio e pochi altri, per vero dire notai in tutto il mio viaggio un estrema indolenza, inattività e mancanza di spirito, circostanza molto trista, poiché ad una sventura così orribile ed universale non si può assolutamente riparare che con disposizioni d’animo affatto contrarie a quelle che prevalgono; ma siccome questo Governo è instancabile nei suoi sforzi per riparare non solo ai mali attuali ma ancora per prevenire tutti quelli che possono esserne una conseguenza vi è buon fondamento da sperare, che l’energiche e saggie disposizioni prese restituiranno al popolo il coraggio che gli manca, e senza di cui una delle più ricche Provincie dell’Europa corre pericolo della sua ultima rovina. Le sete, e l’essenze di bergamotta, d’arancio e di limone sono i grandi articoli del commercio di Reggio e mi assicurano che ogni anno si esportano fuori sopra 100 mila quartaruoli di quella essenza. Il frutto, dopo tagliata la scorza, lo danno a mangiare a bovi ed alle vacche, e mi dicono che in quella Ragione la carne di manzo ha un sapore forte e dispiacevole di bergamotta, Il degno Arcivescovo mi raccontò che negli anni 1770 e 1780 i terremoti obbligarono gli abitanti in numero di 16,400, a refugiarsi alla campagna sotto le baracche per molti mesi, senza che per altro avessero cagionato danno alcuno di considerazione alla Città. Mi assicurarono in questo luogo, ove hanno un esperienza molto grande dei terremoti, che tutti gli animali ed uccelli, chi più e chi meno, si accorgono prima degli uomini dell’appressarsi del terremoto; e che le oche in particolare se ne accorgono prestissimo, e se sono nell’acqua l’abbandonano, e non v’ha mezzo di ricondurvele dopo per lungo tempo. La mortalità cagionata qui a Reggio dall’ultimo terremoto del 5 febbraio corrisponde al poco danno sofferto dalla Città, non eccedendo 126 persone: e siccome il terremoto venne al mezzo giorno. e cominciò leggermente, diede tempo al popolo di scappare, laddove, come ho già avvertito, nella desolata pianura fu istantaneo ed ugualmente violenta o destruttivo, avendo rovinato fino al piano tutte le fabbriche con una mortalità, proporzionata alla rovina di quelle. Reggio fu distrutto da un terremoto prima della guerra dei Marzi, ed essendo stato rifabbricato da Giulio Cesare, fu chiamato Reggio Giulio. Una parte di quelle antiche mura sussistono tuttavia, e son chiamate la Torre Giuliana, ed è fabbricata di grossi massi di pietra senza cemento. Vicino a S. Iterato, fra Reggio e Capo Spartivento, si trovano, gli avanzi delle fucine, ove ai tempi del presente Re Cattolico, allora Re di Napoli, si era principiato a cavare una miniera d’argento in quelle vicinanze e che fu abbandonata in poco tempo, perché l’utile non corrispondeva alle spese. Sonovi alcune Città nelle vicinanze di Reggio che ritengono tuttavia la lingua Greca; quindici. anni fa, allorché feci il giro della Sicilia, sbarcai a Spartivento nella Calabria Ultra ed andai a Bova, ove trovai che la lingua Greca era l’unica che si usasse in quel distretto, Il 14 di Maggio lascjai Reggio, per la contrarietà del vento, fui costretto a far tirar la mia barca dai bovi fino alla spunta di Pezzolo in faccia a Messina, di dove la corrente ci trasportò con molta speditezza dentro il Porto di quella infelice Città, la quale unitamente al suo Porto così mezza rovinata, formava ciò non ostante una prospettiva veramente pittoresca. E cosa certa che la forza del terremoto, quantunque violentissimo a Messina cd a Reggio, fu però un nulla in confronto di quello della pianura della Calabria Ultra. Andai la mattina seguente a visitare la Città di Messina e trovai che tutta la bellissima facciata detta la Palazzata composta di superbe ed altissime fabbriche tutte uniformi e disposte in figura di mezza luna, in alcuni luoghi luoghi era totalmente diroccata ed in altre mezza rovinata; che il Molo in qualche parte si era spaccato, ed una porzione di esso era sprofondata circa un piede fatto il livello dell’acqua. Questi spacchi furono probabilmente cagionati dal moto orizzontale della terra, nella stessa guisa che strati interi di terra erano stati scagliati dentro le lavine ad Oppido e Terranuova perché il mare verso la punta del Molo è così profondo, che i maggiori vascelli vi possono stare all’ancora accosto a quello; in conseguenza la terra, nella violenza della sua commozione, mancando di un sostegno dalla parte del mare, venne a spaccarsi e separarsi: e siccome ove si trova una spaccatura grande se ne scorgono in vicinanza ordinariamente molte altre parallele più piccole, mi vado immaginando che il danno grande sofferto dalle fabbriche più vicine al molo, sia stato prodotto da simili spaccature al di sotto dei fondamenti. Nella parte più bassa di Messina molte delle case sono rimaste in piedi ed un numero assai più grande non ha sofferto che pochissimo danno; ma nella parte superiore e più elevata della Città, cosa da me singolarmente avvertita, pare che i terremoti non abbiano avuto quasi niuna forza. Una gran prova che la forza del terremoto sia stata qui infinitamente minore che nelle pianure della Calabria Ultra, si è che il Convento di Santa Santa Barbara, e quello, chiamato il Noviziato dei Gesuiti, amendue in una situazione alta, non hanno sofferto spaccature, e che il Campanile di quell’ultimo non ha sofferto il minimo danno dai terremoti che hanno per quattro mesi interi scosso questo paese, e che tuttavia continuano qualche poco a molestarlo. Inoltre la mortalità a Messina non eccede le 700 persone in un numero di; più di 30 mila che tale si supponeva essere la popolazione di quella Città al momento della prima scossa; circostanza che mi sembra molto concludente a provare la minor forza del terremoto. Trovai in quella Città alcune case, anzi una strada 0 due, tutte abitate, con alcune botteghe aperte; la maggior parte però degli abitanti vivono sotto le tende e le baracche, inalzate in tre o quattro quartieri diversi alla campagna in vicinanza della Città; ma molto distanti gli uni dagli altri; cosa molto incomoda in una Città di traffico: e se non si userà gran diligenza di tener nette le strade e le baracche, ho molto timore che quella infelice Città non resti quasi distrutta all'avanzarsi dei caldi estivi da qualche malattia epidemica. Certamente molte parti della pianura della Calabria si trovano esposte allo stesso pericolo, particolarmente a cagione dei laghi formatisi per l’intercetto corso di alcuni fiumi; perché già vidi la superficie di quelli verde e tendente alla putrefazione. Notai qui che le Monache, le quali vivono come gli altri sotto le baracche, continuamente vanno girando quà e là, scortate dal loro Confessore, e mi parvero molto allegre, e che volentieri si approfittassero della libertà procurata loro dal terremoto; e la stessa osservazione feci a Reggio nei fanciulli delle scuole. Mi fu accurato da molti coi quali parlai, che durante la violenta commozione del terremoto, si videro scaturire fiamme dalle crepature del molo; per altro, io non vidi segno alcuno del fuoco, e son persuaso che tanto qui come in Calabria, le fiamme altro non furono che vapori pregni di fuoco elettrico, o qualche specie d’aria infiammabile. Una curiosa circostanza successe qui ancora, che prova che gli animali possono campare lungamente senza cibo. Due mule, appartenenti al Duca di Belviso, rimasero sotto un monte di rovine, una 22, e l’altra 23 giorni: quelle per alcuni giorni non vollero mangiar cosa alcuna, ma beveano moltissimo, e sonosi affatto ristabilite. Vi sono innumerabili esempj di cani restati per molti giorni nella medesima Situazione, ed una gallina del Sotto-Console d’Inghilterra a Messina, che rimase chiusa sotto le rovine della sua casa, e che ne fu estratta dopo 22 giorni, si è ora ristabilita, quantunque fosse estremamente emaciata e pochi segni dasse di vita: quella per alcuni giorni non mangiò nulla; ma bevve in copia.

