Eleaml


Un «romanzo antropologico»,  così Napoleone Colajanni definì le pseudoscientifiche teorie razziali del Niceforo, sostenitore della inferiorità antropologica degli abitanti del Meridione rispetto a quelli del Settentrione.

Sembrava che il dibattito fosse stato definitivamente sepolto nel dimenticatoio della storia, invece Richard Lynn, professore emerito di psicologia all’Università dell’Ulster (Regno Unito),  lo ha ripescato.

Basandosi su semplici correlazioni, ad esempio i risultati delle indagini INVALSI sui diversi livelli di apprendimento fra ragazzi de Sud e ragazzi del Nord, il professore ha sostenuto che il quoziente intellettivo fosse legato alla latitudine: più si va a sud e più esso scema.

Qualunque studentello di statistica sa che non basta un legame fra due variabili per affermare esista un nesso di causalità.

Mettiamo quindi a disposizione degli amici della rete un testo vecchio ma sempre attuale, nel quale si dimostra con ragionamenti semplici (non sempre son necessarie complesse dimostrazioni scientifiche per confutare delle tesi) quanto siano insostenibili le tesi del Niceforo.

Il «dogmatismo meccanicistico» di quest'ultimo e la sua rigida concezione deterministica lo portavano a considerare il delinquente come un tipo antropologico –  la cui natura era la causa dei comportamenti delinquenziali – e ad escludere l’influenza che i fattori socio-economici potevano avere nella genesi dei fenomeni stessi.

Zenone di Elea – Dicembre 2010

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PER LA RAZZA MALEDETTA
OSSERVAZIONI
DEL
Dr. NAPOLEONE COLAJANNI
deputato al Parlamento

Milano - Palermo
Sandron
1898

PER LA RAZZA MALEDETTA


Gran danno per te Sardegna, gloriosa isola di Josto e Leonora, che a te splenda il sole d'Italia, ti sorrida l'azzurro del suo cielo, e i tuoi scogli difendano il suo mare! Oh se tu fossi lontana, se al tuo lido si frangesse il mar d'Arabia o altra onda più remota, sarebbe di là corso un Franchetti fra i rappresentanti dell'Italia a raccontare: «Ecco, vengo da un'isola ove per valli interminate, incolte, per brulle immense solitudini, verdeggia il lentisco, indizio di suolo naturalmente fecondo: la terra vi é fertile tanto che Roma antica la chiamò suo granaio: vi serban le glebe tesori di miniere nascose;



vi prosperano all'aperto l'arancio e l'ulivo e le roccie a mala pena coperte, dan grappoli superbi, vini potenti e squisiti: fieri gli abitanti ed arditi, intelligenti, ospitali, fedeli, capaci d'ogni abnegazione e sacrifìcio: ma pesa sul suolo e sui nati la scorante solitudine, la maledizione dell'aria e dell'onde: ridate boschi ai monti, argini ai fiumi, sbocchi ai prodotti, sementi e braccia alla terra nudrice — e l'Italia dell'isola farà un paradiso:» — questo avrebbe narrato; e a te isola bella, oh allor si, se tu fossi africana, allor si che l'Italia avrebbe dato tesori — con più fortuna e meno morti, con meno pianto e più onore.

Ma non sei che sua figlia!

F. Cavallotti.

I.


Coloro, che vogliono trovare un'elevata giustificazione al brigantaggio collettivo, cioè alla politica coloniale, parlano con grande sicumera delle razze inferiori e delle razze superiori, proprio come i Rapagnetta D'Annunzio parlano dei superuomini,


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che hanno il diritto di vivere e scialare alle spalle del gregge vile dei lavoratori. Queste razze inferiori, che si dovevano distruggere senza rimpianto nell'interesse della civiltà, altra volta si cercavano nell'Africa, nell'Asia, in America, nell'Australia — dovunque c'erano terre fertili da conquistare, miniere da sfruttare — qualche cosa insomma da usurpare.

I    progressi dell'antropologia e della sociologia adesso hanno portato le ricerche in Europa dove si sono riscontrate razze inferiori, di cui — sempre nell'interesse delle civiltà ed anche della moralità! — bisogna augurarsi la pronta scomparsa — che all'uopo si pub artificialmente procurare. Il Lapouge è il rappresentante più geniale e più logico di questi antroposociologi, che per vedere progredire e migliorare l'umanità vorrebbero distrurne almeno una buona metà. In Italia,però,  c'è tutta ima scuola rinomata — quella del Lombroso — che, se fosse logica e non fosse impeciata di opportunismo, dovrebbe arrivare  alle  identiche conclusioni cui pervenne l'autore delle Selections sociales.

Il    Lombroso, infatti, in numerose e ben note pubblicazioni, ha sostenuto sempre, che l'alta delinquenza di alcuni paesi, specialmente di  alcune  regioni dell'Italia, devesi all'influenza di un fattore irriducibile:la razza. A Lombroso, in questo si uniscono  incondizionatamente gli altri due  triumviri della  scuola antropologico-criminale, Ferri e Garofalo.

I discepoli di questa scuola si sono creduti nel dovere di esagerare gli insegnamenti dei maestri; forse non senza compiacimento degli ultimi, cui talora mancò il coraggio delle conclusioni radicali.


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E di due discepoli, il Ferrerò e il Ciraolo Hamnett, mi sono occupato nella Rivista Popolare (1). Oggi è la volta di esaminare ciò che ha scritto testé un altro discepolo, cui non manca il coraggio della propria opinione.

Sul libro del Sig. Alfredo Niceforo: La delinquenza in Sardegna (Palermo, Remo Sandron 1897) — il Niceforo è il lombrosiano ultimo venuto — si potrebbe passar sopra se si dovesse tener conto soltanto del suo valore scientifico: ma il rumore intorno al medesimo sollevato con rara abilità e con vera solidarietà dai compagni di scuola, consiglia altrimenti; e impone altresì un diligente esame il fatto che il Ferri al libro ha aggiunto una prefazione, nella quale lo presenta come uno dei saggi più completi di sociologia criminale. Combattendo il Niceforo, dunque, si combatte il Ferri e tutta la sua scuola in una delle quistioni più discusse e che ha grande importanza scientifica e pratica (2).

