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Fonte:
http://www.lapadania.com/ - 20/10/2005

Ci serve un federalismo ancora più forte

di Carlo Passera


Massimo Fini, oggi alla Camera è prevista la votazione finale sul progetto di riforma costituzionale. Al nostro Paese serve davvero il federalismo?

«Sì, gli servirebbe il modello federale della “prima Lega”, quello che si identificava in Gianfranco Miglio ma in realtà apparteneva al Carroccio nel suo complesso, a Umberto Bossi. Insomma, le tre macroregioni, che avevano un senso perché esistono altrettante Italie, diverse tra loro per cultura, socialità, clima, storia.

Un Nord, un Centro e un Sud: quello era un progetto intelligente perché le macroregioni sono realtà sufficientemente grandi per poter fare qualcosa, ma anche abbastanza coese per pianificare il proprio futuro in modo sensato. Ci sarebbero stati vantaggi evidenti, specie per il Nord e il Sud, che sarebbero stati più “implicati” in questo processo».


Cosa ne pensi, invece, della devolution?

«Mi rende perplesso perché è un federalismo spalmato su venti regioni. La devolution oggi serve a Bossi per dare un valore all’enorme sforzo per cambiare le cose, compiuto in questi vent’anni. Lo dico non nel senso che a queste parole dà chi è ostile al progetto, ... ma constatando come si tratti di un federalismo assolutamente minimo.

Rischia di essere controproducente, proprio quando, invece, il progetto originale poteva avere un senso tanto maggiore in un’Europa unita che, abbattuti gli Stati nazionali, avrà come punti di riferimento periferici proprio le macroregioni. Purtroppo avremo al suo posto, troppo tardi, un federalismo che mi sembra minimale».


Tu dici: è un “federalismo insufficiente”. Non pensi, però, che sia anche l’unico oggi possibile? E non trovi che sia, molto banalmente, meglio di nulla?

«Il problema è che, come per l’istituzione delle province, rischia di duplicare le burocrazie. Cosa può fare il Molise da solo? La Lombardia ha almeno un senso amministrativo, ma in realtà anch’essa andrebbe “legata” all’intera pianura padana».


Ti rispondo: il Molise, che tu supponi troppo piccolo, potrebbe ad esempio decidere di accorpare con l’Abruzzo le proprie funzioni devolute. Si potrebbe cioè avviare proprio quella tendenza macroregionale della quale parlavi.
«Sì, potrebbe riaffermarsi il progetto originario. Ma ci vorrebbe tanto, tanto tempo...».


Al di là di queste tue perplessità, il federalismo in generale - e la devolution in particolare - può servire per riavvicinare la gente alla politica?

«È una speranza effettiva. Prendiamo i sindaci di città medie e piccole: indubbiamente emerge un loro rapporto forte con la popolazione, perché in queste realtà tutti sanno come operano. Già è più complicato un controllo di tal genere in luoghi come Milano, Bologna, Firenze e Roma...

Comunque: certamente più l’ente è piccolo e il potere vicino al cittadino, più quest’ultimo può esercitare un controllo effettivo. Ma non bisogna dimenticare che siamo inseriti in un modello di sviluppo globalizzato dove la realtà piccola può fare ben poco, non cambia il sistema. Il Molise non può bloccare le importazioni di prodotti dalla Cina...».


Ma è anche vero che la “dimensione local” è l’unica che possa contrapporsi frontalmente alla deriva globalizzatrice...
«Si contrapporrebbe concettualmente se fosse veramente local. Ma, per essere tale, dovrebbe accettare uno sviluppo diverso, magari costretto a frenare o addirittura a fare qualche passo indietro. Tra tutte le versioni circolanti, esiste una sola ideologia “local” coerente con se stessa, quella degli indipendentisti còrsi di ultima generazione, ossia gli eco-indipendentisti.

Loro dicono: noi vogliamo lo sviluppo, ma secondo la nostra tradizione, l’habitat, la cultura; se questo vuol dire meno progresso rispetto allo standard europeo, poco male: non lo auspichiamo, ma possiamo anche fare a meno del frigorifero, per tenere salde le nostre radici. Questo è il prezzo che si paga: non ha invece senso, è finto un local dove si è tutti battezzati in un mare di Coca Cola; ci può essere il recupero del dialetto, la difesa del formaggio tipico, qualcosa di folkloristico, ma non cambia la sostanza delle cose.

Ciò detto, è comunque vero che il localismo in sé è l’antitesi della globalizzazione; ma il localismo inserito nella globalizzazione è fasullo o rimane a livello di pura testimonianza».


