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Fonte:
http://www.fns.it/sciano

PARLIAMO DEL RISORGIMENTO?

SI', MA DICIMUNI 'A VIRITA'.

di Giuseppe Scianò

La classe politica ed i partiti dominanti - e non solo loro - hanno, da qualche tempo a questa parte, rispolverato la retorica risorgimentale.

Il pretesto viene offerto dalla improvvisa, folgorante, riscoperta dei valori del Risorgimento Italiano.

Gli intellettuali del regime hanno trovato una nuova, facile, occasione per fare sfoggio della loro immensa abilità. Sono, quindi, tutti euforici ed impazienti di esibirsi.

Anche quelli che in altri tempi l'avrebbero pensata molto diversamente.

Evidentemente per questi ultimi sarà arrivato il vecchio e provvidenziale. .." contrordine, compagni."

Che dire ?

Si vede che i neo-risorgimentalisti hanno le loro buone ragioni e ci pare giusto rispettarle.

A quelli di loro che sono in buonafede chiediamo, però, di fare uno sforzo per contribuire alla ricerca della verità sugli uomini e le vicende che caratterizzarono quel periodo storico.

Ce n' è, in realtà, un gran bisogno.

Si vede che i neo-risorgimentalisti hanno le loro buone ragioni e ci pare giusto rispettarle.

A quelli di loro che sono in buonafede chiediamo, però, di fare uno sforzo per contribuire alla ricerca della verità sugli uomini e le vicende che caratterizzarono quel periodo storico.

Ce n' è, in realtà, un gran bisogno.

L'agiografia risorgimentale, - nel secolo scorso e nella seconda parte di quello precedente, - fu veramente indecente ed offensiva per l'intelligenza e per la dignità di quanti la dovettero subire e sorbire. Spesso senza poter neppure replicare.

E fu offensiva soprattutto per la VERITA '.

Ai " neo-risorgimentalisti" in buona fede,sia pure in pillole, vorremmo offrire qualche spunto di riflessione.

Cominciamo con un piccolo flash sui cosiddetti "picciotti garibaldini" che altro non erano che i "picciotti di mafia". E la mafia, nel 1860, era veramente ai margini della Società civile. Avrebbe, in coincidenza con lo sbarco dei Mille, fatto quel bel " salto di qualità", del quale oggi piangiamo ancora le conseguenze..

Operazione, questa, che com'è noto, si svolgeva nell'ambito del disegno strategico della più grande potenza dell'epoca, la Gran Bretagna, che aveva deciso di creare, - ad ogni costo, in tempi rapidi, e scegliendo cinicamente di acquistare tutto ciò che il "mercato" potesse offrire, - uno stato unitario ( il futuro Regno d'Italia per l'appunto) che si estendesse dalle Alpi al cuore del Mediterraneo .

In una Sicilia, da sempre indipendentista e fiera della propria identità nazionale, la mafia. che come abbiamo detto era ai margini della Società e che aveva tutto da guadagnare e niente da perdere, cadeva a fagiolo nel progetto inglese. Così come, del resto, nel Napoletano, era avvenuto per la camorra, che era stata messa all'opera con qualche anno di anticipo rispetto alla sorella minore.

Dunque la "maffia", come si pronunciava allora, ed i suoi picciotti avrebbero avuto un posto di primo piano.

Avrebbero, cioè, "legittimato" e reso "presentabile" agli occhi dell'opinione pubblica internazionale e soprattutto agli occhi degli altri Stati europei, che non volevano vedere (anche perche assillati dai rispettivi guai) l'occupazione", in perfetto stile coloniale, della Sicilia.

Come avrebbero potuto fare tutto ciò dei malavitosi, organizzati, sì, ma in maniera rozza ed approssimativa?

Semplicissimo: continuando a fare in modo più sfacciato quello che sapevano fare e che, fino a quel momento, avevano fatto con molta prudenza, a piccole dosi e con non pochi rischi.

 Insomma, ora l' "onorata società" avrebbe potuto godere di una "licenza" di rubare, di ammazzare, di estorcere, di ricattare e via dicendo.

E, così, nel caos totale, fra una rapina e l'altra, fra un omicidio e l'altro, la mafia, oltre che prosperare, senza porsi troppi scrupoli, sarebbe servita per far passare (sarebbe più esatto e pertinente dire "per contrabbandare") la propria tipica, indegna, frenetica attività delittuosa per una "rivoluzione interna" alla Società Siciliana.


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RICOMPENSE E PRIVILEGI PER I PICCIOTTI

La fortuna dei PICCIOTTI DI MAFIA, però non finisce con la “licenza di delinquere a più non posso”.

