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La lettura di questo testo è stata davvero sconsolante! E' datato 15 luglio 1862, sono trascorsi quattordici mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia. L'autore delinea con straordinaria lucidità il problema che si è creato tra nord e sud. Egli lo addebita – non a torto – agli errori delle luogotenenze che invece di preparare la unificazione hanno distrutto quello spirito unitario che aveva portato al tracollo dei Borbone (che l'autore non cita mai se non in un passaggio parlandone come di “pretendente”).

Manna invita a porre rimedio ai guasti delle luogotenenze pena un futuro disastroso per l'Italia. E in questo dobbiamo oggi constatare che fu profetico.

Ci ritroviamo ancora una Italia con nord e sud che si guardano in cagnesco come in quel lontano 1862, con una differenza, però, che il nord è diventato un paese moderno e sviluppato e noi siamo una paese del terzo mondo.

 Zenone di Elea - http://www.eleaml.org

LE
PROVINCE MERIDIONALI
DEL
REGNO D'ITALIA
PER
G. MANNA


NAPOLI
STABILIMENTO TIPOGRAFICO DEL CAV. G. NOBILE
Violetto Salata a’ Ventaglferi num. 14.
1862 

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I.

Chi più ama l'Italia più deve desiderare che si mediti e si studi sul modo da ravvicinare e fondere perfettamente tra loro le province superiori colle meridionali del regno. Imperocché questo ravvicinamento e fusione è opera sommamente difficile, che quanto più pare esser prossima al compimento, tanto si trova essere meno avvanzata e meno assicurata: è opera di molli anni e molte fatiche, né giova rimuover l'attenzione della gente da questo argomento come da cosa fastidiosa e importuna, se non si vuoi preparare ali' Italia un grave disinganno. Ben è vero che in certi momenti l'impresa potrà parere compiuta, perché certi sentimenti nobili e benevoli, si svegliano talvolta con ardenza e danno un’aria di concordia e di affratellamento perfetto. Ma quei momenti passano, l’entusiasmo cessa, e riapparisce bentosto il vero delle cose. Si scorge allora che le due parti della gran famiglia si erano incontrate e si erano abbracciate come per impeto di affetto, ma che legami veri e solidi non erano

 

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ancora formati, né il gran concello dell'unità e della solidarietà nazionale era ancora ben entrato negli spiriti. Si scorge allora che sebbene i grandi caratteri di nazionalità sieno impressi da natura e formino il principio e il fondamento della futura unità, la fusione e unificazione vera è invece opera d'ingegno, di virtù e di pazienza straordinaria.

Nei primi giorni del risorgimento novello d'Italia l'unità pareva già raggiunta come per incanto. Né poteva essere altrimenti. Quando non parla che il cuore e l'immaginazione, tutto si colora in bene: l'affetto trionfa: l’istinto generoso delle moltitudini si mostra in tutta

La sua forza. In quegl'istanti preziosi è bene la verità che prevale, ma è la verità nel campo delle idee e negli ordini del pensiero. Allora per dir cosi gli uomini vivono per poco una vita superiore e dimenticano il resto. Ma poi tornano uomini come d'ordinario, tornano sotto il peso degl'innumerevoli bisogni che li premono e li travagliano: ricordano le famiglie, le proprietà, gl'interessi: ricadono in quello stato complesso, pesante, faticoso che è la vita reale comune. Coloro i quali vivono nelle grandi aspirazioni politiche, che cospirano, combattono, si agitano, quando per avventura sono riusciti a provocare quei tali momenti di felice e spontanea espressione popolare, si accendono, s'inebbriano, e gridano subito: ecco l’opera è fatta, le moltitudini si sono, intese, la nazionalità trionfa. In verità, il fatto è assai poco: può ben dirsi che sono rotti i lacci che impedivano, che gli uomini per qualche tempo inteneriti si son ricambiale parole di affetto. Ma questo momento di tenerezza non crea la famiglia: gli uomini non sono punto mutati: i vincoli nuovi non sono formali.

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Lasciate le cose andare e potrebbe accader tra poco che l'affetto si raffreddi, il pesante giogo degl'interessi e delle abitudini ricada sulle spalle delle persone e le parli si stacchino e si disuniscano da capo.

In quei primi giorni di risorgimento di cui parlavamo l'Europa fu veramente rallegrata e maravigliata da quello spettacolo di affetto e di entusiasmo che faceva dire a molti: ecco, l'Italia è fatta, i suoi abitanti si sono intesi, l’antica nazionalità trionfa, E davvero trionfava in tutta l'Italia superiore. Quelle parti erano già sufficientemente accomunate e immedesimate tra loro: i governi le avevano tenute politicamente divise, ma gli animi dei piemontesi, dei lombardi, dei toscani, degli emiliani erano da molti anni ravvicinati e concordi. Al contrario le province meridionali, tenute da mille antiche e nuove cagioni separate e lontane dal resto d'Italia, dopo spento il primo ardore, sentirono la mano ferrea e fredda del passato che si appesantiva sopra di esse. Si riguardarono intorno e videro che la grande nazionalità si rimaneva tuttavia per esse alle sole condizioni di natura, ma che le famiglie, le proprietà, gl'interessi, le istituzioni non aveano ancora alcuna vera corrispondenza e solidarietà con quelle del resto d'Italia, e che tuttij quelli stimoli li ricacciavano a loro malgrado verso un passato tristo, amaro, doloroso da cui le grandi novità fatte non ancora li liberavano. Cominciò allora un bisbiglio di querele e di accuse che accompagnò per più mesi i diversi saggi di nuovo governo che si fecero per queste province. Era la realità nuda degl'interessi che subentrava alle gradite visioni di un avvenire possibile, ma ancora lontano. Tutti sanno quante difficoltà si accumularono in breve.

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E siccome ogni rivolgimento politico genera danni materiali e disordini che è impossibile evitare, cosi i mali nuovi e inevitabili si aggiungevano al disinganno dei beni sperati e non venuti: onde ne nacque uno stato di cose che solo chi ha veduto da vicino può ricordare e descrivere.

Ebbene, quantunque questo stato di cose non fosse ancora cessato, pure essendo sopravvenuto un altro momento di entusiasmo come quello primo, parve che tutto mutasse e tutto fosse obbliato da capo. L'abbiamo veduto non è molto noi medesimi. Alla seconda venuta del Re in Napoli, le province meridionali e Napoli soprattutto obbliarono di nuovo le loro sofferenze, le loro querele, i loro disgusti. Parve di nuovo che l’Italia fosse fatta, ravvicinata e fusa compiutamente in tutte le sue parti. A un forestiere che fosse stato presente a quel gradevolissimo spettacolo non sarebbe potuto venire in mente che tra l'Italia superiore ed inferiore non fossero già stabilite le più strette relazioni e i più forti vincoli di unificazione politica. Ciò era perché in quei giorni gli spiriti erano tornati alle nobili aspirazioni dell'anno scorso, ed obbliavano di nuovo le abitudini e le materiali difficoltà d'interessi.

Che avvenne in fatti dopo che il Re fu partito da Napoli? Parve che la luce si ritirasse: l'entusiasmo cadde e le moltitudini si trovarono di nuovo in faccia della fredda realità. Bastarono piccoli accidenti per dare alla gente occasione di turbarsi, d'incollerirsi e quasi di nimicarsi col governo centrale. Un certo turbamento nacque nella guardia nazionale di Napoli appunto dopo le sue più belle dimostrazioni di devozione e di disciplina. Le plebi si commossero e non nascosero il loro malumore per alcuni provvedimenti amministrativi che parevano

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alquanto contrariare i loro sentimenti. Ma quel eh' è più, la prima legge di tassa pubblicata dal governo, non che essere accolta con favore come alcuni credevano che dovesse avvenire nelle attuali condizioni della Finanza del regno, provocò invece una dimostrazione ostile e dispettosa che pareva quasi ispirata dal proposito di turbare il governo. Le belle impressioni lasciate dalla presenza del Re quasi svanivano: le stolte voci di piemontismo rinascevano: in ogni cosa si voleva veder di nuovo la mano di un governo astioso ed egoista: i sentimenti municipali riprendevano forza e quel che è più doloroso, anche le persone oneste e bene animate perdevano coraggio ed autorità. In somma, non solo si ricadeva in quello stato di fredda e spensierata preoccupazione degl'interessi materiali spoglia d'ogni entusiasmo, ma quasi si generava un entusiasmo in senso opposto, ossia una certa irritazione e risentimento di queste province verso le altre.

Senza voler dare troppa importanza a queste apparenze, ci si permetta tuttavia di prendere questa occasione per invitare i buoni italiani a studiar con attenzione il problema del ravvicinamento e fusione delle province meridionali. Ci si permetta di ripetere che il problema è grave, che le difficoltà sono grandi e che niuna fatica è soverchia per affrontarle e risolverle.

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II.

Per comodità di metodo è bene parlare prima del male e delle cagioni del male e poscia dei rimedi, ossia dire prima in che stanno ed onde vengono le difficoltà a stabilire raccordo e l’intelligenza desiderata, e poi quali possono essere i modi di vincerle. Possiamo esser brevi avendo a toccar cose che tutti sanno e conoscono. Certamente non saremo noi a dire che il poter costituire e riunire una nazionalità divisa e scomposta dipenda dalla forma più o meno lunga o più o meno larga del territorio, sì che per la sola figura del territorio sia qualche volta l'unità impossibile. Siamo ben lontani da questa assurda opinione. Ma nessuno negherà che oltre la configurazione del suolo, molte altre circostanze di posizione, di clima e di relazioni sociali hanno da molto tempo messe alcune differenze tra le province superiori ed inferiori d'Italia che spiegano in parte la poca intimità e intelligenza che è stata finora tra loro. Quando Napoleone I fantasticava circa la possibile divisione dell'Italia in due grandi stati, uno settentrionale ed uno meridionale, egli non faceva che lavorare sopra quell’antico fatto delle differenti condizioni delle due parti della penisola. Egli lavorava d'ingegno e con la ragione fredda, come sogliono i politici che non tengono conto dei sentimenti e delle tendenze nazionali: egli ignorava che anche le nazioni hanno un cuore ed un affetto e che mentre egli divideva nella sua mente, nella coscienza d'Italia si maturava un pensiero affatto diverso. Ma infine egli lavorava sullo stato apparente ed esteriore delle cose: egli formava due stati d'Italia, perché?

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perché le differenze vi erano e vi sono tuttavia e troppo tempo e faticasi richiede per armonizzarle coll’insieme della gran famiglia italiana.

In che sono queste differenze e donde provengono? E' stato detto più volte che le province meridionali sono state sventuratissime, perché turbate, agitate, conquassate per secoli da guerre e rivoluzioni politiche più che le rimanenti parti d'Italia. Ciò è vero: i precedenti storici stanno pur troppo nel computo delle differenze: ma diciamo prima di quelle che si riferiscono alla posizione naturale dei luoghi. Or tra l'Italia superiore e inferiore avviene a nostro giudizio quel che in proporzioni più grandi avviene sopra tutta la faccia della terra, tra le parti settentrionali meno belle, meno ricche e meno favorite dalla natura, e quelle tropicali e meridionali più ricche, più feconde e meglio dotate dei doni naturali del clima e del suolo.

