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Cultura di Base e Creatività  nell'Impero Omologante.

 a cura di Sebastiano Gernone

"Una società indifferente alla Cultura di Base, prima o poi ne paga le conseguenze, sia a livello politico che a livello esistenziale"

Gruppo Creativo Grauco – Cineclub Roma


Negli ultimi mesi si è sviluppata una vivace e non saporifera polemica sulla Cultura del Grande Evento che tanto più si diffonde nel nostro periferico globo.

Dalle grandi città ai paesi si diffonde da tempo l’attesa di un evento culturale che mobilita uomini, energie e danari. L’evento passa , il grande artista se ne va, le rassegne or di questo or di quello fissano un appuntamento futuro e tutti ritornano a inchiodarsi nelle poltrone televisive per aggiornarsi sulle nuove diatribe delle lotte di potere, le partite di pallone e le tante futilità legate ai mercanti di oggetti, proprietà, poteri e domini- possessi sugli uomini e luoghi.

Rimane esclusa la cultura di base, quella dei laboratori creativi, la casa di Rembrandt con i suoi pittori, le scuole di artigianato, i centri culturali che lavorano giorno per giorno per alimentare la creatività e la sensibilità degli umani per una esistenza per quel che si può più gioiosa e bella.

Gli articoli che riportiamo – relativi al mega grande evento del 1° Festival del Cinema di Roma – rappresentano un momento di riflessione per tutti, dalla capitale alla nostra Bari e in ognidove.

L’ordine in cui li presentiamo è cronologico salvo il primo del 22 ottobre 2006 scritto da Roberto Galve, che riassume la questione nei suoi aspetti più sottili e profondi, e che condividiamo per una riflessione ed esperienza di lunga data.


Sebastiano Gernone gruppo creativo www.telestreetbari.it


RIFLESSIONI DOPO LA FESTA DEL CINEMA A ROMA


Adesso che la strepitosa PRIMA FESTA CINEMATOGRAFICA DI ROMA è terminata ci si permetta qualche piccola riflessione. Due o tre cose si distaccano prepotentemente dalla prima frettolosa analisi dei fatti, visti dal di fuori, con questa nostra ottica di Cittadini di Classe Zeta.

La prima cosa che ci salta alla vista è che il nostro amato SINDACO CINEFILO (e chi per lui) non ha avuto nella minima considerazione i Cineclubs di Base che agiscono nella SUA Città.

E questo atteggiamento venendo da un così conclamato Cinephile non fa che destare delle profonde perplessità. Che sia stata una Festa discriminante? Eh…si sa che in tutte le feste ci sono sempre quelli che rimangono fuori e da lontano riescono solo a guardare le luminarie, non tutti sono degni di entrare nel Castello anche se è stata una Festa "popolare".

Roma L’ETERNA ha una lunga tradizione di questo tipo di Feste perché quanto più una Società è in crisi tanto più ha bisogno d’essere distratta. La Festa agisce da lenitivo per le quotidiane amarezze. Gli antichi già lo facevano con la piccola differenza che i Greci mettevano in piazza Eschilo, Sofocle, Aristofane mentre gli imperatori romani i leoni e i gladiatori: dettagli.

I maligni dicono, noi tra loro, che quelli che si sono goduta la festa più di tutti sono i Distributori dei Films. Speriamo, allora, che queste feste non facciano la stantìa fine delle Estati Romane.

Quello che preoccupa tutti quelli che operano nel sociale, è che nessuno si aspettava questo tipo di politica culturale in un momento in cui, dopo 5 anni vissuti al buio (epoca Berlusconi,ndr) le aspettative erano ben altre.

A nessuno è passato per la mente che la Cultura di Base è un patrimonio per la città? Che va protetta come la Foca Bianca? Che gli operatori, quelli che oggi sono ignorati, sono gli stessi che hanno appoggiato questa Amministrazione?

Benvenuti gli Eventi mitiganti le nostre non poche sofferenze ma senza ignorare quelli che durante tutti questi anni hanno dato alla città il meglio di quello che potevano dare, disinteressatamente, perché non appartenenti alla schiera dei commercianti della Cultura bensì a quella dei Militanti. Questa è la piccola differenza. Cittadini di Classe Zeta, forse nemmeno questo. Ma ignorarci è un errore perché esistiamo ancora, al margine, però esistiamo. Forse un giorno, chissà, ci si renderà conto di questo patrimonio e si assegnerà alle Associazioni di Base quel rispetto e riconoscenza che possono meritare.