Le bande dei picciotti, peraltro abbondantemente finanziate, fin dal periodo immediatamente successivo alla sconfitta della rivoluzione esplosa il 12 gennaio 1848 ed alla fine, incomprensibile e sospetta, dello Stato indipendente di Sicilia, (fin da1 1849, cioè) ,diventano, infatti, vieppiù "preziose" nel 1860, - come abbiamo accennato,- e continuano ad esserlo durante le vicende del "plebiscito" del 21 ottobre dello stesso anno. Per la cronaca quel plebiscito fu il più spudorato che la storia ricordi (definizione, questa, del patriota pentito, Pasquale Calvi, che come Presidente della Corte di Cassazione, in Sicilia, ebbe l'ingrato compito di convalidarlo).

Per intenderci, queste bande vennero usate per fare la clack alle esternazioni teatrali di Garibaldi, per terrorizzare i cittadini, per massacrarli all'occorrenza se sospetti di onestà e di sentimenti antimafiosi. Per farli a pezzi se separatisti o nostalgici del Regno delle Due Sicilie. O, semplicemente, per rapinarli più comodamente e senza rischio alcuno.

Purchè il tutto apparisse "politicizzato"o "politicizzabile".

Le bande servirono benissimo per simulare il consenso dei Siciliani all'occupazione, prima, e all'annessione al Regno d'Italia, poco dopo.

Senza considerare che il terrorismo mafioso aveva talmente scoraggiato i ben pensanti che alla fine molti di questi pensarono, - sbagliando di molto, - che dopo tutto un minimo indispensabile di "ordine" lo avrebbe potuto assicurare quel Vittorio Emanuele, Re d'Italia, nel nome del quale gli Inglesi avevano consentito al loro Eroe - "mosca cocchiera", Garibaldi, di conquistare la Sicilia.

Del CAOS, creato dagli invasori, dalle loro truppe mercenarie, dai picciotti di mafia e dai manigoldi di ogni genere, avevano ormai terrore tutti ,a prescindere dal ceto sociale o dalle convinzioni politiche .

Prevaleva, così, la brutta e triste massima secondo la quale..."Kiù skuru 'i menzanotti 'un po' faciri" .

Ma furono inventati ed istituiti compensi e prebende ancora più allettanti che sarebbero stati riservati ai picciotti ed a quanti ne avessero seguito l’esempio, persino dopo che "l'annessione” era avvenuta.

Privilegi e premi che confermano, pero, quanto il Popolo Siciliano fosse ostile all’annessione stessa, ... se il Governo Italiano continuava a corrispondere compensi altissimi ed eccezionali ai propri “fedeli”. Anche quando – (oseremmo dire soprattutto quando) – i soggetti interessati non potevano vantare affatto elevate qualità morali.

Citiamo due modelli di “compensi” veramente emblematici.

Ai Garibaldini ed ai combattenti per l’annessione spettava nei “demani” dei Comuni l’assegnazione di una doppiaquota di terreno senza concorso. Veniva cioè data una condizione di privilegio veramente inaudita ed ingiusta a coloro che dimostrassero si essere stati e di essere “unitari” a scapito dei contadini e dei veri lavoratori della terra che ne avrebbero avuto diritto.

L’altro privilegio è, a dir poco, sconcertante. Agli stessi veniva concessa una pensione trasmissibile agli eredi. Un “caso” unico nella storia delle rivoluzioni, vere o presunte.

I vantaggi di cui sopra si potevano ottenere probabilmente anche con dichiarazioni e testimonianze incrociate o con documentazioni molto opinabili. Gli eventuali imbrogli convenivano in ogni caso al giovane Regno d’Italia che poteva dimostrare al mondo che molti patrioti, in Sicilia, si erano ribellati ed avevano valorosamente lottato per l’annessione della Sicilia all’Italia. E convenivano, ovviamente, anche ai … “falsari”. Mutu Ku sapi lu joku…..

Si pensi che la pensione ereditaria per i discendenti dei Garibaldini fu soppressa soltanto dopo più di ottant’anni, allorché l’Italia fu costretta nel corso della Seconda Guerra Mondiale ad operare drastici “tagli” alla spesa pubblica. Ancora oggi capita tuttavia di leggere sui giornali che qualche discendentedi garibaldino reclami la riattivazione dell’antico privilegio.

Credo di essermi dilungato troppo su uno dei particolari, gravi si, ma non sufficientemente dimostrativo di quello che in Sicilia fu il contesto nel quale si concretizzo il Risorgimento Italiano.

Non ho ancora trattato l’argomento dei “politici” e di quei gentiluomini che sarebbero diventati, di riffe o di raffe, “padri della patria”.

Anche se non mancarono eccezioni di uomini onesti ed in buona fede che avevano creduto sinceramente che la Sicilia, dall’annessione avrebbe potuto trarre qualche vantaggio morale e materiale.

Così come non mancarono, in Continente, idealisti estatisti di grande valore, ben diversi dai tanti Cavour, Garibaldi, e Vittorio Emanuele, che abbiamo avuto la ventura di conoscere.

Gli eventi però sono andati come sono andati. E non possono essere dimenticati, ne manomessi dall’agiografia risorgimentale di triste memoria ….

Torneremo sull’argomento.


Palermo, 21 Novembre 2000


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