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PASSATO E PRESENTE
NEL REAME  DELLE  DUE SICILIE

PER
BIAGIO CAV. COGNETTI

BRUXELLES
1862

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INDICE DEI CAPITOLI

Capo I. Introduzione — Attuale stato d'Italia — Politica delle Potenze — Reclamo dei Popoli — Dedica.

Capo II. Il non intervento — Politica di Napoleone III. — Giustizia alla memoria di Ferdinando II —

Capo III. Ritratto morale di Ferdinando II — Non fu assolutista — Consiglio di Stato — Consigli Provinciali — Non fu tiranno — Pene di morte — Carceri — Comparazione tra i carcerati nel 1860, e quelli del 1861 — Stato dell'emigrazione negli anni stessi.

Capo IV. Della Pubblica istruzione — La dottrina è la scienza della vita — Il Cristianesimo luce della scienza — Come venne istituita la pubblica istruzione sotto Ferdinando II — Beneficii degli Ecclesiastici alle scienze.

Capo V. Del commercio — Decreti e benefizii che Ferdinando II vi fece — Casse di sconto — Banchi — Sfiducia attuale.

Capo VI. Che faranno le Potenze? Francia, Inghilterra, Spagna, Russia, Prussia — All'Austria spetta stritolare la rivoluzione — Perché non l'ha fatto finora? — La Francia non farà guerra.

Capo VII. Roma — Politica del Cardinale Antonelli — Promesse bugiarde del Piemonte — Esempii di rivoluzione — In che consista la vera libertà — Conclusione.



CAPO I.

Introduzione Attuate stato d'Italia -Politica delle Potente Reclamo dei popoli Dedica

Chiunque si faccia attentamente a considerare lo stato delle Città d'Italia, quale ora sussiste, senz’ordine, con leggi incompatibili ed inapplicate, senza commercio, senza garentia di persona e di proprietà, non potrà a calcolo giustamente logico non dire a se stesso: tale stato di cose é giunto alla dissoluzione, e se l'anarchia, il furto, la rapina, le uccisioni, gli assassini! per veemenza raddoppiano, lo è per la ben conta politica ragione, cioè che allora la rapidità dei falli succede, quando allo scioglimento il dramma si avvicina; come per ragion fisica allora un masso più prestamente precipita per uno scosceso monte rotolando, quando più si avvicina alle falde di esso.

Era questo il punto, a cui le Potenze di Europa voleano vedere la rivoluzione, affinché il maladetto ed esecrato germe della setta non avesse avuto argomento a dire, che la forza delle armi il sentimento nei popoli oppresse; sibbene i popoli avessero con la sperienza appreso, che l’unità d'Italia fosse stata sempre un mito politico deizzato da una setta ladra, che porsi a signoria di tutti gli Stati della penisola agognava, onde ogni legge divina ed umana, ogni diritto religioso e politico sovvertire, ed impiantarvi invece

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il diritto della forza bruta, sotto il mentito manto di libertà; la legge di Robespierre, la legge del vogliamo! Tanto fu attuato in un anno e mezzo da che ha avuta luogo l’esecrata dominazione del Piemonte Esso con una mano sfasciò il diritto delle genti, e con l'altra ha sacrilegamente allentalo la Religione nel suo organesimo, e non ha temuto l’empio di stendere la mano sui ministri del Signore, perseguitarli, bandirli in esilio, carcerarli, fucilarti senza processo, Senza ragione alcuna!!?.

I popoli stupiti per tanta tirannide, per tanta audacia oggi reclamano la libertà che sotto i Re legittimi goderono; reclamano la libertà individuale, che fellonescamente loro fu tolta; reclamano la tutela di loro proprietà messe a sacco a fuoco ed a ruba da fazioni accanite, da guerre ladre ed omicide, da alii crudelmente arbitrarii, i quali sin dai primordii della rivoluzione pesantemente gravano sulle nostre povere contrade.

Dalla terra dell'esilio rivolgendo gli occhi lagrimosi alla patria mia straziata da barbari oppressori. col cuore conturbato io scrivo queste poche parole. E' un saluto ai fratelli Napoletani, che men felici di noi gemono sotto l'incubo di una mano di gente sfrenata., il cui Dio è l'argento, la cui legge è l'arbitrio. Sien esse sprone ai titubanti a maladire la rivolta ed i rivoltosi; sien speranza ai buoni di riabbracciarci nelle case nostre all'ombra della dinastia dei Borboni, che per noi ora suona dritto, legge e salvezza, e per. cui le nostre città ebbero il maggior lustro.

CAPO II

II non intervento-Politica di Napoleone IH. Giustizia alla memoria di Ferdinando II

La legge del non intervento, non a caso ma con un fine (dalla   rivoluzione  fatto palese) diplomaticamente a Villafranca stabilita;

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ed il fuoco della rivolta a darle nel medesimo tempo sparso in quasi lutti i punii d'Europa fecero, che le. Potette Nordiche non avessero messa la loro mano ad arginare i tremendi, mali che da più tempo tengono travagliate le nostre città.

Napoleone III. salilo al trono non poteva essere amico della rivoluzione, ma non volle (per l'Italia) esserle nemico; perciò lasciò liberi a loro stessi i congiurali di Plombières, che una volta suoi confidenti, gli mandarono poi un Orsini ad assassinarlo.

Pria, del 1859 l'idea di Bonaparte era un mistero, oggi non l’è più. Ogni gabinetto comprese la sua politica dell'ingrandimento. Egli erede della politica di Napoleone I. ha desiato se non materialmente, non essendo oggi l’Europa nello stato del 1810, almeno diplomaticamente rendersi signor ed arbitro di tutti i gabinetti; quindi partendo dalla gran base della forza, se si divida, si affievolisce e si distrugge facilmente, guerreggiò prima la Russia nell’Oriente facendo alleanza con l'Inghilterra, che per idea di gelosia e d'interesse vi concorse, e tenendo a bada l'Austria e la Prussia; poi nello stesso modo guerreggiò contro l'Austria, che dalle altre Potenze diplomaticamente avea segregata Come ciò abbia operato è un mistero, che la Storia svelerà ai posteri, quando si potrà scrivere - Ei fu; - che l'abbia operato, è un fatto che ci convince sémpreppiù ad aver diritto a dire; questa volta è stata vinta in astuzia la stessa maestra delle astuzie!

Napoleone sa bilanciare ogni possibile; ogni probabile eventualità pone in disamina: non tentenna mai dinanzi al suo scopo Dice l’impero è la pace; ed è l'unico Sovrano che fa guerra:; ma |a guerra dell'armi è per lui l’ultimò stadio pria ponderatamente

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calcolato perché durasse il minor tempo possibile. Egli non si getta a tentare la fortuna: se la sfida, sien già per se l'onore della vincila, qualunque l'esito ne sia. Cosi operò nell'Oriente, dove protesse il Turco: cosi fece per l'Italia, dove se la rivoluzione fosse stata logica, e possibile ad organarsi in modo legale; se i popoli non avessero lo stato del presente col passalo avidamente comparalo; se in somma si fosse potuto attuare il mito politico àe\V unità, Napoleone avrebbe avuto il diritto di dirsene origine prima, e per se guadagnando Nizza e Savoia, e forse la Sardegna ed il Genovcsato (come pubblicarono i giornali del 1861), avrebbe anche con un'alleata contro l'Italia ricchissima, e forte avuto l'agio di rendersi veramente dominatore dell'Europa. AI contrario, com'è avvertito, se la rivoluzione si fosse da se medesima dissolvuta, egli avrebbe assicuralo se stesso, la Francia, e l'Europa da ulteriori tentativi della setta.

Quindi senza tema di andare errati sosterremo che. la guerra d'Oriente fu il Prolegomeno di un calcolo che con cifre differenti aveano per lui sempre un plausibile risultato. 0 l'Ungheria e la Polonia si sarebbero mosse ed allora la guerra nel Veneto sarebbe stata possibile; in contrario, egli si trova di aver ostacolala... con le Noie la rivoluzione, e sia a Roma dicendo io sodo il guardiano del Papa-Re.

Non pertanto il dado era tratto bisognava far qualche cosa, e si disse non intervento, il quale per la sella equivalse &l dire <c farò quel che mi piace, « niuno scomoderà i falli miei » Ed operò <comprando per oro i Consiglieri dei Re, i Capi degli eserciti che cagionarono la demoralizzazione delle armate, i Comandanti della marina che vergognosamente in un istante mutò bandiera; i pubblici Reggitori, che con arie perfida ed infamemente maligna, lo scontentamento,

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e la perturbazione negli animi disseminarono, e prepararono cosi il terreno politico alle semema della rivolta.

Noi di eia ancora giovani, gettati la prima volta in questo mare burrascoso la vedemmo sviluppata...oh! se avessimo compreso la mano che l'avea seminata, e gli effetti che avrebbe prodotti, l'avremmo sbarbicata con tanto coraggio, con quanto ne mostrammo in faccia al Piemonte sotto la pressura del pugnale, e dell’assassino!

