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Elio Vittorini

 

Le città del mondo (1969)

Uno degli anni in cui noi uomini di oggi si era ragazzi o bambini, sul tardi d'un pomeriggio di marzo, vi fu in Sicilia un pastore che entrò col figlio e una cinquantina di pecore, piú un cane e un asino, nel territorio della città di Scicli.

Questa sorge all'incrocio di tre vallini, con case da ogni parte su per i dirupi, una grande piazza in basso a cavallo del letto d'una fiumara, e antichi fabbricati ecclesiastici che coronano in piú punti, come acropoli barocche, il semicerchio delle altitudini. È a pochi chilometri da Modica, nell'estremità sud-orientale dell'isola; e chi vi arriva dall'interno se la trova d'un tratto ai piedi, festosa di tetti ammucchiati, di gazze ladre e di scampanii; mentre chi vi arriva venendo dal non lontano litorale la scorge che si annida con diecimila finestre nere in seno a tutta l'altezza della montagna, tra fili serpeggianti di fumo e qua e là il bagliore d'un vetro aperto o chiuso, di colpo, contro il sole. L'uomo e il ragazzo che vi arrivarono quel pomeriggio con le loro pecore tornavano da un inverno passato in prossimità del mare: prima lungo le rive dei tristi fiumi malarici che corrono a ponente di Vittoria, poi tra le dune dai pendii biancheggianti di gesso che si chiamano Maccòni di Camarana, infine sulla landa coperta d'assenzio ch'è in bocca alla cava d'Aliga, dove non si vede volare altro uccello che il corvo avanti e indietro verso il promontorio o dal promontorio che porta il suo nome.

Seguito per qualche chilometro il terrapieno d'una ferrovia e avventuratisi, diversamente da altre volte, su strade dirette a nord che salivano tra campi di verde giovane, tutti chiusi da cinte di pietrame, essi s'eran trovati a condurre il gregge, cercandogli un luogo non coltivato che potesse servirgli da pascolo, molto piú in alto di quanto forse non volessero. Il posto appariva solitario: una spianata di roccia con cielo intorno quasi da ogni lato; e padre e figlio, stanchi e accecati dal sole, non aspettarono di raggiungere uno dei suoi limiti per fermarsi a mangiare un po' di pane e olive. Poi il sonno s'era posato in fronte a entrambi con un peso misto di odori campestri e di luce diventato a poco a poco anche di musica per via dei belati e dei rintocchi di bronzo che si alzavano, alle distanze piú varie, dalle pecore.

Ma al risveglio si accorsero che in quella musica vibrava uno strano miele come se un'orchestra suonasse davvero da qualche parte: o di sopra a loro nella profondità del cielo, o di sotto a loro nella profondità della terra su cui sedevano. Istintivamente, sollevarono gli occhi a cercarla entro il culmine dell'azzurro. Nel frattempo distinguevano note anche familiari attraverso il rombo dei suoi metalli sco-nosciuti. Voci umane? Rumori dell'attività degli uomini? Pareva che si udisse persino il cigolio di un carretto. Era come qualcosa che arrivasse lassú a un compimento im-mortale da uomini lontani di migliaia di anni o di migliaia di chilometri.

Padre e figlio si scambiarono un'occhiata; e di nuovo percorsero con lo sguardo la superficie del deserto di pietre fin dove l'aria lo tagliava; poi si misero a riunire le pecore. L'uomo fischiava loro. Il ragazzo correva intorno insieme al cane. Ma egli si arrestava ogni tanto dietro a un arbusto o dietro una roccia; e anche otteneva, per un minuto o due, che il cane smettesse di abbaiare. Egli voleva sentire, evi-dentemente, se lo strano suono vi fosse sempre. Correva e scompariva. Ricompariva e correva. E d'un tratto, mentre le pecore affluivano in un'ultima ondata, l'uomo l'udí che lo chiamava con voce piena d'urgenza: - Papà. Babbo. Babbo.

* * *

Non era un grido d'allarme, o che chiedesse aiuto. Anzi sembrava gioioso, addirittura esaltato, esultante. Solo che non dava tregua, e l'uomo si affrettò a strapparsi fuori dalla massa delle groppe che lo incalzavano. - Rosario! - gridò in risposta. - Rosario!

Fu con voce carica di preoccupazione, fors'anche perché non vedeva da che parte Rosario si trovasse.