L'Italia superiore è bella, perché soprattutto l'ha fatta bella la fatica, l'ingegno e l'industria dei suoi virtuosi ed assennati abitatori. L'Italia inferiore è bella, principalmente perché l'ha fatta bella e splendida di sua prima formazione la natura. Il nodo montagnoso degli Abruzzi che si aggruppa intorno al gran sasso d'Italia, le pianure fertilissime delle Puglie che formano e circondano il Tavoliere, le magnifiche selve intorno a cui si spiegano la Basilicata e le Calabrie, i freschissimi monti dei due Principati, e più che altro le terre incantevoli della Campania e della Sicilia sono tali bellezze e ricchezze di natura, che senza invidia si può dire non essercene altrove sulla faccia del nostro pianeta tante cosi mirabilmente riunite ed aggruppate insieme in un medesimo luogo. E tuttavia in mezzo a queste bellezze

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e ricchezze sono i vulcani ardenti colle loro terribili eruzioni, sono i tremuoti frequenti e spaventevoli, sono le siccità rovinose, le inondazioni, gli uragani, le carestie, le malattie e i disastri d'ogni genere. Or se a queste disuguaglianze e differenze naturali si aggiungano quelle ancora di cui si faceva menzione testé, cioè quelle nascenti dai precedenti storici del paese che è stato per secoli in una violenta agitazione ed in una continua tempesta di guerre, di conquiste e di rivoluzioni dinastiche provenienti quasi tulle da grandi fatti esterni indipendenti dalla volontà di questi abitanti; si vedrà che ne deve risultare naturalmente l'indole e il carattere delle popolazioni quale è di fatto. Un'alternativa di febbrile irrequietezza ed agitazione, o di spensierata noncuranza ed abbandono di spirito deve essere il carattere abituale di un popolo che dalla natura si vede a volta a volta o favorito eccessivamente e quasi ricolmo di doni insperati ovvero oppresso e derelitto, e che nella, sua. vita storica è stato continuamente sopraffatto da forze infinitamente superiori alle sue, e corso e sconvolto per fatti non suoi e per interessi non suoi. Questo popolo deve per dir così aver perduta la fiducia di sé stesso, ossia deve esser entrato in quella tristissima disposizione di animo per la quale uno quasi non crede più che la sua volontà, la sua fatica, il suo intelletto possano contribuire alla felicità o infelicità della sua vita. Come circondato da forze superiori e soverchianti egli si assonna o si inebbria, o troppo spera o troppo teme, o si esalta o si prostra: nel suo spirito sono tutti gli eccessi, lutti i sentimenti più diversi. Avendo ingegno, fantasia, virtù, grandezza d'animo spesso egli non sente sé medesimo e si riporta tutto fuori di sé, riguardando ansiosamente intorno ed attendendo di

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sapere in qual parte si decidano i suoi destini. Niente è tanto difficile quanto il fargli comprendere che egli può, che egli sa, che egli vale e può bastare a sé stesso. Si direbbe quasi che la natura e la storia gli abbiano cancellata dall'animo quella preziosa fidanza di sé stesso che fa la forza dei popoli settentrionali, i quali sono invece avvezzi a vedere che la loro fatica, la loro industriosa pazienza e longanimità sono mezzo certo e sicuro di fabbricare la loro fortuna.

Ma come dicevamo in principio questa cotale sfiducia e diffidenza dei popoli meridionali non dura sempre, anzi in certe contingenze da luogo ad un sentimento affatto opposto. Ogni eccesso richiama l'eccesso contrario e lo spirito reagisce sempre correndo da uri estremo ad un altro. Come chi crede quasi le cose governate dal caso e dal capriccio, essi fanno come si fa al gioco, si esaltano a certe apparenze di buona occasione e corrono ardenti ed impazienti come ad afferrare la fortuna che passa. Allora essi diventano operosissimi ed instancabili: quel sentimento che ha taciuto lungamente si sveglia in modo potente: allora credono eccessivamente nella loro!forza, ossia credono che il loro destino dipende tutto dalla loro volontà. I loro sforzi in quei momenti sono sopraumani: niente potrebbe rassomigliare a certe rivoluzioni improvvise di quelle moltitudini che parevano, poco prima dormire o non curare.

Per citare appunto degli esempi che si riferiscono alle province napolitane e siciliane, chi potrebbe facilmente trovare dei fatti così straordinari, dei moti così profondi e radicali come il Vespro o la congiura di Giovanni da Procida in Sicilia, e la rivoluzione di Masaniello in Napoli?

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L'Europa non obblierà giammai quei due avvenimenti.

E venendo a tempi più prossimi, che cosa più forte delle lotte patriottiche del 99 in Napoli e delle resistenze sanguinose di queste province nei primi anni della occupazione francese? In qual parte d'Italia si è veduta mai tanta moltitudine di giovani delle migliori famiglie entrare così temerariamente in una lotta impossibile contro tutte le plebi armate e riluttanti, per voler stabilire un governo libero e per andarsene poi a migliaja e senza paura agli ergastoli, ai patiboli, agli esilii? E dove mai si è veduta tanta moltitudine di popolo idiota ed ignaro di ogni vita politica accendersi di tanta terribile ira, da resistere ad un esercito francese e non permettergli l'entrata in una città indifesa se non passando sopra migliaja di cadaveri, come avvenne in quel medesimo anno 99 in Napoli nella famosa battaglia tra i popolani e l'esercito di Championnet (1)? E venendo più dappresso ancora ai tempi nostri, che cosa più nuova e stupenda delle rivoluzioni di Sicilia e di Napoli del 1848? Ed in qual parte d'Italia si son vedute, come dopo il 1848 in Napoli e in Sicilia, tante migliaja di vittime politiche sostenere decorosamente i giudizi, le carceri, gli ergastoli, gli esilii e le interdizioni d'ogni specie? In qual parte la società è stata tanto terribilmente scossa da sostener la prova di trenta a quaranta mila prigionieri e di due a trecentomila interdetti o attendibili politici? E che diremo delle incredibili lotte di Sicilia del 1860, e del terribile e inaspettato accordo delle moltitudini nell'anno medesimo che si ritirano in un tratto da tutti i

(1) Ces hommes étonnants! diceva Championnet nel suo rapporto al Direttorio parlando de' lazzaroni.

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lati e lasciano cadere sotto il peso del loro disdegno trono, dinastia, esercito, governo e tutto, e quando tutto era caduto per quell'universale abbandono, prorompono improvvisamente in un voto di unione e di affratellamento colla famiglia italiana come per antico proposito e deliberazione?

III.

Tutti questi esempi a chi giudica imparzialmente debbono dimostrare che il carattere dei popoli meridionali* d'Italia non è mica la debolezza, la pochezza d'animo o la leggerezza. È sibbene la disuguaglianza e il turbamento abituale del loro spirito che mancando di una perfetta fiducia nelle cose e negli uomini, si abbandona troppo a timori e speranze eccessive, e vuoi trovare piuttosto fuori di sé che dentro di sé la cagione dei suoi destini, la garentia del suo avvenire. Abbonda in lui la forza, l'ingegno, la fantasia, i sensi alti e generosi, ma manca la calma e la temperanza di spirito necessaria per esaminare ed attendere e la fede e la confidenza nelle proprie forze per affaticarsi e perseverare.

Noi crediamo che appunto a questa naturale differenza di caratteri dovrà apportare rimedio l'unificazione italiana; ma non anticipiamo il discorso e seguitiamo a guardare le difficoltà che nascono dalle differenze suindicate. Le difficoltà che ne nascono infatti sono molte e grandi. I caratteri si direbbero quasi essere in opposizione tra le due regioni d'Italia: si direbbe che | son due popoli fatti per vivere due vite diverse, si die ' messi insieme e non potendo intendersi, gli uni dovessero alla lunga nojarsi e infastidirsi degli altri, gli uni


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dovessero credersi compromessi e pericolanti per la compagnia di gente fantastica ed agitata, gli altri quasi traditi e vilipesi dal contegno freddo e circospetto di quelli, onde il sospetto e l’impazienza potessero un giorno separare ciò che un primo impeto di affetto pareva avere strettamente legato.

Sventuratamente questo dubbio, questo modo di vedere è stato ed è forse ancora in molti onesti e sinceri italiani. Nei abbiamo letto con rammarico tempo fa certe sconfortanti parole sfuggite quasi involontariamente dalla penna di Massimo d'Azeglio. Chi oserebbe dubitare del patriottismo e dei sensi italiani dell'Azeglio? Ebbene, un istante egli parve disperare dell'unione e della fusione perfetta delle due parti d'Italia. Ma vi è di peggio ancora: nelle alte classi dell’Italia superiore un bisbiglio, un sussurro corse tempo fa che diceva, come in tuono di disperazione: infin dei conti se l'Italia meridionale non vuole esser con noi, tanto peggio per essa! faccia pure a suo modo: abbiamo troppo buona parte quassù per poter vivere soli, senza bisogno di trascinare a rimorchio questa grossa e sdrucita barca dell’Italia meridionale… Questo sussurro corse quasi come minaccia, come se l’Italia superiore in un caso estremo rinfacciando all'Italia inferiore le sue riluttanze e le sue diffidenze, avesse potuto abbandonarla e ritirare da essa la sua mano. Se ciò dovesse generare ire e rancori celati, è inutile dimandarlo. Nella vita dei popoli non è solo quel che si vede e si sente: vi ha un colloquio, una intelligenza secreta che corre in maniera impercettibile tra l'uno e l'altro e che può produrre ben gravi conseguenze. Avremo più tardi occasione di vedere come queste eventualità a cui è paruto accennare

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talvolta l’Italia settentrionale verso le province del mezzogiorno abbia contribuito a produrre certi effetti morali che nessuno potrebbe esplicare col semplice riguardo delle apparenze.

Comunque sia, è tanto vero che le differenze indicate generano difficoltà, che molti hanno creduto e credono tali difficoltà insormontabili. In fondo, certe differenze di caratteri possono essere anzi ragione di armonia, perché possono riguardarsi come elementi integranti destinati a comporre l'insieme e non come discrepanze che portino incompatibilità: ma senza affrettare le conclusioni vediamo per qual cammino possibile due paesi messi nelle condizioni sopramenlovate possano riuscire ad intendersi e ravvicinarsi.

IV.

Ciò che più deprezza le cose desiderate, specialmente al cospetto degli uomini fantastici e passionati è il loro possesso imperciocché cominciano a intiepidire e a vilipendere le cose appunto quando dopo molti sforzi sono riusciti ad ottenerle, Con essi si dovrebbe operare come si fa cogli amanti. Teneteli lungamente in riguardo e in desiderio l'uno dell'altro ed il loro amore potrebbe durare eterno: vivendo di spirito e di fantasia, bisogna che niente distrugga l'incanto, bisogna che il materiale godimento non venga troppo presto a spegnere l'ardore ed invilire il tesoro. Or così avviene talvolta de’  popoli: teneteli separati ma in relazione libera di amicizia e d'intelligenza tra loro, fate che si veggano, si osservino, si studino a vicenda per lungo tempo, senza mescolare i loro interessi e senza confondere la loro responsabilità

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e voi potrete vederli lungamente stimarsi e desiderarsi tra loro. Ciascuno senza accorgersi si va mano mano moralmente ravvicinando all'altro, si sforza d'imitare le abitudini, i costumi dell'altro: i caratteri si modificano, si armonizzano e dopo qualche tempo si vedrebbero fondere e accordare insieme, come avverrebbe dei due amanti che al fine potrebbero trovarsi condotti alla più armonica ed intima convivenza, per effetto del lungo studio e desiderio -che aveva non inutilmente ritardato il connubio.

Ebbene, tutti sanno che vi è stato un momento in Italia in cui la soluzione delle difficoltà innanzi dette parve volesse compiersi appunto in questa maniera. Quando fu cessata finalmente la separazione e segregazione assoluta delle due parti d'Italia, mantenuta con tanta arte e tanto successo dalle vecchie dinastie; quando fu rotto finalmente l'argine che divideva la parte superiore d'Italia dalle province del sud, alcuni furono che credettero impossibile il ravvicinamento e fusione immediata, ma possibile e facile un ravvicinamento lento e graduale che nascesse da un sistema di vincoli e di accordi diplomatici, militari e finanziari per i quali senza confondere la responsabilità politica e governativa dei due paesi, l'Italia meridionale fosse messa come in cospetto dell’Italia superiore e ne nascesse un'aspirazione morale dell'una parte verso l'altra, sì che questa potesse apprezzare le sapienti istituzioni, le pratiche intelligenti e la feconda disciplina di lassù, e quella potesse intendere e valutare l'ingegno, i sentimenti, le virtù e le ricchezze di quaggiù.

Gli avvenimenti non parevano allora portare il gran frutto dell’unità. Altra soluzione onesta e possibile non si presentava che quella, ed era evidente che la quistione

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di persone moriva nella gravità e grandezza delle cose. Tessere dei legami diplomatici e politici tra i due paesi indipendentemente da ogni riguardo personale, era il dovere di chi trattava gli accordi. Egli dovea mettere le persone nella salutare necessità o di doversi trasformare e temperare secondo il nuovo ordine di cose? ovvero di doversi perdere irreparabilmente. Quella pratica fu tirata innanzi faticosamente: molti intelligenti e onesti patrioti sorridevano come ad un inutile tentativo e tardivo rimedio, alcuni applaudivano come a soluzione sicura e prudente, altri guardavano ansiosi e dubbiosi come incerti del corso degli avvenimenti, nessuno diceva la cosa o ingiusta o irragionevole.

