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Quest'opera dell'avvocato Michele Scanni che Vincenzo, dal Principato Citeriore, ha scannerizzato e ci ha ha fatto pervenire - e di questo lo ringraziamo - è una vera e propria invettiva.

Contro chi ha ridotto in miseria le provincie napolitane, in particolare gli uomini della consorteria, e contro chi costruisce la propria fortuna economica calunniando tutto quanto avviene al sud.

Sembra cronaca di questi anni e di questi giorni.

A noi bastano i balzelli, le ammonizioni, la miseria, la ingiustizia, la coscrizione. Apriamo gli almanacchi e vedremo, quanti sono i nostri impiegati, i sottoprefetti, i prefetti, i generali, i colonnelli e via via; nos vulgus sumus, noi dobbiamo esser la preda, a noi basta pagare le imposte, delle quali non possiamo neanche rifarci, perché non ridondano a nostro vantaggio; noi siamo come la Lombardia, che pagava i balzelli ed i Viennesi ne profittavano. Se questa è la maggiore sventura dei popoli, quando sono oppressi dallo straniero, che i pesi non rifluiscono su quegli stessi, che li sopportano; noi siamo proprio in questo stato: noi siamo stranieri in Italia.

Siamo appena nel 1883! E Scanni scrive "noi siamo stranieri in Italia".

Leggete questo testo e diffondetelo fra i vostri amici, soprattutto fra i giovani.

Zenone di Elea - 27 luglio 2010

IL

MEZZOGIORNO D'ITALIA

PER

L'AVV. MICHELE SCANNI

NAPOLI

FRANCESCO MORNILE

Largo San Domenico Maggiore 11

1883

Perché tanto sorriso di cielo.

Sulla terra del vile dolor?

G. Niccolini.

Che non soffrimmo? intatto

Che lasciaron quei felli,

Quel tempio, qual' altare o qual misfatto'.

G. Leopardi,


(se vuoi, puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

Volgono ormai intorno a cinque lustri, dacché le province meriggiane d'Italia, sedotte ed ingannate da patrioti falsi e bugiardi, facendo gettito della loro dignità e postergando i loro più sacri interessi, si lasciarono cadere in signoria del piccolo Piemonte: donde, a quei di, come dall'otre di Eolo, si sprigionavano i venti della rivoluzione, della quale erano maestri e donni, re Vittorio e Camillo Benso. Costoro fidi e devoti ai vecchi esempi della politica dimestica e paesana del CARCIOFO; pur di mangiarne

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qualche foglia, non si peritavano di qualunque fatto comechessia; francheggiati so Ilo l'usbergo dell'autorità del Principe Eugenio, che delle infedeltà di Casa Savoja, accusava la geografia.Giuseppe Mazzini, nel cui petto batteva cuore d'Italia, e che da trent'anni si travagliava, in tutte le guise, a rialzare la Formosissima Donna, che Giacomo Leopardi, nella fervida fantasia dei suoi vent'anni, vide negletta e sconsolata seder per terra, e nascondendo la faccia, piangere; allibì spaventato di questi due Allobrogi, che il molo italico stornavano a proprio vantaggio; che all'unità sostituivano la unificazione, e che senza ideali d'Italianità, miravano solo a far grande e forte il piccolo e debole Piemonte. Egli, con l'animo tetragono ad ogni maniera perigli, tolse ad osteggiare l'opera sciagurata; ed ebbe a compagno, nell'ardua impresa, quell'anima generosa di Maurizio Quadrio, che di nobile lignaggio e di ricco stato, si ridusse povero e mendico per devozione all'Italia:

Giusti son duo; ma non vi sono intesi,

sclamava addolorato l'Alighieri; e cosi avvenne di quei due sapienti maestri di libertà e del vivere civile. Il delirio avea invasate le menti si, che non più vedeasi l'abisso che s'era «palancato dinanzi; intrecciavansi le ridde sull'orlo del precipizio;

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in quella, che i patrioti, osciti di galera, o tornati dai morbidi ozi di Torino, di Londra, di Ginevra e di Parigi, a guisa delle streghe di Macbeth, gridavano;

Double, double toil and trouble;

Fire bum: and cauldron bubble.

Oh! Napoli, Napoli mia: come la povera Margherita, attratta al miraggio dei gioielli, s'abbandonò, fidente, nelle braccia del seduttore, che le rubò onore, gioia, esistenza: tu abbindolata da mendaci promesse e da bugiardi amori; apri, spensierata, le braccia ai tuoi ladroni, ai tuoi carnefici!!

E tra coloro, cui maggiormente festeggia la povera dissennata, avvi colui, che domani proporrà ai suoi complici di lasciarle solo gli occhi per piangere; e ne avrà plauso, onore e gloria di statua; ond'egli, per giunta, come scrisse Tacito del suo buon suocero Agricola; posteritati narratus et traditus, superstes erit.

Ma quando durerà cotanto scempio; ed i premi promessi alla virtù, saranno concessi agli avversari d'ogni bene, ai nemici del proprio paese? Fino a quando il nome napolitano suonerà scherno; e per riescire in un impiego, in un favore, in un affare, comechessia; bisognerà graziarsi i padroni, vituperando Napoli od i migliori dei suoi figliuoli?

Finché la fortuna non si vergogni del suo

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misfatto; donec fortunam criminis pudeat sui.

Gravi e grandi sventure scrosciarono sul nostro povero paese dal 1860 in qua; né pare, che i tanti durati infortuni, e lo spregio, in che fummo tenuti, debbano cessar per ora: che anzi, ogni giorno, vie più crescono a dismisura.

Nei primissimi tempi della nostra redenzione, come, si volle denominare, per ischerno e per istrazio, la nostra perduta autonomia, la nostra vilipesa dignità di Stato; le nostre belle contrade furon tenute in conto di terreni da sfruttare, da cui fosse in grazia del Governo Subalpino; questa nobile ed ubertosa parte d'Italia fu considerata come l'Asia, ai tempi di Agricola; provincia dives, ac parata peccantibus. Di lassù, ci piovvero, in gran copia, uomini cupidi ed avari, cui la fortuna era stata matrigna lunga pezza; ed il Governo riparatore prese a ripararne le colpe e gli errori, facendone regalo a noi, gente aspra e selvaggia; cui l'alto fato di Dio non anco avea sortiti all'onore di essere capeggiati da lustrini, da bifolchi, da spazzaturai, da tavoleggianti, e da tutti quei sommi statisti, che l'arte del governo avevano apparata dalle vezzose fanciulle, educate da madama Adele.

A questa pudibonda fu dato, dai patrioti, il compito di formare la nuova donna italiana, che librandosi all'altezza dei tempi, si francasse da quelle ubbie, che sono il giogo coniugale,

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il freno religioso, la podestà paterna; e cosi, divenuta degna dei tempi liberi e civili, mostrasse all'Europa, come in Italia anco le donne eran'ormai risorte. Ed avvivate al soffio possente delle aure della libertà, s'erano emancipate dalla tirannide dei padri, dei mariti, di quelle mamme smorfiose, e nonne barbogie, che non si sapendo svecchiare dai vieti pregiudizi, volevano tenere a guinzaglio le figliuole e le nepoti.

Dalle Chiese, dalle Basiliche, dai Chiostri, dai Conventi, irruppero, prosciolti d'ogni freno e d'ogni laccio, abati, monaci, preti, suore, frati, novizzi;non come colombe, ma come corvi dal desio chiamati. Vedemmo frati e preti, armati di pugnale e di crocefisso, menar vampo di spiriti bellicosi, ruttando sé devoti ai grandi esempi di papa Giulio II; monache e suore ci venner vedute gittarsi in amplessi lascivi, come cagne in piazza; e proclamandosi tutti redenti e liberi, aggreggiarsi agli urloni da trivio, ai patrioti da strapazzo, alle vecchie spie liberaleggianti, ai martiri insaziati, inneggiando al trionfo della licenza, della inverecondia, della bestialità.

E, forse di quei giorni, Giosuè Carducci già lavorava al suo inno a Satana, che nei quadrivi o nelle maggiori piazze delle cento città italiche, dovea intuonarsi dalle mille bocche fradice di vino e bollate di lussuria, che, nel nome di Satanasso, doveano salutare l'avvento

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della Dea Ragione. Come se il lezzo fosse odore; la lascivia, pudicizia; lo scostume, buona creanza; l'egoismo, amor di patria.

O Libertà, quanti delitti in tuo nome, e quante enormezze, e quante infamie!! Tu la vergine santa e pura, che Cristo fé sposa nel suo sangue, contaminata da labbri blasfemi, bistrattata da uomini nefandi, che devoti al dio Vertunno, non hanno di proprio che solo le brutture, né cale adessi, che solo della ventraia; quibus deus venter est.

A quei dì, per esser consacrati patrioti e ricevere il crisma del liberalismo, era giuocoforza andare a Torino, ove si conservavano le sacre ampolle dell'olio patriottico, come a Rheims, quelle coll'olio regio. Coloro, che restavano in Napoli, salvochè non fossero esciti di galera o d'un carcere qualunque; ovvero, non fossero reduci dall'esilio, dondechessia: non erano patrioti, che a mezzo: onde coloro, che il battesimo liberale volevano riconfermare; avean mestieri veleggiare per alla volta di Genova; e di quindi in ferrovia, recarsi a Torino. Perlocchè, quanti, voleansi cresimare patrioti, traevano a quei monti dilettosi, biancicanti per eterna neve; dov'era il principio e la cagione di tutte le gioie, di tutti i beni, di tutti i favori, di tutti gl'impieghi, di tutte le croci. Sì, Torino il faro della libertà, il sole della civiltà, la fonte delle ricchezze, la rocca dell'italico valore, il palagio incantato

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dell'età moderna, il torsolo del carciofo, la reggia dei Reali Savoini, la culla del Conte di Cavour. Di vero; di queste tutte cose non s'erano addati ne Pietro Giannone, che sortì di essere incarcerato da un principe di Casa Savoja; né in tempi più vicini a noi, Vittorio Alfieri, il conte Napione, Carlo Botta, Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti; né pare, che se ne fossero accorti gran fatto, né Cesare Balbo, né Angelo Brofferio, né Massimo d'Azeglio; ma i Napoletani, che colà esularono; scovrirono, nuovi Colombo, che il fiore della bellezza, la pianta della leggiadria cresceano naturalmente colassù; che Dio avea privilegiata d'ogni bene e d'ogni maniera dovizie quella terra felice; eh' era una castroneria dei tempi borbonici, credere, che Napoli fosse la terza capitale d'Europa ed il giardino d'Italia; ma il vero eden d'Italia essere Torino: donde, l'Arcangelo della moderna civiltà, col suo brando fiammeggiante, avea sbandito quel lerciume della vecchia morale, quel ciarpame di vecchi e balordi pregiudizi; per lasciarvi, a tutto bell'agio, attecchire la diva ragione, e crescere la vera e sana morale di Epicuro e del suo gregge.

Wo Alles liebt, kann Karl nicht hassen; dicea quell'ingenuo fraticello Domingo a Don Carlos; e noi, a nostra volta, diciamo; come mai poteano i Napoletani non amar Torino, né aggiustar fede ai loro patrioti, nelle cui parole, a quei giorni di dissennatezza e

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d'imbriacatura, si sacramentava? Era egli possibile, che osassero mentire quei virtuosi, quegl'ingenui, quei teneri patrioti, che per affetto strapotente ai loro fratelli, avean durate tante sofferenze, sostenuti tanti dolori, sfidato il tiranno, che opprimeva la loro carissima, la loro bellissima Napoli? Sarebbe stato sacrilegio, ingratitudine, iniquità, non credere a quegli Egregi; e poiché qui il cielo fa gli animi eccessivi, secondo la sentenza di Carlo Botta; eccessivamente e ciecamente fu creduto a quei mentitori, che a furia di menzogne e di tradigioni, gittavano il nostro bel paese in balia di questo e di quello. Et creditit Neapolis, et omne vicinum oppidum; e secondo Orazio, questo credere di leggieri, debb'essere insito nella natura dei napoletani: quinci, emanò quella faciltà ad essere ingannati, sedotti, canzonati da tutti i burloni, che si vollero far gioco della loro buona fede, e carezzandoli con parole melliflue, od intronandoli con programmi squarquoi, gli oltraggiarono negli affetti, nei sentimenti, negl'interessi, nelle cose più caramente dilette!!

Corsero a Torino i grandi patrioti, per pigliar l'imbeccata dall'insigne statista, dall'uomo provvidenziale, dalla gloria piemontese, come chiamavano il Conte di Cavour, per entrargli in favore, ed averne i più grassi impieghi, per isbramare la lunga fame, ed empire le loro bramose voglie. Dietro loro, venia la lunga tratta dei patriotti piccini; cioè di coloro,

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ch'erano stati sostenuti in prigione un po' di giorni, o per poco d'ora, a capriccio di alcun birro di bassa sfera; od aveano patite ingiurie da qualche aguzzino della Prefettura o da alcuna spia, chè, di quei giorni, ce n'era di molte; ovvero erano stati iscritti sul libro nero degli attendibili, o non erano stati ammessi agli esami universitari, od a qualche concorso; o non erano stati favoriti d'impiego regio; perché in tempi che, anco la moneta era providentia optimi principis, tutto era largizione del re, ed il suo favore proiettava l'ombra su tutto e su tutti. Cui, non talentava di starsene a quella ombra, come Titiro, patulae recubans sub tegmine fagi, non avea diritto a nulla: anzi era in disgrazia, e spiato coi cent'occhi d'Argo; proprio come oggi si fa coi republicani, coi socialisti, cogl'internazionalisti, i quali son tenuti in conto degl'iloti di Sparta, degli schiavi di Barberia. Allora, come oggi, non eravamo, né siamo, in quella rara temporum felicitate, ubi sentire quae celis, et quae sentias dicere licet: come ai felici tempi di Nerva e di Trajano; decantati da quel sommo istorico, che fu Cornelio Tacito.

Venian loro dappresso tutti i ribattezzati ed i catecumeni del novo credo; e tutti coloro, che giocando di scherma con la coscienza, coll'onore, col dovere, si eran lasciati andare a render nascosi servigi alla rivoluzione; ed ora correvano, con lena affannata, a Torino, per essere guiderdonati della loro fellonia.

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A tutti costoro seguia la lunga schiera di quei liberali, che dalla sera del 6 settembre in poi, erano divenuti italiani; ovvero la mattina del 7, a veder Garibaldi, coi suoi pochi, in camicia rossa; cosi, per incanto, si erano sentito un fremito perle ossa dì liberali e di unitari; v'era pur di quelli, che s'erano scossi a nuova vita, quando videro re Vittorio in carrozza con Garibaldi, entrare trionfalmente in Napoli; e proprio allora, benché tardi, s'erano accorti che la tirannia aduggia i popoli, che l'uomo nasce libero, che la mala signoria accora sempre i popoli soggetti, e che la civiltà non consente, che l'Italia, già reina del Mondo, rimanga schiava e divisa; ma che debba essere una e libera dal Moncenisio all'Etna.

E così tra coloro, che avean patito per la causa, secondo la frase del tempo; e coloro, che doveano fare obbliare il passato, che per taluni era stato buio e vergognoso, sorse una gara clamorosa d'inni a Torino, ai Torinesi, a Gianduja, al fiume Dora, alle Tote graziose e benigne, ai grissini, al simpatico ed armonioso dialetto, che sposa l'eleganza tosca con la grazia francese, e sovratutto al Conte, dalla faccia radiosa, dagli occhiali d'oro, dall'incesso grave, dalla fronte maestosa; al cui paraggio, erano pigmei i più reputati stranieri e nostrani; e Mazzini, Quadrio, Cattaneo, Garibaldi, Ferrari, Manzoni, non erano nemmanco degni di portargli le carte appresso, quando si recava a

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Palazzo Carenano od ai suoi svariali dicasteri. Ch'eloquenza, che dottrina, ohe patriottismo! Sgarava Thiers, Guizot, de Broglie, Rouher; quanti andarono per la maggiore sotto la monarchia di luglio ed il secondo impero, erano tutti nani, innanzi a lui, gigante; e questo coro di lodi si chiudeva sempre col ritornello, tanto caro al commendatore Mirabelli, secondo narra il Petruccelli, nei Moribondi del palazzo Carignano: laudate pueri dominum, laudate nomen domini.

Tornati di là, ci venivan raccontando tutte quelle cose belle; ed andavano in visibilio, in broda di giuggiole, parlandoci di quelle delizie, di quelle grandezze, di quel sacro asilo dei nostri poveri esuli, di quei fortissimi, che avevano così gagliardamente, con a capo il re, campeggiato contro il sire d'Asburgo, rincacciandolo dalle fiorite rive del Ticino, sulle sponde del Mincio. E v'ebbe di parecchi, che nel racconto di tante bellezze, grazie e giocondità, a viemeglio ingraziarsi i nuovi reggitori e goderne i favori ed i sorrisi, non trasandavano di parlarci di madama Adele, del suo giocondo ostello, delle leggiadre e carezzevoli ospiti, che la buona madama, ivi accoglieva, a maggior lustro di quella capitale, che, così rispondeva viemeglio al nome grazioso, che, ab antico, le era stato dato, di città del Toro; e rendeva immagine viva, armonica, dilettosa di quella unità di cui facevano la loro delizia,

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ed i loro gentili ozi i patrioti vecchi e nuovi; quelli per isvagarsi, dopo tanti tormenti e rifarsi delle ingiurie patite dai tiranni; questi per informarsi a civiltà, e per isvecchiarsi da quegli sciocchi pregiudizi, onde avevano la testa cinta e l'animo ingombro, per opera della educazione impartita loro da padri balordi e da preti barbogi.

Il popolo, questo fanciullo, bianco per antico pelo, che tutto vede e pur ci crede; vi si affidò interamente:ed oggigiurno v'ha ancora di quelli, che aggiungono fede e credito allo pompose scioccherie, che loro si vengono predicando da tutti gli scaltri, che se ne servono come zimbello delle loro cupidigie, delle loro ambiziose voglie. Le secolari sventure non anco l'hanno educato a paventare i programmi sesquipedali, le sorrise parolette di quei, che appararono dal quel lupo di Talleyrand, che «Dieu a donnè all'homma la parole, pour cacher la pensée»; sulle loro labbra le parole di libertà e di progresso, sono come guaine di pugnali nelle mani dei sicari, e cosi li rubano, gli spogliano, li deridono, li calpestano, li lasciano marcire nella miseria e nell'ignoranza, che sono la vera ed unica schiavitù, dalla quale devono emancepparsi le plebi. La plebe non può salire a dignità di popolo, finché sia ingnorante e misera; la libertà, per la contraddizione, che noi consente, fa mala prova in mezzo ai balordi, che non sanno dei loro diritti; in mezzo ai miseri, che saranno

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eternamente mancipi di quelli, che loro gittano un tozzo. La gente, il cui nome insozza le pagine della storia, ebbe sempremai, al sommo della bocca, le parole più pure, più sante, più infiammative: quella iena dei monarchi, Tiberio, fu del bel numer'uno: a sentirlo, avrebbe disgradato Bruto, Lucano, Persio, l'istesso Trasea. Ondechè, Tacito, che lo ci mostrò a nudo, in tutte le sue nefandità, parlando delle sue lustre di libertà e delle sue menzogne; esce in questa singolare sentenza, che ciascuno dovrebbe sapere per lo senno a mente, per istar millanta miglia lontano da questi bugiardi solenni: speciosa verbis, re inania, aut subdola; quantoque majore libertatis imagine tegebantur, tanto eruptura ad infensius servitium.

Di vero, più le parole suonavano libertà, più i fatti brontolavano servitù: i patriotti, smessa la giubba del galeotto, s'affibiarono la giornea di statisti e di uomini di genio; sedevano a scranna, e quali Minosse o Radamanto, giudicavano, imponevano, comandavano, pretestando d'aver fatta l'Italia; come se l'Italia non fosse l'opera più bella della creazione, e non esistesse, ab eterno, per opera del sommo Fattore. Aver'accozzati i pentoli per mangiare insieme la minestra, colla speranza di stare meglio e vivere più agiatamente; esserci ridotti in un sol corpo di Nazione, raccogliendo le membra sparse; aver voluto un sol re, una sola bandiera, un solo esercito, una sola flotta;

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questo denominavano aver fatta l'Italia, ed esserne essi i maestri e gli autori; e volerne, per conseguente, non pure il plauso, l'onore, l'encomio; ma tutt'i favori, tutte le distinzioni, le dignità, le ricchezze, supremo fine cui miravano; posta giù la buffa della disimulazione, si sbottonarono e cominciarono a parlare chiaro e tondo; e per dirla, con frase tacitiana, tane velut fraenis exsoluti, proruperunt. Coloro, ai quali i pubblici malanni tornano a vantaggio, e non hanno speranza veruna nelle cose oneste; queis nulla ex honesto spes, come disse Tacito, et pubblica mala in occasionem gratiae trahuntur; per far quattrini ed asseguir qualche impiego, favore, appalto e cose simili; ovvero per ottenere qualche croce o commenda, tenevano bordone a questi farabutti: loro faceano codazzo, e nei caffè, nelle bettole, nei circoli, per le piazze, per dove che sia, li bandivano per uomini sapienti, della patria tenerissimi e caldi amatori della virtù: ne tesseano puranco le biografie su per le effemeridi; ne commendavano gli atti, i fatti, le parole; e non si peritavano di lodarne financo le imposture, le perfidie, i tradimenti, con la commoda sentenza, che il fine giustifica i mezzi; ed ovemai dicevano, avessero anco perpetrate birbonate, era sempre servigio patriottico, avente a scopo il compito di scacciare il tiranno, di fare l'Italia una ed indivisibile.

Egli è vero, che l'unità d'Italia fu il sogno di Dante,

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di Macchiavelli, e di tutti i grandi intelletti, che la Provvidenza ci largì; egli e pur vero, che i grand'illustri, ai quali sortimmo di esser contemporanei, aveano bandito, che a campar la bella Penisola dagli stranieri, ed a francarla dalla mala signoria interna, era mestieri unizzarla dalle Alpi all'Adriatico: e Giuseppe Mazzini, che se ne fé' paladino, sfidando l'esilio, il carcere, il patibolo, aveva formulato il suo programma con le parole di Amleto: to he, or not to be; ma nessuno di loro avea mai sognato di dire, che l'Italia per asseguire questo bene supremo, dovesse contaminarsi di fellonie, di sacrilegi, di turpitudini, d'inganni, d'infamie, di servilità, di miserie; sicché fora meno vergogna. non averla asseguita.

Onde, v'ebbe di molti, cui piangeva il cuore, vedendo andar per la peggiore le province meridionali; e presero a farne qualche doglianza sommessamente, appena pispigliando: ma i patrioti, che, andavano per la maggiore, mettendo sempre, in mostra ed in voce, l'esilio durato, il carcere sostenuto e la galera, non si scossero, né si spaventarono del rammarico dei migliori che è sempre la espressione de' tempi, che volgono miseri e tristi. Tacito, gran conoscitore del genere umano, ed investigatore profondo delle cose, a voler significare, che la stagione correva triste e nefanda, si espresse con queste poche parole: quia boni moerebant. I patrioti, in quella voce, presero

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ad insolentire, e si diedero a denigrare, a vituperare ad imprecare a queste nostre province, che briache di elleboro, s'erano addormentate nelle loro braccia sì, ch'essi ne potettero fare il piacer loro. Accusarono il paese natio innanzi al tribunale dei Piemontesi, ai quali metteva conto, che qui fossero accusatori ed accusati, per meglio trattar noi da gente conquistata, e le cose nostre come roba, da rubelli. Cominciò una gazzarra infame di vituperi, d'imprecazioni, d'accuse, di denuncie, di imputazioni: e nella foga si giunse a tale, che si accusarono tra se medesimi, si lacerarono, si straziarono come cani mordenti; di guisa, che il povero conte di Cavour non sapeva più, a cui credere, ed a qual santo votarsi. Una volta, in privato convegno, richiesto come e perché avesse nomato a ministro Francesco de Sanctis; egli rispose, che tre Napoletani n'avean detto bene; e questo gli era paruto caso straordinario ed inopinato sì, che, senza por tempo in mezzo, l'avea subito proposto al re, pel dicastero della Publica Istruzione.