- Eccola lí, - poté udirlo richiamare. - Papà. Babbo. L'uomo strinse forte il bastone e raccolse inoltre una pietra.

Il cane era emerso dall'orlo di roccia in un punto poco lontano. Abbaiava fitto ma festoso, ai cieli, al sole, saltando e dimenandosi. Ed egli andò in quella direzione, correndo.

- Vengo. Vengo.

Ma la pietra la lasciò cadere, appena arrivato. Il volto di Rosario si era alzato radioso dinanzi ai suoi piedi dalla roccia che scendeva tra cielo e cielo. Insieme gli si era aperta dinanzi la città di Scicli, con le corone dei santuari sulle teste dei tre valloni, con le rampe dei tetti e delle gradinate lungo i fianchi delle alture, e con un gran nero di folla che brulicava entro a un polverone di sole giú nel fondo della sua piazza da cui parte e s'allarga verso occidente un ventaglio di pianura. Rosario era felice, indicandola al padre, come se avesse temuto di vederla svanire prima del suo arrivo. Che ora il padre fosse lí a guardarla lui pure sembrava gliela rendesse piú reale, o comunque piú durevole. Abbracciò il cane al collo, in un gesto di entusiasmo, e di nuovo indicò tutta la valle di case; poi i quartieri delle pendici ch'erano deserti e immobili nell'azzurro dell'ombra; poi la folla ch'era in fondo, immersa nel sole, e in essa indicò l'origine della musica che s'udiva vibrare ogni tanto, filtrata dalle diecimila stanze vuote e dalle gole d'organo della montagna.

- Ma che cos'è? - domandò. - È Gerusalemme?

Aveva negli occhi punte azzurre di sole che gli impedivano di distinguere che faccia facesse suo padre. L'udí in ogni modo rispondergli: - Non so che città sia -. Egli, con questo, non aveva detto che non poteva essere la Città per eccellenza: Gerusalemme o altro che si chiamasse. Sicché Rosario andò avanti a indicarne come conferme d'un prodigio anche i particolari piú semplici: un aquilone color topazio che fluttuava fisso in un punto con una lunga coda inanellata; una gazza che si era posata sulla ringhiera di un balcone guardandosi nello specchio d'un vetro chiuso; la nera figura di una donna che accendeva il fuoco nel forno, su una specie di cortile o di pianerottolo...

La donna era l'unico essere umano che si scorgesse in tutto il quartiere della pendice dirimpetto. Soltanto lei e il fumo del suo forno si muovevano tra quei tetti, entrambi silenziosi allo stesso modo. Il fuoco era una tonda macchia rossa ora piú vivida e ora meno vivida, e la donna lo alimentava di fascine o vi frugava dentro con un'asta senza che ne venisse alcun rumore. A volte la si vedeva anche sollevare una piastra da terra e tappare con essa la bocca del forno, o, viceversa, staccare la piastra dal forno e posarla in terra, sempre senza che ne venisse il minimo rumore. E a volte invece accadeva, pochi secondi dopo di averla vista spezzare un ramo contro la gamba, che giungesse il suono secco del legno spezzato, misteriosamente piú forte del tremito di musica che sbarrava l'aria.

Rosario si girò verso il padre e gli sorrise, nell'indicare la donna. - La mamma, - disse, col sorriso che gli si allargava sulla faccia.

- Certo ha fatto il pane, - disse il padre, - fino a due giorni prima che tu nascessi.

- Faceva un buon pane? - Rosario disse. - Mi piacerebbe che non fosse morta e che ora lo stesse facendo per noi -. Ma egli desiderava, non rimpiangeva. E annusò nello spazio che lo divideva dalla donna e dal suo forno. - Non avresti potuto sposarti di nuovo, - chiese. - Dopotutto avrebbe fatto comodo anche a te di avere di nuovo una moglie...

Egli fu dunque completamente assorto nella contemplazione del minuscolo nocciolo di vita ch'era la donna di là dal cristallo dello spazio. Essa aveva portato in casa il resto d'una fascina e, tornata fuori, se ne stava adesso accanto alla porta muovendo un braccio intorno al capo. Cos'era che combinava? Il ragazzo indovinò il suo viso, e indovinò la sua mano. - Vedi! - esclamò, con gli occhi che scintillavano. Disse trionfante che si ravviava i capelli entro al fazzoletto che glieli proteggeva. E precisò, al colmo del trionfo:

- Se li liscia, sai!