Perché ciò? perché nell'animo di tutti era più o meno vagamente quel sentimento di dubbio circa le difficoltà di accozzare insieme le due parti d'Italia. Ed anche il conte Cavour partecipava a quel sentimento: egli pure sorrideva quando se gli ragionava di quella possibile soluzione, ma il suo sorriso intelligente voleva dire ben altro che disprezzo. Egli ne sapeva troppo più degli altri sulla invincibile tendenza della rivoluzione, ma tuttavia egli dubitava, egli temeva le difficoltà e senza il miracolo che avvenne di poi, egli non avrebbe punto disprezzata la grande occasione che si presentava di prendere per dir cosi il protettorato morale della rimanente Italia e di assicurare una influenza che sarebbe certo diventata preponderante. Un accordo avrebbe ravvicinati non materialmente ma moralmente i due popoli: non avrebbe fusi ed immedesimati i governi, ma avrebbe rotta ogni barriera tra l'uno e l'altro. Con un sistema di patti difensivi ed offensivi, con uno scambio di relazioni finanziarie,

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doganali, commerciali e letterarie si sarebbe formata una certa maniera di amicizia per la quale queste infelici province del mezzodì avrebbero cominciato a conoscere e contemplare la prima volta un mondo nuovo, fino allora interdetto ai loro sguardi ed ai loro desideri. Esse avrebbero con amore considerato le grazie della cultura toscana, le diligenze ammirabili dell'industria lombarda, gli effetti stupendi della disciplina piemontese e via. discorrendo. La serenità, la calma, la tranquilla fiducia Idi quelle genti li avrebbe confortati e istruiti. Né le riluttanze o ripugnanze dei suoi antichi governanti a quel nuovo ordine di cose potevano far paura, perché invece d'impedire e ritardare avrebbero potuto anzi accelerare le fortificare il movimento. Quanto più i governanti avessero cercato di rattenere e di frenare quel-l'impeto virtuoso verso quel nuovo esempio e tipo di vita civile, tanto più la tendenza degli animi verso quella parte dovea crescere e rinvigorire. I vecchi governanti venivano a trovarsi nell'inevitabile bivio o di doversi abbandonare essi stessi lealmente, francamente e senza riserva a quel moto d'impressione novella nato nella società, o di doverne essere irreparabilmente sopraffalli.

Male o bene che ciò fosse, ora non è che storia. Era ben utile parlarne, perché dalla possibile soluzione d'allora è più fucile il passaggio a discorrere delle soluzioni possibili presentemente. Oltrecché, è proprio degli spiriti deboli il disdire o dissimulare le loro antiche opinioni quando la corrente dell'opinione trionfante si volge altrove, e noi non abbiamo voluto dissimulare l'opinione avuta altra volta in un altro ordine e condizione di cose... Se non che, ci è mestieri qui aggiungere che anche allora a nostro modo di vedere quella non era una soluzione definitiva.

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Conosciamo pur troppo che la tendenza delle! nazionalità a fondersi e ravvicinarsi non si distrugge mai, e che tutti gli ostacoli e impedimenti che si frappongono non sono che temporanei. Conosciamo che quella tendenza è così essenziale, come è necessaria ed essenziale la tendenza de' corpi al centro; che non è un fenomeno accidentale, ma nasce da una legge profonda e costante del progresso generale  per  la quale tulle  le parti della famiglia umana mirando a riunirsi tra loro, il movimento si mostra in ciascuna età in quella forma che la condizione delle cose comporta. Nella età nostra il ravvicinamento e la fusione si presenta sotto la forma delle nazionalità, come assimilazione di elementi omogenei che naturalmente si attraggono e si stringono insieme: in altri tempi questo lavorio intimo di fusione sociale si compiva in forme più ruvide e più selvagge, come per esempio sotto la forma delle migrazioni e delle invasioni: nei tempi avvenire il medesimo movimento prenderà altra forma che ora non sapremmo neppure immaginare. Il certo è che la gran legge del progresso umano, cioè il movimento e fusione perenne delle parti della umana famiglia, correrà sempre trionfalmente attraverso i secoli verso il suo termine e destino finalità. Non tenevamo quella dunque come soluzione definitiva, ma in quel tempo la soluzione definitiva ci pareva molto lontana per la nazionalità italiana. E nondimeno gli avvenimenti ci diedero torto: gli avvenimenti si precipitarono in modo che la soluzione definitiva si presentò improvvisa, ed il terribile problema della unificazione italiana piombò in mezzo all'Europa politica come una urgente e fatale interrogazione a cui bisognava dare una pronta risposta.

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Naturalmente la risposta dovea formularsi in quella parte d'Italia là dove un governo era in piedi, là dove si era dato l’esempio della prima unione e si era levata la bandiera dell'unione generale. Ecco una circostanza di fatto troppo importante a notare. Non è già che tutte le parti d'Italia si fossero contemporaneamente mosse verso un centro comune e dal moto simultaneo fosse nato n nuovo accordo ed un governo nuovo. Se ciò fosse avvenuto, l'andamento delle cose sarebbe stato altro ed altre le conseguenze: molte difficoltà che ora sono non sarebbero e la fusione delle province italiane sarebbe assai più avvanzata. Invece era accaduto che una metà d'Italia si fosse ravvicinata prima a mano a mano intorno ad un centro comune in una maniera tranquilla come per intelligenza ed accordo precedente. E benché nessuno di quegli stati si fosse disfatto del tutto per rifarsi da capo, pure ciascuno conservando provvisoriamente i suoi ordini interni aveva adottato il governo e l'indirizzo di quell'antico centro. Ma per procedere poi da questa parziale unione a quella generale coll'Italia meridionale, le cose dovettero andare in una maniera anche meno decisa e spedita per la differenza di condizioni e per la niuna preparazione di cose di quest'ultima. L'Italia superiore era già composta e quasi organizzata ed erasi già intesa sulla formazione del futuro governo italiano, quando queste province meridionali avevano sentito il tremendo colpo della rivoluzione, per la quale tutto cadde come un vecchio edificio che crolla e rovina, per la quale un paese di dieci milioni si trovava improvvisamente senza esercito, senza re, senza ministero, senza nulla, e mentre si scomponeva cosi radicalmente levava la voce e diceva al resto degli italiani:

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noi saremo con voi, noi ci uniremo e ci fonderemo con voi.

Ma per quanto queste parole volessero letteralmente significare uguaglianza perfetta col resto d'Italia, il fatto era che in quel momento l'Italia superiore si vedeva cadere per dir così ai piedi o piuttosto gettarsi tra le braccia un gran paese interamente disorganizzato e senza governo. Che cosa fare? Era un bel dire: siamo eguali, siamo un solo paese, un solo governo. Di fatto, erano due cose per allora differenti, e bisognava accettando quella preziosa ma difficile eredità aiutare sulle prime il nuovo col vecchio, governare l’Italia meridionale col governo che già esisteva ed aspettare che il tempo e la calma permettessero davvero di creare un governo nuovo con elementi nuovi, e di stabilire una vera solidarietà tra le due parti del vastissimo territorio che si riuniva.

V.

È manifesto intanto che dopo quel grande avvenimento, senza che gli uomini se lo esprimessero a parole, si venivano a designare due periodi di azione politica e governativa dell'Italia superiore rispetto all'Italia meridionale che bisognava percorrere l'uno dopo l'altro. Il primo periodo meramente transitorio dovea essere quello che la necessità delle cose richiedeva: mezza Italia sconti posta e disciolta che si volgeva alla parte organizzata e governata dovea necessariamente accettare l'indirizzo politico e governativo che veniva da quel governo che era già in piedi, benché ancora monco e incompiuto. Appresso a questo periodo transitorio dovea venire quello definitivo, in cui fuse e ravvicinate davvero le

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nuove province, il governo centrale si fosse integrato dai nuovi elementi e ne fosse potuto nascere unità perfetta e gestione.

Ebbene, l'espediente che fu preso per trapassare convenientemente il primo periodo dell'unione nazionale fu presso a poco quello che dovea essere. Fu ordinato in fretta un sistema di vicariato che dovea prender le cose nello stato in cui erano, rilevare il paese dalla scomposizione in cui la rivoluzione lo avea lasciato, e raccogliendo a poco a poco le forze sparse e gli clementi divisi, preparare la perfetta fusione e unificazione. Con questa missione surse la luogotenenza. Il carattere della luogotenenza era di una amministrazione temporanea e preparatrice che coll'indirizzo dell'Italia superiore dovrà disporre e tirare le cose verso un accordo e ravvicinamento definitivo. Le difficoltà che dovea incontrare rispetto agl'interessi locali e rispetto allo stesso governo centrale erano certamente grandi, perché la posizione era nuova ed insolita, ma quali che fossero tali inevitabili difficoltà, quell'ordinamento avea pure in se certe facilità ed agevolezze da non potersi sconoscere.

In fatti, il sistema di vicarialo permetteva di rilevare all'istante tutti gli ordini amministrativi e rimetterli in piedi per quanto fosse compatibile col nuovo indirizzo politico delle cose d'Italia, affinché si uscisse immediatamente da quella pericolosa inazione in cui erano cadute le cose. Così, sospendendo ogni innovazione non del tutto necessaria, si potevano ricollocare le cose al loro posto e far ricominciare per dir così lo interrotto movimento della vita sociale, e ripigliare lena e forza al gran cammino che rimaneva a percorrere.

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Così, queste province che non avrebbero potuto amministrativamente fondersi all'istante, sarebbero continuate in una vita separata e distinta per meditare e maturare le maggiori e più importanti riforme.

Ma la più evidente agevolezza in quel periodo di difficile transizione era quella che nasce appunto dalla natura di ogni vicariato politico. Ogni vicariato politico ha nella sua indole qualche cosa di vago e di ambiguo. Si dee per regola presumere che l'indirizzo governativo venga dal governo centrale e che il luogotenente per questa parte non abbia che a richiedere ed eseguire. Ma il vero è che nella troppo larga sfera di azione che di fatto egli ha, quella applicazione importa un tale uso libero di autorità e di criterio governativo, che d'ordinario non potendosi ben discendere se il male e il bene stia nell'impulso primo venuto dal centro, ovvero nel modo di applicazione data, il governo centrale e il luogotenente possono a vicenda rimandarsi il rimprovero di cattivo indirizzo o di cattiva applicazione, senza che il pubblico possa ben giudicare e risolvere di chi sia la colpa. Effetto di questa incertezza è che si rintuzza così la forza di ogni imputazione da qualunque parte essa venga, e si permette di continuare lungamente senza grave pericolo l'opera incominciata, essendoci sempre un mezzo di rompere l'opposizione, spezzando l'ostacolo che si trova di mezzo e ricominciando la prova con altra persona. 0 che il luogotenente accusando l'indirizzo centrale si ritiri, o che il governo centrale censurando l'applicazione lo rimuova, si otterrà sempre lo stesso effetto di troncare una posizione troppo lesa e troppo minacciosa. Il governo centrale come più alto locato più facilmente salva la sua responsabilità,

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perché una novella prova di governo è quasi sempre accettata con piacere, e si obbliano presto anche le più giuste querele del caduto luogotenente.

Tutti conoscono che per circa un anno in questa forma appunto il governo dell'Italia superiore resse ed amministrò le province meridionali. Egli non ignorava punto i vantaggi della posizione e non mancò di profittarne usando largamente del beneficio che abbiamo detto. La gran responsabilità che gli veniva dal plebiscito di annessione delle province meridionali fu così lungamente ed abilmente schivata. Ma come abbiamo detto, quella forma di amministrazione per quanta comodità presentasse era essenzialmente transitoria e destinala a finire. Non sarebbe stato possibile senza tradire il principio di unità condurre lungamente il governo delle nuove province con un vicariato. Un vicariato, come-ché si dissimuli la cosa colle parole, nel fondo esprime una certa soggezione e inferiorità di certe province verso certe altre. Esso deriva originariamente da' governi assoluti e dittatoriali. Non c'è uguaglianza politica vera quando il governo siede in una parie del territorio che si riguarda come sede principale del potere, e un'altra parte del territorio è governata da agenti che si spediscono da quello. In un perfetto regime costituzionale i vicariati permanenti sono cosa assurda, perché la responsabilità ministeriale ne viene guasta e falsata ed il governo perde ogni espressione di solidarietà. La luogotenenza adunque era espediente provvisorio ed a certo momento dovea essere abolita.

Ritenendo come evidente questa necessità, giova dunque ritener nella mente tre cose. La prima, che la luogotenenza dovea servire a preparare quasi come


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provvisoria dittatura gli ordini di libertà e l'opera della unificazione. La seconda, che il momento a scegliere per la sua abolizione dovea esser quello in cui si poteste ragionevolmeute credere che tale opera preparatrìce fosse compiuta. La terza finalmente, che nello istante medesimo in cui il vicarialo cessava dovea trovarsi pronto tale ordine di cose da poter mettere le province nella solidarietà del governo generale. Queste tre avvertenze potrebbero conseguentemente condurci a formulare tre quesiti per dimandare se la luogotenenza fece quello che dovea fare, se fu sciolta nel momento in cui conveniva che si sciogliesse, e se il governo centrale sciogliendola fece quello che dovea per mettere le nuove province nelle condizioni di perfetta uguaglianza politica.