Con attimo freddo e pacato, astratti da ogni spirito di parte, e di attaccamento che portiamo al nostro Sovrano, per tanto magnanimo, quanto sventurato, esaminiamo por poco la stato del Napoletano nel 1859, contro cui con tanta svergognata veemenza si è scagliata pria la rivoluzione con la stampa mercata, poi gli stessi beneficati, che si venderono al tradimento, ed all'infamia; e l'esame non cada sulle finanze, che sarà altro lavoro che saremo per pubblicare, dal quale ognuno potrà rilevare quale sperpero siasi fatto delle nostre sostanze, e come il Piemonte cattivissimo amministratore non ha saputo fare, che depauperate soltanto il pubblico tesoro, e gravate le popolazioni con balzelli fastidiosi, che mai non vi furono; ma sullo stato della politica con la quale sotto la Dinastia Borbonica erano rette le Due Sicilie; e vediamo se i popoli avessero avvantaggiato sotto il governo del Re Galantuomo (!?)

Ciò noi facciamo non per tessere un elogio all'Augusto Genitore del nostro Sovrano, poiché se convinti fossimo aver egli avuto dei torti, non avremmo sfidata la pubblica opinione; ma per rivendicare alla memoria di quel grand'uomo il nome di Re giusto nel vero senso: rivindica, che vivendo egli ebbe sempre a vile, contentandosi di rispondere con i fatti del pubblico

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immegliamento alle impudenti parole dei Giornali Inglesi precipuamente, tanto ferventi della libertà... di commercio; tanto desiosi per le franchigie... dei balzelli Doganali nelle altre Nazioni.

CAPO III.

Ritratto morale di Ferdinando II Non fu assolutista. - Consiglio di Stato. Consigli Provinciali. Non fu tiranno. Pene di morte. Carceri. Comparazione tra i carcerati del 1860, e quelli del 1861. - Stato dell'emigrazione negli anni stessi.

Ferdinando II sorti da natura ingegno, fecondo, vivo, perspicace alle politiche faccende attissimo. - Sin dai primi anni del suo Regno Egli ne diede amplissima pruova; ed i Decreti, le provvidenze, e gli ordinamenti da lui falli per l'immegliamento del suo Reame formano un codice diplomatico, che. potrebbe servire, di modello in fatto di pubblico, benessere. Né si creda smodata essere questa laude, poiché chi con accuratezza l'andamento della pubblica cosa nelle Due Sicilie dal 1830 sino all’epoca delle rivolture ha studiato, non ha potuto non rinvenirvi i più saggi trattati di Economia sociale e politica, di scienza finanziaria, e di diritto commerciale adattati alla natura, all'indole, alle passioni, ed ai costumi di quelle popolazioni.

Suo primo intendimento fu il benessere morale e materiale del popolo. Carattere fermo e deciso, cuore magnanimo vi era già riuscito, ed un Regno su fortissime e salde fondamenta fermalo avrebbe rimasto in eredità al figlio, se nella sua stessa casa serpi iniquissimi non avesse ricoverato, e scaldati con l'alito del suo affetto.

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Tre sono primamente i fini a cui sovra ogni altro rivolgersi denno le cure d'un Sommo Imperante, che cospirar vuole al bene, ed al trapotente immegliamento de’ suoi Stati, e sono 1° Politica esterna ossia i rapporti con le Potenze estere. 2° Politica interna che riguarda l'organamento dello Stato, da cui dipendé la ricchezza, e la felicità dei sudditi.  3° Commercio, sulle cui basi è fondala la dovizia materiale delle città.

Sulla politica esterna, è fatto constatato dalla Storia del Suo Regno, Ferdinando II fu vigilantissimo e seppe cattivarsi l’amicizia di tutte le Potenze d’Europa, godendo egli dappertutto a giusto titolo fama di uomo valentissimo nelle faccende di politici negozii; e tanto contegno serbò con i gabinetti dubbii, per quantochè gli stessi nimìci di Lui non han potuto denegargli quel giusto merito, che in varie contingenze acquistatosi ave».

Non mancarono alcuni giornali compri dalla setta, attaccarlo con impudenti menzogne! Ferdinando:H. dispregiò ed ebbe a vile chi sparlò per disseminare il veleno; né mai volle che dal suo reame scritto si pubblicasse a smentire tali svergognale menzogne. Se lo permise, quando l’umanitario Lord Gladstone si fece cavaliere dei fuorusciti di tutte le Nazioni, lo fu, perché le parole del nobile Lord aveano un carattere politico.

Oh! Inghilterra! oh! quanto saresti benedetta dalle Nazioni, se nel tuo seno non allevassi il germe delle rivoluzioni, che di tanto in tanto bagnano di sangue di stragi e di morti le città d’Europa, come invece ora ne sei additala causa prima. Il diritto di asilo...sia in diritto di religione e di politica non deve associarsi al permettere sfrontate adunanze a danno della universa felicità. Che avrebbe egli detto il pietosissimo Milord, se Ferdinando II avesse permesso in Napoli, che si adunasse un comitato di Greci, d’Irlandési e d'Indiani

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per cospirare a spezzare il freno dell'Inghilterra? Quante proteste non avrebbe fatto? quante minacce?... quante macchinazioni?... Perché dunque questo arbitrario diritto deve star per essa sola? per ragion di forza forse? ciò non sia, né nel diritte delle genti, né in politica, ma nell’assioma del Codice di S. James, dove dovrebbe trovarsi scritto Nessuno guardi i fatti miei, ed io guardo quelli di tutti.

I grandi appunti che si danno al Governo di Ferdinando II vertono principalmente sull’andamento della politica interna, e lo accusano:

1.° di Assolutismo.

2.° di tirannide.

3.° di aver fatto mancare al popolo l'istruzione.

Esaminiamo il lutto sopra basi, che sono innegabili, perché di fatti irrefragabili.

Ferdinando era assolutista. Ciò e onninamente falso io qualsiasi! modo il suo governo considerar si voglia.

Sta in politica scienza, che allora nel perfetto senso assolutista può dirsi un Sovrano, quando a se presa la somma di tutte le cose, a proprio talento, ed anche a capriccio, con giustizia o senza, di esse dispone: insomma assolutismo a ragion di parola allora può dirsi esservi in un sistema di governo, quando il Sommo Imperante si fa superiore alla stessa Legge che promulga, e non rispetta; ossia quando. sta in Lui di servirsi dell'arbitrio in luogo della legge. Or non fu cosi nel Regno di Ferdinando II.

Egli ebbe a se un Consiglio di Stato, e mai non ordinò cosa a suo talento, ma prima per quello la fece proporre, dopo che chiaramente utile l’avea rattrovata. Se Legge, o novello ordinamento decretar dovea, pria lo discusse con le più chiare intelligenze del paese; da dottissimi uomini, versati nella branca di quella scienza a cui la novella legge riguardava,

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la fece esaminare per gli effetti che da essa potessero devenirne e poi cerziorate del benefizio che i popoli né avrebbero ricavato, la pubblicava.

Nomine, elezioni, cariche, tutto fu dato o per concorsi, o per diritto di anzianità, o per meriti notevoli e sempre dietro proposte dei Ministeri, o dei Capi delle Amministrazioni. Ed a prova di ciò citiamo un Autore che nel nostro argomento non può essere sospetto, il Sig. Sacchi Segretario Generale in Napoli nel tempo della dominazione Piemontese, il quale nel suo rendiconto pubblicalo per istampa parlando dei Ministeri delle Due Sicilie confessa, che: «molte belle intelligenze si facevano rimarcare. E che che si voglia dire in contrario vi si trovavano uomini di grande istruzione. Le scienze economiche, altrove generalmente » sconosciute alla classe degl'impiegati, erano qui generalmente professale. Facili e pronti i concetti; purgata ed elegante la lingua si scostavano le scritture degli Uffioii da quello, amalgama di parole convenzionali, che altrove rimpinzano le corrispondenze ufficiali. In una parola nei diversi rami dell'Amministrazione delle Finanze Napolitano si trovavano tali  capacità, di cui si sarebbe onorato ogni qualunque più illuminato Governo.» pag. 12. § VI.

Si dirà: ma vi furono... Sconci si rattrovano in ogni governo, perché i governi sono formati da uomini, e tra cento può trovarsi un cattivo, se tra tre dieci amici Cristo trovò un Giuda... che lasciò sulla terra una semenza che si è modificata in ragion dei secoli, e che germogliò in Napoli un Liborio Romano, un Pianelli, un Anguissola e poi Nunziante, Flores, Landi, Briganti, Lanza ecc., eccellentissimi davanti, italianissimi di dietro!!? Qualche sconcio nel personale, se si vide dal 1848 al 1859 fu opera della setta che vantava proseliti anche fra gl'intimi confidenti del Re;


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e poi, dice il Machiavelli «non è mai possibile da tutti i cittadini lodarsi il fatto dal Governante,» avvegnaccbè è impossibile contentare i tutti che chiedono ed è ragionevole aggiungersi, spezialmente quelli che chiedono, e non han diritto; chiedono, e non han merito, di che poi si formò la classe delle scimmie degli Italianissimi...!!!-

Nelle Provincie eranvi istituiti i Consigli d'Intendenza ed i Municipi, che la pubblica cosa regolavano, e questi due Corpi erano a paragonarsi a Senati avendo in alcuni affari voto deliberativo, in altri voto consultivo, poiché loro erano indiritte le domande, che ciascuna Provincia riguardavano.

