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Il Revisionismo sul Risorgimento e l'autonomismo

Perugia, 11 Novembre 2002

Negli anni '90 sono affiorati in Italia tentativi di rivedere una parte della storia che era rimasta sostanzialmente immune da ogni revisionismo, almeno per quanto riguarda l'insegnamento scolastico, si tratta del Risorgimento.

Con Risorgimento si intende la nascita, maturazione e diffusione di un sentimento nazionale italiano nel XIX secolo e la sua traduzione nei moti rivoluzionari e nelle guerre che portarono all'unificazione e alla creazione del Regno d'Italia.

La storia di quegli eventi è tradizionalmente insegnata nelle scuole come l'epopea del popolo italiano enfatizzando la positività di eroi e patrioti come Giuseppe Garibaldi, Mazzini, Pisacane e di abili statisti come Cavour o monarchi illuminati come Carlo Alberto e d'altra parte dipingendo come reazionari o ingenui strumentalizzati coloro che si opposero all'unificazione, sottolineando le efferatezze e i massacri perpetrati da questi ultimi piuttosto che dei primi, che pure non ne furono esenti.

Prima degli anni '90 solo la storiografia di area socialista o comunista ha tentato seriamente di rivedere criticamente il Risorgimento, sottolineando la natura "borghese" di una rivoluzione guidata dalla classe media che ha usato il proletariato  come strumento.

Solo in parte tuttavia era stata messa in dubbio l'esistenza della nazione italiana, la validità dell'unificazione culturale, economica e politica. In particolare è da ambienti di sinistra che è nata la riscoperta dei dialetti, delle culture locali, della musica e canto tradizionale.

Dal punto di vista sociale la storiografia socialista (ma anche già alcuni statisti del Regno di fine '800) mise in evidenza il "tradimento" dei contadini meridionali a cui fu negata la ridistribuzione delle terre nonchè lo squilibro creato all'unificazione dalle politiche liberiste e dall'abolizione dei dazi doganali che schiacciarono il progresso economico in meridione.

 

Ben altra impostazione ha avuto l'attacco frontale portato dalla Lega Nord, promotrice di una campagna di propaganda tesa a convincere i settentrionali di aver subito dal XIX secolo  una colonizzazione da parte di popoli parassiti che hanno succhiato risorse al Nord, imposto una cultura mafiosa e invaso la laboriosa e pura nazione padana con immigrati più inclini alla delinquenza che al lavoro.

Venne rotto così il classico "vaso di Pandora" in cui erano chiusi i pregiudizi, le convinzioni di molti settentrionali. I leghisti hanno un po' rozzamente propugnato l'abbandono della retorica risorgimentale detta "patriottarda" denunciato il centralismo politico e culturale romano-centrico e sostenuto la necessità del federalismo e poi della secessione del Nord che si dovrebbe riconoscere nella nazione "Padania". Ricordiamoci che la Lega non governativa era arrivata al 20% dei consensi al Nord, dato significativo al di là del possibile valore di voto di protesta per Tangentopoli.

Parlo di "vaso di Pandora" perchè le idee della Lega Nord rappresentavano in realtà convincimenti che molti settentrionali (e non pochi meridionali) hanno sempre condiviso nel loro intimo ma tendevano a non esprimere perchè sentivano come riprovevoli grazie alla pressione culturale dell'universalismo socialista o cattolico da un lato e dal nazionalismo italiano che pur colpito dalla sconfitta in guerra era ancora diffusamente inculcato.

Queste barriere culturali dopo la caduta del comunismo sono parzialmente crollate ed i leghisti hanno potuto conquistare consensi alla loro lotta all'invasione di "terroni" ed extracomunitari arricchita negli anni da una paranoica denuncia di congiure masso-plutocratiche e scenografie congressuali in stile anni '30, su cui è evidente l'influenza di ideologi vicini ad ambienti neonazisti e ad Ordine Nuovo.

Il fenomeno Lega è stato uno shock per molti ed al di là della valanga di riprovazione e le denunce di razzismo che ha ricevuto, probabilmente ha lasciato il segno.