Associazioni che operano per il bene sociale della città come lo sono le Biblioteche, con quello che dovrebbe essere il concetto di Educazione Permanente. Chissà. Le speranze e l’Utopia, dopotutto, sono quelle che alimentano la Militanza.

Speriamo anche che nessuno si senta "offeso" da queste piccole riflessioni, perché non vogliono offendere, ma sì, dimostrarsi attenti all’operato di quegli Amministratori che abbiamo votato consapevolmente, ma non incondizionatamente, proprio perché nella nostra scelta c’era tutto il nostro desiderio di una vita sociale migliore, di una Città migliore, con la partecipazione di tutti quelli che ancora ci credono.

Nonostante tutto, la messa a punto di questa faraonica Festa dimostra che quando c’è un vero interesse le cose si possono fare, vuol dire che quello che non si fa è perché non interessa?

Grauco film Ricerca

Rafael Roberto Galve


Presentata la nuova edizione del festival lagunare
Roma investe milioni per distruggere la mostra del cinema di Venezia
Angela Azzaro

Liberazione 28 luglio 2006

Dieci milioni per la nuova kermesse. Roma contro Venezia. Chi ci perde sono gli artisti e i cittadini. Cioè tutti noi

L’apertura affidata a Brian De Palma, sessantadue lungometraggi proiettati, 27 paesi rappresentati (contro i 18 dello scorso anno), undici opere prime e cinque opere seconde, una importante presenza italiana. La Mostra internazionale del cinema di Venezia, dal 30 agosto al 9 settembre, gode di buona salute e sembra aver ritrovato anche il gusto per la ricerca, per la mappatura del cinema che c’è ma non si vede.

Eppure proprio quest’anno Venezia si trova ad affrontare la concorrenza con la neonata Festa del cinema di Roma, che dal 13 al 21 ottobre porterà nella capitale registi e film da tutto il mondo. Si parla di centinaia di proiezioni, senza risparmio di energie e soprattutto di finanziamenti: l’evento romano costerà oltre dieci milioni di euro. La cifra, alta di per sé, diventa ancora più elevata se la si confronta con il budget della Mostra veneziana che esiste da sessantatré edizioni ed è struttura pubblica: otto milioni e mezzo compreso il 30% messo a disposizione dagli sponsor. In questi mesi gli amministratori delle due istituzioni ci hanno più volte tenuto a sottolineare che non c’è alcuna concorrenza. Che le due manifestazioni vanno ognuna per la loro strada. Ma come non capire che due festival a così stretta distanza e con la stessa formula si rubano i film l’un con altro e che Roma, considerato l’imponente investimento messo in gioco, va a levare visibilità, risorse e attenzione alla città lagunare? I soldi della Festa del cinema vengono in gran parte da Comune, Regione, Provincia e Camera del commercio e dal principale sponsor privato, cioè la Banca nazionale del lavoro. Non si ha ancora notizia di finanziamenti che arrivino direttamente dal Ministero. Resta però la questione centrale: si può pensare che la cultura in Italia sia gestita secondo una visione localistica in cui ogni regione o ogni comune insegue il proprio interesse a prescindere da un quadro complessivo? Sarebbe importante che non fosse così altrimenti tanto valeva tenersi Bossi e il suo progetto di una cultura a misura di devolution.

Il festival di Venezia e il cinema italiano, che arriva esangue a questa nuova legislatura, hanno bisogno di sostegni strutturali non di eventi: più finanziamenti, più produzioni, rilancio delle istituzioni pubbliche, una Mostra che aumenti le attività permanenti e il lavoro di ricerca che oggi non è in grado fare pienamente col budget a disposizione. Sono questi gli obiettivi che dovrebbe porsi il nuovo governo insieme alle amministrazioni locali, chiamate ad uno sforzo di tessitura con le altre città e con le politiche generali: uno sforzo contraddetto dalla Festa organizzata nella capitale. Il cinema non ha bisogno di feste: non ne ha bisogno Venezia che ieri, non a caso, con il direttore Marco Müller rivendicava il suo essere un "non festival"; non ne hanno bisogno i registi che hanno sete di girare, di raccontare, di vedere realizzate le loro sceneggiature da troppo tempo nel cassetto: nell’ultimo anno in Italia sono stati realizzati appena 30 film, in Francia nello stesso periodo 240.