Come adunque è a dirsi assolutista un governo il cui organamento era tale, che nel fatto avea tutta la ferma di un regime temperato senza il solo titolo??

Io qui non entro a discutere, se miglior sia un governo monarchico, impropriamente dello assolutista, ovvero un governo misto anche impropriamente dettò per se solo costituzionale; poiché questa parola sminuzzolala nei suoi clementi e nel suo vero senso si adatta ad ogni specie di governo, che ha forme» leggi e costituzioni capaci di produrre il bene e la feliciti dei popoli: solo dirò coi pia accreditali scrittori di gius-pubblico-politico che commendevole e desiderabile è: quel governo-monarchico, misto, oligarchico» democratico che sia purché abbia leggi che s'adattino al costume» alla natura, al carattere, ed alle passioni di, un popolo. Le legislazioni di Sparta e di Atene sono egualmente lodate, poiché ambe mirarono al bene. supremo dei popoli, ed il fine aggiunsero. Ma le leggi eran diverse, perché diversa l'indole ed il costume Sparta con le leggi di Atene non avrebbe dati Spartani; Atene con le leggi di Sparta non avrebbe dati Ateniesi.

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Ma fu tiranno Ferdinando II?

Costituisce tirannia la pena di morte, il carcere, la confisca, l'esilio dati arbitrariamente, e là violazione del domicilio eseguito illegalmente.

Pene di morte Ferdinando II non diede mai. Egli abborrì sempre dal sangue, e dopo la rivoluzione del 1848, nella quale i settarii tentarono di fare, ciò che ora hanno fatto, una una sola testa non cadde sotto la mannaia del carnefice. Quante sentenze di lai genere comminarono le G. Corti Criminali in folto di reati politici, furono tutte per grazia Sovrana commutate in prigionie, che per lo più vennero escomputate in poco tempo, giacché anno non passò mai sotto il governo di Ferdinando II in cui grazie non si concedessero ai detenuti nei giorni solenni; ed è pérnoto che i condannati a 24 anni di ferri nel 1849, nel 1854 eran già quasi tutti liberi. Tal fatto è caduto sotto i nostri occhi, ed al cospetto di tutta L’Europa, per cui è menzogna degli svergognati giornali compri dalla Setta raccolta in Torino, quanto dissero, dicono, e diranno.

Se condanne di morte si eseguirono, lo fu rarissimamente, ed in tutto il Reame di una popolazione di dieci milioni di abitanti possono contarsi per media proporzionale due in ogni anno, e per delitti di orribile ferocia. Ferdinando II se non avea abolita la pena di morte in dritto; l’avea abolita in fatto: e questo fu un gran merito, che noi revindichiamo alla Sua Memoria.

Sulle carcerazioni è d'uopo precipuamente distinguersi; carcerazioni per misfatti, o delitti; e carcerazioni o per misure preventive o per reati politici. Sulle prime non è a dubitarsi essere necessarie per lo bene e per la sicurezza dei cittadini, e delle proprietà; le seconde necessarissime per la tranquillità dello Stato, giacché è assioma dalla Storia politica dei tempi confermato, che non è il popolo il quale si fa causa della rivoluzione,

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ma un numero di mestatori per lo più ignoranti, e di cuore perfidissimo che lo spirito pubblico agitano col spargere false notizie di tirannie!

Non pertanto il numero dei detenuti, si per le prime come per le seconde cause è il termometro dello Stato morale, della tranquillità, o scontentamento dei cittadini, Da ciò noi rileviamo qual sia la differenza che passa tra il governo dei Borboni, e quello del Re Galantuomo!

Dalla statistica di Napoli e Province rileviamo che sino all'Agosto 1860 i detenuti poteano calcolarsi uno a mille, ossia in tutto il Regno al di qua del faro formavano il numero di 6728, oltre ad altri 690 relegati sulle Isole d'Ischia, Ventotene, e Tremiti; da' quali però denno sottrarsi coloro che faceano parte della compagnia dei militi di punizione. Eccone il conteggio del 31 Agosto 1860.

Detenuti in Napoli e Province compresi

quelli per delitti politici

6728

In Ponza

In Ventatene

32

In Ischia

277

In Tremiti

381

In uno

7418

Tolti quelli della compagnia di punizione

303

L'effettivo dei detenuti a 31 Agosto era di

7115

Qual è oggi il numero di essi sotto il governo litorale (?) paterno (??) galantuomo (???) dei Piemontesi? La cifra dovrebbe essere minima, poiché i delimiti per politica (?) tutti. uscirono appena le bande invaditrici misero piede io Sicilia per la fellonia, ed alto tradimento della flotta!! I galeotti evasero, ed a

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tutti i ladri, i falsarii, i borsaiuoli e gli omicidi furono paternamente aperte le prigioni per impiguare le orde affamate di oro, sitibonde di sangue. Dunque in Settembre 1860 le prigioni erano vuote. Ed ora??? Dalle statistiche di Napoli rileviamo esorbitante essere il numero  dei detenuti   al  Settembre 1861...

Quanti saranno  al   momento che scriviamo non ci è stato possibile saperlo. - Eccone lo Statino.

Napoli e Province per delitti comuni.

7318

Per delitti (?) politici

4108

Ponza

223

Ventotene

5

Ischia

13

Tremiti

274

Sono

11941

Mettiamo in uno la cifra approssimativa dei detenuti in Napoli e Province, che si alimentano a, proprie spese, e perciò non messi negli Stati di Esito; quelli che sono nei ferii, nelle carceri della Prefettura, e quelli detenuti nelle prigioni militari, che sono circa...................» 6531

Dunque  ai  31  Settembre 1861  il numero effettivo era di.................................................................»  18472

Questi 18472 detenuti stanno in quelle stesse prigioni che sotto il governo dei Bórboni ne contenevano 7115. -  Domanderei al pietosissimo Lord che facea le sue elegie, e le sue geremiadi contro la tirannia (?) di Ferd. II perché (diceva il pietoso Lord) teneva i prigionieri come le acciughe; perché ora non si scuote Sii sentire che in quelle stesse carceri vi è un dippiù di detenuti non di cento, non di mille, ma di 11357? Rispondano gli spudorati mestatori politici, che il nome di liberale e d'Italiano svergognarono confondendolo con quello di ladro, di rapinatore, di assassino, di omicida,

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rispondano... nel codice della loro logica è questo il significato della parola libertà? Oh! e perché dunque la verità debba essere conculcata così villanamente; perché dovranno gl’iniqui col loro piede brutto di bruttissima infamia ciò che è giusto santo ed onesto calpestare, e tutto quanto v’ha di più empio, di più a-cattolico, di più anti-sociale magnifìcare? -

Italianissimi Milordi, perché ora non vi scuotete alle notizie che leso il diritto pubblico e delle genti i Piemontesi distruggono le città, e le bombardano: fucilano arbitrariamente chi non vuoi dire, viva l’oppressore! senza distinzione di sesso, di età, di carattere? Perché non aprile la vostra bocca umanitaria in sentire come i soldati Piemontesi fucilarono vecchi imbelli, e cadenti, giovinette innocenti, ragazzi anche appena di un lustro? Perché non debbansi chiamare assassini, fuor banditi quelli che non contenti di aver derubate le nostre proprietà, le vite dei cittadini manomettono?

Europa! che attendi ancora, se mula cesti al cospetto di tante iniquità perpetrate?

Ferdinando II fu un tiranno: Si perché non diede un pubblico esempio distruggendo quel pugno di facinorosi, e tutta la loro iniquissima compagnia di affamali che avidamente poi si gettarono a dividersi il bottino delle nostre Provincie, delle nostre Corre, delle nostre famiglie, dei fratelli nostri!!! Ferdinando II fu tiranno, perché permise loro libera uscita dal Regno dopo quanto d'infame dal febbraio al maggio 1848 operarono. Se li avesse falli fucilare (secondo la civiltà Piemontese) senza quella magnanimità, che certe volle ed in simili casi é inopportuna, quasi 12 mila del nostro Regno non sarebbero stati fucilati senza ragione, senza legge, senza giudizio da un'orda affamata d'invasori, che ogni diritto divino ed umano manomisero.

