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ALTRE PREZIOSE CONFESSIONI SU LE CONDIZIONI DEL NAPOLETANO

E RISPOSTA AD UN’ACCUSA SU LE ISTITUZIONI GOVERNATIVE DE’ BORBONI

[ANONIMO – Attribuito a Francesco Durelli, 1862]
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Ottobre 2019

ALTRE PREZIOSE CONFESSIONI

SU LE CONDIZIONI DEL NAPOLETANO

1. Trovare testimonianze della orribile sovversione sociale, in cui volge il reame delle Due Sicilie, che non pure la civiltà e la dottrina educatrice; ma la umanità intiera ne pare disfatta, da coloro medesimi, che furono tenerissimi del nuovo ordine delle cose, è la migliore conferma di quel VERO, che dicesi esagerato, e calunnioso quando viene detto da'  legittimisti. —

A questo fine han mirato dritto le due pubblicazioni «Saggio su la quistione napolitano considerata dalla stampa rivoluzionaria, e 2. Le condizioni del reame delle due Sicilie considerate nel parlamento di Torino da'  deputati delle provincie meridionali».

A conforto di questi lavori ci vengono fra le mani altre preziose testimonianze, di cui facciamo tesoro. — Nell’opuscolo Napoli e l’Italia il nascosto autore sotto lo pseudonimo di Estio Leucopetro, che pur noi riconosciamo uno degli uomini carissimo a Liborio Romano, a quel D. Liborio, che un periodico napoletano dice avvilito, e vitupero del mondo, fa innanzi tutto la sua professione di fede con queste parole: — “Libero cittadino, patriota italiano non venduto, non mercenario, non servile, non egoista, non ambizioso, che fatto bianco dal tempo, e dalle sventure, vidi più che non volli, soffrii più che non poteva per la santa causa della libertà, e del risorgimento italiano, niente mi trattiene dallo affermare a viso aperto, che amo sopratutto con amor indicibile la patria, amo Vittorio Emmanuele re d’Italia costituzionale galantuomo, prode soldato, anima veramente italiana, non prostituta, non vigliacca. Laonde deliberatomi di toccare fugacemente, senza sdegno, senza studio, e come scorre la penna, delle odierne miserrime condizioni, della tristissima situazione interna, e delle provincie meridionali ed eziandio del futuro reame d’Italia, il farò disfrancato dalle preoccupazioni della mente, da spirito di partito, da ogni preoccupazione di municipio; il farò con franca, libera, veridica parola, senza pretensione, senza orpello, senza mistero, senza timore, senza speranza, e colla fede, che si addice ad impavido liberale, ad onorato scrittore, cui è sacro, inviolabile debito di non ingannare i contemporanei, ed i posteri.”

Dopo questo esordio entra l’autore in materia, e così sentenzia sul precipuo fabbro del palpitante cataclisma italiano: — “Cavour non amava l’Italia per formare l’Italia; voleva bensì l’Italia, più che per altro, pel suo Piemonte: questo distorto pensamento, questo ingiusto desiderio era trasfuso, e formava il comun voto del suo ministero, degli adepti suoi, de’ seguaci e consorti della sua politica di tutti i così detti Cavourriani, fra i quali primeggiavano e mostravansi accaniti gli emigrati napoletani, ligii a lui per larghezza di favori; che quivi a Torino l’ebbero a protettore, ad amico, a salvatore. Ed è qui che mette capo, e tu trovi le origini di quella infausta consorteria che ha cotanto tribolato, ed ha fatto misero scempio delle provincie napoletane; consorteria che è brutto germe ed amaro frutto di tutte le forme de’ Governi.”

2. Accenna al famoso plebiscito, la cui mercé (dice il misterioso sig. Leucopetro) lo Statuto Costituzionale del Piemonte fu renduto comune alle provincie meridionali; si stabilì la Luogotenenza in Napoli per le provincie continentali, un’altra in Sicilia per le provincie insulari; si crearono i consiglieri di Luogotenenza, e quindi passa a rassegna la subalpina viceregnata serie di codesti alti funzionarli, sul conto de’ quali è interessante trascrivere le identiche parole dell’autore che abbiamo intrapreso ad esaminare. —

“Ecco per primo arrivato il luogotenente dottor Farini, che (avendo protestato di avere a gloria morire nella miseria, dopo essersi arricchito nella dittatura modenese) studiava forse di ridestare le quistioni disputate a’ tempi di Papa Giovanni XXII intorno alla povertà evangelica, nello intendimento professato da’ frati, di sembrar poveri cioè per meglio arricchire e farsi opulenti. — Scomparsa cotesta prima meteora, venne Nigra da mustacchi incerati, e da’ capelli a ricciolini, il galante diplomatico, che oppresso dal grave incarico del cavalcare e del non far niente, a ricreamento dell’animo vagheggiava la fondazione di un teatro privato entro l’aurea magione, che abitava. — Pur cotesta meteora si dileguò, e sopraggiunse terso fra cotanto senno il san Martino, che piacevasi de’ dolci pacifici conversari; mantenitore inflessibile del quietismo, della inerzia, e dello indugio. Fu pure meteora che disparve. — Or la missione de’ luogotenenti piemontesi, di questo stampo e di tempera cotanto forbita, rileva a prima giunta l’intendimento ad ingiuria del popolo napoletano, ed il primo gravissimo errore in che scientemente incorre vasi. I Proconsoli romani andavano spediti a'  popoli vinti e conquistati; non fu mai, che restassero prescelti tra i cittadini delle sommesse provincie, e regioni. La Spagna nel lungo periodo della sua dominazione sul reame di Napoli, spediva luogotenenti e viceré Spagnuoli, e di sessanta, che l’uno allo altro si successero dal 1503 al 1734, ne conti appena tre o quattro, che volsero io sguardo alla prosperità nazionale, e tutti gli altri versarono a smungere ogni ramo, ogni produzione di ricchezza pubblica, a ridurre la nazione inesorabilmente oppressa e travagliata, allo estremo della miseria e della disperazione. Si vuol quindi interrogare per quale consiglio di assennata prudenza, d’intransigibile necessità spedire a Napoli luogotenenti piemontesi, che niente potevano sapere, e niente seppero degli andamenti civili e municipali delle provincie napoletane, niente conoscevano degli ordinamenti amministrativi, niente del personale de’ pubblici uffiziali, niente delle pratiche, delle abitudini, delle simpatie, delle tendenze del popolo? Forse non pur un solo patrizio, un solo cittadino, dall’universale riverito ed onorato, poteva ricercarsi od esisteva in Napoli, fornito di capacità, di probità, di patriottismo, di attaccamento alla causa italiana, cui avesse potuto com mettersi l'alto difficile uffizio di Luogotenente, sì che avesse meglio potuto tenerlo, e rispondere assai meglio alle esigenze del popolo, alle vedute del governo? Dunque i napoletani erano popolo di conquista per essere esclusivamente e necessariamente governati e retti da altri non già, tranne da luogotenenti piemontesi. — E che cosa vollero, o seppero fare cotesti illustri signori, cotesti egregi e dotti luogotenenti? A vece di governare con giustizia, con avvedi mento, con imparzialità, si lasciarono essi medesimi governare alla balìa di altrui: si abbandonarono ciecamente a suggerimenti, a consigli, ad influenze, ed anche a blandizie adulatrici di certuni, e quindi la cosa pubblica andò in tutte le parti scompigliata, il disordine signoreggiò in tutti i rami dell’amministrazione; l’arbitrio e la prepotenza presero il posto della legge e della giustizia; l’erario pubblico spremuto e depauperato, il popolo reietto, non considerato, non favorito, oppresso dalla miseria ed angosciato nel cuore querelarsi indarno di sua mala ventura. A dir breve, i luogotenenti piemontesi niente, assolutamente niente oprarono di bene: non risposero alle esigenze d’un tempo fortunevole per transizione politica, per aperte reazioni; per occulte trame e cospirazioni, minaccioso di più terribili turnazioni: non si mostrarono né forti, né sapienti, né proporzionati ad asseguire lo scopo della loro altissima missione; non conobbero e non provvidero a’ molti e veri bisogni delle provincie napoletane; non arrecarono menomo conforto, non suffragarono a’ mali vecchi annestati a’ bisogni nuovi, restandosi appagati, o almeno spettatori indifferenti davanti al mal contento, allo sgomento, che veniva tuttodì allargandosi, penetrando negli animi di tutte le classi de’ cittadini di qualsiasi colore, e d’ogni partito. — Peggiori di gran lunga riuscirono alla prova i consiglieri di luogotenenza, poscia trasformati in segretarii generali ai Dicasteri. Del che meno vuol essere accagionato il Governo, quanto essi medesimi i napoletani. I quali accennando di buona fede alle sofferenze durate da una classe di liberali, alla loro invitta costanza ne’ principi professati, da ciò inferivano, o per illazione, o per necessaria conseguenza, che cotesti, né altri protessero essere gli uomini promotori d’ogni bene di popolo, molto adatti a governare con giustizia e con prudenza. Innocente inganno! Che non erano eglino, salve alcune eccezioni, gli uomini provati per esperienza dell’età, per dottrina, per saper civile, per prudenza governativa; erano ambiziosi che agognavano al potere; erano sì martiri della libertà, ma col pingue stipendio sospiravano di ristorarsi da’ travagli e dalle pene durate, lusingandosi eziandio, che il martirio ed il colore politico a maniera di talismano misterioso, fossero bastevoli essi soltanto ad infondere sapienza civile, a formare gli uomini di Stato, i moderatori delle sorti d’un popolo ha certuni oggidì, e ve n’ha buon numero, gretti declamatori in generale, cianciatori, ad arte o per natura, di fole e di utopie, meschini dottrinarii, i quali non appresero, che le teoriche dottrinali non sempre ben si confanno a'  fatti governativi; che la sola dottrina ella è mercesteri le ed impotente a condurre un governo; che il governare è un fatto, e perciò arte difficile, non scienza, abbisognando di un tatto dilicato, di riposato consiglio, di matura esperienza, di assennata prudenza.” —

3. E’ questo il giudizio schietto, che dà l’autore nel generale del detestabile regime governativo sardo! — Sentiamolo ora nel particolari biografici del famigerato Silvio Spaventa Direttore, che fu della polizia e dello interno, e del successore di lui: — “Lo Statuto e la legge furono per lui nomi vani, sanzioni effimere. Le supposte guarentigie politiche, la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, furono per lui impunemente violentate. Senza riguardo a precedente condotta, a merito scientifico, a servigi renduti al paese ed alla causa italiana, senza chiamarli a preventiva giustizia, siccome legge e giustizia universale impongono, revocò a propria balìa pubblici uffiziali godenti suffragio ed estimazione dell’universale, o perché non incontrarono la simpatia, né seppero piegarsi alla sfrenata teoria di lui, o perché occagionavali di spigolate incolpazioni, lasciate sepolte nel più profondo misterioso segreto. Per siffatta maniera scrutatore anatomico della festuca negli occhi altrui, senza vedere la trave che sovrastava a’ suoi, rinnovò i brutti tempi insidiatori delle condanne fiorentine, quando un iniquo potestà. Cane de’ Gabrielli, da Gubbio, non risparmiò, fra gli altri, dal condannare ingiuriosamente come colpevole di baratteria nell’uffizio di Priore il tipo della nazionalità italiana, Dante Alighieri, che esulava dalla patria sdegnato contro la malvagia e scempia compagnia. — Favorì il malvezzo cotanto abborrito, che ogni uffiziale, cioè, prediletto al moderatore, cacciasse innanzi ad eleggere, od a promuovere i propri congiunti. Il perché perpetuando quel vituperio, vedesti di nuova creazione collocati in uffizio, e fratelli e cognati e propinqui ed affini ed amici degli uffiziali ministeriali collaboratori e diletti all’uffiziale supremo. Il quale si trincerò, si chiuse, si rese inaccessibile a chicchessia tanto ne’ due Dicasteri barricati di suo ordine, sì che ad ogni cittadino restò divietato di penetrarvi; quanto nella propria casa circondata e tenuta a guardia da’ suoi fidati. Ed un più brutto spettacolo offerse quando fatto ornai segno al biasimo ed alle popolari censure, non se ne mostrò menomamente turbato o dolente, ma saldo, fermissimo, mantenesi al potere ad insulto della opinione pubblica, mentre di comun voce era imprecato, gridato, e ricercato a morte, scacciato di seggio. Col suo governo inconsulto codesto uomo turbò le provincie napoletane con mali e danni inenarrabili, di funesta e durevole ricordanza...... Gli fu dato un successore, che, Giano bifronte dell’antichità, raccolse avidamente il retaggio e fecesi fedele esecutore de’ legati scritti nel testamento legatogli dall’antecessore. Lo Statuto e la legge restarono nelle congiunture spreti e vulnerati come per lo innanzi; i novelli uffiziali dicasteriali pur restarono mantenuti, carezzati, riguardati; e l'arbitrio detestevole, la ingiuriosa deferenza furono veduti tuttogiorno vie meglio consolidarsi ne’ pubblici e privati interessi, — Faceva d’uopo pertanto, che la nazione, avvegnacché disingannata nelle concepute speranze di trovare sorte più avventurosa, trovasse almeno a notare alcun carattere differenziale tra il passato e il presente, tra l’antecessore, e il successore. Ebbene! quest'ultimo primamente ebbe a grado di reintegrare due soli tra gli uffiziali già revocati dallo antecessore. Fu un tratto di giustizia; ma corse voce, che non fosse affatto scevera di paura; ché i due aveano fama di maneschi, e cotesto reggitore supremo, malgrado l’altezza dello ufficio, ebbe a temere non gli conciassero pessimamente le spalle. — Secondamente per tener a bada l’oste e l’avventore, il savio e lo scemo, il ricco e il povero, il nobile e il plebeo, il liberale e il borbonico, il conservatore ed il progressista, tolse egli a regolo de'  provvedimenti il mal consiglio dell’astuto Guido di Montefeltro; consiglio malaugurato, che l’ira traboccante dello Alighieri tramandava a posterità nella cantica dello Inferno:— Lunga promessa con l’attender corto — E ciò basti di lui. — Tali furono due moderatori usciti dalla consorteria. E ciò voglio aver detto un pò a lungo a certuni, affinché sappiano, che come nella società l'odio pe’ delitti vive eterno; così ne’ governi la contumelia inesorata de’ popoli sovrasta, e pur vive eterna agli ambiziosi, tristi reggitori della cosa pubblica.” —