Un local coerente, insomma, presuppone una forte coscienza popolare, una partecipazione ideologica e politica dei cittadini. Occorre recuperare il rapporto tra politica ed elettori: proprio quello a cui mira, peraltro, la logica devolutiva.
«In Corsica sono agevolati dal fatto che sono su un’isola, fortissimamente coesi tra di loro, con una profonda identità, né vi sono state molte ibridazioni. Questo genera una grande compattezza sociale. Ma siamo però, lo ripeto, su un’isola».


Una forte determinazione dal basso a difendere la dimensione locale può essere un antidoto davvero efficace contro la “deriva global”?

«Serve la determinazione popolare e una forza sufficiente per imporsi almeno su alcuni aspetti determinanti della globalizzazione. Una macroregione qualcosa di simile potrebbe anche riuscire a ottenerlo, ad esempio».


L’Italia, a tuo giudizio, è dunque ancora troppo lontana da questa prospettiva?

«Sì, per molti motivi. Uno dei tanti è che la classe politica nazionale è ferocemente ostile al progetto federale, perché le sottrarrebbe davvero il potere. Allo stesso modo, sono contrari a una reale ipotesi di unità politica europea, perché toglierebbe loro di mezzo.

Prendiamo Gianfranco Fini, cosa potrebbe mai fare in un governo europeo? Nulla. Le classi dirigenti nazionali, oligarchie di potere, sono avversarie di qualunque spostamento dei centri decisori, sia verso il basso che verso l’alto, per mantenere uno status quo che le favorisce.

Il problema è che lo status quo è oggi in Europa un anacronismo, sono gli Stati nazionali, strutture del passato perché nessuno di loro è così forte da poter garantire la difesa, quindi la politica estera, ma nemmeno è così coeso e uniforme da soddisfare le istanze identitarie che si esprimono col localismo.

Lo Stato nazionale nasce per motivi che oggi non esistono più. Per garantire la difesa, cosa che ora non riesce più a fare; per abolire i dazi, e adesso l’argomento è chiaramente superato, salvo ritornare come reazione alla globalizzazione (ma l’unica soluzione sarebbe abbattere quest’ultima)».


Prima sottolineavi come il federalismo attirasse l’ostilità della classe oligarchica al potere. Ma viene osteggiato anche dai giornali e dagli intellettuali. Perché?

«Per due motivi. Un po’ per ragioni culturali, si sono scordati di Carlo Cattaneo e degli altri federalisti. Molto di più, perché giornali e intellighentzia sono legati al potere, ne seguono i desiderata».

In generale, la classe intellettuale italiana pare essere sempre ostile al cambiamento, incline a servire il potente di turno. Perché?

«Intanto, mi chiedo se esista ancora un’intellighenzia italiana. L’ultimo maître à penser è stato Pier Paolo Pasolini, poi non abbiamo avuto più nulla. La stessa figura del maître à penser è scomparsa, abbattuta dalla televisione. Pensiamo all’Europa degli anni Cinquanta-Sessanta: al di là del giudizio sui singoli personaggi, c’era Benedetto Croce in Italia, Thomas Mann in Germania, Bertrand Russell in Inghilterra, Jean-Paul Sartre e Albert Camus in Francia... La cultura aveva ancora un suo valore, poi è stata uccisa dalla televisione.

Ci sono anche oggi intellettuali che hanno qualcosa da dire. Ma chi conosce Pier Aldo Rovatti? O Salvatore Veca? Li puoi vedere anche in tv, ma alle quattro di notte, quando nessuno è sveglio, durante le trasmissioni “Nettuno”.

Non valgono nulla, nel senso che la loro parola non conta, ha più importanza un rutto di Maurizio Costanzo. Simona Ventura ha detto che un minuto di televisione vale più d’un anno di cinema: ma proprio questo è il dramma».


Quel poco di intellighenzia italiana che rimane, si dice sia assolutamente serva del potere. Non sempre così accade, invece, all’estero, non è così?

«È vero, c’è tutta una storia in base alla quale il letterato italiano si lega al potere più di quanto accada in Francia e oggi addirittura anche in Spagna, che è un Paese culturalmente molto più vivace del nostro. In un Paese sempre dominato dallo straniero, l’intellighenzia si è di volta in volta accodata al potere prevalente.

Manca una cultura nazionale che non sia retorica; d’altra parte, l’Italia nasce su falsi miti, su equivoci. Uno dei più gravi è quello della Resistenza: l’han fatta poche decine di migliaia di persone, eppure abbiamo fatto finta di aver vinto una guerra che avevamo perso, e di esserci liberati noi, quando erano stati gli anglo-americani. La famosa Italia repubblicana è basata su un grande equivoco».