Il padre non trovava piú nulla che gli potesse dire. Lo guardò un po' perplesso come ogni tanto guardava i luoghi ch'erano in faccia e sotto a lui. E lo vide volgere altrove i suoi occhi di furetto.

Un clamore s'era alzato dalla città insieme a centinaia di gazze e di cornacchie che avevano lasciato di colpo le rocce sparse tra i tetti. O erano campanili ch'esse avevano lasciato? Certo nella musica ferma al centro del cielo sembrava che scalpitassero anche i metalli di uno scampanio. Le cornacchie andarono a posarsi, in turbini di foglie nere, sulle rocce che sovrastavano i quartieri delle pendici. Batuffoli di fumo galleggiavano in faccia a balconi zeppi di folla giú tra i luoghi da cui era cominciato il loro volo. Piú avanti nella scia del loro percorso s'erano invece palesati zaffiri e ametiste di palloncini che sballottavano, e ancora aquiloni che si contorcevano qua e là, un secondo, un terzo, un quarto, un quinto, tutti con la coda inanellata come il topazio del primo, ripigliando tutti quota nell'aria sconvolta dalla raffica di tante ali. Ora le cornacchie strepitavano affacciate dai cornicioni di roccia. Erano giunte le detonazioni dei primi batuffoli di fumo, e le cornacchie strepitavano.

Altre ne giungevano di altri, e le cornacchie strepitavano. Esplodevano gradinate, esplodevano cancellate, esplodevano e s'incendiavano schiere di palloni variopinti saliti a dondolarsi nel cielo, e le cornacchie erano sempre là sopra che strepitavano. Infine accadde che esplosero le cinquantamila mani della folla di cui brulicava la piazza; allora lo strepito delle cornacchie fu anche di fanciulli, e di trombette e fischietti ch'essi suonavano; e Rosario poté distinguere, su ballatoi, o in cortili, o su pianerottoli di scale all'aperto, figure che sventolavano un fazzoletto salutando come da un treno, dove in gruppi e dove isolate. La donna del forno s'era tirato fuori dalla scollatura del vestito il fazzoletto col quale salutava. Essa si teneva sulla punta dei piedi al centro del suo cortile e salutava alle case piú in alto e a quelle piú in basso. - Come devono essere contenti in questa città! - esclamò Rosario.

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* * *

Il padre allora si rialzò, calcandosi in testa il berretto dalla visiera mangiucchiata. Il suo sguardo passò sopra le pecore che aspettavano cento metri piú indietro, coi musi posati sul collo l'una dell'altra. E il suo piede si avviò, ma diede di cozzo nella pietra ch'egli aveva portata fin là come un'arma e poi lasciata cadere.

Rosario continuava: - È la piú bella città che abbiamo mai vista. Piú di Piazza Armerina. Piú di Caltagirone. Piú di Ragusa, e piú di Nicosia, e piú di Enna...

Il padre non lo negava. Egli considerava la pietra senza dir nulla, e Rosario poté soggiungere: - Forse è la piú bella di tutte le città del mondo. E la gente è contenta nelle città che sono belle. Non ti ricordi che gente contenta c'era nelle belle città che abbiamo girate per la novena dell'altro Natale? E che gente contenta c'era a Caltagirone per lo scorso Carnevale? E che gente contenta c'era a Ragusa per i Morti dell'anno prima? E che gente contenta c'era per l'ultima Pasqua che abbiamo passata a Piazza Armerina?

Il padre non negava niente di niente, era solo sopra-pensiero, sempre considerando la pietra ai suoi piedi, e Rosario non si fermò che un attimo, poi riprese: - E si capisce che sia contenta. Ha belle strade e belle piazze in cui passeggiare, ha magnifici abbeveratoi per abbeverarvi le bestie, ha belle case per tornarvi la sera, e ha tutto il resto che ha, ed è bella gente. Tu lo dici ogni volta che entriamo a Nicosia. Ma che bella gente! È lo stesso ogni volta che entriamo a Enna. Ma che bella gente! Lo stesso ogni volta che entriamo a Ragusa. Ma che bella gente! E se incontriamo un uomo vecchio tu dici ma che bel vecchio. Se incontriamo una donna giovane tu ti volti e dici ma che bella giovane. Vorresti negarlo? Tu dici che dev'essere per l'aria buona, ma piú la città è bella e piú la gente è bella come se l'aria vi fosse piú buona...

