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Fonte:
http://www.webalice.it/mario.gangarossa/

L'Egitto in rivolta al centro di un ampio marasma sociale 

Fin dall'immediato secondo dopoguerra la nostra corrente ha tenuto d'occhio gli avvenimenti riguardanti il Mediterraneo, i suoi paesi rivieraschi e in fin dei conti l'Europa e il Medio Oriente, che dal punto di vista geopolitico insistono su questo mare.

Così come tutti gli schemi geopolitici antichi e recenti anche i governi e gli stati maggiori dei più importanti paesi imperialistici ritengono cruciale quest'area complessiva. Qui la concentrazione di capitale per Kmq abitato, che va dalle vecchie metropoli industrial-finanziarie ai nuovi pozzi di petrolio, è la più alta del mondo, e ciò ha a che fare direttamente con il maturare delle condizioni rivoluzionarie. La presenza stabile della Sesta Flotta americana lo testimonia.

Le mappe "nazionali" del Nordafrica e del vicino Oriente sono state talmente sconvolte dal pesante intervento coloniale, e la presenza degli ex colonialisti è così persistente (petrolio o meno), che ogni turbamento dello statu quo ha, dal dopoguerra in poi, notevoli effetti globali (Il terremotato Medio Oriente). Non si tratta solo degli intrecci di interessi fra paesi imperialisti alleati, concorrenti o decisamente nemici, bensì dei riflessi locali di un assetto globale del mondo capitalistico. Non si spiegherebbe altrimenti l'oggettiva concentrazione delle rivolte sociali nei punti di maggiore accumulazione, cioè oltre che nell'area in questione, anche in Cina. Riteniamo che le stesse rivolte urbane scoppiate in Francia fossero i prodromi di queste successive, perché la base da cui scaturiscono moti sociali differenziati è unitaria (Banlieue è il mondo). Gli Stati Uniti, pur essendo un potente polo di accumulazione, rappresentano un'eccezione, ma solo perché la loro posizione dominante permette un drenaggio di risorse dal resto del mondo. Se l'andamento globale dovesse rimanere quello che abbiamo sotto agli occhi, anche negli Stati Uniti dovranno scoppiare rivolte sociali.

Osserviamo una mappa della situazione sociale di questo inizio 2011:

mappa della situazione sociale di questo inizio 2011

In rosso i paesi in cui sono scoppiate rivolte urbane contro i regimi polizieschi, parassitari e corrotti; in rosa i paesi in cui i regimi esistenti hanno promesso in via preventiva, per paura, riforme economiche e sociali; in viola i paesi europei in cui sono scoppiate recenti rivolte contro la mancanza di prospettiva, specie giovanile.

Una tale concentrazione di situazioni in cui è possibile individuare un'invarianza sociale ridicolizza di per sé la tendenza dei media a considerare ogni episodio come se fosse a sé stante, anche se ovviamente viene fatto il collegamento fra paesi che hanno una situazione interna "analoga", caratterizzata da mancanza di democrazia, inefficienza, corruzione, ecc. Quella che stiamo analizzando è un'onda sismica la cui energia sotterranea è uguale per tutti i differenti fenomeni di superficie, dove qua crolla un muro, là si apre una voragine e altrove cade una frana.

Entro questo panorama, l'Egitto ha potenzialità sufficienti per sconvolgere da solo gli assetti interimperialistici attuali e influire in modo decisivo su quella che per adesso è un'evidente mancanza di sbocchi della grande rivolta. È un paese con circa 85 milioni di abitanti (alcuni ipotizzano 100), che vivono concentratissimi in una stretta fascia di terra abitabile circondata dal deserto. Si tratta di 40.000 chilometri quadrati sul milione complessivo, quindi la densità demografica reale è di 2.000 abitanti per chilometro quadrato, sei volte quella più alta d'Europa (Olanda). La capitale, Il Cairo, ha 15 milioni di abitanti (secondo altri dati 20). Il 40% della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. Ma già nei primi decenni dell'800 c'era un notevole proletariato d'industria che oggi conta 7 milioni di lavoratori. I quali, pur rappresentando solo il 18% degli occupati, producono il 37% del Prodotto Interno Lordo. Alla vigilia della prima grande manifestazione di piazza Tahrir era stato proclamato lo sciopero generale a oltranza, cosa che può venire in mente soltanto se nella folla indistinta il proletariato rappresenta una forza decisiva. Lo stillicidio di lotte industriali che s'è manifestato in parallelo alle grandi manifestazioni dimostra la mancata saldatura, ma anche il movimento comune, passibile di essere indirizzato dalla classe più forte.