Il conte di Cavour, per fermo, fu uomo d'alto ingegno, d'animo independente; ebbe vizi molti, ma molte virtù; e per diplomatico ed uomo di Stato, fa vero galantuomo; a lui ben s'avviene quello, che Cesare Cantù scrisse di Castruccio Castracani degl'Interminelli: «Valoroso, perfido, ingrato; quanto gli era necessario pel suo stato.»

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Il Conte, nato di schiatta, antica di sangue, avea in non cale ed a schivo i codardi; rispettava i buoni ed i forti, ancorché nimici, ed amava d'amore rovente il suo loco natio, che eragli caro e sacro. Egli sprezzava, e tornagli ad onore e lode, quei vituperosi Napoletani, che alla loro patria davano biasimo e mala voce, credendo cosi di entrargli in grazia; a lui si prosternavano, si abbiettavano, e gli riescivano viepiù incresciosi, perché egli conoscitore degli uomini, ben sapeva, che costoro mentiscono sempre por la gola, quando encomiano soverchiamente. Tacito lasciò scritto, che lo stesso Tiberio, tuttoché avesse paura dei liberi ordinamenti, e portasse passione sinistra agli uomini forti, ed avesse in ira gli animi caldi di libertà, pure aveva in uggia gli uomini abbietti, e gli animi servili sprezzava. Così il conte di Cavour sentia disdegno o disgusto di quella bordaglia, che credendo bassamente di piacergli, vilipendeva il proprio paese; tam projectae servientium patientiae taedebat. E s'arroge, che questo disgusto crescea via più, perché i loro encomi erano venali, stanteché, fine ultimo era; volere impieghi, onorificenze, favori, quattrini. - Egli spesso per cavarseli dai piedi questi menestrelli da strapazzo, questi lacchè volontari, soleva incaricarli di qualche missione straordinaria, soleva dar loro delle commissioni; ed essi ne superbivano, come se il Conte

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li tenesse in grandissimo concetto, e che negli affari più delicati e più malagevoli, non potesse fare ammanco del loro consiglio e della loro opera. Per liberarsi da taluni altri, dava loro croci di cavaliere o qualche commenda; e queste distinzioni caddero tanto giù;, che gli uomini rispettabili se ne stomacarono: ed è rimasta celebre una lettera di Roberto Savarese, onore e lume del foro napolitano, il quale sdegnosamente rifiutava la croce di cavaliere, della quale erano già stati insigniti uomini, che non erano fiore di virtù, né di decoro. Ed allora non ancora eravamo scesi, come ai tempi presenti, in tanta bassura, da vedere gli usurieri, più celebrati per fama infame e gl'istrioni da casotto, insigniti della croce di cavaliere.

Giuseppe Mazzini richiesto, come se la caverebbe il conte di Cavour coi Napoletani, e come farebbe ad imbrigliare quel cavallo sfrenato, specialmente ora, che S. Elmo era giù di moda; rispose: inviando due grosse fregate; l'una stivata di Carabinieri Reali; l'altra ricolma di croci dei SS. Maurizio e Lazzaro; il cui patronato aveva fatto già mirabil prova in Piemonte, e c'era cagione a bene sperare per Napoli, ove le tradizioni di Spagna, erano in gran rigoglio. Se Mazzini s'avvisasse bene, lo dicano quei magnanimi pochi a cui piace il vero; e lo dicano tutt'i decorati, cui ormai è vergogna di fare il paio coi barbieri, salsamentari, usurai, baratti e simile lordura; lo dica la publica opinione,

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che li dileggia e gli sprezza: lo dica il nostro popolino, così arguto e sagace, che li saetta con aggettivi osceni e vituperosi.

In quello, che, le cose di Napoli andavano ruzzoloni, e cominciava già a brontolar la bufera, ed i migliori si ritraevano dall'agone politico, scoraggiati e coll'amarezza nel cuore: mentre il popolo, che, ebbe, lunga pezza, gli occhi sprangati, cominciava ad aprirli, e vedere in quel baratro s'era precipitato: il conte di Cavour si mori, nel fiore della vita, nel rigoglio della intelligenza, nel fastigio della potenza, ove l'aveano collocato le sue opere, l'ammirazione di mezz'Europa, e la profonda e verace devozione degl'italiani, da non confondere con l'abbiezione di taluni, dei quali abbiamo parlato più su.

All'annunzio della morte del Conte, fuvvi uno spavento ed uno scompiglio, e c'era ben di che; nella sua sparizione andavano a vuoto molti progetti, molle speranze, altissimi disegni, propositi arditissimi. La morte di Cavour fu grave infortunio; tuttoché egli si fosse messo all'impresa, con animo impari, e con intendimenti allobrogi; egli però vedendosi superato dagli eventi, e l'opera divenire, per fato di Dio, assai maggiore delle sue previsioni; avrebbe potuto e saputo misurarla tutta con il suo occhio d'aquila, e, con pari coraggio, menarla a compimento. Il movimento d'unificazione egli avrebbe saputo raddrizzare

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a movimento d'unità; ed in cambio di aggiungere nuove terre al suo Piemonte e dargli l'egemonia sulle altre contrade Italiche; avrebbe veduto, come il Piemonte era da congiungere alla restante Italia, e da ringiovanirlo e rinfrancarlo di nuova vita, fino allora incompresa; cioè della vita d'Italia. Braccio di questa doveva essere il Piemonte, non il capo: rappresentarne l'azione, non mica il pensiero; esserne l'istrumento cooperativo, non la mente direttrice. C'osi si sarebbero risparmiati molti dolori, molte colpe, ed una infinità di errori e d'orrori, che inforsano l'avvenire del bel paese, cui la livida Francia sbrama del suo avido sguardo: e d'in sulle sponde del Danubio, stride l'augel grifagno, Venezia guatando e mirando le feconde zolle lombarde.

Se la morte del Conte fé molti, tristi fino alle lagrime, se dall'un capo all'altro d'Italia, vi fu corrotto; ed i rintocchi lugubri del sacro bronzo della sua Pieve echeggiarono, per l'aer muto, lunghesso la catena Appenninica, e furono uditi fino alle sponde ioniche; se nei palagi, nelle magioni, nei tuguri, nelle capanne vi furono lagrime e rimpianti por Lui, che, così per tempissimo, scendea nel sepolcro: v'ebbe pur di quelli, che, a viso aperto, della sua morte si compiacquero, e per le vie e nei pubblici ritrovasi mostravano atteggiati di letizia, congratulavansi tra loro; ai pianti ed ai singhiozzi dei più, facean contrasto i sorrisi e gli scrosci di riso di coloro,

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cui nulla è sacro, nemmanco la tomba. Nel loro animo la pietà non alberga, e come sciacalli, entrano nei sepolcri, a rovistare le urne, ove giacciono le ossa dei loro avversari, sotto la salvaguardia della Croce di Cristo.

V'ebbe feste e tripudi; si brindò alla distruzione d'Italia, che morto il Cavour, non potea più restare in piedi, dicevano; facendogli, così, il maggior'elogio: che lo si dichiarava l'Atlante d'Italia, sugli omeri suoi sorreggendola. E qual v'ha mortale, cui Dio sortì a tanta gloria, a sì alto onore, da poter'egli solo valere tutt'una nazione, da poterla egli solo sostenere, e che, morto lui, questa rovini in basso e si frantumi?

Il conte di Cavour morì anzi tempo; quando la Patria avea di lui maggior bisogno; quando i maggiorenti d'Europa aveano per lui sì gran rispetto, che l'autorità del suo nome avrebbe avuto il valore di centomila baionette; quando la consuetudine del governo, che egli aveva acquistata, ci avrebbe risparmialo il penoso tirocinio dei suoi successori. E benché, le smancerie, le moine, gli spropositi dei patrioti Napolitani, ci avessero bastantemente annoiati e seccati di questo conte di Cavour, che essi ci scodellavano, come cosa loro e lo presentavano come loro patrono e sostenitore, la qualcosa ci riempiva di paura e di sgomento; pure all'annunzio della sua agonia, della sua morte, noi restammo sfolgorati dal dolore, e ci tornavano in tutto

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quei giorni, che, non l'avevamo amato, credendo lui essere usbergo dei nemici del nostro paese, che del suo nome e del suo potere li francheggiasse.

Cavour, Mazzini, Pio IX, Vittorio Emmanuello, Garibaldi, Adelaide Cairoli, Manzoni, Secchi, Ferrari, Cattaneo, Quadrio, Antonelli, Capponi, Ricasoli, Rattazzi, Rossini, Mario, comechè vari d'indole, di scuola, di educazione, di valore; sono sempre ornamento e decoro della gran patria Italiana: né ardor fazioso, né ira partigiana varrà a cancellare il loro nome dalla storia patria, ove stamparono si vasta orma; e dimostrarono al mondo, che negl'italici petti il valore non anco è morto, e che non è spenta la vena dell'usato ingegno. Gracchi pure, a sua posta, il pettegolezzo; infuri, a suo bell'agio, il furore dei faziosi; eglino avranno ognora il meritato serto, che, per loro composero gli uomini, ai quali è sacro l'ingegno, è lacrimato il sacrificio per i grandi ideali. Solo i poltroni sono rei al mondo, fruges consumere nati; fama di loro non resta al mondo, a ragione, sondetti ciacchi; e costoro s'attentano di sfrondare il lauro, che incorona la fronte dei magnanimi pochi, a chi il lavoro è legge di esistenza, il sacrificio è dovere, la infingardaggine sola è misfatto.

I successori del conte di Cavour gli furono minori, a gran pezza, d'animo, d'operosità, di intelletto; egli aveva già piena l'Europa del suo nome, ovechè,

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i suoi successori erano, a mala pena, noti nel bel Paese, ove il Si suona. Onde, per venire in fama, tolsero ad imitarlo; ma Cavour era di quelli, la cui originalità non si presta all'imitazione; egli non avea né concetti, nò preconcetti, lasciava operare gli avvenimenti; poi vi si gittava su, li ghermiva, e gli aggiogava al suo carro, per servirsene di trofeo, nel di del trionfo. Come imitarlo? Si cominciò il lavoro; e poiché sinistra correa la stagione e v'era buio pesto negli avvenimenti; una greve nebbia di paura incombeva agli animi dei Ministri e dei sopració del movimento italico. Si rivolsero supplici al taciturno delle Tuilleries, e questi il più irrisoluto degli uomini, prese a far'andare le cose nostre; egli duca, egli signore, egli maestro; in ogni cosa lo si interrogava e lo si pregava di responso. L' Italia camminava nelle torbe acque della rivoluzione, come nave senza nocchiero, in tempestale poiché Napoleone era ritenuto qual' unico e solo amico, che fossevi in Europa, tra i potenti; e da lui solo si ripeteva la esistenza e la solidità; con lui s'acconciarono per lacchè, ed egli fece dell'Italia il piacer suo; cui avvenne, per dirla con Giovenale, come a colui, che volle propter vitam vivendi perdere causas. Metteva veramente conto di fare l'Italia, e gittar via diritti, dovizie, onore, dignità, tutto; per poi acconciarsi a servitori di quel tenebroso, che uscito a riva, fuor d'un pelago di sangue,

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corse alle Tuilleries; e quivi, colle mani ancor sanguinose, raccattala per terra una corona, eh' era caduta, nella fuga precipitosa, di mano a Luigi Filippo, si gridò imperatore; mentre, migliaia di spettri gli si rizzavano innanzi a maledirlo, e migliaia di morienti coi loro rantoli, soffocavano quel grido scellerato.

Bettino Ricasoli, che, con mano ferrea, corresse la Toscana, poiché fu dato il puleggio al Tosco Morfeo, che asciugò le tasche, ma non le maremme; fu il primo successore che s'ebbe il conte di Cavour: tennegli dietro Urbano Rattazzi, morto nel 73, schiacciato da tre grandi disastri; Novara, Aspromonte, Mentana: seguito dallo storico Farini, che sentendosi impari all'alto ufficio, impazzò: e fu surrogato da Marco Minghetti, che insanguinò Torino nelle giornate di Settembre 64, ond'ebbe la triste nomea di settembratizzayore. Egli ebbe a compagni il Peruzzi e lo Spaventa, in quell'addio affettuoso e daddovvero fraterno, che diedero alla città natale del re e del Conte, loro gran maestro;né valse a quella povera città essere stata la culla dell'italico risorgimento e l'ospizio per tanti anni degli esuli, che là traevano, da tutte le parti d'Italia. I patrioti, purché si tratti di sgozzare chi loro si leva contro, non pongono tempo in mezzo, né lo si lasciano dire due volte: Torino istessa, ove, a detta loro, si addensavano e condensavano tutte le virtù, tutt'i pregi, tutt'i beni, provò di quale amore rovente

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brucia il cuore di questi magnanimi, e come profumatamente compensino l'ospitalità di chi li raccolse raminghi, e li consolò d'affetto e di pane. Al Minghetti, seguì Lamarmora, che nel 1878, si mori, a Firenze, al buio, per aver voluto fare un po' di luce: ovechè egli stato Ministro più fiate, e quindi nei consigli segreti della corona, e sopració di tutte le tresche, di tutte le mene, e di tutt'i sordi tramenii di quella vasta cospirazione segreta, ch'è il governo italiano, contro la luce, la dignità nazionale, le lacrime degli oppressi, la miseria dei poveri; sapeva pur troppo, ch'è mestieri le tenebre ed il silenzio, a cui vuoi vivere e morire luminosamente: egli sapeva, che bisogna giuocar di scherma con l'onore o colla coscienza, altrimenti non si è diplomatici dell'acqua più pura; e che l'abilità dell'auriga consiste nel voltare stretto, e schivar di percuoter le ruote nelle mura: allora solamente, come cantò Orazio, metaque fervidis evitata rotis; palmaque nobilis terrarum dominos ecehit ad deos. Così, il vincitore in Olimpia, come dice Pindaro, godeva, pel resto della vita, una beatitudine soave; melitoessan evdian. Per avere obliato questi precetti, che pur gli erano notissimi, e dai quali non è lecito a chicchessia di esimersi, Lamarmora usci di vita, oscuro, diserto, 'abbandonato; non udiva più, intorno a sé, quel lieto rombo, quel dolce frastuono d'un tempo, quando era magnificato per illustre,

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per grande, per uomo straordinario, per gloria italiana, per un'eroe dell'antichità. Tutti viveano dimentichi di lui, financo Giuseppe Massari, che un giorno si sdilinquiva per lui; che ha sempre sui labbri un qualche vezzo, per quelli che stanno al potere, egli che have en joyed the manifest favour of the gods; come scrisse la Quarterly Reciew di quell'inglese, il quale ebbe cura di farsela ognora cogl'iddii.

La tenebra silente, che circondò Alfonso Lamarmora, dalla famosa pubblicazione dell'opuscolo, Un po' di luce, sino al dì del suo trapasso, è la prova più saliente, è l'argomento più evidente, che i misteri eleusini vanno rispettati e temuti; e guai a chi volesse alzare un lembo solo del fittissimo velo, che quei misteri nasconde agli occhi profani. Là, vive la virtù, quand'è ben morta.

Al Lamarmora tennero dietro, daccapo, il Ricasoli e poi il Rattazzi; cui successe Luigi Menabrea, che volea saltare il fosso, e con santa Caterina a braccetto, muovendo per alla volta di Roma, dare pietoso assalto al Vaticano. Caduto costui, venne il Lanza che, di democratico solenne, anzi arruffapopolo, era divenuto carabiniere, e da Ministro non fu che vero birro; feroce già, in giornea democratica, fu feroce in livrea da Ministro; ed amò tanto l'Italia, ch'ebbe un sacro orrore contro la lingua Itagliana, contro l'Itaglia, e contro gl'Itaglìani: il suo cuore si spietrò solo,

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lorchè Napoleone III rotolò giù dal trono: allora quell'anima sensibile si commosse, e copiose lagrime allagarono quel volto marmoreo; i suoi occhi, maravigliati di quella strana novità, se ne rivendicarono, iniettandosi, da quel momento, di sangue. Ma, alla perfine, l'Italia si liberò di quest'altro suo illustre fattore: Giovanni Lanza anche fe' l'Itaglia, e s'addossò, da par suo, il compito di farne la lingua, arricchendola di voci e fogge, nuove di zecca; ce n'è un grosso vocabolario. Noi portiamo speranza, che i superstiti non vorranno defraudare la Patria di quest'ultimo prezioso regalo di quest'altro illustre: e non pensino a spese; perché poi babbo pagherà... Al Ministero ritornò il Minghetti; e con lui quella gioia biellese, incastonata nella ferrea collana, di che l'Italia, così per vezzo, adorna l'eburneo collo, dacché spezzò la corona di ferro dei suoi tirannelli. Chi veramente potrà negare, che sia una gemma quel tassator feroce, quell'affamator del popolo, che risponde al nome di Quintino Sella?

Alla lor volta, caddero giù anch'essi e sortirono l'onore di tombolare sotto il peso schiacciante delle maledizioni popolari. Rade volte, vi fu tanto tripudio; i volti ringiovanivano di lieti sorrisi, le fantasie s'impennavano a voli arditissimi di felicità avvenire; sulle ali della speranza si precorrevano gli eventi; la Consorteria, con essi, cadea in basso, alla perfine dopo sedici anni, in odio a tutti, spariva;

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proprio come Tacito narra che sparì Tigellino: vitam foedavit exitu sero et inter deformes moras, infamem.

Successe Agostino Depretis, l'uomo fatale; delle magiche arti sapendo il gioco a menadito, superò e soverchiò tutti d'astuzia, d'acume, di operosità, di forza, di coraggio, d'arte parlamentare; che sta tutta, negli accorgimenti e nelle coperte vie. Le opere sue non sono leonine, come quelle del Lanza, del Sella, del Gualterio, del Cantelli, ma sono di volpe, coma quelle di Papa Bonifacio; del quale fu profetato: intrabis ut vulpes, morieris ut canis. Dio scampi il buon vegliardo da tale morto.

Per poco tempo, vi si arrampicò pure Benedetto Cairoli; ma sdrucciolò giù così sconciamente, che non gli verrà più fatto di risalirvi; salvochè, non si voli ad un Mefìstofele, e, nella Camera, ce n'ha parecchi, che raccomandandolo a qualche fune prodigiosa, lo tiri su; ma potrebbe correr rischio di restarvi impiccato per la gola; adagio ai mali passi. Costui fu sempre da tutti tenuto in concetto d'uomo onestissimo, e la luce che gli veniva dagli avelli, ove dall'ìnsultar dei nembi politici riposan sicure le reliquie dei suoi fratelli, gli accresceva lustro e splendore; tutti si pregiavano di porgergli testimonianze di riverenza affettuosa; da ogni paese si conveniva a Roma, per vedere e salutare questo eroico avanzo di una eroica famiglia, cara a quanti è sacro e lacrimato il sangue versalo per la patria.

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Niuno però lo credè mai atto al governo della cosa publica; onde non fé meraviglia a chicchessia, ch'egli vi stesse a disagio, anzi ognuno si sarebbe maravigliato del contrario. Piange il cuore al pensiero, che Benedetto, che pur non fu mai vanitoso e vociatore della sua fama, benché l'avesse cara; famae nec incuriosus nec venditator; non fosse però dotato d'una cotal modestia, da repulsare un ufficio, cui non avea pari l'ingegno, in lui, scarso anzi che no; Tacito avrebbe detto di lui: ipsi medium ingerniun; ed avrebbe soggiunto, magis extra, quam cura virtutibus.

Di vero; egli non ebbe la virtù della modestia, pii mancò la misura, si lasciò turbinare il cervello dagli encomi degli amici, dalle carezze della consorte, dai sorrisi del re: eppure, la virtù vera sta nel saper misurare le proprie forze; la virtù dell'ingegno e del cuore, i Greci la facevano consistere tutta nella misura; ariston metron. Il precetto del gran Venosino di considerare, innanzi tutto, di che lo proprie forze sian capaci e quale sia la tempera del proprio ingegno; non fu indetto solo ai poeti, ma a quanti, si mettono ad una impresa qualsivoglia; sumite materiam vestris aequam viribus, et versate diu, quid ferre recusent, quid valeant numeri. Noi auguriamo a. Benedetto, ohe non più si sobbarchi, povero Cireneo, alla croce del potere; il nomo Cairoli è retaggio sacro all'Italia, né lice, nemmanco, a quelli, che se ne fregiano,

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di scemarlo od appannarlo, per soverchio di vanità, o per manco di modestia; quel nome debbe restar terso come cristallo di rocca, perché tutta Italia di esso deve farsi specchio, per mirarvi le grandi figure del sacrìfizio più santo, dell'amor di patria più caldo e più puro. Rimanga Benedetto a vendetta e speranza della sua terra natale, unus de gente Fobia; come quel Fabio, che servisse ai trecento di sua casa, spenti in battaglia, in un sol giorno; e che poi, cunctando restituìt rem.

Gli uomini, i quali portan livrea non ponno vendicare la patria da oltraggi che le muove l'invidia: la livrea è foco che spanna le ali; né coloro che la indossano, hanno diritto, che la Patria in essi speri ed in essi s'affidi. La livrea non fu mai ispiratrice di sensi affettuosi né riverenti: ed è pazza pretesa di coloro, che da quella non torcono gli occhi putti, e non vonno tenersi lontani dall'ospizio di Cesare, ove ogni cosa viva imbozzacchisce; pretendere d'essere amati e stimati da quelli, che a libere discipline s'informano, si temprano agli esempi dei forti, ed hanno due soli padroni: la coscienza e la patria.

La libertà conta apostoli e martiri, non lacchè e schiavi; si pregia di liberi intelletti, insolenti di freno, indocili al comando dei potenti: ella non ha anticamere auliche, ove si assoldano servi, spie, birri, pitocchi, e femmine da conio; essa vanta militi, non soldati,

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non carcerieri, ma sprigionatoli, devoti non bigotti, non ha pinzoccheri, ma credenti; e strappa a Dio i grandi segreti, per rivelarli al popolo ed illuminarlo. La tenebra è morte per lei, il quietismo è il suo sepolcro: ella vive di luce e d'azione, ed antepone la tempesta al silenzio: malo libertatem tempestosam, quam servitium quietum; insegnò Tacito agli uomini d'azione, e questa sentenza è il motto della nostra bandiera.

Ora è ornai tempo di rifarci daccapo, e venir narrando, cosi, per iscorcio, la crudele servitù, che noi del Mezzogiorno d'Italia durammo; servitami tulimus crudele, et barbara jussa: gli oltraggi, le ingiurie, i barbari comandi, che dovemmo sostenere, con accompagnatura di carceri, di fucilazioni, di sperpero, di miserie: avemmo inique leggi, degnissime di popoli barbari ed incivili, gli aspri cenni ed i superbi regni; per dirla con Leopardi: sicché le iniquità andavano di conserva con leggi scellerate:flagitiis, nunc et legibus laboramus, avrebbe detto Tacito, nei tempi suoi.