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4. Dimostrato il mal governo piemontese nelle usurpate provincie dell’ex-reame napolitano, l’autore, senza ambagi, né reticenze, si fa a svelare le cagioni dello allogamento di piemontesi sul ferace suolo partenopeo, (come le locuste su’ campi fecondati dal Nilo); della preferenza data allo elemento Subalpino in tutti gli uffizii pubblici di quelle infelici regioni; e dell’alterigia, del sussiego, e finanche dell’aria sprezzante, che assumono nello esercitarli; non può farsi di meglio, che trascriverne le stesse espressioni, dalle quali chiaro emerge quale carità di patria, e quale amore del natio loco avesse riscaldati i cuori de’ napolitani esuli nel tempo della non disinteressata ospitalità loro concessa dal governo piemontese: — “Fu ferma fama, che gli stessi emigrati napoletani, non so ben dire se per maligna avventataggine, o per slancio indomito del proprio orgoglio; ma certo per richiamare a se esclusivamente tutta la benevolenza del governo, per concentrare il potere, e trovare appoggio e difesa reciproca nell’alterna fortuna e nella dubbiezza degli eventi, eglino i primi avessero colà a Torino denunziate e dipinte le provincie napoletane siccome popolate d’uomini gretti, meschini, iloti, cretini, mancanti d’ogni sapere, non idonei a'  pubblici uffizii, senza capacità, senza merito, — Il ministero aveva sfolgorate ripruove storiche e permanenti della tempera intellettuale, eccellente e sopraffina de’ napoletani in tutte le branche del sapere umano, sì da non aggiustar fede a quelle mendaci dicerie; ma deliberato, come era nell’animo, fu rinvigorito, pur è fama, da quelle voci denigranti, ad arte inventate e sparse, e lietamente restò formato l’accordo di collocare in uffizio i piemontesi a Napoli, e nelle provincie. — Piemontesi d’ogni età, d’ogni condizione, d’ogni arte o mestiere; uomini, femmine, fanciulli,trassero a Napoli, come al conquisto di terra promessa: e tu avrai a maravigliare, se ti prenda vaghezza d’incedere a diporto la villa pubblica; la vedrai spesso, popolata e lietamente passeggiata, e ti verrà fatto di udire non altro dialetto, tranne il piemontese, sì che tu dubiti, se ti trovassi realmente in questa parte meridionale d’Italia. Non basta. Al conducimento ed al lavoro delle pubbliche opere furono allogati artefici senza numero, artieri ed operai piemontesi; e quanto a donne e Direttrici de’ Conservatorii ed istitutrici elementari delle fanciulle ed altre addette agli Stabilimenti pubblici, alle case de’ trovatelli, tutte vennero dal Piemonte, — Codesti impieghi all’arrembaggio per cupidità di lucro, più che di fama, il favore illimitato, l’odiosa preponderanza, il portamento borioso de’ piemontesi, non potevano non ingenerare necessariamente negli animi una bruttissima impressione, un fondato spiacimento, un riposto rancore. Ed invero, non poteva, fra l’altro, non muovere a disdegno, avvegnaché importasse una traboccante ingiuria, vedere la reggia de'  Monarchi delle Due Sicilie, vetusta e splendidissima, tramutata in albergo, dove, senza mercede, prendevano stanza agiata e gradita, a lor balìa, e piacimento cotesti nuovi impiegati venuti di Piemonte, i meno forniti di merito e dignità. Il popolo detestava forse gli uomini, che avevano abitate quelle aule celebratissime per magnificenza artistica, doviziose d’ogni genere di capolavori dell’odierna civiltà; ma era geloso ragionevolmente, e voleva rispettato un edilizio di storiche ricordanze, un monumento addivenuto ornai nazionale, in simìl guisa bruscamente oltraggiato da impiegati, cui non poteva mancar modo di provvedersi di un modesto ostello. — La spedizione a Napoli degl’impiegati piemontesi rilevava apertissimo un tal quale disegno ostile, ed un errore governativo. Rilevava disegno ostile, perché gl’impieghi a larga mano conceduti, ed il collocamento senza fine de’ piemontesi era gran segno certo, che le provincie napoletane fossero destinate a fornire il miglior vantaggio al Piemonte, la maggiore agiatezza a'  piemontesi. Rilevava errore governativo per due irrecusabili ragioni: — l’una (che è più) che non era consigliato dalla prudenza civile, dalla imparziale giustizia, che mentre gli artieri, e gli operai napolitani gemevano angustiati in cerca di pane e di lavoro, senza trovar modo ad esserne provveduti, comecché col risorgimento italiano si destasse loro negli animi la speranza e la certezza di fortuna migliore, vedevansi nondimeno reietti, nudi, rincacciati inesorabilmente ne’ dolori della fame e della miseria: — l’altra (che è peggio) che gli alti o bassi funzionarli piemontesi, non potevano asseguire lo scopo di reggere e condurre convenevolmente la publica amministrazione, per invincibile necessità di non poter sapere ben addentro le esigenze del popolo, e gli andamenti della cosa pubblica. Il governo delle province segnatamente confidato a’ piemontesi non potea non riuscire fuor di modo pregiudizievole alle popolazioni. E come no! Che cosa, ad esempio, poteano saperne in teorica, e molto maggiormente in pratica, i Governatori, che furono successivamente mandati ad amministrare la Capitanata, delle svariate vicende, e de’e1 provvedimenti reclamati ed opportuni a migliorare le condizioni, e l’azienda del Tavoliere di Puglia? Da vantaggio i governatori provinciali venuti da Torino giungevano ignari affatto del personale degli uffiziali di loro immediata dipendenza, degli agenti municipali, d’ogni classe de’ cittadini abitanti i comuni. Di qui la imperiosa necessità di affidarsi alla scorta, ed a’ consigli altrui: di qui, non che la pessima amministrazione provinciale, e comunale; ma ben ancora l’aggravio e lo scontento delle popolazioni, a cagione delle matte gelosie municipali, della influenza conculcatrice de’ trapotenti e de’ ricchi, delle vendette private in tempi di transizione politica. E pur di altre simiglianti anormali gravezze, che un buon amministratore per propria cognizione, senza richiedere a chicchessia suggerimenti e consigli, dee tenere rimosse, o dee spegnere per promuovere e formare la prosperità della provincia, ed il benessere individuale e collettivo degli amministrati. Non rimarrò dal dire, che ad aperta significazione della soggezione delle province napoletane al Piemonte, non fu risparmiato dal provvedere, che le produzioni ed alquanti articoli, avvegnaché poverissimi di guadagno, ma che lavorati a Napoli recavano in certa maniera alcun profitto agli artieri napoletani, questi eziandio di Torino venissero per essere belli e fatti posti in commercio. Così di là vennero spediti i pennacchini da servire alla guardia nazionale napoletana; vennero certamente finanche i miserabili bolli postali. — Ma qui certi novissimi pubblicisti del diritto internazionale europeo si cacciano in mezzo obbiettando magistralmente, le cose dette avanti essere ciance canore, lamentanze spigolate, querimonie calunniatrici di pochi scontenti. Il sistema adottato dal governo centrale, essi dicono, a riguardo delle province napoletane, è conseguenza logica, indeclinabile del plebiscito. Italia una ed indipendente ha dovuto formarsi, né poteva altrimenti essere formata se non colla fusione delle province, colla unificazione de’ principii, colla promiscuità degl’impieghi: non ci ha perciò motivo a doglianza: tutto è normale; tutto procede prosperamente in armonia dello scopo sospirato, di quell’unico principio, che vuol essere attuato = Italia una e indipendente = Ma sia pure che per necessità avesse dovuto introdursi il personale piemontese nell’amministrazione napoletana, avrebbe potuto limitarsi ne’ soli funzionarli delle alte sfere governative, come nel Ministero; — non mai però anche negli ultimi e più bassi uffizii, i meno dignitosi ed autorevoli, attribuiti a’ piemontesi con preponderanza, e senza giusta proporzione a raffronto. de’ napoletani. — E posta anche la necessità di doversi raccomunare tutti quanti gl’impieghi, non pare disutile di notare, che cotesta necessità, convenienza, o politica che sia, andava intesa con discrezione, dovevasi almeno mantenere una proporzione discreta, approssimativa, per dare bando ad ogni idea di preponderanza, di privilegio, e far scemate le brutte prevenzioni produttrici sempre di gelosie, e di rancori. Se le province piemontesi, a mo’ d’esempio, esprimono una cifra come 4, e le napoletane una cifra come 9, ogni buona norma direttiva consigliava, che se a Napoli dovevano mandarsi tramutati 40 piemontesi, quivi a Torino per necessità di giustizia dovevano chiamarsi a collocamento 90 napoletani. — Non è andata a garbo la osservanza di questa naturalissima proporzione; ed a vece di accettare la ragione diretta, si è voluta attuare la inversa, vale a dire, cento e più che cento impiegati spediti a Napoli, dieci chiamati a Torino (). — E poi, che cosa han di comune con gli uffiziali pubblici gli artefici, gli operai, gli arrieri, ogni classe e condizione di popolo? Ite a Napoli par che quivi a Torino si dicesse, e troverete pronto e parato collocamento nelle opere e ne’ lavori pubblici, nelle ferrovie, nella fabbrica de’ tabacchi, nelle dogane, ne’ municipi!, negli istituti di beneficenza, tra le guardie di pubblica sicurezza, e via dicendo in tutte le officine, in tutte le instituzioni per conto, o dipendenti dal governo. De’ popolani napoletani, malgrado la pressura della miseria, niuno si è avviato per alla volta di Torino; né è da credere, che avesse per avventura trovato molto benigno accoglimento. Qui, com’è chiaro, non ci ha elemento italiano, non ci ha elemento nuovo da fondere ed accomunare. Fu in vero sfolgorata ed inconcussa verità quella non ha guari da valoroso pubblicista annunziata, che il piemontismo ottimo, cioè, considerato siccome la idea nazionale ed italiana sostenuta dall’elemento nuovo, non sia quistione di provincia; ma di nazionalità. E perciò appunto io soggiungo, che essendo ella una quistione di principii, e di nazionalità, facea mestieri di essere rimandata a proprio tempo, di essere ben addentro meditata e discussa, sommessa all’autorità del parlamento, giudicata e confortata dalla forza costante della opinione.” —

Per tutte le quali considerazioni cosi discorse dall’autore, viene egli alla seguente conchiusione: — “Or se nello stato attuale del reame d’Italia indubbiamente si è adottato il sistema di struggere e divellere di subito e d’un sol colpo, ogni ombra di autonomia delle provincie napoletane, di smettere ogni antica forma governativa, di tutto concentrare a Torino, di sommettere senza riserva veruna Napoli a Torino, le province napoletane al Piemonte, da ciò io dico, e fermamente sostengo, che il governo centrale sbagliò l’indirizzo, peccò di gravissimo fallo, quello appunto di aver cominciata e compiuta interamente una riforma intempestiva inconsiderata, che dovea per opposito essere l’opera progressiva del tempo, e del saldo stabilimento del reame d’Italia una e indipendente. Il ministero non può evitare la nota di avere, senza maturo consiglio, senza politico avvedimento, cominciato là dove doveva terminare.”