Bastano i pochi dati riportati per descrivere, all'interno della pax americana, la potenzialità destabilizzatrice di questo paese, imperniata sull'apporto di classe che il proletariato ha saputo dare in un passato anche recente, ad esempio nel 1977 e nel 2008, quando scoppiarono rivolte analoghe a quella di oggi, allora sostenute chiaramente da scioperi nelle fabbriche. Che ne sia cosciente o no, il proletariato egiziano è in grado di far saltare l'intero equilibrio del Mediterraneo e del Medio Oriente. L'Egitto è infatti uno dei cardini su cui gravita la politica di stabilizzazione imperialistica, come sta dicendo giustamente il governo di Israele (che sosteneva Mubarak come garante di tale equilibrio). Si capisce bene, quindi, come vi sia stata una globale convergenza di interessi nel suggerire transizioni morbide, affinché il proletariato, rimasto per ora poco attivo, non si muovesse con la sua forza dirompente.

Se partiamo dal punto di vista della rivoluzione, cioè del movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, al di sopra di ciò che dicono i protagonisti di sé stessi e di ciò che vivono al momento, è chiaramente individuabile un movimento generale che cerca faticosamente i punti deboli del sistema globale per far leva e scardinare l'ordine sociale. La cartina lo evidenzia, ma anche singoli borghesi lo stanno avvertendo, come l'avverte l'esercito, che durante i 18 giorni di rivolta ha evitato di fare mosse false che sarebbero state fatali per quel che restava del regime.

In mancanza di una corrente rivoluzionaria in grado di orientare l'energia sociale, questa finisce dissipata. Perciò il sistema in subbuglio è meglio descrivibile con un'analogia di fisica termodinamica che con una di politica sovvertitrice. Di qui l'esito più probabile, quello delle riforme che garantiranno l'ulteriore sopravvivenza del sistema, un rinnovamento del termostato che lo stabilizza. Finché esploderà di nuovo. Infatti, la crescita economica, accompagnata dal crescente divario fra salari, redditi vari e profitti, non può avere basi stabili di sviluppo, specie se si pensa che l'andamento demografico ha un impatto devastante su un territorio abitabile così limitato. Sarebbe tuttavia errato immaginare che questi limiti fisici siano prerogativa del solo Egitto: tutto il mondo capitalistico ne soffre, anche se non ha a che fare con l'assedio di sterili deserti, crescita demografica e satrapie particolarmente avide. Il fenomeno ha una sola origine: difetto di accumulazione, vale a dire sovrapproduzione, caduta tendenziale del saggio di profitto, dominio del lavoro morto (macchine, impianti, capitale finanziario) sul lavoro vivo (forza lavoro in atto).
 

Le difese della borghesia

Carri armati, fucilate, arresti in massa e torture sono buoni deterrenti tradizionali di cui l'Egitto faceva sfoggio anche prima della rivolta, ma non sono le uniche armi di difesa della borghesia in genere. Spionaggio, intercettazioni e disinformazione sono strumenti complementari. Prima dei moti in Egitto, si dibatteva, specie su Internet, se potesse funzionare una censura totale sulla Rete. Alcuni sostenevano che sarebbe stato sufficiente staccare la spina. Noi eravamo piuttosto scettici per via del fatto che la totalità delle transizioni industriali e finanziarie avviene per via telematica, telefono, cellulare, Internet. Quindi anche l'amministrazione e una gran quantità di altri servizi verrebbero bloccati da un black out totale. Ovviamente occorre far la tara dell'alone mistico che pervade la rete quando si parla di democrazia diretta, partecipazione attiva per la libertà e la giustizia, tutte categorie senza significato empirico. È vero che i simpatici hackers ne sanno una più del diavolo, ma i governi, dopo ogni attacco, ne sanno una più di loro. Anche perché non bisogna dimenticare che i migliori hackers lavorano in proprio nella prospettiva di andare a lavorare per la "sicurezza" di governi, banche, industrie, ecc. Ogni arma può essere puntata in direzioni opposte. Internet è uno strumento che anticipa caratteri della società futura, ma nello stesso tempo, proprio per questo, diventa essenziale terreno di guerra antiproletaria per ogni borghesia.