Venuto in Napoli Garibaldi, l'indomani, che n'uscì l'ultimo rampollo di Carlo III, nato di madre Savoina; i partigiani di Cavour, e dei Piemontesi si diedero attorno a far si, che noi ci fossimo aggreggiati al Piemonte, senza patti e condizioni; quello che s'era permesso alla Toscana, ed era stato rispettato per l'alterezza e per vigoria del baron Ricasoli;

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non lo si volea permettere a noi, che dovevamo essere la Ifigenia della rivoluzione, ed essere sacrificati a tutti i martiri, perché il conte di Cavour avesse larghi mezzi da poterlisi propiziare. Noi, quindi, la preda destinata a questi pirati; noi, l'anima vile, sulla quale dovea farsi il grande esperimento; noi, i conquistati, noi, i tributari, noi gli uomini attaccati alla gleba. I primi fatti, benché coperti di velo loiolesco, furono così temerari e sfrontati, che Garibaldi ne indispettì e cacciò dal reame Silvio Spaventa ed i suoi. A Mazzini, che contrastava questa ignominia di baratto, che volea farsi di noi, si gridò il vecchio mora mora; lo si ingiuriò, e per poco, non fu morto a tradimento. Quegli, che c'insegnò a balbettare il nome d'Italia, e che la vivezza dell'intelletto, l'ardor del cuore, il rigoglio degli anni, spese a riscattarci da servitù e ad impennarci le ali a voli arditi; ora, in nome d'Italia, era bistrattato e cerco a morte dagl'italiani da strapazzo, che venuti giù dal Piemonte, cogli ordini del conte di Cavour, infellonivano contro i migliori, e perseguivano sconciamente coloro, che colla penna e col coraggio, avevano mantenuto alto il nome napoletano, presso gli stranieri; che, intaminati e frementi trasserla vita; come, Luigi Zuppetta e Giuseppe Ricciardi. I nemici più furibondi nel tempo delle cadute signorie, restavano disgradati, nella persecuzione feroce, che i piemontizzatori napoletani movevano al Mazzini;

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mentre Carlo III di Parma, ai suoi ciamberlani attoniti, parlava con ammirazione di quest'uomo portentoso; i rettili al soldo dei sopracciò piemontesi, in Napoli, lo perseguivano, lo insultavano, e l'avrebbero calunniato, se fossero stati all'altezza del suo disprezzo.

A quei dì, i patrioti aveano travolte le menti cosi, che si trucidava il nostro paese, lo si avvinghiava, lo si gittava nel baratro della miseria, in mezzo agli evviva, ai canti di gioia, alle luminarie, ai falò. Simile al pazzo, che ride e festeggia, mentre gli brucia la casa e rovina, ed i suoi cari fuggono spaventati; noi ridevamo, cantavamo, tripudiavamo; ed intanto, ci si portava via la dignità, l'onore, la virtù, in mezzo alle sghignazzate dei nostri assassini, che tripudiavano, a loro volta, di quello spettacolo di demenza e di miseria, che davamo di noi al mondo.

Quando nel 1859 gli emigrati italiani a Londra, carezzando la santa speranza del riscatto, e sognando la fine del duro servire; andarono a tór commiato da Mazzini, innanzi di muovere alla vota del Piemonte, che sorgeva in armi, per campeggiare contro l'aquila a due capi; il gran Genovese si diè a svolgerli dal loro proposito; dicendo, che cuori devoti all'idea repubblicana, mal potrebbero acconciarsi per servitori dell'idea monarchica. Taluni dei più animosi, cui tardava di misurarsi collo straniero, e di farla finita colla

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tedesca rabbia dell'aborrito sire di Lombardia, e della reina delle lagune; risposero arditi: volere accettar qualunque vessillo, pur di finirla col Croato; meglio il diavolo in Italia, che l'Austria. E Mazzini di rintoppo: avrete il diavolo e l'Austria; e gli accomiató, colle lagrime agli occhi, dolente, che tanto tesoro di sacrifizi, tanta gagliardia d'animo dovesse andare sciupata, e che al rigo del loro sangue, non attecchirebbe giammai la pianta della Libertà, per la quale, s'eran consacrati alla morte. Se il Mazzini s'apponesse al vero; lo dicano la pace di Villafranca, il precipitoso ritorno a Parigi del marito d'Eugenia, le imprecazioni dei Veneti, il nobile sdegno di re Vittorio, che nel meglio del trionfo, vide tronche le superbe speranze di piantar il labaro, dai tre colori, sulle agognate_lagune; lo dicano le baldorie napolitane contro i nostri migliori: lo dicano quei tristi, che arruffianando i sentimenti più nobili, gittarono il nostro paese nelle fauci dei suoi più affamati nemici; lo dicano, coloro, che ebbero a vedere i Croati sul Mincio ed i Francesi sul Tevere; lo dicano i milioni dovuti pagare a bigonce, e le province sacrificate alla sete di imperio del taciturno Sire di Francia; lo dicano le vergogne patite nel 66 a Custoza, la rotta subita pomposamente a Lissa; le ultime alleanze col nostro inveterato nimico; lo dicano quei generosi, che vennero processati e condannati,

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rei d'aver gridato in piazza: Viva l'Italia.

Noi fummo le prime vittime di quella riazione contro la rivoluzione, che aveva spaventati i potenti d'Europa, i quali tementi no, il cavallo sfrenato napolitano isprangasse calci, e portasse alimento a quel moto, ond'erano minacciati; si prese a soverchiarci, angariarci, spogliarci ed immiserirci: e così furon presi due colombi ad una fava; fu schiacciato il capo alla rivoluzione, spaventando noi dei suoi furori e dei danni, che da essa ci veniano; e fu trovata la vena dell'oro a tutti i pitocchi rivoluzionari, che devoti al Piemonte, gridavano al conte di Cavour; panem nostrum quotidianum da nobis. E lo stesso Cavour, facile a gratificare, coll'altrui, i suoi armeggioni, smovea le cupidigie; Tacito narra che il vecchio Galba, così si comportava: del resto, v'era il reame di Napoli, alla perfine, che delle sue divizie potea sfamare le voglie bramose dei martiri, dei paliti, dei felloni, e di quanti sortirono di nascere nel felice Piemonte: quippe hiantes, in magna fortuna, amicorum cupiditates ipsa Galbae facilitas intendebat.

E poi, era necessità, per riescire all'asservimento del Mezzogiorno, corrompere, guastare, magagnare i cuori, le coscienze, gl'intelletti, col barbaglio dell'oro, delle onorificenze, degl'impieghi grassi, per tanta gente nova, che al vii guadagno intesa, avea distrutti i templi del Dio vivente, per adorare pubicamente ii vitello dell'oro,

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che solo meritava i suoi incensi, le sue preci, i suoi sagrifizi.

È tempo da arricchire, fu gridato dall'un capo all'altro d'Italia; bisogna far quattrini, scrisse il Brenna, più tardi, al cognato Paulo Fambri, entrambo affiliati alla setta, figliuola del conte di Cavour, tenuta a scuola, educata, cresciuta e pasciuta dai suoi innumeri ammiratori e seguaci, che lo ebbero a maestro e donno; e s'appigliarono al peggio, per giunta: sicché la trista genia invecchiò peggiorando; e nella presente età, volgendo a decrepitezza, infellonisce addirittura.

Tutt'i governi, noi tempi antichi e moderni, ch'ebbero ad ammantare grandi delitti perpetrati, ovvero a grandi scelleratezze miravano, ricorsero sempre alla corruzione. Corrumpere et corrupi saeculum vocatur; dicea Tacito dei tempi nefandi, da lui descritti; tempi borgiani son questi, ebbe a dire Garibaldi, nauseato della vituperosa stagione che volge.

Nella contermina Francia, della quale noi ci facemmo specchio, ai quei di; quando nuovi amori, teutonici e croati, non la aveano ancora scacciata dai nostri cuori, né aveano svolto nostro intelletto da quel modello: s'era già detto agli amici; Enricchissez-vous; nei rigogliosi giorni della Monarchia di luglio. Rem facias; era il motto della Roma imperiale; e quando da Augusto e da Tiberio venne a mano di Caligola, di Nerone,

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di Vitellio, di Domiziano; quel motto fu mutato nell'altro:Lucri bonus est odor, ex re qualibet; come scrisse Giovenale.

L'Italia, modellandosi su quei tipi; la Roma imperiale, che nella storia ci avea preceduti; e la Francia borghese, ch'era la nostra più cara vicina; dette pure il suo grido; l'essere sta nell'avere; l'uomo vale per quanto possiede; nessuno vi chiederà mai, come faceste danaro né donde vi venne; anzi sarete magnificat i por fiore d'onestà, per tipi di virtù e sarete presentati ai venturi, come modelli. Non ci vennero udite, su pei giornali, le lodi belate a Pasquale Bonocore, di fresco, uscito di vita? E, poco prima, non leggemmo i laudativi cenni necrologici di Russo e di Prattico? Unde habeas, quoerit nemo, sed oportet habere, scrivea angosciato il Poeta, che, in tempi tristissimi, non paventò di flagellare i vizi, che erano in voga ed in corso; né volle perdonare alla porpora imperiale. A tanta miseria ci doveano dunque condurre i nostri rigeneratori? dovevamo cadere così giù, che il vizio, dovev'essere onorato anche di trionfali esequie e di postume lodi? Nei tempi, in che, si stava meglio, benché parea, che si stesse peggio; simile gente non avrebbe nera manco avuto onore di sepoltura sacra; in ira a Dio ed agli uomini eran vissi, doveano portar la pena della loro cieca vita, bassa così, che, i maggiori falsari, ladri, e furfanti avrebbero avuta alcuna gloria

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su di loro, se non fossero stati schiacciati, in morte, dal disprezzo publico. e non fossero stati scacciati dalla terra benedetta, che la Croce di Cristo protegge ed assicura. Ma oggi, che le arpie battezzate e giudee, sono onorate di commende, di carichi publici, di missioni all'estero, e sono anche chiamate a leggiferare in Parlamento; chi, può francarci dai loro artigli, dai loro becchi, dai loro morsi? Ma ebbe mai patria l'usuriere, ebbe mai viscere d'umanità, ebbe mai pudore, ebbe mai qualcosa di santo e di sacro; egli, che Dio stesso non seppe concepire ed onorare, che sotto le fattezze del vitello d'oro? Ma no; ora la stagione corre altrimenti; i giudei, gli usurieri sono patrioti, sono liberali, ed in ispezialtà, proseguono l'Italia d'amore tenerissìmo e devoto. Il diavolo si è fatto frate, Shylok non più affila il coltello per la dramma dì carne, che Antonio gli deve; Calibano si é mutato in Ariete; il giudeo, che gittò la perla più preziosa di sua gente intera; l'usuraio, che bevendo il sangue del suo simile, succhiasi le labbra, perché non ne caschi giù una stilla; sono galantuomini, fior di virtù, patrioti di grido. Il mostro, che il mondo scaccia da per dove che sia, è tenuto in pregio ed in onore dai nostri liberali; lo strozzino, con sicumera, siede in Parlamento, è consigliere, commendatore, va a Corte, e con placido viso, vota la tassa sul macinato, le leggi eccezionali per la Sicilia.

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S'egli è vero quel detto di Virgilio: felix qui potuti rerum cognoscere causas; a ben giudicare gli avvenimenti, è giuocoforza rifarsi dalle prime origini, scovrirne le riposte cagioni, i nascosti pensieri, che li mossero; e cosi venire osservando la trama dell'ordito, ed il capecchio; e potersi apporre al vero, e non fallire nelle illazioni: onde Tacito, maestro di coloro, che sanno, sentenziò, nel primo delle storie: Antequam destinata componam, repetendum videtur qualis status orbis, quae mens exercituum, quis habitus provinciarum, quid validum, quid aegrum fuerit: ut non modo casus, eventus que rerum, qui plerumque fortuiti sunt, sed ratio etiam, causae que noscantur.

All'Unità Italiana non si pensava da chicchessia, se ne togli il Mazzini ed il Cattaneo, coi loro drappelli, tra i quali v'avea uomini vigorosi d'intelletto, e presti ad ogni sbaraglio, pur di riescire nell'idea, accarezzata e fecondata, con lungo studio e grande amore. Tra i duo sovrani maestri v'era diversità in quanto al modo; l'uno non vedea la salute d'Italia, che nella sua unità con forma republicana, ed avrebbe volontieri sacrificata la forma, pur d'asseguirne la sostanza; l'Unità: e come Macchiavelli si rivolse al Borgia, egli, nei primordi, non isdegnó di rivolgersi a Carlo Alberto, che dopo molti sforzi, perle opposizioni dell'Austria, s'era assiso sul trono degli avi: l'altro anteponea la forma republicana a tutto; né credea,

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che l'Italia unita, sprezzandole antiche tradizioni e le inveterate usanze, avrebbe potuto poggiar sublime, nò tampoco essere felice. Il Mazzini era giacobino, come, girondino il Cattaneo; gli avvenimenti successivi, che, dell'Italia fecero un vasto sepolcreto, potettero addimostrare, anche ai più fervidi e devoti del sommo Genovese, se egli ben s'avvisasse, od il Cattaneo, che. non gli era inferiore di mente, di cuore, d'ardimento.

Gli altri tutti credevano l'unità, sogno di mente inferma, od aspirazione di cuore generoso e nulla più. La casa Sabauda ed il Cavour, che n'era la mente amica ed il campione più fido e più animoso, pensavano solo a scacciar l'Austria dal Lombardo-Veneto, ed arrotondare il Piemonte, con i due Ducati: e forse giungere sin là, dove il Pò, coi suoi seguaci, discende nell'adriatica marina. E questo disegno volea già colorire re Carlo Alberto, negli anni fortunosi 1849; a lui temente nell'ira ventura, non talentava di romperla col Papa; ed acre nimico dell'Austria, lo rovellava dentro l'irrequieto desio di rincacciarla oltralpi, sorridendogli in cuore il bell'italo regno, cantato da Ugo Foscolo: e se fortuna avesse avuta amica; come già Carlo Emmanuele, entrando in Milano, vi si era proclamato duca; egli si sarebbe colà proclamato re dell'alta Italia, rispondendo così a Bubna, che, per ischerno e per istrazio, in altri giorni nefasti, lo aveva salutato re d'Italia.

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Ma la fortuna s'innamora dei giovani e degli audaci; ed egli era provetto negli anni, e cosi poco audace, che torna difficile ad intendere, come cosi intrepido soldato e sfidator d'ogni sorta perigli, sul campo, avesse animo tentennante, fosse povero di consiglio, ed al cospetto delle grandi imprese, tremasse come Alessandro Magno, in quella, che, s'allestiva alla battaglia. Onde fortuna l'ebbe in dispetto e lo slanciò in Oporto, ove si spense, benedicendo all'Italia ed imprecando alla svergognata putta, come fu l'Austria qualificata dal poeta abruzzese, Gabriele Rossetti.

Luigi Bonaparte, che di prigioniero di re Luigi Filippo, divenuto Presidente della republica francese, la sgozzò, in un giorno di tripudio infernale; stillantemque tenens generoso sanguino cultrum, s'assise sul trono dello Zio, proclamando all'Europa: L'Empire c'est la paix: pensava a far saldo il suo potere ed infuturarlo, nei suoi discendenti. E specchiandosi nelle tradizioni di Napoleone 1°, che s'era circondato di re potenti, imponendoli agli Spagnuoli, ai Napoletani, all'Olanda, ai Lombardi; voleva anch'egli, per meglio afforzarsi, seguirne la tradizione, allogando nella reggia dei Borboni di Napoli, l'erede di Giovacchino Murat; nel palagio Pitti di Firenze, il cugino Girolamo, ed in Milano, sede del reame dell'alta Italia, re Vittorio Emmanuele. Perlocchè prima di pigliar l'impresa

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di francare il Lombardo-Veneto dai Croati; egli volle il parentado coi reali di Savoia, perché questo legame congiunto a quello della gratitudine, gli assicurasse meglio la costoro devozione: e circondasse dell'aura popolare il principe Girolamo, che, sposando a moglie la Clotilde di Savoia, avrebbe, di fermo, trovato, appo i Toscani, accoglienze oneste e liete; e mallevando la saldezza e la sicurtà del vicino reame, ne avrebbe, a sua volta, avuto malleveria. Cosi Vittorio, come Beauharnais, ai tempi del primo Napoleone; Girolamo, come già Elisa, regina dell'Etruria; e Murat, come, un dì, Carolina, regina di Napoli; sarebbero stati cointeressati al mantenimento dei Napoleonidi in Francia. Egli, come lo Zio, avrebbe, a sua posta, comandato in Francia ed in Italia, e nei giorni del periglio, avrebbe trovato ai suoi fianchi 26 milioni d'Italiani, i loro tesori, i loro eserciti, le loro flotte; ed allora, chi avrebbe potuto affisare questo nuovo roi soleil? Egli, avrebbe avuto l'egemonia dell'intera Europa, alla quale non sarebbe venuto giammai il ticchio di saltargli al collo e strangolarlo, o per lo manco, cacciarlo in bando, su qualch'isola; e gran simulatore com'era, non sarebbe fallito all'impresa, come lo Zio, che non volle convincersi, che, qui nescit simulari, nescit regnare, secondo l'aforisma di Luigi XI di Francia.

Quando a Parigi fu adunato il Congresso,

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poiché fu posto termine alla guerra tra la Russia, l'Inghilterra, la Francia e la Turchia, alle quali, dopo lunga tenzone parlamentare, aderi il Piemonte, che inviò colà 20 mila uomini, con a duce, il General Lamarmora; v'intervenne anco il Cavour, qual Ministro del Re di Sardegna. Aprì le porte di quel Congresso al piccolo Piemonte, la gesta gloriosa della Cernaja, ove una mano di subalpini, con a capo, Alfonso Lamarmora, mostrò che l'italico valore non è ancor morto, ma vive e rugge, e lo sanno i Russi, che furon rotti e volti in fuga.

Il Cavour v'ebbe accoglienze liete, e gli fu liberale di riguardi molti il conte Walewsky, fratello di latte dell'imperatore, che presiedeva: ed ivi il Cavour poté levar la voce in nome degl'Italiani, e rimbeccò il conte Buoi, ambasciatore austriaco, che d'animo bollente ed arcigno, ebbe, più. fiate, a mordersi le labbra, per rabbia e per livore. E quando tutti gli ambasciadori furono da Napoleone a tór commiato per riedere in patria; questi die la posta a Cornpiègne al Conte di Cavour, per abboccarsi con lui sugli affari della bella Penisola. Ed avutolo a sé, gli significò, come a lui bastasse il cuore di mover guerra all'Austria, per istrappare dagli unghioni dell'aquila grifagna il reame Lombardo-Veneto, ed arrotondatolo dei due Ducati, darlo in signoria di Re Vittorio; ma però dover questi essere a sua dependenza; ed all'uopo, tra la Francia e l'Italia doversi abolire il gran baluardo, che natura pose a schermo

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delle contrade italiche dalla invidia forestiera: più; che la Toscana avesse a re il cugino Girolamo, e le due Sicilie avessero il Murat. E perché Vittorio meglio gli fosse fido, e e la Toscana aggradisse il Cugino, chiedea, che a costei si fidanzasse la giovinetta sedicenne Clotilde, figliuola del re. E cosi fu trafficata la Savoia, culla di Gerdil, di Lagrange, di de Maistre; e d'onde, discese in Italia quella progenie di principi animosi e di donne eroine, quali si dimostraron, maisempre, negli annali patri, i Reali di Savoia; fu barattata la contea di Nizza, italiana di animo, di sangue, di coltura, di lingua, ove sortirono i natali Massena e Caterina Sagurana; e che, più tardi, dovea salir tant'alto nella fama, per essere stata la patria dell'Eroe leggendario e la tomba di Leone Gambetta, ohe campò la Francia dallo esterminio. Fu fatto mercato del giovane cuore d'una principesssa, che più tardi dovea maravigliare l'Europa, col candido costume, colla vita modesta, in mezzo allo scostume dei Parigini, dediti ventri et turpissumae parti corporis, come Mario accusò, a detta di Sallustio, i patrizi dei suoi tempi; ed in mezzo alle orgie pompose dei Napoleonidi, chiedendo ignaviae coluptatem et praemìa mrtutis. E allorché costoro incalzati dall'ira popolare, quinci e quindi si fuggivano spauriti e tremanti; ella, coi suoi figlietti, senza scorta, in carrozza aperta, traversava le vie popolose di Parigi, salutata e riverita da tutti;

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tanto l'avea fatta degna di reverenza la illibatezza della vita;

E fra le nuore saliche

Invidiata uscì.

come quella martire, di cui cantò, nell'Adelchi, il Manzoni.

Re Vittorio, che si struggea d'aver la Lombardia e la Regina delle lagune, e sciogliere così il voto paterno, s'oppose all'ultima proposta; che, il suo cuore di padre sanguinava al pensiero di gittare nelle braccia di un libertino la vergine pura, educata al raggio delle virtù materne; e perché, orba di madre, spenta da morbo letale, nel fior degli anni, a lei si sentiva legato da maggior affetto, e parvegli reo, sagrificando quel caro capo, raggiunger la meta, benché tanto agognata dalla sua Casa, fin da tempi remotissimi. Ma poi, sia che la giovinetta, di buon grado, assentisse a quelle nozze; sia perché, come dicono gli Alemanni, Kommt Zeit, Kommt Rath, quel parentado fu concluso, e la Clotilde andò sposa a Parigi del principe cugino, cui portò in dote non pure la freschezza della gioventù, ma il candore, la pietà, la modestia verginale, ed una ricca vena d'affetti, che non si spense mai; neppur quando fu trafitta nel suo cuore di sposa, nel suo orgoglio di donna, nella sublime alterezza di madre.

In quella, che, Napoleone se la intendea col Conte, e questi accampava la mente e le forze

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a rompere il carcere del Ticino e piantare la bandiera tricolore nella terra dei Dogi; Daniele Manin, da Parigi, ove viveva modestamente, dando lezioni, iniziò il movimento unitario, in senso monarchico: prese a compagni il glorioso moncherino di Curtatone, Giuseppe Montanelli, e tre splendidi avanzi della difesa luminosa di Venezia; Giuseppe Sirtori, Enrico Cosenz, Girolamo Ulloa, dal cui senno e coraggio indomito si ripeteva quella terribile resistenza all'Impero; Venezia cede sì, ma vinta dalla fame, dal colera, non dalle fulminanti artiglierie austriache.

Il Manin tolse a bandire il motto, col quale Garibaldi entrò a Palermo ed a Napoli: Italia e Vittorio Emmanuele; ed opponendosi al Cattaneo che volea l'Italia federata e repubblicana; al Mazzini che la volle sempre una ed indivisibile, con reggimento a popolo; a Cavour, che la volea libera dall'Austria, confederata, reggentesi a signoria di re; egli, pel primo bandi: l'Italia dover'esser una, secondo il dogma mazziniano, ma con forma monarchica, per non cacciarsi addosso l'ira, la gelosia, la invidia possente altrui. La sua voce echeggiò di qua dai monti, e si formò un comitato, di cui Giorgio Pallavicino era il capo e Giuseppe La Farina, l'anima. Benché questa idea meglio sorridesse a re Vittorio ed al suo ministro, pure per tema, non si perdesse l'ovo per aver la gallina, e perché la diplomazia quaerit opportunitatem, come Giuda Iscariotte,

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e senza ideali, senza virtù, senza pudore, è di facile contentatura, pur di riescire. Il Cavour tenne per sognatore, per infermo il Manin, cujus velut aegri somnia vanae finguntur species, per dirla con maniera oraziana. Il Cavour tolse ad osteggiarlo, indettando ai suoi, che eran già parecchi ed ora erano una folla, perché l'Imperatore lo imbecherava....

magnum cui mentem animumque

Delius inspirat vates, aperitque futura.

Daniele Manin, cui era bastato l'animo di tener testa all'Austria; di sgominarla e di farla calare a patti, non ismagò; anzi fatto ardito viepiù dal contrasto, impose alla casa Sabauda di far core, e mettersi, tosto, a capo del movimento unitario; e come, un tempo, gli Aragonesi all'imperatore, aggiunse; a tal qué guardercis nuestros fueros y libertad, sino, no.

In questo mezzo, il mal del paese Io vedovò della moglie; e quinci a poco, nel riso degli anni, nel fior delle speranze, la segui nell'avello la figliuola: allora caddegli il coraggio; ed egli che n'ebbe tanto da combattere un impero, non lo ritrovò più nel suo cuore, a poter combattere quell'immane dolore. Comechè, gli stesse allato il suo Giorgio, non gli riempiva l'anima, come, un dì, tutta la sua cara e modesta famigliuola: quella cara gioia

Sovra la quale ogni virtù si fonda.