È manifesto da questa semplice esposizione che chi avesse voglia di fare un discorso di opposizione governativa potrebbe sostenere che forse a nessuno dei tre quesiti è stato soddisfatto. Ma animati come noi siamo da un sentimento di perfetta imparzialità, desideriamo invece cercare il vero direttamente e dire francamente il torto o la ragione di tutti. Il vero è infatti che in politica una colpa tira l'altra e quasi diremmo una colpa scusa l'altra: salvo a trovare se si può il primissimo colpevole o il primissimo errore, tutti gli altri sono ordinatamente conseguenze inevitabili del primo fatto o del primo errore anzi che errori e colpe essi stessi.

Suppongasi per poco che la luogotenenza avesse veramente smarrito il suo indirizzo e che quella cotale preparazione fosse mancata, in questo caso si comprenderebbe facilmente come dopo le tante inutili prove ed esperimenti, il governo centrale divenuto impaziente e temendo di peggio,

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avesse creduto bene spezzare quell'organismo. Si comprenderebbe ancora come per conseguenza necessaria anche il terzo quesito dovea rimanere non soddisfatto. Mancata l'opera di preparazione, ora inutile attendere il momento opportuno, e quindi coll'abòlizioue della luogotenenza le cose si doveano necessariamente trovare presso a poco com'erano, e le nuove province doveano entrare nel gran consorzio italiano impreparate e sfornite di tutti quei mezzi che si richiedevano a tanta novità. Suppongasi dunque che questo fosse vero, è chiaro che essendo tutto legato e dipendente da un primo fatto, non resterebbe che ad andar ricercando gli autori di quel primo fatto sia nella luogotenenza, sia nel governo centrale, sia negli stessi governati. Ma ciò sarebbe un divagarsi in quistioni personali che avrebbero han poca importanza per ciò che riguarda i presenti bisogni e interessi del paese. Lasciando dunque ogni vana ricerca, confessiamo che oggi la posizione è ben chiara e ben determinata. Or non è più permesso mettere il problema d'una maniera o di un'altra. Non vi è più scelta: i fatti hanno trionfato delle opinioni: non vi è più a parlare né di alleanze o federazioni, né di luogotenenze o vicariati. Or l'Italia meridionale sta al cospetto della settentrionale come parte essenziale e integrale dolio stesso tutto: non ci sono più relazioni equivoche e transitorie: bisogna riguardare le province meridionali e settentrionali come membri della stessa famiglia e come messe in condizione di perfetta uguaglianza tra loro. Bisogna quindi mettersi con una logica, ferma e franca a dedurre le conseguenze di qualunque natura che nascono da questo principio ed andare dritti e coraggiosi alla pratica.

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VI.

Quello che è stato detto innanzi circa le differenze che la natura e la storia hanno messo tra gli abitanti delle province meridionali è quelli delle province settentrionali dovea essere naturalmente fin dal principio materia di studio e di esame per tutti coloro che da vicino o da lontano prendevano la cura di preparare la fusione e l'unita nazionale. In questo studio, in questo esame dovea versare specialmente l'opera preparatrice dell’amministrazione: si dovea comprendere che con uomini di un'indole sensibile, fantastica, ombrosa e disuguale, e che per soprappiù uscivano allora allora da una tremenda crisi che avea al sommo grado eccitata la loro sensibilità e commossa la loro fantasia, bisognava per primo espediente adoperare a dir così un metodo blando e calmante, ossia dei farmachi che avessero por iscopo di addolcire, mansuefare e quasi assonnare un poco gli spiriti soverchiamente eccitati. Ciò era tanto più necessario in quanto che in quella gran tempesta politica che metteva capo nella precedente terribile oppressione dei dodici anni scorsi dal 1848 al 1860 si erano generati infiniti dolori fisici ed altresì infinita corruzione morale. Sicché si trovavano in quel tumulto ed in quel miscuglio generale molte triste cose, molli tristi sentimenti che non giovava punto carezzare o incoraggiare.

Bisognava dunque calmare quella esaltazione scorretta e turbolenta: bisognava addolcire i mille dolori e ferite, cagionate dalla gran lotta: bisognava scoraggiare e deprimere le stolte illusioni, le folli speranze e i malevoli

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propositi de’ tristi, e invece rilevare ed aiutare i sentimenti onesti, le virtuose aspirazioni, i nobili desideri de' buoni. Una salutare disciplina dovea quasi a primo tratto dare il motto d'ordine al paese, perché intendesse fin dal primo momento che colla rivoluzione cominciava un'era di moralità austera, di giustizia fredda e imparziale e non mica i baccanali della licenza e della dilapidazione. Se questa idea fosse entrata negli animi avrebbero sentito come un colpo che reprime e rimette le cose al loro posto. Se nel tempo stesso una mano carezzevole o caritatevole fosse venuta a blandire e medicare, una voce affettuosa, e conciliativa fosse risuonata per consigliare l'ohblio, il perdono, la pace e la benevolenza, se da ogni parte non si foste veduto che l'aspetto serio, grave e pur dolce e benigno di un governo paternamente autorevole, che non odia, non accusa, non seduce, non mentisce, ma infrena, modera, guida e sostiene; se tutto questo si fosse veduto, quella tremenda effervescenza che toccava un poco al delirio e minacciava prossima la follia, sarebbe data giù a poco a poco, e quel corpo informo e farneticante avrebbe presa lena e riposo per cominciare una vita sana ed abitudini di virtuose ed onorevoli fatiche.

Come uno dei segreti per procacciare tale calma e riposo dovea esser forse il mutare il meno possibile gli ordini esistenti ed il fare il minore sbaraglio possibile nei gradi della gerarchia. Questa osservazione oggi desta l'ira di molti. Ma costoro non ricordano che appunto quando il male è troppo generale e la malattia penetrata troppo addentro nelle fibbre, allora si può meno riuscire ad una guarigione subitanea e immediata. Costoro non ricordano neppure che non è permesso sospendere

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la continuità della vita unciale, che non è permesso rompere di botto un organismo per rifarlo da capo, perché in quell'intervallo ci potrebbe estere l'asfissia e la morte, che si dee invece sciogliere pazientemente la macchina parte a parte' e rifare gradualmente gli ordigni in maniera che non cessi un istante solo di operare.

Noi tocchiamo assai dolorose memorie, ma è pur mestieri ricordare che quando la prima volta incominciò in queste province un regime costituzionale, ossia quando fu finalmente permesso riaprire le porte degli ergastoli e delle prigioni e richiamare in patria l'infinito numero dei condannati politici e richiamare in vigore la perduta costituzione del 1848, allora in breve tempo furono fatte tali novità che rispondevano quasi a tutte le antiche ire e avversioni del popolo oppresso.

Già una mano ignota avea poco prima scomposta e rotta la vecchia tirannia degli svizzeri che erano scomparsi come per incanto. Poco men degli svizzeri il popolo odiava la gendarmeria e la vecchia polizia, ed in pochi giorni la gendarmeria era stata sformata e dissipata, e la polizia avea subita una di quelle giustizie popolari che si possono ammirare o biasimare secondo le opinioni della persona, ma non si possono né prevedere né impedire. Il popolo faceta mille accuse e censure alla più parte dei capi di amministrazione provinciale e distrettuale ed a quasi tutta la magistratura penale, ed in qualche giorno tutta la gerarchia superiore dell’amministrazione provinciale e distrettuale era stata mutata, e nel corso pure di qualche mese tutta la parte piò eminente della gerarchia penale, specialmente i presidenti e procuratori generali, erano stati sostituiti da novelle nomine. Anche le guardie urbane erano diveniate in

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gran parte oggetto di odio e di disprezzo, e tutte le guardie urbane erano state sciolte e si era per tutto ordinata ed annata una guardia nazionale che ricompariva nella desiderata forma e splendore di quella del 1848. Un antico risentimento si volgeva contro la compagnia dei Gesuiti, ed i gesuiti erano stati immediatamente sciolti e mandati via. Ira e risentimento maggiore ferveva contro la cosi detta camerìglia di corte, e la cameriglia era stata quasi tutta rimossa e congedata, e molti membri della nobiltà, della milizia e dell'amministrazione che erano creduti più legati e favoriti da quella erano stati o tolti d'ufficio o allontanati.

Tutto questo era stato fatto nei due primi mesi del nuovo regno costituzionale. Non rimaneva che la dinastia e l'esercito. Ebbene, la rivoluzione venne finalmente a compiere la sua terribile evoluzione, ed in quel momento di suprema crisi il colpo fatale scese a punire molte antiche colpe, e la dinastia e l'esercito scomparvero nel vortice.

Per Dio! quando un popolo ha fatte tante novità, quando un paese ha subite tante innovazioni, quando il governo che sorge dalla rivoluzione si trova a fronte di tante rovine accumulate le une sopra le altre, può ben dirsi che basti e che sia il caso di metter termine alle distruzioni e di cominciare l'edificazione! Ed appunto per questo bisognava come dicevamo testé che si toccasse poco agli ordini esistenti in quanto gli ordini esistenti non contraddicevano al nuovo principio politico. È cosa nota che ogni pubblicazione di legge nuova, per quanto sia questa eccellente in sé e per quanto sia grande il progresso che ne faccia perciò la legislazione, per certo intervallo di tempo genera sospensione di autorità e quasi pericolo d'anarchia.

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Una legge nuova non si esegue davvero se non dopo certo tempo, perché l'abitudine del vecchio da una parte vincola e impedisce, e dall'altra l'intelligenza del nuovo è tarda a entrare negli animi: si che un certo quasi interregno sta sempre tra una legge vecchia ed una legge nuova, e qualche tempo deve necessariamente passare perché possa dirsi che una legge comandi. Il fatto è che in quell'interregno ordinariamente non comanda né la legge vecchia né la legge nuova. Onde chi fa una legge nuova deve guardare se la società sia nel caso di sostenere quell'inevitabile sospensione, o se la condizione della cose sia tale che si debba attendere più opportuno momento.

Dicasi dunque se non era questo il caso nostro? Una società così sbattuta e malata poteva mai esser creduta capace di sostenere tante novelle prove, quante erano quelle che venivano dal passaggio subitaneo a leggi nuove promulgate a tempesta l'una sopra l'altra, come se bastassero le parole per creare i fatti e le abitudini di un popolo? Ma ci era di più: le leggi nuove non solo mutavano gli ordini comuni, ma facevano un altro poco di rivotazione e quasi di vendetta politica, come se non ce ne fosse stata abbastanza, come se bisognasse svegliare nuovi odii e nuovi risentimenti. In generale, non c'è di peggio che voler creare rivoluzioni a sangue freddo e inoculare nelle masse odii e risentimenti che non ha. L'effetto in questi casi riesce interamente contrario all'intento. Lo spirito pubblico si rivolta e reagisce in senso opposto, se non per altro per isdegno di non essere stato consultato. Noi citeremo per esempio quel che si è fatto per gli ordini religiosi, per gli ordini giudizi ari e per gli stabilimenti d'istruzione pubblica. Potrebbe bene affermarsi che il popolo napolitano

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non avea troppe osservazioni a fare, né aveva avversione alcuna a quel che esisteva in questo genere. Odiava e disprezzava molte persone appartenenti a quegli ordini, ma non odiava punto gli ordini stessi. Dovea quasi generargli meraviglia il vedere leggi e decreti che mutavano o distruggevano istituzioni meramente locali contro le quali non aveva fotta alcuna accusa. Tanto più si dovea maravigliare in quanto che alcune di quelle istituzioni si riferivano ad un ordine morale di sentimenti che costituiva il santuario della sua coscienza in cui poteva pretendere che a nessuno fosse permesso di entrare. Non perché alcune migliaia di uomini intelligenti e ragionatori avevano in uggia e in fastidio certe cose, potevano perciò manometterle quando sapevano che ne andavano di mezzo le credenze e le opinioni delle moltitudini. I dotti, gl'intelligenti hanno il dritto d'istruire e convertire un popolo, ma non di costringerlo a credere quello che essi credono.

Un altro effetto nascente dal troppo mutare gli ordini esistenti e dal troppo accelerare il movimento rivoluzionario era che il nuovo regno della libertà dovea facilmente trascorrere in licenza. Dopo mezzo secolo di assolutismo e dopo dodici anni di vera schiavitù politica non si potea senza pericolo sciogliere cosi di botto ogni freno. Gli uomini di stato avrebbero dovuto al contrario somministrare discretamente i nuovi benefici, non potendo ignorare che non si fanno salti e passaggi improvvisi in politica senza rovinare. Quest'avvertenza mancò interamente. I governanti si lasciarono cader di mano il freno e precipitarono quasi tutti in un movimento concitato che feceva usufruttuare le nuove libertà piuttosto ai tristi che ai buoni.

