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Nino Gernone, Roma, settembre 2003

SEGRETI DI STATO:

TURIDDU GIULIANO E LA STRAGE DI PORTELLA

 

Segreti di Stato di Paolo Benvenuti è un film che indaga le motivazioni di fondo della strage di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947. Alla base della sceneggiatura del film vi è un ampio lavoro di ricerca e la lettura degli studi del maggiore storico di quei fatti, Giuseppe Casarrubbea che - pur polemico sul lavoro del Benvenuti - da anni indaga e scrive per svelare tutti gli aspetti e i retroscena della drammatica vicenda.


In quel periodo in Sicilia s'intrecciarono nella lotta per il potere - in modi torbidi e convulsi - interessi americani, vaticani, politica nazionale e locale, servizi segreti, forze dell'ordine, latifondisti, mafiosi, movimenti separatisti e banditi siciliani.

Ma cosa avvenne?

Il 1° maggio 1947 circa 2000 uomini e donne, bambini e anziani, erano giunti a bordo di carretti, a dorso di mulo, a piedi a Portella della Ginestra in Sicilia, per festeggiare la fine della dittatura fascista e il ripristino delle libertà, inclusa quella della tradizionale Festa dei Lavoratori.

Erano convenuti in quella pianura i contadini di Piano degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello con bandiere, strumenti musicali, cibi e dolci. Il gran poeta Turiddu Bella così ricorda e canta:

Ppi lu primu di maggiu fistiggiari
si riuneru li lavuraturi,
ccu banneri e ccu canti tutti pari
Omini, donni, vecchi e criaturi,
'nta 'na chiana rucciusa e sularina
ca a San Giuseppi Jatu era vicina.
Ma versu di li deci di matina,
mentri cu' canta c'è, cu' balla o sona,
si 'ntisi scrusciu di na sparatina
e bummi a manu peggiu di li trona
e si vittiru moriri di genti
tra chianti, tra duluri e tra spaventi.
"Chi successi? Chi fu?" diri si senti;
dda stragi è inaspittata e 'mprissiunanti,
nuddu di lu pirchì capisci nenti
ma li firiti e morti sunnu tanti
ca tutta la Nazioni d'indignau
e a Giuliano la curpa accullau.

Mafiosi, banditi e uomini armati subito dopo l'inizio del comizio aprirono il fuoco dalle alture circostanti sulla gente innocente e festeggiante: undici furono uccisi - tra cui due bambini - decine e decine i feriti.
Le inchieste giudiziarie ufficiali sostennero sin dall'inizio versioni facili e di comodo sull'accaduto, secondo le quali si era trattato di una strage di rappresaglia dei banditi di Giuliano contro i contadini alleati con la polizia nella caccia ai fuorilegge.

Con questa tesi riduttiva si eliminavano i possibili mandanti e i moventi politici. Le inchieste giornalistiche successive alla strage dimostrarono infondate e poco credibili le versioni ufficiali, e man mano che i protagonisti dei fatti delittuosi erano assassinati e scomparivano, affioravano sempre più gli intrecci di potere che avevano pianificato l'eccidio. Ucciso qualche anno dopo Salvatore Giuliano, alcuni giornalisti dell'Europeo dimostrarono che il bandito non fu ammazzato dai carabinieri così come era stata informata l'opinione pubblica, ma bensì dal cugino e braccio destro Gaspare Pisciotta, il quale confessò di averlo ucciso a tradimento, in accordo e su ordine dei carabinieri e, soprattutto, affermò nell'aula della corte d'assise che…: "Siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo "; e aspettava l'appello Pisciotta - ormai beffato dal Potere e condannato - per rivelare i mandanti, "quelli che adesso siedono a Montecitorio" disse prima di essere avvelenato nel carcere di Palermo.

La strage di Portella e le morti "misteriose" di chi sapeva, vanno inquadrate in quegl'anni in cui la Sicilia fu il "laboratorio" delle vicende italiane allo stesso modo in cui lo fu alla nascita dell'Italia. Difatti il governo di unità nazionale succeduto alla caduta del fascismo con i decreti del ministro dell'agricoltura, il comunista Gullo, assegnò le terre incolte e la ripartizione dei prodotti agricoli ai contadini.

A seguire, vi fu una lotta per la Terra -ragione Rivoluzionaria per secoli nel Sud - con occupazioni effettive: i braccianti e tutti i rurali a buon diritto acquisito, s'impadronirono delle terre degli oziosi latifondisti e dei gabellotti mafiosi (discendenti costoro dei gattopardi risorgimentali e dei loro servi ), dissodarono i campi, li ararono e seminarono per trasformarli in terreni fertili e produttivi. Ad essi si opposero la mafia con un potere autonomo economico e militare intrecciato e colluso con quello dei latifondisti, contrastando violentemente le legittime richieste contadine; inoltre, mafiosi e latifondisti strumentalizzarono l'indipendentismo siciliano e si allearono con la DC che si opponeva ai programmi riformistici delle sinistre.