Da quelli esempi, da quelli riferiti di sopra delle due zittelle ad Oppido, dei majali a Soriano, e da molti, altri della stessa specie, stati mi riferiti, e che per esser meno rimarcabili gli ho omessi, si può conchiudere che al lungo digiuno succede sempre una sete grande accompagnata da nausea totale al cibo. Dopo esattissime ricerche fatte in tutti i luoghi mi sono assicurato che la massima scossa del 5 febbrajo venne di sotto in sù, e fu dissimile affatto alle susseguenti, le quali in generale sono, state soltanto orizzontali, e vorticose. Una circostanza degna d osservazione e che fu universale in tutta, la Costa di quella parte della Calabria più scossa dai terremoti, si è la quantità grande, di certi pesciolini, chiamati qui cicireIli e molto simili a quelli che si chiamano in Inghilterra White Bait, ma assai più grossi, che ordinariamente vivono nel fondo del mare, sepolti nella sabbia, che dal principio del terremoto son venuti a galla e continuamente se ne pescano in tanta abbondanza che son diventati il cibo dei più poveri, laddove prima erano rarissimi e reputati un cibo da Signori. In generale la pesca di tutte quante le specie dei pesci è stata assai più copiosa e più facile di prima, in tutte le coste dei luoghi scossi dai terremoti. Per assicurarmene interrogai tutti i pescatori, nei quali m’incontrai sulle coste della Sicilia e della Calabria, e tutti unanimemente mi assicurarono della verità del fatto, e con un’enfasi che dimostrava la rarità di esso. Io suppongo o che la sabbia in fondo del mare sia stata soverchiamente riscaldata dal calore dei fuochi vulcanici sotterranei: o che il continuo tremore della terra abbia fatto fuggire i pesci dai loro più cupi nascondigli, nella stessa guisa appunto che il pescatore coll’amo, che manca d'esca, obbliga i vermi ad uscir fuori dalle zolle di terra sulla riva di un fiume calpestandole coi piedi, il qual moto non manca mai di produrre questo effetto, come più di una volta io stesso l’ho sperimentato. Osservai che la Cittadella di Messina non avea sofferto danno alcuno di considerazione, ed era nello stesso stato che l’avea lasciata 15 anni avanti. Nel Lazzeretto si osservano alcune crepature simili a quelle del molo e prodotte dalla medesima cagione: il Porto poi non è stato danneggiato in guisa veruna dal terremoto. L'Uffiziale che comandava nella Cittadella, e che vi si trovò dentro nel tempo del terremoto, mi assicurò che in quello terribile del 5 febbraio e nei tre giorni susseguenti, il mare per un quarto di miglio dalla Fortezza, era gonfio e bolliva in una maniera, molto straordinaria, e con un rumore grandemente orrido e spaventoso, ma che dall’altra parte del Faro l’acque erano in perfetta calma. Questo fenomeno mi pare che dimostri l'esalazioni scaturite scaturite dalle voragini, esse probabilmente si aprirono per la violenza dei terremoti nel fondo del mare; le quali a mio credere, procedevano da qualche vulcano.