Un altro mito nazionale è quello del Sessantotto, ne parliamo anche sulla Padania in questi giorni.

«Il Sessantotto per la verità - per dirla con Luigi Einaudi, che usava questa espressione per tratteggiare la massoneria - è stata una cosa comica e camorristica. Erano figli della borghesia che avrebbero dovuto abbattere la borghesia...

Il vecchio Karl Marx sarebbe inorridito. È stata una truffa fin dall’inizio, purtroppo ha lasciato sul campo alcuni poveracci - non borghesi - che alla fine si sono trovati del tutto déraciné, sradicati.

Penso emblematicamente al rapporto tra Leonardo Marino, operaio della Fiat, e l’intellettuale Adriano Sofri... A parte pochi, come Mario Capanna che infatti è sparito, tutti gli altri erano in malafede fin dall’inizio, giocavano a fare la rivoluzione in strada poi la sera rientravano a casa e andavano alle feste. È stata una generazione ripugnante».


Oggi dirige i maggiori giornali...

«Ecco: ammesso e non concesso che quella fosse una rivoluzione, ci sono due possibilità: o la vinci, o la perdi, ma in questo secondo caso devi essere passato per le armi. Invece han perso e fanno i politici, i direttori di quotidiani o di reti televisive... Conquistare la prima pagina del Corriere della Sera era in verità la loro ambizione fin dal’inizio, fatte alcune debite eccezioni che, perlopiù, poi sono infatti sparite dalla circolazione.

Quelli del Sessantotto, tra l’altro, una volta raggiunto il potere si sono dimostrati peggiori dei padroni delle ferriere. Penso a Tiziana Maiolo, che l’altro giorno voleva mandare la polizia per sgomberare gli islamici in preghiera... Lei, che occupava tutto l’occupabile, oggi vuole impedire con la forza una manifestazione pacifica, certo non legale ma mille volte più accettabile di quelle alle quali partecipava in prima fila!

Li ricordo, quelli del Sessantotto: “fascisti borghesi ancora pochi mesi”, spaccavano vetrine quando non crani... Adesso chiamano la “pula”, ne diventano sostenitori assatanati, mentre dividono la magistratura in due, quella che deve essere durissima con i poveri cristi e invece quella che deve essere iper-garantista con lorsignori e i loro amici. Sono degli autentici sporcaccioni».

Claudio Magris non era uno studente sessantottino, se non altro per ragioni anagrafiche. Ma ieri (mercoledì per chi legge, ndr) ha pensato bene di paragonare la devolution a un peto. Raffinatezza da gran intellettuale mitteleuropeo, non trovi?

«C’è di chiedersi chi sia Claudio Magris. Voglio dire: cosa ha fatto nella sua vita, cosa ha detto o scritto di notevole? Io non lo so. Eppure gode di nomea e autorevolezza... Da cosa gli derivano?».


Ecco: come nascono queste carriere?

«Me lo chiedo anch’io molte volte. C’è gente che riesce a essere autorevole forse per diritto divino, pur non avendo fatto nulla nella sua vita... Forse diventa importante perché è lì da sempre. Penso a Giorgio Napolitano, per citare un uomo politico: chi ha mai sentito una sua frase che abbia un senso significativo?

Eppure è iscritto alla categoria delle persone autorevoli. Penso che l’autorevolezza se la diano da soli: guarda Oscar Wilde, è stato uno straordinario scrittore e commediografo, ma anche un notevolissimo pensatore, basta leggere Intenzioni; ma siccome non si prendeva sul serio, non ha su questo piano il peso che meriterebbe.

Invece si regala la qualifica di filosofo a un accademico qualsiasi, a Magris o a Marcello Pera... Cosa ha prodotto quest’ultimo? Si può pensare che tra trent’anni il suo nome sia citato in qualsivoglia storia della filosofia? Certo che no».


Per finire: se fossi in Parlamento, voteresti a favore o contro la devolution?

«È una scelta impossibile. Votare contro significa favorire coloro che non vogliono cambiare nulla; votare a favore vuol dire sostenere un provvedimento che mi sembra insufficiente. Per fortuna non sono in Parlamento».


Beh, probabilmente dovrai votare il successivo referendum confermativo...

«Sarà forse una cosa inconscia, ma qualche tempo fa ho perso la scheda elettorale. Mi dava molto fastidio: prevedeva tipo diciotto votazioni, ma alla mia età chissà se mai le avrei fatte tutte... L’ho smarrita e non intendo recuperarla».



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