Neanche Roma aveva bisogno della Festa del cinema. E’ l’ennesimo grande evento che gli viene catapultato sulla testa senza che, dall’altra parte, ci sia un investimento reale affinché la cultura non venga solo fruita, ma anche prodotta, praticata, fatta propria: sia terreno d’espressione, di crescita, momento di incontro. L’Estate romana è emblematica di come la direzione scelta sia tutt’altra. Gli investimenti non servono per creare strutture in tutti i luoghi della città, per potenziare quelle che già ci sono, per far conoscere nuovi artisti, soprattutto emergenti. La ricetta è diversa: nomi consolidati e sempre i soliti, cittadini ridotti a meri spettatori e per strada migliaia di precari dello spettacolo che, senza prospettive, si affannano (per pochi euro pagati in nero) a fare di tutto fuorché il loro mestiere. La Festa del cinema conferma e amplifica questa tendenza che farà cadere non poche teste, e cioè manifestazioni, anche di cinema, più piccole o di teatri già in crisi, e che impoverirà le casse anche di luoghi simbolo della stessa amministrazione comunale come la Casa del cinema a Villa Borghese. I dieci milioni di euro si potevano usare diversamente, molto diversamente, facendo fare a Venezia quello che deve e sa fare. Roma chiede altro. Lo chiede a gran voce. Né divi, né dive. Chiede spazi, finanziamenti da gestire dal basso, chiede di partecipare alle decisioni sulla distribuzione dei fondi. Dove sono i dieci milioni di euro per tutto questo?


Tra Roma e Venezia nessuna concorrenza
Pietro Folena

Liberazione 1 agosto 2006

1 agosto 2006

Pubblichiamo una lettera del presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati, in risposta all’articolo "Roma investe milioni per distruggere la mostra del cinema di Venezia" a firma di Angela Azzaro, uscito su questo giornale venerdì 28 luglio.

L’aspra critica di Liberazione alla Festa del Cinema di Roma, contenuta nell’articolo di Angela Azzaro, giornalista attenta e colta per la quale nutro stima, credo sia ingenerosa. Partiamo dalla "ciccia". I soldi. Se l’amministrazione capitolina, con Provincia e Regione, reperisce autonomamente 10 milioni di euro per una iniziativa culturale, non è certo una colpa. La Festa del Cinema di Roma non sottrae risorse alla Mostra di Venezia. Dopodiché è giusto invocare una maggiore attenzione dello Stato per la Laguna (non lo dico da veneto), e quindi un investimento anche economico di rilievo. La Commissione cultura della Camera, che presiedo, se ne occuperà. Ma che c’entra Roma in tutto questo?

Secondo: gli organizzatori dei due eventi hanno tenuto, come riferisce lo stesso articolo, a sottolineare la differenza tra le manifestazioni. Una è una "mostra": un termine che rievoca le gallerie d’arte (il cinema è la settima arte). Muller ha presentato in questi giorni il programma di qualità per la prossima edizione. L’altro è una "festa", un festival, qualcosa che ricorda San Remo o, se volete, le Feste dell’Unità e di Liberazione. Una manifestazione molto diversa, più popolare.

Terzo: non trovo disdicevole la "concorrenza" tra due città simbolo del nostro paese sul terreno della cultura e del cinema in particolare. Anzi, mi chiedo come sia stato possibile che Roma, al cui interno sorge Cinecittà, non abbia avuto sinora un festival all’altezza di questa presenza. Bene hanno fatto il sindaco Veltroni e Goffredo Bettini a crearlo. Magari tutte le città italiane potessero "concorrere" tutte a questi livelli. Davvero, è il caso di dirlo, che cento fiori fioriscano.

Quarto: torniamo ai soldi. Qual è il problema? Secondo me non è se Roma o Venezia si rincorrono, ma quanti sono e come vengono usati i fondi per lo spettacolo. Con i fondi pubblici si sono finanziati persino i film di Vanzina (contro cui non ho nulla), che - lasciamo perdere i giudizi sulla qualità - non hanno certo bisogno di soldi pubblici. Troppo poco, invece, è ancora destinato al cinema emergente, magari di "nicchia", alle produzioni indipendenti. Troppo poco se si pensa poi al fatto che il pubblico non riesce a vedere larga parte di questo cinema, praticamente non distribuito nei circuiti più numerosi. C’è anche un problema che riguarda la Rai e il contratto di servizio. Ho chiesto al ministro Gentiloni che sui canali pubblici, anche quelli digitali, vi sia un adeguato spazio dedicato al cinema emergente. Sulle destinazioni del Fondo Unico dello Spettacolo non fu fatto abbastanza, anche dal centrosinistra, mentre Berlusconi ha risolto il problema a modo suo, tagliando drasticamente il Fondo. Bisogna rivedere il meccanismo di alimentazione dei finanziamenti (ad esempio chiedendo un contributo sostanzioso ai soggetti televisivi che trasmettono il cinema a pagamento) e poi di distribuzione, premiando il cinema più "debole"? Sì. E’ una cosa sulla quale anche personalmente mi impegno. Promuovere quindi una svolta nella politica del cinema. L’Italia ha scritto pagine straordinarie e va respinta l’idea che il mercato sia l’unico strumento per le produzioni cinematografiche. Serve invece un cospicuo investimento, economico ma anche culturale e di produzione e distribuzione da parte del settore pubblico. La Mostra di Venezia deve essere la locomotiva di eccellenza del nuovo treno del cinema italiano mentre la Festa di Roma può rappresentare la più importante stazione dove questo treno può farsi ammirare da una pubblico più vasto. Lasciamo pure che Roma, se vuole, "concorra", in modo positivo, con Venezia. I problemi, come ho provato a dire, sono altri.