Tenzonavano nel suo cuore, vari affetti, e come

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mare da venti contrari combattuto, tempestavano furiosi, in quel sacro petto; e posciachè, più eh il dover potè il dolore, gli si spezzò: così usciva di vita quest'uomo insigne, che tra' coetani, singolareggiò per pensieri sublimi e per virtù magnanime; justisissimus unus et seroantissimus aequi, come cantò Virgilio di Refeo, troiano. s'egli è vero, che noi «virtù viva sprezziam, lodiamo estinta» secondo l'amara e vera sentenza del poeta recanatese, sappiamo, almanco, lodare i grandi defunti dell'età nostra, onde Tacito non ci ponga cagione d'incuriosi delle cose recenti, e di paneregisti dell'antico soltanto; cium vetera extollimus, recentium incuriosi.

Morto il buon Manin, il Cavour si senti a giuoco, perché ebbe a lottare con Cattaneo e Mazzini solamente, e con quest'ultimo, in ispezialtà, eh' era uomo di pensiero e d'azione; ovechè, l'altro intendeva meno all'azione, che al pensiero ed agli scritti, con argomenti serrati e stile battagliero.

Pallavicini, Lafarina, ed altri in Piemonte, e da Parigi, Sirtori, Cosenz e tutt'i seguaci del Manin, si diedero al Conte, che semprepiù crescea di forza e di autorità: occidentem deseris et ad orientem te vertis, disse Tiberio, moribondo, a Macrone, che già s'inchinava a Caligola, come nuovo servo a nuovo signore. Il Conte, alla sua volta, tenea sempre lo sguardo, riverente, rivolto alle Tuilleries, donde ci dovea venire la luce;

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e Felice Orsini col Pieri s'occupo, perché il sole non troppo s'indugiasse a comparir sul Moncenisio. Onde i rimbrotti ad Hùbner al 1.° gennaio 1859, poi, il grido di dolore, il giorno dieci, poi, gli armamenti, gli opuscoli, ed alla perfine, fu indetta la guerra; Giulay varcò il Ticino; Cialdini fé le prime prove alla Sesia; Napoleone con Niel, Canrobert, Macmahon, sbarcarono a Genova; Vittorio Emmanuele, a Palestro, fé paragone di sé; e la camicia rossa, a Varese, si misurò colla divisa giallonera; «colori esecrabili ad un italo cor». Le cose stavano d'incanto; il Conte trionfava, la via, per a Milano, si lastricava di fatti d'armi nobili ed arditi: e re Vittorio era sulle labbra di tutti; non più col nascoso grido di viva Verdi; ma col suo vero nome, e coll'aggiuntivo; di caporal dei Zuavi, di primo soldato: andavano, di bocca in bocca, le sue parole, ai Zuavi, che, a Palestro gli accomandavano di badarsi: il a de la gioire pour tout le monde; parole degne d'un prode, che, nei suoi antenati, contava Emmanuel Filiberto, Carlo Emmanuele, Vittorio Amedeo; degne del figliuolo di Carlo Alberto, il cui coraggio fu ammirato anche dagli avversarii e del fratello di Ferdinando, espugnator di Peschiera; le cui prove d'alto valore, lo additarono nel 1848 ai fervidi figliuoli della Trinacria, i quali lo elessero a loro re. Finalmente il 6 di giugno, a Magenta, fu impegnato il duello sanguinoso tra l'Austria e la Francia: Napoleone, in persona,

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era sul campo; si pugnò con valore, zelo, accanimento, d'ambo le parti; e quando la Vittoria, stanca dell'attesa, parea volesse far schermo delle sue ali all'aquila a due capi; accorse Macmahon con sapiente ardimento; e la Vittoria, che agli arditi arride e degli ardimenti si compiace, le sue penne spiegò immense, per l'aer fosco, sull'esercito francese. A quella vista, rispettosi i nimici si ritrassero, aprendo, riverenti, il passo a Napoleone III, che menò seco, a Milano, Vittorio Emmanuello; e cosi fu posto fondamento al bell'italo regno, già tanto lungamente desiato dalla sua Casa. E tu, bella Venezia, in faccia ai tuoi oppressori, rabidi di vergogna e di dolore, esultasti; come, ai lieti giorni, in che, il tuo Pisani, il tuo Morosini, e Dandolo tuo, da lontani lidi, trascinavano, ai pie del tuo S. Marco, i nimici incatenati. 0 giorni santi di letizia, chi vi disperse? 0 feconde speranze, come vi dileguaste! 0 sogni ridenti! cadeste, come fiori, nella polve!!. I volti fiorivano di lieti sorrisi, lampeggiavano gli occhi di gioia e l'anima riboccava di contento e di tripudio. Chi avrebbe giammai creduto, che noi saremmo ridotti a tale, da rimembrar quei giorni, con amarezza? Chi avrebbe mai potuto sostenere, che il tradimento s'era cacciato in mezzo alle nostre fila; e che noi un giorno ci saremmo dovuti svegliare, in mezzo agl'inganni e alle dissillusioni! a quei dì, come forte il core battea,

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e l'anima semplicetta, nel sorriso della patria, sorridea, come il fanciullo, che conosce solo, baci, carezze, sorrisi. Sei pur bella Italia, in tutte le tue valli, ancorché sparse d'ossa infelici e di storie crudeli!

Livorno e Firenze furon cagione involontaria, che le Venezie restassero ancora, per sette anni, in forz'altrui; e non fossero fin dal 59 francate dalla vergognosa soma dello straniero. Girolamo Napoleone, cugino dell'imperatore e genero del re; con sembiante di cogliere di fu. ico il nimico, sbarcò a Livorno e di là passò a Firenze, perché, poi, per Bologna, potess'entrare, quando gli venisse il destro, od il comando, nelle terre venete. Egli, colà, s'aspettava accoglienze entusiastiche, quali s'avvengono a principe liberatore, che, a guiderdone della largita libertà, dovesse cinger corona ed assumere la signoria.

I Livornesi lo accolsero molto freddamente; non doveangli gratitudine per la libertà, stantechè nessuno aveali liberati; Leopoldo, se n'era andato, a suo bell'agio, da Firenze, tostochè vennegli veduto, che non più gli voleano ubbidire: non era stile di quel tiranno di sciabolare il popolo libero, per le vie, come fanno i principi liberali e magnanimi; e quindi si partì, salutando tutti e salutato rispettosamente da tutti. Più, non aveano punta stima per questo cugino imperiale, per ischerno, denominato plomb plomb; non s'erano arroventati d'amore per l'imperatore,

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al foco delle parole ardenti degli amici di lui; e chi, conosce le istorie, sa bene, che i Livornesi sono, come i Grigioni, ai tempi dell'imperatore Massimiliano, cui significarono; esser'essi gente selvaggia, e portar poco rispetto alle corone: questi marinai villani di Livornesi, sono proprio, come quelli; hanno avuto sempre poco rispetto per le corone, e per chi le porta. Crebbe la maraviglia nel principe cugino, quando pervenne a Firenze, ove gli s'erano promessi ricevimenti come a sovrano; ove stava Vincenzo Salvagnoli, che, in vista, e per forza, dovè seguire il consiglio di Guido da Montefeltro; promise lungo, ma attese corto; ed eravi stato invialo, a bello studio, Girolamo Ulloa, cui sera commesso il compito di dar' assetto all'esercitino toscano, ed, in un tempo, provvedeva far proseliti alla candidatura, a re dell'Etruria, di Girolamo Napoleone; dimostrando sulla punta delle dita, tutt'i vantaggi, che ne sarebbero venuti; ma, in quel cambio, l'Ulloa non approdò a nulla, ed a cui si sbottonò, n'ebbe repulse e raffaccio.

Era stato tanto deplorato il parentado di Casa Savoia con costui, ed il matrimonio della buona e pia Clotilde; immaginiamoci, se ora si volea perpetrare il delitto di dargli in braccio la gentile Toscana, che lo avrebbe dovuto avere a suo sposo e signore, come le dame del medioevo. Sia il benvenuto Girolamo Napoleone, resti pure, a piacer suo, con noi, diceano i Fiorentini;

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ma averlo a nostro signore; mainò; in tal caso, non si sarebbe mandato via quel buon canapone, la cui fede era antica, e col quale, si potea fare a sicurtà: e se non fosse stata Vienna, che spesso g!i rompea le scatole, abusando della sua qualità di piccolo principe, egli sarebbe stato un principe cascato da, Dio; un re travicello, un tronco piallato, con la corona ducale. Girolamo, che avea già pronto il nuovo ministero, che avea fatti i conti senza l'oste, ed avea già pi omesso onori ed impieghi ii parecchi ilei suoi, s'arrovellò; ne scrisse al cugino, che slava al campo, dicendo corna dei fiorentini, dei toscani, dei promettitori, del Barone Ricasoli, che volea rompere il carcere degli appennini, e non volea saperne di reame etrusco, di principe nuovo, di soggezione all'imperatore, di gratitudine, a cui nulla avea fatto per la Toscana; la quale, alla fin delle fini, non chiedeva, che starsene in pace, fare a modo suo, non ricever comandi. L'imperatore, che, già avea scorto nel Cavour un diplomatico; il che torna un uomo abile, valoroso, ma ingrato, un fintone, un credente nel dio successo, unico e solo dio, cui onora la diplomazia; si tenne per canzonato, paventò d'essere stato giocato; e poiché gl'Italiani sono detti figliuoli di Macchiavelli, e quindi, fini, astuti, furbi, anche quando sono vittime d'intrighi, di slealtà, di malafede; maledisse al conte di Cavour; ove questi, in realtà, era stato lui giocato

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dalla fierezza del Ricasoli; e mentre Napoleone accagionava, a torto, di traditore e di misleale il Conte, questi, a ragione, incolpava il Baione di cocciutaggine, di capestreria dì stolidezza. Napoleone, furente, impegnò battaglia a Solferino, innanzi al giorno designato, benché non fosse ogni cosa in acconcio, volle che tutto l'esercito francese e sardo entrasse in azione, perché dovea essere giornata campale: e dopo piccole vittorie d'ambo le parti combattenti; e dopo aver prese e perdute le posizioni, e poi nuovamente riprese e riperdute; gli venne fatto di rompere gli austriaci, di scompigliarli, di sbaragliarli, di volgerli in fuga, e rincacciarli colle armi alle reni, mentre i cannoni rigati fulminavano la morte, e la cavalleria, con feroce assalto, li sospingea sulle sponde del Mincio; ed i monti che incoronano quella vasta pianura, si riprendeano dai francesi e dai piemontesi. E quando, a sera, superbo e lieto della vittoria, si ritrasse nella sua tenda, stanco e trafelato per le fatiche durate, e per i battiti del cuore, che avea tremato, e fremuto; non volle più saperne di re Vittorio, di Cavour, dei piemontesi, dell'Italia; chiese di abboccarsi con l'imperatore, e solo con lui voler trattare, e farla finita e tornarsene a Parigi. Si videro, in fatti, s'abboccarono, e quando nessuno se lo aspettava, fu dichiarata la pace a Villafranca, all'insaputa del re, del Conte, dell'esercito subalpino, che pure avea

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combattuto con prodezza, con ardimento, con senno, sotto gli occhi del re, ch'ebbe ben'onde di lodarsi dei suoi, che aveano dato prove altissime di coraggio, di annegazione, i di virtù militare, di disciplina. Quando il grido n'andò per l'Italia, fuvvi uno sgomento, da per dove che sia; la letizia tornò fri triste tutto, le speranze caddero, i pensieri si scompigliarono, le promesse imperiali rimasero tronche a mezzo; ed avvenne quel, che dice la Bibbia; extrema gaudia luctus occupai.

I Piemontesi, che nei loro sogni dorati, già si vedeano padroni delle lagune venete, delle quali dovevano fare quell'aspro governo che ne fecero, più tardi; che nel cresciuto imperio e potenza del loro re, presentivano i vantaggi maggiori; comprendendo di leggeri, come il reame futuro, scemato di quella maggior forza e popolazione, avrebbe loro largito minor numero d'impieghi nell'esercito, nella burocrazia, nei tribunali, si levarono a rumore: e Torino sovratutto, che più perdea, ruppe a tumulto, lacerò la effigie del magnanimo alleato, e quando questi la attraversò, per girsene alle auliche sale delle Tuilleries, poco mancò, che non fosse stato fischiato ed insultato nella persona, come lo fu nelle immagini, nei suoi rappresentanti, nei suoi ammiratori più caldi.

A Milano non bastava il cuore di pensare all'angoscia dei Veneti, e più, ai tormenti ed alle angherie, che loro sarebbero venuti addosso, per le ribelli dimostrazioni

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di pazza gioia, dalle quali s'erano lasciati invasare. Non vi fu contrada italiana, ove il dolore, la rabbia, lo sgomento, la paura, non tenzonassero nel petto dei più; ma ai Veneti cadde l'orgoglio, il coraggio, la speranza, l'ardire: pareano fantasmi ambulanti, atteggiati di dolore, compresi di rabbia, pensierosi dell'avvenire, serbato al paese ed a ciascun di loro. Portavano speranza, che molti loro cari, tenuti prigioni, sarebbero prontamente stati prosciolti; che molti altri, che esularono a Parigi, a Londra, a Ginevra, a Torino, avrebbero abbracciati: piangevano i loro morti, caduti in campo, non per i patri lari, per le loro lagune; ed invidiavano Manin, sopravvissuto, è vero, alla servitù della patria, ma, che la morte, ormai fatta benigna. lo campò da veder peggio per fermo, debb'essere cosa molto amara, ritener degno d'invidia, chi perì d'affanno e d'angoscia!

Che ne sarebbe di tutti quei garzoni, che, in vista di operai, di mendici, di spazzacammini, di navalestri, s'erano involati alla patria per[andare a crociarsi soldati dell'Indipendenza? Non eravi quasi famiglia, che non avesse al campo un qualche caro pegno: che, di tutt'i giovani b' erano votate le Venezie; ed era diritto, perché restare in casa, a quei di, si correa repentaglio d'esser tenuto per ispia, od in concetto di vigliacco. Molti partirono spaventati dagl' insulti e dai sarcasmi dei vecchi, degl'infermi, delle donne, delle fanciulle, che,

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di quei giorni, erano le più entusiaste, che li saettavano di codardi, di paurosi. La necessità, sentenziò Macchiavelli, non vuole essere lodata, né biasimata, ma obbedita; chi potea soffrire di sentirsi dire: der Feige liebt das Leben; come dice Mortimer nella Maria Stuarda di Schiller? vivere e morire è un sol momento; das Leben ist nur ein Moment, der Tod ist aneli nur ciner.

Cavour si dimise, non potendo più avere la balia delle cose: il re, memore di Carlo Emanuele, che disse all'Italia; Ardisci e spera, e di suo padre; l'Italia farà da sé, volea menar, da solo, a termine l'impresa: ma aveva tutta l'Italia dalla sua? Napoleone, che avea sancita la pace, lo avrebbe licenziato a proseguire? Allora si ricordarono le parole di Ciro Menotti, i precetti di Mazzini, i cori del Manzoni, la pace di Campoformio, il due dicembre, la definizione data da Thiers, le pagine di Victor Hugo, gli ordini dati ad Oudinot, la lettera a Ney; e così, alla rinfusa, si scopriva tutto ciò che lo svergognasse; alla stessa guisa, che, due mesi prima, lo si era elogiato di magnanimo, e financo i suoi reati gli erano tornati a lode, od almanco, a scusa. Inter abruptam contumaciam et deforme obsequium, per usare una frase di Tacito; ma del resto, dicea un. possente ingegno francese: il est bien difficile d'ètre juste, quand on souffre.

Rattazzi prese a reggere; avemmo i francesi a Milano ed a Venezia gli austriaci: l'un popolo d'altro

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sul collo ci stava: i popoli, che non sanno francarsi da sé, che sperano nei potenti e vogliono libertà dai re, ce crime etemel, come li chiamò Saint-Just; che s'impromettono da loro franchigie e vantaggi, sprezzando ciò che insegnano i grandi maestri: debbono sopportare i disinganni, le dissillusioni, i tradimenti!!! I popoli non possono aspettare vantaggi, che solo dalle insurrezioni e dalle rivoluzioni. L'insurrezione è dovere, disse Mazzini; ogni rivoluzione è sempre una conquista, lasciò scritto Shiller; la rivoluzione è l'eterna gioventù del mondo, dettò Giuseppe Ferrari; la rivoluzione è il sale, che preserva i popoli dall'imputridire, scriveva Louis Blanc; e cosi via, via.

Comunque, fu giuocoforza far del cuore rocca e sommetterci, come devono fare tutt'i deboli; un popolo che non sa portar armi, porti catene e stia zitto; c'imparò Cesare Balbo: nos ipsi fortuna; che Guerrazzi traduce; ogni uomo porta nel pugno il suo destino: e Schiller. Ein jeder ist seiner Gluckes schimied.

In questo mezzo, la Lombardia veniva sommessa dolcemente al talento del Piemonte; i Ducati, le Romagne, la Toscana, governate dal Farini, dal Cipriani, dal Ricasoli, si tenevano per l'annessione al reame subalpino; i primi, senza condizione di sorta; la Toscana a certi patti d'autonomia; volea esser la sposa, non la concubina; come, Porzia in Shakspeare, dice a Bruto: dwell I but in the suburbs, of your good pleasure?

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Napoleone inviò due dei suoi, a dissuadere il Ricasoli dall'annessione, ma questi non volle nemmeno permettere, che di queste cose si discorresse. Onde il livore lo rodeva dentro: ma alea jacta est: bisognò, fai re bonne mine au mauvais jeu; e così Napoleone dovè assentire a quell'annessione, ch'egli intendeva volgere a suo prò, facendo la Toscana sua ancella; ma gli avvenne come a Ninfidio Sabino, di cui scrisse Tacito: imperium sibi molientis, fuit, in ipso conatu, oppressus.

Il conte di Cavour ripigliò la balia delle cose nostre: allora furono convocati i comizi per inviare i deputati al Palazzo Carignano, e si tornò in vita l'abolito dicastero di agricoltura e commercio, per avere nel consiglio della corona un ministro tosco; e prescelto fu il Corsi, intimo del Ricasoli, del Peruzzi ed altrettali. Il Poggi fu nomato ministro senza portafogli di Grazia e Giustizia; e fu poi surrogato dal Niutta, napolitano, nella stessa qualità: dopoché noi facemmo, per viltade, il gran rifiuto della nostra indipendenza ed autonomia. Anco a noi fecer grazia di largire un dicastero: e prescelsero Francesco de Sanctis alla Publica Istruzione, il quale dichiarando, in Parlamento, che, quivi avea trovato tanti regolamenti, che erano multorum camelorum onus; credo bene, di scompigliar ed impigliare le cose semprepiù, e di por mano alla distruzione dei nostri migliori istituti; fé imbaldanzire i Padova, i Rezasco

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e tutta la schiera, dirigente, in Italia, e viepiù, in Napoli, la istruzione publica, i quali di noi, del nostro libero insegnamento, fecero scempio; e poterono venire a tanto, perché sedea ministro il Desanctis: quum apud infirmum et credulum, minore meta et maiore praemio peccaretur; come leggiamo in Tacito, dei primi giorni dell'impero di Galba

Le cose stavano in questi termini, quando la campana della Gangia, suonò l'ora della rivoluzione in Palermo, ed annunzio all'Europa, che la terra dei Vespri, si destava, come un forte inebbriato, dal lungo sonno; e poiché i forti nulla paventano, ne davano avviso agli avversari; come già aveano fatto nel 1848, che, dieci giorni prima d'insorgere, ne avean dato contezza a re Ferdinando, perché stesse sull'avviso; e, da veri cavalieri della libertà, al giorno ed ora fissala, insorsero. L'eco ne andò per tutta la Sicilia e fu ripercosso dalle Alpi all'Adriatico; e tosto, all'appello, accorsero dal continente, due prodi; Corrao e Rosolino Pilo, su fragile palischermo; l'uno, popolano; d'antica schiatta, l'altro; ma ambo aveano la bocca ed il petto pieno d'amor di patria e d'odio al monarcato: educati di Mazzini, non tradirono gl'insegnamenti del maestro; finché, Pilo non cadde forato il petto da palla borbonica; e Corrao, non fu morto a tradimento, da mano armata dal governo riparatore; come se ne sparse il grido.

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Cominciò, in Italia, gran movimento per la rivoluzione sicula; e mentre re Francesco, inviava le soldatesche dal continente a rinforzare quelle, che soggiornavano nell'isola; Castelcigala, che rappresentava il re, davasi, a tutt'uomo, in sul reprimere quel moto, con arresti, persecuzioni, fucilazioni e simili delizie, delle quali si compiacciono tutt'i governi, che non sapendo, a tempo, riparare i loro errori; nam saadere principi quod oporteat, multi laboris; danno di piglio nel sangue, perpetrano nuovi reati, contaminano i paesi, dove sono abborriti, di rapine, di stragi, d'infamie; accumulando maggior tesoro di vendetta sul loro capo.

Intanto i Palermitani, vie più, s'afforzavano; le altre province s'agitavano; alcuni paesi si levavano a rumore, e la rivoluzione ingrossava, di uomini, ili forza, di armi, di odi, di vendetta. I nobili ed i frati, i signori ed i plebei eran d'accordo, s'intendeano; e tutti, uni di core e di pensiero, procedeano di conserva; a tempo e luogo, mostrandosi, ritraendosi, movendosi ed irrompendo. Il re era nuovo ed assente, e ciò vale molto nelle rivoluzioni; e poi, in Sicilia, v'ha questo di straordinario, che i nobili son sempre i primi nelle rivoluzioni, e traggono quindi, seco agevolmente il popolo, la cui gran parte è ai loro servigi, od è beneficata, perché sono ricchissimi; i frati, i monaci, le stesse suore, dettero sempre impulso ed aiuto; ed i migliori per ingegno,

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per fama, per rispettabilità non isdegnarono di correre, pei primi, ogni pericolo; pei siculi, pare, che l'insurrezione, in certi supremi momenti, sia un bisogno, se non vogliamo dire addirittura, istinto. Erano moltissimi gli esuli; e molti, s'erano involati alla patria terra, per accorrere sui piani lombardi; molti gemeano in carcere; e tutti questi aveano parenti, amici, clienti; in Sicilia il legame d'amistà è, come, il vincolo del parentado; e s'arroge, che sono sdegnosi di freno, amano la libertà, odiano d'esser servi; e nei loro annali, v'ha molti esempi di fatti magnanimi, ai quali s'ispirano; v'ha molti illustri defunti, dai quali traggono responso i giovani, per indole animosi, per educazione arditissimi, ed amano quanto v' è d'ardito, si gittano ove sia pericolo, seguono tutto co, che ha faccia d'onesto, di nobile, di generoso. Cosi, vi ha in Sicilia, materia grande a far novità; ed i più coraggiosi trovano sempre seguaci ed imitatori, a ribecco: ingens novis rebus materia, ut non in unum aliquem, prono favore, ita audenti parata: così Tacito spiega l'atteggiamento dei più nelle rivoluzioni. E quando, in urbe saevitum est, cioè, si cominciò dai capi del governo borbonico a far cose atroci, e furono fucilati tredici rivoluzionari: tutti se ne tennero offesi, e si dichiararono rei al par di loro, tamquam suum crimen accipiebant; e la pietà del caso accrebbe il loro amore ai fucilati, ed il loro odio agli assassini; perché quelli morirono indifesi

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inauditi atque indefensi, tamquam innocentes perierant: secondo sentenziò Tacito, là, dove parla di Cingonio Varrone e Petronio Turpiliano, che morirono in fama d'innocenti, perché non furon voluti udire, né loro si permise la difesa, che pure è sacra ai maggiori nequitosi, che vivono sulla terra, e la bruttano delle loro opre malvagie. Né si smise di esacerbare gli animi dei Palermitani, che anzi, con nuove angarie, con modi barbari e soverchianti, viepiù gli eccitarono, superbi di quel simulacro di vittoria, riportata, a bella prima: nec ullum in barbaris saevitiae genus omissit ira et victoria; come ci vien narrando Tacito, nella vita di Giulio Agricola, quando i Brittanni ruppero a ribellione contro i Romani.

