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Fonte:
http://www.beppegrillo.it/ - 19 Agosto 2013

Passaparola- La lunga trattativa Stato – Mafia

Intervista a Giovanni Fasanella


"Con le stragi del 92 – 93 i boss di Cosa Nostra lanciarono dei messaggi e tra questi la richiesta di ammorbidire il regime del carcere duro previsto dal famoso articolo 41 bis. In una lettera inviata al Presidente della Repubblica Scalfaro lo chiedevano esplicitamente. I cappellani penitenziari fecero da intermediari tra Cosa Nostra e lo Stato per ottenere l’alleggerimento del carcere duro per i boss mafiosi in cambio della cessazione della strategia terroristica della mafia.

Ci fu poi tutto un altro contesto su ciò che avvenne tra Cosa Nostra, gli apparati della guerra clandestina contro il comunismo, organizzati durante la guerra fredda e i loro referenti italiani, ma forse anche internazionali, e cioè gli anglo-americani con cui avevano stretto un patto ferreo durante la guerra, un patto che era durato fino alla caduta del muro di Berlino e alla fine della guerra fredda."

Giovanni Fasanella

Il Passaparola di Giovanni Fasanella, giornalista e scrittore.

[testo dell'intervista - NdR]

"Un saluto a tutti gli amici del blog. Io mi chiamo Giovanni Fasanella, sono un giornalista che da molti anni tenta di ricostruire aspetti nascosti della storia italiana recente e passata, nascosti perché occultati, perché troppo imbarazzanti per essere raccontati all’opinione pubblica.

Il tema del libro è la trattativa Stato – mafia avvenuta tra il 1992 e il 1993, negli anni del crollo della prima Repubblica, di Tangentopoli, delle bombe, delle stragi, degli omicidi eccellenti di Falcone e Borsellino. Non è una ricostruzione di tipo giudiziario, anzi il presupposto del libro è che la verità giudiziaria fino a ora raggiunta è assai fragile e che lo strumento dell’inchiesta giudiziaria non sia adatto da solo a ricostruire uno scenario così complesso e complicato com'è quello che ha prodotto l’intreccio perverso, patologico, tra lo Stato, le istituzioni, l’economia, la politica e la mafia. La mafia non è solo una organizzazione di malavitosi, è una forma di potere che trova la sua legittimazione, la sua linfa vitale, la sua capacità di auto-riprodursi nelle relazioni intrecciate con il potere nel corso della nostra storia unitaria.

La mafia moderna nasce con l’Italia unita. Garibaldi sbarca in Sicilia grazie all’aiuto dei picciotti, prosegue la sua impresa grazie all’aiuto dei picciotti e nel periodo post-risorgimentale, nell’età liberale la mafia consolida il suo legame con la politica, in uno scambio di favori: voti in cambio di potere e di affari. Inoltre la mafia viene usata dal potere, dallo Stato, come un vero e proprio strumento di repressione delle rivolte sociali e del dissenso politico.

In epoca fascista, quando sciolti i partiti, sciolte le organizzazioni sindacali, abolita la libertà di stampa, la libertà di pensiero, e quindi ogni forma di protesta e di dissenso, la mafia criminale perde un po' della sua funzione, del suo ruolo e viene smantellata, come una zavorra inutile, da gettare a mare.

Ma l’"alta mafia", quella delle grandi relazioni politiche ed economiche, invece resta fortemente legata al regime fascista e anzi in Sicilia è una delle condizioni che consentono al regime di mantenere il controllo.

Per smantellare la mafia criminale, la manovalanza malavitosa, il fascismo usa il prefetto Mori, ne fa un mito, che alimenta la propaganda del regime. In realtà nel libro questo mito viene demolito, perché attraverso documenti, testimonianze si capisce come in realtà il fascismo volle sbarazzarsi dalla zavorra ingombrante, mantenendo, però, un legame molto stretto con l’alta mafia e utilizzò il prefetto Mori per regolamento di conti all’interno delle organizzazioni mafiose per ridisegnare nuovi equilibri.

Nel '43 gli anglo - americani sbarcano in Sicilia. Attraverso le famiglie italo americane che già i servizi della marina militare americani avevano coinvolto nella difesa dei porti americani della costa atlantica dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor, che aveva cambiato completamente lo scenario della seconda guerra mondiale, l’America entrò direttamente in guerra e si preoccupò innanzitutto di difendere i suoi porti. E per difendere i suoi porti della costa Atlantica utilizzò le famiglie mafiose italo americane e poi attraverso le famiglie mafiose italo americane stabilì un contatto con le famiglie di Cosa Nostra in Sicilia.

