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Il Mattino - Giovedì 15 Aprile 2004

De Rosa: svegliati, Sud

di Titti Marrone


Dietro l’aria paciosa da mite studioso, il professor Luigi De Rosa cela in verità un inaspettato spirito battagliero. Leggere per credere: nel pamphlet La provincia subordinata (Laterza, pagg. 144, euro 10, da oggi in libreria) lo storico dell’economia mette giù una reprimenda veemente indirizzata a chiunque si sia occupato di governo del Mezzogiorno in un arco temporale vastissimo, dall’età postunitaria ai giorni nostri.

La sua tesi, che non risparmia i governanti contemporanei, è che la storia della questione meridionale altro non sia stata che una lunga vicenda di subalternità, con il Mezzogiorno sempre al traino di altrui interessi, politiche, legislazioni. E fin qui nulla di nuovo dalla tanta letteratura fiorita intorno al Sud fin dai primi anni Settanta, con una serie sterminata di titoli che hanno fatto il loro chiasso e, in certi casi, la fortuna dei loro autori, dal postsessantottino Contro la questione meridionale di Carlo e Capecelatro (ed. Savelli) al recente Abolire il Mezzogiorno (ed. Laterza) di Gianfranco Viesti.


Di diverso, rispetto alle analisi precedenti, c’è l’idea categoricamente espressa secondo cui il Sud avrebbe del tutto cessato di esistere proprio con l’Unità d’Italia, evento, questo sì, capace di «abolire il Mezzogiorno». Perché di lì sarebbe cominciata la serie delle politiche, ordinarie o straordinarie, portatrici di modelli imposti sempre con un tratto di perentorietà tale da bloccare possibilità di sviluppo.

Per dimostrarlo, nello scegliere «nove momenti della storia unitaria, particolarmente significativi sotto il profilo dello sviluppo economico», De Rosa parte dal 1830, cioé dal modello protezionistico di età borbonica, che sembrerebbe uscire vincente dal confronto con quello successivo del nuovo Regno d’Italia.


Ma professor De Rosa, così non teme di dare spago al sudismo dei nostalgici di Franceschiello?

«No, perchè poi sottopongo a dura critica lo stesso modello borbonico. Lo accuso di essere stato la vera causa dell’indebolimento, di aver facilitato il Piemonte per la conquista del Sud. Non mi si fraintenda, lungi da me qualsivoglia nostalgicismo filoborbonico. Concludo il libro con le parole di Giovanni Porzio, che dava la colpa della propria arretratezza allo stesso Sud, incapace di chiedere al Nord di saldare i conti ricambiando il tanto che gli aveva donato. Il regno di Napoli si presentò inerme, lasciò la sua classe proprietaria del tutto in balìa del Nord e lasciò che venisse abolito quel protezionismo che forse doveva essere eliminato in modo più graduale. E lo stesso repentino passaggio ci fu con i successivi modelli liberisti.»


Lei cita Compagna, secondo cui dall’Unità la borghesia del Sud si rassegna a essere ”rentier” per sempre. Era dunque possibile un esito diverso, tale da non determinare quell’assenza di classe dirigente che sempre si lamenta nei discorsi sul Mezzogiorno?

«Sì. Se gli avessero dato tempo, il Sud sarebbe cresciuto dopo l’Unità, invece tutti gli indicatori economici ne attestano la progressiva crisi. Ora, tutti sanno di Pietrarsa, dello sviluppo dell’industria tessile, della Napoli-Portici, ma basta sfogliare un settimanale degli anni Sessanta dell’Ottocento, ”L’industria italiana”, dove si riversavano le proteste degli industriali meridionali, per capire come si fosse costruito, sia pure con fatica, un ceto economico e sociale che avrebbe potuto avere un ruolo di traino. Al nuovo regno chiedevano: dateci sei anni. Nessuno avrebbe dovuto negare un simile tempo di protezione all’industria meridionale. E invece fu questa la scelta fatta dai governi della destra storica, e di lì nacquero espressioni perturbate di disagio per la diminuzione delle possibilità per il Sud come il brigantaggio. In seguito prima la Destra storica poi la politica crispina e il giolittismo interrompono qualsiasi politica di sviluppo, confermando la scelta di rapportarsi al Sud unicamente come terreno di conquista. Così, progressivamente, il Mezzogiorno perde la compattezza che aveva quando tutti i meridionali si dicevano ”napoletani”. Il governo della Destra ha staccato la Puglia dalla Campania con la ferrovia adriatica, simbolo di una politica d’isolamento che ha smembrato anche economie, identità, legami antichi, tagliando fuori quella che una volta era stata una grande capitale europea. E la classe politica meridionale, per debolezza o corruzione, ha lasciato fare».


Né, secondo la sua analisi, va meglio con il fascismo e le politiche varate con la riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno, nuovi modelli calati sul Sud. Anzi, lei evidenzia un progressivo aumento di arretratezza, clientelismo e verticismo: al Sud si sommano i difetti delle due parti del Paese?

«Sì. L’unica cosa che non viene centralizzata è il sistema bancario. Ma poi il Sud, in tempi più recenti, ha perso anche quella sua autonomia, perdendo il Banco di Napoli. Ora io mi chiedo: è possibile immaginare una rinascita del Mezzogiorno senza una grande banca radicata nel territorio? Il Banco di Napoli raccoglieva capitali al Sud e li portava al Nord, e su questi finanziamenti tratteneva comunque una quota. Oggi non rimane più neanche questo. È stato un errore grandissimo e ingiustificato, e la classe politica meridionale non ha seriamente agito per impedire quella perdita. È triste dirlo, ma è stato un politico meridionale a consentire anche che si approvasse l’abolizione dalla Costituzione di un richiamo specifico alla rinascita del Mezzogiorno che era stato voluto dai padri fondatori».


E con il modello federalista come andrebbe?

«Non siamo ancora al federalismo fiscale, ma allora sì che il Sud sarebbe abolito del tutto. Non ci sarebbe alcuna equità, ci si dimenticherebbe del tutto che, al momento dell’unificazione, il Mezzogiorno pagò il debito pubblico del Nord. Che con l’intervento straordinario non ebbe altro se non ciò che gli era stato negato con quello ordinario. Ora, io ho scritto questa mia denuncia nella speranza che i meridionali si sveglino. Che riacquistino consapevolezza dei propri diritti. Siamo pur sempre un terzo della popolazione nazionale, abbiamo combattuto ogni sorta di guerra per tutelare i confini delle regioni del Nord. Per quanto tempo vogliamo continuare a essere una provincia subalterna?»








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