Cinema di base cancellato dai grandi eventi
Rafael Roberto Galve

Liberazione 3 agosto 2006

3 agosto 2006

Continua il dibattito sulla "concorrenza" tra lo storico Festival del Cinema di Venezia e la Festa del Cinema di Roma che prenderà il via per la prima volta ad ottobre. Dopo il primo intervento di Angela Azzaro e la risposta del presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati Pietro Folena, pubblichiamo una lettera del fondatore di uno dei cinema d’essai più conosciuti della capitale, il Grauco film Ricerca, che sottolinea come i grandi eventi vengano realizzati a scapito di una "cultura di base" sempre più emarginata e priva di risorse finanziarie.

Abbiamo letto e discusso con molto interesse l’articolo apparso alcuni giorni fa su Liberazione sulla Festa del Cinema di Roma e il Festival di Venezia. L’ennesimo evento comunale calato dall’alto. Non sappiamo se questo festival romano distruggerà la Mostra di Venezia, ma sì sappiamo - come accade con tutte le altre creazioni del nostro sindaco - che sarà giocato tutto sul prestigio basato sull’evento continuo alla ricerca della gratifica ed il consenso.

Intanto, mentre la città pullula di queste manifestazioni, la "cultura di base" dispera cercando di sopravvivere. Sono ormai 12 anni che scriviamo al sindaco ricordandogli che una città indifferente alla sua "cultura di base" prima o poi ne paga le conseguenze, sia a livello politico che a livello esistenziale.

Il Grauco film Ricerca è uno dei cineclubs storici della città con 31 anni di attività quotidiana ininterrotta nel quartiere Pigneto (via Perugia 34). Noi, operatori del Grauco, lavoriamo da sempre a livello militante (a titolo gratuito), con una linea etica di partenza (1975) che non è mai stata tradita, né rinnegata. Ma la nostra attività è stata sempre difficile ed emarginata in un territorio (VI Municipio) che solo ora comincia a risollevarsi.

Piccole sovvenzioni dal ministero dello Spettacolo, qualche sponsor, sporadici "affidamenti" comunali, ci hanno in una certa maniera sostenuti fino ai tagli che l’incultura berlusconiana ha scatenato sulla città. Da un giorno all’altro il ministero "per mancanza di fondi" ci toglie la sovvenzione che almeno copriva le spese di affitto della piccola sede operativa. Gli sponsor, ormai, partecipano solo agli eventi istituzionali. Inutile dire che per un cineclub come il nostro è ormai impossibile sussistere senza il riconoscimento delle istituzioni comunali.

Noi, non siamo un’impresa, siamo un gruppo di base senza fine di lucro; ogni denaro entrato al Grauco ha sempre integrato il fondo comunitario per affrontare le spese di gestione. E proprio perché siamo un gruppo di base, siamo riusciti a fare tutto quello che abbiamo fatto in questi tre decenni (non solo cinema). Certo, il tempo non passa invano e ora siamo diventati tutti…anziani e gestire ci costa sempre di più anche a livello personale.

Ma il Grauco è stato sempre il nostro progetto sociale e, in parte, la stessa nostra vita. Sappiamo che non mancherà il funzionario che si vanterà "di averci sempre aiutato", possiamo dimostrare bene quale tipo di aiuto ci è stato dato. Nessuno ci ha mai regalato niente, ogni cosa che abbiamo fatto ci è sempre costata una goccia di sangue. Ci avevano "promesso" di occuparsi di noi per il 2006, chiedendoci di "resistere" intanto. Così abbiamo usato anche quel fondo comunitario che ci avrebbe servito per affrontare gli ingenti costi della chiusura del Grauco (perché anche chiudere sarà enorme a livello economico). Niente è successo. E ora ci troviamo peggio di prima, in una situazione disperata. Ma…30 anni non sono bastati?