Comunque sia, l'Egitto ha dimostrato che il blocco telematico totale è possibile. Per la prima volta al mondo in un paese importante sono state spente le strutture nazionali di Internet, della telefonia fissa e di quella mobile. Per soprammercato sono stati bloccati anche i treni e gli autobus. Un auto-sciopero-generale pazzesco. Infatti è successo anche ciò che ipotizzavamo: l'intera economia è risultata congelata. Qualcuno ha fatto i conti in tasca al nuovo governo gestito dai militari: calcolando anche i tempi futuri di recupero, sarebbe andato in fumo almeno il 10% del PIL. Il terrore della borghesia egiziana per la rivolta ha prodotto un magnifico risultato con effetti pratici niente male dal punto di vista degli insegnamenti per i rivoltosi: senza la realizzazione di reti alternative come quelle dei militari non sarà mai possibile congelare le comunicazioni per diversi giorni senza devastare l'economia. Ci vuol poco a immaginare l'effetto amplificato di uno sciopero generale proletario indetto contemporaneamente al blocco governativo delle comunicazioni. Sarebbe un disastro. Perciò gli occhi delle borghesie del mondo sono certamente puntati su questo esperimento. Anche ad ogni rivoluzionario interessa assai. Sembra comunque che gli egiziani siano riusciti a comunicare lo stesso, tanto che nei diciotto giorni di mobilitazione, la partecipazione alle manifestazioni è andata in crescendo.
 

Chi c'è dietro ai rivoltosi egiziani?

Il Mossad, cioè il servizio segreto israeliano, esprime la propria preoccupazione per l'attività americana in sostegno dei rivoltosi. Israele si fidava più di Mubarak che degli americani per quanto riguarda la stabilità al suo confine meridionale. Sembra che giovani rappresentanti del movimento di protesta egiziano siano stati contattati dalla CIA già un paio di anni fa. Almeno uno sarebbe stato scoperto dai servizi egiziani e arrestato. Se così fosse, l'intera storia della mobilitazione contro la tirannia e la fame sarebbe una favola. La rivolta avrebbe dei burattinai occulti che tirano i fili delle masse popolari. Sarebbe anche pronto un leader da tirar fuori al momento opportuno.

Crediamo che le "rivelazioni" del Mossad possano essere veritiere. Se fossimo nei panni degli americani faremmo esattamente così. Niente funziona meglio, per rivitalizzare una stabilità compromessa, del gattopardesco "cambiare tutto affinché nulla cambi". I successori di Mubarak starebbero dunque aspettando il momento favorevole per presentarsi al popolo come la soluzione dei problemi. E naturalmente i dollari aiutano. Persino la Fratellanza Musulmana ha aderito al programma di transizione pacifica, e al momento nessun leader carismatico è stato espresso dalla massa in rivolta.

A parte qualche venatura romanzesca, la cosa non ci stupisce neanche un po'. L'operazione di Lenin e Parvus, che misero in moto tutte le loro energie per ottenere il famoso treno blindato, fu sostenuta caldamente dal ministro degli esteri tedesco tramite il generale Ludendorff. Ora, la Germania era nemica della Russia e Lenin fu accusato di intelligenza col nemico in tempo di guerra (un capo d'accusa da fucilazione). Ma lo scopo dei tedeschi era di chiudere un lunghissimo fronte per cercare di vincere la guerra sugli altri fronti, mentre quello dei bolscevichi era di prendere in mano le sorti della rivoluzione per vincere tutte le borghesie. In Egitto non c'è stata alcuna rivoluzione, è ovvio. Ma se ci fosse stata e l'elemento decisivo fosse stato un treno blindato americano, un Lenin egiziano non l'avrebbe perso di sicuro. Stando le cose come stanno, il treno l'hanno preparato solo gli americani e il "popolo" si farà trasportare sui binari prefissati.