*

**

Alfredo Niceforo, ha creduto di scrivere un libro in cui fossero accoppiate le attrattive delle spigliate


(1) Dei brillanti paradossi di Guglielmo Ferrerò  enunziati nell'Europa Giovane scrissi nell'articolo: Alla scoverta della razza giovane; N.° del 15 Maggio 1897;   del libro di Ciraolo Hamnet sulla Delinquenza della  donna napoletana nel N° del 30 Dicembre 1896.

(2) Il Prof. Lombroso con un articolo nel Corriere della Sera (Razze e criminalità in Italia, N° 297 dell'anno 1897)è venuto in aiuto del Niceforo. Questa è la migliore prova che il Niceforo rispecchia su questa questione della razza precisamente il pensiero della scuola di antropologia criminale.


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note di viaggio col rigore scientifico dello statistico ed è riuscito a darci una calunniosa requisitoria che va a colpire non una piccola zona della Sardegna, ma una buona metà dell'Italia. Egli ha trovato anzitutto che l'intera Sardegna ha un suo reato speciale e territoriale, che la caratterizza: la grassazione. Ogni suo circondario, ogni sua zona ha poi la sua specialità: in Alghero, ad esempio, prevale il furto e vi è, piaga immedicabile, la corruzione femminile; a Bosa — limitrofa di Alghero — prevalgono le ingiurie e le diffamazioni.... perché nelle vene dei suoi abitanti scorre molto sangue vanitoso spagnuolo; nel Nuorese spesseggiano furto e danneggiamento. Il Nuorese e l'Alta Ogliastra con l'appendice di Villacidro costituiscono la zona delinquente per antonomasia. In contrapposto a questa zona delinquente sta la Gallura, ch'è la parte moralmente più sana della Sardegna (p. 11 a 30).

Le conclusioni dell'esame statistico, egli afferma, sono chiare e semplici: 1° ogni territorio della Sardegna hai una forma sua particolare, caratteristica di criminalità; 2° c'è una specie di plaga moralmente ammalata, che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto, il danneggiamento. Da questa zona delinquente partono numerosi bacteri patogeni a portare nelle altre regioni il sangue e la strage (p. 31). L'autore non lo dice esplicitamente, ma lascia capire che in ogni abitante della zona delinquente si può scorgere un candidato all'assassinio. Il sospetto viene corroborato da quanto scrisse il sig. Paolo Orano, suo compagno di scuola e di viaggio in Sardegna; il quale Orano con certe sue lenti d'ingrandimento scoprì cinquanta delitti


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di prim'ordine al giorno nel Nuorese! (Psicologia della Sardegna. Roma, 1896. p. 19) (1).

Stabiliti i fatti, il Niceforo, risale alle cause. E causa causarum di tanto male è il temperamento regionale del popolo sardo in generale e della zona delinquente in particolare, ch'è tra i fattori predisponenti ad alcune forme criminose, ed in ispecial modo all'omicidio e al danneggiamento pur non potendosi stabilire quale forza esso fattore raggiunga nella genesi di simile forma di delinquenza (p. 103) (2).

Non c'è imbarazzo alcuno per ispiegare le varietà criminose dei circondari e dei mandamenti. Sappiamo già che gli spagnuoli sono responsabili delle diffamazioni e delle ingiurie di Bosa (3); con un pizzico di alttri popoli si spiega il resto.


(1) Per comprendere il valore dell'audacissima asserzione di quest'altro discepolo del Ferri e del Lombroso ricordo che il circondario di Nuoro ha 52,445 abitanti e l'intera provincia di Sassari ne ha 260,478. I delitti di prim'ordine dovrebbero essere gli omicidi e i furti qualificati; ma comprendendovi i furti e gli omicidi di ogni genere l'intera provincia dovrebbe dare circa 10,000 delitti di prim'ordine per ogni anno nelle proporzioni del Nuorese; invece nel triennio 189395 non ne ebbe che 2669!

(2) Il corsivo è dell'autore, che così ha  voluto   richiamare maggiormente l'attenzione del lettore.

(3) Felice Cavallotti, che conosce meglio del Niceforo la storia di Sardegna sull'articolo che lesse nella Rivista Popolare osservò che a Bosa si trovano tracce del dominio dei Pisani; mentre ad Alghero, dove si parla ancora catalano come se si fosse a Barcellona, si sente maggiormente l'influenza del dominio spagnuolo. Il Niceforo, del resto, se avesse letto con attenzione l'edizione (di soli 100 esemplari) del 1897 dell'Uomo delinquente avrebbe visto che anche Lombroso assegna   ad  Alghero il predominio degli Spagnuoli (p. 34).


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«Le forme speciali di delinquenza corrispondono alla grande differenza antropologica della popolazione, scrive il Niceforo. Iberi, Grecia Trojani, Baleari, Corsi, Etruschi, Cartaginesi, Romani, Vandali, Saraceni, Pisani, Genovesi, Spagnuoli e poi.... Piemontesi» lasciarono rappresentanti in Sardegna. E quasi a conferma di tutto ciò aggiunge che nella Gallura — la zona, relativamente, dei galantuomini — la razza è diversissima: «occhi azzurri vi guardano e belle fanciulle dai capelli biondi vi passano accanto; ivi trovate tipi perfettamente celti» (!) (p. 32).

Questa grande differenza antropologica, che si può già intravedere dalla conoscenza delle vicende storiche dell'isola viene confermata dalla craniologia. Il Niceforo, seguendo il Sergi e il Meigs, ritiene che la forma del cranio come quella che si trasmette ereditariamente e inalterabilmente da padre in figlio somministri il criterio migliore per giudicare delle razze viventi in un paese; e trova che dallo studio dei crani sardi può risultare ancora meglio la grande e continua sovrapposizione delle razze in Sardegna» (p. 33 e 34).

Il Niceforo, non si è limitato ad accettare i risultati scientifici delle lunghe e diligenti ricerche del Sergi; ha studiato per conto proprio i crani ed altri dati antropologici dei Sardi ed ha scoverto qualche cosa, che forse era sfuggita all'illustre professore di Roma. «Nel delinquente nativo di Orgosolo «riscontrò stigmate ataviche (peccato che non ci dica quali sono!) impresse nell'organismo in modo sorprendente (p. 21), e negli uomini di Portoscuso ha trovato


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crani spiccatamente dolicocefali» (!) (p. «33). Nientedimeno!


II.


Ho esposto fedelmente le osservazioni antropologiche ed etnologiche del Niceforo, perché costituiscono il clou del suo libro; prima di procedere allo esame critico delle medesime accennerò brevemente alla parte psicosociale.