Il padre sorrise, di sotto ai pensieri che gli annuvolavano la fronte, e anche mormorò, tra quei suoi pensieri: - Può darsi -. Il suo sguardo, tuttavia, non si staccava dalla pietra, e Rosario incalzò, a braccia spalancate: - Figurati in questa città che è la piú bella del mondo la bella gente che vi deve abitare. I bei padri che qui devono avere tutti i figli. E le belle mamme che devono avere. Le sorelle. Le zie. Le cugine. Le mamme...

La sua mano si mosse, certo a indicare una donna del forno. Ma, cercando il cortile dove l'aveva vista, egli trovò piú in alto un terrazzino dove una seconda donna dondolava un ferro da stiro con dentro fuoco di carbone che sprizzava scintille a sciami, e allora indicò in lei e nei suoi movimenti giovani la stessa cosa che intendeva indicare nell'altra. Gridò: "Come lei che ha infornato il pane e che ora scalda il ferro per stirare e che..." Gridò con tutta la sua voce di ragazzo: - " E che... E che... - E non seppe piú finire, nello stupore del miracolo ch'era ai suoi occhi, cosí da lontano, una donna scoperta ad accendere il fuoco in un ferro da stiro tra il folto d'un bosco di casa.

- Può darsi, - ripeté il padre, senza che si fosse voltato. Egli non vedeva Rosario indicargli la nuova Vestale con l'arco di scintille intorno alla sua figura nera, e fu inaspettatamente che lo sentí chiedergli: - Era bella la madre che ho avuta?

Ma lo sentí, subito dopo, che se ne infischiava d'ogni risposta sua, e che gli importava unicamente di seguire il proprio filo, e svolgerlo. Lo sentí che diceva: - Io non vorrei esser nato da una donna brutta come sono le donne delle città brutte. Di Alimena, per esempio. Che schifo! O di Resuttano. Che schifo di schifo! O di Licata. Che schifo di schifo di schifo! Fortuna che mia madre era di Aidone, e che Aidone non è brutta. Ma vorrei che fosse stata di una città piú bella, e per questo non mi dispiace troppo che sia morta, e che tu sia un vedovo che potrebbe sposarsi un'altra volta e farmi avere un'altra madre in una città come Nicosia o in una come Enna o come questa...

Stavolta il padre non ripeté il suo "può darsi". Allungato lo sguardo di sopra alla spalla egli considerava la testa del ragazzo, enorme d'una nera massa di capelli come una nidiata nera. La considerò con la concentrata attenzione che aveva avuto fino a poco prima per la pietra. Con lo stesso annuvolamento di pensieri tutto in giro alla fronte. Quindi sollevò il bastone che ancora teneva stretto verso metà come quand'era accorso, armata di esso una mano e della pietra l'altra. Lo sollevò per fare che cosa? Non fece nulla. Lo riabbassò. Ma era certo per fare qualcosa che lo aveva sollevato.

- Non parli tu? - gli chiese il ragazzo, proprio mentre lui riabbassava il braccio.

La sua testa nera aveva avuto un piccolo scatto e mostrava il faccino radioso a scrutare il padre con aria che sembrava d'ironica provocazione, canzonatoria.

- Tutto quello che sai dire, - gli gridò, - è solo può darsi... E gli rifece il verso: - Può darsi... Può darsi...

* * *

Ma l'attimo successivo i suoi occhi ridevano di tenerezza. Il padre ricambiò, sebbene a fior di labbra, quel sorriso. Si udí insieme qualche belato, si udí il cane, si udí l'asino, si udí qualche scrollo di campano da pecora: tutto dell'antico mondo loro che metteva fuori i consenso del proprio suono; e Rosario saltò su, imbaldanzito, dall'orlo della sponda di roccia.

- Vero? - esclamò. - Non è vero? Non ho ragione? Non lo pensi tu pure?