5. A dimostrare poi il gravissimo errore del governo di Torino, il massimo de’ torti, nel quale convengono altresì i più caldi e devoti partigiani di lui (), l’autore ragiona così: — “Tra supportare puramente e semplicemente, e rendere operative le leggi del Piemonte a tutte le altre provincie italiane rileva un dilemma, o che il solo Piemonte avesse tenuta buona legislazione, ottimo ordinamento civile ed amministrativo, utili istituzioni, — o che tutto il rimanente d'Italia fosse finora vivuto nella barbarie, nella rozzezza, senza civiltà, senza buone leggi, senza commendevoli ed utili istituzioni. — Ma l’uno e l’altro assunto include un paradosso; perché, né il solo Piemonte tenne un ordinamento civile ed amministrativo, che fosse modello di sapienza governativa, né tutto il rimanente d’Italia viveva barbaro e senza leggi accettevoli e buone. — A niuno soffrirà l’animo di contraddire, il 1.° libro, a mò di esempio delle leggi penali napoletane, essere tipo di profondo saper civile, siccome nella stessa Francia è stato giudicato ed elogiato: la legge su l’amministrazione civile, se ne togli alquante sanzioni, in tutt’altro è larga e provvede bene al vantaggio dell’azienda provinciale e comunale. — Ed egualmente può dirsi di molte altre buone leggi, le quali in generale stavano ed erano sanzionate. Né tampoco mancavano alle provincie napoletane ottime instituzioni, ed utilissime ad ogni classe di popolo, che stavano in via di progresso, in armonia della civiltà de’ tempi, ed attestavano un ordinamento amministrativo non affatto dispregevole Ma il traportamento puro e semplice delle leggi piemontesi alle provincie meridionali, a vece di recare all’amministrazione ed alle popolazioni que’ vantaggi, che erano da sperare, ha ingenerato, come era ben naturale, confusione e disordine, e quindi molto notevole pregiudizio. E di vero, che cosa è accaduto con la promulgazione e l’attuazione nelle provincie meridionali, a mò di esempio, della legge piemontese del 23 ottobre 1859 su l’amministrazione provinciale e comunale? Mentre dall’un de’ lati nelle province napoletane non per anco è stata estesa introdotta e sanzionata la maggior parte de’ mutamenti e delle disposizioni, che trovansi in vigore nel Piemonte, e che formano materia di quella legge;— dall’altro, a forza di dubbii proposti, di interpretazioni stentate, di analogie incompatibili, di eccezioni spigolate, di risoluzioni speciali e precarie, la nuova legge nella massima parte rimane inosservata, e si mantiene per opposito tuttavia in vigore la legge antica ed abrogata. — Nella formazione de’ novelli bilanci, ossia degli antichi stati discussi, quante difficoltà non sonosi manifestate, quanti e quali dubbii non si sono proposti, quante risoluzioni in opposizione alla legge nuova non trovansi rendute? Tutto quello che risguarda i luoghi pii laicali e gli stabilimenti di beneficenza contemplato nella nuova legge municipale, si è dichiarato non poter aver vigore nelle provincie napoletane, prima che fossero pubblicati i novelli ordinamenti intorno alla Beneficenza pubblica. A peso de’ comuni per effetto della legge abrogata gravitavano i ratizzi per sopperire alle spese delle opere pubbliche provinciali: nella legge novella non sono riconosciuti cotesti ratizzi: e pure si è risoluto che dovessero continuare a figurare a peso de’ comuni ne’ novelli bilanci non ostante il silenzio de’ moduli venuti di Piemonte. La nuova legge niente arreca sanzionato intorno alla nomina degli esattori della fondiaria ed alla loro risponsabilità: non pertanto, si è dichiarato doversi continuare l’antico sistema finora praticato. La nuova legge prescrive restar sottoposti all’amministrazione provinciale gl’interessi de’ Diocesani quando a’ termini delle leggi sono chiamati a sopperire a qualche spesa; si è dichiarato non essere il caso di spedire regolamenti sul proposito, perciocché alcuni non esistono, ed altri non sono o non possono per ora essere in vigore nelle province napoletane. Ed egualmente dee dirsi di altri innumeri dichiaramenti, pe’ quali si fa ritorno al sistema antico e non è la nuova legge né attuata né eseguita. — L’amministrazione municipale di Torino qual confronto può sostenere con quella di Napoli? Non si possono menomamente assomigliare queste due città l’una dall’altra cotanto diversissime per popolazione, per redditi, per opere pubbliche, per azienda finanziera. £ pure si é reputata, non che cosa utile, ma agevole e facilissima applicare al vasto e dovizioso municipio di Napoli quella legge medesima che va soltanto bene adagiata all’azienda municipale di Torino. — Di par guisa si é traportata a Napoli puramente e semplicemente la legge piemontese intorno alla sicurezza pubblica, con che la polizia non ha raggiunto lo scopo della utilissima sua instituzione, anzi per quello che manifestamente apparisce, rimane tuttodì schernita e vilipesa da’ malandrini, dalle ruberie, dalle aggressioni, dalle risse, da diuturni e spessi omicidii Né si vuol tacere, che la riforma introdotta nelle branche diverse della pubblica amministrazione ha indotta e sparsa nel popolo una confusione d’idee e di principii, a cagione eziandio delle novelle denominazioni a maniera piemontese e de’ nuovi vocaboli con che vengono indicati gli ufficii pubblici, e le cose. Il popolo dura fatica ad intendere che il distretto antico oggi si chiama circondario, e che questo dicesi di presente mandamento; che il tribunale civile della provincia chiamasi corte d’appello, che le parocchie sono nominate fabricerie, che l’uffizio del registro e bollo chiamasi uffizio d’insinuazione, e via dicendo di tutte le altre denominazioni, e degli altri vocaboli piemontesi (). Niente è più osservabile alla osservanza della legge quanto la proprietà de’ vocaboli, che riuscissero al popolo di chiara e facile intei ligonza. La sapienza romana teneva sancito per questo appunto que’ due aurei libri della significazione delle parole, e delle regole del diritto. — Cotesto mutamento di denominazioni e di vocaboli, sopperendo agli antichi quelli usati nel Piemonte, maggiormente è venuto rifermando negli animi la idea, che pure nel tecnicismo delle parole e nel dialetto abbiansi a piemontizzare le province napoletane. Le nuove voci adottate non può negarsi essere di bruttissimo conio, derivate da un dialetto, non dalla lingua italiana universale, né le meglio adatte ad esprimere le cose. Se ci ha opinione incontrastabile e verissima, quella è del Montesquieu, che il decadimento cioè della potenza romana meno derivò da altre cagioni, quanto dalle native forme del linguaggio adulterate e tramutate barbare ed incivili. Cominciò a scrollare allora veramente la potenza romana, quando la bella lingua del Lazio accettò nuovi vocaboli, che man mano deturpandone la bellezza, alterandone il significato, rendettero corrotti i costumi, ed il popolo imbarberito e schiavo.”

6. E’ troppo doloroso tema quello della distruzione avvenuta in Napoli di ogni ombra di autonomia locale, d’ogni decoro antico, di qualsiasi lustro da far ricordare la grandezza d’un regno che fu. Sarebbe applicabile a1 poveri napoletani la elegiaca apostrofe del Cantore de’ Sepolcri, dopo che per

“…………………………………….. l’alterna

Onnipotenza delle umane sorti

Armi e sostanze gli hanno invase, ed are,

E patria, e tranne la memoria, tutto”


ma all’ultimo di questi patetici versi del Foscolo i piemontesi hanno voluto apportare una correzione, con la decisione di strapparsi e cancellarsi ogni memoria della primitiva indipendenza del già florido reame delle due Sicilie. — Riportiamo sul proposito le parole del liberalissimo autore del mentovato opuscolo Napoli e l’Italia: — “Molto meno mi fermerò ad investigare le cagioni, che avessero potuto consigliare l’abolizione della luogotenenza di Napoli, conservando l’altra di Sicilia, in grazia forse di quella terra famosa e celebrata pe’ suoi Vespri. Qui accade di notare soltanto, che l’abolizione della luogotenenza, de’ segretarii generali, de’ dicasteri nelle provincie continentali esprime un avvenimento inopportuno, rende compiuto il fatto, ed è suggello, che Napoli non sia più Napoli. Ornai tutto è Torino. Il che è stato nuovo alimento alla pubblica preoccupazione; ha destate novelle e più gravi apprensioni; ha ingenerato maggior confusione, più palpabile incertezza, segnatamente negli uffiziali d’ogni ramo, e d’ogni rango, più visibile disordine nell’andamento della pubblica amministrazione, e ne’ civili ordinamenti. — No, non doveansi condurre a questo stato le provincie napoletane. Napoli, città speciosa e magnifica da primeggiare fra le altre d’Italia, centro di una grande popolazione, la terza capitale d’Europa pe’ suoi abitatori, celebratissima e ricca di singolari monumenti in ogni specie d’arti, sede per otto secoli di una successiva monarchia, capitale finora d’un floridissimo reame, Napoli non doveasi ridurre all’abbietta condizione di stare a paro con ogni altra piccola città, con ogni paese delle provincie meridionali» Ridurla alla condizione di semplice città di provincia, dispogliata d’ogni decoro, d’ogni preminenza, assoggettata a Torino in tutte le esigenze pubbliche, in tutte le congiunture, no, non è questo da reputare ottimo consiglio. A parte lo spirito di municipio; egli è l’amor proprio cittadino, che sentesi scosso, violentemente ingiuriato; è l’amor proprio di una nazione, è immensa parte delle tendenze, delle simpatie popolari, e del politico elemento. — Non v’ha cittadino, che possa, o voglia di buon grado accontentarsi di portare sue istanze, o sue parole a Torino per qualsiasi menomo interesse, per qualsiasi faccenda. Non pare», bene certamente, che, per esempio, un concorso a cattedra per la università di Napoli abbiasi a sperimentare a Torino; siccome molto meno vuol essere assentito, che a Napoli e nelle provincie meridionali la istruzione pubblica, cominciando da’ primi rudimenti, dagli studii elementari, debba praticarsi a maniera del Piemonte, come se in questa parte d’Italia non si fossero finora conosciuti buoni metodi d’insegnamento, e non si fosse mai saputo né leggere, né scrivere. Da ciò si hanno le precipue cagioni perché Napoli non sia più Napoli, e le condizioni niente prospere delle provincie meridionali. Le quali essendosi raccomunate a formare l’Italia una, veggonsi invece contro la lettera e lo spirito del plebiscito, non che dispogliate di ogni autonomia locale, ma in tutto piemoniizzate e sommesse ad una centralizzazione assoluta stanziata a Torino. Siccome non è cosa, che donna, privatasi dell’onore, non facesse, niente dissimigliante nella politica, adottato un principio fallace ed erroneo, tutto volge inconsideratamente; né vi ha cosa che non si faccia per tener fermo a quel principio medesimo. Ed il governo centrale adottò in vero un principio erroneo e fallace allora che divisò di fare dell’Italia un Piemonte, e segnatamente di piemontizzare le provincie napoletane, anzi che di tramutare in italiano, come dovea essere, anche il Piemonte,,

