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IL TEMPO E LE IDEE Corriere del Mezzogiorno - Domenica 25 narzo 2007

Sud e sindrome di Oblomov

di GIUSEPPE GALASSO

La rivista «Vita e pensiero» pubblicò nel numero 6 del 2006 un articolo di Roberto Cartocci in cui ad un limite di fondo del Sud era visto nella sua scarsa civicness, il suo scarso civismo. È una diagnosi ormai frusta. Più di cìnquant'anni fa Banfieìd imputò a! Sud un «familismo amorale», ossia una coesione sociale basata sui leganti familiari, anteposti a ogni ragione di ordine morale o pubblico. Pochi anni fa Putnam ha svolto una tesi analoga, imputando al Sud un grave deficit di senso civico; e la tesi ha avuto grande eco, come illuminante per penetrare le ragioni del ritardo storico meridionale.

Per la verità, non è chiaro che cosa, infondo, Putnam abbia detto di davvero nuovo rispetto a Banfield. Né si capisce meglio in che cosa Banfield si distaccasse, in sostanza, da ciò che la letteratura sul Sud dice da sempre. Certo, c'è da essere sempre grati a chi ha dedicato tempo e fatiche a questi studi. C'è anche, però, da mettere le cose nella giusta luce e dissolvere un certo provincialismo culturale. Anche perché nulla si guadagna così, e lo si vede anche dagli scritti di Ilvo Diamanti, Franco Cassano e Marcello Veneziani, che (« Vita e Pensiero», 2007, numero 1) hanno commentato il testo di Cartocci.

La mia prima reazione è qui una preghiera. Per favore, potete finire una volta per tutte di erudirci diligentemente sul fatto che il Sud non è una realtà, vi sono molti Sud; che anche nel Sud vi sono molti episodi di modernità e di efficienza; che (diceva uno che di questo sapeva tutto) altro è la «polpa» e altro l'«osso» del Sud; che anche il Sud fa progressi e talora più di altre aree, e simili canzoni di un repertorio fondamentale, ma risaputo da sempre?

Potete risparmiarci l'osservazione che gli Abruzzi sono più vicini alle Marche che ad altre zone del Sud, e ricordare invece l'enorme salasso demografico a cui ciò è anche dovuto e che ha permesso un migliore equilibrio tra popolazione e risorse, ma non un vero distacco dalla condizione generale media del Sud? E potete omettere di ripetere che oggi la «questione meridionale» non c'è più; che il Sud e tutti nel mondo sono dinanzi a condizioni molto cambiate, e ciò anche per una globalizzazione, supposta senza frontiere, che penetra dappertutto? Anche questo, credeteci, ce lo sappiamo.

Quanto a diagnosi e terapie, Veneziani ripete che bisogna «liberare il Sud dalla suddita». Cioè, i meridionali debbono cessare di essere meridionali. Certo, se essi si liberano della suddita e acquisiscono, mettiamo, la svedesità, qualcosa dovrebbe cambiare. Ma chi glielo ha detto a Veneziani che al Sud ci sono troppi Oblomov?

Qui la gente si arrangia e si arrabbatta (anche troppo!), e non sta affatto ferma e oziosa. Il fatto stesso che si emigri prova che (ed emigrano anche i poveri cristi, la gente comune, non solo gli intellettuali e i “migliori” come pensa Veneziani, né quelli che restano sono tutti i «peggiori»).

È vero: ci si lamenta troppo che non si faccia niente per il Sud e si deplora troppo la cosiddetta «assenza dello Stato» (che non c'è, e sarebbero ben altri guai se vi fosse) e non si riflette abbastanza sulla «presenza nostra» (che invece c'è).

Molta gente poi delinque in modo frenetico e organizzato nelle ditte della «onorata società» (protagonista che qui non appare). Pensate che se nel Pil del Sud entrasse anche il fatturato della malavita organizzata: che big spurt, che grande slancio dello sviluppo!

Insomma, Oblomov non c'entra. C'entrano i meridionali, così come sono, e che, come tali, fanno sia il male, sia il molto bene, tanto esaltato come l'altro volto (fattivo, innovativo) del Mezzogiorno, Mi persuade di più Cassano, che vuole una grande politica europea di sviluppo nel quadro del Mediterraneo, che coinvolga appieno il Sud. Mi chiedo solo perché l'Europa dovrebbe fare ciò per il Mediterraneo, e non, ad esempio, per l'Est europeo, col quale, anche per le sue risorse, ha un rapporto più diretto e consolidato.

Diamanti svolge un tema importante. Si chiede se il deplorato scarso civismo sia tutto e solo del Sud, e risponde, bene, che si tratta di una questione nazionale, italiana. E dice pure a ragione che le cose si muovono e che anche al Nord oggi Milano, Torino e Verona non sono negli stessi rapporti di vent'anni fa. Ma davvero il Sud aveva fatto tanti progressi negli anni '90, e poi (come mai? colpa di Berlusconi?) vi è tornato il buio negli ultimi anni? Peraltro, pensa anch'egli a una grande area di «cosviluppo» (dice cosi) euromediterranea; e crede necessario «rilanciare la fiducia e allargare il capitale sociale» nel Sud, mettendo «nell'agenda politica nazionale l'idea di un nuovo inizio». Benissimo.

Ma ciò non significa che quello del Sud è un problema da «agenda nazionale»? e che altro dice, da sempre, il famigerato meridionalismo, anche contro la tanta retorica sulla globalizzazione avulsa da ogni geografia economica, sociale,  politica?

Piaccia o non piaccia, la scala nazionale persiste, e quello del Sud è un dualismo su scala nazionale che persiste anch'esso e che come tale va visto, anche se, oggi, con occhi e in termini diversi da ieri. E diversi anche perché c'è ora una (benché insoddisfacente) Europa, e il da fare per il «cosviluppo euromediterraneo» travalica, nonché quella del Sud. anche la sfera nazionale.













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