In quel torno di tempo, Garibaldi tolse in moglie, una giovinetta lombarda, spericolata e balda: ma, dicesi, che l'avesse mandata via, lo stesso giorno, che, coi riti imposti dalle leggi l'avea sposata: certo è, che si ritrasse in solitudine, coll'animo ferito da mortale dolore; di che, traendo profitto Francesco Crispi, che, a quei dì, era tutto in sul trovar mezzi acconci, per venire in aiuto dei suoi confratelli, combattenti, per isquassare il giogo borbonico, che, al paragone del nuovo, potea ripetere le parole del Vangelo: jugum meum suave et valde dulce: spinse il prode Nizzardo ad uscir dall'inerzia e levarsi al soccorso di quelli, che d'un duce gagliardo e di gran nome aveano mestieri.

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Stette in forse, a tutta prima; ma insistendo il Crispi, cui si unirono il Bertani ed il Bixio, i quali, con infiammate parole, gli significarono, come tornassegli a disdoro, starsene in panciolle;quale gloriosa messe di allori potrebbe raccogliere in quell'isola, che lo invocava; e che eodem tempore nemo assequi potest magnani famam et magnani quietem; egli corse a Genova, e messosi a capo di quegli animosi, che furono i Mille, sferrò dal porto e venne a Telamone, e di là volò a Marsala, ove annuenti i capi dei legni borbonici, che stavano in crociera, sbarcò: a Calatafimi, imbattutosi nei borbonici, dopo sanguinoso certame, li ruppe e s'avanzò per a Salemi e Corleone, facendo sempre prodigi di valore coi suoi, e con quanti correano, d'ogni donde, a combattere nel suo nome, fidenti nella sua stella; finché scese in Palermo. Quivi, si proclamò Dittatore, durante la guerra, e tolse a provvedere, per quanto gli era lecito, in quelle congiunture, a vantaggio di quel paese, che vien denominatola conca d'oro, e ch'è una delle più belle gemme, ch'ornano la corona turrita, onde Italia nostra porta redimita la fronte. Ovemai, i Piemontesi non si fossero dimostri arcigni, aspri, intolleranti, ostili, a quest'ora, i suoi figliuoli, anziché muovere per lontani lidi, a cercar pane e lavoro, avrebbero potuto tornarla alla prisca grandezza; e la ubertà delle sue terre, delle quali, gran parte resta incolta ed infeconda, sarebbe bastata a farla rifiorire,

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e darle quel primato, cui l'hanno predestinata i cieli. Povera Palermo!

Chi mai ti avrebbe detto, quando tu insorgevi al 60, che i tuoi figliuoli, più baldi e più gagliardi, sarebbero da te fuggiti, incalzati dalla miseria, dalle persecuzioni, dalle minacce d'ogni maniera? Chi avrebbe detto, che tu, insolente di freno, indocile al libito dei tuoi re, saresti stata vituperata, calunniata, e fatta segno a leggi speciali, per meglio ridurti in servitù, sembrando ai tuoi nuovi padroni, che la stessa tua pazienza, fosse arroganza?

Ma i popoli dovrebbero comprender di leggieri che la pazienza a nulla approda; più essi piegano il capo, più facilmente sono oppressi e scherniti. Nihil proficit patientia, scrive Tacito, nisi ut graviora, tamquam ex facili tolerantibus, imperentur: se i beni celesti non si possono asseguire senza la violenza, sarà egli possibile, che si raggiungano i beni terrestri, con la pazienza? Se cosi fosse, come ci vengono dicendo i pasciuti, i soddisfatti, e coloro che scuffiano, a danno altrui; Cristo avrebbe preso uno scappuccio, quando disse agli uomini, che il paradiso lo si debbe acquistare con forza: violenti rapiunt ìllud: la fortuna stessa si compiace degli audaci e disdegna i pusilli di cuore: audaces fortuna juvat, timidosque repellit; c'insegnò il poeta venosino; ed il gran romanziere livornese, che, non potendo combattere una battaglia, scrisse l'assedio di Firenze, ci ammaestrò,

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che la pazienza è soma per la groppa del somiero, non per l'anima dell'uomo.

Comunque, a noi popoli delle due Sicilie, incontrò di essere irretiti così, che gli avvenire leggendo gli scerpelloni, che noi, commettemmo, e la servitù sconcia, che e' imponemmo, avranno non poco ad arrossire per noi e staranno in forse, se noi fummo pazzi od imbecilli: se siamo degni di camicia di forza o di mitera e di gogna.

Dato un po' d'assetto alle cose di Palermo e della provincia, Garibaldi mosse per Messina: ma Ferdinando Bosco, morto, non ha guari, gli sbarrò la via, a capo d'un buon nerbo di borboniani. S'impegnò aspra e sanguinosa tenzone, ove, caddero, d'ambo le parti, gran numero di prodi, col ferro in pugno, mostrando all'Europa, che in Italia v' ha ancora uomini fortemente credenti alle leggi dell'onore e del dovere. Ferito al collo, stramazzò di sella Enrico Cosenz, al grido di Viva l'Italia! quei che lo videro a Venezia ed a Milazzo, hanno ben onde, di chiamarlo cuor di leone. Garibaldi, eh' era sempre nel più. fitto della mischia, fu ad un pelo ad easer morto d'un fendente, se Missori non l'avesse salvo, bruciando le cervella al maggiore Giuliani, cui aveva Garibaldi intimato la resa, afferrando la briglia del cavallo. Bosco dio prova, che animo indomito egli ammogliava a mente elevata, e chi per minuto narrerà quella battaglia, mostrerà,

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che pur v'ebbe ai nostri giorni, di molti, che meritano d'aver vita fra coloro, che chiameranno antico il nostro tempo; se noi avemmo spesso da vergognare, non sempre fummo, in tutto, impari ai nostri maggiori, dei quali onorandoci, non dobbiamo avere in dispetto, od in poca stima i nostri coetani: vitio malignitatis humanae, vetera semper in laude, praesentia in fastidio esse come, sentenziò Apro, al quale non sofferse il cuore di veder bistrattalo, senza ragione, il secol suo, per troppa ammirazione agli antichi oratori, e noncuranza dei presenti, e dicea agli amici; non enim inauditurn et indefensum saeculum nostrum patiar hac vestra conspiratione damnari; secondo ne riferisce Tacito, nel suo libro degli Oratori.

Garibaldi, che non portò mai invidia a chicchessia, e non potea mirar si basso, egli, che sovra tutti come aquila vola, ebbe molto a lodarsi dei borboniani e del loro capo; e che tanto valore fosse sperperato contro il santo principio di far l'Italia, per lui era una passione: di fermo; se i borboniani, che cadeano da prodi, al grido di viva il re; avessero pugnato pel loro paese, a sostenerne gagliardamente l'autonomia e la dignità di stato, maggior lode sarebbe da dare al loro coraggio e alla loro virtù militare: ma essi mordevan la polve sanguinosa, per un uomo, non per un principio; essi sciupavano il valore non per un'idea, ma per un individuo; tamquam mori tantum pro patria nescientes.

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I campioni garibaldini soverchiavano, a gran pezza, i borbonici; che questi combattevano per l'impiego, pel loro vantaggio; quelli, immemori di sé, pugnavano pei loro cari, per la patria, per l'umanità: sibi patriam conjuges, parentes, illis avaritiam et luxuriam, causas belli esse; come diceano i congiuratori Brittanni, quando volean por giù la soma odiata, che loro aveano imposta gl'imperatori romani.

Solo una cosa è cara al mondo; la patria, dopo Dio: l'amor di patria vince il sentimento più santo, ch'è quello della famiglia; che se questa è la patria del core, come la deffini bellamente Mazzini, quella abbraccia core, mente, tutto l'uomo: Dio e patria; le due parole più belle e più sante, che registrano i vocabolari di tutte le favelle; nell'umana loquela, non vi sono altre parole, che meglio comprendano ed abbraccino gl'ideali del genere umano.

E se, per fermo, Garibaldi ebbe a vincere sempre, non dee negarsi, che la santità della causa e la sua altezza, lo rendeva superiore ai nimici, tuttoché maggiori di numero, meglio agguerriti, nella disciplina più destri, nel magistero delle cose della guerra consumati.

Da Milazzo, procedendo oltre, si pervenne allo stretto; e là, fu lungo l'indugio, per poter toccare il continente: non s'avea più a combattere coi soli borboniani: ostacoli di gran lunga maggiori, si pararono innanzi al prode generale ed ai suoi,

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impazienti di scendere sul continente. Si difettava di legni, di barche, di ogni cosa qualunque, per varcare, con tanta gente, quello stretto, cui le correnti fanno pauroso e spesso formidabile.

A tutti questi ostacoli materiali, v'era uno assai maggiore: la paura del governo piemontese, cui Napoleone avea gridato il quos ego, che facea tremare le vene ed i polsi al conte di Cavour, che oggi, con postume lodi, lo vogliono scodellare a noi, come unitario, da disgradarne Mazzini, Garibaldi, Quadrio e quanti fin da giovinetti si travagliarono per questa nobile idea, e sfidaron carcere, esilio, galera, e furon più fiate, condannati nel capo. I lodatori a tempo perso, non so perché, non ci hanno mostrato il loro Conte, tanto per afforzare e rincalzare le loro menzogne, anche tra i condannati al palco, per l'amore sviscerato che portava all'unità, che egli non solo non comprese mai, ma ne fu schernitore, spregiatore, avversario, reputandola, non pure, impossibile, ma ritenendola, come ostacolo ad aver quelle riforme, delle quali si struggea; avendo a specchio l'Inghilterra, che per lui era il governo modello.

Napoleone, che si struggea di rabbia canina, vedendo quel, che avveniva in Italia, contro il voler suo; di primo acchito, vide, di buon grado, Garibaldi levarsi al soccorso dei Siciliani, e con una mano di ardimentosi, accorrere nella fumante Trinacria.

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Egli portava speranza di francarsi, cosi, dagli uomini più baliosi della rivoluzione, che, ormai l'aveano uggito: fidente, che sarebbero stati colati a fondo; ed ove avessero afferrata la sponda, sarebbero stati tagliati a pezzi.

E questo suo desiderio s'accendea viepiù alla fiamma, che cominciava a bruciarlo dentro, temendo delle avventatezze, che poteano seguire, restando costoro sul continente, rigogliosi di vita, baldi, i più, di giovinezza. Già s'era dovuto lavorar non poco, per contendere il passo della Cattolica a taluni, che scortati dal Ziambianchi, voleano irrompere nell'Umbria; i Perugini s'eran dovuti, dopo lotta sanguinosa, ridurli, di novo, a soggezione del Pontefice; e queste tutte cose impermalivano Napoleone, ch'era venuto in uggia grandissima agli oltramontani, che, in Francia, sono potenti di danaro, d'influenze, di numero. L' imperatore non voleva inimicarlisi addirittura, per gl'italiani, che non voleano star' al piacer suo, anzi gli si erano rubellati, tutte le fiate, che avea fatto mostra d'imporsì: per lui, porro unum necessarium, assicurare l'eredità al trono, e poiché la rivoluzione non volea prestarsi a rendergli servigio; non potea romperla coi conservatori, che lo amavano, come il fumo negli occhi. Poi, bisognava stare a talento della imperatrice, che, in vista di pietosa e di devota, carezzava i clericali, facea baciabassi al Papa; si porgea docile ai consigli

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del confessore; ed alla fin delle fini, ella odiava gli italiani, con quell'ardore fraterno, di cui ci furon mai sempre larghi i nostri fratelli di razza latina, che avendoci lunga pezza tenuti a guinzaglio; vederci, ora, fuor dei pupilli, era per loro uno struggimento. E maggiore era nella buona, pia, casta signora, perché nata in Ispagna, dove vivono, ancora, ricordi affettuosi per noi; era in terra dei Francesi, che, nelle loro tenerezze per noi, non canzonano. I tempi, che i sudditi di S. M. Cattolica e quelli di S. M. Cristianissima, ci rubavano a man franca, ci sprezzavano, e correano, per loro, le terre italiane, sono ancora presenti; sunt lacrymae rerum.

Ma quando vennegli veduto, che Garibaldi avea vinti i borboniani, in più volte; quando sulle ali dell'elettrico, giunsegli agli orecchi, che s'era insignorito di Palermo, e vi s'era proclamato dittatore; quando seppe, che, in giornata campale, avea rotti i nimici, che, aveano a duce il Bosco, nel cui valore si confidava, nella cui lealtà si sacramentava; Napoleone cominciò a battersi l'anca, e si pentì di aver posto mano ad un'opera, che tornavagli a danno, e donde sarebbegli venuta jattura. E tuttoché, per tradizione, per istinto, per principio avesse in odio i Borboni, tolse a difenderli, perché non v'era per lui, peggior nemico dell'Unità Italiana, che avrebbe, per fermo, aperto il varco all'Unità Germanica, e gli nimicava i più intelligenti francesi.

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ai quali era tradizione di circondarsi di popoli deboli, era educazione sprezzare tutti, era patriottismo,

Parcere subjectis, et debellare superbos;

e cosi ci rendeano il contraccambio di quei principi fraterni e cristiani, a cui s'ispirarono i padri nostri. E poi, si sa, che il popolo francese est le plus valet des peuples, come scrisse Paul Louis Courrier, ed essi ne risero a crepapelle; quindi i»on vogliono, che altri loro si rizzi innanzi e li superi, in qualsivoglia cosa. L'imperatore, benché a noi desse rovello, avea ben di che d'opporsi a certe idee, che gli sapeano di forte agrume: egli non potea infrenare certi umori dei suoi francesi, perché in essi sono natura:

chassez le naturel, il reviendra au galop.

Si die, quinci, a tutt'uomo a contendere a Garibaldi, di passare lo stretto; prese a far paura al re, per usare una sua frase favorita; scrisse a Cavour, gridò, minacciò: e Cavour, che, già eragli sospetto, da leal servitore osteggiava Garibaldi, per non ispiacere all'alleato magnanimo, temendo no l'ira di lui traboccasse e lo annichilisse. Erano le cose in questi termini; Napoleone s'opponea, Cavour secondava, Garibaldi fremea, i suoi imprecavano; quando l'Inghilterra intervenne e die di spalla alla rivoluzione, con a capo Garibaldi, perché le province meriggiane scorrazzasse, a sua posta, ridendosi di Napoleone, di Cavour, di tutti gli ostacoli;

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e venisse a piantar le sie tende, nella più bella città delle marine italiane, ove, allora s'eran data la posta, ogni generazione di rivoluzionari, all'ombra della bandiera dai tre colori, che re Francesco avea inalberata, come patto d'alleanza coi sudditi suoi, rimettendo in voga ed in onore la Costituzione largita da suo padre, nel gennaio del 48, ch'era, nella sostanza e nella forma, dieci tanti più liberale di quel tisicume di Statuto, di che Carlo Alberto si fé, controgenio, largitore ai suoi soggetti. L'Inghilterra, che, poco prima, avea dichiarato, che non le tornava i! pregio di spendere, per l'Italia, né una sterlina, né una goccia di sangue; ora s'inteneriva per noi, come una pulcellona, che s'infiamma d'un bel garzone, che le fa l'occhio tenero, uccellando alla dote vistosa. Il giuoco di Napoleone d'impedire, che la rivoluzione giungesse a Napoli, colla bandiera Italia e Vittorio Emmanuele, incresceva all'Inghilterra, che comprendea, come, a Napoli, non poteano più regnare i Borboni, perché minati ed insidiati; e nel rovinio di quella casa, ove Garibaldi non giungesse a tempo, sarebbe stato leggieri a Napoleone, dichiararsi disacconcio a proteggerli, e quindi, pretestando, che Mazzini, coi suoi, volesse proclamarvi la repubblica, il cui solo nome mettea il ribrezzo della terzana; avrebbe, allora, fatto eleggere a re, il suo cugino Girolamo, od il suo Murat. A quest'opera, avrebbe avuto

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a complice il conte di Cavour, inghebbiato sino agli occhi di affetto per Napoleone, né avrebbe trovato dissenziente re Vittorio, per la gratitudine che gli professava, da leal cavaliere; e specialmente,

se al reame di Napoli fosse stato chiamato Girolamo, marito della buona e pia Clotilde. Avrebbe avuto un gran seguito nei patrioti, reduci da Torino e da Parigi, ove aveano spasimato di Murat, lo aveano vezzeggiato, ne aveano ricevuti presenti, quattrini, agevolezze; e servitori umilissimi del Conte, non avrebbero osato di opporglisi, sia che questi loro avesse proposto Murat, sia che avesse proposto il principe Girolamo, ch'ora era divenuto il pupus, il sidus, il puer, come i pretoriani, per vezzo, chiamavano il giovinetto Caligola, quando fu innalzato al trono imperiale, ove si mostrò così caro, così buono, cosi affettuoso, finché Cassio Cherea non ebbe liberata Roma di quel mostro.

Napoleone contrastava, l'Inghilterra secondava, pei loro fini: il primo per crescere in potenza, mediante un suo proconsole; l'altra, per tema di questa crescente potenza; e noi, stromento d'ambizione altrui, eravamo palleggiati; ed i patrioti, che hanno fatta l'Italia, trescavano con lo straniero, ne spasimavano, ne superbivano, per aver posti, onori, quattrini, omnia seroiliter pro dominatione, secondo disse Tacito di Ottone, aspirante a successore del vecchio Galba.

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Finalmente; Garibaldi sbarcò a Reggio, ruppe i Lorboniani, che fiaccamente gli tennero il passo; Ghio, Caldarelli, Briganti, Ruiz, Gallotti, presentendo, che il trono rovinava in basso. tennero pei rivoluzionari; e, così, in pochi giorni, fu a Salerno; ove, in nome dei Napolitani, Liborio Romano corse a complirlo; e giunto in Napoli, proclamò decaduta la Casa dei Borboni. Mentre, con savi provvedimenti, spesso osteggiato dai devoti a Cavour, reggea le nostre province, combattea, da suo pari, nei pressi di Capua, donde, usciti i borboniani, nel di primo d'ottobre, furono rotti a Santamaria, a Maddaloni, a Caserta.

Il conte di Cavour, quando vide, che tutto riesciva proprizio, e ch'era ormai tempo di romper gl'indugi, d'accordo con Napoleone, gridò all'Europa, che l'Italia era in fiamme, che la rivoluzione trionfava da per dovunque, e ch'era dover suo, accorrere a spegner l'incendio. Passò il Rubicone, ed in cambio di correre, come Cesare, a Roma, che potea sapergli, a quei giorni, troppo ostica; fece entrare l'esercito sardo, con a capo il re, Cialdini e Fanti, nell'Umbria, ove ruppe i soldati del Papa, e s'avanzò sotto Ancona, ove, coadiuvato da Persano, espugnò quella fortezza, volse in fuga Lamoricière, e piombò nelle province meriggiane. Si pugnò al Macerone, al Garigliano, ove cadde da prode Matteo Negri, onore e lume dell'esercito napolitano,

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il quale avrebbe potuto mostrare allo straniero, che non era inferiore ai quei prodi, che furono il vanto di Napoleone 1° e di Giovacchino Murat; se la fortuna avversa, non l'avesse spinto contro i propri fratelli; perlocchè molti, dei migliori, disertarono, altri spezzarono la spada, i più, debolmente pugnarono, in forse, tra il dovere cittadino ed li dover militare. Sacra è la bandiera giurata, ma sacra la patria, ove sortimmo la culla, ove abbiamo i nostri cari, le nostre tombe, le persone più caramente amate. Sventura a quell'esercito, che bramoso di gloria e di onore, debbe impugnar la spada contro i fratelli!! e qual torto ha quel prode, che la ringuaina, anziché prender di mira il petto di colui, che natura gli diè fratello? al quale il comune lignaggio traspare sul volto, parla lo stesso idioma, e tutti un muro ed una fossa serra? Lo stesso Negri, che, per onor del vessillo, affidato alle sue mani, in un giorno di periglio, combattendo da prode, precipitò di sella, ferito al femore; non avea forse, dieci anni prima, patito sofferenze, umiliazioni, carcere, per la stessa ragione? Egli sarebbe stato un leone, so invece di vedersi innanzi fratelli italiani, avesse potuto misurarsi cogli stranieri, e mostrar loro, che, in tutte le parti d'Italia, v' ha dei prodi. 0 Negri, tu dovesti combattere, contro quelle schiere, che, pugnando a Palestre ed a San Martino, ti aveano fatto palpitare di santo orgoglio italiano; contro quelle schiere, a cui tuo padre e l'ultimo dei tuoi fratelli,

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già s'eran giurati; contro quelle schiere...... ma morte ti campa da ceder peggio!!

Re Vittorio, a Teano, s'imbatté in Garibaldi, che gli mosse incontro a salutarlo; e con quella voce, usa a tuonar sul campo, come cannone; con quella voce, che facea imbiancare il volto al nimico più balioso e più prode di mano e di core; tuonò, viva il re d'Italia; cosi consacrò Vittorio, re d'Italia; e chi meglio di lui il potea? egli sposo della vittoria, che gli s'era fidanzata, e non, un momento solo, gli avea rotto fede.

Il filibustiere, il brigante, fatto sacro dalla gloria, dalla bontà, dal genio, ora, non, nel gran tempio di S. Pietro, ove papa Leone incoronò Carlo, re d'Italia; non in istretti confini, ove Berengario, Arduino, si proclamarono da sé; non in sale dorate, ove Napoleone nominò suo figlio: ma, a cielo aperto, in sugli aperti campi, nel cuore d'Italia, in mezzo all'esercito da una banda, ed ai figli della rivoluzione dall'altra, attoniti tutti; egli consacrò Vittorio re di Italia. Il grido echeggiò; vecchi soldati ripeteano il grido del rivoluzionario; vecchi republicani ripetean quel grido monarchico, che dava vita e senso al motto della bandiera, alla cui ombra aveano combattuto da Marsala a Capua.

Poiché questo forte arnese di guerra fu fatto sgomberare; Vittorio e Garibaldi entrarono, in carrozza,

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in Napoli, trionfalmente; ed aveano di faccia Giorgio Pallavicino, Antonio Mordini, lombardo l'uno, toscano l'altro, che aveano presieduti ai plebisciti di Napoli e di Palermo;e che ora, rappresentavano, innanzi alla Nazione, quelle due grandi città, nelle quali eran sintetizzate le province del Napolitano, le province Siciliane. Era tutto il compendio del movimento italico; il sud, che si sposava al nord, il re, che inchinava la rivoluzione, questa, ch'egli dava il suo crisma: il popolo plaudiva, ebbro di gioia, superbo del gran fatto, al re d'Italia. Ed ora? Vittorio dorme al Pantheon; Garibaldi a Caprera, Pallavicino a San Fiorano, Mordini a Montecitorio

Quando in Napoli entrò re Vittorio, seguito da Carlo Luigi Farini, già medico condotto di Russi, suo paesello natio; cominciò il regno dei Piemontesi: e Garibaldi, tra perché spaventato di ciò, che seguiva, o perché era compiuta l'opera sua di gettarci in balia del Conte, che avealo circuito dei suoi più fidi; riparò, sprovvedutamente, a Caprera. Di primo acchito, coloro, che per entro i pensieri altrui, mirano col senno, si furono, di leggieri, accorti qual destino era apparecchiato a noi delle province meridionali; di che foggia di libertà ci si volea gratificare, e a che mirassero le carezze, le belle parole, ed i programmi pomposi,

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la cui mercé, a detta loro, noi non saremmo potuti fallire a glorioso porto.