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Ci si perdoni questa escursione in un passato oramai irretrattabile. Per trovare l'origine delle presentì difficoltà bisognava ricercarle nel passato, tanto più che noi come dicemmo testé non intendiamo accusare le persone ma l'indirizzo dato alle cose. Dopo una gran rivoluzione sono sempre moltissimi quelli che o fanno o consigliano di fare: in quei momenti si opera quasi sempre colla mente turbata e preoccupata ed i veri effetti delle cose non si comprendono ordinariamente se non dopo. Il fatto è che i luogotenenti arrivavano tutti coll'animo scevro e disposto a regolarsi sul luogo secondo le convenienze locali e i consigli dei naturali del paese. Essi voleano per dir cosi il fine, ma si riservavano a risolvere intorno ai mezzi quando fossero nella pratica del nuovo governo. Se non che, essi erano immediatamente circondati da doppia schiera di uomini, cioè da quelli che inclinavano a innovar tutto per assimilare al più presto, e quelli che preferivano mantenere il più lungamente l'antico. Una certa lotta fin dal primo momento dovea nascere tra costoro: da un lato si diceva: non perdete tempo: assimilate presto, fondete subito le province nuove colle vecchie, ve tardate gli spiriti municipali prenderanno il disopra e impediranno l'opera: da un altro lato si diceva: non vi affrettate: non si assimila colle parole e colle pubblicazioni di leggi: si assimila conciliando, amicando e tessendo vincoli e relazioni benevole: non suscitate gli spiriti municipali che sarebbero la rovina dell'impresa.

In mezzo a queste due opposte esortazioni il governo t luogotenenziale oscillava quasi sempre. Inclinò dapprima soverchiamente verso la prima opinione e le innovazioni furono subitanee e immense: poi volle rivolgersi verso la seconda,

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ma ebbe simultaneamente consiglieri ed esecutori che tiravano da un Iato e consiglieri ed esecutori che tiravano dall'altro. Più tardi pensò davvero a metter freno alle innovazioni e usare il metodo del riposo e della calma, carezzando gl'interessi locali malauguratamente eccitati ed appoggiandosi agli uomini savi e moderati del paese. Ma le cose fatte innanzi rendevano quasi impossibile l'opera, e quell'indirizzo che forse era buono fallì e cadde in poco tempo. Da ultimo il governo luogotenenziale riapparve con novella vivacità e pareva che volesse prender nuova via, ma due cose gli mancarono: da un lato la furia innovatrice e legislatrice si era rifuggita presso il governo centrale e di là continuava a rimutare come prima ogni cosa; dall'altro lato gli elementi locali che avea scelti erano la parte più ardente e impetuosa che voleva seguitare a sommuovere, se non con leggi e regolamenti, colle novità di fatto e di persone che producevano anche maggior tempesta ed irrequietezza di prima.

Questa fu l'ultima prova che ruppe per dir così la paziente espettazione del governo, il quale si lasciò andare al partito finale di distruggere la luogotenenza. Fu egli bene scelto questo momento? o in altri termini: il momento scelto per abolire la luogotenenza fu propriamente quello in cui l'opera preparatoria dell’unione poteva dirsi compiuta? — È inutile dimandarlo, il governo centrale disperò di trovar mai quel momento, disperò che mai la luogotenenza facesse quella preparazione che si desiderava, e si deliberò a tagliare finalmente quel nodo che non credette potersi più sciogliere altrimenti.

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VII.

E facile dunque provare che dopo la luogotenenza le differenze che abbiamo notate di sopra tra le due parti d'Italia si trovarono immensamente più forti e più inasprirle, e che per conseguenza le difficoltà che ne nascevano doveano esserne aggravate ed ingigantite oltre misura. In mezzo all'incendio era stato gettato nuovo fuoco e nuova materia per accrescerlo. Quel parossismo tremendo che la crisi politica avea creato e che bisognava ad ogni patto calmare e addolcire era stato invece stimolato all'ultimo grado, si che era diventato febbre, delirio e peggio. Quel corpo malato e convulso era diventato anche più malato e convulso e quel carattere naturalmente fantastico, ombroso e inquieto era diventato anche più fantastico, più ombroso e più inquieto. In vece di far entrare negli animi l'idea della disciplina amministrativa, della giustizia severa e imparziale, della durevolezza e solidità degli ordini governativi, della forza salutare e riparatrice del regime libero e via discorrendo, era entrata negli animi l'idea che le leggi e i regolamenti fossero tutti in sospeso, che fosse possibile mutarli ogni giorno, che quasi non vi fosse ancora alcun potere costituito, che si potesse lutto tentare e tutto sperare essendo le cose lasciate all'evento, che il regime libero fosse per allora un imbroglio ed un imbarazzo e che per certo tempo almeno bisognava vederlo non espresso altrimenti che nelle calunnie dei giornali, nelle sfrenatezze della piazza, nelle prodigalità della finanza e nella tempesta degl'impieghi. Eppure sarebbe bisognato come dicemmo pocanzi fare in modo che


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lo spettacolo di tutto ciò che è casuale, di tutto ciò che tende a sopraffare e schiacciare le forze individuali cessasse, ed invece nascesse la confidenza nelle proprie forze, la fiducia nelle proprie fatiche. Ciò appunto avrebbe dovuto costituire il secreto del ravvicinamento morale di queste popolazioni con quelle dell'Italia superiore. Gli spiriti avrebbero dovuto essere incoraggiati e rilevati, richiamando le nobili memorie locali, ponendo innanzi agli occhi i tesori dell'ingegno e della natura meridionale, rimettendo gli uomini nella stima di se stessi, e togliendoli a quella preoccupazione antica del paese per la quale pareva, che tutto venisse dal caso e dagli eventi esteriori, e che si dovessero attendere le ubertose raccolte dalla sola naturale fecondità del suolo e benignità delle stagioni, e le felici contingenze di progresso civile dal solo movimento esterno della politica europea. I passati conquistatori del reame, consigliati per lo più da una crudele ed egoistica ragion di stato, si erano sforzati di abbattere, intimidire ed umiliare per ispirare nell'animo dei soggetti il sentimento della loro debolezza e la necessità di lasciarsi condurre dal nuovo potere conquistatore. E perciò il nuovo governo che non veniva come conquistatore per possedere e dominare si trovava nel dovere nella necessità di fare il contrario, di quel che aveano fatto le vecchie dinastie. Venendo col proposito di fondere e assimilare, di trovare nuovi fratelli e nuovi amici agli abitanti dell'Italia superiore, di apparecchiare alla nuova patria comune elementi nuovi cosi degni e cosi valenti come gli altri, venendo dico con questo proposito doveva si bene incontrare difficoltà non incontrate da quegli antichi governatiti che cercavano solo  soggetti umili e facili, a comandare e non altro, ma ciò

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dovea rendere più onorevole e glorioso il successo, non diminuire la responsabilità.

Non ostante ciò ohe abbiamo detto a riguardare Io staio esteriore ed apparente delle province meridionali dopo le luogotenenze, sarebbero a prima vista apparse infinite differenze di meno e infinite somiglianze di più, perché moltissime cose apparivano sotto gli stessi nomi a le stesse forme, cioè le leggi e gli ordini quasi fatti simili e molte assimilazioni materiali che davano una grande apparenza di uniformità amministrativa, militare, finanziaria ed economica. Ma guardando e comparando con rocchio della mente lo stato morale degli abitanti di quelle e di queste province tra loro, si sarebbe trovato che le differenze vere erano cresciute e non diminuite, perché nelle idee, nei caratteri, nelle opinioni ci era anche maggiore e più sentita discrepanza di prima, perché le moltitudini meridionali erano anche più di prima fantastiche, irrequiete, spensierate e sfiduciate, perché se prima avevano fede intera nella rivoluzione e nella unità d'Italia, dopo avcano cominciato a dubitare se veramente la rivoluzione e l'unificazione potessero sanare i loro mali e dar loro una stabile esistenza politica.

Or dall'aggravamento delle differenze dovea per necessità venire l'aggravamento delle difficoltà, di maniera ché il governo assumeva la responsabilità di reggere direttamente le province meridionali quando le difficoltà erano fatte maggiori, quando il problema era diventato più difficile, quando insomma non solo l'opera di preparazione era mancata, ma le ripugnanze esano fatte più vive ed il terreno più ingombro.

Comunque sia, noi l'abbiamo già detto, questa posizione

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è oramai irrevocabile: oramai non c'è più scelta: il passo ardito è dato senza che si possa ritornare indietro: bisogna accettare i fatti compiuti e prendere coraggiosamente il cammino. Le luogotenenze non hanno fatta l'opera d'apparecchio che dovevano fare: il governo centrale le ha sciolte quando quest'opera era diventata anche più difficile: il governo centrale adunque ha l'obbligo di raddoppiare gli sforzi per fare quello che non è stato fatto e per farlo presto e bene. L'impresa è supremamente difficile, ma l'impresa è arditamente assunta e non si può né rifiutare né abbandonare.

VII.

Prima di tutto vogliamo fare un'avvertenza. In politica vi sono molle cose che generano pericolo grave se si fanno, ma che possono riuscire utili se il pericolo si supera. In altri termini, molle cose non si debbono fare non tanto per i disordini e dolori che si producono, quanto pel pericolo che si genera allo stato ed alla cosa pubblica: ma una volta falle, se per favore di fortuna il difficile passo sia superalo senza la perdita o rovina che si temeva, dalle cose fatte nasce occasione a far meglio ed a meglio ordinare e consolidare lo stato. Onde coloro che pensano a seguitare l'impresa debbono d'ordinario cominciare dal punto in cui le cose sono lasciate ed edificare sopra le medesime fondamenta che sono state messe. Nel caso nostro adunque l'opera unificatrice ed innovatrice benché tanto precipitosamente condotta non si può e non si deve disfare, anzi posto che sia superato il pericolo, può divenire utile fondamento ed occasione di bene.

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Poiché per singolare favore di fortuna la cosa pubblica è rimasa intera, il governo centrale che ha preso direttamente in mano l'indirizzo delle cose ha il dovere di trarre dal fatto tutto l'utile possibile, di fondare sopra quello la sua nuova opera riparatrice e di far nascere per quanto è possibile il bene dal male. Dopo questa avvertenza torniamo all'argomento.

Lo spirito pubblico delle popolazioni meridionali rispetto all'Italia superiore si potrebbe esprimere così: un sentimento di amor proprio offeso, come di chi è stato per qualche tempo in compagnia di alcuno che professava di voler divenire amico, socio, fratello, e poi a poco a poco ha creduto accorgersi che colui voleva essere non amico ma maestro, non socio ma gerente, non fratello ma tutore e pedagogo. Questo sentimento in parte si fonda sul vero, ma è cosa proceduta naturalmente e quasi senza colpa dell’Italia superiore.  È ben naturale infatti che quando di due amici uno trasmoda in fatti o in parole, l'altro più fermo e più padrone di sé assuma in certo modo il tuono di esortatore, di moderatore e quasi di maestro: è ben naturale che quando di due soci uno mostra soverchia inclinazione alla spensieratezza, l'altro cerchi di prendere la gestione e riparare i danni; è ben naturale finalmente che di due fratelli il più savio e più esperto prenda quasi contegno di tutore verso il fratello più leggiero o più vivace e bizzarro. Queste apparenze doveano generarsi facilmente per la differenza dei due caratteri, e ne dovea altresì seguire che mentre l'un dei due credeva riparare ai difetti dell'altro, l'altro ne prendesse occasione per irritarsi anche più e per credersi offeso e umiliato: dovea in somma accadere quel che

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accade in simili casi nelle private famiglie, salvo che gli effetti aveano proporzioni tanto più grandi quando è più grande uno stato di una privata famiglia. A lungo andare si dovea generare una certa avveratone da una parte e quasi una certa noja e disdegno dall'altra. Di fatti, che è accaduto? Il contegno del resto d'Italia, ogni suo atto, ogni suo detto, è interpetrato piuttosto a male che a bene dagli abitanti del sud: se di lassù vengono uomini a reggere una provincia o un'amministrazione, se viene una legge, una osservazione, un' emenda, tutto suona come un rimprovero di chi corregge e castiga: se il governo chiede una tassa, un sacrificio qualunque, quella richiesta pare una durezza, una spoliazione: tutto si presenta agli animi alterati come sopraffazione di una parte d'Italia sopra l'altra. Intanto gli abitanti dell'Italia superiore avendo coscienza della rettitudine delle loro intenzioni, sentono noia e fastidio di quelle accuse e di quelli sospetti, sentono a poco a poco intiepidire nell'animo l'affetto e la stima: pare loro di aver acquistata una compagnia incomoda e quasi pericolosa: lo sdegno tira loro dalla bocca a quando a quando parole poco amorevoli che accrescono anche più la mala disposizione degli abitanti del mezzogiorno.

