Eleaml



Un federalismo concordato

di Zenone di Elea

Rds, 9 luglio 2006
 


Federalismo e Lombardo-Veneto


Mi diceva, tempo fa, un amico che ho traviato (culturalmente parlando) con le mie “storie vecchie” sul Sud, che ora quando sfoglia i grandi giornali nazionali rimane “sconcertato dallo spazio infinitesimale dedicato alle regioni meridionali”, regioni che rappresentano mezzo paese. Una volta non era così, l'amico in questione non si rendeva neanche conto di tale assenza.

Le sue parole mi son tornate alla mente in questi giorni[1], in cui vediamo svolgersi sulla grande stampa nazionale (=padana, questa equivalenza è una constatazione non un vezzo) un dibattito suscitato dall’esimio politologo e opinionista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, con un suo intervento dal titolo “Il paradosso del Lombardo-Veneto[2].

Dove sta il paradosso?

Semplificando, il Galli della Loggia sostiene che i “ceti borghesi urbani” del Lombardo-Veneto dovrebbero “sottrarsi all’egemonia ideologica «nazional-italiana», che nel loro caso specifico si esprime nella massiccia quanto inerte adesione della grande maggioranza di quei ceti stessi all’ideologia e alle posizioni della sinistra” e sottrarre quindi “l’istanza autonomistica alla brutale trivialità ideologica e alla patetica incultura del leghismo”, altrimenti “è arcisicuro che il Lombardo-Veneto resterà nel mondo dei sogni”.

Gli farà eco il giorno dopo Claudio Magris che – in una conversazione con Dario Fertillo, sempre sul Corriere della Sera – afferma: «Sì, sono d’accordo con le conclusioni dell’editoriale, là dove Galli della Loggia attribuisce alla "triviale incultura" leghista l’impossibilità per quel progetto di decollare. E mi ritrovo in sintonia anche riguardo alle sue considerazioni precedenti, quando concede alla questione lombardo-veneta una dignità particolare, riconoscendole alcune giuste motivazioni di partenza».

Questi padani parlano di un Lombardo-Veneto – inutile cercare grosse differenze fra la visione di Magris e quella di Galli Della Loggia, per noi non ve ne sono nella sostanza – quasi avesse una storia e quindi una identità millenarie, quando non si tratta altro che di una breve parentesi storica ovvero quella di un territorio amministrato per qualche decennio[3] dagli austriaci, per l’esattezza per soli 44 anni! Prima di allora ad esistere autonomamente e per secoli non fu il fantomatico Lombardo-Veneto ma la “Serenissima”[4], poi consegnata dal “corso” agli austriaci[5]. Non a caso le spinte migliori verso il federalismo sono venute dai veneti e non sono state caratterizzate da certe cadute di stile, tipiche  – appunto – della incultura leghista di marca lombarda.

Quello che invece è storicamente incontrovertibile è che le consorterie lombarde furono solidali con quelle emiliane e toscane nel sostenere pro-domo loro la costruzione del nuovo stato italiano, i cui territori erano stati unificati dai Savoia. Costruzione avvenuta affamando e devastando le contrade meridionali, ma questo particolare in un dibattito sul Lombardo-Veneto di “altissimo” livello, non trova spazio: sono quisquiglie, “roba vecchia” direbbe qualche quaquaraquà[6] delle nostre parti.

Tornando al paradosso del Galli Della Loggia, questa la sua conclusione, detta in altri termini: l’esistenza della Lega e la sua deficitaria capacità culturale e politica di analisi delle esigenze del “Lombardo-Veneto” ne ha ingessato qualsiasi sbocco positivo impedendo che venisse data una risposta congrua a problematiche reali di ammodernamento del sistema produttivo di quel territorio (e dell’Italia intera, presumiamo intendesse dire nel suo stracommentato articolo).