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I posteri leggeranno la storia di questi anni, ed allora senza spirito di parte emetteranno quel giudizio che gli uomini sensati e coscienziosi emisero nell'Italia, e moltissimi all'estero con dire; tiranno fu la rivoluzione: tiranni i rivoltosi: tiranni coloro che patria, famiglia, beni e vita civile ci tolsero! -

Della emigrazione che a dirsi? Dopo il 1848 tra esiliati ed emigrati il numero era da 1 a 50, e poi da 50 ad uno... e poi i nomi di Poerio, Scaloja, Massari (!!!!) e compagni si ripeteano da capo, ed a forza di ripetersi si fecero addivenire tante celebrità... celebrità, che manifestarono nelle Adunanze Parlamentari e alcuni, altri nello sgoverno. della cosa pubblica... tutti con l'impinguarsi rubando il pubblico tesoro... celebrità, che non perderanno mai, poiché il mondo politico li ha giudicati... Oggi gli esilii, e le emigrazioni si contano a migliaia, e migliaia: ed i cittadini delle Due Sicilie dispersi sono per l'Europa tutta: Parigi, Lione, Marsiglia, Londra, Malta, Roma, e l’America stessa vede intere famiglie o cacciate in bando per forza prepotente, o dalla forza bruta della camorra (di che il liberale (?) governo Piemontese si serve) sfuggiti a scampo della vita Si della camorra composta da una mano di genie svergognata, che sotto il governo legittimo fu vilissima, o come turpe e malvivente da ognuno scostala; e da altri, che un giorno mangiarono il pane dello Stato, e strisciando, e biascicando, ed inchinando, e leccando, e lodando, e piagnucolando strapparono un impiego, che pagarono con l’ingratitudine, con l’infamia, con la slealtà, col tradimento, con la fellonia! -

Infine che cosa è a notarsi sulle visite domiciliari? Dal 1848 in poi ve ne fu qualcuna, e quando fu eseguita i giornali subdoli, le gazzette secreto strombazzavano a gola aperta;   ne  strombazzavano   a   gola

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aperta i fogli del Piemonte gridando alla tirannia. Che ha fatto il Piemonte, quando depredò il nostro regno in forza del Setti-scito? Non vi fu famiglia onesta, la quale non ebbe a vedere di notte (sempre) birri, e carabinieri invadere le case, perquisire sin nelle coltri del letto maritale, commettere atti i più nefandi di sperpero, di rube, di taglie...! Ciò è fatto che fu, ed è costantissimo. La inviolabilità del domicilio è ora parola vuota di senso, nulla la inviolabilità delle persone. Per la legge liberale (???) dei Piemontesi non v’ha che la carcere, ed il fucile... e questo è il modo come si conduce quel governo ladro nelle Due Sicilie. Chi è dunque il tiranno? Lo ripeteremo, e sempre: la rivoluzione, là setta, i facinorosi!

CAPO IV.

Della Pubblica istruzione - La dottrina è la scienza della vita - Il Cristianesimo luce della scienza - Come venne istituita la pubblica istruzione sotto Ferdinando II -  Benefica degli Ecclesiastici alle scienze.

Egli è certo, che la dottrina è la scienza della vita; e l’uomo non ha fatto, e non fa che continua-mente chiedere L’attuazione di questo gran principio, che ineluttabilmente riconobbe essere la base, il fondamento, l'anima della Società. Ed i filosofi tutti di Caldea, d'Egitto, di Grecia e di Roma non poterono mai rattrovare il modo come conciliare mente e cuore, tuttocchè avessero fatto lo sforzo massimo di loro ingegno; perché non essendo ancora brillata la luce del Cristianesimo, e trovandosi la memoria tradizionale dell'Antico Patto guasta e corretta dalle favole materialiste della filosofia pagana, non seppero, né poterono

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mai spiegare che fosse quella bramosia incessante, che ognuno naturalmente sente in se, e della quale spinto corre in traccia del sommo buono, del sommo vero, del sommo bello, che in se la scienza lotta racchiude.

Or la luce del Vangelo rischiarando le tenébre dell'ignoranza innalzò l’intelletto dell'uomo sulla sfera del bello e del sublime, squarciò ogni velo, ed additò Dio principio, mezzo, e fine di ogni scienza; ed in ciò fu compendiato sin d'allora tutto l'insegnamento: fatto, che non solo nel morale scientifico si vide sviluppato, ma nello istesso fisico organamento dell’uomo; avvegnacchè sin dall’inizio dell’Era Cristiana un accrescimento sensibile si determinasse nella regione superiore ed anteriore del cranio, nell’atto che seguiva una depressione delle sue parti laterali e del posteriore» ciò che dai fisiologi venne spiegato (1) «essere prodotto dall'influenza del Cristianesimo, il quale nell'elevare la nostra natura morale ha abbellito la  fisica ed ha prodotto un sensibile sviluppo nella regione celebrale, e perciò nell'intelligenza.»

Il solo Criaiìanesìmo è luce della ragione dice Chaetubriand (2), ed esso ha addimostrato, che l'uomo prima di Cristo era bambino nelle scienze - Il Cristianesimo è luce indefettibile, se dirigge le facoltà dello spirito; è sentimento, se si associa ai movimenti dell'anima, insegna S. Tommaso. E, conchiude il Visconte di Villemont, sulla terra non v'ha di filosofia, che quella dettata dalla Religione, e questo non perché si escludesse la scienza razionale, ma perché le più profonde intelligenze iti essa L’accordo singolare della vera logica con la natura dell'uomo han rattrovato (3).

(1)Pescaret Meraviglie del Corpo Um. Anatomia dello scheletro.

(2)Etudes Historiques.

(3)Economie polit. Chrétienne L. 1. C. 1.


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Questa massima era quella che il fondamento detto pubblica istruzione nel Regno delle Due Sicilie formava; per la qual cosa Ferdinando II mirò, perché la gioventù in ogni branca dì scienza non scongiunta dal principio religioso cattolico si addottrinasse. E ciò con ragione, poiché tanto richiedeva la morale e la politica; dappoiché se l’interesse anzi il dovere precipuo del Sommo Imperante è quello di preparare alla Società generazioni di gioventù intelligente, saggia, morale, onesta, e della religione riverente, è necessario che l’insegna-mento, il quale ad essa si da dai primi anni, sia severo, ed a seconda della retta, non della falsa filosofia.

È certo, che sendo il cuor dell’uomo vizialo in modo, che vede il meglio, ed al peggior $’appiglia, poiché sempre in guerra con le passioni che lo trascinano a schivare quanto timore e soggezione gli incute, e ad accettare con trasporto tutto che il libertinaggio ed il mal costume detta, ne viene, che se ai giovani non si dasse un insegnamento non mai disgiunto dai principii della più severa morale, essi volenterosamente si darebbero a studiare i materialisti ed i sensualisti del XVIII Secolo, ed i panteisti del presente, anziché approfondirsi sulla filosofia di S. Tommaso d'Aquino, l’unica che può rendere la gioventù logica, perspicace, profonda e morale.

Pel rapporto politico poi ad ogni costo è da sorvegliarsi che la gioventù non abbia il cuore corrotto, ed alterata la mente; effetti che produce la libera filosofia; poiché. il fondamento di essa è il negare ogni principio di carità, e tessere il panegirico della solìpsia. Che valga ciò nell’attuazione del Diritto Sociale non é cosa difficile ad intendersi, se soltanto si consideri, che dove manca la carità, manca onninamente il vincolo, che la società forma, e mantiene in vita, mentre disordine ed anarchia produce non essendovi nei componenti

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di essa, che il semplice parziale interesse. La vera filosofia al contrario è. quella che mentre educa la mente, ed il cuore ingentilisce» sotto varii rapporti diviene pure tributaria degli studii di Beneficenza (1).

Per siffatte ragioni Ferdinando II si servi nelle istituzioni, così dell'opera degli Ecclesiastici, che dei laici. Tal cosa gli è stata grandemente imputata a colpa, ed i settarii con i teoremi della loro logica nuova lo denigrarono chiamandolo clericale, nemico delle scienze... Oggi la rivoluzione ha scacciato tutto il Clericale dal pubblico insegnamento adducendo per ragione che sotto il governo di Ferdinando II stava bene tal gente ignorante ed incapace d'istruire. Aggiunge che il principio religioso deve assolutamente scompagnarsi dallo studio delle Scienze, mentre da 18 Secoli non si è fatto che, il Panegirico della Religione dalla quale ebbe origine lo sviluppo, di ogni dritto pubblico, politico, sociale ed economico. Dice il elencalo inciampo alle sciente. Ciò è falso storicamente falso: poiché non vi è scienza la quale non sta stata, da un Sacerdote illustrata Nelle matematiche il P. Cavalieri (Gesuita) fu quegli che gettò le fondamenta alle scoperte di Newton, e ne compiè l’opera il Sacerdote Oriani col triangolo sferoidico. La meccanica vanta due grandi nomi, il Sacerdote Baldi, e l'immortale Truchet (Carmelitano). Nell’Idrodinamica il Pezens (Gesuita); nell’Ottica, Bacone (Francescano) e poi il celebre Cardinale Mariano Fontana: nell’Astronomia un solo, nome basta, il P. Piazzi (Teatino). Nella Geografia il Ferrari, e l’Inghiramì (Scolopii) e questi anche valentissimo nelle matematiche sublimi:; nella Cronologia il Card. Baronio. E quanti, viventi non vi sono, che meritamente si additano luce delle scienze, e sono considerati

(1) De Gerardo. De la bienfaisance publique. Introd.