7. Da ultimo il ripetuto autore accenna ad altri gravi torti del Piemonte verso le maltrattate provincie meridionali, e nel seguente modo si spiega: — “Non sì è inteso (da! governo di Torino) né affatto mirato al conquisto dello amore de’ popoli, anzi pare essersi di proposito studiato a dilungare dal governo l’affetto popolare, ed ingenerare invece negli animi lo scontento. D’altra parte sembra, che si fosse balestrato di fronte lo stesso principio liberale italiano, tenendo spreti, non curati, rejetti, ingiuriati i veri patrioti, gli onesti liberali, moltissimi insomma, che in qualsiasi maniera hanno contribuito al risorgimento italiano, od han., durato pene e sofferenze per la redenzione d’Italia. V’ha de’ giornali, che non sonosi trattenuti dall’affermare sul serio, che il popolo napoletano traesse vita lieta e contenta; ricacciandone la pruova dal passeggio pubblico, dalla letizia che traspare in sul viso, dal concorso con che il popolo muove a togliere diletto delle luminarie, degli spettacoli, de’ pubblici divertimenti. Italiano, come sono, non partegiauo di chicchessia, mi caccio innanzi animoso, forte della mia fede, e do su la voce a cotesti giornali. Il fatto nella sostanza non è vero; né quelle esterne manifestazioni sarebbero pruova certa e bastante a riconoscere il contento popolare. Professiamo una volta in buona coscienza la verità; non facciamo torto uso delle parole: la politica divisa dalla morale vagella tra la stupidità e la pazzia, come scrisse un dotto e sommo italiano, mio amico e collega. Gli uomini savi ed onesti, e con ispezialità i principi, non vogliono che sia defraudata la fede pubblica, ed ingannata la posterità con le menzogne degli scrittori.... È fatale, perigliosa illusione adunque il credere, che Napoli, e le provincie meridionali si tenessero lietissime ed appagate del nuovo ordine di cose.... esse sono scontente delle ordinazioni governative, del sistema adottato, de’ provvedimenti del governo. Il contento popolare non si ritrae e non si apprende dal concorso della plebe ai pubblici spettacoli, ed al passeggio ne’ dì festivi; e’ fa mestieri penetrare entro le deserte officine degli artefici, entro le case degli operai, e degli artigiani, entro gli abituri, e le casipole de’ popolani; e’ fa mestieri di origliare alla porta per formarsi concetto del disperato dolore ed ascoltare le parole strazianti, che vengono fuori dal petto per la miseria, per la fame, per lo scontento contro le ordinazioni governative.... Né poi è da fidare alle sembianze esteriori del popolo, il quale allora è più da temersi quando s’infinge, e manifesta il riso in su le labbra mentre ha disperazione in cuore, e medita la opportunità per levarsi a tumulto, e prendere vendetta contro gli autori de’ suoi patimenti e delle Bue sofferenze. Tiberio non si scosse, né fu commosso a pietà, opprimendo senza misericordia il popolo, fin quando mostrossi questo angosciato e dal dolore affranto: fu però veduto quel tiranno impallidire in sul volto in quel dì che il suo fido Sejano venne annunziandogli, che il popolo sembrava, contro l'usato, più tranquillo e rassegnato, anzi lieto all’aspetto e spensierato. — Quanto poi a’ liberali delle provincie meridionali non sanno eglino darsi ragione del come il governo centrale, se non con animo deliberato, certo però con fatti apparenti faccia vedere di urtare lo stesso principio italiano, tenendo per mille guise, non che vilipesi i veri liberali, e di aperto disfavore guiderdonati; ma ben ancora avvolta tra ombre ispessite» ed incertezze, irrisoluta tra le pratiche studiate, e 1 buio arcano della diplomazia, e della politica, la stessa causa italiana, ch'è stata l’aspirazione, e forma tuttodì l’aspettativa di tutti i cuori concitati ad ansia smaniosa d'un popolo di 29 milioni. Tolga Dio, che i liberali italiani avessero per avventura a ripetere, e né anco a pensare, compiangendo se stessi, le parole di lagrimevol pietà, che dal duro esiglio l’Arpinate indirizzava alla sua Terenzia: Sostentati come tu puoi, ei diceale: consoliamoci di questo, che la presente disavventura non ce l’abbiamo meritata: funestissime viximus: non vltium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit: peccatum est nullum.”

Questi sì che sono ritratti dal vero, scritti in Napoli, dove imperano i piemontesi colla prepotente fazione de’ loro fautori, — e scritti da un liberale di schietta professione di fede!

La lettura di coteste pagine sarà come unghia sopra una piaga cruenta per gl’infelici popoli illusi, e soggiogati; ma potrà altronde essere di salutare ammaestramento a quelli tra i fortunati dell’italica penisola, che rimangono sotto i legittimi principi; potendo anche valere di ravvedimento a coloro che fossero tuttora accecati nel credere alle ingannatrici seduzioni de’ partigiani del Piemonte.

E con ciò si ha pure altro potente argomento per semprepiù chiarire, che, secondo la ingenua confessione de’ medesimi liberali, non furono le leggi cattive, non i governi tirannici, non gli arbitri e le oppressioni de’ pubblici funzionarii, non il malcontento del popolo, che avessero occasionato, o potessero coonestare la invasione inqualificabile del Piemonte nel florido reame delle due Sicilie. — Le vere arcane cagioni tuttodì si sviluppano, e si rendono palesi al mondo, il quale è convinto di non esservi stato io tutto il corso de’ secoli iniquità più flagrante, aggressione più scandalosa, e ferocia più selvaggia di quella commessa dal Piemonte. — Sarà forse un nuovo, e troppo strano diritto internazionale, che va a stabilirsi in Europa; ma ne’ suoi risultamenti non potrà riuscir sempre favorevole a que’ medesimi, che lo hanno introdotto.

8. Ad afforzare maggiormente le ragioni svolte dallo esaminato opuscolo, soccorre un documento pur troppo autorevole, e di carattere officiale. Quindici deputati della sinistra del parlamento di Torino, hanno testé presentato a quel governo un memorandum, col quale lo accusano d’impotenza a regolare più oltre le sorti delle provincie meridionali; e facendo segno al più severo biasimo i governi succedutisi in Napoli alla dittatura, essi dicono “aver fatto di tutto tali governi perché la entrata in Napoli de’ piemontesi prendesse aspetto di conquista domestica, abolendo senta necessità istituti tradizionali migliori di quelli che ad essi si son voluti sostituire; mostrando nella scelta de' funzionarli e nel sisterna dell’amministrazione aperto il disprezzo degli elementi, e delle consuetudini locali; offendendo sopratutto la coscienza popolare” — E quindi i deputati stessi senza velo confessano in faccia all’universale: — “che la condizione dell’ex-reame delle due Sicilie è così inferma, che fa mestieri assolutamente curarla con efficaci e pronti rimedii; essendoché a sostenere le rivoluzioni non basti una platonica fedeltà a’ principii, da cui hanno vita, ma si vuole mantenere a que’ principii la devozione entusiastica che crea l’opera, ed all’uopo sbaraglia gli ostacoli, opponendo alle tristi le generose passioni. Il quale fine non si ottiene senza forti provvidenze che facciano sentire a’ popoli inaugurata davvero colla rivoluzione l’era della giustizia.”

Ma quando essi si accingono a proporre gli opportuni rimedii con Roma e Venezia, colla istruzione ed educazione del popolo, con gratificarlo a furia di leggi agrarie e ripartizioni di terre demaniali e delle corporazioni religiose; allora lo spirito di parte che li proccusa offusca nel loro intelletto quel lucido intervallo, che aveagli permesso di vedere l’abisso de’ loro mali cagionato dal piemontesismo invasore.

Comunque questo documento fosse seriamente discusso dal giornalismo devoto al governo di Torino, ed acremente combattuto dalla stampa degli spodestati consortieri; — pure rimane, e rimarrà monumentale ripetizione delle proteste, che reiteratamente, e senza interruzione si sono fatte in quasi tutte le tornate del parlamento di Torino nel corso del 1861, e 1862 () circa la incompatibilità de’ piemontesi nel regno delle due Sicilie.

9. Tutti i lamenti sono adunque su lo stesso tuono; né diversamente il deputato napolitano Antonio Ranieri sà contenersi ne’ suoi recenti quattro discorsi (), quando confessa “che gli ordini, e le leggi del mezzodì d’Italia non erano le peggiori d’Europa, anzi, talvolta, per le ragioni che ognuno sa, erano più libere delle piemontesi, e le provincie meridionali nella incomposta legiferazione di queste hanno veduto non un progresso da quelle che già avevano; ma un regresso! cioè, il passaggio da una legislazione loro appropriata e nota, ad una non appropriata ed ignota” (pagina 23): — Quando declama su l’abbandono delle opere pubbliche, e della pubblica istruzione, nella quale bì sono veduti “professori nominati a bizzeffe (la coscienza pubblica sa con che tatto o giudizio, o sopra quali elementi) riscuotere esattamente gli onorarj; ma i professori, o nel tempo stesso consiglieri, direttori, segretari e giornalisti, o i migliori a casa: e le cattedre, inesorabilmente chiuse, o deserte!” (pagina 25): — quando infine fa il desolante quadro “delle miserande provincie divenute laberinto inestricabile di comunicazioni, e di commerci interrotti; di ordini non pervenuti, di falsi e scoraggianti rumori; di cereali marcenti per abbondanza in un posto, non potuti trasportare in un altro dove la gente periva di fame per le vie; di scene orribili di miseria; e di povertà sconosciute infino nel buio più profondo del medio evo! E 10 milioni d’uomini, che hanno sopportato per 13 mesi in pace un subuglio ed una confusione sì fatta, definiti per ingovernabili da que’ medesimi, che li hanno tratti a queste gemonie! (pag. 26); — de’ cantieri distrutti e scemati: delle provvigioni di vestiti militari al tutto tolte; della scuola politecnica scomposta e vilificata; del pareggiamento de’ macchinisti della marina, degradati i napoletani piuttosto che innalzati i piemontesi; degradati gli uffiziali del ministero di guerra, e forse di alcun altro ministero, e per giunta, con due pesi e due misure, non degradati quelli del ministero di marina; e dirimpetto allo ingrandimento metropolitano de’ ministeri,500 mila lire deputate alla futura ed unica Gran Corte de’ Conti della bella ospitale Torino, la Medina d’Italia.” (pag. 51.)

Nel terzo però de’ mentovati discorsi il Ranieri deplorando le innovazioni piemontesi in pregiudizio della ottima legislazione napoletana, emette questa opinione: — “Le due Sicilie non erano Costantinopoli, o Giava, ma erano la patria di Vico, e di Filangieri; e di Natale, che precorse Beccaria. La loro legislazione, salvo in quella parte che ritraeva da’ Borboni, era delle migliori, se non la migliore d’Europa; e la tirannide de’ Borboni in tanto era più nefanda, in quanto era un fatto isolato, materiale, e per così dire, dinamico, il quale invadeva, percuoteva, sforzava e straziava un bell’ordine od una bella connessione di diritti e di doveri, che filosofi e giureconsulti grandissimi avevano lavorati da otto secoli” (pag. 45.)

Questa variante esigerebbe in confutazione una risposta troppo lunga, e perciò disadatta allo spirito de’ tempi, che ripugna da noiose polemiche, e si piace di brevi e concise letture. Solo è a notarsi, che per consenso universale la lodata legislazione del già regno delle Due Sicilie, cominciando dalle sapienti antiche provvidenze di Carlo III, è reputata come creazione dell’Augusta Dinastia Borbonica, al cui inerito non dee recar sorpresa, se l’ira de’ partiti, nega la dovuta giustizia. — Fu già ne’ passati anni pubblicato un ragionamento su le instituzioni governative de’ Borboni anteriori e posteriori alla occupazione militare di Napoli — La brevità dell’opuscolo, ci permette di riprodurlo con delle aggiunte, e nell’inserirlo in queste pagine, noi intendiamo non solo contrapporre un dignitoso riscontro allo inesatto giudizio del Ranieri, ma convincere ad un tempo ogni altro appassionato di fallaci opinioni su la intrusione di straniere codificazioni nel reame, che tutto l'ordinamento legislativo delle due Sicilie, a giusta ragione ammirato in Europa per sapienza civile, e carità di patria, è opera de’ Borboni. —


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DELLE ISTITUZIONI GOVERNATIVE

DE’ BORBONI

ANTERIORI E POSTERIORI ALLA OCCUPAZIONE MILITARE DI NAPOLI

Ci hanno alcuni che smaniosamente invaghiti di ogni istituzione, di ogni forma, di ogni nuova foggia venuta o che venga tuttodì dallo straniero, si fanno ad ingiuriare al paese nativo, a screditare le patrie istituzioni, e con riprovevole divisamente magnificano i fotti e le opere d’oltremonti e d’oltremare, né sanno vedere ne" civili ordinamenti ed in tutte le cose del viver sociale, se non i risultamenti ed il frutto delle istituzioni o recate dagli stranieri, o da essi tolte a presta ed imitate.

E riesce in vero increscevole a sentire cotesti enfatici declamatori quando fra l’altro si levano magistralmente a sentenziare che in tutte branche del sistema governativo ed amministrativo che è state in vigore fino al 6 settembre 1860 nel già reame delle due Sicilie, ciò che s’incontrasse di ottimo, di buono, di plausibile, tutto sia da ripetere dalle istituzioni riformatrici che quivi recarono i Francesi nel decennale periodo della militare occupazione; e che da questa soltanto fossero venuti attimi provvedimenti; benefiche istituzioni, sapientissima legislazione; in somma tutte le sociali garantie, tutti i salutari ordinamenti politici e civili, tutte le forme e procedure tutelari della libertà personale e della proprietà; ogni beneficio, ogni vantaggio, ogni utilità di che si è ivi goduto fino alla cennata epoca del 1860, tutto essere frutte e prodotto di Francia e della militare occupazione.

Del che egli è facile di avvedersi che cotesti encomiatori delle riforme straniere, ingiusti detrattori delle patrie istituzioni, si circoscrivessero per ignoranza e per malizia entro il periodo brevissimo di soli dieci anni; e sconoscendo la storia, la legislazione, la verità de'  fatti, non sanno o non vogliono ravvisare l'andamento benefico, il progresso, il miglioramento man mano arrecato alfe antiche istituzioni del reame dalla dinastia de’ Borboni, da Carlo III fino al Re Francesco II, val dire nel tempo anteriore ed in quello posteriore alla invasione dei Francesi.

