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La repubblica - Giovedì 11 Gennaio 2007

I FANTASMI DELL'ALTRA NAPOLI
Sogni e illusioni all'ombra del Vesuviello di Renzo Piano
di ALBERTO STATERA

LA NAPOLI che produce, innova, inventa, va per il mondo, esorcizza la povertà, la criminalità e il declino. Quell’altra Napoli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in libera uscita dal Quirinale invoca ormai quasi quotidianamente sorbendo il caffè al Gambirinus o passeggiando sul molo desolato di Bagnoli con donna Clio, di fronte a uno dei panorami più suggestivi della terra, ferito dall'alto forno dell'acciaieria dismessa, provocando le peristalsi gastrìche del governatore Antonio Bassolino e del sindaco Rosa Russo Iervolino, che si sentono messi sotto accusa per le grandi  “incompiute napoletane”.

Quell'altra Napoli che Romano Prodi evocherà oggi nella visita ufficiale partenopea e che aleggerà per due giorni sul conclave dei centrosinistra di governo nella reggia dì Casetta.

«A Bagnoli gli abbiamo liberato i suoli da anni — fu sentilo dire il premier durante la visita in Cina— e non sono riusciti a combinare niente: altro che rinascimento di Napoli, sono degli incapaci». Soltanto pochi mesi dopo quello sfogo, paradossalmente gli interrogativi sulla capacità di modernizzazione della sinistra che governa ormai ininterrottamente Napoli da quasi tre lustri con esiti poco rinascimentali, s'intersecano pericolosamente con la domanda di “rilancio” — fase uno, due o x— dell'azione di un governo nazionale faticosamente in carica da sei mesi. Ma l'altra Napoli sta per mettere in scena—inaugurazione tra pochi mesi con i lapilli di Renzo Piano, la bandiera, l'inno di Mameli e il presidente partenopeo — 'O Vesuviello, che a dispetto del diminutivo è la grandiosa epitome “glocal”, globale e locale, della modernità: 450 mila metri quadrati a forma di cono come il vulcano che ha di fronte, alto quarantadue metri, 600 pilastri d'acciaio a forma di sigaro toscano, una piazza centrale grande come piazza Plebiscito, un sistema logistico sotterraneo, una galleria circolare di un chilometro con 180 negozi, un parcheggio per 8 mila auto, una multisala Warner Bros, un ipermercato Auchan, un albergo Holiday Inn, centri congressi, decine di ristoranti e bar.

Non chiamatelo, per carità, centro commerciale perché Renzo Piano si offende.

Non uno shopping center in cui «come in un jukebox la gente che entra viene scossa fino a far cadere i soldi dalle sue tasche», ma un sistema di servizi per la «città Cis-Interporto», il maggior sistema di distribuzione commerciale d'Europa, un distretto di logistica integrata di 4,5 milioni di metri quadrati, con 600 aziende, e 6 mila addetti, che cresceranno col Vesuviello rispettivamente a mille e 9 mila, con un giro d'affari di 7 miliardi di euro, destinato a raddoppiare. Costo 250 milioni di euro.

«'0 denaro parla», fa ispirato il mercante che in vent'anni dice di aver creato la «bancarella del millennio» trasferendo da piazza del Mercato, l'antico Campo Miricino dove fu decapitato Corradino di Svevia, alla piana dì Nola, dove la camorra ha solida tradizione, ì suoi colleghi “pannazzari”. E reclutato poi centinaia di altre imprese di lutti i settori «perché 'a merce ha da gira co' 'a testa».

Perfetta maschera partenopea che potrebbe sgusciare da una commedia di Eduardo Scarpetta o di suo figlio Eduardo De Filippo, Gianni Punzo, un po' per abitudine un po' per vezzo, parla un dialetto stretto e a mitraglietta, per cui all'inizio Renzo Piano non lo capiva. Oggi, dimenticato l'incidente che lo portò in prigione per presunte e mai provate collusioni con il clan Alfieri («Niente mi appaura, neanche la camorra — dice — perché chi non semina chiodi può anche andare scalzo») s'intende con tutti quelli che vagheggiano l'altra Napoli qui e fuori dì qui.