Aveva afferrato un braccio del padre, se lo passò intorno al collo, e se ne teneva la mano sul petto, un irsuto ciocco di mano, con tutte e dieci le sue dita gentili di ragazzo. - Nelle città brutte, - continuò, - la gente è anche cattiva. Abbiamo visto a Licata come ci guardavano male con quei ceffi che hanno sempre avvolti in uno sciallaccio nero e coperti di barba. E l'abbiamo visto ad Alimena. L'abbiamo visto a Resuttano. L'abbiamo visto nei paesi delle zolfare. La gente è disgraziata, nei posti cosí, non ha nulla di cui rallegrarsi, nulla mai che la faccia un po' contenta, e allora è per forza cattiva. È brutta ed è cattiva, è sporca ed è cattiva, è malata ed è cattiva...

Il padre torceva un po' la mano come se volesse ritirarla, e il ragazzo gliela stringeva piú forte. - Non dico giusto? - domandava. Ma non insisteva. Era troppo pieno di fervore per aver bisogno che il padre gli rispondesse. Alzava gli occhi a guardargli in faccia la ritrosia: o il timore che poteva essere, l'inquietudine che poteva essere; e passava sopra a tutto, sicuro di sé, con un nuovo galoppo di parole. Disse che la gente delle città belle era anche buona né piú né meno come la gente delle città brutte era anche cattiva. Le città belle, cioè, avevano anche questo merito: di render la gente brava e buona. - No? - egli diceva. - Non ti pare? - diceva. Il padre non negava e non assentiva, e lui andava avanti a parlare, guardatolo un'altra volta, come se ne ricevesse delle risposte affermative. Piú una città era bella, diceva, e piú la gente vi aveva modo di esser buona. Vi aveva di che rallegrarsi di piú ed era piú buona. Vi aveva di che essere piú contenta ed era piú buona. O il padre non ne conveniva? Il padre non lo negava, e Rosario, lo guardava e riattaccava.

Egli disse infine della città che avevano sotto gli occhi. A giudicare da com'era bella bisognava che la gente vi fosse straordinaria. Egli lo scommetteva. E andò oltre ogni limite di quanto padre e figlio si fossero detto mai, per dire della vita straordinaria che vi si doveva vivere...

- Qui ciascuno dev'essere come se fosse un re o un barone. Con tutti che lo chiamano Vossignoria. Con nessuno che può dargli del tu e trattarlo male. Con nemmeno il ma-resciallo che lo possa sgridare e insultare. Con niente che sia costretto a fare o non fare per paura. Invitato alle feste di ogni casa. Accolto dovunque voglia entrare. Con ogni ra-gazza che lo può prendere per marito anche se è un povero capraio. E poi con un cavallo che può montare invece d'un asino o un mulo, proprio come un re che cavalca anche se è solo un contadino che si reca a zappare...

Rosario non si curava piú di trattenere la mano del padre. Questo perciò aveva potuto ritirarla, e ora accadde che l'alzò e si strappò di testa il berretto.

- Basta! - gridò insieme. E buttò il berretto per terra.

- Ma papà... - esclamò il ragazzo. - Ma babbo... - Lo guardava con gli occhi pieni di voglia di scoppiare a ridere, e tuttavia anche un po' sconcertato vedendo ch'era rosso come quando si arrabbiava sul serio. Si chinò, sempre guardandolo, a raccogliergli il berretto, e disse di nuovo: - Ma babbo... - Poi scrollò il berretto, e lo sbatté, e disse: - Ma insomma... - Poi disse: - Ma che ho detto? - Né si lasciò intimidire da un movimento di stizza che il padre riaccennava.

Stava lui pure arrossendo. - Una città non nasce come un cardo, - disse. - O sono gli angioletti che vengono a posarla su una collina? - Aveva ancora gli occhi che volevano ridere, ma la sua voce si alzava sempre di piú e diventava stridula. Disse che dunque non era combinazione se Enna era la nobile Enna e Licata era schifosa. - Che diamine! - disse. Tutto dipendeva dal modo in cui la gente viveva. Dove la gente viveva come a Enna si aveva Enna, e dove la gente viveva come a Licata si aveva Licata. Egli ripeté in senso inverso il suo discorso di poco prima. Disse per la gente quello che prima aveva detto per le città, dicendo invece per le città quello che prima aveva detto per la gente. Si sbatteva il berretto del padre contro le ginocchia e diceva il contrario di una cosa che aveva detto. Si sbatteva di nuovo il berretto contro le ginocchia, lo faceva schioccare, e diceva il contrario di un'altra cosa che aveva detto. Ma questo era per illustrare quello che aveva detto e per ribadirlo. Per confermarlo.