Che se gli elogiatori della militare occupazione fossero eruditi e saggi abbastanza per sapersi formare, un concetto storico, complessivo ed individuo, di tutto il periodo del tempo decorso dalla venuta di Carlo III fino ad oggidì, senza farsi sedurre od illudere da spirito di parte, da preoccupazioni dell’animo, da esaltate simpatie; essi non potrebbero di meno non ravvisare due verità storiche, splendide ed incrollabili.

L’una quella è, che il periodo della militare occupazione, siccome epoca riformatrice di tutto l’antico, se d’un colpo squassò e distrusse tutti quanti i preesistenti ordinamenti e le patrie istituzioni di quel reame, recando le straniere, ossia le francesi, com’ è costume di tutti gli occupatori ed invasori per suggerimento di avveduta politica, in questo universal crollamento se egli è vero d’una parte che le condizioni degli ordinamenti civili del reame migliorarono, ed i popoli ritrassero non pochi vantaggi, non è men vero dall’altra che i popoli ebbero ad un tempo a risentire molti danni e gravissimo pregiudizio da quelle riforme e dalla introduzione de’ nuovi ordinamenti e delle straniere istituzioni.

L’altra verità ella è, che facendo comparazione tra le istituzioni introdotte dalla legittima monarchia dei Borboni, prima e dopo la invasione francese, e quelle adottate nel periodo decennale della militare occupazione, riesce niente malagevole di riconoscere che non tutte le istituzioni utili, quivi recate dallo straniero, vi fossero giunte affatto nuove, mentre il legittimo governo erasi già posto in su la via di sapienti riforme, e moltissimi vantaggiosi ordinamenti trovavansi introdotti, anche prima che in Francia si fossero conosciuti, o fossero stati stabiliti colle nuove leggi di quella nazione. Inoltre forza è pur dire che moltissime istituzioni succedute a quelle dell’occupazione militare di lunga mano con più saggio, benefico e provvido intendimento avessero riformate, migliorate o sopperite, nella essenza o nella forma, quelle preesistenti, che siccome proprie dello straniero, non erano adatte e confacenti agli usi, alle abitudini, all’indole, a’ sentimenti religiosi, morali e civili de’ popoli delle due Sicilie.

Non è nostro pensiero né di dissertare, né di scrivere un cenno compiuto sopra un argomento vastissimo, qual è la comparazione di tutte le istituzioni civili tra quelle della legittima monarchia de’ Borboni e quelle della occupazione militare. Sarebbe opera di lunga lena e di non breve volume. Ma determinati a dettare senza veruna pretensione, e senza sfoggio di dottrina, un articolo che in alcuna maniera giustificasse e rischiarasse le verità avanti enunciate al cospetto degli uomini di buona fede, imparziali, e non ignari in tutto della storia civile del reame delle due Sicilie, adopreremo a toccare rapidamente alquante istituzioni, come meglio ci tornassero a mente, affinché gli elogiatori della militare occupazione, riconvinti di errore, o di mendacio, o di esagerazione, non illudessero le menti volgari, né sia defraudato della debita lode e del giusto encomio il legittimo governo de’ Borboni per le istituzioni chili e gli ordinamenti, che molto meglio de’ francesi o trovava usi prima della loro occupazione, o sono stati dopo il ritorno della legittimità introdotti, stabiliti o riformati in quel reame.

Primo bisogno de’ popoli è la giustizia. Ond’è che le cure d’ogni ben ordinato e provvidente governo voglion essere indirette innanzi tutto a sanzionare ottime leggi di dritto comune e positivo, ed a provvedere alla retta amministrazione della giustizia civile e penale. Bene apponevasi un profondo politico quando diceva, che i popoli soffrono volentieri qualunque specie di tributi e d’incorri porte voli gravezze, ma non sanno a lungo sopportare l’ingiustizia.

La Francia ed il reame di Napoli erano governati egualmente ne’ secoli trascorsi dalle leggi romane e dal dritto consuetudinario, che in Francia più che in altri luoghi dell’Europa soggetti al roman diritto, variava in tante maniere, quanti forse erano i dipartimenti. Quindi l’amministrazione della giustizia mancava di una forza direttrice, di un principio d’unità; e tra le molte e svariate giurisdizioni dei magistrati,1’ arbitrio de’ giudici non era infrenato da verun dettato positivo della legge, né dalla santità di forme giuridiche; e da ultimo leggi inumane e crudeli stavano a governo delle pruove ne’ giudizi penali; così reggevasi la Francia prima de’ nuovi Codici, che furon l’opera della rivoluzione avvenuta in sul cadere del secolo passato; così reggevasi il reame di Napoli prima della monarchia ristabilita da Carlo III.

Ma era riservato a questo Monarca, di nome immortale, di entrare innanzi a tutti i governi di Europa nelle utili riforme e nelle sagge istituzioni produttrici di molti e svariati beni a‘ suoi. popoli. E di vero in Francia usavasi tuttavia il barbaro sperimento della tortura; ma come Federico II Imperatore dava il primo l’esempio umanissimo all’Europa di abolire nel reame di Napoli gli sperimenti giudiziarii del fuoco e dell’acqua, niente dissimigliante Carlo III, in tempi migliori di civiltà, dava il primo l’esempio di abolire di fatto la tortura; e se alcuna volta i magistrati erano obbligati ad ordinarla, se ne rappresentava solamente la scena, recandosi il reo sotto la corda, né più di tanto: e così le formole della romana legislazione e de’ tempi barbari e crudeli si tramutavano in finzioni di diritto.

La Francia non aveva una procedura stabile nei giudizi, quando Carlo III rendeva a’ suoi popoli il gran beneficio di sanzionare la famigerata Prammatica del 1738, con la quale venne a fissare una procedura uniforme in tutt’i giudizii. Ond’è che il reame di Napoli ebbe da Carlo III una legge regolatrice del rito, che non avevano per certo né la Francia, né le altre nazioni.

Il pubblico dibattimento ne’ giudizi penali fu dono imprezzabile recato al reame di Napoli da’ nuovi codici francesi. Ma da gran tempo innanzi, e pria che in Francia si fosse introdotto, era già cominciato a stabilirsi in quel reame per effetto dell’ordinanza di Carlo III del 1789, che diede a’ militari giudizii un ordine semplice e forme più certe, e questa fu l’aurora di un’epoca, per molte altre riforme penali, benefica e di universale immegliamento delle leggi e de’ giudizii per tutta quanta Europa.

La mente vastissima di Carlo III aveva conosciuta la necessità di organizzare le svariate magistrature sotto un principio di unità, per guisa che fossero tutte soggette alla influenza di una forza direttrice,. e di un collegio supremo regolatore. Ond’è che con celebrata Prammatica del 1735 instituiva la Camera reale, che in quei tempi vuoisi riguardare simigliante alla Cassazione, instituita dopo lungo tempo in Francia, ed in Napoli introdotta nella decennale occupazione.

Carlo III, fondatore della monarchia delle due Sicilie, fu il primo adunque a stabilire in questo Regno istituzioni, che potessero rilevare i suoi veri interessi, dilatare i vantaggi del suo conimercio, dirigere con savie norme l’interna sua amministrazione cosi civile, che economica.

Animato dalla sublime idea di elevar Napoli al grado di potenza Europea, e di così porre per parte sua un termine alle dissensioni politiche di allora, ed un fine alle sciagure de’ napolitani, non trascurò mezzo per toglierli dall’annientamento, in cui li avevano immersi due secoli di dispotismo e di rapacità viceregnale. I suoi progetti sodi e grandiosi quanto il suo talento, benefici e generosi quanto il suo cuore, tendevano a formare della Monarchia Napoletana un dominio degno dell’alta fortuna di esser governati da’ Borboni. Scopo di questi progetti era, I. la riforma delle imposizioni, che allora trovavansi stabilite sulla orribile massima di trar quanto si poteva dal popolo, fino a disseccare le più remote sorgenti della sua ricchezza. II. La libertà del traffico interno trascurato, ed inceppato fino al punto di far perire per la fame le intiere popolazioni. III. L’assicurazione del commercio esterno rovinato e distrutto dai pirati. IV. Lo stabilimento di un’amministrazione finanziera, che si vedeva affidata alla direzione di uomini vessatori e rapaci. Né limitavansi già essi a questi soli oggetti. Voleva Cario spedir bastimenti in America; istituire compagnie di traffico, come l’Inghilterra, e l’Olanda; aprire a traverso del Regno una comunicazione tra il Mediterraneo, e l’Adriatico; incoraggiare gli esteri a stabilirsi nel paese. Infine egli voleva ancora creare il Codice Carolino, col riunire o riformare tutte quelle leggi che fossero adattate alle circostanze locali de’ suoi popoli; e quindi distruggere con un colpo solo quel mostro legale, che secoli di continue rivoluzioni avevano creato,per la garantia dell’arbitrio forense, e per insultare non di rado ogn’idea di diritto, e di giusto.

Divisamenti di tal natura sono tanto più d’ammirarsi, dacché trovavano il più forte ostacolo non solo in quei, che interessati erano a farli svanire, ma ancora nella caratteristica, che il popolo delle Sicilie (come avvenuto sarebbe ad ogni altro nel suo caso) aveva ricevuto dalla natura delle antecedenti sue vicissitudini.

Prima di Carlo trovandosi esso immerso nella ignoranza, oppresso da’ baroni, afflitto da mille opposte leggi, vessato con infinite imposte, i suoi slanci a miglior destino erano stati raffreddati dalla raffinata politica de’ Viceré.

Eppure essendo questo popolo fornito di vivace fantasia, godendo di un suolo ubertoso di prodotti sani piacevoli ed abbondanti, respirando unaria saluberrima, avrebbe dovuto essere sempre felice! Ma il suo carattere, che sorge appunto dalla combinazione di queste circostanze, lo sforza a sentire con eccesso, ad eseguire con impetuosità, e quindi gittandolo spesso agli estremi o di violenza o di apatia, è stato sempre la causa unica, e positiva di ogni sua disavventura.

Carlo nella sua saviezza ben penetrossi di questa verità. Temendo quindi, che un assoluto e subitaneo riordinamento di cose, potesse spingerlo dall'abbattimento, in cui era, ad una mal calcolata energia, appartassi dal sistema degli altri legislatori. Perciò, mentre in Francia, in Olanda, ed in Inghilterra le leggi scritte avevano preceduti gli stabilimenti di pubblica prosperità. Egli fu il primo a fare la legge coll'esempio, ed a scolpire una norma di fatto, che immancabilmente fosse di guida al suo popolo, onde tutta intera (benché lunga, ed ardua) avesse potuto percorrere la strada che conducea al suo vero ben' essere. Difatti il Regno avea bisogno d'industria manifatturale, e Carlo introdusse le fabbriche di arazzi, di drappo d'oro, d'argento, e di seta, non che quelle di panni di lana. Il Regno era sfornito di artisti, e Carlo eresse un magnifico stabilimento (l’Albergo de’ poveri) onde potessero istruirsi i non possidenti, e ricevere colà ogni genere d’incoraggiamento. Nel Regno non vi erano belle arti e Carlo fa rivivere dalle loro rovine le tre Città Pompei, Stabia, ed Ercolano, per dar materia di sviluppo, e di occupazione agl’ingegni: stabilisce un Museo d’antichità, ed introduce la manifattura delle pietre dure, de'  coralli, e della porcellana. In Napoli non si era generalizzata la coltura dello spirito, e Carlo riforma l’Università, apre una grande Biblioteca, consacra la grandiosa fabbrica degli studii. Napoli ancora fumante di guerra civile faceva suo divertimento il maneggio di belli cavalli, ed armi perfette, e Carlo mosso dal doppio oggetto di raddolcire il carattere ambizioso de’ nobili, e di civilizzare la massa del popolo, riduce l'arte a far miracoli di magnificenza, di eleganza, e di genio. Nella Capitale in otto mesi fu terminato S. Carlo il più bel Teatro d'Italia. A Caserta sforzò la natura per riunire in un sol luogo quanto essa aveva di più bello e quanto la società può di meglio immaginare. Portici di villaggio ch’era, ne fece il compendio del gusto, e del lusso...... Da per tutto elevò monumenti di architettura tali da gareggiare con quelli della prisca italiana grandezza. In fine non vi fu arte, non scienza, non mestiere che col fatto non avesse avuta una energica spinta alla floridezza; come non vi fu costume dolce e gentile, che non avesse cercato di familiarizzare in tutti col proprio esempio.