Intanto sarà pure incolta la lega, ma in un articolo del 7 luglio 2006 su “La Padania” dal titolo “Chiedo scusa ai padani” a firma di Roberto Calderoli, troviamo abbozzata la linea post-referendaria:

“Perché se alle legittime richieste che presenteremo sulla base della Costituzione vigente, cioè quella sostenuta dalla maggioranza di governo, non dovessero arrivare le attese risposte allora non potrà che esserci la guerra: non quella fatta con i fucili, che logicamente non avrebbe senso, ma un'altra guerra, quella che porterebbe il popolo, lombardo, Veneto, piemontese, friulano, a chiudere per sempre il rubinetto. Ma dal rubinetto chiuso cade la goccia: "Sed gutta cavat lapìdem”. Chiedo ancora scusa per questo progetto che non è andato in porto, anche se ho la certezza di non aver mai tradito le istanze di chi mi ha dato mandato per andare a difendere i suoi interessi: ho avuto a che fare con giocatori che baravano, ho avuto a che fare con gente che è mantenuta da questo stato di cose, ho avuto il torto, da lombardo, di contrattare le cose pensando che davanti a me ci fossero delle persone per bene e invece avevo davanti dei “teroni”.

E di questo mi scuso, vorrà dire che da ora in poi oltre alla goccia per scavare la roccia utilizzeremo anche il martello pneumatico...”.

Tradotto in parole povere. Calderoli[7] nel suo intervento dichiara che utilizzeranno tutto quanto previsto dal Titolo V (modificato dall’ulivo nel 2001, questa la costituzione vigente, lo ricordiamo agli allocchi che pensano di essere rimasti, con la vittoria del NO, alla costituzione del 1948) per far passare le loro istanze, federalismo fiscale compreso.



Federalismo e asse tosco-emiliano


Se osservate le tabelle che abbiamo accluso, in basso nella pagina, potete notare che a sud della linea gotica il NO ha superato il 70 per cento. Un risultato insperato anche per gli stessi componenti del comitato per il No. Toscana compresa, cosa che ci ha sorpreso, lo confessiamo.

L’esito del referendum ci spinge quindi a riflettere su certe analisi – forse troppo semplicistiche – che anche a noi è capitato di fare. In questo paese lo schema nord-sud va aggiornato. Se storicamente ha una sua giustificazione[8] e grosso modo sopravvive, almeno da un punto di vista socio-culturale, sul piano dell’analisi politico-economica va riformulato.

Esiste un asse politico-economico delle regioni cosiddette rosse – Emilia-Romagna, Toscana, Umbria – che ha una sua rappresentanza nel parlamento e i cui interessi non coincidono per storia e per strutture produttive col Lombardo-Veneto. Una rete di cooperative con un grosso fatturato, migliaia di dipendenti, e un grande appetito: entrare a pieno titolo nei giochi della grande finanza nazionale e internazionale.

Per la Liguria e soprattutto per il Piemonte,  il discorso è un po a sè, in quanto la grande industria storicamente è riuscita a far “coincidere” i propri interessi con quelli delle lobbies sindacali operaie, non a caso la Lega Nord non è mai riuscita ad attecchire.

Il voto referendario esprime in parte questo dato, in Piemonte si sta stretti tra il SI’ e il NO ma non vi sono state quelle polarizzazioni verso l’uno o verso l’altro.

L’asse tosco-emiliano ha schierato in questi giorni un pezzo da novanta per inserirsi nel dibattito sul federalismo post-referendario, Stefano Rodotà, con un articolo su Repubblica del 7 luglio dal titolo esplicativo: “Un 'agenda per riformare la Costituzione”.  Dove, tra l’altro si legge “la questione più urgente è senza dubbio quella relativa alla ripulitura del Titolo V, che rimane quello definito dall'infelice riforma regionaIistica approvata nel 2001 dal centrosinistra”.