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i custoditori di esse in questi tempi calamitosi, nei quali basta per erodersi dotto saper malamente accozzare quattro parole alla Paoli, e scrivere un'Ode all'Italia, al Sole, al mare ecc. ecc. o recitare a tempo qualche quartina impudica del poeta delle porcherie?

La pubblica istruzione nella sua istituzione era veramente commendevole nel Regno delle Due Sicilie; e se difetto qualcuno avea, era di quelli che dovunque si possono rattrovare, non mai però ed in nessun modo imputabili al Sovrano. Ma ohe fosse stata produttrice di benefici effetti lo testimoniano i giovani della logica vecchia, che non si credono, né sono secondi ad altro paese, e tanto meno ai vantati areostati di Torino; e gl’impiegati due terzi dei quali erano, di squisita intelligenza, e che certamente non aveano avuto a maestri né D. Migrané il Dottor Farini, né Mastro Bertami, né Silvio Spaventa (!), sibbene un Gigli, un Niccolini ed altri uomini valentissimi di che gran copta vanta il Napoletano, il quale classico in tutto è vergogna paragonare al gelido Piemonte, che può vantare il suo progresso in soli due falli, come abbiam potuto verificare nel tempo della rivoluzione, cioè in religione col Protestantesimo dettato da Gavazzi, Liverani, e Passaglia; ed in demoralizzazione resa galanteria con...

Da quanto finora esponemmo, chi non vedrà chiaramente menzogna infamia, turpitudine essere le imputazioni date a Ferdinando II il quale fu Re giusto, e desioso del bene e dell'immegliamento de’ suoi popoli? Giù la maschera calunniatori! L'Europa vi ha compreso insidiatori della pubblica pace; ha vaglialo i fatti del passato e del presente; ha comparato lo stato delle Città nel 1858 e nel 1862, ed ha fatto eco, e lo testimonierà coi fatti come sia convinto che demoralizzatrice, e tiranna è la rivoluzione.

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CAPO  V

Del Commercio - Decreti e benefizii che Ferdinando II vi fece - Casse di sconto Banchi -Sfiducia attuale.

Nella istituzione delle antiche tariffe daziarie sanzionate nel 30 Novembre 1824, come conseguenza dei trattati del 1816, e 1817 eranvi sconci sommamente dannevoli per la facilità cono cui poteva darsi: campo al monopolio, stante i non pochi privilegi che ad alcune Potenze erano concessi; Ciò danneggiava gl'interessi finanziarii del Regno e massimamente dei particolari incettatori; danneggiava i primi, facilmente potendo perpetrare il contrabando ed immettersi senza daziatura i generi esteri, e con più facilità estrorsi gl'indigeni: arrecava danno ai secondi, poiché obbligati questi al pagamento del dazio non poteano certamente vendere la merce, se non con l’aumento per rimborso delle spese erogate; mentre il monopolista ed il privilegiato poteano mettersi in concorrenza e vendere a minor prezzo con un positivo scapito degl'interessi di quelli. Ciò fu ben calcolato da Re Ferdinando II, che da profondo politico qual era, vedendo l'impossibilità di togliere tali sconci senza ledere i già stabiliti trattati, seppe indurre l'Inghilterra a stipulare un novello trattato di Commercio pubblicato con Decreto del 25 Giugno 1845, e poi sul medesimo punto devenne con le altre Potenze d'Europa, con la Francia, con la Russia, con l’Austria, con la Danimarca, ed anche con la sleale Sardegna, ed in ultimo con gli Stati uniti d'America. tolse in tal modo tutte quelle difficoltà diplomatiche, che avrebbero potuto recargli impaccio nel corso delle sue sagge vedute. Di tal che poté poi liberamente

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agevolare il commercio, e lo fece col Decreto del 1845 (Agosto), col quale ridusse le tasse su le principali merci straniere al 50 per cento; dopo che con un atto Sovrano (9 Marzo 1846) maggior diminuzione decretava sopra 108 articoli di manifatture estere, che possono calcolarsi: dal 18 all'80 per cento, sicché in coacervo l'una per l'altra potea fissarsi la media proporzionale al 45 per cento circa.

Nominò infine una Commissione di uomini dottissimi e nella Scienza, finanziaria versati, perché, una tariffa la più positivamente, ristretta a benefizio del Commercio avessero compiuta: ma l'opera non poté menarsi a termine per la morte di Lui e per la rivoluzione subitamente scoppiata, che impedì attuarla a Francesco II.

Con tali benefizii il commercio crebbe in floridezza; la ricchezza ogni di si aumentava; immensa era la quantità del numerario, e ne fa testimonianza il Gran Libro del Debito pubblico, dove per compra di 5 Dti di rendita era d'uopo di un capitale di Dti  120,00.

Intanto a sempreppiù agevolare il Commercio vide l’utilità d'istituire oltre a quella della Capitale una Cassa di Corte in Bari, come Città che comprende, ii commercio con tutto l'Adriatico, e ciò a facilitare la libera circolazione della carta monetata; e perché nulla mancasse alla pubblica ricchezza volle anche colà s'istituisse una Cassa di Sconto, ed una terza, per pegnorazioni detta dei pegni. Con la cassa di sconto la ricchezza dovea certamente aumentarsi ed avvantaggiare il commercio, poiché l'industrioso pagando un minimo interesse riceveva un capitale, col quale, ultimare faccende commerciali, tratte, e pagamenti a vista. Per tale benefica istituzione quella Provincia in poco tempo era addivenuta centro di positive, operazioni, ricevendosi, col contante effettivo una diminuzione

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dal 30 al 50 per cento sui generi sulle piazze della Dalmazia, dell'Istria, del Lombardo-Vendo, e della Grecia. Ne ricevettero benefizio anche i proprietarii, i quali nella quantità del numerario, che circolava, trovavano come subito disfarsi del prodotto di loro terre, ed aver pronte le somme per semenzare a tempo opportuno senza il bisogno di ricorrere al monopolio de' pochi scandalosi contantisti. Insomma l'attività e la svegliatezza dell'ingegno di Ferdinando II, la profonda conoscenza ch'egli ebbe della finanza mise il Regno delle Due Sicilie al grado di qualsiasi altra Potenza d'Europa.

La rivoluzione lo chiamò tiranno, perché trovò in lui chi seppe come arginarla, perché seppe sventarne le mine secrete dalla setta preparate; fu chiamato tiranno perché fu restio alle concessioni; ma egli fu restio non per capriccio, non per sentimento, sibbene perché avea ben calcolato, e Ferdinando II raramente s'ingannava, che con le concessioni sarebbe ripiombata nel Regno quella melma di facinorosi, che sarebbero stati causa della pubblica rovina.

Non s'ingannò e la prova n'è stata la subdola rivoluzione del 1860. Ormai questo è addivenuto fatto istorico; e le pagine della Storia registreranno i nomi di coloro, che arricchiti, beneficati, decorati, amati, e cresciuti nella Reggia tradirono villanamente, fellonescamente il Re od il paese.

La memoria di Ferdinando li sia rivendicala, avvegnacchè la sperienza ci dimostrasse essersi sventuratamente realizzato quanto Egli antivide. Ed i popoli ne son convinti e persuasi. Essi guardano il passato con avidità, e ricordano la pace, la tranquillità, la giustizia sedere sorelle fra noi; rammentano che l'artigiano portava a casa il pane ai figli suoi, e dormiva tranquillamente, poiché la mano della legge vegliava a prevenire, o sorprendere il reo; rammentano che timore

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non aveano di vedersi strappati da una sbirraglia accomunata con la gente la più schifosa ed esecrata del paese, e condotti in una prigione senza speranza di saperne il motivo, e paragonano il tutto allo stato presente. Il commercio impoverito, il numerario sparito dal Regno: le classi operaie mancanti di lavoro e di pane; le professioni mancanti di affari; la giustizia non eseguita; la legge... parola che resta parola: il furto moltiplicato orrendamente, e possiamo assicurare che da Gennaio a 9 Novembre 1861 in Napoli solo si son commessi 3090 furti insicuro il domicilio, insicura la vita e pel capriccio dei governanti, e per le aggressioni dei malviventi, sicché (cosa orribile a dirsi) anche da Gennaio a Novembre 1861 tra omicidii e feriti in Napoli sola si contano 3870 fatti, e ciò è rilevato dagli statini dell'attuale polizia...!!!

Lo han compreso i popoli, ed ultima chiarissima prova si è non solo il grido che di per ogni dove si leva unanime Viva Francesco II, Viva Maria Sofia! - ma anche la sfiducia che si ha nel governo Piemontese, tanto immensa, quanto immensa era la fiducia in quello di Francesco II. Infatti il numerario, che sul Banco di Napoli al 27 Agosto 1859 era di Dti 19.316,295,11, al 27 Agosto 1860 ossia quando già invasa la Sicilia, la Rivoluzione irrompeva, era di Dti  10,930,811,69.