Tutto quadra, e il discorso vale anche per tutti i paesi al momento raffigurati sulla cartina che abbiamo presentato, specie per l'Iran la cui popolazione urbana sta scendendo in piazza in ripetuti tentativi di rivolta. Ciò non toglie nulla al significato profondo dell'ondata di sollevazioni che sta scuotendo il mondo da qualche anno a questa parte. In Algeria e Tunisia esse continuano, le agenzie annunciano altri morti, feriti, arrestati. Sommosse sono ancora segnalate in Mauritania, in Yemen, nel Bahrein, in Sudan, in Libia. Non esistono misteriosi infiltrati di potenti servizi imperialistici che possano "creare" e scatenare tutto ciò. Le rivoluzioni marciano da sé e hanno sempre utilizzato chi credeva di utilizzarle.
 

Effetti collaterali

Non c'erano cartelli "politici" nelle piazze d'Egitto gremite di "popolo" e l'Islam era solo in sottofondo. Le richieste erano elementari: pane, latte, zucchero, trasporti, ma soprattutto: via il dittatore corrotto. Non c'erano gli onnipresenti appelli a favore della Palestina, marchio obbligato di ogni protesta araba. Senza proclami altisonanti, le rivolte in Medio Oriente e in Nordafrica stanno sconvolgendo quella parte del pianeta. Dietro le quinte, non sono solo attivi gli americani, anche i combattenti palestinesi si mobilitano tentando di alleggerire la pressione sui loro traffici vitali. Hamas ha inviato alcuni suoi gruppi armati nel Sinai settentrionale per saggiare la consistenza del pattugliamento militare egiziano di confine. Tribù beduine alleate dei palestinesi hanno attaccato delle località di frontiera saccheggiando i negozi egiziani armi alla mano e scontrandosi con reparti del Cairo. Scontri fra soldati egiziani e gruppi armati di Hamas sono avvenuti anche nel Sinai meridionale, presso El Arish e Rafah. Può darsi che Hamas tenti di approfittare della situazione per riprendere il controllo del confine tra Gaza e l'Egitto, dove il traffico un tempo intensissimo di merci consentite e illegali era ormai contrastato troppo efficacemente da Egitto e Israele. E secondo Gerusalemme anche la Fratellanza Musulmana sarebbe molto attiva nella ripresa dei collegamenti nella zona, a cominciare da un rinsaldato rapporto con Damasco. Persino i saccheggi ai musei e ai siti archeologici mostrano quanto possa precipitare la situazione e perciò quanto sia precario l'equilibrio pluridecennale basato su sostegni, accordi e alleanze scaturiti per le esclusive esigenze dei paesi imperialisti e dei loro servizievoli clienti in zona.

E' naturale, ad esempio, che l'equilibrio garantito dal trattato del 1979 fra Egitto e Israele sia perlomeno in discussione. Nel punto più sensibile del dispiegamento sul terreno, il confine con Gaza, la Forza Multinazionale degli Osservatori (in gran parte americani e canadesi) è in allerta rossa e quindi in procinto di essere evacuata. Può darsi persino che Washington utilizzi questo momento di passaggio per far pressione su Israele dopo il suo atteggiamento negativo sul problema degli insediamenti. Per rintuzzare i piccoli attacchi di Hamas contro le proprie truppe, l'esercito egiziano, senza avvisare Israele, ha attraversato il canale con un numero sproporzionato di carri armati, violando il Trattato che dal 1979 prevedeva un Sinai smilitarizzato.