Per quanto sieno mal fondati questi dubbi, e per 'quanto siano immaginarii tutti questi mali, pure una folla di reciproche accuse nasce da questo lavoro fantastico degli spiriti, che trova pur troppo occasione e pretesto nella realità materiale delle cose. Gli uni dicono: ecco i briganti e i malandrini disertano le nostre campagne e infestano quasi l'abitato delle città: ecco i nostri commerci e le nostre industrie sospese e compromesse, le nostre raccolte minacciate,

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i nostri depositi guasti e derubati: ecco le persecuzioni e le uccisioni diventate abituali e giornaliere in ogni parte dei territorio: ecco là alle nostre porte il pretendente circondato dai nostri antichi nemici che consulta e ci minaccia, e che voi non avete saputo ancora allontanare: ecco le nostre faccende, i nostri processi sospesi e impediti per essere le amministrazioni pubbliche tutte sconvolte e inviluppate nelle eccessive novità organiche e nelle infinite riforme di cose e di persone: ecco le ripetute promesse di strade, di canali, di porti, di bonifiche indefinitamente ritardate: ecco molti imbarazzi in cui ci tiene ancora la riforma bancaria, la riforma monetaria, la riforma giudiziaria e altre simili riforme che voi avete lasciate a mezzo confuse ed incompiute.

Mentre queste cose dicono gli uni da una parte, gli altri dall'altra ripetono: ecco che da quasi due anni non riusciamo ad intenderci, quando bastarono alcuni mesi per accordarci perfettamente tra noi nell'Italia superiore: voi già quasi obbliate il grande scopo della indipendenza e della unità nazionale e vi andate affannando in quistioni locali di poco rilievo, come se già fossero arrivati i tempi tranquilli e ordinarii: voi non ostante le grandi promesse, alla prima richiesta di tasse vi siete quasi rifiutati e vi siete gettati in misere quistioni di procedura e di legalità: voi per una inescusabile impazienza non volete attendere che il nuovo organamento delle amministrazioni si compia e produca i suoi effetti: voi prendete tulio a rovescio, lutto a male, tutto a sospetto: obbliate l'interesse e lo scopo comune,  sottilizzate sopra ogni novità e gridate ad ogni incomodo, rimandando sempre ad altri la colpa che è vostra: voi accusate sempre il governo e l'Italia superiore di

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quel che sarebbe carico vostro, dovere vostro e che le nuove franchige lasciano a vostra cura e responsabilità: voi insomma non vi accorgete che, accusando e censurando, accusate e censurate voi stessi, perciocché dipendono in gran parte da voi stessi le cose delle quali vi dolete.

Ecco le accuse che si fanno dall'una e dall'altra parte, ecco come i fatti servono a pretesto ed occasione delle accuse. Ognun vede che questa è via di perdizione, che quando si procede troppo lungamente per questa via, non vi è impresa che non fallisca. Per questa via gli uomini si disuniscono e non si uniscono, per questa via si va alle crisi rovinose, si va agli scontri materiali della forza, e quindi alla sospensione delle leggi e delle libertà politiche, alle dittature militari e peggio. Non è difficile prevedere che inoltrandoci troppo in questo pericoloso cammino, si arriverebbe finalmente a dover usare di quei mezzi straordinarii ed eccezionali che molli hanno chiesto e consigliato a mezza voce al governo, e che finora il senno del governo e del parlamento ha ricusato. Una metà d'Italia si vedrebbe allora tirata, a rimorchio dall'altra metà, e la grande opera di concordia e di fratellanza si vedrebbe quasi mutata in opera di forza e di violenza. Dio ne salvi da questa condizione di cose! Vanamente si spererebbe di sanare i mali con questi rimedi  Solo nei governi assoluti si può riuscire con un atto di forza a sopprimere per qualche tempo le. resistente e far cadere il paese nel silenzio e nel letargo. Dove è un regime rappresentativo questi terribili espedienti non giovano che pochi giorni: poi nasce il subbuglio, il disordine, la tempesta maggiore.

Acciocché dunque non si arrivi mai a mettere cosi in

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pericolo la grandezza della gran patria italiana, bisogna che decisamente, coraggiosamente tutti i savi, tutti gli onesti sorgano coi fatti e colle parole a rompere la nascente discordia ed a prevenire i futuri pericoli. Diciamo: coi fatti e colle parole: perché veramente in due maniere ci è a riparare al male; coi fatti, cioè stringendo e cumulando la responsabilità governativa nel centro per creare colà una vera solidarietà d'azione, e dividendo e separando sul luogo per togliere occasioni alle accuse e far sentire il peso della responsabilità ai veri interessati: colle parole, cioè alzando la voce e dimostrando all'una ed all'altra parte d'Italia la necessità assoluta, evidente, ineluttabile di stare insieme, d'intendersi, di accordarsi per prevenire il maggiore dei disastri, il maggiore dei danni che possa temersi quale è il ritorno alla separazione politica che nello stato presente di Europa sarebbe per noi la rovina e la perdizione d'ogni cosa.

VIII.

Con queste poche parole noi abbiamo in certo modo adombrato l'insieme delle provvidenze a prendere e delle cose a fare: vediamo brevemente in che consiste la doppia necessità di qui intendiamo parlare.

Ricordiamo quello che abbiamo detto in principio, cioè che l'unione delle province italiane è avvenuta in tal maniera che non poteva nascere a prima giunta vera unilà. Prima di tutto le diverse province come dicemmo non si erano mosse tutte in una volta come per condursi insieme ad un comune convegno con eguale cooperazione di ciascuna. La natura e le circostanze dell'impresa

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non comportavano questo andamento di cose. In vece, l'Italia fu fatta per graduali e parziali annessioni a quel primo stato che con tanta virtù e felicità avea tenuta alla la bandiera della nazionalità italiana. Secondo che una dinastia cadeva, un esercito si scioglieva, un governo si scomponeva, la dinastia, l'esercito, il governo piemontese erano adottati come per comune accordo e intelligenza di ciascuno dei nuovi venuti. A grado a grado la dinastia, l'esercito ed il governo piemontese diventava la dinastia, l'esercito ed il governo della nuova Italia; e sebbene si mischiassero spesso elementi delle nuove province, ciò era quasi accidentalmente ed accessoriamente: il tipo e la sostanza rimaneva quella antica, e l'antico centro era adottato provvisoriamente come centro comune di unità.

Ma una seconda ragione anche più degna di attenzione nasceva dall’indole medesima dello stato che si adottava cosi come centro comune. L'eroico Piemonte che ha salvata l'Italia non era come lutti sanno la provincia che più serbasse il carattere e le tradizioni italiane: a certe apparenze quel piccolo stato pareva quasi essere fuori Italia. E pure quel piccolo stato a metà francese ed a metà italiano, quel piccolo stato dove uscendo dalla frontiera si diceva andare in Italia, dove gli abitanti non aveano neppur l'abitudine di apprendere la lingua italiana, quello stato dico salvò e formò l'Italia. Cosi è accaduto sempre e così doveva accadere. Per rilevare con una leva potente l'Italia caduta e prostrala bisognava bene che il punto d'appoggio fosse quasi fuori la penisola, ossia che il popolo che dovea fare l’impresa fosse estraneo alle condizioni, ai vizi ed alle magagne che aveano cosi disfatta e inabissata l’Italia. Bisogna essersi tenuto in un

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certo isolamento, in un certo raccoglimento per temperarsi ed apparecchiarsi alle grandi imprese nazionali e a fare o rifare gli stati. Un paese si guasta e si corrompe d'ordinario appunto dove è stata la gran vita nazionale, le grandi tradizioni, i grandi trionfi. Da quel punto difficilmente rinasce la forza e la virtù rigeneratrice, la quale invece suole improvvisamente mostrarsi da qualche angolo nascoso e inavvertito, come avvenne in Grecia, come avvenne in Germania, come avvenne in Russia ed in altri paesi.

Ma se la salvezza e la ricostituzione d'Italia dovea venire di Piemonte e non di Toscana e non di Romagna e non di Napoli, è indubitato che i veri elementi tradizionali e morali dell’italianità sono in Toscana, in Lombardia, in Roma, in Napoli assai più che in Piemontese che come a formare la novella Italia è bisognata la vigorosa e giovanile energia piemontese, così a ordinare e ricostruire la vera Italia è necessario il senno pratico e tradizionale delle altre province. Il Piemonte ha fatti due grandi doni all'Italia, una dinastia ed un esercito; doni immensi, doni inapprezzabili! una dinastia nuova, un re soldato e cavaliere quale appunto si richiedeva, un re perfettamente costituzionale quale appena la vecchia e libera Inghilterra cominciò ad avere dopo secoli di prove e di dolori; un esercito ammirabile di disciplina e di moralità, valente e sobrio, bello di forme e severo di costumi, invincibile in guerra e irreprensibile in pace. Questi due doni sono superiori ad ogni estimazione, perché di queste due cose appunto mancava l'Italia. L'Italia non avea più principi ne' soldati veri: l'una e l'altra cosa era miseramente corrotta. Essa non avea più neppure la valentia selvaggia dei suoi terribili capitani  e avventurieri

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 d'altra volta, e nelle sue corti non vi erano più neppure i crudeli ma splendidi e animosi tiranni d'altri tempi. Tutto era caduto giù come cosa morta: tutto era bassezza, corruzione ed ignoranza. Quando dunque il Piemonte ha dato una dinastia ed un esercito all'Italia degni di essa, le ha dato tanto quanto se le poteva dare di più importante, di più prezioso per rialzarla dalla sua abbiezione e farle cominciare una vita di gloria e di grandezza. Ciò è più che sufficiente per dire che il Piemonte ha salvata e rigenerata l'Italia.

Ma quel che basta a fare e fondare uno stato non basta a tenerlo ed a ricostituirlo solidamente: bisogna come si dice riportare le cose ai loro principi, cioè raccogliere da capo tutti gli elementi antichi della risorgente nazionalità, far rinascere a dir cosi la vita spenta e quasi ritessere la rotta trama e ripigliare e cavar fuori del fondo i perduti tesori, per ridonare allo stato le forme e le istituzioni che più si confanno colla vera e propria indole della nazione. Or qui il nostro discorso entra in un cammino facile e da tutti conosciuto. I veri elementi della nazionalità italiana, di questa nazionalità religiosa e artistica, scientifica e letteraria, nudrìta e educata in mezzo alle grandi memorie ed ai grandi monumenti, di questa nazionalità fatalmente predestinata dalle origini della civiltà a risorgere ed a ricomparir sempre sulla scena del mondo, come qualche cosa di sovraumano che si nasconde ma non muore, che si ritira ma non abbandona mai il suo posto, i veri elementi dunque di questa nazionalità sono nel cuore della penisola: sono lungo la misteriosa linea che corre da, Firenze a Roma ed a Napoli e si dilata e s'irradia d'ogni intorno lungo la valle del Po e lungo le coste del tirreno, dell'adriatico e del ionio.


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Sarebbe dunque impossibile far rinascere e rimettere in piedi in tutta la sua maestà e grandezza l'Italia, se le nuove fondamenta non si mettano sopra quel vecchio terreno. Bisogna toccare direi quasi materialmente quel vecchio terreno, perché la sua secreta virtù ridoni come all'Anteo della favola le forze e il vigore novello che si richiede al nuovo stato. Colà sotto quel terreno giacciono le venerande reliquie di tanti fondatori di stati, di tanti capitani famosi, di tanti legislatori, oratori, filosofi ed artisti di cui il mondo ricorda ogni giorno i nomi e te opere, e sopra la cui tradizionale sapienza è si può dire fondato oggidì tutto il sistema educativo delle nazioni. La lingua, i costumi, le istituzioni di quelle contrade sono pregni di sentimento italiano: tutto quivi è parlante ed eloquente testimonio della vita passata: i monumenti, le piazze, le vie non ricordano che nomi e cose italiane: la forza, il secreto di quella potente e sempre rinascente,  vitalità è colà appunto e non altrove che colà.