La sfiducia crebbe ad onta del setti-scito; e nonostante i ripetuti Proclami del Ministero galantuomo il numerario al 28 Gennaio 1861 era disceso, a Dti  7,900,115,11, e nell'Aprile dell'Anno medesimo diminuiva a Dti  6,983,724,51. In somma dopo nove mesi, dacché il Governo legittimo era cessato, la cifra diminuiva della enorme somma di Dti  12,332,570,60. E la rendita del G. Libro? quando per 5 Dti  necessitava un capitale di Dti  120, ora non si compra con un capitale di Dti  69:75.

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Gran fiducia pel governo galantuomo! prova convincente della maniera con cui fu fatto il plebiscito, che da ora innanzi dirò con giustizia setti-scito. Ed a ragione, dappoiché come prestarsi fede ad un governo che non è governo; ad uno sgoverno carico di debiti, che porta un disavanzo di 300 milioni, che non sa più di quali altre imposte gravare i popoli per avere qualche altro mese di vita: e che intanto mentre tiene in sofferenza moltissime liberanze in debito della cassa di Banco delle Province (?!!!!) Napoletane, parecchie delle quali da più mesi per una somma complessità di Dti 1,767,345,75 anticipa una somma eguale per soldi agli Eccellentissimi Luogotenenti, Segretarii, Prefetti e compagnia di beatissimi martiri? Questo è il procedere del Governo di Piemonte, questa n'è la morale!!!-"

CAPO VI.

Che faranno le Potenze? - Francia, Inghilterra, Spagna, Russia, e Prussia - All'Austria spetta stritolare la rivoluzione - Perché non l’ha fatto finora? - La Francia non farà guerra.

Ma ora che la rivoluzione ha invaso quasi tutta L’Italia; ora che i popoli han potuto da se medesimi e con la spérienza strappare quel velo d'infignimento, sotto il quale i mestatori della politica s'eran nascosti mostrandosi del bene pubblico amanti e tenerissimi, mentre dei beni pubblici furono teneri anzi sviscera-t issi mi; che faranno le Potenze, ‘ora che non è pia un piccol numero di briganti, che si solleva, sibbene lo sono lotte le città che reclamano quella libertà, che l'inganno, il tradimento e l'infamia loro ha violentemente tolta?

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Napoleone III. (è il primo che sempre mi si presenta dinanzi. . !) Napoleone  che   fece   la   campagna d'Italia, pattuì la Confederazione, non impedì, se non permise,  L’invasione  Piemontese  nei Regni Italiani, Napoleone fa, e farà il giuoco dell'altalena. I fatti ne sono la prova. Si vanta, come lo crediamo, figlio benemerito di Santa Chiesa; da solenni testimonianze di riverenza al Pontefice nella persona di Monsig. Ghigi, e nel tempo medesimo nel suo discorso all'apertura dell'Assemblea Legislativa dice che ha riconosciuto il Regno d'Italia per conciliare due cause, che turbano gli spiriti e le coscienze. In queste parole il senso è dubbio, ed ognuno può interpretarlo a suo modo, come si faceva dei responsi della Sibilla. Ma chi ha creduto spiegarle, si è ingannalo. Napoleone taciturno per natura» ora studia di esserlo maggiormente per politica: quindi nessuno potrà anticipatamente prevedere quel che egli pensa.  Ognuno con la logica dei falli non può emettere un giudizio se Napoleone volesse o no l'Italia, o fosse contento di vederla anche acefala; da consigli ai rivoluzionarii: largheggia in parole di simpatia con i Re spodestati; ma parole...Oggi abbiamo sotto gli occhi aperto un gran libro L’esperienza; ed essa ci ha mostrato nello sviluppo della rivoluzione che valgano le parole e le proteste, e le assicurazioni. Il Regno delle Due Sicilie fu invaso, a Capii a si vide l'armala Piemontese, e la flotta sleale attaccarla per ogni dove, mentre alle bande, rivoltose si permetteva ogni specie di guerra contra ogni diritto Gaeta pure cadde, ma non pel valore dei  Piemontesi, i  quali   non fecero se non bivaccare e muover fuoco incessante di artiglieria contro quella fortezza, senza aver avuto mai l'ardire di uscire in campo aperto; cadde perché era deciso che dovea cadere; cadde  perché il. tradimento era entralo anche colà; cadde poiché l’insalubrità dell'aria,

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le malattie, ed il difetto dei viveri era un male insuperabile. Dunque sia per noi, che la mente di Napoleone oramai è più che misteriosa: ne soffrirebbe la logica la più sana se si volesse interpretarla... Napoleone vorrebbe temporeggiare, perché il tempo è gran galantuomo. Intanto egli sta a Roma, e di là non solo si fa proteggitore del Potere temporale della Santa Sede, ciò che calma uh poco gli spiriti: concitati del partito clerico-legittimista, sibbene padrone di Civitavecchia può in un istante invadere il Napoletano, la Toscana, le Romagne, e tenersi pronto con due eserciti ad ogni evento. Napoleone ora è vigilissimo, e col suo mutismo, e col suo consigliare guarda l'interno e l'esterno, perché vede la sua situazione come il libro del Profeta «intus et foris carnieri et vae!» Ma che propugni le restaurazioni, quando ha sofferto le rivoluzioni settarie, non sarà egli certamente il primo a promuoverle.

L'Inghilterra è indefinibile una volta ultra liberale, poi gelosa per la vita dell'Austria; fomentatrice della rivoluzione, italianissima per calcolo, vorrebbe Italia una per gl'interessi del suo commercio; ma la vorrebbe senza la Francia; ciò che è impossibile, se questo è stato lo scopo di Napoleone, cioè aver egli in Italia quella influenza, che vorrebbe tutta perduta per l'Austria; quindi l'Inghilterra potrebbe indirettamente giovare alla causa della legittimità per essere costante nella sua politica di contrariare la Francia; perciò non senza una ragione essa trovava modo di armarsi legalmente con un'armata di mare con la quale invadere non l'Europa ma la terra tutta. L'Inghilterra oggi pare che debba avere un grande interesse nel ripristinare l'ordine in Italia, giacche la rivoluzione è come il canchero che non si ferma, se non quando non ha più altro che rodere; ed essa vede i suoi 100 mila operai che sono un fomento, una minaccia continua,


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per cui abbisogna di un periodo di pace per riattivare ti commercio e dar pane ai suoi, che oggi ne difettano positivamente. Ma oltre a consigli pro e contra non farà nient'altro, a meno che non scoppiasse una guerra Europea. Allora poi potremmo non probabilmente, ma asseverantemente sostenere, che non sarebbe né con la Francia, né col Re galantuomo; poiché l'Inghilterra non si è curata mai dell’amicizia e dei profondi inchini dei galantuomini, che non hanno denaro.

Le quattro Potenze che debbono e possono compiere, anche per loro interesse, h restaurazione sono la Spagna, la Russia, la Prussia, e l'Austria.

La Spagna Potenza eminentemente cattolica e sostenitrice della legittimità, se finora silenziosa guardò i cosi detti fatti compiuti, lo fu per convincersi di quanto proditoriamente si facea pubblicare dai giornali i più impudenti del Napoletano già venduti alla Setta, da quelli interessati di Torino, e dagli innocenti e veridici Debats e Constitutionnel di Parigi, onde vedere se vero o falso fosse, e per unirsi anche di politica con le altre Potenze. Ora però che è convinta che le voci dei Popoli reclamano i loro Principi, essa non si risiera più ad intavolare un accordo, col quale si obblighi il Piemonte a restituire gli Stati rubati proditoriamente. Essa, la cui Storia è ricchissima di glorie, di lealtà, di contegno, di cavalleria e di Religione, reclamerà la restituzione al Papa delle Province che gli furono tolte; e questo sarà il primo passo per ripristinare l'ordine, in-frettare la rivoluzione, e ridonare ai popoli con i loro Principi la pace, la tranquillità, e la ricchezza. La parola di Lei bene appresa dalle Potenze Nordiche gioverà immensamente a far cessare questo stato violento di sangue, di stragi, di rube, di uccisioni.

La Russia, questo nobile impero che è l'ancora dei Troni Nordici, ed a cui incombe che né la Francia

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né altra Potenza venisse ad infievolire una delle sue naturali alleate, accorrerà se non fisicamente, diplomaticamente ma in modo deciso a chiedere che non si restino i Regni d'Italia ancora in questo stato di violenza e di terrore. E&a ha già dato una gran prova di simpatia alle restaurazioni, ed al. potere temporale della S. Sede con chiedere alla corte. di Roma dopo una interruzione di 40 anni il Nunzio Apostolico a Pietroburgo. Con ciò ha spiegato chiaramente il suo protettorato al Pontefice, e perciò al Regno Pontificio; e di conseguenza un altro argomento di convinzione allo sparlamento di Torino di non più pensare alla Capitale d'Italia rivoluzionaria, che resterà però sempre capitale dei Regni Italiani cattolici, e devoti della S. Sede, giacché la più gran gloria d'Italia è Roma, è il Pontificato Romano!