Recentemente invece la revisione di "tabù" storici ha interessato ambienti cattolici come "Comunione e Liberazione", propugnata in particolare dal governatore della Lombardia R. Formigoni; inoltre si sono tenuti convegni e manifestazioni culturali per riscoprire i Borboni e il regno delle Due Sicilie, marchiato dal XIX come stato reazionario e oppressore delle libertà dei cittadini, o della Repubblica Serenissima di Venezia che già godeva di una valutazione storica più benevola.

Per reazione al leghismo in meridione si sono radicalizzate le posizioni di formazioni autonomiste, come anche quelle neoborboniche, il che non ha portato tuttavia ad aumenti significativi del loro consenso.

Il punto di vista degli autonomisti meridionali era ovviamente opposto a quello della Lega riprendendo ed estremizzando piuttosto la critica storica all'unificazione vista come frutto dell'espansionismo piemontese e alla politica dei primi anni del Regno d'Italia verso il meridione vista come colonialista e sfruttatrice.

Il revisionismo dei gruppi autonomisti non raramente coinvolge nel rifiuto dell'unitarismo anche il rifiuto parziale o completo degli ideali del'Illuminismo e della rivoluzione francese, l'umanesimo "egalitarista", il liberalismo, il liberismo, la repubblica democratica, che nel XIX secolo erano poco distinguibili dal nazionalismo (l'emancipazione del popolo dalle monarchie reazionarie si doveva attuare con l'unificazione). Questo però espone coloro che vogliono aderire a tali revisionismi all'influenza di culture politiche estranee alla democrazia liberale o alla socialdemocrazia occidentale, come effettivamente è avvenuto per la Lega.

Dopo i successi elettorali della Lega i maggiori partiti politici hanno fatto a gara per cavalcare il federalismo e ormai è già avviata e in parte operativa una riforma dello Stato che concede alle regioni poteri prima appannaggio del governo centrale.

Tuttavia negli ultimi anni si è assistito ad un'inversione di tendenza. Da una parte il fallimento della campagna secessionista al Nord e l'assorbimento della Lega nel sistema politico grazie anche al successo delle politiche europeiste e dall'altra la valutazione critica sui rischi e gli svantaggi del federalismo che cominciano ad affiorare dopo anni in cui esso era un prezzemolo per tutti i programmi elettorali hanno fatto capire ai critici dell'autonomismo e ai nazionalisti che forse era giunta l'ora del contrattacco.

Con prudenza ma decisione il Presidente della Repubblica ha lanciato una campagna di riscoperta e riaffermazione dei valori del Risorgimento ed in parte riproposto quella che per la Lega era "retorica patriottarda". E' stata approvata la legge di tutela delle lingue di minoranza nonostante un tentativo di opposizione in extremis di ex-democristiani e Alleanza Nazionale, tuttavia con la stessa legge veniva chiusa la porta alla tutela dei principali dialetti romanzi d'Italia istituzionalizzando un discrimine fra lingua minoritaria e dialetto.

Affiorano ora anche nella maggioranza di governo posizioni critiche sulla riforma di "devolution" su cui si basa l'accordo elettorale del Centro-Destra e per questo la Lega fa ora la voce grossa per difendere l'ultima linea della politica autonomista per il resto ormai sconfessata.

Siamo dunque al capolinea per le politiche autonomiste e federaliste? Prevarrà la normalizzazione e la restaurazione del sentimento nazionale e unitario e della retorica "patriottarda"?

Questa sembra la tendenza attuale, tuttavia bisognerà anche valutare l'effetto sulle coscienze che avrà alla lunga la rottura del "vaso di Pandora" e l'eventuale attuazione della "devolution" con l'affidamento alle regioni di politiche in tema di sanità, fisco, ordine pubblico, riforma che sebbene criticata da molti potrebbe rendersi necessaria per evitare una crisi politica.

Ritengo significativo in tal senso un episodio. Il ministro dell'Economia Tremonti, in visita in una azienda meridionale si è detto piacevolmente sorpreso di trovare al Sud una azienda piena di operai che amano il lavoro.

Una dichiarazione che voleva fugare i sospetti di antimeridionalismo nati dal progetto di legge finanziaria del 2002 da lui redatto con tagli ai finanziamenti per lo sviluppo del Sud, ma che al contrario sembra tradire la sua precedente o attuale convinzione che i meridionali siano persone (magari geneticamente?) poco inclini al lavoro e piuttosto al parassitismo e alla delinquenza.


F.P.

 

 



 

 

 

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