Il 17 di Maggio partii da Messina, ove fui trattato con molta civiltà ed amorevolezza, e continuai il viaggio nella mia Spronara lungo le Corte della Sicilia fino alla punta dell’ingresso del Faro, ove sbarcato, incontrai un Prete che si era trovato quivi nella notte del 5 venendo il 6 di febbraio, allorché il mare grosso soverchiò la punta, e strascinando e mettendo in pezzi le barche, sommerse 24 infelici e lasciò poi sullo asciutto una quantità grande di pesce. Mi disse costui ch’era rimasto coperto dall’onde ed a gran pena avea scampato la vita. Sulle prime mi dille che l’acqua era calda, ma siccome io era curioso di accertarmi della verità del fatto che avrebbe concluso molto gli domandai se di ciò veramente n’era sicuro? e, pressandolo io, finalmente mi disse che l’acqua era calda come suol essere nella state: mi disse di più che l’onde si erano sollevate ad una grande altezza, con un fracasso orribile, e cori un’empito che era imponibile lo scamparne. La Torre della punta era mezza diroccata, ed un povero prete, che v’era dentro, vi perdè la vita. Da questo luogo traversato il Faro, passai a Scilla, essendomi qui imbattuto con un mio amico il Padre Minasi, Religioso Domenicano, uomo di merito ed abile naturalista, nativo di Scilla, e che è attualmente incombenzato dall’Accademia di Napoli a fare la descrizione dei fenomeni prodotti ira quelle parti dai terremoti: col di lui ajuto in questo luogo, compresi la natura di quel formidabile marazzo che si disse essere stato caldo bollente, e che riuscì certamente fatale all’infelice Barone del Paese, il Principe di Scilla, rimasto sommerso sulla riva nei flutti del mare con 2475 dei suoi poveri sudditi. Ecco come andò il fatto. Il Principe di Scilla, avendo osservato che l’orribile violenza della prima scossa, avvenuta circa il mezzodì del 5 febbraio, avea fatto precipitare nel mare, una parte della rupe vicino a Scilla, e temendo che la porzione di essa su cui è situata la Città ed il Castello potesse finalmente rovinare, credè cosa più sicura, di salire sulle barche e ritirarsi in un piccolo Porto o cala circondata da scogli a piè della rupe. La seconda scossa di terremoto dopo la mezza notte rovinò un’intera montagna, molto più elevata di quella di Scilla, di natura parte cretacea e parte calcarea, situata fra la Torre del Cavallo e la rupe di Scilla. Quella essendo precipitata con grand’empito nel mare, ch’era allora quietissimo suscitò il fatale marazzo, che come ho già detto inondò la lingua di terra, chiamata la punta del Faro e sommerse l’Isola di Scilla con tal furia, che ritornando l’onde indietro con immensa rapidità e fracasso verso la riva, ove erasi rifugiato il Principe di Scilla coi suoi sventurati abitanti fracassò le barche contro gli scogli, e raggirandole le sommerse nel mare: quelli che ressero ai primi cavalloni del mare, rimasero poscia sommersi dai secondi, e dai terzi, i quali, quantunque di minor violenza, successero immediatamente ai primi. Io parlai qui con ogni genere di persone uomini, donne e fanciulli ch’erano crudelmente stati malmenati ed alcuni di essi strascinati in mare dalla forza dell’onde. Qui, dicevami uno, mi fracassai il capo contro la porta di una cantina, accennandomela; quà diceva un altro mi trovai cacciato a forza dentro una botte; altrove le donne mi inoltravano i figli tutti di ferite coperti cagionate dalle pietre, dai legnami ec. che mescolati coll’acqua venivano sbalzati nell’angustie di quel piccolo porto, Tutti però mi assicurarono che non aveano scoperto il minimo grado di calore nell’acque: nulla di meno però voi leggerete innumerabili relazioni, testimoniate sul supposto calore di quest’acque, e di molti cadaveri rigettati a riva, che da quelle eccedentemente scottati comparivano, e di molte persone vive che sensibilmente erano state da esse abbruciate; tanto è docile il poter arrivare alla verità. Se mi fossi contentato della prima risposta di quel Prete alla punta del Faro, e scritta l’avessi nel mio Giornale, chi avrebbe mai potuto dubitare di questo calore, attribuito all’acque del mare? Ora che noi siamo bene informati della causa di quella fatale inondazione intendiamo benissimo che l'acque non potevano esser calde, e la testimonianza di un numero così grande d’infelici che ne furono bagnati da capo a piedi, è ormai decisiva. E’ poi bene straordinario un fatto che mi fu raccontato, e contestato qui da un numero grande di persone. Una donna di Scilla, gravida di quattro meli, fu strascinata nel mare dall’onde, e dopo nove ore, fu trovata viva galleggiante fui dorso a qualche distanza e salvata: essa non solo non abortì, ma presentemente sta benissimo, ed io non potei vederla, perché era andata dentro terra: mi soggiunsero che costei era, come le donne di quella parte della Calabria, avvezza a nuotare, e che così grandi erano state le sue smanie e patimenti, che giusto appunto al tempo che fu raggiunta dalla barca che la scoprì, ella faceva ogni sforzo per tuffarsi colla testa e metter fine alla sua miserabile esistenza. Il Padre Minasi mi raccontò un altro fatto curiosissimo avvenuto in quelle vicinanze, il quale, a parer suo, era esattamente vero: una donzella di circa 18 anni restò sepolta sei giorni sotto le rovine di una casa con un piede tagliato vicino alle caviglie dal legno di una botte che le precipitò addosso; la polvere e la calce stagnarono il sangue, ed il piede da se stesso si staccò e la ferita guarì senza aiuto alcuno dell'arte con quello solo della Natura. Se si avessero a raccogliere tutti i casi strani, e prodigiosi con cui alcuni scamparono, la vita in tutte le Città della Calabria e della Sicilia fracassate dai terremoti, se ne potrebbe, come dissi, comporre un grosso volume. Io ho solamente preso ricordo dei più straordinari e di quelli che mi furono assicurati da persone la cui veracità era maggiore di ogni eccezione. Nel mio ritorno a Napoli, ove giunsi il dì 23 di maggio, lungo la costa delle due Calabrie è del Principato Citra, smontai a terra unicamente a Tropea, a Paola, e nella Baja di Palinuro; trovai Tropea, situata vagamente sopra una rupe pendente fui mare pochissimo danneggiata; ma tutti gli abitanti attendati sotto le baracche alla campagna, come pure a Paola: qui tutti i Pescatori mi dissero che seguitavano a prendere una quantità grandissima di pesce, come sempre aveano fatto dopo il principio di quella presente sciagura. A Tropea il 15 di maggio aveano risentita una violentissima scossa di terremoto; la quale però fu quasi istantanea. Durante il mio soggiorno in Calabria e Sicilia furono sentite cinque scosse, e tre di quelle da recare spavento, cd a Messina io sentii nella notte costantemente un piccolo tremore della terra. lo che ancora fu osservato da molti dei Messinesi.