Noi riteniamo che, nonostante le differenze socioeconomiche fra lombardo-veneto e asse tosco-emiliano[9], a breve tutte le regioni avanzate si troveranno a fare i conti con una nuova spinta federalista, magari travestita da richiesta di uno statuto alla siciliana!

Come si potrà rispondere ad una obiezione del tipo “perché la Sicilia sì e noi no”? E la Lombardia con in mano uno statuto alla siciliana non lo terrà in naftalina per 60 anni. Perché ha il potere reale per attuarlo: quello dei soldi[10].



Federalismo e Due Sicilie


Per iniziare, una domanda banale: per quale motivo ha dignità un dibattito incentrato sul Lombardo-Veneto[11] – che nei manuali di scuola elementare ci hanno consegnato come terra oppressa dagli austriaci – ed invece è ancora tabù il termine stesso “Due Sicilie”?

E proprio fra coloro i quali un tale dibattito dovrebbero accenderlo, ovvero tra i meridionali?

L’aspetto direi più disarmante di questo palcoscenico è costituito da una delle più diffuse obiezioni che i meridionali portano come argomentazione del rifiuto della propria storia: “è roba vecchia di 150 anni fa, il mondo va avanti[12].

E così, mentre negli ultimi quindici abbiamo assistito a delle vere e proprie invenzioni storiografiche[13] tipo “l’unità della padania” e minacciare sfracelli secessionistici, noi meridionali siamo stati – e lo siamo ancora – così idioti, imbelli e culturalmente colonizzati fin nel midollo delle ossa, da rifiutare finanche una constatazione semplice: riconoscere che il Sud-Italia (pur con tutti i distinguo del caso “Sicilia”) una sua unità l’ha vissuta per dei secoli! E che una Macroregione-Sud avrebbe una giustificazione storicamente fondata.

Molti di noi meridionali, quando sentono la parola macroregione, si attizzano e si  trincerano dietro l’unità della patria – non si sa bene se parlino così perché ne siano convinti o perché sono in mala fede – e questo mentre al nord da anni girano con le pochette e le cravatte verdi e di questa patria se ne impipano altamente e pensano soltanto a mantenere ben gonfio il portafoglio.  Anche a costo di sfasciarla questa patria.

Se non vogliamo ritrovarci con un altro quesito e stavolta trovarci a votare SI perché ce lo dirà il centrosinistra – quindi sarà un federalismo bello, buono, politicamente corretto[14] e non si potrà rifiutare – noi meridionali ci dobbiamo svegliare e concordare col centro-nord un federalismo che non ci releghi ad un ruolo di moderna colonia, ancora una volta accattoni alla mensa del padrone.

E per far questo, però, occorre una nuova classe politica, senza complessi di inferiorità, il che equivale ad essere più consapevole della propria storia.



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Il dibattito sulla stampa nazionale


Alcuni articoli inerenti il dibattito sul voto referendario e sul Lombardo-Veneto.

Gianluigi Paragone II Lombardo-Veneto è un Paese a sé
Padania
27-06-2006
Ilvo Diamanti Gli alleati inquieti nella Casa ostile Repubblica
28-06-2006
Paolo Parenti Ecco quanto pesa il SÌ del Lombardo-Veneto
Padania
29 giugno 2006
Carlo Pelanda L’Autodifesa del Nord Il Giornale
30 giugno 2006
Gian Enrico Rusconi Lombardo Veneto, la nuova Padania La Stampa
30 giugno 2006
Ernesto Galli Della Loggia Autonomie, Antinomie, Aporie
Lombardo-Veneto
Corriere Della Sera
2 Luglio 2006.
Roberto Pepe La Macroregione è nella forza della storia Padania
04/07/2006