Il Niceforo non vuole seguire in tutto ciecamente i maestri; perciò non accetta la classificazione chiara e semplice di Ferri dei fattori del delitto;non li divide in fattori fisici, biologici e sociali, ma parla di due fattori — il fattore individuale moltiplicato pel fattore di ambiente (p.41). Qualcuno potrà credere che nell'ambiente sia compreso il fattore fisico e quello sociale; ma del primo non c'è traccia nel libro e manca qualsiasi rapporto tra caldo, freddo, umido e pioggia etc, da un lato e delitti dall'altro; non e' è alcun divertente calendario criminale. Povero fattore fisico! In Sardegna non poteva comparire perché vi avrebbe fatto ben magra figura; perciò il nostro autore, forse maliziosamente, dando uno strappo alla tricotomia del Ferri e contro le consuetudini della scuola ne ha taciuto. Se ne lodi la prudenza, almeno per questo.

Passo sopra alle ripetizioni frequenti in grazia delle pagine del taccuino di viaggio, che volendo essere cosa artistica talora ci fanno conoscere episodi da operetta offembacchiana: ad esempio gli espedienti, cui deve ricorrere un esattore nell'alta Ogliastra onde sfuggire ai ladri (pag. 27). Non mi fermo alla paradossale importanza,


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che da alla caccia come indizio della delinquenza o preparazione alla medesima (p. 85 e 86) e alla perizia nel maneggio delle armi anche tra le donne (p. 77 e 81). Lascio che per la prima protestino gli onesti seguaci di Nembrod e di S. liberto; e in quanto alla seconda, meglio che l'autorità del Lombroso, vale l'esempio della Svizzera, che non ostante la grande perizia nel maneggio delle armi è tra i meno delinquenti paesi di Europa; e accenno appena alla patente contraddizione sull'atavismo psichico, che respinge se è sostenuto da Mantegazza e da me, e che accetta ripetutamele se lo può presentare come teoria propria.

In quanto ai fattori di ambiente, che sarebbero i fattori sociali, il disaccordo non è grande. Accetto quanto egli dice sull'isolamento, che ha mantenuto la Sardegna in condizioni morali e intellettuali anacronistiche, e che da solo spiegherebbe grandissima parte della fenomenologia criminosa dell'isola (p. 55 59); e mi limito ad osservare che in un ambiente geograficamente cosi limitato com'è quello della Sardegna non si riesce a comprendere come i vari elementi etnici si siano mantenuti isolati e distinti da circondario a circondario, e quasi da comune a comune: accetto ciò che egli dice sulla poca ricchezza, sulla polverizzazione della proprietà fondiaria alternantesi col latifondo, sulla mancanza di capitali e conseguente grandissima usura, sulla gravezza delle imposte, sui salari insufficienti — quantunque mi sembrino ancora troppo alti quelli da lui indicati — etc. (p. 110 a 130).(1) I casi di miseria estrema che il Niceforo


(1) la quanto ai salari l'on. Piana deputato per Nuoro mi scrive che i dati del Niceforo sono Unto fantastici quanto le pelli e la porpora di cui vestono gli abitanti, «Nell'intera isola, egli dice, gli operai a  torme offrono


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descrive e la tavola XVI che dimostra il parallelismo tra furti, omicidi, rapine e prezzo dei cereali (p.132) basterebbero a spiegare l'alta delinquenza della Sardegna, senza bisogno di ricorrere alla razza.

Ma la razza deve rimanere in iscena per ispiegare l'omicidio, perché l'omicidio non ha da fare coll'ambiente economico (p. 134). Il Niceforo, però, risparmia fatica ai suoi critici perché egli stesso invoca l'eloquenza delle cifre — sono sue parole — per mettere in evidenza in due periodi, 188087 e 188894, il rapporto tra le condizioni economiche da un lato e le rapine, gli omicidi e le frodi in commercio dall'altro (p. 140): e per concludere che: «criminalità e condizioni economiche, stanno in generale tra di loro come due colonne di mercurio in due tubi comunicanti: la pressione esercitata in una delle colonne si fa immediatamente risentire nell'altra». (p. 141). (1)

La conclusione è giusta e dopo averla constatata si può dimenticare la sua precedente asserzione sulla minima azione attribuita alle condizioni economiche nella zona delinquente (p. 136).


l'opera loro contendanosi del solo vitto; i più fortunati percepiscono lira una al giorno. Molte vigne sono rimaste incolte per assoluta deficienza di mezzi nel proprietario».

(1) Il professore Todde in un libro sulle presenti condizioni della Sardegna, che venne riassunto dal Littarru Zanda nella Rivista Popolare (Anno I N. 13) constatò e illustrò questo parallelismo tra la curva della delinquenza e quella della miseria nei due periodi 1880-87 e del 1887 in poi. La stessa Rivista (Anno II. N. 8) s'intrattenne delle tristi condizioni economiche della Sardegna seguendo le tracce della Relazione Pais e del libro del Dr. Marcello Vinelli: La Sardegna nel problema economico. Cagliari, 1896.


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La  capricciosa eccezione non vale la pena di essere discussa. Meglio vale ricordargli che la condizione economica esercita una azione indiretta intentissima sull'omicidio.

La miseria, infatti, non consente l'istruzione e la buona educazione, che sono indispensabili per ridurre al minimo i reati di sangue; e questa è induzione rigorosa dai fatti. Guardi il Niceforo al parallelismo costante tra analfabetismo e frequenza nell'omicidio in Italia; si convincerà del grave errore commesso non tenendo conto della istruzione. Mentre a Sondrio, Milano, Torino gli analfabeti per 100 abitanti al disopra di sei anni sono appena il 29,96, il 26,53, il 21,77 % invece arrivano ad 85,68 % in Oristano, ad 81,86 nel circondario di Iglesias, a 81,14 in quello di Nuoro. In quanto ad analfabetismo fanno buona, cioè pessima compagnia alla Sardegna, Caltanissetta e Girgenti con 83,79 e 83,85; ma precisamente queste due provincie in una a quelle di Sardegna danno le più alte cifre dell'omicidio e le provincie lombarde e piemontesi invece danno le più basse (1).

I risultati dei confronti regionali sui rapporti tra analfabetismo e omicidio trovano una splendida conferma nei confronti internazionali: le nazioni che si avvicinano all'Italia per ignoranza, le si avvicinano pure per la più grave forma di delinquenza.