Ma poiché gli uomini, finché la speranza ha fior del verde, non disperano; noi, si faceva, ancora, a fidanza, cogli avvenimenti, coi patrioti, con l'illustre Conte, di cui ci stava pagatore il grande ingegno e l'alta nominanza, che avea in tutta Europa: e sovratutto, ci era mallevadrice la fede di re Vittorio, che, essendo galantuomo, non potea venir manco ai suoi giuri, alle sue promesse. Egli, che, nella reggia taurina, avea udito il grido di dolore, che veniva a lui, da tutte le parti d'Italia, non si sarebbe, per fermo, turati gli orecchi ai nostri lamenti. Più; si pensava e si diceva, che, in poco d'ora, non si può dare assetto ad un reame, ancora in convulsione; donde era uscita una dinastia, che, per un secolo e mezzo, a un bel circa, vi avea regnato; e quindi aveva, a ribocco, amici, clienti, devoti, beneficati, i quali erano mossii et rumorum avidi. Né qui facea difetto la plebaglia, cupida di spassi e di bettole; plebs sordida, et circo, ac theatris assueta, a dirla con Tacito: la quale non chiede che farina e feste: optat panem et circences.

Queste considerazioni temperavano di qualche dolcezza l'amaro del presente; non parea che si fosse al finimondo, e che non avanzasse altro, che despair and die; come diceva Shakspeare; disperare e morire. Si pugnava ancora a Gaeta, ed in quelle acque,

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trovavasi la flotta francese; la fortezza dì Messina sotto il comando del Fergola, non voleva arrendersi; ed altre castella di minor momento, minacciavano di resistere; una mano di soldati borbonici, con, a capo, ufficiali spericolati, avevano invasi gli Abruzzi; e quindi i buoni aspettavano la fine della contesa, senza zittire; sperando, pure, che il loro paese potesse assorgere a novi destini.

Gli avversari del partito liberale, a loro volta, anch'erano in aspetto della fine; e cosi, in mezzo ad un silenzio universale, si affisava l'occhio, trepidanti, nell'avvenire, senza far motto: diverso qffectu; secondo la frase di Tacito, quibus odium Neronis inerat, et quibus desiderium. Re Vittorio stette in Napoli, un po' di giorni, e tosto, alla chetichella, si parti per Torino: qui era stato complito dalle commissioni, Umbra e Marchigiana, che eran venute da Perugia e da Ancona, a significargli il Plebiscito dei popoli di quelle due ragioni.

Erano a capo Lorenzo Valerio e Gioacchino Pepoli; l'uno Piemontese, già di opinioni ardite, ora venuto in favore al Conte, per aver piegato l'arco della schiena: l'altro Bolognese, cugino del Bonaparte, nepote di Murat, della progenie di quel Pepoli, che fu fatto impiccare da Sisto V.°

Il Farini, qual luogotenente del re, reggea le sorti nostre; ci venne annunziato da Luigi Settembrini, con gran rombazzo di lodi; e ci fu mostro a dito,

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come colui, che solo potea salvarci, e tutte le cose nostre comporre a nuovo. Egli nel 1848 fu gran parte del moto italico, nelle natie Romagne, ed a Roma; d'animo moderatissimo, avversò il Mazzini, il Saffi, l'Armellini, il Saliceti, e financo Garibaldi; infine tutti coloro, che, in quei fortunosi giorni, in che Roma fu circondata da tre eserciti nimici, fecero costar caro il conquisto della città eterna e sbugiardarono Lamoricière, che avea detto nell'Assemblea: Les Italiens ne se battent pas.

Il Farini d'indole mite e di studi leggiadri caldissimo amatore, scrisse la Storia degli Stati Romani; lo stile terso, la ricchezza dell'eloquio e la venustà, resero dilettosa la lettura di tutti i suoi scritti: Gladston la recò d'italiano in inglese, e benché, egli si fosse dimostro dimentico di quella sentenza di Polibio; che chi non sa lodare i nimici e biasimare gli amici debbe astenersi dallo scrivere la Storia; pure, gli valse più la traduzione del grande straniero, che la partigianeria, ch'era stata la sua musa ispiratrice.

È stile di gente ignara e cieca, stimare o disistimare, a seconda, che spiri l'aura d'oltremonti e d'oltremari; ed il Farini fu nomato a Ministro della pubblica istruzione, in Piemonte, per la stima, che ispirò oltralpi.

Tostochè al romper della guerra del 59, Francesco V. e la vedova di Carlo III. ripararono lungi da Modena

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e da Parma, perché i loro sudditi affettuosi vollero mettere in salvo quegli amati capi; il Farini fu mandato a reggere i Modenesi ed i Parmensi, ed a porgere loro il laccio, col quale si legassero agli Stati Subalpini. Quivi, come fu detto, allora, diè prova di sé; e si rivelò statista ed amministratore insigne e sfolgorò per onestà, degnissima di storia a di poema, a detta sempre dei suoi grandi ammiratori; e si narrò, in quella congiuntura, eh' egli al Malmussi, grande patriota e liberale, che gli offri un' ampia tenuta, come se fosse stata sua, o gli fosse pervenuta da qualche ricco zio, reduce dalle Antille, rispose: non mi togliete la gloria di morir povero Son ben ridicoli questi patrioti, che il patrimonio popolare pigliano, donano, offrono, rinunziano! Quanta viltà, quanta impostura, quali ladrerie!! Eppure per sentire, e veder di simili cose, gl'italiani sparsero lagrime e sangue; sciuparono ricchezze, onore, dignità.

Il Farini ammalò gravemente, e si ridusse in Piemonte: tennegli dietro il giovane Nigra, tutto cosa del Cavour, facendo codazzo al principe di Carignano; e quando si fu ritirato da Napoli, ove diè prova d'incapacità singolare, d'inettezza sconfinata; ci vennero di lassù, altre creature del Cavour, il quale, benché riposasse allora, a Santena, la testa gloriosa, come scrisse l'Aleardi; pure viveva, ancora, in ispirito, e del suo nume, le cose nostre reggeva e governava;

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che quanti lo seguirono, con alterna vicenda, nel reggimento dello Stato, tutti di lui si dichiararono seguaci e continuatori, benché si chiarissero, alla prova, imitatori inetti.

Un bel giorno, ci venne indetto, che Napoli non dovea essere più la Capitale delle 16 province del Mezzodì; perché ciò uggiva i Torinesi, i quali voleano colassù tutto incentrare; s'intende bene, per meglio renderci servigio e per viepiù favorire i nostri interessi. Di vero; se così non fosse stato, per quali ragioni quei carissimi fratelli si sarebbero data tanta briga, e si sarebbero addossato tanto pondo? I nostri cari patrioti, che di tenerissirno amore proseguivano le nostre province; che ci avevano col loro sangue redenti dai tiranni, dissero a coro, che Napoli non era acconcia ai nuovi tempi civili e liberi; che solamente Torino era la vera e sicura sede della libertà, e che gli dei, ab antico, l'avevano sortita alla dignità di capitale del futuro reame italiano: la bandiera tricolore non potersi affidar meglio, che alle mani di quei forti, presso i quali era sicura da qualunque oltraggio, ovechè presso noi, avrebbe potuto patirne strazio; e ciò avrebbe ferito a morte i loro cuori roventi di libertà, cui aveano, sacrificato tutto, anche il moltissimo, che non ebbero mai: lassù non pure erano schermo le Alpi ed i petti dei torinesi alla città capitale; ma sarebbe stata sempre spalleggiata

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dal magnanimo alleato, che aveva di libertà pieno il petto e la bocca. Da giovinetto, la madre avealo fidanzato alle congiure, a pro della libertà italiana; adulto, per questa avea strenuamente pugnato; e vinto, era stato cacciato in esilio; oggi divenuto imperatore, volea tutto disascondere la passione, che davagli rovello, per l'Italia, che adorava, come seconda patria. E se altri obbiettasse, che costui nel 2 dicembre, avea trucidata, a Parigi, la libertà; che nel 49 dal fido Oudinot l'avea fatta bombardare, nell'alma Roma, ove oggi facea soggiornare i suoi gendarmi; gli si ripicchiava, che non potevansi conoscere gli alti fini politici, e le alte ragioni, in quella mente altissima, riposte; e che noi, educati al servaggio, non eravamo da tanto da comprenderlo; e ci si addiceva solo la tenebra ed il silenzio: del resto, eglino avevan fatta l'Italia, ed avrebbero pensato a conservarla ad ogni costo; e che a noi altri era anco vietato di pigolare: era già troppo onore, aver la capitale a Torino, essere tributari del Piemonte, aver perduto le nostre ricchezze, ed esserci liberati dal tirannello; i figli del Piemonte, ove anche ci opprimessero, lo farebbero per far l'Italia; ed ove ci dissanguassero, lo farebbero per far la nazione libera.

Coloro, che, a queste bestemmie allibivano e la patria amavano sul sodo, e voleano tornarla alla prisca grandezza, furono tenuti d'occhio,

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in voce di republicani, di dissennati, di nemici della patria; e se la loro vita passata non avesse fatto autorità; vita auctoritatem facit, gli avrebbero cacciati in prigione, biasimandoli di borbonici, austriacanti, clericali; ed, alla stregua di quelli, li avrebbero trattati.

Di mano in mano, i lamenti cominciarono a crescere; e tutti coloro, che desideravano goder la dolce libertà, ch'è si cara; che bramavano d'essere alleviati dai balzelli; veder rifiorire gli studi; migliorar le leggi; e gli uomini dotti ed onesti tenuti in onore ed in riverenza; e si speravano che dall'auspicata unione dell'ordine e della libertà rampollasse la prosperità; incominciarono a dolersi, che le loro speranze erano frustate, che le tante promesse fatte nel dì della battaglia, non eran mantenute nel giorno della vittoria. Allora rimpianti, maledizioni, bestemmie, e poiché frustata cupiditas vertitur in furorem, per usare le parole di S. Agostino; incominciò una bufera di rabbiosi detti, d'imprecazioni, di recriminazioni; e come suole avvenire, in simili congiunture, si gridò al tradimento, all'inganno. Da noi, che abbiamo natura favellatrice, onde Livio scrisse; Neapolitana gens, magia dictis, quam factis pollens; nei pubblici ritrovi, nei privati convegni, su per le piazze, nei ridotti, nelle sacrestie, nelle capanne, negli abituri, nelle magioni dei signori, negli ostelli dei principi e dei baroni, si ciarlò molto, si gridò, che si stava meglio, quando si stava peggio;

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che eravamo stati ingannati alla grossa, che i patrioti eran gente da carcere e da galera, e che miravano solo a sbramare la fame, senza fine cupa; quibus fides, decus, pietas, honesta, atque inhonesta omnia quaestui sunt; ripetendo le parole di C. Memmio, riportate da Sallustio: ma stemmo sodi e tranquilli, come se il vociare approdasse a torci giù dagli omeri la gravosa soma; laddove Catone, come Sallustio riferisce, diceva ai senatori romani; ubi socordiae te te atque ignaviae tradideris, nequicquam deos implores, irati, in festique sunt: gl'ignavi increscono anch'agli dei, che gli hanno in dispetto, e le loro preci non esaudiscono. Rideano, di quel gracidar di rane da pantano, i nostri oppressori; e davano mostra e prova di essere insaziabili, e ch'eran tomi da attenere la strana promessa, che l'un di loro ci minacciò; di lasciarci solo gli occhi per piangere, e che era scialo, se pan di veccia avremmo, in appresso, potuto mangiare.

Il popolino prese a satireggiare uomini e cose nelle sue canzoni; non la perdonò neppure alle persone auguste; i liberali, nei quali s'eran fondate tante speranze, e nella cui parola, già, si giurava e si spergiurava, furon tenuti a vile, in ispregio, a schivo, e furono, per istrazio, denominati, i liberateci. Rinverdirono i ricordi del passato; si rimpianse il vivere a buon mercato: si scoprì, infine, quale abisso, colle proprie mani, avessimo scavato a noi, ai nostri figliuoli,

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ai più tardi nepoti, i quali imprecheranno, per fermo, alla nostra stolidezza, al nostro errore ed orrore.

I patrioti, scoperti, imbestialirono per cento, e presero a vilipendere i Napoletani, denominando la città nostra, avanzo di barbarie, paese ingovernabile, degno di forche e di gogna. Bene sta; ci aveano spogli, disonorati; i nostri migliori cacciati giù dai loro impieghi, ove spesero la vita; i nostri più prodi ufficiali mandati a casa; i soldati, che, fino all'ultimo istante, aveano difesa la giurata bandiera, longo Caesarum sacramento imbuti, bistrattati, vilipesi, infamati, sicché, parecchi, per rabida fame di vendetta, si gittarono al brigante; ed ora, per soprassello, si scalmanavano a straziare tutto un popolo, dal Tronto al Ionio, che avea sacrificato sé stesso, per correr dietro ai loro mendaci; e seguendo false immagini di bene, aveva pugnato, in nome della libertà e della patria, per lo stomaco voracissimo di questi ladroni, che, a guisa degli antichi soldati di ventura, consideravano noi, come loro preda, e le cose nostre come cose loro; e sbraitavano, taroccavano, minacciavano; e la loro bocca infame, come la campana del bargello, suonava a vitupero, contro di noi.

I popoli sopportano tutto, ma le ingiurie non già; se rizzasi il patibolo, piegano il capo, per ispavento, o per rabbia sorda di non lo poter disfare: ma se la ingiuria cade sul loro capo, lo rialzano, con aria feroce,

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e men colle parole, cogli occhi scintillanti, li sfidano a tenzone, Tacito nella vita di Agricola, a prova, cita i Brittanni: ipsi delectum ac tributa, et iniuncta imperii munera impigre obeunt, sì injuriae ab sint; has aegre tolerant, jam domiti, ut pareant nondum ut serviant. Quelle ingiurie furono come olio sul foco; crebbe la fiamma; di certo, avrebbe bruciato tutto e tutti, se una voce da Palermo non si fosse udita, gridare: Roma o morte. A quel grido, tacquero tutti: alcuni aspettando, che il prode Nizzardo, trascinando l'Italia a Roma, l'avesse divelta da Torino, ove l'anima italiana s'immiseriva e s'impicciniva: altri portavano speranza, ch'egli, innanzi alle porte di Roma, avrebbe rinculato; come a tempo dei Longobardi, il prode Astolfo, per dirla col Manzoni, due volte piegò le insegne e si fuggì. E quindi rotta la catena dell'unità, noi ci saremmo, di bel novo, trovati prosciolti e liberi da questi cari fratelli, al cui paragone, Romolo era pietoso, Caino cortese e gentile.

Garibaldi, che, al par di Pompeo, si vantava, che percotendo la terra, col pie, ne sarebbero uscite le intere legioni, era di credere, che al suo grido, tutta la Sicilia gli si sarebbe cacciata dietro, per seguirlo in Campidoglio; e che giunto sul continente, la irrompente valanga popolare avrebbe incusso tale spavento, che il Governo del re gli si sarebbe affratellato nell'impresa, e Napoleone, in furia ed in fretta,

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avrebbe richiamato le soldatesche, soggiornanti a Roma. Ma egli errò: i Siculi, genus acutum et suspiciosum, come li definì Seneca, già s'erano addati, ch'egli prode di mano e di cuor generoso, in buona fede e per santa cupidità di far l'Italia ad ogni costo, gli avea tolti di bocca ai cani, per gittarli nelle fauci insaziate dei lupi; s'erano accorti, che, nel nome d'Italia, essi eran destinati ad esser pasto, di cui viemeglio talentasse ai Subalpini, e che quindi non tornava il pregio di francheggiare i Romani, per aggiogarli al governo Piemontese, il quale come cosa peregrina, non si trova, che presso i Turchi e presso la santa Russia: ch'era meglio pei Romani esser tosati dal Papa, ch'essere scorticati o sgozzati dai fratelli; e che alla fin delle fini, col Papa o con Vittorio, s'era sempre gregge da tosare e da macellare; la diversità stava nel tosatore e nel beccaio. Due anni eran bastati a provare ad ogni animo più fidente, ove mirava questa ribaldaglia, tornata dagli ozi torinesi, od esciti di galera; e che si pretendea da quella dolcezza di fratelli, nati a pie delle Alpi, che volevano rifarsi, a nostro spese, di quanto avean sofferto, e di quello, che era costato il far l'Italia ad essi, che dell'Italia temeano, corna bimbi della versiera.

Lo seguiron pochi, a lui fidi; i più, splendidi avanzi di battaglie combattute insieme dal 48 in poi; gli tener dietro pochi giovani animosi, che attraverso

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il prisma delle loro generose passioni, teneano, che gittar la vita per la patria, foss'alto debito d'onore; dulce et decorum e pro patria mori, cantò Orazio; ed in quello, che, egli attraversava la Sicilia da Palermo allo stretto, gli vennero appresso molti altri; quali abbarbagliati da quel nome, che suonava vittoria; quali, irrequieti di riposo e vogliosi

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di fatti arrisicati; né mancarono di quelli, che stracchi dì mordere il freno e morir di fame, si gittarono a pugnar con lui, sperando di domare l'avverso fato.

Quando sbarcò a Reggio, la solitudine si fé maggiore, intorno a lui; non più canti di gioia, giovani accorrenti, folle di bimbi, di donne, di vecchi, d'infermi, piangenti di tripudio, al venire del Liberatore, come al 60: non più ruggiti di rabbia contro il nimico, né migliaia di Calabri armati, pronti ad ogni sbaraglio, pur d'aprirgli il passo per Napoli, dove doveva essere redimita d'alloro la Libertà; e tutti stretti ad un patto, abbracciarsi fratelli, acquistare il diritto umano, e non esser più trattati, come bestie da soma, od esser tenuti in conto di nimici, o di rubelli. Ma quelle promesse erano stati inganni, onde s'era inghirlandata la vittima, consacrata all'altare: s'era mutato di padrone e nulla più; l'Intendente erasi sostituito dal Prefetto, il Capo Urbano tornò capitano della Guardia Nazionale; il gendarme si chiamò Carabiniere, e cosi, via via: gli ordini che piovevano

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da Napoli, piovvero da Torino: calpestate la canaglia, non lasciato imbaldanzirla plebe, mandateci i coscritti, imbavagliate la bocca, di cui parla troppo, siate rigorosi nei balzelli, accarezzate i ricchi, rispettate i nobili, schiacciate i republicani, permettetevi ogni abuso, purché resti autorità a noi, e purché ci si mandi danaro.

At nobis est domi inopia, foris aes alienum, mala res, spes multo asperior; quid reliqui habemus, praeter miseram animam? diceano i poderi Calabresi, come, un tempo, i Romani, secondo ci narra Sallustio; onde spaventati, si asserragliavano in casa, paurosi no un nuovo malanno loro cascasse sul capo, e fossero taglieggiati di nuove imposte.

I

popoli delle due Sicilie aveano spezzato il giogo borbonico, per sottrarsi ai balzelli, non sapendo che i nuovi venuti avrebbero imposte gravezze tali, da rendere la vita una disperazione, ed il carcere una giocondità.

Il governo piemontese, che fu già definito da Federico II re di Prussia, il cancro dell'Europa civile; lunghesso la Sicilia, per ispiare l'animo delle popolazioni, aveva aperto il varco a Garibaldi; ma tostochè gli venne veduto, che quelle rimanevano taciturne od atterrite; quandosi fu assicurato, che in Calabria, ove, sull'entrar del secolo, i Francesi trovaron la tomba; ove, due anni prima i borboniani erano stati cacciati in fuga; ora non si zittiva, né si moveva un dito:

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a guisa del demonio, che come leo rugiens, circuii, quoerens, quem decoret, lo attorniò dei suoi soldati; e quando Garibaldi, in quel cerchio di baionette, non si potendo muovere, riparò, come a sicuro asilo, ai monti, lo incalzò colassù, e gli fece foco addosso.

Egli, rispettato a Varese ed a Como dal piombo austriaco; a Marsala, a Milazzo, a Capua dal piombo borbonico, ferito da piombo Sabaudo, con carabina liberale, trattata da mani patriottiche, stramazzò al suolo; on n'est jamais trahi, que par les siens!

Il redentore, che, come Pizzarro a Carlo imperatore, potea dire al re; io v'ho donato più province, che gli avi vostri non vi lasciaron città; è menato prigione al Varignano, ove si fa il processo al suo ardimento, s'accusa la sua nobile idea, gli si lacera, in viso, quella bandiera, che egli avea piantata a Palermo ed a Napoli.

La grazia regia lo perdonò, poi, del misfatto, ed egli, sotto l'onta del regio perdono, ritornò a Caprera, ove, per tema, che i nemici non irrompessero sull'isola e lo ci rubassero, fu guardato, quinci e quindi, da due legni armati, con obbligo di far fuoco, se gli saltasse il ticchio di voler escire di quella prigione....

E, cosi, il governo dei Piemontesi o dei Liberali, ch'è tutt'una, tenendo in conto di gregge i redenti per tosarli a piacimento ed isgozzarli all'uopo, onde la imbandigione tornasse più sfolgorante e più lauto il pasto; trattava come lupo,

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o come cane, il redentore; e, così, in un covile, metteva il lupo ed il gregge.

Ma, noi ci passiam di leggieri, di quei casi fortunosi, che, sol della memoria si sgomenta ogni persona, che tiene il vizio a sprezzo e le opere magnanime pregia ed onora. La storia dirà dei veri rei; essa cercherà i colpevoli, e dall'urna trarrà i sepolti, innanzi alla sapienza degli avvenire, che daranno il loro verdetto, che sarà chiaro ed aperto.

Napoleone III. che, trescava coi murattisti, e che, pochi mesi prima, avea inviato qua il principe Girolamo, genero del re, in vista di fargli visita; credeva, che dopo i fatti di Sarnico, ove si fece mal governo e scempio dei veri patrioti, consacratisi ad ogni sacrifizio, per la Patria; e dopo lo spettacolo miserando d'ingratitudine dato ad Aspromonte; i Napoletani si sarebbero rubellati ad un governo, che nulla avea di sacro, e si contaminava, ogni giorno semprepiù di turpitudine. Egli credeva, che ormai si sarebbe spezzata la catena d'affetti, con che i Napoletani s'erano legati ai fratelli dell'alta Italia e quindi, egli si sarebbe liberato dall'enorme fardello, che gli gravava le spalle, della unità italiana. Ma Napoleone, trovandoci ostinati, cocciuti, incaponiti, perché briachi di parole, ed intronati dai ciarloni; spalleggiato da quegli empi ministri, che burbanzosi sedeano a Torino ed ubbidito da quegli sciagurati patrioti nostri,

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i più dei quali, erano inconscio strumento in sue mani, che a pochi erano noti gli intenti scellerati; proseguì nell'opera sua rovinosa e cercò, con tutti i mezzi, di opprimerci, di avvilirci, di stancarci. Cadea, ogni giorno sempre più, in basso la nostra ricchezza, nazionale, per opera di lui, la finanza privata impoveriva, il maestrato scemava di pregio e di prestigio, s'insidiava ai nostri sacri diritti di cittadini e di uomini, pretestando ogni maniera abusi, col principio di autorità. Si governava a capriccio, si faceva delle leggi pessimo governo, facendo man bassa di quel precetto tacitiano: nec agendum imperio, ubi legibus agi potest. Le nostre leggi, che doveano prendersi a modello e beneficarne tutti gl'italiani, come già s'era fatto in Francia, dopo la monarchia di luglio; ove Dupin, proponendo la riforma delle leggi penali, al parlamento francese, dicea che bisognava specchiarsi nei Napoletani, che quelle riforme godeano fin dal 1819; le nostre leggi s'abolirono e ci si gravò, in quella vece, di leggi scempie, il più delle quali disgradano le leggi turche: anteac flagitiis, nunc legibus laboramus diremmo con Tacito, se non avessimo avuto l'una e l'altra cosa, in un tempo.

