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Fonte:
http://www.ondadelsud.it/

Bossi, complice di banchieri e di gente senza onore
“Antonio Dell’Omo scrive a Umberto Bossi”

Ottobre 2011


Chi scrive è stato Segretario regionale della Puglia di Lega Italia Federale tra il marzo del 1993 e il gennaio del 1994. Nel corso di quel mese di Gennaio, in un incontro in Via Bellerio a Milano, mi dichiarai indisponibile a continuare un rapporto politico che non fosse rispettoso della Storia e degli interessi del Sud. Era, di fatto, fallito il tentativo di Lega Italia Federale, in cui sarebbe dovuta confluire Lega Nord, e di cui tu, Umberto Bossi figuravi essere parimenti il Segretario federale.

Era il tempo in cui mi dicevi che “voi meridionali e noi “lumbard” ci hanno fregati i piemontesi”. Era il tempo in cui sembravi rappresentare il nuovo, fatto di onestà storica e morale; di coraggio; del rispetto per tutti i popoli della Terra; della disponibilità a combattere per la libertà e la dignità di ciascuno di essi. Sembravi il paladino degli oppressi e un cavaliere di giustizia. Questo facevi credere di voler essere: il federalismo nella sua accezione più nobile.

Pur con qualche prevenzione, ti avevo dato credito. Altri, ed erano in tanti, alcuni tra i miei migliori amici, ti avevano creduto senza remore e perplessità. Tant’è che ti seguirono ancora per un anno dopo le mie dimissioni. Infine, dovettero darmi ragione.

Non ho mai rinnegato alcuna delle esperienze della mia vita. Ho conosciuto in quel periodo anche persone fantastiche come Gianfranco Miglio col quale, scherzosamente, ci giuravamo reciproca fucilazione per chi dei due avesse oltrepassato il Garigliano. Un uomo straordinario, non solo per cultura e per un profondo senso di umanità, ma soprattutto per chiarezza di convinzioni e di posizione. Un uomo veramente libero e di un’onestà intellettuale davvero rara nella cosiddetta “cultura italiana”. Non mi meraviglia che la enorme caratura del Prof. Miglio poco si addicesse alle tue sensibilità, caro Umberto. Infatti, finì come finì.

Ma io, caro Bossi, in questi diciassette anni ho compreso le tue scelte. Facevi il tuo mestiere, a difesa degli interessi di bottega. Persino la copertura alle tante malefatte di padroni e di schiavetti le posso capire.

Certo che sei scaduto parecchio rispetto alle promesse fatte, ma che ci vogliamo fare. Ci voleva ben altra stoffa. Come diceva il Don Abbondio manzoniano, “se uno il coraggio non ce l’ha, mica se lo può dare?”

Ma vedi, caro Bossi, c’è un limite a tutto. Qui non è più questione di furbate, di menzogne, di giocare a fottere soldi al Sud e dichiarare il contrario. Io, caro Bossi. ti ricordavo contro il primo intervento in Iraq. Ti ricordavo dalla parte di Milosevic sotto i bombardamenti del compagno Dalema (a sua volta frettolosamente fulminato sulla strada di Belgrado da santo e carrieristico filo-americanismo).

Tutto mi sarei aspettato per ragion politica, fuorché tu arrivassi a negare, di fatto, i principi ostentati del tuo movimento. Farsi strumento di volgari assassini non era negli auspici del federalismo. Che vergogna Umberto, essere diventato complice di banchieri e di gente senza onore, che bacia la mano a un uomo, che concorre a voler uccidere due mesi dopo.

Quello che è stato fatto alla Libia in questi mesi e in questi ultimi giorni non può che suscitare profonda vergogna.

Non puoi far finta di niente. Chiediti qual é stato il tuo contributo, quante delle 40 mila, tra bombe e missili, hai contribuito a sganciare. Ordigni scagliati vilmente, oltraggiando un popolo libero, considerato fino a ieri, per le sue straordinarie conquiste civili e sociali, l’ottava meraviglia del mondo? Quante ragazze hai contribuito a far stuprare e uccidere? Quante atrocità hai contribuito a coprire e a giustificare?

Penso che già da tempo sia vergognoso sentirsi italiano. Ma, a questo punto, sentirsi chiamare padano, penso che dovrebbe essere anche peggio. Perché tu, caro Bossi, sei peggio degli altri. Ti sei ammantato di principi e di valori che non hai mai onorato.

Nel rispetto del principio numero uno del Federalismo, saresti dovuto uscire immediatamente dal governo e denunciare l’ignominia che si stava perpetrando.

Tu, invece caro Bossi, hai girato la testa dall’altra parte, come da tempo hai imparato a fare.

Povero Umberto, tu dicevi di essere fuori dal coro, invece hai contribuito a scrivere lo spartito.

Caro Umberto, come ti sei fatto piccolo! Hai negato la legittima sovranità e l’autodeterminazione del popolo libico. Hai negato il caposaldo del Federalismo. Hai negato te stesso. Come sei piccolo Umberto al cospetto di chi, nel bene o nel male, ha dato al mondo una lezione di coerenza ideale e politica.

Come sei piccolo di fronte al coraggio che forse tu non hai mai avuto.

Tu hai contribuito ad uccidere chi saresti dovuto essere nell’immaginario della tua gente. Ora, come glielo spiega?

Cosa penserà di te l’eroico Alberto da Giussano. Ah già, dimenticavo che non è mai esistito, proprio come te, caro Umberto. Tu non hai coltivato idee, hai venduto un prodotto che ha avuto successo semplicemente perché ha incontrato gli interessi di quel tuo mercato bottegaio e arido di pensiero e di umanità.

Tu sei la realtà, Umberto. Tu obbedisci agli ordini di banchieri e finanzieri, quelli che hanno decretato la fine della Libia.

Ma quanta differenza, caro Umberto tra chi sacrifica i propri figli per coerenza e onore e chi li sistema nel consiglio regionale. Che pena, Umberto.

Noi briganti, magari con le pezze al culo, tuttavia siamo fatti di tutt’altra pasta. Sappiamo riconoscere il valore degli uomini e sappiamo rendere omaggio al coraggio, alla testimonianza delle idee e al sacrificio per esse. Se questa società vorrà salvare se stessa, dovrà fare conto su gente come noi. Di chi coltiva un sogno antico di cui andiamo fieri. Qualcuno lo chiama ancora Civiltà.

Antonio Dell’Omo












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