La media dell'analfabetismo in Italia era del 67,26 % nel 1881; in Ispagna del 72,02 nel 1877 e di 50 analfabeti per 100 coscritti in Ungheria nel 1881 — cifra che  equivale alle due precedenti. 


(1) Per la distribuzione dell'analfabetismo e dei suoi rapporti con i fenomeni sociali e demografici si legga: G. S. Del Vecchio: Gli analfabeti e le nascite nelle varie parti d'Italia. Bologna. G. Civelli 1894.


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Ebbene  la media degli omicidi nel 1881 era di 10,74 per 400,000 abitanti in Italia, di 8,67 in Ispagna nel 1883, di 6,09 in Ungheria nel 1880. Le regioni d'Italia col minimo analfabetismo si avvicinano per l'omicidio alle nazioni di Europa, che presentano pure il minor numero di analfabeti. (1)

Se ai nostri Ambrosiani non bastano i confronti Europei passeremo l'Oceano e con una guida delle più esperte ed autorevoli che ci siano nella statistica esamineremo le cifre sui rapporti tra gli omicidi e l'istruzione negli Stati Uniti di America. Il Dr. Augusto Bosco, ch'è la guida cui alludo e a cui tanto devo per molti miei studi, seguendo il Bodio, fa numerose riserve sulla influenza anticriminogena dell'istruzione; ma ì fatti sono superiori ai suoi scrupoli ed egli stesso così li espone:

«Se sono pochi i prigionieri omicidi che erano disoccupati al momento del delitto, il maggior numero appartiene alle classi operaie meno colte ed elevate.... L'istruzione e l'ignoranza più o meno estese sono piuttosto cause connesse con altre, economiche e sociali, che agiscono direttamente sulla delinquenza, anziché essere cause determinanti esse stesse... La cultura estesa contribuisce a diminuire la delinquenza violenta col dirozzare e col rendere più mite il costume...»

«Fra gli omicidi detenuti nelle carceri americane un terzo erano del tutto analfabeti, mentre nella popolazione coloro che non sanno leggere e scrivere giungono a poco più di un decima.


(1) Vedi: Del Vecchio: Gli analfabeti e le nascite  Note comparative tra l'Italia ed altre nazioni Bologna. Cirelli 1885  Bodio: Movimento dalla delinquenza dal 1873 il 1883. Roma 1886 p. XLI e XLII.


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Le classi ignoranti sono spinte facilmente al massimo reato contro la vita e vi partecipano invece più di rado le classi elevate..»

«La proporzione dei colpevoli di omicidio senza alcuna istruzione sale fra i neri a 57 su cento ed è pure alta fra gli stranieri (35 su cento) molti dei quali provengono da paesi dove l'ignoranza è ancora estesa.»

In conseguenza di ciò negli Stati Atlantici del Nord — più colti e con tradizioni già antiche di educazione popolare — e negli Stati centrali del Nord — ove affluiscono immigranti appartenenti per la maggior parte a nazioni nelle quali l'istruzione è assai diffusa, come la Germania e i paesi Scandinavi — gli omicidi analfabeti sono appena in proporzione di 12 su cento. Negli Stati atlantici e centrali del Sud, a cagione della popolazione nera, essi giungono a quasi 50 su cento e negli Stati occidentali, ove accorre la immigrazione più rozza e dove, per la recente costituzione dello Stato, l'istruzione è meno avanzata, sono in ragione di 40 su cento.» (1)

Se l'autorità del chiarissimo dottor Bosco non basta, per assodare questa influenza dell'istruzione sulla diminuizione dell'omicidio, invocherò quella del Bodio, l'illustre direttore della Statistica del regno. Anche lui sente il bisogno di fare riserve esplicite sulla influenza che questo o quell'altro fattore esercita sulla criminalità; ma conferma esplicitamente che la maggiore istruzione rende più rari gli omicidi e i reati violenti (2).


(1) Bosco:  U omicidio negli Stati  Uniti.   Roma 1897 p. 53 a 55.

(2) Lettera a R. Bonghi: Istruzione e delinquenza (La Cultura, 4 Febbraio 1895).


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Dopo di che mi parrebbe del tutto superfluo insistere sui rapporti necessari tra condizione economica ed istruzione essendo notissimo che in Italia la miseria è la grande amica dell'analfabetismo e questo alla sua volta è il massimo fattore dell'omicidio; e l'analfabetismo spiega perciò la grave delinquenza di Caltanissetta e Girgenti, del Nuorese e dell'Italia meridionale, delia Spagna, dell'Ungheria e degli Stati meridionali della grande Unione americana. Non se ne dimentichi il Niceforo se vorrà ritornare sull'argomento.


III.


La Nuova Sardegna, valoroso giornale democratico di Sassari, si è data ad un esame statistico per respingere da Sassari e dai Nuorese il triste primato, che il Niceforo ha loro assegnato e con mal celata compiacenza, ricordandogli ch'egli è siciliano e che in Sicilia c'è qualche provincia, che in quanto ad omicidi è la prima, pare abbia voluto dirgli: medice atra te ipsum!

Il richiamo per quanto sanguinoso è giusto. Non me ne ho a male io che sono pure siciliano; e di sicuro non se ne offenderà il mio conterraneo Niceforo che non credo affetto dal pregiudizio patriotico regionale. Sono convinto che egli al suo studio è stato mosso da criteri obiettivi, assolutamente disinteressati: non può ignorare che anche lui appartiene alla razza maledetta e della medesima porta inoccultabili alcuni caratteri, tra i quali la bassa statura, n cranio non glie l'ho misurato.

Il giornale di Sassari, in apparenza, rimpiccioliva la quistione alle proporzioni di una contesa interprovinciale indugiandosi a dimostrare che il numero


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dei reati è maggiore nella provincia di Cagliari o in Sicilia o in Roma o nelle Calabrie; in sostanza la riconduceva ai suoi veri termini ricordando, che le accuse lombrosiane, edite ora del Niceforo, non colpiscono una sola zona della Sardegna, ma tutta quanta T Italia Meridionale e le sue isole. Infatti da Roma io giù — il Lazio tutto compreso — tutte le provincie si rassomigliano grandemente nella delinquenza, che varia da una all'altra, ma non di molto; e che oscilla da un anno all'altro in guisa che il primato passa facilmente in uno o più reati, da questa a quell'altra provincia. Rinunzio alla dimostrazione di questa rassomiglianza, che chiunque può fare colle pubblicazioni ufficiali del Sodio e passo a studiare sinteticamente la criminalità di metà d'Italia in rapporto alla razza — con tutte le sue varietà — che l'abita poiché è bene si sappia che ciò che si dice della Sardegna sotto questo aspetto, dal più al meno,  si applica alla Sicilia, a Roma, alla Campania, alle Calabrie ecc. ecc.