Napoleone III, quando, s'accorse, che il suo sogno di rinsaldare la dinastia, creando proconsoli in Italia, a sua dipendenza, eragli svaporato; e che, suo malgrado, l'Italia bassa erasi aggreggiata all'alta Italia,

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e non volendo saperne di sbrancarsi; cogli altri, anelava ad aver Venezia e Roma; egli ben sapendo, che Venezia era in buone mani, e che gl'Italiani erano conci cosi, da non si poter muovere; pensò di scaponirli dal pensiero di Roma, una volta per sempre: onde la famosa convenzione di settembre nel 64, che produsse lo struggimento in tutti, la ribellione in Torino, che, per ordine imperiale, fu sedata nel sangue: e così, vendicossi delle ingiurie riportate al 60: quarum apud praepotentes in longum memoria est: dicea Tacito, parlando di quella gioia di Tiberio.

Il duca di S. Donato, che di amore sviscerato amò sempre la sua Napoli, onde n'ebbe danni e beffe da quella sciagurata consorteria, che, s'adoprò, in tutte le guise, a spogliarla, impoverirla, screditarla, avvilirla; si diè attorno, perché la sede del governo fosse in Napoli, e così tornasse alla prisca grandezza questa povera regina, che, per generoso sentimento d'italianità, senza zittire, erasi lasciata scoronare.

Re Vittorio assentiva, di buon grado, ed il duca operava d'accordo con lui, che dovendo abbandonare la città natia, solo, in Napoli, potea confortarsi dell'abbandono del suo paese; più; il re, che, a ragione, fu definito da Thiers, uomo finissimo, sentia, che propiziarsi il mezzogiorno d'Italia, che dava prove singolari di annegazione, polea tornargli a gran pro, per afforzare il suo potere e la stima negl'italiani;

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e vedea, che il reame di Napoli avea tutto per istare da sé, e che dipendeva da esso mandare ogni cosa al diavolo; vedea, che qui s'era creata l'unità italiana e qui potea sfasciarsi; e nell'animo suo cavalleresco, sentia pure, che Napoli avea troppo sofferto, ch'era ormai tempo di farla finita. Di gran cuore, assentiano i suoi Piemontesi, stizziti contro il Peruzzi, contro i Fiorentini, che s'erano troppo affrettati a giubilare della sventura incolta a Torino, e contro Napoleone, odiatore di Napoli. Ma quaranta consorti napolitani con, a capo, il Baldacchini, imbarbogito dagli anni, perché a Napoli erano sprezzali, s'opposero e sporsero una petizione, con la quale Napoli rifiutava, a detta loro, d'esser Capitale d'Italia e preferia, che fosse prescelta Firenze: proprio essi, odiatori di Napoli ed odiati mortalmente dai Napolitani, si permisero di parlare, in nome di questi, e fecero per rabbia di dispetto, il gran rifiuto. Vilipesero S. Donato; ma questi, dolente, solo, di non aver potato rendere un gran servigio al suo loco natio; e francheggiato sotto l'usbergo dell'affetto dei suoi; rispondea; cos insultes n'atteindront jamais la hauteur de mon mepris. E Napoli, che avrebbe potuto assorgere a novi destini, e render grandi servigi all'Italia, raddrizzando le storture dell'italico movimento, che, per isbaglio del fato, e per cieco errore dei Borboni, era stato svialo e svisato; e cosi giovandosi, avrebbe potuto giovare a tutti; ne fu stornata con suo danno,

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e detrimento dell'Italia intera; colpa e vergogna delle basse voglie dei consorti, che, oggi, in abbominioa tutti, si trasformano, ardore retinendae potentiae, come dice Tacto di Agrippina. Si rimutano d'opinione, come di camicia; atei, salmisti, volterriani, cattolici; a Napoli eran devoti al dispotismo illuminato; in esilio, trescarono col Murat; poi, affiliati al Cavour, s'atteggiarono a federalisti; venuto il destro, di botto, si bandirono per unitari, animum ex eventu sumpturi. Veneratori di Umberto, donani adorerebbero il diavolo, se la potenza sabauda fosse volta in basso, per inclemenza dei fati, che, a lor talento, mescolano uomini e cose. Nulla hanno di proprio, che l'avidità, loro unico Dio è l'utilità; fragili come femmine a mutar d'animo, d'idee, di parole, d'opere; ad essi ben s'avviene ciò, che, Tacito dice di Poppea Sabina: huic mulieri cuncta alia aere, praeter honestum animum... famae nunquam pepercit, maritos et adulteros non distinguens; unde utilitas ostenderetur, illuc libidinem transferebat. E tal sia di loro.

Ma Napoleone, mettendo mano a servire la rivoluzione, in Italia, speranzoso di volgerla a suo pro, trovossi così superato dagli eventi, occulta lege fati, ostentis ac responsis, da doverne rimaner travolto, non ostante la sua volponeria. Non volea l'annessione della Toscana e dovè subirla; anzi, per sua iniziativa, dové sopportare, che Firenze, che avea sconvolte le sue idee,

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e lo avea disperato dei suoi sogni dorati, assorgesse a capitale del reame italico: s'era, in mille guise, travagliato a stornare l'annessione delle province meriggiane, donde fu asseguita l'unità, questo terribile spettro, che Io facea balzare nel sonno, esterrefatto; e dové sommettersi a questo, per lui, terribile avvenimento; avea lasciato un gran nimico, in Italia, l'Austria, accampata a Venezia, perché la scaponisse da qualunque capestreria, e la facesse rinsavire, a tempo; e da sezzo, anche la Venezia dové esser ceduta dall'Austria nel 66, per opera della Prussia, la qual cosa, era follia non pure sperarla, ma pensarla. Quest'ultimo fatto lo spaventò: l'Italia, suo malgrado, diveniva una dall'Alpi all'Adriatico, del Cenisio all'Etna; la Prussia, la terribile Prussia, invasata di Humbold, di Stein, di Gagern, di Heine, sotto la mano poderosa di Bismark, si agitava; non più, lo sparpagliamento delle contrade italiche; Stein, il precursore dell'Unità Germanica, trionfava: il suo sogno tornava in realtà!! Il Reno gli s'allontanava semprepiù; volea sostituirsi all'Austria, in Italia, creando dei regoli suoi, non gli tornò; volea dividere ed avea unito. La Francia gli si rizzava innanzi paurosa e truce, e gli chiedea conto di questo suo tradimento, di questa sua stoltezza; d'aver mandata a monte la politica dello Zio, non pure, ma di tutt'i re di Francia, che aveano sempre mirato ad aver piccoli staterelli attorno, onde la grande Nailon, sfolgorasse, comandasse, asservisse.

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Egli, atterrito dagli avvenimenti, fé vista di guidarli, ed abusando dei tempi e degli uomini nostri, e' impose di farci battere e lordare la giovine bandiera dell'onta della sconfitta; onde di nostre vittorie non ingelosisse la Francia, al cui valore solo il fato di Dio concedea la vittoria. L'Italia, vinta non potea ottenere il premio concesso ai vincitori; la Venezia fu donata a lui, che nella sua liberalità, ne largheggiò con re Vittorio: ond'egli arieggiava a magnanimo, e la Francia a grande conquistatrice, il cui solo nome valea dugentomila soldati, la cui parola valeva una fragorosa vittoria.

Ma, tuttoció, gracidavano i ranocchi, sguazzanti nel pantano, è per nostro bene; l'imperatore è il nostro nume tutelare, egli ci provvede di consigli, di soccorsi, e per la nostra grandezza si travaglia e suda; come gli strangolatori del figliuolo del re di Spagna, gli veniano, tra le sghignazzate, dicendo; callese usted, que todo lo que se hace, se hace por su bien.

Custoza, Lissa, a caratteri enigmatici, stanno registrate negli annali patri; quando l'avvenire sciorrà quest'enigma di sangue e di onta, i futuri, ai quali spetta il giudizio, ed ai quali è dato diffamare e rinfamare uomini e tempi, ch'ora, nel turbinio delle passioni, sono innalzati ed abbassati, lodati e slodati, dichiareranno degni di mitera e di gogna i veri rei; e forse, molti dei, che oggi s'adorano in Campidoglio saranno gittati dalla rupe tarpea.

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In quel bollore di sentimenti, in quello strazio di cuore, in quel rigoglio di gioventù, pochi animosi, cui tardava di gittare questo cencio di vita, cui la viltà presente urgeva e schiacciava, che aveano sognata l'Italia libera e grande, ed, al destarsi, s'eran trovata innanzi una povera schiava, tremante e lerciosa, si gittarono sotto le mura di Roma, impavidi, mostrando colle orme del sangue loro, la via, che là conduce, e morirono, forato il petto, da piombo straniero, caricato da mani pretesche: immoderatae fortitudinis morte poenas dederunt. Su quella via, si posero altri prodi, con, a capo, Garibaldi; ma lo sparvierato imperatore accorse in servigio delle somme chiavi, e quinci a pochi dì, il generale Feully, sulle ali del telegrafo, annunziava al tremebondo sire, che les chassepots on fait merveilles: ma quel sangue fu seme, che fruttificò subito, e dopo tre anni, su quel sangue, scivolò Napoleone ai pie' di re Guglielmo.... mentre i sanguinosi spettri del 2 dicembre, gì' intimavano di por giù la spada disonorata. Era uscito d'un bagno di sangue, forz'era, che cadesse in un pantano di vergogna. Il rimorso gli fé' tremar le vene ed i polsi, e caddegli l'orgoglio ed il coraggio, e sguainata la sciabola senza ragione, non seppe ringuainarla senza disonore; ne me tirez pas sans raison; ne me remettez pas sans honneur; era scritto sulle lame delle spade dei cavalieri, a tempo di Enrico IV.

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Noi ci passiam, di leggieri, dei grandi avvenimenti del 66 e del 70; perché questi non furono di grandissima importanza, per la felicità del mezzogiorno d'Italia; anzi, tornarono a gravissimo danno. All'onta della disfatta di Custoza e di Lissa, s'aggiunser le maledizioni del corso forzoso, e dopo due anni, del macinato: l'uno impoverì viepiù le nostre provincie, l'altro spremé copiose lacrime a tanti infelici; e la sua applicazione iniziata con forti salassi alla tedesca, per usare la frase del feroce Haynau, fu seguita da lung'ordine di carcerazioni, di multe, di miserie infinite. Più, era ancora fresca la memoria della rivolta di Palermo, domata colle bombe e colle carneficine: le quali rinverdirono nella mente dei Palermitani altri ricordi, che scolorivano al paragone; ed era diritto, perché si stava in pieno progresso.

Né la bisogna procede altrimenti al 70, quando avemmo Roma; di là, s'attendea il riposo, la pace e la fine dei tormentatori e dei tormentali; ma ebbe inizio a Roma, una nuov'era di tormenti; crebbe l'autorità, e sotto l'usbergo del principio d'autorità, si francheggiarono, per meglio imporci, scorticarci, aggredirci, minuuntur jura, ubi gliscit auctoritas: e noi perdemmo ogni diritto; ebbe vigore la majestas imperii, sine libertate. Di vero; scomparve la legge, lo arbitrio siede sovrano; il fisco s'impose con nuovi regolamenti; sicché ogni nuova conquista tornava sempre a nostro danno.

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In tutto finirono le nostre gioie: ita civitas servitute oppressa, come dice Cesare, in Sallustio, stultae laetitiae graves poenas dedit. Chi può dire le angarie patite dal 70 in qua? quis talia fando, temperat a lacrimis? Il piemontesismo, a Roma, tornò sovrano; e poiché i Napolitani, per giacitura, erano i più vicini a Roma; si prese a dubitare di essi, che pigliasser baldanza, e quindi la balia delle cose, loro venisse amano: si fecero tutti gli sforzi per opprimerli, angariarli, spaventarli. Onde, noi possiam dire di loro, come Catilina ai suoi congiurati, parlando dei patrizi; Gratta, potentia, honos, divitiae apud illos sunt, aut ubi volunt; nobis reliquerunt pericula, repulsas, judicia, egestatem.

Noi Napolitani c'eravamo liberati da Napoleone, il quale vide rizzarglisi contro la unità italiana e la unità germanica, che lo soffocarono; i due grandi nimici ch'egli avea sospettali, fin da quando a Villafranca fé' la pace, e che paventò, quando Garibaldi sbarcò a Reggio. Napoleone, che molto oprò col senno e colla forza, per isbrancarci dal Piemonte, cui c'eravamo aggreggiati, in un momento di delirio; però, memore di quel detto di Catone, riferitoci da Sallustio; nisi provideris, ne accidat, ubi evenit frustra judicia implores; quando vide consumato il grave danno, smise dal volerci oppressi, avviliti, schiacciati; ma i Piemontesi, a cui tenean bordone i nostri patrioti, quando ebber veduto, che qui c'era tutto da sperare e nulla

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da temere, poiché, ci ebbero briachi d'elleboro, non ismisero più; che meglio la fortuna non potea provvedere ai casi loro.

E quando il brigantaggio prese a fare scempio di noi e delle cose nostre, gioirono; ch'ebber, così, buono in mano, per denigrarci e per ritenere per giustizia ogni atto ingiusto, ogni fatto fellonesco. Col libero scambio spensero tutte le nostre nascenti industrie, e colle ferrovie, sotto sembiante di arricchirci e di allacciarci alla restante Italia, e colorire il gran disegno dell'Unità, sottrassero a noi gli Abruzzi e le Puglie, ch'erano le nostre più ubertose e ricche province. Di fatto: ogni buon governo avrebbe fatto Napoli, centro del movimento ferroviario, stringendo, col regolo di ferro, Napoli con le 16 province sue: ma il governo subalpino, prima ci tolse la sede del governo, annuenti i nostri patrioti, panegeristi di tutte le infamie, autori di tutt'i nostri danni; e poi, congiungendo Bologna a Torino per la via dell'Emilia, aggiunsero Ancona a Bologna, ad Ancona gli Abruzzi, e le ricche contrade della Capitanata e del Barese. E quando già il commercio era stornato da Napoli, per la via di Benevento, congiunsero Foggia all'antica Capitale, con lungo e tortuoso giro; allontanando semprepiù da noi gli Abruzzesi.

Né stetter paghi a ciò; distrussero il nostro collegio medico, vivaio di uomini insigni, che misero il nostro paese in onore allo straniero, ed i migliori,

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che vantiamo oggi, furono educati in quel collegio. Si fecero sforzi erculei, per abolire il nostro Collegio di musica, ed anch'oggi, sub judice lis est. E se non fosse stata l'energia del marchese Avitabile, avrebbero distrutto il nostro Banco, per favorire pii interessi della Banca Nazionale. Ci piange il cuore, pensando, che a queste distruzioni teneano mano i nostri: ed il marchese Avitabile ebbe a contendere con Giovanni Manna, in allora Ministro di agricoltura e commercio; ed era ministro della Pubblica Istruzione il De Sanctis, quando fu spento il Collegio Medico. Ad ammantare certi fatti nequitosi, s'ebbe lo accorgimento di farli perpetrare sempre dai nostri, che per cupidità di onori, d'impieghi, di onorificenze, si prestavano alla scellerata missione di trucidatori del proprio paese. E v'ebbe di quelli, pei quali, sarebbe stata follia sperare di seder ministri della corona, se non si fossero addossato il pondo di danneggiare le nostre province. Veniano innalzati, per attuare questo pensiero dominante della politica piemontese: così, ci tolsero il collegio di Marina, il collegio della Nunziatella fu ridotto ad uno scheletro; ed oggi a renderlo impossibile, si crea un collegio a Roma, si pensa di crearne un altro a Messina; ridotta ad un cimitero dal governo riparatore, di fiorentissima, qual era per commerci; oggi è fatta segno alle sue cortesie, pur d'aver modo di nuocer'ai Napoletani.

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E troppo avremmo ad indugiarci, se tutti volessimo narrare, per filo e per segno, i provvedimenti distruttori a nostro carico: mentre noi speravamo, che giunti a Roma, sarebbe cominciato un regno, di giustizia e di equità; la nostra Cassazione fu predestinata a spegnersi; e se, non anco, fu colorito il disegno lo si deve, per fermo, alla fortuna, che a Firenze avvi quest'istituto; e sovratutto, che trovisi, anche, a Torino, ove, per poco, di corto, non si ruppe a tumulto, perché il governo volea orbarla della scuola degli allievi carabinieri. Ma tanto per far qualcosa, e per rimuovere semprepiù da Napoli gli Abruzzesi, come già s'era fatto, mediante la ferrovia, s'aggregarono queste province alla Cassazione Romana, che fu istituita a nostro danno.

Del resto, l'abbiamo voluto e bene sta: tra adagio spagnuolo dice: Quien mola cama hace, en ella se yace; sperammo, coll'avvento della sinistra, che a Napoli sarebbe stato perdonato il suo errore: già Depretis avea annunziato a Stradella, che questa sarebbe stato il porto di Roma, cui sarebbe stata congiunta con ferrovia celerissima; ed, in quella vece, ci voleano togliere l'arsenale a Napoli ed il cantiere a Castellammare, e si è indugiato. a titolo di pietà, ma egli andrà poco e ne saremo orbati. È già pronto il progetto per iscemare la nostra Università, primissima fra le italiane e le straniere, creando l'Università di Bari, dopo aver creata

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quella di Roma, della quale potea farsi ammanco; se egli è vero, che, in Italia c'è più Università, che scolari: ma alle diciannove esistenti, si volle aggiungere la ventesima, e si sta per mettere su la ventunesima, pur di nuocere ai Napoletani.

La Sinistra pensa a torci tutto quello, che, nella foga di distruzione, la Destra non ebbe tempo sufficiente a fare. I nostri professori di Liceo sono retribuiti in meno ili quelli delle altre parti d'Italia; s'istituirono due sole scuole magistrali, femminili; ma a Roma ed a Firenze; nos strenui, boni, nobiles atque ignobiles vulgus fuimus, sine gratia, sine auctoritate, possiamo ripetere con Crispo Sallustio. A noi bastano i balzelli, le ammonizioni, la miseria, la ingiustizia, la coscrizione. Apriamo gli almanacchi e vedremo, quanti sono i nostri impiegati, i sottoprefetti, i prefetti, i generali, i colonnelli e via via; nos vulgus sumus, noi dobbiamo esser la preda, a noi basta pagare le imposte, delle quali non possiamo neanche rifarci, perché non ridondano a nostro vantaggio; noi siamo come la Lombardia, che pagava i balzelli ed i Viennesi ne profittavano. Se questa è la maggiore sventura dei popoli, quando sono oppressi dallo straniero, che i pesi non rifluiscono su quegli stessi, che li sopportano; noi siamo proprio in questo stato: noi siamo stranieri in Italia. Coi nostri tributi, ma non certo nelle province meriggiane, si traforano monti,

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si costruiscono ferrovie, mentre le ferrovie nostre non sono in proporzione né del territorio, né di quelle, che sono altrove. Con nostro danaro mantenghiamo parte dell'esercito e della marina, vi contribuiamo coi nostri figliuoli, ma gli alti posti, sempre in proporzione, non sono nostri; noi paghiamo ed altrove si spende. Delle otto batterie di campagna non ne abbiamo in tutto il mezzodì neppur' una; delle sei compagnie di telegrafisti, delle sei compagnie del treno addette agli zappatori del genio, e delle venti compagnie zappatori, neppur'una: e cosi si spiega che a Casamicciola, alle porte di Napoli, si moriva sotto le macerie, e non si poteva scavare, perché, a Napoli, manca tutto: gli sforzi generosi di molti coraggiosi e savi amministratori fallivano, per manco di mezzi; da questo sciagurato ordinamento di cose, si deve ripetere le tante morti, in quella solenne sventura, che comprese d'orrore il mondo civile. Ma v'ha dippiù; l'Italia ha 40 brigate di fanteria, di cui, quattro stanziano nel Napoletano e nella Sicilia; di ventidue reggimenti di cavalleria, hanno stanza nel mezzodì soli quattro: e quattro battaglioni di bersaglieri, sono per tutto il nostro territorio, mentre ce n'è trentasei nella restante Italia; dell'artiglieria, noi ospitiamo nove sole batterie, sopra centoventi, e di trenta compagnie del treno, nel Napolitano non ce ne sono che solo tre: i molti milioni, che vanro profondendonsi, a bigonce,

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per fortezze, sbarramenti, fortificazioni, si riversano tutti, non, certamente, nel mezzodì d'Italia, di cui, diceva un generale di lassù, che, in caso di guerra, bisogna abbandonarlo, per poi riprenderlo, a guerra finita, ove si riuscisse vincitori; altrimenti.... Ma, non siamo noi stranieri in Italia? Non siamo noi province tributarie e nulla più?

Eppure noi... ma quando vinti, fuggenti, il nimico era per ischiacciarvi, non vi campò dall'esterminio un Napolitano, Salvatore Pianell? Non eran Napolitani, che vi copriron d'onore a Borgoforte, Nunziante e Nagle? A Venezia, stremata di forze e morente per fame, chi gli diè coraggio, impulso, energia, se non il nostro Girolamo Ulloa? Chi, di piemontese rendé l'esercito italiano, se non il nostro Luigi Mezzacapo, che lo prosciolse dalle pastoie e gl'infuse vita, moto, energia? Non fu forse Acton, che di Ligure, fé Italiana la nostra marina, disonorata dal vostro Persano? Alle finanze scompigliate da Minghetti e da Sella, vostri finanzieri insigni, chi diè assetto, se non il nostro Magliani? Così vi ripaghiamo di vostra ingratitudine: e se la invidia e la gelosia non vi dessero rovello, nel Napoletano c'è gente, che la fortuna d'Italia, caduta in basso, avrebbe da gran tempo rimessa su.

Ma fosse in piacimento a Dio, che non ci fossero stati commessi altri torti; e noi, oppressi da balzelli, con le industrie uccise dal libero scambio,

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con che si volle gratificare Napoleone gittando nelle fauci della Francia tutto il nostro denaro, colle importazioni immense, divenute assolutamente necessarie, colla sentenza di morte pronunziata contro le nostre produzioni; pure destammo gelosia colle bellezze del cielo, colla ricchezza delle acque, col profumo degli aranceti; bisogna disfarci in tutto, e ci s'invidiò anche il bel cielo, il dono sacrosanto di Dio.

E poiché nonostante le soverchierie, le oppressioni, le maldicenze, i vituperi, le province nostre, la mercé della loro postura, del cielo splendido e dei terreni ubertosi, ove Dio volle stampar orma luminosa di sua celestiale potenza, fiorivano, prosperavano ed attraevano gli stranieri, che qua correano a ritemprarsi e ad infiorar la salute; comperarono giornali forestieri, per mettere queste nostre contrade in mala voce, perché le genti estranee, che qua convengon d'ogni paese, smettessero; dicendo, che l'aere graveolente le rendeva malsane e micidiali. E Napoli nostra, ove ai tempi bui della tirannide, accorrevano stranieri dondechesia, fu temuta peggio, che le maremme toscane o le paludi pontine; la mala voce giunse a tale, che or son poc'anni, noi vedemmo forestieri, in pieno verno, trarre a Napoli da Roma e da Firenze, e appena giunti alla stazione, chiedere, con ansia affannosa, ed impauriti, se vi fosse posto al grande Hotel di Giovanni Nobile, ed avutane risposta del no, ripartir, col prossimo convoglio,

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alla volta di Roma, temendo no, per dormire, sola una notte, in altri alberghi, che si specchiano nelle acque di Santa Lucia o prospettano l'amena riviera di Chiaja, loro incogliesse la febbre napoletana, la perniciosa, o peggio. Temendo, che l'aer puro ed il lido incantato, fossero più possenti della paura di cascare infermi, e quindi attraessero i forestieri, più gagliardi della persona e più baliosi d'animo; sparsero voce, che qui eravam tutti borsaiuoli, ladri, accoltellatori, e ch'era mestieri attraversare le vie, colla rivoltella in pugno o scortati dai birri. E perché la misura fosse colma, aggiunsero, per sopramercato, che qui tutto era falso; oro, argento, coralli, pesi, misure, e che bisognava star sull'avviso, se pur non si volesse, ad ogni pie sospinto, dare in agguati, patir qualche soperchieria, esser zimbelli dei falsari, dei mariuoli, dei ciurmatori e simile vitupero. Quinci segui, che le tante desiate villeggiature di Castellammare, di Vico e di Sorrento, favoleggiate dai poeti, decantate da scrittori leggiadri, già nido di garzoni e di ninfe, e lungamente bramate, con cocente desio, dalle straniere spose, che, con ansia amorosa, qua traevano, cornea ritrovo delizioso, promesso in premio dal fidanzato sposo; erano paurosamente fuggite, come il mare morto, la maremma, la palude, per ove, la morte passeggia e del suo alito avvelenato saetta e fulmina i dormienti.