Ho certamente vergogna, o Signore, di mandarvi una Relazione così sconnessa e raccolta in fretta dal mio Giornale: ma riflettendo che se non ve la spediva addirittura, la R. Società si farebbe separata prima dell’estate e prorogandola alla di lei prima adunanza, il soggetto farebbe divenuto vieto, di due mali ho preferito di scegliere il minore. Questo abbozzo per altro quantunque rozzo, scorretto ed imperfetto, ha, come le pitture, il merito di un primo schizzo, ed un certo spirito che si perde allorché il disegno è perfettamente finito. Se voi considerate la fatica e la fretta del viaggio da me intrapreso e che ho Scritta quella Relazione nel colmo dei preparativi del mio viaggio per l'Inghilterra che domani sono per intraprendere, mi lusingo che allora voi mi condonerete favorevolmente tutte le Tue imperfezioni. Prima però di terminare, voglio raccogliere adesso il resultato delle mie osservazioni fatte in Calabria, ed in Sicilia per rendervi ragione del mio credere che i presenti terremoti siano stati prodotti dalle convulsioni di un Vulcano, la di cui fede sembra esser profonda o nel fondo del mare; fra l’Isola di Stromboli e la Costa della Calabria, o sotto le parti della pianura verso Oppido e Terra Nuova, Se sopra una Mappa dell'Italia, e col vostro Compasso sulla scala delle miglia Italiane voi prendeste la distanza di 22. miglia, e dipoi fissando il vostro punto del Centro nella Città d’Oppido, in cui mi parve che il terremoto esercitasse la sua massima forza, descriveste, col raggio di quelle 22 miglia, un circolo, voi racchiuderle dentro di esso tutte le Città e Villaggi totalmente distrutti, e le terre ove massima è stata la mortalità, e dove la faccia della terra è rimasta più sconvolta e sfigurata: indi allungando il vostro comparto sulla medesima scala fino a 72 miglia, e sullo stesso centro formaste un altro circolo, voi allora v’includereste tutto quanto il tratto di paese, in cui trovasi da per tutto qualche segno dei sofferti terremoti. Notai una gradazione nel danno sofferto dalle fabbriche, come ancora nel numero della mortalità proporzionale alla maggiore o minor distanza dei luoghi da quello supposto centro del terremoto. Una circostanza particolare da me avvertita si fu che due Città erano situate ad ugual distanza dal centro, una però sopra un colle e l’altra in una pianura e in fondo di una valle, l’ultima era rimasta assai più danneggiata della prima dalla scossa dei terremoti; ciò mi pare che provi sufficientemente che la cagione di quelli veniva di sotto, altrimenti non avrebbe prodotto un tale effetto: io poi ho motivo di credere che se si potesse vedere il fondo del mare, quello, per esser più prossimo al Vulcano, si troverebbe assai più sconvolto della pianura medesima: ma, come troverete troverete nella maggior parte delle Relazioni del terremoto che si stanno stampando in gran numero, i Filosofi, i quali non abbandonano così facilmente i loro antichi sistemi, fanno procedere i presenti terremoti dall’alte montagne degli Appennini che dividono la Calabria Ultra, come sono i Monti Dejo Caulone ed Aspramonte: io però domanderei a questi Signori, se l’isole Eolie o di Lipari, che tutte certamente sorsero dal fondo del mare per la forza delle vulcaniche esplosioni in diversi e forse fra loro lontanissimi tempi, debbono la loro nascita agli Appennini della Calabria, o piuttosto alle vene delle materie minerali, nascoste nelle viscere della terra, e sotto il fondo del mare? Stromboli, quel terribile Vulcano, e probabilmente la più giovine di quell’Isole, non è distante più di 50 miglia dalla parte della Calabria, stata scossa più violentemente dagli ultimi terremoti. Le scosse verticali, o in altre parole, quelle il dì cui impulso procedevano di sotto in sù, sono state le più fatali all'infelice Città della pianura; come mai dunque potevano partirsi dai sopra detti Monti Dejo, Caulone ed Aspramonte (XVI).