La spiegazione dei fenomeni sociali, vari da nazione a nazione, da molto tempo e da oscuri e d illustri scrittori, venne cercata nella differenza di razza Alla differenza di razza anche testé ricorse il Russel Garnier onde trovare la ragione della pretesa superiorità del lavoratore della terra in Iscozia sul contadino dell'Inghilterra e la differente legislazione sui poveri d'Inghilterra, Scozia e Irlanda. (Annate of ihe British Peasantry. London. Swan Sonnenschein e pag. 312 e 422).

La spiegazione è comoda, facile; ma non regge alla critica, come ho dimostrato esaurientemente nel 2° volume della mia Sociologia criminale.


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Per reggersi si dovrebbero eliminare gli innumerevoli contrasti che presentano tra loro in luoghi diversi gli elementi di una stessa razza e le variazioni notevolissime che in secoli diversi la stessa razza presenta in un medesimo luogo.

Non è agevole intendersi sui caratteri, che devono distinguere le razze tra loro; e le gravi difficoltà cui si va incontro nello assegnare tali caratteri sono state esposte da G. Sergi nell'ultima sua eccellente pubblicazione (Africa. Antropologia della stirpe camitica. Torino. Fili Bocca, 4897. L. 10). Agli stessi risultati pervenne testé il Novicow, sebbene partito da un diverso punto di vista, sulla quasi impossibilità, oggi, di parlare di razza pura. (L'avenir de la race bianche. Paris. F. Alcan. 4897). (4).

Tali difficoltà esposi anche io sin dal 4889 nell'opera citata; e, quel ch'è più strano, delle medesime può formarsi un concetto adeguato chiunque legge il libro di Lombroso: L'antisemitismo e le scienze moderne. (L. Roux e C. Torino 4894).

Dato che si fosse d'accordo sui caratteri antropologici non sì avrebbe fatto un passo per (spiegare la storia dei diversi popoli. L'antropologia, infatti, dimostra la persistenza dei principali caratteri fisici di un popolo, mentre la storia mette in evidenza la mutabilità delle condizioni intellettuali, morali e sociali dello stesso popolo; permanenza di caratteri fisici da un lato e mutabilità di caratteri psichici dall'altro che vennero


(1) A p. 75 e in tante altre brillantemente ha rilevato le contraddizioni di Le Bon, di Pearson sul concetto di razza, che dal punto di vista sociologico si può trattare dia stessa stregua delle specie-tipi degli antichi naturalisti.


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or ora riconfermate splendidamente dal Sergi a proposito dell'Egitto (Africa etc).

Ed a questa obiezione da me sollevata contro le teorie del Lombroso credo che non si sia dati ancora risposta alcuna.

Comunque una influenza relativa alla razza si poi assegnare, ma nei limiti stabiliti da me: «questa influenza è quella stessa della ereditò fissata, rinvigorita ed allargata dalle condizioni comuni di esistenza dell'ambiente fisico e sociale, in conformità degli insegnamenti di Waitz e di Ribot». (Sociologia eri minale. Volume 2° p. 189). Il mio modo di vedere con vivo compiacimento l'ho visto accettato, su per giù, dal Bosco. (Gli omicidi etc. p. 26).

Ciò premesso si può sottoporre ad esame la quistione della razza in Sardegna, nel mezzogiorno e i Sicilia. Nulla di più strano — è la parola più beni vola che posso adoperare — dell'asserita grande diffrenza antropologica in Sardegna; per convinca sene in modo da rendere semplicemente ridicolo ogni tentativo di opposizione basta gettare un colpo d'occhio sull'atlante, che accompagna la splendida pubblicazione del Capitano medico Rodolfo Livi (Antropometria militare. Roma 1896). Non c'è regione  Italia, che per tutti i dati antropometrici — indi cefalico, statura, colore della carnagione, degli occhi e dei capelli, altezza e strettezza della fronte, piccolezza e grandezza della bocca, forma del naso aquilino, arricciato o schiacciato, ampiezza del torace e pelli ricciuti o ondulati — presenti tanta uniformi di colorazione quanto la Sardegna, cui si accostai la Sicilia — con maggiore varietà di tinte — e tutto il mezzogiorno d'Italia.


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La scoperta dei crani spiccatamente dolicocefali a Portoscuso è semplicemente una cosa allegra, che supera per l'importanza le scoperte di monsieur de la Polisse: in Sardegna prevale la massima dolicocefalia non solo rispetto all'Italia, ma anche al resto di Europa: il massimo assoluto si riscontra in Flumini, San Luri e Lanusei, da 74, 2 a 75, 7; immediatamente dopo, con un indice cefalico tra 75, 7 5 76, 7, vengono la zona delinquente ed altri punti della provincia di Cagliari. Questa uniformità dei caratteri del cranio e degli altri dati antropometrici venne risolutamente affermata dallo stesso Lombroso nel citato libro sull'Antisemitismo (p. 56). Solo l'isoletta di Carloforte per l'indice cefalico, come per altri dati antropometrici si distingue dal resto; ma di Carloforte, Giove con una certa verosimiglianza avrebbe potuto parlarsi di una razza diversa — celtica o slava o germanica — il Niceforo non fa parola. In quanto agli occhi azzurri che vi guardano nella Gallura e ai capelli biondi delle belle fanciulle e ai tipi perfettamente celti il Niceforo naviga in pieno romanzo. Il tipo biondo puro (capelli biondi e occhi celesti) ci presenta le minime proporzioni assolute in Sardegna: meno di 0,79. Solo due punti della provincia di Sassari, Alghero e Tempio, superano di un grado questo minimo assoluto e ne presentano da 0,79 a 1.54 % Fortunato il Niceforo, sotto i cui occhi passarono tutti i tipi perfettamente celti, che costituiscono l'infima minoranza della Gallura!