E grazie al contributo dei boss siciliani gli anglo - americani sbarcarono in Sicilia senza troppi problemi, perché la mafia aveva provveduto a creare le condizioni logistiche per lo sbarco e anche quelle di intelligence, fungendo da vero e proprio servizio di informazione dell’esercito alleato.

Liberata la Sicilia mentre gli anglo - americani salivano verso nord, verso la linea gotica, lo scenario cambiò di nuovo. Ufficialmente era una guerra combattuta contro il nazifascismo, ma in realtà dentro a questa guerra se ne combatteva un’altra, la guerra contro un nuovo nemico che si stava già profilando nel '44, e cioè il comunismo sovietico, che era particolarmente aggressivo e aveva una quinta colonna molto forte e attiva sia sul piano militare che su quello politico in Italia, ed era il Partito Comunista.

Quindi gli anglo americani si posero il problema di costruire già nel '44, nell’ultima fase della guerra, di creare le condizioni per fronteggiare il nuovo nemico del dopoguerra. E così strinsero un patto con le famiglie mafiose e non solo. Inglobarono nei loro apparati anche molte organizzazioni, molti uomini e organizzazioni dell’esercito nazista e della Repubblica Sociale, e crearono in Sicilia un apparato per la guerra clandestina contro i comunisti, un apparato militare segreto che si fondava sull'alleanza strettissima tra servizi angloamericani, ex organizzazioni della Repubblica Sociale e cosche mafiose.

In cambio dell’aiuto dato agli anglo americani la mafia ottenne dei benefici enormi.

L’ultimo atto di Re Umberto prima di abdicare fu la approvazione del decreto che istituiva la Regione autonoma siciliana. Insieme a quel decreto vennero creati una serie di enti, economici, finanziari, che vennero di fatto assegnati alla mafia e quindi la mafia riuscì a creare i presupposti per il suo potere economico, per il suo dominio politico e economico sulla Sicilia.

Questo equilibrio venne poi blindato addirittura attraverso il trattato di pace del 1947 imposto dalle forze vincitrici della guerra, americani e inglesi, alla nazione sconfitta, l’Italia. Trattato di pace in cui c’era una clausola aggiuntiva perché inserita all’ultimo momento, addirittura a penna, in cui si imponeva al governo italiano di garantire l’impunità ai cittadini del nostro paese che avevano aiutato gli anglo americani dal 1943 al 1947. Quindi anche i boss mafiosi utilizzati per lo sbarco! E tra i documenti allegati c’era un elenco di persone a cui il governo italiano non avrebbe dovuto torcere un capello, e tra questi c’erano molti personaggi che nei decenni successivi sarebbero diventati gli uomini più potenti e più noti di Cosa Nostra.

Fu in questo modo che l'equilibrio creato durante gli anni della guerra, tra il 43 e il 1945 in Sicilia venne difeso, blindato, perché serviva durante la guerra fredda in funzione anticomunista.

Organizzazioni mafiose e organizzazioni neo fasciste vennero inglobate nel sistema difensivo clandestino, segreto, anticomunista, quel sistema per la guerra non ortodossa che funzionò durante l’intero arco della guerra fredda, fino alla caduta del muro di Berlino.

Quando il muro di Berlino cadde si creò un vuoto, perché il sistema della guerra clandestina, di cui mafia e neo fascisti facevano parte crollò con Tangentopoli e le inchieste della magistratura che decapitarono l’intero ceto politico anticomunista della Prima Repubblica. Questo mondo che durante la guerra fredda era stato utilizzato contro i comunisti e per mantenere il controllo totale, assoluto, sulla Sicilia che in quel contesto aveva un ruolo strategico di fondamentale importanza, quel sistema si trovò improvvisamente privo di rappresentanza politica e delle protezioni politico – istituzionali e internazionali di cui aveva goduto fino a quel momento.

Fu allora che si ruppe qualche cosa! Quelle forze che avevano partecipato, compresa la mafia, alla guerra segreta contro i comunisti spaventate dall’iniziativa della magistratura e dal pericolo che gli ex comunisti che avevano combattuto per 50 anni potessero ora conquistare il potere si attivarono, si mobilitarono e lanciarono segnali. Chiesero di essere difesi, di rinegoziare, di fatto, il vecchio patto del 43 – 47, e lo fecero nel modo più brutale, attraverso omicidi eccellenti, attraverso le bombe del 92 – 93.