A ciascuno adunque la sua parte, a ciascuno la sua missione. Sarebbe sentimento basso e di puerile vanità l'offendersi di questa naturale distinzione di parti, come è opera onesta e virtuosa lasciare ciascuna cosa a chi meglio può farla e sa farla. Il Piemonte per uno straordinario favor di fortuna ha potuto dare all'Italia non solo la dinastia e l'esercito, ma anche il primo uomo di stato che col suo senno ha tanto fatto per la grande impresa quanto hanno fatto si può dire la virtù del principe e il valore dell'esercito. Ma il medesimo Conte Cavour, una volta assicurata l'esistenza del nuovo stato, non avrebbe voluto costituirlo se non cogli elementi antichi di vera e pretta italianità, ed egli stesso a gran voce avea annunziato che la sede del nuovo stato non

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poteva e non doveva essere se non nel cuore e nel centro delle nuove province. Il conte Cavour intendeva meglio di qualunque altro quale fosse nella grande impresa la parte che ricadeva al Piemonte e quale quella che ricadeva al resto d'Italia.

IX.

Ci troviamo quasi senza accorgerci arrivali a quel comune argomento di tutti i discorsi d'oggidì, cioè a quel che si dice e si ripete per tutto intorno alla necessità di una nuova città capitale. Ebbene, anche noi diciamo che occorre un centro, una sede nuova che meriti davvero il nome e il titolo di capitale del regno. Ma vorremmo che il proprio significato della cosa fosse esattamente spiegato.

Una città capitale secondo il linguaggio comune e secondo il senso popolare della parola vuoi dire una città dove le tradizioni, le istituzioni, le arti, la storia abbiano per dir così concentrata ab antico la maggior espressione della vita nazionale, una città che per la grandezza delle proporzioni, pel numero degli abitanti, per la opportunità del silo risponda alla grandezza ed ai bisogni della nazione che rappresenta. Ma una città capitale nel rigoroso significato legale e politico è qualche cosa di più astratto, di più assoluto: è qualche cosa d'indipendente dalla storia e dai monumenti. Perché un sito qualunque meriti questo nome bisogna non solo che quivi tutte le fila del governo e dell'amministrazione vadano a metter capo ed a raccogliersi, in maniera che da quel punto solo prenda le mosse tutto il movimento della macchina tomaie, ma bisogna ancora che in quel centro senza alcuna distinzione di luoghi,

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di origini e di condizioni le persone e gli interessi di tutte le parti del territorio nazionale si trovino fusi insieme e rappresentati egualmente e indistintamente.

Or giova avvertire che quel che è avvenuto in occasione del Piemonte poteva egualmente accadere in altre parli d'Italia, se alcuna altra parte d'Italia avesse dovuto servir di principio e di centro al movimento nazionale. Anche in altra parte d'Italia infatti poteva accadere che il suo particolare centro di governo e di amministrazione fosse diventato centro di governo e amministrazione di tutte le altre parti successivamente riunite, in guisa che le stesse forme, gli stessi metodi e quasi gli stessi uomini avessero continuato ad operare estendendo la loro azione sopra tutto il resto del territorio. Ma tutto questo che sarebbe stato necessario in principio ed utilissimo per qualche tempo, non essendo se non un espediente di sua natura temporaneo, sarebbe diventalo alla lunga nocivo e contrario allo scopo. La capitale adottiva avrebbe dovuto in ogni caso essere sostituita da una capitale vera, altrimenti il governo sarebbe cominciato a falsarsi e adulterarsi, ed invece di un insieme integrale e armonico si sarebbe veduto un accozzamento artificiale di clementi accessori intorno ad un elemento primo sempre distinto e sempre prevalente. Vanamente si sarebbe sperato di vedere una fusione ed assimilazione vera e continuata degli elementi nuovi nell'antico. Si sarebbe potuto vedere a quel primo centro di governo e di amministrazione aggiungersi giorno per giorno elementi delle nuove province, così che la vecchia macchina locale paresse a poco a poco trasformanti, gli ordigni nuovi prendere il posto degli antichi e la capitale di provincia

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cangiarsi davvero insensibilmente in capitale nazionale in cui tutte le parti venissero a fondersi e riunirsi. Si sarebbe potuto credere infine che quel movimento non fosse pia l'opera locale e tradizionale della contrada, ma 1' indirizzo impresso dagli organi legali di tutta quanta la nuova nazionalità. Ma questa non sarebbe stata che una falsa apparenza.

Là dove è un fondamento antico di governo e di amministrazione, la forza dell’elemento locale è sempre e necessariamente predominante. Si ha un bel fare un bel dire, tutto quello che si aggiunge sopra quel fondo rimane come cosa posticcia, come cosa meramente accessoria. Aggiungete persone nuove, mutalo e rimutate gli ordini e le cose, il vecchio ed il primitivo rimane e risorge sempre, come intorno al nuovo innesto ripullula e germoglia sempre il vecchio tronco. Ciò e nella natura delle cose: quel che è originario vince sempre ciò che è stato aggiunto dipoi. Quando meno si aspetta l'antico che pareva smarrito e sopraffatto dai nuovi ordini e dalle persone nuove, improvvisamente rialza il capo, scuole intorno a so e quasi respinge tutto quello che con fatica e diligenza gli era messo di sopra e d'intorno. Il fatto è che ogni vera assimilazione di elementi è impossibile. Quel sentimento insito ed abituale che informa le persone e le cose del luogo non si estingue e non perde mai la naturale vitalità e disposizione a risorgere. Ci è sempre nel fondo del governo e dell'amministrazione un nodo di forza locale che istintivamente combatte e reagisce contro lutto ciò che. è venuto dopo, contro tutto ciò che s'importa di fuori. Se l'affetto, l'amor della patria avevano potuto per certo tempo attutire quel naturale sentimento e produrre un certo moto

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di simpatia verso i nuovi venuti e farli abbracciare come cosa intima e propria, quando questo sentimento si raffredda, quando qualche differenza sorge a turbare il primo accordo, le cose tornano alle foro naturali inclinazioni. L'interesse locale trovandosi sul proprio terreno e con tutti i vantaggi della posizione, arriva facilmente a superare le forze nuove, gli uomini nuovi i quali si trovano sopra terreno straniero, ignoranti dei siti, del linguaggio e delle intelligenze ed accordi che corrono facilmente tra i naturali del paese. È vano insomma sperare che un governo ed un'amministrazione locale diventi mai il vero centro di governo e di amministrazione nazionale.

È dunque evidente ed innegabile la necessità di avere una nuova e vera capitale, ma bisogna che questa non abbia per dir cosi governo né amministrazione propria, che quivi tutto vada a impiantarsi da capo, che non siano radici vecchie, non vecchio organismo, non vecchi interessi, né abitudini, né tradizioni governative e politiche o almeno che tulle queste cose siano in proporzioni così piccole che non eccedano i limiti di un interesse meramente municipale. Se questa nuova capitale avesse di più splendore e magnificenza di monumenti, grandezza storica, memorie di scienze, di arti e di lettere, ricordi di potenza e di gloria passata proporzionati alla gran nazionalità che risorge, tanto meglio! sarebbe una vera e perfetta capitale in tutti i sensi, nel senso volgare e nel senso legale. Ma si badi bene, a noi sta principalmente fisso nell’animo che la nuova capitale debba avere prima di tutto e sopra tutto il carattere legale e politico. Preferiremmo pel bene d'Italia qualunque partito meno bello e meno splendido, laddove la nuova capitale

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non avesse a riuscire un terreno perfettamente neutro e sgombro nel senso che abbiamo detto, laddove sul terreno della nuova capitale si avesse ad incontrare il pericolo suddetto, cioè il pericolo di un interesse locale forte, antico, radicato che potesse ripullulare e sopraffare l'interesse generale nazionale. Comunque sia, sappiamo pur troppo che oramai tutti pensano e faticano a questa definitiva soluzione delle difficoltà, che r Italia ci pensa, il governo ci pensa e ci pensa quasi l'Europa tutta quanta, sì che forse te soluzione è meno lontana che altri non crede.

Ma se a questa soluzione definitiva non si arrivasse così presto, quale sarà provvisoriamente il mezzo per ovviare alle difficoltà? Noi ricadiamo nelle proposte di espedienti: ma bisogna pur ricorrerci se non vi è altro. Noi quasi ritorniamo sopra quello che abbiamo riconosciuto impossibile: noi chiediamo un atto di grande e straordinaria virtù, uno sforzo nuovo ed efficace per avvicinarci per quanto più sia possibile a quello appunto che abbiamo veduto esser tanto difficile in fatto: chiediamo al governo residente in Torino che voglia decisamente, risolutamente entrare in quella via di organamento centrale solidario, radicalmente e genuinamente nazionale: chiediamo un nuovo e gran sacrificio, un obblio assoluto di se stesso, cioè una scomposizione fondamentale dell’antico meccanismo burocratico e amministrativo, uno scioglimento del nucleo antico ed una sostituzione di elementi presi da tutta Italia, una ricomposizione integrale di tutti gli alti collegi consultivi ed amministrativi per rifarli con proporzionata combinazione di parti nuove e appartenenti a tutto il paese, una rinnovazione franca, compiuta, imparziale degli antichi metodi, degli antichi riti locali,

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cosi come si dovrebbe fare sul terreno nuovo di una nuova capitale un appello, un invito libero, incondizionato a tutti i migliori perché vadano colà nella sede del governo, intorno al trono, nelle alle regioni della corte, della milizia, della diplomazia, del ministero e dell'amministrazione a metter l'opera e il consiglio alla grande e comune impresa dell’unificazione italiana.

Noi sentiamo il difetto del nostro discorso: noi sentiamo che anche ciò non basterebbe, perché non ostante tutte queste ardite e difficili novità, non si toglierebbe. mai quella difficoltà insita, naturale dell'istintiva e sempre rinascente prevalenza dell’interesse locale.

Nulladimeno noi non osiamo spingere tanto oltre il dubbio da non credere alla possibilità di una sincera e radicale ricomposizione della gerarchia centrale: ci parrebbe mostrare una ingiusta e sleale diffidenza verso il nobile e virtuoso Piemonte. Quella ricomposizione sarebbe in ogni modo un utile apparecchio allo stabilimento della nuova capitale: sarebbe tanto di guadagnato per l'opera futura: sarebbe come un comporre anticipatamente la città legale e politica per andarla poi a collocare materialmente nella nuova sede. Tutti vedrebbero in ciò un nuovo pegno di affetto e devozione verso la gran patria: gli animi si unirebbero e si stringerebbero di nuovo intorno al Piemonte, il buon accordo rinascerebbe ed i cattivi umori sarebbero distratti e dissipati a tempo. La maggior paura che ci turba è che durante questo intervallo di penosa aspettativa gli animi degl'italiani s'intiepidiscano, si che quando ritorni il momento del nuovo appello nazionale, invece di rispondere con ardente e affettuoso accordo, abbiano a trovarsi lenti,

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freddi e come scorati dalle misere differenze e gare municipali Che questa antica malattia della penisola, questa maledizione tradizionale delle ire e delle guerre di municipio, non abbia giammai più a rinascere e ricomparire sul suolo italiano!

Ma non si arrestano qui i mezzi che occorrono al nostro proposito. Ritorniamo di nuovo al primo discorso. E' necessario dicevamo comporre e corroborare la responsabilità solidaria nel centro, affinché nessuno possa dire che l'interesse centrale rappresenti altro che il pensiero comune, l'interesse comune nazionale. Ma è egualmente necessario che si faccia un'altra cosa, cioè che alla solidarietà del centro governativo risponda la intera e perfetta responsabilità dell'amministrazione locale. Bisogna che gli abitanti delle province meridionali non solo possano dire con fondamento: noi abbiamo la legittima parte in tutto l'indirizzo centrale governativo: ma possano dire ancora: noi siamo veramente liberi e responsabili della nostra amministrazione locale.

Due cose infatti sono massimamente necessarie nel governo di queste province. La prima, che gli animi arrivino finalmente a quel sentimento di fiducia di loro stessi per lo quale comincino a fondarsi sopra le loro forze, a sperare nei loro mezzi e a tenersi soli arbitri dei loro atti e responsabili della loro fortuna. La seconda, che l'amicizia de’  nuovi fratelli, dei nuovi compatrioti si conservi nell'animo dei nostri pura, sincera e affettuosa quale era nei primi giorni, evitando per quanto è possibile che si guasti o diminuisca la stima e confidenza reciproca.

Per ottenere dunque questi due effetti, cioè per ispirare ai

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popoli dell’Italia meridionale fede in sé stessi e fede e amore negli altri, sembra utilissimo che sian lasciati da una parte mollo padroni di sé e delle cose loro, e dall’altra che sia schivata ogni soverchia ingerenza nelle faccende che riguardano estimazione di persone e gestione d'interessi materiali.