Inoltre fu egli, che di nuovo introdusse il regno di Napoli ne’ fasti diplomatici, ne’ quali da tanti secoli figurava passivamente.

Conchiuse trattati di commercio co’ Danesi, Olandesi, e con gli Svedesi. Stabilì la pace con gli Ottomani, e colle Reggenze Africane. Distrusse, o diminuì la dipendenza allo straniero. Fece insomma rispettare il nome delle Sicilie.

Forte dell’amore de’ sudditi, e della considerazione degli altri Sovrani, Carlo incominciò a minare le terribile barriera, che impediva dippiù inoltrarsi. L’aristocrazia feudale nata dalle sciagure dei popoli, basata sul sistema d’inamovibilità, ed indivisibilità, difesa dalla propria forza, colorita da privilegii, e concessioni, si rendeva anche più insoffribile per l’orgoglio de’ nobili. Carlo più grande di Cesare, che venne, vide, e vinse de’ barbari, egli osserva, pondera, e distrugge dalle fondamenta la barbarie baronale, col permettere, che i dazii fossero rilevati colla stessa proporzione su’ beni de’ signori, come su quegli degli altri sudditi, e che ognuno avesse il diritto di tradurgli in giudizio. Dippiù Cesare lasciò ai barbari il modo di riaversi, ma Carlo ne tolse alla barbarie baronale pure la speranza, coll’erigere sulla sua rovina istituzioni diametralmente opposte.

Egli istituì infatti nel 1737 il Consiglio, a cui personalmente presedeva, e quattro Segretarii di Stato. Nel 1739 stabilì un Magistrato pel commercio. Nel 1742 formò un Tribunale misto. Inoltre modificò la camera della Sommaria. Introdusse nel 1740 l'uso del catasto. Dichiarò nel 1749, che avessero egual diritto ad essere venduti i frutti delle terre Baronali, e quelli de’ Burgensatici. Tali, e sì diversi oggetti non l'impedirono di occuparsi finanche del buon trattamento de’ carcerati, e de’ sussidii a’ detenuti poveri per debiti; stendendo così il suo braccio restauratore dalle più sublimi alle più comuni cose.

Dopo di avere in un modo tanto benefico e maestoso regolato il destino di sette milioni di abitanti, Carlo chiamato a dominare le Spagne, lasciò al suo successore l'alto e più difficile incarico di vieppiù svilupparne gli elementi, e di assodarne il sistema. Appena potè questi da se regolare l'intera amministrazione del regno, si videro progredire ed aumentare quelle istituzioni, da cui era sostenuta la floridezza delle Sicilie.

Ferdinando creò l’Accademia delle scienze: abolì molti abusi nel Foro: riformò con principii umani e filosofici la pratica criminale: aprì delle strade nel regno: migliorò notabilmente la marina Reale, ove si distinsero abilissimi uffiziali: fondò scuole normali: stabilì il Tribunale dell’Ammiragliato e Consolato: riattò i porti di Miseno, Baja, e Brindisi: richiamò alla Regia potestà le giurisdizioni Ecclesiastiche: stabilì i Sinodi Diocesani: riprese le facoltà di nominare a’ Vescovadi, ed alla Prelatura: eseguì la totale distruzione dei pedaggi: tolse per sempre! arrendamento del tabacco: introdusse l’utilissimo sistema delle censuazioni.

Nella Sicilia al di là del Faro vi eran molti abusi a correggere, molti diritti a rivendicare; e tutto per mezzo del luogotenente Caracciolo fu fatto. Nella Sicilia al di qua del Faro essendosi le giurisdizioni baronali acquistate con contratti di compra vendita, non omise mezzo per farle ricomprare dalle università, o per farle caricare nel prezzo della vendita de’ feudi, abilitando la costoro alienazione in porzioni distinte, e col pagamento a lunghe scadenze.

I trattati col Re di Marocco, la convenzione col Re di Torino, e l’alleanza colla Russia facevano liberamente sventolare la bandiera Napolitana non solo sul Mediterraneo, ma ancora sull’Oceano, e sul Baltico: ed i matrimonii delle Reali Principesse Teresa e Luisa, e del Principe Ereditario S. A. D. Francesco avevano (come già quello dello stesso Re) stretta maggiore amicizia colle potenze di Europa.

Disposizioni di tal natura presentarono presto i più felici risultamenti. Il commercio fioriva in modo da formarsi in Napoli una borsa, in cui i negozianti, gli assicuratori ed i banchieri potessero discutere i loro interessi. Il credito pubblico trovavasi nella massima fiducia. 1 sette banchi di Napoli erano tanti depositi per i particolari; e mentre tutf insieme possedevano dodici milioni, ne avevano affidati ventiquattro. L’abbondanza era generale: tre grandi depositi a Napoli, a Manfredonia ed in Cotrone servivano per l'estrazione de’ cereali superflui; e cinquecento monti frumentarii erano stati sovvenuti da nuove e pingui dotazioni, onde i poveri avessero i grani a prezzo discretissimo. E se Carlo aveva abbellito città, Ferdinando ripopolò Messina col dichiararla porto franco... In somma si aumentavano, e perfezionavano talmente le istituzioni che i Napoletani facevano invidia a tutto il resto dell’Europa, che per tanti secoli li aveva commiserati.

A dimostrare pertanto l’avanzamento nelle utili riforme, i grandi beneficii che il reame di Napoli ebbe dalla monarchia dei Borboni, e le istituzioni benefiche colà introdotte, e vigenti prima che gli stranieri l’avessero recate, non può passarsi sotto silenzio la famosa Prammatica di Re Ferdinando I del 27 settembre 1774, che meritò di essere comentata dal sommo Gaetano Filangieri, e che congiunta agli ordinamenti di Carlo III valse a rendere la legislazione, e l’amministrazione della giustizia non solo imparziale e saggia a riguardo dei popoli, ma ben ancora modello da servire dì stimolo e d'imitazione agli altri governi, non esclusa la Francia. La Prammatica del 1774, nella guisa medesima che dettarono poscia le leggi francesi, obbligò i magistrati non solo a ragionare nel fatto e nel diritto le sentenze, ma prescrisse benanche che fossero poste a stampa dalla stamperia reale. Così la Prammatica del 1774 fu un’appendice di quella di Carlo III del 1738, e l'arbitrio de'  giudici restò rimosso e spento.

Niuno v’ha che possa sconoscere i sommi vantaggi derivati dalla separazione dell’amministrazione civile dalla giudiziaria, siccome fu praticato colle nuove leggi francesi. Ma questa utilissima separazione era stata conosciuta, e trovavasi adottata nel reame di Napoli per effetto del Dispaccio di Ferdinando I del 5 febbraio 1774, che tolse ai Presidi ogni immiscenza nell’amministrazione della giustizia, e rimasero semplici governatori delle provincie nella parte economica ed amministrativa, fino al punto che se avessero ordinato l'arresto di un individuo, avevan l’obbligo fra ventiquattrore di rimettere la causa all'uditore. Così i Presidi antichi nelle provincie addivennero i posteriori Intendenti stabiliti dalle leggi francesi.

Una delle migliori riforme, una istituzione sovrammodo utilissima de’ nuovi Codici francesi, ella è certamente la introduzione degli uffici delle ipoteche a tutela de’ dritti de’. creditori ed a guarentia della proprietà libera o vincolata. Ma cotesta istituzione, di cui i francesi si attribuiscono la gloria d’invenzione, non era affatto nuova in Napoli, in quanto alla sostanza, diversificando solo nella forma. E che altro mai importava la legge di Carlo III che obbligava i notai ad inscrivere nell’Archivio di S. Lorenzo gl’istrumenti dotali, o portanti obbligazioni di mutuo, o altre di simigliante natura, se non un registro pubblico delle ipoteche, per far conoscere all’universale le gravezze onde erano affette le proprietà private? Dalle nuove istituzioni francesi conseguitarono vantaggi inenarrabili a’ napolitani per l’abolizione della feudalità e de’ fedecommessi; ma per quanto il consentivano le condizioni e le esigenze de’ tempi, Carlo III e Ferdinando I mirarono a dibassare la potenza baronale, come si è detto dinanzi, a smettere gli abusi, a scemare le privative, a punire le prepotenze, ad infirmare le prerogative, a revindicare le usurpazioni, ad allacciare e richiamare al sommo potere della Sovranità le giurisdizioni baronali; in somma egli è certo che in sul tramonto del secolo passato, per effetto delle benefiche provvidenze dei menzionati Sovrani, la feudalità nel reame di Napoli se non era del tutto spenta ed abolita, trovavasi decaduta dalle antiche prerogative, mancante di potere, di forza, di energia, e poco men che spirante. La divisione delle terre demaniali, colla quale si vennero recando novelle sorgenti di prosperità pubblica, e l’affrancazione delle servitù consuetudinarie del pascolo comune che dava sì grande impulso all’agricoltura, furono proclamate dal Regio Editto del 23 febbraio 1792. Ed intorno a'  fedecommessi, già prima delle leggi francesi, mirando a sciogliere la proprietà da vincoli né giusti né tollerabili, Re Ferdinando I colla Prammatica del 4 agosto 1805 aveva sancita l’abolizione di quelli imposti sopra i predii urbani, siccome sarebbero stati totalmente aboliti, se non fosse sopravvenuta la militare occupazione.

Nell’animo religiosissimo di Re Carlo III erano di cordoglio le tante dispute e le controversie che da più secoli fervevano tra le giurisdizioni ecclesiastiche e laicali. Desideroso di rendere tranquille le coscienze de’ suoi popoli, figliuolo reverente ed ossequioso della Cattolica Chiesa, mantenitore de' diritti eminenti della regalia e delle prerogative della Sovranità, strinse egli il celebre accordo colla Santa Sede, e fu conchiuso a’ 2 giugno 1741 quel Concordato Benedettino, dal quale innumeri vantaggi derivarono a’ popoli in materia di religione e di ecclesiastica giurisdizione, e fu ad un tempo conservata l’altissima dignità Sovrana. Tutte le differenze furon composte intorno alla immunità reale, locale e personale; si stabilirono i giusti limiti delle giurisdizioni ecclesiastiche; furono guardati scrupolosamente gl'interessi de’ Luoghi pii; si trattarono le materie Beneficiali; si stabilirono le cause ed i delitti pe’ quali potessero procedere i giudici ecclesiastici; in somma niente fu tralasciato in materia ecclesiastica che non fosse stato composto con vedute di alta politica e con ossequio alla religione ed alla Sede Apostolica a gran vantaggio de’ popoli delle due Sicilie. Dal Concordato Benedettino derivò tra l'altro lo stabilimento del così detto Tribunale Misto, per lo quale i Luoghi pii, e gli stabilimenti di pubblica beneficenza, e le innumerevoli istituzioni di carità civile e di pietà religiosa, de’ quali ha sempre abbondato quel reame senza raffronto con tutti gli altri Stati dell'Europa, vennero in due classi distinti, di quelli cioè che davano i loro conti a'  delegati, o al delegato della reai giurisdizione, e non soggetti perciò al Tribunale misto, e di quelli numerosissimi che andavano a questo soggetti.

A siffatto ramo interessantissimo di pubblico interesse i nuovi ordinamenti, portati nel reame dalla militare occupazione, non seppero provvedere. Ogni premura fu circoscritta nel conoscere il numero e la estensione di tutti gli stabilimenti e delle pie istituzioni di beneficenza; ma vistosissimi capitali senza dubbio furono tolti o distratti a questi stabilimenti, ne fu punto pensato di ovviare efficacemente a’ disordini, e di dare ad essi una organizzazione concentrica ed invariabile.

Questo gran beneficio era riservato a Ferdinando I dopo il ritorno della legittimità. Epperò dal 1815 in poi con successive sapientissime prescrizioni tutte le oscillazioni furon rimosse nel ramo della pubblica beneficenza; a’ Consigli degli Ospizii fu affidata la suprema direzione e vigilanza, meglio ordinati o composti di quello che il fossero per l’addietro; e specialmente furono riformate le amministrazioni de’ grandi stabilimenti della Capitale, dando a ciascuna un Soprintendente e due Governatori.

E trovandoci su questo argomento, non vuoisi tralasciare dal menzionare il Concordato conchiuso nel 1818 da Re Ferdinando I colla Santa Sede; per lo quale secondo richiedevano le novità sopravvenute e le esigenze del tempo trascorso dal precedente Concordato del 1741, meglio furono armonizzati, raffermati e riordinati gl’interessi religiosi ed ecclesiastici, e segnatamente fu provveduto alla materia Beneficiaria, ed a quella de’ Luoghi pii laicali. Alla Chiesa venne restituita la immensa massa de’ beni che le erano stati rapiti colla dispotica ed arbitraria soppressione degli Ordini monastici.