- Non ho proprio detto, - concluse, - nessuna sciocchezza -. E allungò al padre il berretto; con le guance ormai rosse come di bandiere che gli sventolassero dentro.

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Conversazione in Sicilia

Alle tre, nel sole di dicembre, dietro il mare, il treno entrava, piccoli vagoni verdi, in una gola di roccia e poi nella selva di fichidindia . Era la ferrovia secondaria, in Sicilia, da Siracus per le montagne: Sortino, Palazzolo, Monte Lauro, Vizzini, Grammichele. Cominciarono a passare le stazioni, casotti di legno col sole sul cappello rosso dei capistazione, e la selva si apriva, si stringeva, di fichidindia alti come forche. Erano di pietra celeste tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra di fichidindia. Gridava al treno mentre il treno gli passava davantiSoffiava vento entro le cave della foresta; lo si sentiva, alle fermate, suonare un vento minuto.E tra i fichidindia apparivano case; il treno si fermava sulle arcate di un ponte e dal ponte girava la gradinata di tetti; si attraversava la galleria, si era di nuove tra fichidindia e scogliere di roccia, e di nuovo non si incontrava altra anima viva che un ragazzo. Gridava, gridava al treno, mentre il treno gli passava davanti; e il sole era sopra al grido di lui, sulle bandierine rosse, sui cappelli rossi dei capistazioni.D' un tratto, poi, un cappello rosso, una bandiera rossa, un grido di ragazzo furono senza più sole; e si salì e si passarono gallerie, si videro lunghe schiene di montagna, e alle fermate, giù in una conca, quattro luci, cinque luci, i paesi.

Poi una voce disse: Siamo a Vizzini. Eravamo fermi, si scese lungo l' acqua, nella notte piena,e da una parte c' era la montagna, dall' altra il cielo.

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La polemica con Togliatti

Togliatti

Ma tu allarghi la questione, trattando in generale dei rapporti tra ciò che chiami la politica e ciò che chiami la cultura. Accetto l'allargamento del dibattito e la discussione, ma non accetto la soluzione che tu dai. La politica, tu dici, è cronaca; la cultura è storia. Falsa generalizzazione (...) Da essa tu ricavi infatti, e ricavi logicamente, che è l'uomo di cultura che deve dirigere, salvo i periodi rivoluzionari, in cui anche il politico opera trasformazioni qualitative, cioè tali che investono tutte le manifestazioni e tutte le forme della nostra civiltà. Cosicché, quando don Benedetto Croce, nell'anno di grazia 1908 (salvo errore), scrisse quella sua famosa intervista al "Giornale d'Italia" in cui diceva che il marxismo è morto, e la scrisse, rivolgendosi ai politici, come uomo di cultura, noi avremmo dovuto dargli retta?.

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Quando il Politecnico è sorto, l'abbiamo tutti salutato con gioia. Il suo programma ci sembrava adeguata a quella necessità di rinnovamento della cultura italiana che sentiamo in modo così vivo. Naturalmente, noi non pensiamo che spetti a noi, partito politico, il compito immediato e diretto di rinnovare la cultura italiana. Pensiamo che spetti agli uomini stessi della cultura: scrittori, letterati, storici, artisti. Per questo ci sembrava dovesse essere utile un'azione come quella intrapresa dal Politecnico, alla quale tu chiamavi a collaborare, secondo un indirizzo che ci sembrava giusto, una parte del mondo culturale italiano. Ma a un certo punto ci è parso che le promesse non venissero mantenute. L'indirizzo annunciato non veniva seguito con coerenza, veniva anzi sostituito, a poco a poco, da qualcosa di diverso, da una strana tendenza a una specie di <<cultura>> enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell'indagine coerenti con un obiettivo, e la notizia, l'informazione (volevo dire, con brutto termine giornalistico, la <<varietà>>) sopraffaceva il pensiero. Ed è questo, e solo questo, che abbiamo detto, richiamandoci puramente al vostro programma primitivo. Seguendo la strada per la quale il Politecnico tendeva a mettersi, ci sembrava infatti si potesse arrivare, non solo alla superficialità, ma anche a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico.