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Di quale danno ci fosse stata cagione questa sciocca ed iniqua diceria, lo sanno i nostri albergatori e quella schiera infinita che vive del danaro, importato dai forestieri; e se ne avvantaggiarono i fratelli di Roma, di Firenze e di altre città italiane, e sovratutto quelli della ligure riviera. E per meglio trar profitto a nostro danno, essi, che ci amano di quell'amore sviscerato, di che Caino prosegui Abele e di che Eteocle gratificò Polinice; presero ad abbellire certe loro lande, a dissodare certe loro sodaglie, e giovandosi del dolce sorriso di cielo, onde l'Eterno, nel più ardente trasporto d'amore, fé bella e splendida l'Italia nostra, per dovunque, vennero, colà, fondando nuove delizie, nuovi ritrovi; sorsero Bordighera, Ospidaletto ed altri luoghi ameni, lunghesso la ridente ligure marina a sfidare le nostre villeggiature di Sorrento, di Castellammare, di Amalfi, di Pozzuoli, di Vico, di Resina, che pur'erano, per noi, fonte di lucri e di guadagni, che scemati oggi, molta gente fa viver grama e misera

I giornali, che sono a piacer del Ministero, che ripaga il loro meretricio d'in sul retratto dalla taglia sull'impudicizia, tolsero a dir cose meravigliose di quei luoghi ameni, salubri. voluttuosi, gai, splendidi di sole, di verzura, di fiori. E perché l'opera non riescisse incompleta, suonarono la campana del bargello a doppio, contro i nostri ritrovi, le nostre rive incantate,

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contro quest'eden di Europa, di cui fecer la lor delizia gli antichi padroni del Mondo, che qui ebbero le loro ville, i loro manieri; qui trassero pei loro svaghi, pei loro convegni, pei loro divertimenti, qui s'invitavano i re, a diporto, che, visitata Roma, dopo, per la via Appia, traevano alla piccola Roma, come, in allora, si denominava Pozzuoli, e quinci a Napoli, che, per le sue bellezze, ebbe nome di Sirena. Nei tempi, più recenti, qua convennero da ogni parte del mondo, per salute, regine di corona, imperatrici, re, pontefici, e tutti i principi del sangue, della finanza, delle lettere e delle scienze. E vedi stranezza di casi! In quella, elio, l'Imperatrice delle Russie, dall'ultimo lembo d'Europa, veniva in Sorrento, a cercar salute a quelle aure balsamiche, che a tanto no:i valsero le aure di Nizza: la Regina d'Italia moveva per Bordighera ad infiorar la pallida guancia ed a profumar di gaiezza e di beltà la scarnita persona. E quanto il Re, stanco della solitudine corse, colà, a visitar la dama del suo cuore e dei suoi pensieri; e nell'entusiasmo del contento e dell'affetto, rivedendola rifiorita e gaia esclamò: benedetta Bordighera! quella parola fu subito mercanteggiata in pro di Bordighera, sulle ali del telegrafo, nelle corrispondenze dei giornali, nei convegni privati, nei corridoi di Montecitorio, nelle bettole e nei cameroni dei dicasteri, n'andò il grido, par salutare questa nuova

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sede della salute, questo fiore caduto dai celesti giardini, questa piccola oasi.

O quanta armonia di sensi gentili, ove sia da decantare una qualche persona od una qualche terra di lassù; e specialmente, se ne venga danno all'aborrito Mezzogiorno, sono tutti uni di pensiero di volere, di parola, di sforzi, dal Ministro allo stalliere, dal Deputato al lustrino, dal banchiere allo scozzone, dal giornalista allo spazzino.

Dalli a Napoli; a questa sirena dal dolce canto; a questa maga, che non vuole ancora por giù i suoi incantesimi; a questa terra eternamente giovane, ove Ebe mesce il nappo della giovinezza a questo suo Giove, ch'è l'incanto che la circonda. Dalli a Napoli, ove nemmeno l'astuzia, la forza sanno e possono resistere; questa Circe, che incatenò Ulisse, questa maliarda, che infemminì le tigri armato, che Annibale menò da Cartagine; questa ninfa che rese pietoso Nerone e che già vide le lagrime negli occhi inariditi di Augusto; dove un giorno venne Tiberio, e gioiendo alla vista maestosa ed incantevole del duplice mare, senti nel petto rifluir la vena degli affetti e senti amore. Dalli a questa Napoli, che nei baci voluttuosi, sa pure sprangare calci, quando è in furia e che, nella sua insegna, a tutti mostra che non volle patir mai briglia né morso; e che se di regina si fé serva, per amore all'Italia ripensandoci, potrebbe accorgersi che di troppa ingratitudine

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fu ripagata e rinsavendo potrebbe allora... dalli dalli.

Metallo alcuno, neppur la scure del boia è più tagliente dell'odio, che nutrono contro di noi meridionali: odio, sprezzo, non curanza, avvilimento, ecco i beni conseguiti, ecco i vantaggi, che ci vennero. Non avvi parola, che non sia sarcasmo], o non suoni vitupero; non atto, che non s'impregni di dispregio, non fatto, che non sia gravido d'odio, di gelosia, di rancore: abbiam ben di che di apostrofare i nostri patrioti, rinnegatori del loro paese, i nostri fratelli, piovutici addosso, come un'acquazzone d'inverno, con folgori e tuoni, come Graziano, nel Mercante di Venezia di Shakspeare, apostrofa Shylok: not on the sole, but on the soul, thou mak' at thy kinfe keen..

Quinci segue, che sordi e crucciosi lamenti imprecazioni rabide, sdegnosi moti, sprezzo delle istituzioni, noncuranza della pubblica cosa, si ode e si scorge, per dovunque.

Populare nane nihil tam est, quam odium popularium; scrivea Cicerone, afflitto, all'amico Attico, descrivendo lo stato di Roma; e soggiungea, atterrito; Haec quo, sint eruptura, timeo. Ma dovremo sempre esser trattati, come vili giumenti, bastonati, scorticati, come cani scabbiosi: e ci torranno, per fino, di bocca il pane, e ci accuseranno, per sopramercato, di ladroni, di furfanti, di malcreati? E noi dureremo questi malanni, ci lasceremo schiaffeggiare, in pieno viso,

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facendo delle braccia croce, abbassando il capo, come novizzi da convento? Cessi il crudele scherzo; il troppo stroppia; la pazienza è tornata in codardia, il silenzio è divenuto crimenlese, contro i sacri interessi delle nostre province. Dio non ci diè la patria, perché noi, vigliaccamente, la facessimo scorrazzare, da cui meglio ne avesse talento, né ci diè fratelli, perché noi li lasciassimo avvilire, avvilendoci con essoloro. Vera rerum vocabula amisimus; dice Catone, in Sallustio, bona aliena largiri, liberalitas; malarum, rerum audacia, fortitudo vocatur; eo republica in extremo sita est. Perché nascemmo in tempi si rei; perché l'acerbo fato ci facea si triste dono? La patria ancella e schiava, grami i fratelli nostri, altri fuggenti in terre estranee, a frusto a frusto, mendicando la vita?

Noi cercavamo la libertà che è si cara, ma avemmo in quel cambio, oltraggi, oppressure, vilipendi, ruberie, spoliazioni, balzelli, imposte, taglie, carcerazioni, leggi inique, regolamenti feroci, magistrati paurosi, impiegati avari, reggitori fiscali, coscrizioni spietate, ammonizoni, domicilio coatto: avemmo un diluvio di commendatori, di cavalieri, di prostitute, di poliziotti, di carabinieri, di guardie provinciali, municipali, forestali, di doganieri: un continuo stato d'assedio; non puoi mangiare, né bere, né dormire, né vestir panni, né vendere, né comprare, né piatire nei tribunali, né testare, né donare,

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e nemmeno morire, senza essere osservato, spiato, perquisito, per pagar sempre, in tutt'i luoghi, in tutt'i tempi, in tutte le congiunture. E, se ti s'impone una tassa ingiusta o soverchia, devi prima pagare, e poi ripetere, e nel ripetere pagar nuove tasse di bollo, di registro, di casellario, ed altre maledizioni; se avrai la sentenza, cosa molto rara, favorevole, in tribunale, sarà appellato contro di te. e se la Corta di Appello ti darà ragione, si ricorrerà alla Cassazione di Roma, ove non e' è cristi, avrai certamente torto, e sarai rinviato innanzi la prima Corte d'Appello della stessa alma Roma, perché, i nostri padroni han fatta la trovata, che quella sia la più vicina pei Napoletani; ivi sarà dichiarato, che l'avvocato fiscale ha ragione; e quando mai ha torto, se tutto fa per l'Italia? e sarai, quindi, condannato nelle spese; e se, per isventura, possiedi qualcosa al sole, ne sarai cacciato, con leggi fatte apposta, e ti sentirai cantare il ritornello dei conquistatori; haec mea sunt, veteres migrate coloni: ed ove ti saltasse il ticchio di smoccicar qualche parola, di biascicare qualche ragione; ti si appiopperà un verbale di ribellione; sarai carcerato, processato, e non potrai ottener nemmanco la libertà provvisoria, secondo quella legge liberalissima di quel liberalone da tre colte; di quel patriota, già cantore d'inni borbonici, ch'è l'eminente Stanislao Mancini: e se non hai qualche santo, dalla tua; sarai ammonito: infine avrai da deliziarti di tutte quelle gioie,

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onde s'ingioiella la corona turrita, che, in Italia, redimisce il capo della Libertà. La conosci tu questa cosa, detta la libertà? ti venne mai fatto d'imbatterti in essa? Ove la sorte avversa te la cacci innanzi, scantona presto; ed ove te la getti tra' piedi, fuggi, se hai cara la pelle, fuggi, se hai un nonnulla in saccoccia, fuggi lontano millanta miglia. Giacomo Leopardi, che, un giorno, se la trovò tra' piedi, questa aurea libertà che come, ai nostri di, somigliava alla lupa dantesca, che dopo il pasto ha più fame; al Padre Alighieri, cui narrava i patri infortuni, dicea;

Non udisti gli oltraggi e la nefanda

Voce di Libertà, che ne scherma,

Tra il suon delle catene ed i flagelli?

I patrioti hanno una Libertà tutta propria; ed è pazzo per loro, chi volesse permettersi la scioccheria di credere alla libertà, che ci predicava Cristo, e quanti s'ispirarono a lui, nelle pagine del suo Vangelo, o prostrati ai pie della Croce, ov'Egli fu appeso, per la santa libertà.

Quei grandi republicani di Genovesi, cui, Dante augurava, che fossero dal mondo spersi, scrissero quella parola sulle loro carceri; e Byron parlando di quei grandi republicani Veneti, dice, che di libertà non aveano, che palace and prìson, il palazzo di giustizia, ed i piombi.

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Ai tempi nostri, regnante il liberalissimo Napoleone, in Parlamento, nel 67, o giù di li, Glais-Bezoin dicea, che alla formola sub lega libertas erasi sostituita l'altra sub reste libertas, la libertà colla fune al collo; ed in Italia? Avvi sub fisci furcis libertas, la libertà coll'usciere appresso; non è questa una delizia? vengasi in Italia, e si vedranno gli uscieri grondanti di sudore, sequestri comandati dal fisco, per poche lire, e spesso per centesimi; e le spese vincere, di gran lunga, la imposta.

Questo pò di carcere neppur Dio te lo toglierà, dicea il presidente Cotta ad un disgraziato, che, per disgrazia, capitò innanzi alla sua magistral ferocia; da questo pò di spese, dicono gli esattori, neppure Cristo ti potrà redimere: la libertà si paga, la libertà costa più del dispotismo, dicea Sella; e pensare, che i più si misero allo sbaraglio della rivoluzione, per iscemare le tasse, pensare, che l'Inghilterra con la libertà consegui la prosperità; che questa emana da quella, come figliuola di legittime nozze da madre onesta e schiva.

Macauly superbo delle istituzioni del suo paese, a mostrarne la ricchezza procreata dalla ordinata libertà, prorompe in questa sentenza; from the auspicious union of order and freedom sprang a prosperity of which the annals of human affairs had fournished no example. Ma io dimenticavo, che Macauly parla di libertà, non di liberalismo; parla di libertà,

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non di servilismo camuffato a libertà; né parla di leggi inique, di balzelli odiosi, di persecuzioni, d'inquisizioni, fatte, in nome della libertà, contro cittadini, che per loro sventura non nacquer pitocchi, od usciron di povertà, con onesto lavoro, senza usure bestiali, né dividendi, largiti da Banche dal Governo protette, per impoverire i cittadini. Né parla di leggi atee, di regolamenti pregni di odio e di livore, applicati da belve dal sembiante umano, di governi pirati, né di amministratori, che stanno in agguato, per agguantare i contribuenti, pel colletto: a guisa di ladroni, che addogati alle siepi, esplodono, contro il viandante. Né parla di circolari segrete, di premi concessi, a cui impingua il tesoro, senza chiedersi dai superiori il come ed il perché. Né parla di governi, che drappellano bandiere, su cui è scritto: né giustizia, né carità. La cupidigia, l'avarizia, l'usura, son dunque al mondo, più possenti del coraggio, dell'entusiasmo, della virtù? il ventre ha più valore del cuore? lo stomaco, adunque, aggioga al suo carro la mente; la ragione è sommessa al talento; Calibano schiaffeggia Ariele; l'angiolo celeste cadrà, stramazzoni, vinto da Satana?

…....................immenso,

Tra fortuna e valor dissidio pose

il corrotto costume;

scriveva Giacomo Leopardi alla sua cara sorella Paolina,

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mezzo secolo fa; ed il costume è forte cosi, che sbandisce dal mondo ogni virili; che vince anco nostra natura, ond'essa è quasi smarrita dal suo corso; scrivea già Petrarca al Boccaccio; ed ai nostri giorni? ai nostri giorni, i giudei siedono in parlamento, e la genie dai subiti guadagni, è insignita di commende: i banchieri, diè Cristo scacciò dal tempio, oggi son saliti al settimo cielo e lodati di patrioti e di santi benefattori: Sempronia, Messalina, Poppea, la Borgia, valgono più, che quelle pie, che, con intelletto d'amore, Vincenzo dei Paoli educò alla scuola del sacrifizio; l'amor casto della Lucia del Manzoni è cosa da pinzocchere: Nanà e la vera rappresentante dell'amor moderno; la pornografia dichiari insipide le pagine di Manzoni, di Tommaseo, di Mazzini; Zola è da più dell'Alighieri, Tasso da meno dello Stocchetti; Tommaso d'Aquino non vale il dito mignolo dell'ultimo filosofo della dotta Germania; Mazzini è uno scapestrato; Francesco d'Assisi, un pazzo da catena; Saffi, Campanella, Nathan, Zuppetta, avanzi di fanatismo; Satana ha vinto Jehova; Montecitorio, la grande greppia, è preso d'assalto; l'urna, già vergine, or sedotta dal barbaglio dell'oro, gittato via il pudore, corre intorno, come le fioraie, offrendo ed offrendosi ai più splendidi: tre cose belle ha l'Italia; il Parlamento, la Banca nazionale e la Suburra. 0 voi che vi morite di tisicume, pensando alla patria,

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che menate vita grama, nell'anor della famiglia, nel culto dell'ideale; o voi, che, vi pascete d'onore e di decoro, che della croce vi fate usbergo nella vita; smettete questi vecchiumi, svecchiatevi da questi pregiudizi; l'amor di patria è una quarantottata; l'amor dalla famiglia, un egoismo in più; l'onore un'ubbia, il Nazareno un folle della Galilea, un'idealista sfrenato; vivete la vita gaia, gioconda, allegra; il divo Epicuro, sia il vostro maestro, il vostro autore; una buona digestione vale cent'anni di paradiso, c'ha dotto Melchiorre Gioia; not Paradise, buy lost dicea lord Byron. it is a lie their Priests, their Pope, their Saini s. Non ci fate riderà colle vostra fantasiino di vita futura; mortem cuncta mortalium mala dissolvere; ultra neque curae, neque gaudio locum esse; lo ci ha insegnato Giulio Cesare, che, ai tempi suoi, si rise del popolo, della libertà, della coscienza, e di tutt'i vostri spropositi, da pigliar colle molle.

Così i deputati, i banchieri, gli azionisti della Banca nazionale, della Regia, delle Ferrovie; cosi i grandi appaltatori, i giudei, i parassiti, gli usurieri del cento per cento, tutti, in coro, vanno cantando per le cento città; mentre strimpellano sulle chitarre, tutti i goccioloni, gli arfasatti, che vivendo dei loro avanzi. mangiano, a due ganasce, al desco nazionale. I deputati avvocati, poi; sganasciano, cioncano, sguazzano;

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briachi fradici e satolli, carezzano, svenevolmente, d'un languido sorriso, i loro compagni, che, ogni dì più, stremano di forze e danno nel tisico.

Fino a quando durerà questa maledizione? finché non crepino d'indigestione: o la legge non vieti ai patrocinatori della gran causa del popolo e della libertà, di affannarsi pei tribunali, difendendo le cause dei privati: al Parlamento, signori, al Parlamento: abbandonate le aule dei Tribunali, come già, fece il Rattazzi; al Parlamento. E se non vi torna, lasciale il medaglino, e fate l'avvocato, con l'ingegno e col sudore, non, col ciondolino miracoloso.

Ma se non assegniamo né prosperità, né libertà, né morale, raggiungemmo almeno la gloria, sì cara a noi, nepoti dell'antica Roma, e figli della nuova? Custoza e Lissa rispondano; informi Tunisi, ove la Francia ci diè di scappaccioni, come a monelli, ed Alessandria, ove l'Inghilterra ci beffò, ci scherni, ci dileggiò; parli Berlino, ove il Corti fu trattato da scolarello dell'abbici, e gli si chiese, se avessimo riportata qualche nuova disfatta, per aver la faccia tosta da chiedere compensi o doni. Noi avemmo la gloria di avere spesi miliardi, per l'esercito e la marina, ed esser tenuti a vile ed a scherno dai potenti dj Europa: ed avemmo la maggior gloria, che dopo avere spesi miliardi, i nostri soldati si trovarono senza fucili e senza scarpe e vestiario; le castella sguernite di cannoni,

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sfornita di cavalli la cavalleria, e via, via. E mentre Macauly dice dell'Inghilterra; her opulence, and her martial glory grew togheter; appo noi, procedono di conserva la miseria ed i ricordi di Custoza e di Lissa e via dicendo. E noi viviamo, come diceva Catilina, his obnoxii, quibus, si respublica valeret, formidini essemus: noi cadiamo stremi di forze, stracchi di apatia, flaccidi di anemia, sfiaccolati di animo.

Nane novo quodam morbo civitas moritur; ut quum omnes ea quae sunt acta, improbent, querantur, doleant; varietas in re nulla sii, aperte que loquantur et jam clare gemant, tamen medicina nulla afferatur; così, Tullio, dei giorni suoi: cosi facciam noi, moriamo d'un nuovo morbo, e sprezziamo il farmaco. Ma, sursum corda: facciam cuore, ricordiamoci, che a nostri antenati avemmo quei gloriosi, che sono i martiri del 99: pensiamo ai casi nostri, a Napoli nostra, alle nostra provincie: combattiamo la pornografia, la immoralità, l'usura, l'ateismo; senza Dio non v'è giustizia, né fede, né coraggio, né umana società. Haud scio an, pietate sublata adversus Deos, fides etiam, et societas humani generis; et una excellentissima virtus, justitia, tollatur: sclamava il nostro grande Arpinate: torniamo all'antico, ritempriamoci ai nostri antichi maestri, usciamo di questo modernume ammorbante, che nega tutt'i grandi ideali; Dio, la patria, la famiglia, la cittadinanza, il lavoro, l'onestà, la preghiera:

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mandiamo giù questi flaccidi maestri che disinventano tutto ed inventano il nulla: che sostituiscono a Dio, Satana; alla Patria la reggia; alla famiglia il meretricio; alla cittadinanza, la zoofilia; al lavoro, i giuochi di borsa, o i grandi imprestiti bancari; all'onestà l'usura, gli appalti, i brogli elettorali; alla preghiera, la bestemmia. Alle tre parche, che presiedevano alla vita umana, sono state surrogate l'usura, la bestemmia, la suburra, che presiedono alla vita sociale, uscita, lerciosa Minerva, dal capo del Giove odierno, il liberalismo. Libertà, vogliamo, non liberalismo, ch'è la malattia della libertà; ordine si, ma non quello di Varsavia; vogliam pagare i balzelli, ma non a talento di coloro, che riportan premio dei loro capricci; uguaglianza di diritti, di favori, di premi, di impieghi; che regni e governi la legge, non l'arbitrio, si renda a tutti giustizia, e la carità la informi; Dio è carità; ritorni nelle leggi, nelle scuole, negli atti, nei fatti; allora avremo la libertà vera, che, come diceva Bastiat, è un atto di fede in Dio. I nostri liberali vollero scacciarlo dai templi, dai cuori, dalle scuole; perché senza Dio, non v'è carità, senza carità, non v'è giustizia; et quid regna sine justitia, nisi magna latrocinia, secondo la sentenza del vescovo d'Ippona? Ad essi, che del nostro reame doveano farne una ladronaia e bandirne ogni giustizia e carità, fu forza rinnegare Dio.

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Richiamiamo Dio dal profondo del cuore, ed avremo patria, carità, giustizia, coraggio; e non suppliche e preci porgeremo al Governo, ma comandi, in nome dell'equità; la vita nostra sociale non sarà più un inno a Satana, ma una preghiera a Dio. Rifiorirà la vita. l'arbitrio rovinerà in basso; saremo cittadini in casa nostra; ed appartenenti alla gran famiglia italiana, come fratelli, non come servi, come uomini, non come bestie da soma: e sorti a dignità, saremo di aiuto e d'impulso al grande e bel paese, ove il Si suona. Finora sembrammo piccoli, perché fummo a ginocchi, alziamoci, disse Mirabeau, alziamoci, una buona volta: v'è gloria per tutti; disse re Vittorio: nella legge e colla legge, rivendichiamoci nei diritti nostri; iis utendum censeo, quae legibus comparata sunt. Non promesse lusinghiere, ma. fatti, non preghiere, ma richieste, non favori, ma dritti, non limosine, ma adempimento di doveri.

Siamo, pel Governo, una promessa ed una minaccia: promessa, se ci rispetta, e starà nei termini dei suoi doveri; minaccia, se non vorrà cancellare dal suo vessillo;

pei Napolitani né giustizia, né carità. Will you walk out of the air, my lord? Volete, signori del Governo, escire del vostro ambiente? volete ricordarvi, che avete doveri da adempiere? se si; siate benedetti: se no; il Napolitano vi respinge, resterà nel suo letargo,

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e cosi vi ucciderà; la nostra letargia è morte per tutta l'Italia, la cospirazione dell'inerzia è peggiore d'una rivoluzione. Se, a Napoli, devono, ancora, regnar l'usura, la bestemmia, il meretricio, l'arbitrio, le sevizie, le angarie, le iniquità, il disprezzo per i nostri, l'avarizia dei vostri, che tutto piglian per se; se il nome Napoletano dee ancora suonare scherno, offesa; se il cittadino di Napoli dev'ancora esser posposto agli altri, se per noi la fede di nascita debba valerci, innanzi a voi, come, la fede penale, brutta di condanne, innanzi al maestrato; allora.... diremo con Leopardi; alla nostra bella e cara Napoli,

Meglio l'è rimaner vedova e sola.

(continua).








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