Se dopo le cose toccate si volga uno sguardo alle opere pubbliche, non vorrà negarsi che durante il periodo della militare occupazione a molte opere fu dato mano, molte furon recate a compimento, molte furon costruite di grande utilità e di eccellente struttura. Ma che cosa sono le opere pubbliche eseguite in quel periodo di tempo nel raffronto di quelle che furono ordinate ed eseguite durante il governo di Carlo III e di Ferdinando I, anteriormente alla invasione francese, e di quelle utilissime ed innumerevoli, dopo il ritorno della legittimità, compiute per sovrana provvidenza sotto il regno di Francesco I e di Ferdinando li? Va lasciato al demanio della storia il racconto fedele e la numerazione delle utili, sontuose e magnifiche opere fatte costruire da Carlo III e da Ferdinando I, che richiamarono l’attenzione e l’ammirazione de’ contemporanei, e staranno sempre a maraviglia della posterità. Non si possono in vero enumerare, ma sono a tutti notissimi i prosciugamenti, le bonificazioni, le strade, i ponti, i canali, i porti, e tutte le altre opere a gran beneficio del traffico, del commercio interno ed esterno, della salute pubblica, alle quali attesero provvidamente Carlo III e Ferdinando I.

Dianzi abbiamo rammentate le monumentali opere della Reggia di Caserta, con le più che reali delizie adiacenti, invidia de’ contemporanei, ed ammirazione de’ posteri; le reali casine di Portici, e di Capodimonte, i celebrati ponti della Valle, il real albergo dei poveri, il teatro S. Carlo, i granili, la darsena, le basiliche tra cui splendidissima quella di S. Francesco di Paola di rimpetto al reale palazzo di Napoli; e tutte le altre opere stupende, che per magnificenza di struttura, per ingegnosa ardita costruzione, e per ingente valore, vogliono risguardarsi come emulatrici della romana potenza. Supererebbe di gran lunga il ristretto spazio di queste pagine la enumerazione de’ grandiosi monumenti compiuti sotto il trentennale governo del Re Ferdinando II. — Portato questo Monarca... 31 all’amore delle opere pubbliche, e dì quelle grandiose ed utili al benessere generale de’ suoi popoli, emulando alla gloria de’ suoi augusti antenati, volgeva ogni pensiero per arricchirne il suo reame in tutte parti; sì che fino a’ 6 settembre 1860 in fatto di opere pubbliche di ogni genero, di splendida magnificenza, di positiva utilità, niente restava a desiderare; ed il reame di Napoli ben poteva sostenere il raffronto con qualsiasi nazione incivilita e ricca di opero e di pubblici monumenti. La storia fedele ed imparziale renderà il meritato elogio al governo de’ Borboni in questa branca di pubblica amministrazione.

Da’ tempi anteriori alla militare occupazione facendo passaggio a quelli del ritorno della legittimità, troppo lucidamente si manifestano le benefiche istituzioni ed i nuovi ordinamenti, che riformando le novità introdotte dallo straniero, condussero il sistema governativo, amministrativo e civile di quel reame a toccare il più alto grado di miglioramento, per guisa che innegabilmente per bontà e per utilità avanzano di lunga mano le istituzioni della militare occupazione, che erano rispetto al reame di Napoli o incompatibili, o imperfette, o gravose ed arbitrarie, o niente confacenti agli usi,  alle abitudini, alle costumanze, alla giustizia universale, ed in cima a tutto opposte a’ sentimenti religiosi e morali de’ napolitani.

E qui per rischiarare non essere avventate le nostro parole quando dicemmo gravose ed arbitrarie alquante istituzioni francesi, ed altre assai lontane dalla giustizia universale, vogliam notare di passaggio, che nel periodo della militare occupazione, per effetto de’ novelli ordinamenti non rimase a’ Comuni del regno neppur un’ombra delle antiche franchigie e delle facoltà libere di che pria godevano nell’interno reggimento municipale; ed in vece venne recato in dono il sistema di centralizzazione, e l’altro della lenta e complicata burocrazia, già scogitati ed attuati in Francia, sistemi cui non possono certamente plaudire né i principii dell’economia pubblica, né quelli della scienza amministrativa.

E vogliam pure aggiungere che mentre adoperavasi a stabilire nuovi Codici e nuove procedure di dritto comune; mentre tribunali e nuovi magistrati ordinarli creavansi, la giustizia vedevasi tuttogiorno conculcata e manomessa, ed il regno in tutte parti restò funestato da’ Consigli militari, da tribunali misti ed eccezionali di lunga permanenza, da giudizii sommarii, che fecero tacere ogni doverosa applicazione della legge, e si sbrigliarono a commettere enormi ed atroci attentati contro la vita e la proprietà de’ cittadini.

Da ultimo la confisca esercitò contro ogni buon dritto il suo funesto impero a danno de’ Comuni, de’ corpi morali e degli emigrati; e meglio di dugento milioni di ducati di soli beni nazionali vennero sequestrati e sperduti. Né questo si vuol riguardare siccome il maggiore de’ danni. Un altro gravissimo fu inferito al diritto inviolabile della proprietà privata, quando nel 1807 fu disposta la liquidazione di tutti i crediti contro lo Stato con un metodo affatto nuovo di compensamento, creandosi le cosi dette Cedole. Le quali mancanti di fido eia e screditate, furon messe in circolazione, come ognun sa, alla bassissima ragione del 16 o 17 per cento, e fatte preda di un monopolio astuto ed immorale, apprestarono un mezzo di ricchezza a pochi, e valsero di compiuta rovina e di totale ammiserì mento ad inani te famiglie.

Ritornata la legittimità, fu primo pensiero di Re Ferdinando di ovviare a’ più gravi inconvenienti ed agli sconci più pressanti onde trovavansi premuti i suoi sudditi con alquante leggi transitorie, fin quando si fosse atteso alla compiuta riforma del Corpo del dritto e dell’intero sistema della pubblica amministrazione. Ond’è che alle disposizioni legislative, formate in gran parte da regolamenti e ministeriali, con che la giustizia penale amministrava» durante l’occupazione militare, fu sopperito e provveduto con moltissime leggi dal 1815 fino al 1819, le quali moderando e correggendo la procedura penale, la indirizzarono a quel livello che restò poscia sanzionato colla pubblicazione del nuovo Codice per lo regno delle due Sicilie.

Non era certamente in armonia co’ sentimenti religiosi e morali de’ napolitani il divorzio che sancito avea l’occupazione militare, né rispondeva alle credenze nazionali di reputare il matrimonio siccome un contratto meramente civile. — Epperò furon sanzionati i decreti del 16 e del 28 giugno 1815 per restituire il matrimonio all’altezza di sacramento, e per prescrivere che i Parrochi su gli atti di nascita dovessero apporre la indicazione della seguita amministrazione del battesimo.

Erano argomenti di giusti clamori l’offerta arbitraria di prezzo di parte del creditore ne’ giudizii di spropriazione forzata per espone venale il fondo in danno del debitore, ed era esorbitante ed incomportevole il diritto eguale nel sistema del registro e bollo. — E’  bene; l’offerta arbitraria di prezzo, ed i diritti graduali vennero aboliti.

E senza tutte menzionare le altre provvide disposizioni, siccome con decreto del 2 agosto 1815 fu disposta la compilazione del Corpo del diritto e l’organizzazione giudiziaria, a siffatta compilazione fu atteso fino al 1819, abrogandosi nel Codice francese tutti dettati non conformi alle religiose, politiche e civili condizioni del reame, e riformandosi ed aggiungendosi per ottenere un Corpo di diritto positivo che meglio rispondesse all’indole, a’ costumi, a bisogni de’ popoli. E così nel 1819 fu sanzionato il Codice per lo regno delle due Sicilie in cinque parti, alle quali voglionsi aggiungere lo Statuto penale militare, e lo Statuto per l’armata di mare e per i forzati, sanzionati nello stesso anno, e da ultimo lo Statuto per i presidiarìi, sanzionato posteriormente con legge del 29 maggio 1826.

L’amministrazione giudiziaria pe’ Reali domini di qua e di là del faro trovavasi già organizzata colle leggi del 29 maggio 1817 e del 7 giugno 1819.

Alla giudiziaria seguì l'ordinamento dell'amministrazione civile, prima base della pubblica prosperità, e quanto il nuovo ordinamento fosse stato meditato e sancito con migliori forme, con prerogative, con guarentigia degli interessi provinciali e comunali, meglio che non erano le istituzioni francesi, non riesce difficile di avvedersene, né può negarsi da chiunque sia menomamente versato nelle discipline amministrative.

La separazione assoluta dell'amministrativo dal giudiziario, e delle rispettive giurisdizioni e del procedimento in contenzioso amministrativo, sancite colle leggi del 21 e del 25 marzo 1817, rivelano l'applicazione di principii scientifici di pubblico diritto e di economia sociale, meglio intesi e meglio fermati di quanto erano per l'addietro sotto la militare occupazione.

E senza dubbio la provvidenza del legittimo Governo apparve fuor di modo benefica quando, oltre il mantenimento de’ Consigli distrettuali e provinciali per conoscere annualmente i bisogni delle popolazioni, e provvedere alla azienda, al rendimento di conto ed alle spese provinciali, a stabilire un sindacato alla condotta de’ pubblici funzionarii, venne a stabilire una novella altissima istituzione nel 1824, qual è la Consulta, del cui avviso il Sovrano si avvale e nella formazione delle leggi, e nell'esame degli Stati finanzieri delle provincie e de’ Comuni, e nella discussione de’ piii rilevanti affari della pubblica amministrazione, e ne' gravami della Gran Corte de’ Conti, ed in tutte le quistioni che Sovranamente andassero rimesse a quel supremo Collegio.

Che se volesse passarsi a rassegna ciascuna delle altre speciali istituzioni, tutte si rischiarano migliorate e condotte a perfezione sotto la legittima monarchia, mentre nell’occupazione militare o si trovavano accennate, o non miravano al vero interesse pubblico e nazionale, né sopperivano a tutti i bisogni de'  popoli.

Così è che l’amministrazione finanziera manteneva il giusto equilibrio tra’ bisogni dello Stato e l'interesse de’ popoli colla prestazione de’ pubblici tributi, e conservava separati e distinti il tesoro pubblico dalle rendite provinciali e municipali.

Il sistema monetario toccava il massimo perfezionamento colle leggi del 20 aprile 1818 e del 26 luglio 1824, emulando a’ migliori sistemi di economia pubblica che veggonsi adottati in Europa.

Chiunque facciasi a considerare l’ordinamento del Banco delle due Sicilie, stabilito col decreto del 12 dicembre 1816, non può non ravvisare quanto di lunga mano fosse stato migliorato il sistema da quello che pratica vasi nel periodo della militare occupazione. Abolite tutte le preesistenti disposizioni, e con ispecialità la legge del 6 dicembre 1808, ed i decreti dei 20 novembre 1809, 18 novembre 1810 ed 11 febbraio 1813, questa antica istituzione dei Banchi fiu dai tempi remotissimi esistente in Napoli, restò riordinata in due Banchi separati fra loro sotto Tunica denominazione di Banco delle due Sicilie. De’quali Banchi uno pel servizio della Tesoreria generale, di tutte le amministrazioni finanziere, delle opere pubbliche e del corpo municipale, andava distinto con la giunta alle fedi ed alle polizze di Cassa di Corte; e l’altro per servizio deprivati e delle altre particolari amministrazioni, si distingueva colla denominazione di Cassa deprivati. Fu mestieri aggiungere una seconda Cassa di Corte nel locale dell’antico Banco dello Spirito Santo; né si vuol tacere che di recente, nel 1857, un’altra Cassa fu stabilita in Bari per l’agevolezza dei commercio, e per rendere più prosperose le provincie della Puglia.

Cotesta distinzione de’ Banchi non impediva che le carte di credito dell’una Cassa non fossero indistintamente ammesse nelle altre, salvo a farne in fine di ogni giorno il rispettivo conteggio e riscontro.

Alla prima Cassa di Corte era annessa l’operazione dello sconto degli effetti commerciali; all’altra soccorsale dello Spirito Santo la pegnorazione degli oggetti preziosi, ed a quella de’ Privati la pegnorazione degli oggetti preziosi, di metalli, di ferro, di telerie, di seterie e di panni.

Con capitale di un milione di ducati aveva un Consiglio di Reggenza che ne dirigeva l’andamento ed il servizio, composto di un Reggente, capo dell’Amministrazione, di due Presidenti, di un Segretario generale. Rendeva i suoi conti annuali alla Gran Corte de’ Conti.