Luca Montezemolo lo ha accolto in «Charme», la società di investimenti fondata con Diego Della Valle, con Deutsche Bank, Unicredit e Monte dei Paschi, ed è a sua volta entrato nella Banca Popolare Sviluppo, fondala da Punzo con la consulenza di Pellegrino Capaldo, grande giurista ed ex presidente del Banco di Roma. Alessandro Profumo lo segnala come inventore di un modello da realizzare in altre parti d'Italia e da esportare nel mondo.

Ambrogio Prezioso, presidente dell'Associazione dei costruttori, lo invidia perché riesce «a fare», mentre per colpa della politica a Napoli giacciono nei cassetti almeno trenta progetti che sarebbero subito realizzabili. Ma non saranno anche i costruttori napoletani che non riescono a «pensare in grande», come sospettalo stesso Punzo, il quale maledice i60 mila miliardi che piovvero in Campania dopo il terremoto e furono dispersi in mille rivoli di cemento?

Persino il cardinale Crescenzio Sepe, giunto qui da sei .mesi, dopo aver organizzato in Vaticano i grandi eventi papali e diretto «Propaganda Fide», sembra fare l'identikit dell'ex pannazzaro quando, all'unisono col presidente Napolitano e—come assicura — dopo aver informato Papa Ratzinger, accusa la politica per le grandi “incompiute” napoletane, prime fra tutte le riqualificazioni congelate di Bagnoli e di Napoli Est, già all'ordine del giorno ai tempi di Giunchino Compagna, politico repubblicano e  intellettuale della migliore napoletanità.

«Non si poteva evitare almeno di vendere al Nord il Banco di Napoli, che oggi si chiama San Paolo-Banco di Napoli? », lamenta l'arcivescovo che di economia non è digiuno. Per fortuna, Corrado Passera ha già promesso almeno una prossima revisione del logo, che diventerà «Banco di Napoli» e in piccolo «Gruppo Intesa», per evitare che chi telefona e chiede «Banco di Napoli?» sì senta rispondere «No, qui San Paolo»,

Conclamato deficit di classe dirigente votata alla modernità segnalato dal capo dello Stato come dall'arcivescovo, o piuttosto Beresina della politica dopo una stagione di speranza rinascimentale indotta con abilità mediatica dal primo Bassolino sindaco, che ha consolidato la «crosta cattiva»della città, come la chiama monsìgnor Sepe?

Francesco Saverio Nitti, all’inizio del secolo scorso, ci mise meno di un decennio a ridisegnare urbanistìcamente l’area occidentale, il porto, a industrializzare l' area orientale. Aveva dietro gli imprenditori, gli avvocati, i medici, in un humus intriso non di animai spirits capitalisti, ma di individualismo preborghese. Eppure ci riuscì.

Bassolino — sono passati tredici anni da quell'8 dicembre 1993, quando si arrampicò sulla scala di cinquanta metrì dei pompieri per deporre un fascio di fiori ai piedi dell'Immacolata— aveva dietro tutti con il 70 e passa per cento dei voti. Partì alla grande, progetti, sogni, speranze. Poi il meccanismo s'inceppò fino a riproporre sotto al Vesuvìo cattivo l’emblema dell'emergenza nazionale, gli ammazzamenti, la camorra, o «il sistema» come lo chiama il giovane scrittore Roberto Saviano, il degrado, la monnezza.

Le clientele. Perché Napoli è persa per sempre in una irrefrenabile deriva clientelar-delinquenzial-sudamerìcana?

E' il caso di lasciare la parola a una fonte insospettabile: Enrico Cardillo, per anni segretario dei metalmeccanici, della Uil, confluito nei diesse, assessore al Bilancio del comune dì Napoli vicino a Bassolino e uomo forte della giunta di Rosetta Iervolino, il sindaco che gli avversari dì An guidati da Mario Landolfì hanno soprannominato «Meglio nonna» in alternativa a «Zia della patria». Cardillo ha scritto un saggio “eretico” intitolato: “Napolil'occasione post industriale, da Nitti al piano strategico”.