In una parola l’idea da me concepita dal locale dei preferiti terremoti, si è, che siano stati causati da uno stesso genere di materia che fece spuntar dal mare l’isole Eolie o di Lipari, che siasi formata forse qualche grande apertura nel fondo del mare, e probabilmente fra Stromboli e la Calabria Ultra, mentre tutti si accordano nell'aderire, che da quella parte era sempre venuta la romba sotterranea, e che siansi gettati i fondamenti di qualche nuova Isola o Vulcano, sebbene forse ci vorranno dei secoli, che per la Natura non sono che momenti, prima che sia compito e che comparisca sopra la superficie del mare. La Natura stà sempre in moto, ma nelle sue operazioni procede ordinariamente con tanta lentezza, che l’occhio dei mortali non se n’accorge, né possono tutte esser registrate nel breve spazio compreso nella Storia per quanto quella possa essere antica. Forse tutto questo gran fracasso che ho descritto può essere stato cagionato da semplici esalazioni racchiuse e generate dalla fermentazione di quei minerali che producono i Vulcani, che hanno svaporato, ove incontrarono poca resistenza, e che hanno sconvolto terribilmente le pianure ove erano ristrette da profondi e più saldi strati di terra. Quando l’Accademia di Napoli avrà pubblicata la sua Relazione, arricchita di carte geografiche, di piani e delle vedute dei luoghi da me descritti, io mi lusingo che questa mia, tuttoché rozza ed imperfetta, pure abbia ad essere di qualche uso: voi poi ben sapete che è ben difficile il farsi intendere discorrendo di certi soggetti senza l’ajuto dei piani e delle vedute. Io ho l’onore di essere ec. ec.