 

Roma, lo strapotere dei grandi eventi
Luigi Tamborrino

Liberazione 5 agosto 2006

Ecco il punto di vista di un rappresentante dell’Associazione Culturale Rialtoccupato di Roma sulla decisione della giunta capitolina di realizzare ad ottobre la Festa del Cinema. Ricordiamo che finora abbiamo pubblicato un articolo di Angela Azzaro, una risposta di Pietro Folena e un parere di Rafael Roberto Galve del Grauco film ricerca.

Il dibattito aperto da Angela Azzaro circa "l'imitation gap" che il Comune di Roma tenta sul festival cinematografico di Venezia ci sembra assai pertinente e quindi interveniamo, a partire dal "modello Roma", che pare rappresentare l’esempio più avanzato dell’estetica del buon governo locale dove, non il merito delle cose, ma la sua rappresentazione mediatica diventa elemento determinante per scelte, considerazioni e quindi consenso. Questo a maggior ragione da quando si è aperta la stagione dell’elezione diretta di sindaci, governatori e quant’altro, comportando giunte sempre meno politiche e più "staff del comandante in capo" e consigli degli eletti assuefatti alle scelte degli esecutivi. Una situazione imbarazzante amplificata oltremodo dalle numerose liste civiche che hanno dato vita, con una alchemia molto fantasiosa, ad un movimento nazionale basato su una linea politica chiara: il nulla oltre il marketing territoriale. Uno scardinamento della politica dove le federazioni dei partiti sottostanno allo strapotere di chi gestisce l’amministrazione pubblica. In questo quadro è la qualità del rapporto sindaco-mass media a determinare lo sviluppo delle cose, che passa prima dall’enunciazione di progetti dalle pagine dei giornali (a Roma assai più interessati all’urbanistica che alla cultura, visto gli editori), poi dalla ricerca delle procedure amministrative e solo infine dal consiglio per la ratifica. Un percorso inverso a quello che vorrebbe la democrazia e quindi, una gestione della città spesso interna solo ad alcune stanze del palazzo, che diventa elemento di rafforzamento, lancio o decadenza dell’estetica politica del primo, ma non unico, cittadino.

E infatti, Veltroni, enorme comunicatore, è stato riconfermato sindaco a furor di popolo e nessuno di noi avrebbe scommesso sul contrario. Ora dobbiamo domandarci anche: cosa lascerà alla città?

Innanzitutto forse la cosa più riuscita: la notte bianca con le sue decine di manifestazioni tutto in "one night", un grande rito collettivo che sembra più un annuale addio al celibato che una vetrina della vivacità culturale di Roma, dato che il resto dell’anno vige il "coprifuoco" e la tutela a oltranza del "residente". Poi i grandi eventi fin sotto il Colosseo, dove la possibilità di fruire gratuitamente di spettacoli memorabili fa perdere la percezione di quali risorse pubbliche vengano utilizzate e soprattutto a scapito di cosa. Ed ancora la nascita delle case del jazz, del teatro, del cinema, cosa abbastanza anacronistica visto che le attività artistiche, invadendo e ibridandosi con la vita quotidiana, hanno determinato già da tempo una profonda crisi dei luoghi culturali tradizionali, incapaci di far fronte alle esigenze di un nuovo "pubblico" complesso e non racchiudibile in categorie separate. Allora forse tutto questo sembra più una resistenza al "nuovo" e una metodologia di gestione del potere, dove, da una parte si determinano i luoghi della cultura ufficiale sempre più monotematici e da attraversare necessariamente per esistere, e dall’altra si crea, tramite una sapiente gestione dei consigli d’amministrazione, una catena di comando dell’amministrazione locale che, afflitta da una sorta di mito di Crono che divora i propri figli per paura di essere detronizzato, riproduce un fare imballato dal proprio assetto burocratico tutto a difesa di una distorta idea di conservazione. Interna a questa logica nascerà anche la festa del cinema. Ma tutto il resto? Le produzioni contemporanee, lo sviluppo di strutture dinamiche e di circuiti culturali agili ed autonomi, la sperimentazione del fare, le tante creatività diffuse e inespresse? La cultura indipendente si autodetermina e va dove può, ovvero negli spazi gestiti autonomamente e spesso in conflitto con l’Amministrazione per vicende di orari, permessi, tecnico sanitaria, asl, etc, ma sempre pieni di popolo. Un mondo di precarietà, fatica e invettiva ma dinamico, vivo e presente perché determinato dalla esigenza di un confronto quotidiano con la realtà. L’amministrazione miope lo tratta in maniera residuale delegandolo alle politiche giovanili o a bandi e qualche contributo. Niente politiche strutturali, niente idee lungimiranti e programmatiche, tutt’al più soluzioni dettate dalla contingenza del problema immediato da risolvere, come accaduto recentemente per l"Angelo Mai". A me pare che se si vuole ricondurre la cultura fuori da una logica localistica debba tornare in campo la politica, quella fatta dai partiti e non dagli amministratori, che sappia porsi il tema di come trasmettere e comunicare in maniera contemporanea le proprie idee, guardando meno al proprio ombelico e più ai territori. Magari partendo con un gesto simbolico ma neanche troppo: sostituire le politiche giovanili con la lotta alla precarietà nel variegato mondo della cultura e con politiche per un ricambio generazionale.