 

Vittorini

Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di "possedere la verità". Deriva piuttosto dal fatto che "si cerca la verità". E guai se non fosse così soltanto! Guai se si volesse legarlo ad una sicurezza di "possesso della verità"! Lo si legherebbe alla presunzione del possedere la verità, e non parlerebbero che i predicatori, i retori, gli arcadi, tutti coloro prima del protestantesimo, e darebbe di nuovo lo spettacolo filisteo che tanto sconcertava Carlo Marx nella Germania del suo tempo.

Io non voglio dire che politica e cultura siano perfettamente distinte e che il terreno dell’una sia da considerarsi chiuso all’attività dell’altra, e viceversa. Cercherò invece di dimostrare più avanti come le due attività mi sembrino strettamente legate. Ma certo sono due attività, non un’attività sola; e quando l’una di esse è ridotta (per ragioni interne o esterne) a non avere il dinamismo suo proprio, e a svolgersi, a divenire, nel senso dell’altra, sul terreno dell’altra, come sussidiaria o componente dell’altra, non si può non dire che lascia un vuoto nella storia. La cultura che perda la possibilità di svilupparsi in quel senso di ricerca che è il senso proprio della cultura, e si mantenga viva attraverso la possibilità di svilupparsi in "senso di influenza", cioè in un senso politico, lascia inadempiuto un compito per aiutare ad adempierne un altro.

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Può bastare che uno scrittore "parli male di Garibaldi" per essere trattato da scrittore controrivoluzionario? Molti uomini politici parlano male di scrittori rivoluzionari, eppure gli scrittori non li trattano da uomini politici controrivoluzionari. Giuseppe Mazzini, per citare un esempio già illustre, scrisse che Leopardi era un poetucolo decadente a paragone del "grande poeta civile" (figurati!) G.B. Nicolini, eppure nessun uomo di cultura si è mai sognato di considerare Mazzini un reazionario. Noi pensiamo, tutt’al più, che Mazzini non era in grado di intendere il valore rinnovatore della poesia di Leopardi. Perché da parte dei politici non si usa quasi mai la stessa indulgenza nei riguardi degli scrittori che hanno semplicemente mostrato di non saper capire una figura di politico o una posizione politica?

La linea che divide, nel campo della cultura, il progresso dalla reazione, non si identifica esattamente con la linea che li divide in politica. È questo che, alle volte, non si capisce da parte nostra; o non si è pronti a capire; o non si vuol capire. E da questo nascono le diffidenze ed ostilità che rendono la politica progressista non sempre capace di sostenere la cultura progressista come di valersene, e la cultura progressista non sempre capace di sostenere la politica progressista come di valersene.

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Il razionalismo astratto, che tutto misura a piccoli passi visibilmente razionali e non vuole riconoscere per razionali i passi più lunghi o non visibilmente razionali, o meno visibilmente razionali, è la posizione che più favorisce le scivolate dell’arte nell’estetica arcadica. Le favorisce da semplice filosofia, e le favorisce anche da politica. Induce i poeti a dire: "mettiamoci al servizio della verità". E non significa che questo significa indurli a non lavorare per la verità, a indurli in compenso a suonare il piffero per una forma raggiunta di verità cui mancherà in ogni caso la parte di verità di cui essi avrebbero dovuto integrarla. Che il piffero sia suonato su temi di politica, di scienza o di ideologia civile anziché su temi di ideologia amorosa non cambia in nulla il carattere arcaico d’una simile musica.

Rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore scorgere, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario porre, e porre accanto alle esigenze che pone la politica, porre in più delle esigenze che pone la politica. Quando io parlo di sforzi in senso rivoluzionario da parte di noi scrittori, parlo di sforzi rivolti a porre simili esigenze. E se accuso il timore che i nostri sforzi in senso rivoluzionario non siano riconosciuti come tali dai nostri compagni politici, e perché vedo la tendenze di nostri compagni politici a riconoscere come rivoluzionaria la letteratura arcadica di chi suona il piffero per la rivoluzione piuttosto che la letteratura in cui simili esigenze sono poste, la letteratura detta oggi di crisi.

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Il garofano rosso, Milano, Arnoldo Mondadori, 1976 - IV cap. pag. 50
prima edizione 1948 a puntate in "Solaria" dal 1933 al 1936

Quindicina, medicina.
... sono passate due carrozze piene di donne dalle braccia nude, che ridevano.
Era la quindicina di madama Ludovica;

 
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Notizie biografiche


Nasce a Siracusa nel 1908.

