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Noi, gli ultimi Italiani

di Zenone di Elea



Strano destino, il nostro. Fummo italici[1], poi romani. Fummo borbonici[2], poi italiani. E lo siamo ancora. Anzi, noi siamo gli ultimi italiani.

In quest’Italia che in uno schieramento ha visto in questi anni e continuerà nei prossimi a vedere sventolare la stella alpina-sole della padania[3] e passeggiare - nel corridoio dei passi perduti - parlamentari agghindati con pochette e cravatta verdi e in un altro schieramento distese di pezzotte arcobalene, siamo rimasti i soli ad essere abbarbicati ad un tricolore che non ci ha portato molta fortuna.

Se, poi, per voi una diaspora di milioni di esseri umani si chiama fortuna, avete sbagliato sito, lasciateci perdere e andate a spendere il vostro tempo altrove.

Oggi abbiamo ascoltato un discorso del presidente della camera tutto improntato ai valori della resistenza[4] come collante della nazione, il neoleletto si è dimenticato però del 4 novembre – che a noi, pacifisti senza clamore, come ricorrenza non piace, ma non possiamo negare che Zitara[5] abbia ragione quando afferma che è l’unico ricordo che unisce questo paese, il ricordo di centinaia di migliaia di giovani del nord e del sud morti durante la prima guerra mondiale lungo i confini nord-orientali della “patria”[6].

Da quell’ecatombe ci divide quasi un secolo ormai. I ragazzi padani di oggi non vanno più ad arruolarsi neanche fra gli alpini[7], l’esercito è divenuto volontario e i ragazzi del Sud affollano le forze armate.

Quelli che “portano la pace” o operano a vario titolo nei teatri di guerra sono soprattutto ragazzi del Sud, qualche volta appartenenti a famiglia originarie del Sud ma residenti nella cosidetta padania.

E la maggior parte di quelli che muoiono, magari gridando “vi faccio vedere come muore un italiano”, provengono dal sud o sono nati in famiglie provenienti dal sud.

Alle loro famiglie resta la consolazione di un drappo tricolore appoggiato sulla bara durante i funerali di stato. Qualche volta burocratiche e umilianti incomprensioni costringono queste famiglie ad attendere un tempo incongruo per ottenere il dovuto riconoscimento economico da parte di uno stato per il quale i loro congiunti sono caduti.

Può anche capitare che una brillante penna vagamente stonata aggiunga la richiesta di un monumento che ricordi questi portatori di pace, lo fa oggi, 29 aprile 2006, Marcello Veneziani da Bisceglie sul quotidiano Libero, in un articolo dal titolo “Nassirya, la Patria e il maresciallo terrone”.

Mentre qualche giorno prima su un altro giornale un’altra non meno nota penna “nostrana” – Marcello D’Orta – il cui libro negli scorsi anni ha tenuto compagnia alle signore padane sotto l’ombrellone delle spiagge romagnole si domandava “Quanti come me  (fatemelo sapere), si sentono italiani al cento per cento?”

Come meridionale dovrebbe saperlo, se non lo sa o non ci vede o non ci sente: siamo noi, gli abitanti dell’ex-Regno delle Due Sicilie, gli ultimi Italiani.




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[1] A Corfinio vennero coniate dalle popolazioni confederate della Lega Italica varie monete fra cui una in cui era raffigurato il toro italico che schiaccia la lupa romana.

[3] “Il Sole delle Alpi è un antichissimo simbolo molto diffuso nelle aree celtiche e specialmente lungo l’arco alpino. Si tratta di un simbolo solare, essenzialmente grafico, non vincolato a determinati colori, che solo un grosso somaro può assimilare alla foglia di marijuana. E’ costituito da sei "spicchi", regolarmente disposti a raggiera e generalmente racchiusi in un cerchio o in una decorazione circolare; a volte, anche in un esagono.

Il Sole delle Alpi è come la riunione di altri simboli:

* sta ad indicare anzitutto il Sole, cioè la vita, il calore, la luce e tutto ciò che è bello e piacevole;

* sta ad indicare la "ruota della vita", con l’alternarsi delle stagioni e delle vicende;

* sta ad indicare Gesù Cristo, "vero Sole", "Sole invitto" e "Sole di giustizia", rappresentato con il Chrismon (sovrapposizione di X e P, cioè delle prime due lettere greche di Christos);

* la suddivisione in 6 rimanda alla "Stella di Davide" e all’importanza di questo numero legato alla creazione: il 6 non è solo il doppio del numero perfetto, ma anche la somma dei primi tre numeri;

* sta ad indicare il fiore, cioè la bellezza, la pulizia, la vita che rinasce dopo l’inverno, e in particolare la stella alpina che cresce anche nelle condizioni più sfavorevoli;

* sta ad indicare infine i sei ceppi etnolinguistici della Padania: i Celto-italici, i Veneti, i Tedeschi, i Friulani, i Ladini e gli Occitani-Arpitani.”