Parlano i Governatori del Lombardo-Veneto
Formigoni: leggi speciali per la Lombardia
Padania
04/07/2006
Roberto D'Alimonte I molti Nord del dopo-referendum Sole
04-07-2006
g. batt II senatùr rassicura il Quirinale "Non tornerò alla secessione" Repubblica
04072006
Renato Farina Bossi l'ha visto: il futuro si chiama Lombardo-Veneto Libero
04-07-2006
G1ancarlo Galan Noi del Nord-Est, lontani da Milano Corriere Della Sera
05-07-2006
Gilberto Oneto La Lega non si chiuda nel Lombardo Veneto Libero
05-07-2006
Giancarlo Galan Noi del Nord-Est, lontani da Milano Corriere Della Sera
05-07-2006
Giorgio Guaiti L'intervista al Governatore - Formigoni: la Lombardia stanca dì pagare per tutti vuole uno statuto speciale Il giorno
05-07-2006
Roberto Calderoli Chiedo scusa ai padani Padania
07-07-2006
Gianfranco Morra II federalismo è solo questione di soldi Libero
 07-07-2006
Stefano Rodota Un 'agenda per riformare la Costituzione Repubblica
07072006


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Il voto referendario

Alleghiamo alcune tabelle relative all'esito del voto al referendum del 25 giugno 2006.

Regioni elencate in base al voto contrario


NO

Calabria

82,50%

17,50%

Basilicata

76,90%

23,10%

Campania

75,30%

24,70%

Puglia 

73,50%

26,50%

Sardegna

72,30%

27,70%

Molise 

71,70%

28,30%

Toscana

71,00%

29,00%

Sicilia

69,90%

30,10%

Umbria 

68,70%

31,30%

Abruzzo

66,70%

33,30%

Emilia Romagna

66,50%

33,50%

Marche 

66,10%

33,90%

Lazio  

65,40%

34,60%

Trentino-Alto Adige

64,70%

35,30%

Valle D'aosta

64,30%

35,70%

Liguria

63,00%

37,00%

Piemonte

56,60%

43,40%

Friuli-Venezia Giulia

50,80%

49,20%

Lombardia

45,40%

54,60%

Veneto  

44,70%

55,30%

Regioni elencate in base al voto favorevole


NO

Veneto  

55,30%

44,70%

Lombardia

54,60%

45,40%

Friuli-Venezia Giulia

49,20%

50,80%

Piemonte

43,40%

56,60%

Liguria

37,00%

63,00%

Valle D'aosta

35,70%

64,30%

Trentino-Alto Adige

35,30%

64,70%

Lazio  

34,60%

65,40%

Marche 

33,90%

66,10%

Emilia Romagna

33,50%

66,50%

Abruzzo

33,30%

66,70%

Umbria 

31,30%

68,70%

Sicilia

30,10%

69,90%

Toscana

29,00%

71,00%

Molise 

28,30%

71,70%

Sardegna

27,70%

72,30%

Puglia 

26,50%

73,50%

Campania

24,70%

75,30%

Basilicata

23,10%

76,90%

Calabria

17,50%

82,50%



Il voto referendario in Italia e all'estero


NO

Abruzzo

33,30%

66,70%

Basilicata

23,10%

76,90%

Calabria

17,50%

82,50%

Campania

24,70%

75,30%

Emilia Romagna

33,50%

66,50%

Friuli-Venezia Giulia

49,20%

50,80%

Lazio  

34,60%

65,40%

Liguria

37,00%

63,00%

Lombardia

54,60%

45,40%

Marche 

33,90%

66,10%

Molise 

28,30%

71,70%

Piemonte

43,40%

56,60%

Puglia 

26,50%

73,50%

Sardegna

27,70%

72,30%

Sicilia

30,10%

69,90%

Toscana

29,00%

71,00%

Trentino-Alto Adige

35,30%

64,70%

Umbria 

31,30%

68,70%

Valle D'aosta

35,70%

64,30%

Veneto  

55,30%

44,70%

Italia Settentrionale

47,40%

52,60%

Italia Centrale

32,30%

67,70%

Italia Meridionale

25,20%

74,80%

Italia Insulare

29,40%

70,60%

Italia

38,30%

61,70%

Italia + Estero

38,70%

61,30%




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[1] Negli articoli di autorevoli commentatori si sprecano le sottolineature delle differenze fra le infinite modernità del Lombardo-Veneto austriaco rispetto al “latifondo”, al “feudalesimo”, allo “scarso mercato”, ai “rapporti sociali autoritari” e alla morale ultrafamilistica delle desolate contrade meridionali.