FINE.

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NOTE

I Secondo quello che ci racconta Seneca, nelle file Questioni naturali, quello stesso giorno, in cui cadono le none di Febbrajo, fu fatale alla Campania devastata da un orribile terremoto sotto l’Imperio di Nerone, essendo Consoli Regolo e Virginio.

II Cioè la Calabria Ulteriore, e quella parte della Sicilia che dicesi Valle di Demona o Dimini. La Calabria Ulteriore forma la punta dello stivale dell’Italia ed è divisa dagli altissimi Monti dell’Appennino da Settentrione a Mezzodì, molti dei quali sono di natura vulcanica. La Valle di Demona della Sicilia è. porta in faccia alla Calabria ultra e il suo territorio è assai più elevato di tutto il rimanente dell'Isola, ed è ripieno di altissimi Monti, e tra quelli il più celebre è il Vulcano Etna. Al Settentrione di quella Valle giacciono l’Isole di Lipari celebri per i loro Vulcani. Quindi ognuno vede che le terre basse di quella fertilissima parte dell’Italia tanto della Calabria che della Sicilia sono circondate da ogni parte di Vulcani, e per conseguenza s’intende la ragione, perché siano state sempre soggette a frequenti, ed orribili terremoti.

III Aristotele, e Plinio distinguono due specie di terremoti, rispetto alla maniera della scossa, cioè tremito, e polso o spingimento: il primo è orizzontale in vibrazioni alterne, simile allo scuotimento di una persona, che ha la febbre: il secondo consiste in un moto perpendicolare su e giù; ed i terremoti di quella ultima specie son chiamati da Aristotile brassai dalla somiglianza del loro moto a quello di un liquore che bolle. Agricola ne accresce il numero e ne fa quattro sorte, che Alberto Magno di nuovo riduce a tre, cioè inclinazione, quando la terra oscilla e libbra. alternativamente da una parte all’altra; quando la terra si muove su e giù come fa l’arteria nel polso che alternativamente si costringe, e si dilata; e detto, anche, moto vorticoso, quando scuote, tremola, e gorgheggia come fa la fiamma.