«Nel 1993 — ricorda l'assessore, che gli avversali di destra definiscono “corto e male incavato” — eravamo al dissesto, la città era tecnicamente fallita, non potevamo pagare ì fornitori. Oggi siamo la città meno indebitata d'Italia, a Londra abbiamo offerto 400 milioni di Boc e ce ne hanno chiesti il doppio. Ma non basta, perché, diciamolo apertamente, abbiamo commesso molti errori. Abbiamo perso molte occasioni, disperso un nascente dinamismo strategico. A cominciare dagli ostacoli che la sinistra pose al grande progetto di riqualificazione urbana e innovazione tecnologica, temendo ai tempi di Tangentopoli l'agguato della speculazione edilizia. Perdemmo per paura dell'inciucio l'onda modernista, rifugiandoci nella spiaggia conservativa».

Cardillo, ben stimato da Napolitano, non teme l'autocritica, né risparmia la critica severa al «bassolinismo». Ma l'umore della città, dopo tredici anni, va ben oltre: oggi—si sente dire—non abbiamo una classe dirigente, ma una degenerazione in ceto politico autore-ferenzìale, che più che alla modernizzazione pensa all'occupazione dei posti di potere, alla loro moltiplicazione, non alla modernizzazione della città per farla uscire dall'emergenza criminalità — plebeismo — degrado, ma a distribuire risorse pubbliche con i criteri del “bastard keynesism”, come lo chiama l'economista Massimo Lo Cicero.

Quasi un residuo leninista che non sa distinguere tra politica e società. Per carità, Bassolino non è Gava, la corrente del Golfo è per fortuna un ricordo perso nel passato. Il ministro Francesco De Lorenzo un antico fantasma, ma nella sanità comanda il consolato di ferro Bassolino-De Mita, attraverso il proconsole democristiano Angelo Montemarano. E soprattutto l'industria del crimine è diventata sempre più l'ammortizzatore sociale di una città che, dopo la deindustrializzazione, sembra invertebrata, in una regione che, col 10 per cento della popolazione, produce soltanto il 7 per cento del Pil.

Torino post-fordìsta rinasce, Napoli sembra affondare: l'aquila subalpina vola, l'anatra partenopea annaspa.

Dicono che Achille Lauro sia stato l'uomo che ha distrutto Napoli, ma, salvo errore, 'o Comandante monarchico dopo aver fatto surf su tutti i partiti, governò soltanto per sette anni, ragion per cui oggi la sinistra, che per otto anni ebbe come sindaco anche quel gentiluomo di Maurizio Valenzi—con Bassolino e Iervolino fanno un ventennio—non può chiamarsi fuori. Come può farlo se, per sistemare clientele, giunge a costituire una Commissione Mare e una Commissione Mediterraneo?

Se incrocia in un singolare scambio di ruoli un vicesindaco uscente (Rocco Papa) con il presidente della società (Tino Santangelo) che avrebbe dovuto realizzare il progetto Bagnoli?

Se soltanto nelle ultime settimane ha ricollocato nel sottogoverno cittadino ben sette assessori trombati dalla giunta Iervolino? Fino a causare una crisi nell'associazione femminile Emily, cara alla moglie del governatore Annamaria Carloni, con il siluramento di Elena Perrella della Margherita, indignala, per mettere al suo posto alla Fondazione Mondragone, che si occupa di moda, l'ex assessore Giulia Parente.

Come la Iervolino con Cardillo, anche Bassolìno ha in giunta la sua perla di Labuan, che comincia a fargli un po' d'ombra, come gliene ha fatta Luigi Nicolais, voluto da Massimo D'Alema ministro dell'Innovazione nel governo Prodi. Si chiama Ennio Cascetta, è professore di Economia dei Trasporti e figlio di quel Vittorio Cascetta, ex presidente fanfaniano della regione Campania e autore delle “Opzioni Cascetta”, la programmazione regionale ai tempi del meridionalista Pasquale Saraceno.