La Prussia anche diplomaticamente potrà esserci utile, se il suo principio è quello di sostenere il Diritto Divino; non opererà se non tenendo d'occhio i movimenti. di Napoleone, che non smuove il suo sguardo dalle frontiere del Reno. E sebbene non è a sperarsi (per la nota sua politica titubante) che la Prussia prenda un'iniziativa nella faccenda delle restaurazioni, pure una volta che una voce qualunque si sarà levala, subitamente essa sarà di grave peso nella bilancia della politica Europea.

Non resta che l'Austria, e questa Potenza, che quando si erede vedersi dissoluta, sorge più forte, più terribile, più vigorosa, essa sarà che dovrà reclamare con tutta fonia, che la pace $fa ridonata alle sventurate, terre d'Italia; essa deve farsi propugnatile delle restaurazioni, scudo dèlta legittimità in dritto ed in fatto.

Sin da quando l'Imperatore Francesco Giuseppe sottoscrisse il trattato di Villafranca, alle truppe frementi disse «uomini generosi e costanti; non vi prenda timore di giungere troppo tardi all'agognata riscossa. Gl’influssi si cambiano. Presto o tardi noi andremo al di là

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del Mincio per ricuperare i sepolcri degli eroi di Soma e di Custozza: quella terra irrigata del nostro sangue  dove ancora esser nostra. Dio ce lo promette per bocca  del canuto Eroe Radelsky dalle beatitudini del Cielo.» Ora i tempi son maturi. Nella bocca di quel Principe magnanimo  già echeggia una parola... che non pronunciò mai vanamente. Finora, noi crediamo, l'Austria imi) dovea che agire diplomaticamente restando muta spettatrice del tristissimo dramma, che si è svolto in Italia; poiché quando Napoleone chiese a Villafranca un abboccamento dall'Imperatore Francesco Giuseppe e propose la pace con la cessione del Lombardo, e con la promessa di. promuovere una Confederazione fra i Regni Italiani, questi cede a non far spargere più sangue, e sperando, che una volta cosi fosse finita la guerra intestina, che da tanto tempo ha lacerata la povera Italia per opera di una maledetta ed esecrala setta di perturbatori iniquissimi. Or svanita ogni idea di confederazione per le macchinazioni Mazziniane, ed avveduta l'invasione l'Austria, se avesse insistito presso il Gabinetto delle Tuilleries perché si stesse ai patti, avrebbe volontariamente ceduto ad una probabilità di riavere la Lombardia. Oggi però essa ha il diritto d'intervenire perché è parte interessata; e sia che venga attaccata dalle solite bande, (contro cui l'innocente, e lealissimo Piemonte protesterà); sia che l'attacco fosse morale, ossia si tentasse una rivolta nel Veneto se in Primavera non accorresse a frenare questo torrente di malvagità essa non potrà veder rinascere la perfetta tranquillità nella propria casa e sarà obbligata a continuamente tenere un forte esercito in piedi di guerra onde essere pronta a qualsiasi evento.

Ma che farà dessa la Francia? Fu fatto di politica l’opinione è libero, e la nostra è che la Francia ossia Luigi Bonaparte (bisogna fare oggi questa necessaria differenza) non darà mai braccio forte al Piemonte,

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Ve che manca d’uomini, d'armi, di forza morale, « di fiducia. Luigi Bonaparte vede lo stato finanziario dell'Impero obbligalo a mettere doppie imposte per sopperire al grande disavanzo dei passati eserciti, e per far fronte allo gravi spese che necessitano alla vita dello Stato. Sente il mormorio del popolo Francese per tale fatto:, sente e comprende bene che la Francia del 1862 non è quella del 1850. Egli non metterebbe a repentaglio tutto per poco!! Tre cose (secondo noi) lo indurranno, oltre lo stato finanziario ed interno della Francia a concorrere o di buona o di cattiva voglia alla restaurazione dei Principi 1° Un’associazione d'idee!!! ossia l'Inghilterra che cerca il momento di abbatterlo; l'Austria che stritolò Napoleone I; la Russia che ha Malakoff da rivendicare; la Prussia sospettosa sulle frontiere del Reno. 2° Lo stato delle Due Sicilie!!! poiché se una guerra si rompesse dall'Austria, quelle Città unanimemente insorgerebbero al grido Viva Francesco II Nostro Re; e non vi sarebbe braccio che non si armasse, non terra che non si spalancasse, non pietra che non cadesse per distruggere, seppellire, stritolare ogni sementa di odiata dominazione Piemontese, di questa iena che per 15 mesi si è dissetata del sangue dei nostri fratelli, che ha rubalo dalla bocca dell’infelice il pane dell’alimento. Ciò avvenuto, che fora essa la Francia? verrà ad imporci novellamente l'odiato giogo? ma come potrà farlo? con la forza? Ciò potrebbe pensarsi dagli uomini delta logica nuova, e non da noi, che nel caso di una violenza vedremmo: in piedi l'epoca di 47 anni passati... e Luigi Bonaparte è buon politico, ottimo aritmetico per non ricordarsi che totale resta se da 62 si tolga 47!!! 3° La convinzione Europea. Chi avesse detto, che la causa delle restaurazioni L’avessero propugnala Ricasoli, Spaventa, Nigra, Conforti ecc, ecc. avrebbe certamente riso; ma è stato cosi.

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La restaurazione ha fatto oggi tanto fisico e morale progresso, per quanto non le avrebbe dato la guerra la più sanguinosa, e dieci vittorie. L'Europa tutta oggi, e Napoleone stesso son convinti della impossibilità ed irragionevolezza dello sgoverno Piemontese, quindi unanimemente pensano al miglior modo plausibile di ridonare ai popoli i loro Principi. Napoleone però... non può mostrarsi a viso scoperto, perché Nizza e Savoja sono per lui un grande inciampo: non cosi l'Austria e la Russia precipuamente, che hanno un interesse.

Tutte però le Potenze comprendono che il 1862 è anno foriero di un gran cataclisma politico, ed ognuno deve pensare ad arginare il tarlo della rivoluzione per cui danno schiacciargli il capo... in Italia

CAPO VII.

Rama Politica del Cardinale Antonelli - Premesse bugiarde del Piemonte - Esempi delle rivoluzioni - In che consista la vera libertà. - Conchiusione

L’unità d'Italia sia evaporata come un triste sogno in faccia alla realtà, è un fatto dimostrato dall'andamento delle cose e degli avvenimenti che vi si succedono. La' dove disse Dante, Machiavelli, e Gioberti si è infranta questa nave senza condottiero. All'unità d'Itala non credettero mai gli stessi rivoluzionari «L'unite d'llplie (1) (scrivevano) est une chimere; mais chimere plus sùrement que réalilé, cela produit un certain effet sur les masses et sur la jeunesse effervescente. Nous. savons a quoi nous en lenir sur ce  principe:  il  est  vide,  et  il  resterà toujours vide;

(1) Lettre du Correspondant d'Ancóne.

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néammoins, c'est un moyen d'agitation. Nous ne devons donc pas nous en priver. Agitez à petit bruit inquiétez l'opinion, tenez le commerce en échec; surtout ne paraissez jamais. C'est le plus efficace des moyens pour mettre en suspicion le gouvernement Pontifical.»

Roma era dunque punto su cui tutti gli sguardi si volgeano, ma a difesa di essa stanno guardiani tutte le Potenze, ed i milioni di Cattolici sparsi per tutta la terra. Se Napoleone, scrive il Ghisi (1), «non pensò a revindicare le Romagne al Papa, nulla ancora di definitivo si può asserire, giacché diciamolo francamente, l’annessione delle Legazioni, dell'Umbria, delle Marche, e del Piceno al Piemonte, non altrimenti che quelle dell'Emilia, della Toscana, e delle Due Sicilie sembrano affatto precarie. A che giova illuderci?...» Eppure questa illusione dura ancora nel numero frazionario dei pseudo liberali ora riconosciuti sotto il nome di mestatori, di piemontizzatori, o di camorristi.

La rivoluzione mentì sempre, e nel fatto di Roma ha più che mai mentito. Però al governo dello stato vi era Giacomo Antonelli Cardinale, che ad un ingegno perspicace e vivissimo unisce un profonde sapere di politica scienza. Egli seppe valutare le bugiarde ed infinite promesse del Piemonte; che le sole armi della Chiesa resisté alle mene delle sette; con il convincimento che un Dio veglia sulla Città santa stiè saldo a proterve insinuazioni; propugnatore acerrimo del Pontificalo, siccome nel giorno della creazione Dio Onnipotente segnando col dito i confini al mare; «fin qua, verrai, disse, e non procederai oltre» egli disse alla rivoluzione: - qui verrai a rompere i tuoi flutti  rivoltuosi. -

(1)Vita di Napol. III. pag. 186.