In questo contesto locale e nazionale, e nel tracciato dell'alleanza internazionale atlantica, accadde la strage.
Al giusto diritto di Terra dei contadini siciliani si perseverò a rispondere violentemente - in un continuum che va dalle repressioni garibaldine dei braccianti per conto dei latifondisti siciliani e imperialisti inglesi, e successivamente con i mazzieri al servizio dei liberali conservatori e democratici, crispini e giolittiani, e quelli fascisti; alle false promesse di distribuire equamente la Terra, reiterate da Garibaldi illudendo le masse bracciantili nel risorgimento borghese, al generale Diaz, capo dell'esercito, che in accordo con l'esecutivo e i Savoia mentì allo stesso modo ai disperati contadini - fanti in guerra feroce per interessi elitari nelle trincee insanguinate della 1ma guerra mondiale, nonché le promesse menzognere del Mussolini ai rurali ex combattenti sopravvissuti; ancora una volta si rispose al Diritto con i modi barbari tipici dei Potenti, schiavi - loro sì - del desiderio e volontà di dominio.

I mandanti siciliani furono - nel contesto di restaurazione nazionale e di schieramenti imperialistici internazionali - i latifondisti proprietari terrieri, i mafiosi, il mondo monarchico conservatore, ex- dirigenti e quadri del regime fascista decaduto, i dirigenti separatisti e la DC, tutti insieme formando quel che fu il cosiddetto "blocco agrario", una vera e propria organizzazione a delinquere contro i braccianti.


Invero nulla di nuovo sotto il cielo, le battaglie per il potere e il controllo della società e degli uomini da sempre sfuggono alle regole del Diritto.


Non fu forse l'enfatizzato e retorico Risorgimento italiano una combinazione ben congegnata dalle potenze di allora inglesi e francesi, e dalla espressione organizzata della borghesia internazionale e italiana, raggruppati nella Massoneria a danno degli interessi generali di gran parte della popolazione contadina italiana?

E i 20.000 meridionali fucilati nella guerra di resistenza all'invasione piemontese - calcolo in base agli ultimi studi per difetto accertati -, e le migliaia di orgogliosi soldati e civili delle Due Sicilie contrari alla conquista del Sud deportati nei lager dei Savoia, non sono forse il lato oscuro della Storia sulle cui vicende vige ancora il top secret archivistico degli stati maggiori militari? Chi racconta tutto questo?


Nel film di Benvenuti prodotto da Domenico Procacci, i nomi tirati in ballo sono autorevoli: i responsabili governativi degli Interni, dei servizi segreti americani e italiani, vaticani, la famigerata X MAS, i vertici mafiosi.

Si tratta di gente storicamente rilevante, dal presidente degli Stati Uniti, a Papa Pacelli e il cardinale Montini (poi Paolo VI), De Gasperi con il fido Andreotti e Scelba, Junio Valerio Borghese, 007 nostrani e statunitensi, mafiosi, la banda Giuliano ecc. Taluni sono rimasti sorpresi dalla ricostruzione del film che vede l'eccidio dei contadini come un ben pianificato progetto per intimidire e fermare le sinistre del paese strumentalizzando la figura del più famoso bandito del dopoguerra.


Certo il film di Benvenuti, autore tra l'altro di un film sul brigante maremmano Tiburzi - pur con dei limiti: non sempre è riuscito nell'armonizzare la denuncia storica con le immagini e i dialoghi - ha il merito di svolgere un ruolo che dovrebbe essere normale da parte degli intellettuali seri non asserviti ai poteri forti.

Chi minimalizza e irride all'impostazione generale del film e alle trame di potere svelate, evidentemente fa parte dei mediocri interessati al "quieto vivere" che si accontentano delle veline trasmesse dall'alto, e che non amano l'indagine sottile delle vicende storiche, il motto di queste figure di intellettuali salariati è: TENGO FAMIGLIA CHI ME LO FA FARE.


Ma il Cantastorie popolare Cicciu Busacca ricorda e canta :

Vinni lu primu maggiu, o me' Signuri.
Jornu, ca no 'n si po dimenticari.
Lu jornu ca lassò, lagrim'amari,
pirchì ddu jornu, ppi comu sapiti,
cci foru morti e cci foru fìriti.


Nino Gernone


P.S.: Un centro culturale impegnato direttamente e in prima linea in Sicilia nel dire NO ALLA MAFIA è quello di Francesco Urso a Avola(Siracusa), tra l'altro con un fornitissimo catalogo e una distribuzione anche dei testi e degli autori citati in questo articolo. Il sito di Avola è http:www.libreriaeditriceurso.com


Nino Gernone

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Il Sud e l'Unità d'Italia (9. La Sicilia)

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