IV I ruscelli sotterranei scopertisi dopo il distacco di profonde e valle, falde o strati di terra, scagliati dalla forza del terremoto a grandi distanze, dimostrano ad evidenza l’esistenza dei canali, sotto la superficie della terra; pei quali in molti luoghi scorrono le acque, le quali introducendosi negl’interstizi e considerabili spaccature perpendicolari non meno, che orizzontali che dividono gli Arati della, terra l’uno dall’altro, lentamente minano sotto il terreno, il quale nell'occasione di una violentissima scossa, e specialmente quando questa venga ajutata dall’inclinazione del piano, non di rado viene smosso e sbalzato talvolta a grandissime distanze

V Il Monte Sila è uno degli Appennini della Calabria Ultra», che è il paese degli antichi Bruzj: esso è celebre per un immensa selva di alberi superbissimi, ottimi ad ogni genere di costruzione, e dai quali si ricava copia grandissima di pece; quella selva immensa si stende manche ai giorni nostri da Taverna fino a Reggio per lo spazio di molte miglia: e di essa fa menzione Virgilio nel 12. libro delle Eneide.

Ac velut ingenti Syla, summoque Taburno.

VI Termine Napoletano, che esprime un mescuglio di ceneri e di pietre pomici vomitate da Vulcani, che in progresso di tempo acquista la confidenza di una pietra, tenera e leggiera.

VII Le lodi che qui. profonde il Cav. Hamilton alla Calabria non sono certamente esagerate: è quello un Paese quasi tutto pieno di monti e di colli fruttiferi divisi da vaghissime valli; che producono in grande abbondanza biade e vini d’ogni genere, olio, fichi, zucchero, miele, cera, pere, uva, canape, lino, cotone, lane, pelli, sale minerale, e molti generi di metalli, e pietre preziose, eziandio se ne trae tanta seta quali quanta se ne ricavi da tutto il rimanente dell’Italia: la manna e le cantarelle sono altresì due ricchissimi prodotti di questa fertilissima Provincia; i suoi lidi sembrano, a mirarli, tanti giardini, così grande è la quantità degli ulivi, di cedrati, aranci, limoni, melogranati, pistacchi ec.; e non meno vaghi a vederli sono i superbi Appennini, che la dividono, tutti Ricoperti di castagni, di pini, di quercie, abeti, lecci ec;: onde con verità si può dire che questa Provincia è il vero paradiso dell’Italia.

VIII Vibo Valentia, detta ancora da Strabone Hippo e Hìpponium, fa celebre ed antica Città del Bruzi che diede il suo nome al prossimo Golfo di S. Eufemia, chiamato dagli antichi Scrittori Sinus Vìboniensis Phociensìum, ed ancora Sinus Naptinus e da Plinio e da Tucidide Sinus Terinus. Si pescano in tutto quello gran Golfo da Paola fino al Castesso di S. Eufemia i coralli in gran quanti assai belli, e fini, e di più vi si fa una. copiosa pesca di tonni, a segno, che ne prendono non di rado 500 e mille il giorno: e questi due prodotti non poco accrescono le naturali ricchezze delle Calabrie.

IX La così detta aria infiammabile che sviluppandosi ed accendendosi nei sotterranei, produce la scossa del terremoto, essendo di natura sottilissima, e leggerissima, trapela in gran copia poco avanti il terremoto dalle fessure della terra, e velocissimamente sale su per aria, e siccome è dotata, ancora, di un'immensa forza, espansiva, nell’atto stesso che monta in alto, eccita un gran vento, e col respingere violentemente: abbasso i vapori acquei più gravi, la pioggia, i fulmini.

X Questo fatto non sembrerà certamente incredibile: assai più di questo è quello riferito, da Plinio in, occasione. di un gran terremoto (Lib. II. c.83), In agro Mutinensi dice egli, montes duo inter se maximo assultantes, recedentesque, inter eos flamma, fumoque in celum exeunte, interdiu spectante in Via Emilia, magna Equitum Romanorum, familiarumque et viatorum, multitudine.

XI L’uomo, che nel complesso dei sensi, e per l’eccellenza dell’intelletto supera tutti gli altri animali, è poi superato da quelli nell’esquisitezza di qualche senso particolare, e specialmente nel gusto e nell’odorato; onde non è maraviglia che gli animali risentano prima dell’uomo la commozione del terremoto, che ordinariamente comincia nell’aria e che con varii moti, col loro timore, e strida ne diano i primi segni.

XII Un digiuno così lungo sembrerà assolutamente un fatto incredibile: ma in primo luogo lì osservi che negli animali molto pingui, come erano. quelli due, il grasso nel lungo digiuno lì converte in chilo, e può somministrare Un copioso alimento da sostenerli in vita: ed in secondo luogo chi ci assicura che quelli animali non trovassero fortunatamente presso di loro qualche alimento o grano rimasto confuso colle rovine? Tutti poi fanno la forza grande che hanno quelli animali nel grugno, col quale smovono profondamente la terra e vanno in traccia dei lombrichi, delle ràdiche ec. Assai più sorprendente è un caso simile di due donzelle, come, si vedrà più sotto.