Quale valore abbia voluto dare alla grande scoperta dei crani spiccatamente dolicocefali del solo Portoscuso, che sono poi dolicocefali spiccatissimi, in tutta la Sardegna, non è facile indovinare perché la scuola di antropologia


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sul significato dell'indice cefalico ha mutato avviso.(1) Quando la delinquenza della Romagna ---richiamava l'attenzione, l'omicidio si connetteva colla prevalenza della brachicefalia; ora è di moda la delinquenza della Sardegna e si scorgeranno le tendenze omicide nella dolicocefalia. Dell'indice cefalico mi sono occupato a lungo nella Sociologia criminale; adesso s volessi divertirmi con questi romanzi antropologie riprodurrei le argute osservazioni del Novicow, che non mancano di essere alquanto canzonatorie al l'indirizzo del sig. Lapouge e di conseguenza a quelle degli antropologo criminalisti italiani.

Si noti, intanto, che il Lapouge — il più esagerato sostenitore dei rapporti tra indice cefalico e civiltà i segni di inferiorità in una razza non li trova se noi quando l'indice è al disotto di 74. (Selections sode les p. 78). Quello dei Sardi, per loro fortuna è al di sopra di 74. Né un fedele Ambrosiano potrà ritenere la dolicocefalia un carattere inferiorità, perché precisamente il Lombroso ha dimostrato che gli Ebrei da lui difesi come una razza superiore sono dolico cefali quasi come se fossero sardi di Portoscuso (L'antisemitismo p. 115, 120 e 121).


(1) La contraddizione può rilevarsi da una pagina al l'altra — tra le pagine 37 e 38 — nella cennata Edizione dell'Uomo delinquente del Lombroso. A pag. 37 dice chi gli ultra-brachicefali sono nelle regioni montane dell'Alta Italia, che danno meno reati di sangue. A pag. 38 pari della brachicefalia esagerata nei criminali come spiccati carattere degenerativo. Non c'è da raccapezzarsi: questi benedetta brachicefalia esagerata — la cui esistenza, ù antitesi al valore assegnatole, nell'Alta Italia rilevai ìq Se etologia Criminale — secondo le occasioni figura ora co me carattere normale, ora come carattere  degenerativo


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Inoltre: Crispi, da Lombroso annoverato tra i geni — mentre il suo prediletto discepolo, G. Ferrerò, lo considera come un brigante — è un dolicocefalo.

Antropologicamente, adunque, le grandi differenze affermate dal nostro A. sono un mito e non possono far fede della asserita sovrapposizione delle razze in Sardegna. Con ciò non si nega ciò che dice sull'autorità del Sergi e cioè che vi possano essere nell'isola varietà umane microcefaliche; ma questa constatazione non ha alcun valore sociologico. Figuriamoci quale esso possa essere pensando che secondo la nota 5 a p. 34 del libro di Niceforo la varietà ellisoides microssi trova in Mosca e nel Sannio, in Kasan e a Roma,in Smolensk e in Sicilia e Pompei; la platvcephalus micros in Novogorod e nel Sannio; la spheroides micros in Kasan e a Roma!    etc. etc.

E innegabile, però, dal lato storico che in Sardegna vi siano state invasioni di popoli diversi e non regge, dal punto di vista etnico l'isolamento asserito del Lombroso con tutte le conseguenze, che vorrebbe trame.

Del resto questa unità antropometrica della Sardegna — la massima che si possa rinvenire in un aggregato sociale — non deve e non può sorprendere; anche se razze spiccatamente diverse dal lato antropologico l'avessero invasa nel corso dei secoli, in un ambiente così piccolo, a forza d'incrociamenti sarebbero gradatamente scomparse le differenze.

Ma il fatto dell'unità antropologica ha una spiegazione più semplice secondo le teorie del Sergi accettate incondizionatamente dal Niceforo: i Greci, i Troiani gli Spagnuoli, i Berberi, i Libi, i Genovesi, i Pisani etc. e tutti i popoli che egli ci ha fatto passare  dinanzi


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 come in una lanterna magica, non sarebbero che rami  della stessa grande stirpe camitica, che si sarebbe diffusa  non solo in tutto il bacino del Mediterraneo, ma che  sarebbe anche penetrata nell'Europa occidentale fino  alla Gran Brettagna e nell'Europa centrale ed orientale fino a limiti poco determinati finora (Africa p. 395). E con ciò rimarrebbe spiegata F uniformità  dei caratteri fisici tra gli abitanti della Sardegna e la grande rassomiglianza con quelli della maggior parte d'Italia. Chi in nome dell'antropologia adunque vo lesse imprimere il marchio dell'inferiorità alla sola Sardegna sbaglia di grosso; egli lo imprimerebbe oltre che a Roma e a tutto il mezzogiorno d'Italia a tutti  i popoli del Mediterraneo, compreso il Greco, compreso l'Egiziano, che il Sergi chiama un ramo glorioso della stirpe che ha colonizzato il Mediterraneo (Africa p. 5).


IV.


Dissi che l'influenza della razza era stata invocata  da molti e in molte occasioni; ma nessuno ha fatto tanto uso ed abuso di questa forza misteriosa e l'ha fatta intervenire nella spiegazione dei fenomeni sociali con tanta leggerezza quanto la famosa scuola di Antropologia criminale. Lombroso, Ferri e Garofalo, tacendo dei minori, hanno voluto spiegare la delinquenza delle varie regioni d'Italia coll'intervento della diversità delle razze, dimenticando che le stesse razze chiamate in soccorso, altrove hanno avuto diversa fenomenologia e che questa ha variato da un periodo all'altro,  e ha avuto le sue fasi ascendenti e discendenti.

 Così Lombroso, vedendo che la provincia di Siracusa in Sicilia da una minore delinquenza delle altre dell'isola, non esita ad attribuire il fatto alla prevalenza dell'elemento greco;


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la frequenza degli omicidi nelle provincie di Girgenti, di Caltanissetta e di Palermo, invece l'attribuisce all’azione delle tribù sentite e berbere. E il Ferri, più largamente la maggiore criminalità del mezzogiorno e delle isole l'attribuisce alla razza mediterranea, nella quale comprende arabi, fenici, albanesi e greci; mentre la minore dell'Italia settentrionale la spiega colla prevalenza dei celti.