[2] Per dovere di cronaca bisogna precisare che la stura al dibattito era stata data dal senatùr con una sua boutade post-referendaria concordata col “cavaliere” durante una cena ad Arcore e un editoriale del 27 giugno 2006 de “la Padania” a firma del direttore Gianluigi Paragone, il quale scriveva: “Insomma, da qualsiasi parte la giri la questione settentrionale resta in piedi. Il Lombardo-Veneto è il suo epicentro. Sperava nel cambiamento uguale per tutti, in un federalismo che dalle Alpi al Mediterraneo desse a tutte le Regioni la possibilità di cambiamento. L'urna ha detto il contrario. Adesso, che fare? Fermare tutto non si può. La politica è a un bivio: chiudere gli occhi come finora ha fatto oppure studiare una "specialità" per il Lombardo-Veneto. Replicare per esempio il modello catalano dove si attribuisce un potere statutario accentuato che comprende il federalismo fiscale e il rispetto delle identità locali. Bossi ha ricordato la tenacia delle battaglie dei popoli catalani, irlandesi e scozzesi: «Non si sono fermati ai primi no: andremo avanti anche noi nella nostra battaglia contro il potere romanocentrico»”. Cfr. Gianluigi Paragone, “II Lombardo-Veneto è un Paese a sé”, Padania 27-06-2006.

Praticamente si passerebbe ad un «federalismo asimmetrico» come in Spagna, dove ogni regione, al contrario della progettata devolution, contratta con Madrid il tipo di competenze che rivendica. La strada da imboccare per raggiungere questo obiettivo? Quella prevista dalla Carta Costituzionale, che all’art. 132 recita «Si può con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione d’abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse». Ovviamente la nuova entità dovrebbe essere un Lombardo-Veneto allargato: una sorta di macroregione che comprenda Lombardia, Veneto, Piemonte orientale, buona parte del Friuli: in tutto ventitrè province, quelle che hanno visto la vittoria del sì al referendum 25 giugno 2006.

[3] In Vienna, il 7 aprile 1815 avviene la “Pubblicazione dell'imperiale regia patente del 7 corrente che crea degli stati austriaci in Italia un Regno Lombardo-Veneto", regno che durerà fino al 1859. Il Veneto verrà annesso attraverso il referendum truffa nel 1866, dopo essere stato ceduto dalla Austria alla Francia e da questa ai Savoia

[4] Ricordiamo ai nostri lettori che il territorio lombardo invece era sotto dominio austriaco dal lontano 1713, anno in cui la pace di Utrech sancisce la fine della guerra di successione spagnola e la spartizione dei domini spagnoli con il passaggio del Ducato di Milano all’Austria. Sotto gli austriaci la Lombardia conosce un periodo di notevole sviluppo economico, vengono soppressi i privilegi feudali, viene potenziata l’industria, viene estesa la piccola proprietà agricola a scapito del latifondo e viene sancito il libero commercio. Notevole anche lo sviluppo culturale: Maria Teresa d’Austria fa ricostruire l’università di Pavia. 

[5]   Con il Trattato di Campoformio (sottoscritto a Passariano il 17 ottobre 1797) il Veneto viene sacrificato agli Austriaci: Venezia e la Dalmazia vengono cedute dal Bonaparte all'Austria in cambio dei Paesi Bassi e della riva sinistra del Reno.