 

IL CINEMA ALLA CORTE DEL FARAONE

A CURA di Sergio Ponzio fondatore e membro della direzione artistica del cineclub Detour di Roma.

"Non mi hanno fatto neanche una telefonata!" .
Se la ride e commenta così Agosti quando gli chiedo se sia stato interpellato in occasione dei preparativi della prima edizione della festa del cinema della capitale.

Regista, scrittore, fondatore e direttore artistico del cinema Azzurro Scipioni nel quartiere Prati a Roma, Silvano Agosti è un personaggio fiabesco, come lui stesso si definisce.

Premette di non amare definizioni come cineclub o cinema d’essai perché sottintenderebbero già un’auto- ghettizzazione.

"Le sale di cinema commerciali, le multisale, si sono strutturate come delle sale di tolleranza oppure come dei supermercati dove le merci, i cibi, sono sempre più lussuosamente esposti e però se tu li assaggi non sanno praticamente di niente. Allora noi che siamo cinema e non cineclub, noi che siamo dei cinema reali in quanto mostriamo il cinema vero, siamo semplicemente come delle trattoriole dove si mangia ancora bene."

Lo raggiungo telefonicamente a Brescia, sua città natale, nella sede del Piccolo Cinema Paradiso, una saletta di 30 posti con lumi a gas, molto amata dal pubblico, che gestisce da qualche anno e dove proietta i capolavori del cinema di ogni tempo.

Così nessun rappresentante del comune ha bussato alla porta dell’Azzurro Scipioni negli ultimi tempi…

S.A. C’è stato probabilmente un inconscio rispetto reciproco…

Intendi il mutuo riconoscimento di appartenere ad ambiti culturali alternativi, inconciliabili?

S.A. Ti dico la verità, quando ho parlato tangenzialmente con Borgna, gli ho consigliato di mettere almeno sei sette mega-schermi nelle borgate, in modo che il cinema arrivasse là dove non arriva mai… non so se l’hanno fatto.

Che tipo di attese nutri nei confronti di questa prima edizione della festa del cinema?

S.A. Intanto, più che il cinema, sarebbe bello festeggiare la vita, perché la vita è il grande evento. Ma come fai a festeggiare il cinema in un mondo dove non solo la vita non è festeggiata, ma viene oltraggiata? Le persone lavorano nove, dieci ore al giorno, e non hanno mai il tempo per vivere. Si recheranno sempre meno al cinema e io glielo auguro: quelle poche ore che hanno a disposizione le dedicheranno alla vita. Detto questo la parola festa mi piace, la gente si incontra, si scambia i pensieri e si rinnova. Poi sai, io ho una personale avversione verso i festival come Cannes o Venezia. Ma il vero festival del cinema è la quotidianità. E’ talmente sciocco pensare che in questo contesto si sospenda la propria esistenza per andare tutte le sere al cinema. C’è un’impossibilità oggettiva. Tutto Ë fatto senza consultare gli esseri umani. Se si fosse chiesto alle persone: "ma scusate, voi avete tempo di andare alla festa del cinema?", probabilmente si sarebbe trovata una risposta affermativa solo in coloro che hanno dei privilegi giganteschi, che non lavorano, che possono permettersi di andare al cinema. Tutti gli altri ci andranno sì e no una volta il sabato sera. Diventa anche cinico parlare di cinema senza parlare della situazione umana che c’è dietro.