Il Lombroso a sostegno delle distinzioni sue per la Sicilia non può assolutamente addurre alcun dato antropologico ed è sorprendente che si possa sostenere una teoria antropologica senza dati antropologici. Allo stesso Lombroso in altra occasione darò altre ampie spiegazioni d'indole esclusivamente sociale sul grandissimo numero di omicidi che si commettono nelle provincie di Girgenti e di Caltanissetta; per ora mi permetterò di ripetergli che calunnia addirittura i berberi e i semiti attribuendo loro una influenza criminogena smentita luminosamente dalla storia. Secondo gli ultimi studi del Sergi, intanto, i semiti rappresenterebbero una razza diversa da quella cui appartengono i berberi; i quali invece sarebbero fratelli dei Greci. Il meglio poi è questo: i semiti danno una minore delinquenza in gran parte d'Europa; e i berberi della Kabilia nulla hanno da invidiare ai più onesti popoli dell'Europa civile.

Di questi berberi della Kabilia m'intrattenni nella Sociologia criminale e per non ripetere il già detto dall'ultimo libro del Letourneau riprodurrò alcuni tratti dei loro costumi commerciali, dei quali si è occupato lo Spencer per flagellare a sangue quelli dei superiori anglosassoni. «I kanouns dei Kabili, scrive il chiarissimo scrittore francese,


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si sforzano anche nelle cose del commercio di permettere soltanto ciò  ch'è giusto e di proibire ciò eh è socialmente dannoso. I kanouns dei Kabili hanno due cure principali: lasciare al commercio ogni possibile libertà ma impedire che questa libertà possa ledere l'interesse superiore della comunità. Si vuole che la buona  fede presieda alle transazioni ed ogni inganno sulla qualità e la quantità della mercanzia è punita con  ammenda, che diviene più forte se la sostanza è «nociva alle salute... In caso di carestia o di nevicata eccessiva, che ostruisce le strade è proibito agli  abitanti di comprare checchessia prima che si sia provveduto ai malati, e alle donne incinte o puerpere... Anche in tempo di guerra i membri delle tribù nemiche possono incontrarsi in un mercato.  In tempo di pace un mercato è un luogo sacro; non si deve mai turbare la tranquillità e ogni delitto che vi si commette, acquista un' eccezionale  gravita e severamente repressa. Il menomo furto sul mercato è tenuto per un delitto capitale e il colpevole può essere lapidato sul posto, linciato dalla folla.» (L'evolution du commerce, Paris. Vigot Fréres, 1897. p. 287 e 293).

Potrei riprodurre altri tratti sulla onestà e delicatezza dei kabili; ma questi bastano per fare vergognare i migliori anglosassoni della borsa e del commercio e per autorizzarmi a chiedere all'illustre psichiatra torinese: perché mai i berberi onestissimi in Kabilia devono diventare omicidi e briganti in Sicilia?


V.


C'è di meglio. Tutte queste osservazioni andarono all'indirizzo del professore Lombroso di alcuni  anni


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or sono e le ho presentate più per combattere i discepoli... in ritardo, anziché lui. Invero per quella dote rara che possiede in modo superlativo, la sincerità, che si traduce in mutabilità di opinione, l'illustre psichiatra torinese ha cambiato avviso de loto sui semiti, che riconosce oggi quali elementi di progresso e di superiorità in quelli stessi ambienti, nei quali li aveva additati quali fattori di alta e grave criminalità. La cosa parrebbe sbalorditola e perciò sarà bene lasciare parlare lui stesso. «La Sicilia e Calabria, scrive il Lombroso, non vanno ricche di sangue semita senza danno?  (L'antisemitismo ete. p. 35). E questo è poco: bisogna arrivare all'influenza benefica positiva, che non esita ad affermare esplicitamente. Il Lombroso assicura ohe in Sicilia «il bene è venuto dalla mistura di sangue normanno, greco e sopra tutto semita... Perciò la Sicilia è il paese, che mostra la massima tendenza al progresso di tutte le  parti d'Italia.» Qui è chiaro che il Professore di Torino ha criteri tutti speciali nel giudicare della superiorità dei popoli, perché né alcun siciliano, né alcun altro osservatore che conosce le tristi condizioni economiche, morali e intellettuali dell'isola avrebbe potuto asserire che ivi la tendenza al progresso è massima, superiore a quella delle altre parti d'Italia. Il nostro A., però non s'imbarazza menomamente nel segnalare i motivi, che gli hanno fatto emettere un giudizio tanto sorprendente: egli i sintomi caratteristici della superiorità della Sicilia li scorge nel fatto che «nell'isola ogni idea nuova, socialismo, antropologia criminale, vi ha preso rapidamente radice, mentre nel resto d'Italia


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vi è appena avvertita o vi è ancora repressa e derisa....» (Antisemitismo etc   I p. 57). (1)

Se si avesse voglia di scherzare su di un uomo illustre, nel periodo riportato che si potrebbe assegnare ad un viaggiatore chinese che avesse visitato la Sicilia nel 1893, nel periodo della effimera efflorescenza dei Fasci e fosse subito ritornato nel Celeste impero senza conoscere gli avvenimenti degli anni successivi, si avrebbe materia al di là del necessario. Ad ogni modo anche senza il desiderio di fare dello spirito non si


(1) Rileggo la citata edizione dell'Uomo delinquente e quei semiti che nel libro consacrato all'Antisemitismo erano divenuti non solo innocui, ma elementi di progresso ritornano nel 1897 — a soli tre anni di distanza — causa di male gravissimo e di regresso morale! (pag. 26 e altrove). C è da sospettare che qualche discepolo assai dsattento del Lombroso ristampi i suoi libri senza leggere e senza tener conto di quelli che l'autore ha pubblicato posteriormente alle precedenti La Nuova Sardegna di Sassari a proposito della presenza dei semiti in Sardegna ha notato questa contraddizione: «Quattro anni or sono nell'Antisemitismo e le scienze moderne il Lombroso sostenne l'inferiorità intellettuale dei Sardi, perché, diceva, senza il seme di Abramo non si da genio. Ed allora gli osservammo ohe veramente il seme era stato sparso anche in Sardegna come affermavano tutti gli storici da Cornelio Tacito a Giovanni Spano. Adesso che al Lombroso fa comodo, parla a proposito della Sardegna di influenza semitica e berbera nella enorme quantità degli assassini. Come? Se si tratta di dimostrare la superiorità intellettuale, allora i semiti non entrano in Sardegna; se all'incontro si tratta di assassini, allora i semiti e i berberi fanno capolino anche a danno della Sardegna. (N° 296. Anno 1897).