[6] "...l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo... Anche lei, disse il capitano con una certa emozione." Leonardo Sciascia, "Il giorno della civetta" Einaudi, 1961

[7] “Facile immaginare che torni la voglia di mandare "a quel paese" i terroni, gli italiani, i (neo)democristiani, i (post)fascisti. E riemerga, neanche troppo sommessamente, la minaccia secessionista. Focalizzata, magari, sull'indipendenza del LombardoVeneto. Solo che, dieci anni dopo la marcia sul Po. E dopo questo referendum. Converrà alla Lega cercare un fiume meno impegnativo.” Scriveva profeticamente su Repubblica del 28 giugno Ilvo Diamanti il (Cfr. Ilvo Diamanti, Gli alleati inquieti nella Casa ostile, Repubblica, 28-06-2006)

[8] Lo scontro nord-sud fu senza pietà e noi soccombemmo. Scrisse un animo contemporaneo nel 1862:

"Un popolo che non é stato possibile di prostrare ed avvilire fra i due fuochi di Cialdini e di Pinelli, di questi due esecutori-carnefici della rivoluzione, il secondo dei quelli ha solennemente proclamato che la pietà era un delitto,potrà una volta sperare di trovare simpatia presso le nazioni civili,le quali non dovrebbero abbandonare dieci milioni di persone al truculento arbitrio di una fazione di vampiri maniaci che si credono autorizzati ad ogni massacro quando applicano l'epiteto di brigante. Malgrado l'avvilimento della capitale e malgrado la complicità di taluni uomini pubblici,la resistenza contro gli avversari si é pronunziata apertamente .La reazione tutta nazionale di un popolo ,per male arti di pochi venduto allo straniero,ha del meraviglioso. Senza nome,senza direzione,spinti dagli eccessi tirannici del potere usurpatore piemontese , e dalla lagrimevole vista delle sofferenze generali,i soldati dell'antica armata reale anziché violare l'antico giuramento han preferito raccogliersi in bande sulle giogaie patrie,accolti dovunque con benevolenza. I contadini senza capi, senza armi,senza denari e senza piano preordinato si sono sollevati con spontaneo slancio. Dimostrazione evidente della insopportabilità del giogo piemontese.... Le popolazioni, docili per indole,testé prosperanti nei benefici della pace,rette da temperata monarchia nazionale,ora disperatamente insorgono e benché in sproporzionata lotta elevano alta la bandiera del loro legittimo re e protestangli la loro inconcussa fedeltà,con fiumi di sangue, nella Basilicata, nelle Puglie, nella Campania,,nella Calabria,negli Abruzzi, nella Sicilia. Nonostante il governo usurpatore cerchi di frenarle uccidendo, fucilando,incendiando intere città. Diffidenti,impopolari, paurosi,credono col terrore e colle stragi tener soggiogato un regno di dieci milioni di abitanti. L'intero regno insorge contro il Piemonte ed ora gli oppressi prendono le armi contro i liberatori che di rimando scannano e fucilano per rendere felici i liberati!" Cfr. Anonimo "Saggio sulla questione napoletana", 1862, Biblioteca di storia moderna Caetani, Roma.

[9] In tanti in Emilia-Romagna e in Toscana avrebbero votato volentieri SI al referendum se ordini di scuderia non avessero indicato il contrario. Come alibi per convincere a votare NO si è utilizzato lo spauracchio dello stravolgimento della Carta, della mancanza di contrappesi fra le alte cariche dello stato (vedi, ad esempio, premier e presidente della Repubblica) .

