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Memorie per la storia de' nostri tempi dal Congresso di Parigi 

nel 1856 ai primi giorni del 1863 (pag. 62-64)

di Giacomo Margotti

I LAVORI DEL PRIMO PARLAMENTO ITALIANO

(Pubblicato il 16 luglio 1861)

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La Camera dei Deputati si è dato vacanza. Un gran numero di Deputati però  già da lungo tempo pigliato le sue vacanze, giacché di 443 Deputati quasi una metà non si curava guari dei lavori della Camera ; e le ultime due votazioni del 13 di luglio furono fatte l'una da 232 votanti, e l'altra da 212. La qual cosa dimostra, se non altro, quanta importanza annettano i nostri onorevoli al loro mandato di rappresentanti del popolo italiano.

Eppure a vedere quanto chiasso si faceva di questo Primo Parlamento italiano di quest'Assemblea dei rappresentanti dell'Italia rigenerala, di questa riunione, dalla quale doveano scaturire tanti beni, quanti furono i mali usciti dal vaso di Pandora, ognuno avrebbe detto che ogni Deputato, non che a dovere, si sarebbe recato a sommo onore d'assistere puntualmente alle tornate. Ma oh stupore! Una gran parte, dopo aver assistito a qualche discussione, 89 n'andò pei fatti suoi, ed altri appena prestato giuramento, se ne fuggirono.

Riserbandoci ad esaminare altra volta i principali lavori del Primo Parlamento Italiano, oggi ci contenteremo d'una semplice occhiata al complesso dei medesimi, dandone qui sotto un elenco. Da questo risulta che la Camera aperta il 18 febbraio, e chiusa il 13 luglio ebbe un lavoro di cinque mesi, ossia circa 150 giorni. Le tornate furono in tutto 109: le leggi approvate 83. Questo numero di leggi non è poca cosa, avuto riguardo alle 109 tornate. Le leggi non si possono improvvisare come un sonetto od un madrigale. Ma se invece di guardare al numero, guardate al peso delle leggi votate, troverete che il Parlamento Italiano non diede grandi prove né di senno politico, nè di pratica di amministrazione, ne di tattica par lamentare.

Se togliete due o tre leggi, tutte le altre sono tali che, se non fosse stata la parlantina degli onorevoli e la smania di recitare ciascuno il suo discorsetto per aver l'onore di far la sua comparsa sulla Gazzetta Ufficiale, potevano votarsi a quattro, a sei, a dieci per seduta, come fa lodevolissimamente il Senato.

Recandovi in mano quel gran volumaccio che sono già le discussioni della Camera di oltre ad un migliaio di pagine, vi sembrerà che debbansi là contenere tesori di sapienza politica, finanziaria, militare, amministrativa, giudiziaria. Eppure non mai forse potè dirsi con maggiore verità; una goccia di senno in un mar d'inchiostro. E meno male se fra tante inutili frasche non si trovassero di molte e molte empietà e bestemmie fino a far il panegirico della Convenzione francese, e proclamare che il Dio di Pio IX non è il Dio dell'Italia!! In sostanza, ogni cosa ben considerata, il principale lavoro del Parlamento fu


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votare spese sempre maggiori, ed un imprestito di 750 milioni. Di fatto tra nuove pensioni, sussidii per questa o per quell'altra opera, concessioni di strada ferrate sempre a carico più o meno grande dell'erario, maggiori spese sui bilanci passati, ed altre leggi portanti un nuovo gravame sull'erario, troverete che se non abbiamo un nuovo peso di 500 milioni quanto il ministero ne vuole per l'imprestito, non n'andremo forse lontani. Questa è la parte principale dei lavori. In sostanza il primo Parlamento italiano esercitò come in generale gli altri Parlamenti passati il suo uffizio, che è di votar danari a carico del popolo e a vantaggio di chi si trova avere il mestolo in mane

Eppure quante cose non aveva da fare questo primo Parlamento italiano? Basti il dire che esso aveva da fare l'Italia! Finora la rivoluzione non fece che disfare l'Italia. E' questo il compito della rivoluzione: rovinare tutto ciò che esiste. Rivoluzione è distruzione. La parte che toccava al Parlamento era di riedificare ciò che fu distrutto.