Non ci fermeremo a tutte le particolarità del servizio per le somme del Tesoro pubblico e per quelle depositate da’ privati con carte di ricognizione di credito, trasferibili per mezzo di girata, e pagabili a vista con quietanza dell’ultimo possessore; ma certo è che senza raffronto con tutt i provvedimenti renduti nell’occupazione militare, il Banco fu riordinato sopra vastissime vedute di pubblica economia, con molte ed estese guarentigie, sì che per forma d’istituzione e per andamento di servizio vuol forse entrare innanzi ad ogni simigliante istituzione degli Stati meglio civilizzati.

Intorno poi al Gran Libro del debito pubblico e della Cassa di Ammortizzazione non si vuol tacere che Carlo III si occupò d’affrancare la rendita pubblica da’ rovinosi debiti da’ quali trovavasi gravata. Venne offerta sotto il suo regno la restituzione de’ capitali a ciascun creditore assegnatario di riduzioni fiscali del 7 per 100, o di contentarsi di ridurre questa annualità al 4 per 100. La quale riduzione diede allo Stato il beneficio di circa dugento mila ducati.

Nel 1807, sull’esempio del Gran Libro stabilito in Francia nel 1793, venne benanche stabilito in Napoli, ed è notissimo come tutti i crediti contro lo Stato furon sottoposti a liquidazione, rilasciandosi dalla Tesoreria le cedole, di cui parlammo innanzi, attestanti il compensamento, o il valore della liquidazione. Per soddisfare i creditori

. 33 in tal modo liquidati furono esposti in vendita i beni dello Stato, e s’ingenerò quel dannosissimo monopolio avanti menzionato. I creditori che non impiegavano le cedole in simili acquisti inscrissero il credito nel Gran Libro del debito pubblico, restando fissato a ducati 700 mila per debito perpetuo consolidato, ed a ducati 500 mila per debito vitalizio.

Ritornata la legittimità, Re Ferdinando I mentre dichiarò irrevocabile la vendita de’ beni dello Stato, disse senza vigore ed incapaci di effetto le donazioni, dotazioni e concessioni senza pagamento di prezzo, fatte nell’occupazione militare, restando pienamente annullate. Inoltre furono autorizzate le liquidazioni de’ crediti de’ così detti emigrati, e fu accordato di rinnovare la domanda di liquidazione a tutti coloro che l’aveano trascurata presso l’antica Commessione; e quelli che non avevano usato delle cedole antiche furono ammessi a presentarle per togliere le nuove..

Quindi con decreto del 17 gennaio 1823 fu organizzata la Direzione generale del Gran Libro del debito pubblico sopra un sistema studiato eminentemente sopra i saldi principii di economia pubblica e di discipline finanziere, circondato di fiducia immensa e di singolari privilegi, prerogative e guarentigie da mantenere inalterata la fiducia e la fede pubblica.

Il pagamento delle rendite eseguivasi in ogni semestre co’ fondi che il Gran Libro riceveva dalla Cassa di Ammortizzazione; e quello delle pensioni si praticava ogni due mesi co’ fondi somministrati dalla Tesoreria generale. Le rendite consolidate potevano liberamente alienarsi a volontà de'  credi tori, sia per trasferimenti, sia che dipendessero da successioni, negoziandosi così le particolari inscrizioni, che potevano pure pegnorarsi nella Cassa di Sconto.

La Direzione del Gran Libro, la Cassa di Ammortizzazione, la Cassa di Sconto formavano un insieme di tale istituzione ben ordinata e diretta, che senza menomo dubbio il debito pubblico napoletano per le sue operazioni e per la sua guarentigia trovavasi nel maggior credito, ed ha saputo inspirare la più incrollabile fiducia nel raffronto di tutti gli altri Stati dell’Europa.

L’Amministrazione de'  ponti e strade era siffattamente ordinata da sostenere il raffronto con quella de’ più potenti Stati del continente Europeo.

Il Codice forestale sanzionato colla legge del 21 agosto 1826 ha migliorata la istituzione francese, ed ha rispettato il diritto inviolabile della proprietà privata pel possedimento de’ boschi e delle selve, a maniera diversa delle prescrizioni in vigore nel tempo della militare occupazione.

E pria di compiere questo rapidissimo cenno, non vorremo tralasciare di far notare, che quel gran bisogno al quale accennavano tutt'i popoli dell’Europa, suggerito instantemente dalle meditazioni e dalle ricerche de’ dotti, non attuato ancora né in Francia, né in altri

Stati, per provvidenza di Re Ferdinando II con ordinanza del 6 aprile 1840 fu veduto primamente introdotto e sanzionato in Napoli. Fu questo il nuovo metodo de’ pesi e misure, studiato egregiamente da uomini della scienza, e che non solo fu gran beneficio a’ popoli nelle interne relazioni, ma gran giovamento al commercio esterno, restando così rimossa ogni frode mascherata. Il perché gli altri inciviliti Governi si fecero ad imitare i saggi provvedimenti del Monarca di Napoli.

Il sistema militare, l’ordinamento scientifico delle Accademie, la pubblica istruzione, gli Stabilimenti di pubblico insegnamento e di educazione, i Licei, i Collegi, le Scuole normali e secondarie, gli Educandati, le istituzioni sanitarie, il Supremo Magistrato di Salute, il Protomedicato, l’istituto di Vaccinazione, gli Stabilimenti industriali ed artistici, le prigioni ed i luoghi di pena, ed in somma tutte le altre moltiplici istituzioni di generale utilità, di vantaggio fisico, intellettuale e morale de’ popoli, di benessere sociale, di prosperità nazionale, di maggiore incivilimento, tutte coteste istituzioni, tutti siffatti ordinamenti, di che hanno goduto fino al 6 settembre 1860 i popoli delle Due Sicilie, son dovuti alla provvidenza magnanima del legittimo governo de’ Borboni; né possono ravvisarsi né identici, né conformi alle istituzioni di simigliante natura che vennero in quel regno trasportate dagli stranieri, ed ebbero vita nella decennale militare occupazione, tanto son essi dissimiglianti dove nella sostanza, dove nelle forme, dove nel procedimento, e tutti poi dissimiglianti sicuramente negli effetti e ne' risultamenti a sommo vantaggio ed a gran beneficio de’ popoli.

Ed è rimarchevole il prospetto de’ luoghi pii e stabilimenti di beneficenza rimasti del governo borbonico, che inventariati dalla attuale occupazione piemontese si son trovati ammontare al numero di 8539 con una rendita annua di circa 3 milioni di ducati che eguagliata a norma di legge corrisponde ad un ospitale di sessanta milioni di docati. È un fatto, che la sola città di Napoli vi figura per 571 stabilimenti con un milione e mezzo di docati di rendita annua, e tra essi: — 1. il R. Albergo de’ poveri con una famiglia di 5 mila orfanelli d’ambo i sessi, ed un annua rendita di circa trecentomila docati, grande orfanotrofio che conta 126 anni di vita dalla fondazione fattane dal genio di Carlo III., ammirazione degli esteri, scuola ed asilo de’ figli e figlie del popolo, che vi apprendono arti, mestieri, e finanche scienze e spesso con splendida riuscita sopratutto nella musica:—2. S. Casa dell’Annunziata, ove annualmente s’immettono un duemila trovatelli, con una rendita annua di docati centomila: — 3. il grande Ospedale Incurabili con 1300 infermi, e col mantenimento di 200 alunne in due ritiri muliebri della Maddalenella, e S. Antoniello, coll’annua rendita di 150 mila docati: — il Pio Monte della Misericordia, con una rendita di 100 mila docati, che eroga in limosine, scarcerazioni di debitori insolvibili, dotazioni a donzelle povere, cura e trattamento a’ poveri infermi ne’ bagni minerali. —Nell’epoca attuale, molto clamorosa per pretesa filantropia, nella quale troppo si dice, e nulla si fa pel povero, è assai edificante lo scorgere, anche per confessione della stessa fazione avversa, che la Dinastia borbonica, senza menarne rumore, abbia molto ben oprato co’ fatti a favore della classe bisognosa. (Giornale officiale di Napoli 8 ottobre 1861.) Nel breve periodo dal 22 maggio 1859 al 6 settembre 1860 il giovane Re Francesco II. dimostrava, che tutte le sue cure le più provvide e perseveranti erano rivolte per la grandezza e felicità del reame: — ampli perdoni a’ traviati; — riduzioni di dazii sul macino, e di tariffe doganali a favore del commercio; — immegliamento individuale e collettivo dello esercito: — provvedi prezzi a prò del basso popolo (indicati come modelli ad imitarsi da’ varii oratori nel parlamento di Torino). — incomparabile alacrità nel promuovere le opere pubbliche, sbarazzandole da tutti gl’inciampi burocratici, che ne facevano indugiare l’attuazione; — ingrandimento della capitale prolungandone il suburbio; ponti di ferro su’ fiumi; — bonificazioni di terre insalubri; — confinazione del lago Fucino, che ridona feraci terreni al l’agricoltura; — telegrafia elettrica estesa ovunque; obbligo alle superiori Autorità provinciali di visitare tutti i paesi di loro giurisdizione per sopravvegliare convenevolmente ad ogni ramo di pubblico servizio; — riguardi massimi per la libertà delle rappresentanze municipali; — soluzioni di dubbii in materia di coscrizione militare; — positive riforme umanitarie nel sistema delle prigioni, e luoghi dipana; aumenti di soldo alla magistratura circondariale a contatto immediato col popolo; instituzione di Casse di risparmio, di nuovi Banchi, e Casse di Sconto nelle provincie per animare semprepiù le transazioni commerciali e rendere spedito il traffico; — speciale considerazione pe’ voti de’ consigli provinciali nelle annuali loro tornate; da ultimo ordini pressanti per la pronta costruzione di una rete di ferrovie in tutte le direzioni del reame, congiungendo i due mari Tirreno, ed Adriatico, e con un ramo sulla marina dello Jonio, ed a maggior incoraggiamento delle industrie e manifatture nazionali si studia con analoghi ordini di favorire esclusivamente la mano d’opera de’ regnicoli, e questi esclusivamente si preferiscono per concessionarii, cessionarii, impiegati, ed operai, come leggesi nelle istruzioni governative contenute ne’ reali decreti 11 febbraro e 28 aprile 1860.

Qui, senza più oltre dilungarci, arrestiamo la breve rassegna delle istituzioni e degli ordinamenti del reame delle Due Sicilie, confidenti che le cose avanti discorse, assai minori del vero, deponessero a giustificare il nostro assunto, cioè, che il sistema governativo ed amministrativo de! reame, all’apogèo di uno stato pròsperevole, e condotto ad un punto di perfezione, per quanto è possibile dì conseguire negli ordinamenti degli Stati e de’ Governi, abbiasi a ravvisare derivato dalle benefiche istituzioni e dalle sagge provvidenze introdotte e dettate dalla legittima monarchia de’ Borboni, da Carlo III a Francesco II; e che le istituzioni e gli ordinamenti loro di lunga mano fossero da preferire e reputare migliori, e di vero positivo vantaggio a’ popoli nel raffronto di quelli che ebbero vita durante il brevissimo periodo della militare occupazione. Il che vuol essere confessato apertamente da chiunque senta nell’animo amore per la santa verità, e versato in alcuna maniera nella storia delle nazioni ed in quella contemporanea, non si lascia facilmente illudere dalle enfatiche declamazioni di qualche elogiata delle istituzioni francesi, e della militare occupazione del reame di Napoli.

Non c’intratteniamo a far confronti col regime dell'attuale invasione piemontese, la quale consistendo esclusivamente in saccheggi, incendii, fucilazioni subitanee, rapine su beni delle chiese, e de’ luoghi pii, imprigionamenti a migliaia senza forme legali, e su semplici sospetti, e capricci d’una fazione elevata al potere, non ammette concorrenza di paragone. Nel sistema poi legislativo, e governativo, tendendo unicamente a piemontizzare i paesi usurpati, ne’ quali a giudizio degli stessi deputati del parlamento di Torino, preesistevano istituzioni giudiziarie ed amministrative incomparabilmente migliori di quelle del Piemonte, vana tornerebbe l'opera del paragone, né è possibile, che si trovi, anche nello scarsissimo subalpino partito quivi tuttodì in discredito, chi voglia contendere per sostenere una preferenza che il regime Sabaudo sente di non meritare.


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CONCLUSIONE

Né colla incredibile occupazione piemontese avvenuta nel 1860; né colla precedente francese del 1810 si è fatto altro nel regno delle Due Sicilie, che distruggere quanto vi era di meglio nelle istituzioni governative, e nella legislazione indigena per sostituirvi esotiche e disadatte importazioni, d’onde il malessere, il disordine, e l’inesplicabile avversione di quelle popolazioni contro gl’invasori. Se non bastano a convincere né i fatti parlanti contemporanei, né le ampie confessioni degli stessi avversari, che di sopra leggonsi trascritte, e da per tutto echeggiano, lasciamo la cura al tempo di somministrare argomenti più atti a persuadere.












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