Sul fronte interno, gli "effetti collaterali" della rivolta hanno prodotto un affinamento organizzativo di alcuni nodi della rete logistica o perlomeno informativa. La "Rete 6 aprile", considerata un network giovanile senza troppo peso politico, ha contribuito massicciamente alla logistica delle manifestazioni. Ma la cosa più interessante è che la data del "6 aprile" da cui prende il nome tale movimento è quella di un durissimo sciopero generale partito due anni fa dalle fabbriche tessili, metallurgiche e cementiere, le stesse che diedero fuoco alle polveri nel 1977. E nelle stesse città, specie Mahalla, ma anche Heluan, dove è concentrata l'industria dell'acciaio. Mahalla è una città industriale con mezzo milione di abitanti. Heluan è un ex sobborgo del Cairo diventato municipalità. Ha 700.000 abitanti in gran parte proletari. Sono città-paradigma dell'Egitto: capitalismo industrial-finanziario che vive come un vampiro sul proletariato. È interessante notare il fatto che, nonostante tutto, il divario egiziano tra i redditi (indice di Gini) è uguale a quello dell'Inghilterra e della Svizzera. Ciò significa che un forte proletariato, pur con salari bassi, alza la media dei redditi e attenua l'effetto estremo che invece è ben presente in quei paesi dove ci sono moltitudini di miserabili che muoiono di fame e minoranze ultra ristrette di parassiti ricchissimi (spesso solo in confronto alla miseria estesa). Una razionalizzazione sociale potrebbe elevare questo potenziale, cioè portare a una proletarizzazione di parte della massa sottoproletaria (nei paesi a capitalismo avanzato ormai succede il contrario).

Interessante anche un altro fatto: nei primi video apparivano folle eterogenee, con donne che emettevano il tradizionale grido di battaglia modulato dalla lingua e bambini (in genere sulle spalle del padre con bandiera o ritratto di Mubarak "annullato"). Nei filmati delle manifestazioni centrali, con duri scontri anche con i sostenitori del regime, non comparivano che uomini. Nelle oceaniche manifestazioni finali donne e bambini erano presenti di nuovo in gran numero. Nelle foto si vedevano anche (riconoscibili dalla loro "divisa", una tonaca bruna) gruppi di mullah di Al-Azhar, la millenaria università-moschea da cui irradia l'ortodossia islamica. Il che potrebbe significare una sovrapposizione dell'ortodossia musulmana all'integralismo della Fratellanza con scopi ammortizzatori, ma potrebbe nel contempo significare che l'Islam ufficiale toglie il suo appoggio ai regimi dissipativi che affamano la popolazione.

Per quanto riguarda l'esito futuro, anche se le manifestazioni e gli scioperi sono tuttora in corso, esso è conosciuto: in Iran nel 1979 le masse urbane si sfiancarono in una manifestazione continua ma, senza guida, furono brutalmente represse. La piccola borghesia democratica non poté approfittare dell'abbattimento dello Scià per insipienza totale. Vinse il pretume nero che era l'unica forza già organizzata. Appoggiandosi bonapartisticamente alla massa contadina ebbe il suo 18 Brumaio.

Oggi il mondo borghese trema per la paura di una guerra civile internazionale nelle zone del mondo che si stanno surriscaldando. L'Egitto è troppo importante per lasciare che manifestazioni di massa condizionino i disegni imperialistici. Certamente Washington e Gerusalemme, pur colte di sorpresa, hanno già i piani a, b, c, insomma, tutti quelli che occorrono. L'Europa, per quanto inesistente, ha in questo caso gli stessi interessi, come bovinamente va ripetendo Frattini. Di qui l'unità internazionale CONTRO gli egiziani e tutti i rivoltosi che oggi scendono in piazza sfidando i proiettili. I giochi sembrano fatti, ma non s'è ancora espresso il proletariato, non almeno con l'intensità del '77 in Egitto. La borghesia alternativa dei Baradei è troppo vile e comunque non è organizzata e tantomeno armata. Come al solito diventa arbitro l'esercito, l'unica forza in grado di arginare gli islamici. Il simbolo del "tiranno" è normale che sia utilizzato per cementare le masse, anche se siamo fuori tempo: dopo Luigi XVI ci fu il Terrore, qui l'unica speranza popolare espressa è la democrazia ultramistificante d'oggi, mentre l'ipotesi più probabile sono ancora altri tiranni.
 