Il festival elitario contrapposto alla festa popolare. E’ una valutazione in cui ti riconosci?

S.A. Sono parole… non credo assolutamente che il popolo vada alla festa del cinema.

Neanche per poter assistere alle passerelle delle varie star di turno?

Questa è un’umiliazione che spero si risparmino, è pura pornografia esistenziale. Per questo proponevo a Borgna di portare il cinema in borgata, ma non per proiettare i film di adesso… proietta Pasolini, fai vedere Accattone nelle borgate!

Quindi il popolo secondo te ha poco a che fare con questa ricorrenza?

S.A. Se il comune avesse avuto un minimo di coraggio sociale, avrebbe detto ai suoi dipendenti: nel corso della festa del cinema fate festa anche voi. Venite la mattina due ore e poi state liberi tutta la giornata così potete andare alla festa del cinema. Questa sì sarebbe stata un’iniziativa davvero eversiva, davvero innovatrice.

Non sarà che dietro la presunta popolarità della festa, si cela soprattutto l’ossequioso rispetto di regole dettate dal mercato, una festa volta insomma più a favorire i diversi apparati produttivi che l’accesso alla cultura da parte delle classi popolari?

S.A. Tutto ciò che funziona economicamente non funziona mai umanamente. Io l’ho sperimentato nella mia vita fiabesca e ho scoperto che tutte le cose più importanti non hanno nessuna relazione con il lato economico.

Avvertirai però un certo imbarazzo in me perché per certi versi Veltroni è una persona stimabile, dotato di qualità e di buone intenzioni ma sono le strutture ad essere putrescenti, che non rispettano l’essere umano. In un mio libro descrivo un paese dove tutti lavorano non più di tre ore al giorno e tutti i problemi si risolvono magicamente perché si ha tempo di affrontarli. Non puoi rubare nove ore della vita di una persona tutti i giorni e poi pretendere che venga alla festa del cinema. Non è possibile.

In queste condizioni partecipare alla festa diventa soltanto un’altra occasione di consumismo culturale, un’alternativa al noleggio di un film da Blockbuster da vedersi a casa stanchi dopo una giornata di lavoro, probabilmente…

S.A. Sì, diventa una falsità. Ma io li capisco, loro fanno questo calcolo: se noi rendiamo sereni gli esseri umani, crollano tutte le botteghe. Questo del denaro, del capitale, della moneta è un territorio di disperazione. Come vedi, per me non è possibile parlare settorialmente di un argomento, vado sempre a parlare alla fine della vita, che è l’elemento strutturale, quello che mi affascina di più. Non si può parlare di cinema a sé, così come non si può parlare di letteratura a sé. Brecht diceva che in guerra anche la poesia è un crimine.

Veltroni ha dichiarato che "il cinema non è un panda da salvare, ma una grande risorsa da guardare con ottimismo"; sei d’accordo?

S.A. E’ una frase intrisa sia d’intelligenza che di grande ingenuità. Il cinema è una risorsa solo se produce coscienza, oltre che beatitudine se si tratta di capolavori. Si sta bene se la propria coscienza è illuminata.

Ritieni sufficiente la politica di sostegno e di coinvolgimento da parte delle istituzioni culturali nei confronti delle realtà cinematografiche indipendenti come la vostra?

S.A. Io sono stato sempre contrario agli aiuti dello stato al cinema perché, nel momento in cui affermi che il cinema d’autore va aiutato, vuol dire che lo ritieni un invalido. Io sono al 24° anno d’attività dell’Azzurro Scipioni e il comune è intervenuto per lo 0,0001%, dicendo sempre che non c’erano soldi. Il fatto è che io non sono interessato necessariamente ai soldi. Mi piacerebbe che il comune prendesse atto che da 24 anni proietto soltanto capolavori. Ma io non vado a chiedere il permesso di esistere. A me basterebbe che il comune pubblicizzasse la mia attività, non gli costerebbe nulla. Non m’interessa di essere mantenuto. Invece sembra quasi che gli amministratori siano terrorizzati dalla nostra esistenza.

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Rafael Roberto Galve, artista, favolista, creatore di marionette, fondatore e direttore artistico dello storico cineclub Grauco di Roma, attivo nella capitale dal 1972. Il 3 agosto 2006 pubblica una lettera aperta su Liberazione in risposta a un intervento di Pietro Folena, presidente della commissione cultura della Camera dei Deputati, in cui esprime disappunto per una politica dei grandi eventi che schiaccia la "cultura di base", resa sempre più marginale e privata di risorse di sostegno.