Aveva da riedificare la magistratura e riordinare i tribunali. Domandate a qual volete dei magistrati, specialmente delle provincie annesse, se egli sa che cosa si dica e che cosa si faccia in quella farragine di codici nuovi e codici antichi; di leggi che derogano, abrogano e rimettono in vigore questo o quell'altro provvedimento? Chiedete a giurisperiti se possano cavare un costrutto da quest'ammasso di legislazione ove il vecchio ed il nuovo formano un intruglio da non capirne un acca?

Bisognava riedificare l'amministrazione, tanto centrale, quanto provinciale. Chi ne capisce ora di tutto questo laberinto, che sono i dicasteri del ministero! Andate a chiedere qualche cosa al primo ministro che incontrate; e vedrete che egli vi dirà: Non è di nostra competenza; tocca al ministero della guerra. Andate al ministero della guerra, e là vi risponderanno: Che cosa c'entra qui il ministero di guerra? Andate dal ministro dell'interno. Vi recate al ministero dell'interno e vi ridono sulla faccia, dicendovi che quell'affare evidentemente spetta al ministro di grazia e giustizia. Da questo siete rimandati al ministro sopra l'istruzione pubblica, il quale vi manda da quello dei lavori pubblici, in caso che in tutto questo salire e scendere dì scale non abbiate rinnegata la pazienza, e mancato tutti i ministri a quel paese, vedrete che il ministro sopra i lavori pubblici vi manderà da capolino al segno, cioè vi inviterà a recarvi dal primo ministero d'onde avete cominciato le stazioni della Via Crucis.

E se le cose vanno in questa guisa a Torino, pensate che sarà di Milano, di Firenze, di Modena e di Napoli!!i Eppure che cosa si fece dal Parlamento per riordinare questo caos?

Bisognava riordinare le finanze collo stabilire in modo equo e giusto le imposte in tutto lo Stato. Ora chi paga le imposte non è che il Piemonte e la Lombardia, e qualche po' le provincie dell'Italia centrale. Quanto a Napoli è inteso che non paga un soldo; anzi ci divora i milioni ; e un giornale faceva i calcoli che le spese nel regno di Napoli ascendono a 800 mila franchi al giorno ! Che cosa si fece per dare assetto a questa parte importantissima e fondamentale dello Stato? Nulla, ma proprio nulla.

Con ciò non diciamo che la Camera abbia fatto male a non votare imposte, anzi troviamo che questa è la sola buona decisione che abbia preso. Si dirà che il votare spese senza pensare al modo di supplirvi se non per via d'imprestiti,

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ed anche questi insufficienti, è il vero Diodo di andar difilato alla bancarotta, come ebbe a dichiarare il conte di Cavour. — Ma noi non entriamo a discutere questo punto. Diciamo solo che il non avere nuove imposte è un vantaggio.

Vi era da riordinare la pubblica sicurezza non tanto nel reame di Napoli, dove ci vuoi altro che una legge votata della Camera per ricondurvela, quanto in tutto il paese; giacchè ladri, grassatori, assassini e simigliante genia si moltiplica in modo spaventoso. E la Camera ciarlò molto della pubblica sicurezza in Napoli, dove il ministro Minghetti confessò che è molto compromessa: ma non diede il menomo provvedimento per guarentire la vita e gli averi dei cittadini.

Insomma v'era tutto a riordinare, e la Camera non fece nulla; forse sgomentata appunto dal troppo da fare. La Camera votò molte leggi, ma quasi tutte di poca importanza pel vantaggio del paese: chiacchierò moltissimo, ma non disse gran cosa di buono: fece molto chiasso per rifare l'Italia, ma non riesci a nulla.


http://www.eleaml.org - 17 Agosto 2008



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