Risvolti politico-sociali

Il tempo delle semplici jacqueries è tramontato. Quando si muovono masse di milioni di uomini in contesto urbano moderno si presenta prepotentemente sulla scena un connotato proletario. In Egitto è stato evidentissimo, anche se la protesta proletaria non ha potuto influenzare l'intero movimento ed è stata significativamente costretta a manifestarsi in azioni parallele e distinte. Ciò è normale. Sulla nostra stampa notammo in passato come le ultime rivoluzioni nazionali borghesi (Congo, Algeria, Angola, Mozambico), nonostante i dati economici e demografici fossero allora da "questione agraria", avessero carattere urbano e fossero improntate a metodi proletari più che contadini (scioperi generali ecc.). Nel 1979 la rivolta contro lo Scià in Iran ebbe un'impronta decisamente proletaria e noi producemmo con alcuni esuli iraniani un opuscolo contro la concezione piccolo-borghese che auspicava una rivoluzione a tappe (prima la democrazia parlamentare poi il socialismo). Teniamo presente che in Iran nel '79 erano riemerse memorie storiche della piccola, effimera Repubblica Socialista Sovietica di Persia del 1920, e che molti organismi spontanei proletari erano stati chiamati "soviet".

Tale è dunque il contesto dei 18 giorni di rivolta. Nella mattina del 13° giorno di agitazioni, s'era raccolta per la seconda volta, sia al Cairo che ad Alessandria, una massa di rivoltosi che Al-Jazeera stimava a un milione in risposta soprattutto agli attacchi dei filogovernativi che avevano provocato morti e feriti (domenica dei martiri), ma anche in risposta alla contemporanea prospettiva di un "comitato di unità nazionale" che avrebbe dovuto rappresentare l'alternativa di governo. Nella capitale l'odiata polizia s'era defilata, probabilmente per ordine dell'esercito, il quale non si era ancora schierato ufficialmente con la popolazione, come avrebbe fatto nei giorni successivi. A questo tipico vuoto di potere la piazza aveva risposto bene. In molte città aveva incendiato i simboli dello Stato, cioè gli uffici governativi, le sedi del partito mubarakiano e tutte le stazioni di polizia, dalle quali erano state prelevate almeno 20.000 armi con le relative munizioni (Limes, The Economist). Particolare che fa sorgere qualche domanda. Ad esempio: Suez e Port Said, città con circa mezzo milione di abitanti ciascuna e lontane dai luoghi del potere centrale, secondo le cronache erano state conquistate completamente dai rivoltosi, che avevano insediato il loro quartier generale nei palazzi governativi devastati. La polizia era stata evacuata. Per non aumentare la tensione, come recitava la versione ufficiale, o a causa di rapporti di forza militari? E con quali conseguenze?

Nel giorno della spallata finale, il "venerdì della sfida", avevano manifestato 20 milioni di persone in tutto l'Egitto mentre gli scioperi proletari raggiungevano l'apice, rendendo ormai chiaro che, qualunque fosse l'esito delle rivolte, il loro significato trascendeva i confini politici delle "nazioni". Non si trattava di un semplice "effetto domino" ma di un accumulo di tensione entro il fenomeno generale della tettonica rivoluzionaria. L'effetto politico-sociale di un'ondata che ha coinvolto Algeria, Tunisia, Egitto, Libia, Giordania, Yemen, Libano, Bahrein, Sudan, Malaysia, Marocco, Mauritania Siria, Arabia Saudita, persino Perù e forse altri paesi meno soggetti all'osservazione da parte dei media, non è quello di un terremoto, come hanno scritto i giornali ma quello dell'energia che si accumula prima di un terremoto. Stanno circolando sul Web strane teorie dietrologiche sui manovratori delle rivolte. Una è quella "del calendario", così chiamata perché proprio sul web sono stati proclamati "flashmob della collera" in giorni prefissati delle settimane passate e anche per quelle prossime (dal momento in cui scriviamo). In pratica ci si chiede anche in questo caso: quale potenza occulta sta dietro al calendario? Come se non ci fosse materia sociale esplosiva a sufficienza in questo mondo.

18 febbraio 2011








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