[10] A sostegno della boutade bossista, la Padania del 29 giugno 2006 scriveva: “Da sole la Lombardia e il Veneto producono un terzo della ricchezza di tutt’Italia. Il Pil della Lombardia è infatti pari al 23,5 per cento del totale italico, quello del Veneto si attesta sopra al 9 per cento. In Lombardia operano circa 912 mila imprese con più di 10 dipendenti, (il 27 per cento del dato nazionale). Qui è realizzato il 28 per cento dell’export italiano. Un altro 15 per cento proviene dal Veneto. La Lombardia conta il 40 per cento dei brevetti d’innovazione tecnologica dello Stivale. Restando sotto l’ombra lunga della Madonnina si registra il primato italiano per produzione agroalimentare (il 18 per cento un fatturato di circa 11 miliardi di euro l’anno) e in particolare con il 40 per cento del latte del Belpaese (cioè 4 miliardi di litri l’anno). Primato lombardo anche per la produzione di carne bovina, con oltre 400 mila tonnellate macellate (il 52 per cento del totale nazionale). E ancora, il primato del numero di Università: 12. Quello degli aeroporti: 4. Milano vanta la sede della Borsa ed è considerata nel mondo la capitale della moda, altro settore trainante dell’intera Italia.” Cfr. Paolo Parenti, Ecco quanto pesa il SÌ del Lombardo-Veneto, Padania 29 giugno 2006.

 

[11] Da un lato, il referendum ha cancellato la possibilità di avere un federalismo simmetrico in tutta la nazione. Dall’altro legittima e lancia un nuovo progetto di “federalismo asimmetrico”: ottenere l’autogoverno per le Regioni Lombardia e Veneto dove il consenso per tale opzione è prevalente, estendibile al Friuli e forse al Piemonte.  Il punto: la riduzione del perimetro di applicazione dell’autonomismo ne aumenta la fattibilità. E’ tale opzione di autogoverno forte solo per alcune regioni del Nord è la soluzione più pratica della destabilizzante “questione settentrionale”. Cfr. L’Autodifesa del Nord, Carlo Pelanda, “Il Giornale” del 30 giugno 2006

[12] Intanto per gli altri noi siamo “masanielli”, “franceschielli”, “facimme ammujna”, “africani”, “mafiosi”, “napoletani”. Scrive Giuseppe Planelli: “A dir la verità noi meridionali (quelli che non se ne sono mai vergognati) non pensammo a raccontare mai neppure la nostra di storia, convinti che la vita è molto meglio viverla che scriverla. Ma ora che, ineluttabilmente, la vicenda del Sud appartiene ad altri tempi, bisogna che qualcuno si prenda la briga di metterne giù la memoria almeno per evitare che continuino a scriverci la storia addosso con lo stesso zelo di un carabiniere che stende il verbale di un pregiudicato.” Cfr. Giuseppe Planelli, «QUANDO NAPOLI ERA CAPITALE» - Il Sud da Stato europeo a provincia d'Italia.

[13] “Inutile aggiungere, infine, che un Lombardo-Veneto come «nazione» - fantasticato dai leghisti - era letteralmente inconcepibile sia per i lombardi che per i veneti. Ma perché usare argomenti storici, culturali, razionali, quando oggi è in gioco la pura mitologia? Il problema infatti è un altro. L’uso e l’abuso strumentale della storia cui abbiamo assistito in questi anni, il gusto della contestazione pur nella necessaria correzione di alcuni passaggi della storia ufficiale, la frenesia di guadagnarsi il titolo di «revisionista» (che solo qualche ingenuo continua a considerare disdicevole) non hanno portato ad una lettura più matura e critica della nostra storia nazionale. Ma alla sua destrutturazione. Al bricolage politico della storia nazionale, di cui il mito del Lombardo-Veneto è uno dei sottoprodotti.” Cfr. Gian Enrico Rusconi, Lombardo Veneto, la nuova Padania, La Stampa del 30 giugno 2006,

[14] Come grimaldello per ottenere questo obiettivo verrà utilizzato il vigente Tutolo V, magari ci convinceranno che è necessario aggiustarlo, correggerlo, e altre menate del genere. O solamente per dare una risposta alle spinte che vengono dal Lombardo-Veneto e che non potranno lasciare in mano a leghisti e forzisti (il governatore della Lombardia da sempre si è mostrato uno dei più attivi sostenitori del federalismo fiscale).









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