Il Sole delle Alpi è un ornamento grafico popolare e popolano: lo si ritrova soprattutto inciso o disegnato sui comuni oggetti (utensili, culle, portapane, grolle...) quotidianamente adoperati dai ceti popolari, rurali, periferici, spesso accanto all’emblema di Gesù ("JHS"); raramente è esposto su portoni, terrazze o travi, come in una casa walser a Binn, in Svizzera; nelle Chiese compare poco, e in posizione secondaria; non lo si vede mai sugli stemmi nobiliari, sui palazzi o sui Castelli: gli artisti più ricercati non si rifacevano di certo a un ornamento popolare di così facile e esecuzione.

Il Sole delle Alpi è chiaramente visibile, per esempio, nel pavimento del Santuario di Saronno, nella facciata della Parrocchiale di Varedo, sul campanile di Bedero, nei rosoni absidali della Chiesa di San Zanipolo a Venezia e all'interno della Basilica principale della cristianità: San Clemente in Romna.

Il Sole delle Alpi è dunque un simbolo popolare e familiare, adatto ad esprimere il profondo legame che i popoli padani e alpini vogliono instaurare e mantenere con le loro istituzioni politiche: la Repubblica Federale della Padania. (Cfr. http://www.prov-varese.leganord.org/doc/solealpi.htm)

[4] “Le sinistre del 1945 credevano che il 'vento del Nord', l'ondata di consensi conquistati con la guerra partigiana, potesse condurle alla vittoria anche sul terreno della politica. Erano convinte che il 25 aprile fosse la data di nascita pure per gli italiani del centro e del sud, dove non c'era stata nessuna Resistenza. Poi arrivò un signore dallo stile austro-ungarico, un antifascista moderato. I vignettisti lo disegnavano vestito da prete e con un nasone da avvoltoio. Le sinistre lo bollavano come lacchè degli Stati Uniti, servo del Vaticano e amico dei fascisti. Si chiamava Alcide De Gasperi. E in un sola giornata, il 18 aprile 1948, cambiò il destino del paese. Per fortuna nostra, debbo aggiungere.” (Cfr. Bello il 25 aprile ma da solo non basta - Bestiario di Giampaolo Pansa – L’Espresso, aprile 2006)

[5] Con Ciampi il 4 novembre è divenuta “festa dell’unità d’Italia e delle forze armate”, Nicola Zitara scrive: “C’era una data, il 4 novembre, che gli italiani e gli italici celebravano assieme giustamente,  perché il sangue dei meridionali e dei toscopadani si era mescolato per gli stessi rivoli di morte sulle giogaie alpine, per difendere Milano e Venezia da un ritorno del tallone tedesco e riportare alla Padana le terre trentine e giuliane, e le belle città di Trento e Trieste.” (Cfr. http://www.eleaml.org/nicola/attualita/la_retorica_del_25_aprile.html)

[6] La mattina del cinque di agosto/ si muovevano le truppe italiane/ per Gorizia, le terre lontane/ e dolente ognun si partì.” si canta in una canzone vietata per vari decenni.

[7] Anzi, potremmo dire che il tricolore non li appassiona, e non c’è da meravigliarsi visto che qualcuno sogna di bruciarlo: “Ieri 6 marzo 2005 in una piazza di Castagnola, vicino a Lugano, si è tenuta una manifestazione organizzata dalla Lega Nord. Alla manifestazione hanno partecipato cinque ministri, o ex, di questo governo: Bossi, Calderoli, Castelli, Maroni e Tremonti. I manifestanti hanno acclamato i ministri e hanno cantato: "SIAMO PADANI, ABBIAMO UN SOGNO NEL CUORE, BRUCIARE IL TRICOLORE". Chi lo dirà alla vedova di Nicola Calipari, al Presidente Ciampi e alle migliaia di italiani che ieri hanno reso onore alla bara di Calipari avvolta nello stesso tricolore. Questo è il rispetto che hanno i cinque ministri di questo governo per l'Italia.” (Cfr. http://www.beppegrillo.it/2005/03/_foto_wwwrepubb.html)






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