Partiamo proprio da qui, dal tuo intervento su Liberazione...

R.G. Guarda, la mia posizione non era un attacco frontale a quello che può significare la festa del cinema, perché un festival a Roma potrebbe servire, ma non certo nella maniera in cui è stato organizzato, perché sta indebolendo e schiacciando la cultura di base, andando a spremere risorse dagli assessorati alla cultura e alle periferie. Così che quando si vanno a proporre progetti e rassegne a costoro nella migliore delle ipotesi, ti fanno raschiare il fondo del barile (un’espressione molto comune all’interno degli assessorati). Questa cosa faraonica dopo tutto, al servizio di chi? Del mainstream. Non è che stiano creando delle situazioni culturali che potrebbero modificare questa società che dopo cinque anni di berlusconismo si ritrova più devastata e arida che mai.

Ti ritrovi nella presunta opposizione tra la concezione di festival, connotata da un carattere intellettualistico da addetti ai lavori (sul modello di Venezia per intenderci), e l’idea della festa, vale a dire la dimensione prescelta per questo primo appuntamento romano, dal respiro popolare e fruibile da un pubblico di massa?

R.G. La gente, la società, quanto più in crisi è, quanta più angoscia c’è, tanto più ha bisogno di circo.

Panem et circenses.

R.G. Purtroppo il pane no! Quello l’hanno solo industrialotti e impiegati, gente pagata per fare cultura, no? Noi siamo militanti, siamo un’altra cosa, pensiamo alla cultura come a un fattore etico, non facciamo l’industria della cultura. Nessuno dice che non debbano esistere le feste, per carità! Veltroni ha appena finito di festeggiarne una, la notte bianca. E in quell’occasione ha ribadito che dalle casse del comune non è uscito quasi nulla perché le iniziative sono state supportate da sponsor privati. Sponsor che ormai si rendono disponibili soltanto alla "corte del faraone", al comune, mentre in passato capitava che gli sponsor sostenessero anche iniziative indipendenti...

Intendi dire iniziative di gruppi di base come associazioni e cineclub?

R.G. Esatto. S’ignora totalmente che cosa sia un gruppo di base, le istituzioni ci trattano come dei gruppi che fanno dei lavori sporadici, effimeri, e magari ci danno un piccolo contributo per quel lavoro, ma noi non siamo quello, noi facciamo cineclub, facciamo attività continuativa, abbiamo un percorso culturale da mantenere e siamo totalmente contro l’effimero.

Ti dirò quello che penso: come fondatore e animatore di un cineclub romano che sta per festeggiare il suo nono anno di vita (il detour n.d.r.), e questo è tanto più vero per il Grauco che ha una storia trentennale alle spalle, insomma speravo illudendomi che per una volta almeno, in occasione della cosiddetta festa del cinema, potesse essere l’istituzione culturale a venire a bussare alla nostra porta, ad accorgersi di noi, a riconoscere e saper valutare le attività culturali di base presenti con tanta difficoltà sul territorio, invece d’essere ancora una volta noi a dover andare a chiedere audizione ed elemosina o semplicemente uno spazio di visibilità.

R.G. Ma se non ci hanno mandato nemmeno un invito!

Noi come cineclub Detour abbiamo fatto richiesta d’accredito semplicemente per poter assistere alle proiezioni. Non ci hanno neanche risposto!

R.G. Non si può negare che ci sentiamo feriti. Non si può dimenticare che esiste una cultura di base che si è rotta l’anima, che ha dato sangue per ogni cosa che ha conquistato, che a volte ha lottato fino all’esasperazione per non avere niente. E ti dico che parliamo con questa amarezza perché noi non abbiamo fatto soltanto cinema. Siamo nati nel 1972 come gruppo autonomo, extraparlamentare: abbiamo fatto qualcosa per la società. Se loro avessero voluto avrebbero potuto coinvolgere tutti i cineclub, le periferie, ma non le periferie in mano loro, le nostre periferie. Potevano dirci: "Vogliamo che anche voi facciate parte di questa grande festa". Invece no! Adesso dicono: "Voi il vostro lavoro, noi il nostro. Di che vi lagnate? Ogni tanto vi diamo un piccolo finanziamento per una rassegna". Ma non è questo che vogliamo, anche perché quando loro ti danno 10 tu hai già speso 30. Noi siamo gruppi che fanno un lavoro di educazione e di crescita della coscienza sociale. Vogliamo avere tutti i diritti e tutto il rispetto che ha una biblioteca oppure una scuola.








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