Con le stragi del 92 – 93 i boss di Cosa Nostra lanciarono dei messaggi e tra questi la richiesta di ammorbidire il regime del carcere duro previsto dal famoso articolo 41 bis, in una lettera inviata al allora Presidente della Repubblica Scalfaro lo chiedevano esplicitamente. Nel libro, attraverso molte testimonianze, racconto quello che avvenne intorno al 41 Bis, come attraverso la mediazione dei cappellani penitenziari, utilizzati tra l’altro in un’altra delicatissima missione qualche decennio prima, all’epoca del sequestro di Aldo Moro, dal Vaticano per trattare la liberazione delle Brigate Rosse con la liberazione di Moro, cosa che fecero per 55 giorni, anche se non riuscirono a ottenere alcun risultato.

Nel 92 – 93 i cappellani penitenziari si mobilitarono di nuovo per fare da intermediari tra Cosa Nostra e lo Stato per ottenere l’alleggerimento del carcere duro per i boss mafiosi in cambio della cessazione della strategia terroristica della mafia.

Ci fu poi un altro contesto che riguarda ciò che avvenne tra Cosa Nostra, gli apparati della guerra clandestina contro il comunismo, che erano stati organizzati durante la guerra fredda e i loro referenti, non solo interni, italiani, ma anche e forse soprattutto internazionali, e cioè gli anglo americani con cui avevano stretto un patto ferreo durante la guerra, un patto che era durato fino alla caduta del muro di Berlino e alla fine della guerra fredda.

Nel libro c’è un lungo capitolo basato su una testimonianza inedita, che io registrai nel 1998 per un altro libro, era dell’ambasciatore Reginald Bartolomew il quale mi diede la sua testimonianza su quella fase critica dell’Italia e sul suo ruolo anche personale nel nostro Paese.

Bartolomew mi raccontò la sua storia e la ragione per cui Bill Clinton, appena eletto Presidente degli Stati Uniti aveva deciso di mandarlo in Italia, lui era ambasciatore americano alla Nato a Bruxelles, stava per lasciare quell’incarico, aveva ricevuto un’altra destinazione, Israele, aveva già presentato le sue credenziali al governo Israeliano, ma all’ultimo momento Clinton lo chiamò e gli disse lei non va più in Israele, lei va in Italia.

Quando Bartolomew chiese "Ma perché proprio io e perché in Italia", si sentì rispondere perché data la situazione che si è creata in Italia a Roma ci serve un professionista come lei, un diplomatico di carriera con il suo curriculum. Allora quando io gli chiesi "Ma ambasciatore che curriculum ha lei?" lui chiamò la sua segretaria e fece portare un elenco di cose che aveva fatto, di operazioni a cui aveva partecipato, di missioni che aveva compiuto per conto della amministrazione americana, era stato dal Libano alla Bosnia, della Cina di Piazza Tienanmen alla crisi iraniana, al Golfo Persico, era stato in tutti i teatri di guerra civile con il compito di rimettere le cose a posto e di salvaguardare gli interessi americani. Lo stesso compito che aveva ricevuto da Clinton per l’Italia. Lui si insediò nella ambasciata americana a Roma con il compito di stabilizzare la situazione italiana così difficile e così drammatica. E questo fece. Una volta stabilizzato il sistema politico italiano e scongiurato il rischio di una rottura territoriale o di una guerra civile, un colpo di Stato. Un colpo di Stato è una espressione che non uso io nel libro, ma è una espressione usata all’epoca da un ministro dell’interno, Vincenzo Scotti e poi in tempi più recenti ripresa dal presidente del Consiglio dell’epoca, poi divenuto presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Quindi, una volta salvata l’Italia, diciamo così, da quel pericolo che cosa è avvenuto? Che esattamente come era successo durante il periodo fascista la zavorra criminale della mafia, i boss malavitosi sono stati arrestati a centinaia, ma l’alta mafia ancora una volta si è riciclata! Si è inabissata e è tornata discretamente ai propri affari. Oggi siamo esattamente in questa situazione. C’è da domandarsi quanto può reggere un Paese, uno Stato, che pure avendo liberato grande parte della Sicilia dalle bande criminali mafiose è però fortemente inquinato e condizionato dal potere economico della mafia. E come potete immaginare è un tema molto scabroso, è un tema su cui molti vorrebbero che calasse definitivamente il silenzio, ma io credo che faccia bene al Paese invece conoscere la storia dalla quale arriva. Passate parola."
















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