XIII Rissettendo che in questi luoghi appunto violentissima fu la scossa del terremoto, che spaccò le montagne da cima à fondo; che sotto il terreno di quello luogo scorrevano molti ruscelli che ne aveano corrosi i fondamenti; che il suolo era bastantemente inclinato, è cosa facile il comprendere la cagione di quella prodigiosa traslazione.

XIV Quello fatto è probabilissimo, essendo stato avvertito frequentemente in molti altri terremoti, e Plinio ancora lo accennò (Lib. II. c.81.) dicendo; terramotn imminente aut secuto, esse in puteis turbidiorem aquam nec fine odoris tedio.

XV Un digiuno, anzi una totale inedia di quella fatta pel corso di 11 giorni in una donzella di poca età, e per conseguenza insofferente per natura al digiuno, in una situazione così penosa, oppressa dallo spavento, e con un cadavere in braccio, il quale nello spazio di sette giorni dovea essersi corrotto, e che ciò non ostante scampasse la vita, sembrerà certamente a molti un fatto favoloso. Nulla di meno non è affatto incredibile, e molti casi Ieggonsi nelle storie mediche di assai più lunghi digiuni. Noi non conoschiamo che imperfettamente le leggi dell’economia animale, né note ci sono tutte le risorse della Natura: onde la rarità di un fatto non è una ragione bastante per negarlo: e siccome a tutti è nota la sagacità e diligenza del Sig. Cav. Hamilton, si ha da credere che non si farà lasciato ingannare dalle prime relazioni, e non avrà lasciata mezzo per assicurarsi di quello: tanto più ch’egli era ben prevenuto del gusto predominante del paese per lo stravagante ed il maraviglioso. Tra gli essetti del lungo digiuno io fitto trovo qui rammentata la fete ardente, la difficile deglutizione, ed altrove 1 inappetenza e la naufea al cibo solido, oltre la macilenza ed estenuazione: molti altri essetti della fame sono registrati dagli Scrittori Medici e tra quelli le cecità; caso dia me osservato in una donna la quale per avere trangugiata disgraziatamente una grotta spina di pesce, non potè più inghiottire né cibo né. bevanda, e nello spazio di otto giorni, se ne morì d’inedia;, ora costei tre giorni prima di morire divenne totalmente cieca; ed allora io mi sovvenni che un tale effetto della fame fu attribuito dal nostro Divin Poeta, peritissimo delle cose mediche all’infelice Conte Ugolino.

Ond’io mi diedi.

Già cieco a brancolar sòvra ciascuno,

E tre dì gli chiamai poìch’e’ fur morti

Poscia più che 'l dolor potè ’l digiuno.

Inferno. Canto.33. v.72.

XVI Chi suppone che i presenti terremoti della Calabria siansi partiti dagli Appennini prossimi alle devastate pianure pare che fondi la sua supposizione sulla maggior rovina accaduta in quelle; ma sì fatta ragione non può conchiuder molto in favore di questo sistema. Perché Supponendo col Sig. Cav. Hamilton che nel tratto di mare lira la Sicilia, l’Isole di Lipari e le coste della Calabria Ultra sia stato il vero centro del terremoto, questo dilatandosi, a guisa del suono, in onde concentriche, giunte quelle a piè degli Appennini, ed in essi incontrando un'insuperabile resistenza debbono necessariamente essere state rimbalzate indietro: ed in conseguenza nelle pianure prossime vi ha da esser successo un gran contratto fra i due moti diretto e riflesso della terra, e perciò una maggior rovina; nella stessa guisa che fanno appunto l’onde del mare infuriato le quali percuotendo negli scogli, ed incontrando nel ritornare indietro, le susseguenti onde che l’incalzano, producono ivi un maggior fracasso che in alto mare, ove il moto è più libero: onde è che i marinari nelle burrasche cercano sempre di prendere il largo, non tanto per non correre il rifischio d’invertire in terra, quanto perché ancora il moto e l’agitazione dell’onde è assai minore in alto mare che nelle vicinanze della terra.


LA PALAZZATA

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La Palazzata era un edificio della città di Messina, in stile barocco, opera dell'architetto Simone Gullì, che venne distrutta dal terremoto del 1783.

Messina, Palazzata di Simone Gulli' 1622-1624
 


















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