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Il come di Antonelli occuperà una gran pagina nella Storia del Secolo, ed a lui dovrà la salvezza l'Italia del 1862, come nel 1848 né andò debitore a Ferdinando II.

Le promesse (dal Ricasoli fatte nella Nota celebratissima) di voler libera chiesa in libero Stato; significavano vogliamo un culto che ci piace, ossia libero culto, come i fatti l'han poi dimostrato.

Egli è certo che le rivoluzioni possono cambiare di forma, non mai nella natura, né nello svolgimento. Ora una rivoluzione politica non si è mai fatta, se non cominciandosi con attaccare i principi religiosi, che nel passato secolo si disse libera filosofia, nel presente dicesi pan-teismo che svena lo stesso, dapoichè con spargere la derisione su tutto quanto si ha di sacro e di religiosa, e deificando l'incredulità è lo scetticismo si ha per risultato che fa prostituzione si fa donna dei cuori, scompiglia le menti dall'idea dì un Dio che tutto pesa sull'eterna bilancia, e tolto il freno del timor di Dio corre difilato a spezzare il freno che le Società mantiene in vita.

Avvelenata la Francia da tali dottrine manipolale nei penetrali delle Sette fu la prima, che vide il Trono dei suoi Re bagnato dal sangue del principe D'Orange assassinato per aver impugnata la sua spada a difesa della religione. Questo fu il rompere della tempesta. Invano Filippo II, protetto da Sisto V si scagliava contro la rivoluzione; egli cadde trafitto dalla mano di un assassino. Invano Maria Stuarda si mise a capo dei fedeli alla causa della Religione; la sua testa balzò staccata dalla mannaja del carnefice. Invano il Cardinale de’ Guise si recò nelle primarie Città d'Europa a coalizzare i Sovrani contro l'idra a cento teste; un pugnale ne arrestò l'opera.

Intanto la rivoluzione continuava  riproducendosi

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di tempo in tempo, e non vi fu regno che non avesse vedute scene orribili di sangue. La Francia vide l'Abate De Prades empio, sacrilego, e buffone (1), noi abbiam veduto Liverani e Passaglia abominio degli stessi loro confratelli settarii, che si han data la più chiara prova del come s'intenda rispettare religione e Papato!!! - Ed oggi le massime della Rivoluzione non son forse le stesse? «Per combattere i Principi ed i bigotti, scriveva un settario Alemanno al Capo Francomassone (2) ogni mezzo è buono - tutto è lecito per annientarli: la violenza,  il tradimento, il fuoco ed il ferro, il veleno ed il pugnale il fine santifica i mezzi» Ed uno dei fondatori della setta  Edgardo Quinet aggiungeva  (3)  «il faut que le  Catholicisme tombe. Point de trêve avec l'injuste. Il s'agit non seulement de réfuter le papisme, mais de l'extirper: non seulement de l'extirper,  mais de le  déshonorer; non seulement de  le  déshonorer mais de l'étouffer dans  la boue» Ciò era  conforme alla massima adottata dall'alta Vendita - «È deciso non Vogliamo più cristiani» per ottenere il qual fine ecco che cosa ordinarono  ai settari «Popolarizzale il vizio nella plebe e lo respiri con i cinque sensi: fate che lo bevano, e se ne satollino - «Corrompete i cuori, e ne avrete più cattolici» (4) Non è questo forse il mezzo di che si serve il Piemonte? Non vedemmo noi  la  demoralizzazione farsi signora dei cuori, e legalmente autorizzata? Profanazioni nelle Chiese dove novelli Iconoclasti hanno attaccato il culto delle immagini. Profanazioni nelle città, dove l'onore, il pudore, la donna noti è garentita;

(1)Sismondi. Histoire de France

(2)Segur La Révolution Ch. VIII.

(3)Ibid. VI.

(4)Théorìe de l'Haute Venete: lettre de Vindice a Nobius.

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dove io sperpero della morale si dice – civilizzazione – dove il meretricio è propugnato, l'adulterio è chiamato galanteria. Demoralizzazione nei Teatri, ove la legge permette che giovinette seminude, scomposte ballino al cospetto del pubblico intero, come nei Teatri di Napoli si è fatto col Cancan. E tutto questo si vuole, si cerca per corrompere i cuori, onde la Religione dei Padri nostri, la religione dell'amore e della carità fosse annientata. Cosi il Piemonte vuole libera Chiesa in libero Stato. In questo si fa consistere la libertà...! - Ma l'uomo onesto e morale non la intende cosi.

La libertà di un popolo consiste nell'essere sicuro dette proprietà, dei beni del cittadino, della propria sicurezza. Libertà si dice aversi da un popolo, quando la Società immeglio nelle arti, nelle Scienze, nella morale, nei costumi, nel commercio. Liberà sussiste, quando la legge è quella che si fa regola delle azioni civili, non l'arbitrio, il capriccio, il sopruso. Questa libertà è quella che godevamo, ed ora desideriamo: ed esse non otterremo mai, se non con l'autonomia del nostro paese, e sotto il regime di Francesco II.

Egli è nostro per patria, egli è figlio della nostra terra, ha dall’infanzia bevuto l'aria che noi bevemmo; egli i costumi, e l’indole del Napoletano conosce, egli saprà renderlo felice, e ritornare il nostro Regno al suo vero splendore facendo in piena forza brillare la pace, il contento e la ricchezza.

Le Nazioni d'Europa ormai 18 mesi ebbero per vagliare le nostre sorti: esse han potuto convincersi che l'inganno a grandi ed a piccoli, a Sovrani, ed a popoli fu teso: esse han potuto calcolare che col ritrovalo del non intervento si è manomessa legge, e giustizia; ed ogni dritto delle genti, ogni assioma di diritto internazionale si è oltraggiato: esse han potuto commensurare, che non i popoli scacciarono i loro Sovrani,

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ma pochi che a forza di sleale mercato, e con l'inganno fecero proseliti non per formare Italia una sotto di uno scettro, che sapeano per ogni ragione impossibile ad attuarsi, ma per avere un momento ad arricchirsi delle opime spoglie dei Re, e dei popoli e per disfogare loro private vendette.

A che dovrebbero or più ristarsi? a che incerti terrebbero ancora i popoli sulla loro sorte? Non è bastato il sangue fin'oggi sparso? Non sentiranno il grida unanime delle città, che maledicono a questo terribile stato di oppressura? Non è forse oggi nolo chi sono i soli, che rimasero puntelli della rivoluzione?

Oh! una volta si muovano Per diritto di religione, di umanità, di giustizia reclamano i popoli il protettorato delle Alle Potenze, e noi conchiudiamo che se con la punta della spada non si cancella la nuova massima i popoli eliggano per loro un Principe, il diritto Divino il diritto di legittimo possesso potrebbe essere scosso dalle fondamenta, e le lagrime che noi versiamo nell'esilio, il sangue che i fratelli nostri versarono in Sicilia, sul Volturno, a Capua, ed a Gaeta, il sangue cittadino che dovunque scorre nel Reame delle Due Sicilie potrebbe versarsi altrove, poiché le sette non arrestano mai loro opere tenebrose: ed allora a che gioverebbe il pentirsi di non aver raffrenato l'impetuoso torrente, che squassa, rompe, schianta, e trascina con se in un orribile vortice dritto, legge, Sovrani e popoli? Ricordino le grandi Potenze, ricordi Napoleone III. che l’Italia è Prolegomeno di Rivoluzioni. Se lo affermassimo noi, forse vi sarebbe chi di nostre parole dubitasse ma lo dichiara uno dei Capi della setta (1) che cosi si esprime.» Da qualche anno in qua le nostre cose hanno avvantaggiato.

(1)Lettre du Correspondant de Vienne à Nobius-Segmr La Révolution.

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La disorganizzazione sociale regna dapertutto; com'è al Nord, cosi è al mezzogiorno. Tutto ha subito l’inflesso, sotto coi noi abbasseremo la specie umani. Il pervertire è facile. In Svizzera come in Austria, in Prussia come in Italia, i nostri adepti non attendono che il nostro segnale per sfasciare la vecchia mole. La Svizzera potrebbe darlo ma i suoi vecchi radicali Elvetici non sono alla portata di capitanare le Società segrete all’assalto dell'Europa. Bisogna che là Francia imprima il suo suggello a quest'orgia universale (sic)». State sicuro che Parigi non mancherà alla missione affidatagli. E cosi è stato. Nel 1859 furono aperte le porte alla Rivoluzione ma si son desse richiuse forse? Qual è la Nazione d'Europa che possa dire non ho di che temere?

Noi speriamo che con i novelli fiori spunterà per noi il Sole della pace, e della giustizia con la Restauratone del nostro amatissimo Sovrano Francesco II a cui sia gloria e salute, e di tutti i Principi d'Italia. Questo sarà la morte della rivoluzione la prosperità e la sicurezza degli Stati.












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