Nel 1924 entra in contatto con un gruppo di anarchici siracusani in lotta contro lo squadrismo fascista e interrompe gli studi tecnici a cui i genitori l'hanno destinato. Quindi, a diciassette anni decide di lasciare definitivamente la Sicilia e si stabilisce a Gorizia, dove troverà lavoro in un'impresa di costruzioni.

Nel 1926 pubblica un articolo politico sulla rivista «La conquista dello stato», assumendo posizioni di fascismo antiborghese.

Nel 1927 grazie all'amicizia con Curzio Malaparte comincia a collaborare con «La Stampa» e pubblica su «La Fiera letteraria» il racconto il Ritratto di re Gianpiero con presentazione di Enrico Falqui. Il 10 settembre 1927, dopo la fuga architettata per potersi sposare subito, viene celebrato il matrimonio "riparatore" con Rosa Quasimodo, la sorella del celebre poeta Salvatore.

1930 si stabilisce a Firenze. Esce un'antologia, curata da Vittorini e da E. Falqui intitolata "Scrittori nuovi". Il suo primo racconto viene pubblicato su «Solaria». Nelle edizioni della rivista esce poi, nel 1931, una prima raccolta di brevi narrazioni, Piccola borghesia. La pubblicazione a puntate su «Solaria» del suo primo romanzo, Il garofano rosso (1933-1934), provoca il sequestro del periodico per oscenità.

1938. Aderisce al fascismo, senza esibire con posizioni ufficiali questa sua adesione. Su «Letteratura» appare in questi anni, a puntate, Conversazione in Sicilia, l'opera più importante di Vittorini, edita poi in volume nel 1941 Negli anni della guerra e della lotta interna anti nazifascista si iscrive al partito comunista e partecipa alla resistenza a Milano. Dirige l'edizione milanese de «L'Unità», l'organo del PCI.

Nel 1945 fonda«Il Politecnico», subito impegnato in una battaglia per un rinnovamento intellettuale-artistico capace di produrre politica senza essere subordinato a prescrizioni di partito. Le vivaci polemiche con i dirigenti comunisti Mario Alicata e Palmiro Togliatti sul rapporto politica- cultura, finiscono per incidere sulla vita della rivista, che cessa nel dicembre 1947. Pubblicail romanzo Uomini e no (1945) sull'esperienza di partigiano fatta a Milano e rievocata con toni ora epici ora lirici ora documentaristici. Seguono altri due romanzi. Il Sempione strizza l'occhio al Frejus (1947) è una allegoria della ripresa dei rapporti sociali nel mondo del dopoguerra. Le donne di Messina (1949) sulla ricostruzione di una Italia migliore dalle rovine del conflitto mondiale.

Nel 1951 lascia il PCI e si dedicò all'attività editoriale. Dirige per Einaudi la collana «I gettoni», che farà conoscere i narratori più interessanti della nuova generazione. Cura per Einaudi la pubblicazione di opere di Ariosto, Boccaccio, Goldoni. Passa poi a dirigere collane editoriali per Mondadori.

Nel 1956 esce La Garibaldina. Grande clamore suscita poi il suo rifiuto di pubblicare Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Nel 1957 pubblica Diario in pubblico, che raccoglie i suoi interventi militanti, politico-culturali.

Nel 1959 fonda e dirige insieme a Italo Calvino «Il Menabò», importante per l'avvio del dibattito italiano sullo sperimentalismo letterario degli anni '60. Negli ultimi anni della sua vita continua a scrivere un romanzo, che doveva interrompere un lungo silenzio creativo. Le città del mondo, iniziato nei primi anni '50, viene pubblicato postumo nel 1969. Postumi vengono pubblicati, incompiuti, la raccolta di frammenti, appunti, riflessioni, Le due tensioni (1967), in cui la polemica contro le forme ideologico-artistiche della cultura borghese è condotta in nome di una «tensione» razionalista che, usando modelli della conoscenza scientifica, sembrava porsi come occasione di radicale rinnovamento. Una specie di testamento spirituale, che schiude la ricerca letteraria di Vittorini ai temi più caratteristici degli anni '60.

Muore a Milano nel 1966.

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Bibliografia:

 

 

Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos'è una siepe. (M. Parrella - poeta lucano)












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