Per la prima parte molto è da attendersi dalle nuove franchige municipali: anche gli errori gioveranno ad ammaestrare i cittadini, stanteché gli errori di una amministrazione veramente libera non sono sterili come quelli del governo assoluto, ma fruttano e purificano maravigliosamente il giudizio della gente. È bene che il governo non interponga troppo facilmente la sua voce e la sua autorità, acciocché gli amministratori non sentano diminuito il peso della loro responsabilità e gli amministrati si avvezzino a non attendere altronde che dai loro stessi amministratori la riparazione dei danni e degli errori. La libertà municipale è medicina a sé stessa. Lasciate dire gli increduli e i timidi che non sogliono aver fede se non nella forza e nell'autorità governativa. Ci ha bene qualche emenda a fare alle leggi, ma ciò riguarda solamente la coerenza ed armonia delle disposizioni e la necessità di una certa maggior forza e semplicità negli ordini esecutivi dell’amministrazione. Del resto, tutto deve tendere a corroborare la responsabilità e a garantire la libertà municipale, non a diminuirla. Ed anche a questo scopo è necessario che la poca parte che rimane alla superiore autorità del governo sia cosi prontamente spedita, che non si possa dire indirettamente diminuita la libertà d'azione e la responsabilità locale. Se le deliberazioni rimanessero lungamente

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impigliate nelle solite dilazioni e difficoltà che s'incontrano nelle alte regioni governative, si giungerebbe facilmente a disprezzare come vane e menzogniere le libertà municipali.

Ma se non è gran fatto difficile intendere questa prima parte della nostra avvertenza, alquanto più malagevole è intendere la seconda. Giova ricordare che le relazioni tra le popolazioni delle diverse contrade d'un paese hanno gran somiglianza colle relazioni individuali e familiari tra le persone. La soverchia vicinanza e dimestichezza e soprattutto la soverchia ingerenza negl’interessi materiali è ciò che più logora e consuma l'affetto e la stima fra le persone private. Si perde sempre qualche cosa al cospetto di coloro di cui si assume a trattare gl'interessi ed a giudicare le azioni: i più stretti parenti, i più cordiali amici s'intiepidiscono e si disamano ordinariamente per troppa famigliarità o per troppa ingerenza degli uni nei fatti e negl’interessi degli altri. La vicinanza e la convivenza serve sventuratamente più a scoprire i difetti che le virtù delle persone, specialmente quando la scelta delle persone che hanno a convivere e trattare con noi non sia libera, ossia non dipenda da noi ma da una volontà superiore alla nostra. Or si potrà intendere quale applicazione intendiamo fare della nostra avvertenza. Noi crediamo utilissimo che per altro tempo ancora la promiscuità degli ufficii amministrativi e governativi nella parte meridionale d'Italia sia assai parcamente usata. Non si può sperare ancora che le origini delle persone sieno dimenticate e che si riguardino indistintamente tutti come appartenenti alla gran famiglia nazionale. Ciò è desiderabile che avvenga, è necessario che avvenga, ma appunto perché avvenga

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il più presto possibile è mestieri che si rimova ogni menoma occasione di malumore e di differenza. È provato per esperienza che in certi tempi la promiscuità degli uffici pubblici non sia la miglior maniera di riunire ed amicare le popolazioni di diverse contrade. Quando gli antichi governanti del reame delle due Sicilie vollero usare un gran mezzo di fusione, fecero largamente promiscui gli uffici amministrativi e governativi tra l'isola ed il continente. Parve allora che mille nuovi legami si stringessero fra le due parti del regno, e che il molto trattarsi e ravvicinarsi delle persone per quella via fosse un eccellente espediente per conoscersi ed amarsi. Ebbene, tutti sanno che dopo molti anni, quando più dovea credersi consumata la fusione, gli animi si trovarono mille volte più disuniti e nimicati di prima: la promiscuità dovette esser riconosciuta come un cattivo mezzo di unificazione del paese.

Se oggi qualcuno si volga a riguardare spassionatamente le province meridionali, si accorgerà essere la promiscuità più causa di male che di bene: troverà che sarebbe infinitamente meglio se gli uffici governativi ed amministrativi restassero per ora nelle mani dei naturali del paese, ossia se il governo facesse le sue scelte fra i naturali del paese. È certamente un nobile sentimento quello che spinge a mescolare gli elementi diversi delle diverse province: sono quasi sempre ottime scelte quelle che si fanno; ma la virtuosa intenzione fallisce per Io più nella pratica ed assai spesso le più nobili e distinte personalità restano quaggiù incomprese o dimenticate e qualche volta sono contrariate e mal vedute come cosa estranea e quasi nemica. Molte ragioni si potrebbero indicare, ma basta dire che le antiche abitudini d'isolamento


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la poca o niuna istruzione popolare, la eccessiva differenza di caratteri, la gran novità di nomi e di forme delle nuove istituzioni, la soverchia inclinazione a malignare, la innata diffidenza, le antiche prove e disinganni, tutte queste cose fanno sì che le moltitudini di queste contrade non possano ancora esser messe faccia a faccia con uomini nuovi di cui mal possono intendere il pensiero ed il linguaggio. Ne nasce dunque una specie di freddezza verso le autorità governative del luogo, e di cruccio verso il governo centrale che ha per causa più l'equivoco e la mala intelligenza, che ragioni vere e reali di scontento. Intanto sono sempre più aggravati i mali reali dai mali immaginali e si da occasione alle amministrazioni locali di scaricarsi di loro responsabilità e di rimandarla alle autorità superiori. Coi naturali del paese bene scelti e bene collocati questi mali sarebbero | di gran lunga minori. Anche nella bella e culta Toscana, quando la prima volta cominciò il movimento delle annessioni, fu creduto saggio e prudente partito lasciare quelle province governare ed amministrare ai naturali del paese: la promiscuità non fu applicata se non assai tardi, sebbene colà le ragioni di ritardarla fossero assai minori che altrove. Non è egli manifesto che la prudentissima condotta tenuta in Toscana dovrebbe per qualche tempo ancora tenersi in queste province assai meno preparate ed assai più agitate e passionate di quella? Non sembra che vi sia altro miglior modo per conservare intere e amiche le relazioni di questi abitanti con quelli dell'Italia superiore, e per avvezzarli a sentire la responsabilità vera dei loro alti e fidarsi di se stessi e fondarsi sopra sé stessi.

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XI.

A questo breve cenno dei fatti a compiere vorremmo aggiungere qualche cosa delle parole a dire e dei discorsi a fare per raddirizzare gli animi e troncare le ire e le discordie nascenti. Certo, la virtù della parola non ebbe mai occasione più bella e più santa per far sentire la verità in mezzo alla tempesta delle opinioni e delle passioni. Se ora in Italia i suoi uomini di stato, i suoi scrittori, i suoi oratori, i suoi poeti non levano di accordo la voce per ricordare con grido polente la necessità di stringersi insieme e di procedere uniti e compatti al grande scopo nazionale, se ora noi fanno, non sapremmo comprendere quale altro momento possano scegliere migliore. Oramai questo grido, questa voce convien che risuoni in mezzo alle due regioni d'Italia, le quali per la loro antica divisione par che dubitino ancora della possibilità di stare insieme: convien che risuoni forte e assidua per far intendere all'una ed all'altra parte che l'interesse è comune e che è comune ed eguale il dovere e là necessità di stare insieme.

Se per fortuna la nostra umile voce potesse valere presso gli abitanti della superiore e della meridionale Italia, noi non ci contenteremmo di gridar pace, pace col poeta. Vorremmo anzi invitarli a riguardare nel passalo e nel presente d'Italia e d'Europa per convincerli che oramai la quistione di unità è quistione di vita o di morte dalla quale dipende un intero avvenire di miserie o di felicità. Vorremmo dimostrare che tale importanza non è minore per la parte superiore che per la inferiore del nuovo regno, e che non è punto vero che l'una parte ne soffrirebbe più e l'altra meno o

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 che l'una parte potrebbe prendere un assetto più comportabile dell'altra. Sono queste illusioni perniciosissime in cui alcuni si piacciono d'intrattenere la gente, e queste illusioni raffreddano e sviano gli animi e fanno riguardare quasi con indifferenza i risultati delle discordie. Guai se a queste illusioni non si fa guerra! guai se non si distruggono le stolte speranze di quelli che immaginano di potersi rifuggire in altre possibili combinazioni politiche, laddove l'ordinamento presente non durasse!

Se l'ordinamento presente non durasse, non vi è ad aspettarsi che danni e pericoli senza fine così per l'Italia del nord come per l'Italia del sud. È bene intenderlo chiaramente. La soluzione unitaria poteva forse in principio essere differita: l'Italia poteva ancora per qualche tempo riguardare come acerba ed intempestiva l'unita politica. Ma poiché il problema è messo, poiché l'unità è stata solennemente proclamata e praticamente attuala, è impossibile ritornare indietro. L'Italia ha gustato il pomo vietato e non Io dimenticherà mai più: non è più possibile accontentarsi di una soluzione più modesta: non è più possibile acconciarsi ad un sistema di divisione e di separazione qualunque. Se per sventura ciò accadesse un giorno, si potrebbe esser ben certi che il giorno dopo si tornerebbe alle medesime aspirazioni e ci si tornerebbe con impeto, con ardore e con violenza maggiore. Questi anni di unione sarebbero ricordati con desiderio inesprimibile: le sofferenze, le difficoltà, i disordini avvenuti sarebbero interamente dimenticati. Da tutte le parti d'Italia non si farebbe che celebrare come era di gloria, di grandezza e di felicità quella in cui le due parti della penisola furono

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insieme sotto lo stesso scettro e lo stesso governo. Ben presto i desideri ardenti piglierebbero forma di agitazioni violente e tempestose e l'impresa ricomincerebbe da capo. L'Italia sarebbe come nello staio di tormento e di martirio fino a che non ritornasse all'unità: tutti gl'ingegni, tutte le fantasie lavorerebbero sopra quell'unico tema: tutta l'attività nazionale sarebbe rivolta a quello scopo: il paese si dibatterebbe in convulsioni terribili per raggiungere di nuovo la sua integrità come le membra tronche e palpitanti di un corpo animato che si cercano per ricongiungersi.  Pensi a questi strazi ed a questi tormenti, pensi a questi nuovi spasimi ed angosce in cui ricadrebbe l'Italia chi lavora a dividerla. Pensi che l'unità questa volta è via all'indipendenza nazionale, che l'indipendenza non è ancora raggiunta e che ogni divisione morale o materiale renderebbe impossibile l'impresa. L'Italia dovrebbe rimanere indefinitamente sotto il flagello straniero e le battiture ricomincerebbero più furiose, se questo gran fascio di forze si sciogliesse, e se lo straniero che ora è timido e pensoso potesse ripigliare la sua antica baldanza.

A ciò pensi chiunque tenta disunire e nimicare in qualunque maniera gli animi degl'Italiani. A noi in cambio di questo spettacolo de' dolori e delle miserie della disunione, piace piuttosto considerare lo spettacolo contrario, cioè quello del trionfo dell'unità nazionale, le gioie e le grandezze della gran patria unita e concorde. Dio immortale! è egli possibile non sentir battere il cuore, non sentir elevare la mente al solo pensiero di un regno italico solidamente costituito ed integrato in tutte le sue parti? Ci sarà egli mai sulla faccia della terra cosa più degna, più grande e più gloriosa di questa?

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Ci ha egli un paese in cui la natura, la storia, le scienze e le arti abbiano accumulato più gran tesoro di glorie e di bellezze? e se queste bellezze e queste glorie potessero risplendere raccolte di nuovo in un insieme armonico, se l'Italia potesse ricomparire al cospetto delle nazioni armata de' suoi antichi e nuovi titoli, forte e bella delle sue cento famose città, delle sue marine, delle sue campagne, dei suoi fiumi, de’   suoi monti, ricca delle sue arti e dell'ingegno e fantasia de’  suoi abitanti, se questo avvenisse ci sarebbe anima così bassa che non sentisse amore e desiderio di appartenere a questa nuova patria? E se finalmente l'accordo e la pace potesse farsi tra le due grandi potestà religiosa e politica, e se veramente dal centro d'Italia una potente voce potesse sorgere a richiamare il mondo cristiano e civile verso la sua antica sede verso la sua antica guida, se la gran città dell'universo potesse sorgere di nuovo unica maestra dei veri religiosi e nel tempo medesimo centro e deposito di sapienza civile, di scienze e di arti, chi oserebbe disprezzare il nome di italiano, la gloria di essere italiano?

15 Luglio 1862.











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