Carmen Verderosa, fascinosa e severa presidente dei Giovani industriali nella sua pagella dei politici ai vertici dell’altra Napoli. Quel che di buono resterà del governatorato Bassolino — dice l'altra Napoli—sarà di certo 1'“Opzione Cascetta junior”. Che lui professoralmente descrive così: Napoli, Caserta e Salerno sono un'unica conurbazione, un'area metropolitana con 4 milioni di abitanti, la più alta densità d'Italia e una delle maggiori al mondo: 1900 abitanti per. chilometro quadrato, contro i 900 di Milano e i 400 di Roma. Per far funzionare questo mostro urbano bisogna cominciare dalla mobilità, visto che la stagione dell'industria manifatturiera dei tempi di Nitti è ornai fuori dalla storia, sviluppare la vocazione logistica, le ferrovie, i porti, gli aeroporti, gli interporti, i trasporti dai mondo verso il Mediterraneo, perché il paesaggio e il turismo non possono essere tutto.

«I ritardi di Bagnoli e di Napoli Est—ammette—ci ricordano che la classe dirigente tutta, non solo la politica, deve fare di più. Ma bisogna tener conto del fatto che l'operazione dì trasformazione urbana che stiamo compiendo vale quattro volte i due miliardi di euro necessari per Bagnoli. E che l’Iitalsider nel suo momento di massimo splendore occupava 11 mila operai, la metà degli addetti di oggi nelle compagnie di navigazione napoletane, che rappresentano il 46 per cento dell'intera flotta nazionale».

L'Opzione Cascetta junior prevede che l'anno prossimo, quando sarà pronta la stazione di Afragola l'alta velocità ferroviaria entrerà come una benefica spada nel corpo della New York orizzontale sotto il Vesuvio, tutte le linee si infileranno nel passante ferroviario di Napo li, un vecchio signore dì ottant'anni, nato nel 1926 e poi dentro, verso le 48 stazioni del metrò che apriranno nei prossimi cinque anni.

Sogni, di fronte alla maledizione di Napoli sospesa tra eccellenza e inciviltà, tra individualismo preborghese, talenti musicali, cinematografici, calcistici e criminalità spietata?

I prefetti arrivano e ripartono con le mani nei capelli : «Questa è stata la mia trincea e Pozzuoli la mia Waterloo», ci ha confidato il prefetto uscente Renato Profiti, che ha sciolto decine di comuni infiltrati dalla camorra. Mentre s'insediava il successore Alessandro Pansa, ex vicecapo della polizia, a Scampia un gruppo di donne in rivolta tentava d'impedire l'arresto di un pusher: tre agenti feriti e un'Alfa 159 della Volante nuova di zecca distrutta. Un simpatico benvenuto, mentre emergevano i dettagli dello stupro del Parco Traisi, una ragazzina violentata da un branco: niente di nuovo se non il tifo entusiasta delle amichette presenti con video telefonino.

Guido Bertolaso, che è un caratteraccio, alle prese con la grana della monnezza già non ne può più per le interferenze di alcuni politici e si sfoga quotidianamente con Giorgio Napolitano, che lo ascolta sconfortato. «Vede—fa il giudice Carlo Alemi, che si occupò del rapimento di Ciro Cirillo, indicando gli ospiti del ricevimento d'addio del prefetto Profili— questa è una città in cui, poco o tanto, nessuno rispetta le regole, neanche tutte le persone per bene che stanno brindando qui intorno».

Per fortuna c'è ancora il calcio che in Aurelio De Laurentiis, il produttore dei film di Natale, ha ritrovato il suo eroe cittadino, l'uomo che tiene le chiavi del grande sogno collettivo.

Il sogno che tutti unisce all'ombra del “Vesuvio” ricchi e poveri, guardie e ladri, intellettuali e politici, dal Vomero alla Sanità, da Posillipo ai Quartieri Spagnoli.

«Forza Vesuvio» scandirono i tifosi veronesi durante una celebre partita col Napoli di qualche anno fa; alla partita di ritorno, dall'alto di una curva, spuntò uno striscione di risposta ai veronesi: «Giulietta è 'na zoccola».

Un picco di genio napoletano come sempre applicato al calcio. Oggi, al contrario dei veronesi, l'altra Napoli incita: «Forza Vesuviello».

 








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