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potrà mai abbastanza deplorare la leggerezza inqualificabile colla quale il Lombroso enumera i geni, che dimostrano la Sicilia superiore alla Sardegna e la contraddizione enorme che c'è nella conclusione sull'influenza dei Semiti. Questi Semiti che alcuni anni or sono in Sicilia e altrove erano causa di gran delinquenza, divengono più tardi un miracoloso fermento nella stessa Sicilia; ma nella sola Sardegna rimangono privi di ogni efficienza per il bene.

Né si creda che in Sardegna siano scarsi questi clementi semiti; oibò! «La dolicocefalia, egli scrive seguendo il Calori, pel solo predominare dei Semiti, in Sardegna vi assume la proporzione di 94 0|0 con un indice di 74 e la brachicefalia vi si limita al 6 0|0 coll’indice di 80.» (L'antisemitismo etc. p. 115).

Tanto dire e disdire, tanta leggerezza, tanta contraddizione esce dai limiti della scienza per entrare nel campo delle aberrazioni, dolorose sempre, per quanto si vogliano supporre transitorie.

Le conseguenze del pregiudizio scientifico sulla superiorità o inferiorità della razza sono più enormi quando le razze si guardano solo in un dato periodo, senza considerarle attraverso al tempo. L'unilaterale osservazione della fenomenologia sociale in un dato momento della storia, induce sicuramente in errore in senso ottimista verso una razza e pessimista verso un' altra, perché tutte le razze hanno avuto la loro fase progressiva e quella regressiva. L'istantanea presa nel periodo ascendente a cui si dia un valore assoluto, farà accordare il primato in tutte le virtù ad un dato popolo; e viceversa. Così attualmente c'è il pregiudizio prevalente in favore


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della razza anglosassone o anglo-celtica. Osservatori di altri tempi avrebbero potuto stabilire il pregiudizio in favore de' Chinesi, degli Egiziani, dei Greci dei tempi di Temistocle o di Pericle, dei Macedoni di Filippo, dei Romani antichi, dei Greci di Siracusa e della Magna Grecia, dei Saraceni di Sicilia, dei Mauri di Spagna, degli Italiani dei comuni....

«La razza, dice Novicow, non è tutto e se ne ha la prova nel fatto che nei limiti di una medesima razza di una medesima nazione e di una medesima città avvengono variazioni estreme, secondo le epoche. Al XIX secolo i Fiorentini erano sparsi dapertutto; alcuna grande intrapresa non si faceva in Europa senza la loro partecipazione e Bonifazio VIII li chiamava il quinto elemento. Firenze era allora il centro finanziario del nostro continente, come Londra lo è dei nostri giorni. A quest'epoca, gl'inglesi, al contrario, sembravano dormire il sonno del giusto; essi producevano materie prime, frumento, lana e le esportavano sul continente. Alcuna industria, alcuna iniziativa, alcuna larga concezione economica non si osservava presso di loro. La razza dei Fiorentini, da una parte e quella degli Inglesi dall'altra si è poco modificata dopo il XIV secolo; né in Italia, né nella Gran Brettagna avvenne alcuna invasione straniera.» (L'avenir de la race bianche p. 402 e 403). Il Novicow poteva aggiungere che un Peruzzi fu banchiere e restò creditore dei Re d'Inghilterra e che i banchieri italiani del Medioevo dettero il nome a Lombard-Street in Londra. Egli è così che ogni razza ha giudicato severamente un' altra nemica, che alla sua volta è stata fatta segno alle stesse accuse. I Romani stabilirono la leggenda della fede punica;


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Più tardi un numidico, Giugurta, diceva che Roma si venderebbe se trovasse un compratore. Catone volle respingere Carneade da Roma per paura che v'importasse la corruzione greca; poscia altri avrebbe voluto evitare il contatto dei latini per paura della corruzione romana. Il generale Trochu — che viveva a Parigi! — attribuì la sconfitta dell'année terrible alla corruzione italiana, mentre Jacopo Grimm rifiutò ogni sentimento morale ai francesi, come i Russi lo negheranno ai Tedeschi e agl’indiani, verrà giorno in cui non vorranno riconoscerlo negli AngloSassoni.

Per la stessa ragione un siciliano del periodo storico dei Saraceni avrebbe stabilito che la barbarie e il primato nell'omicidio spettavano alla razza, che popolava la Scozia; mentre uno Scozzese odierno con pari leggerezza dirà che analfabetismo ed omicidio sono le caratteristiche della razza che popola la Sicilia. «Poco c'è mancato, osserva lo Schrader, che i francesi non fossero stati considerati come appartenenti ad una razza inferiore 2000 anni or sono quando Cesare entrò nelle Gallie, se a quel momento una frazione dell'umanità avesse deciso che lo stato attuale dava la misura definitiva dell'avvenire e avesse intrapreso la presa di possesso immediata della terra intiera. La razza inferiore di oggi può essere la razza superiore di domani. Di questo l'Europa e specialmente il mondo anglosassone non tiene conto abbastanza.» (Des conditions d’arrêt o d'avortement des groupes humains. Revue Mensuelle de l’École anthropologie de Paris. Maggio 1897).

E il Novicow a Lapouge che la superiorità o la inferiorità di una razza la desume dalla fortuna militare e che ragiona in questo modo —


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i Francesi sono stati vinti a Sedan; i Francesi sono dei Latini; dunque i Latini sono una razza inferiore — osserva: «Se Lapouge avesse scritto nel 1811 la sua conclusione sarebbe stata precisamente contraria: i Francesi hanno vinto tutti i popoli di Europa, dunque i Francesi sono una razza superiore. Le conclusioni dell'antropologia dovrebbero essere modificate dopo ogni battaglia; una razza ch'era eugenica alla vigilia di un combattimento, cesserebbe di esserla all'indomani! I Francesi sarebbero stati eugenici il 17 giugno 1815 e avrebbero cessato di esserlo il 19, dopo Waterloo. Tutti sanno intanto che la forma del cranio dei Francesi non è cambiata in quarantotto ore. Via! tutto ciò non è serio.» (Ibidem, p. 96.)

Questo sistema errato di giudicare fa ripetere al Niceforo gli insegnamenti ricevuti dai maestri e gli fa attribuire la minima quota di omicidi nelle isole britanniche alla razza anglo-celtica, (p. 94) Egli, e con lui i suoi illustri maestri, hanno dimenticato una bazzeccola: che questi virtuosi anglo-celti di oggi erano alquanto, anzi molto diversi qualche tempo fa; ci rassomigliavano, se non erano peggiori di noi. Ciò coll'autorità di Reclus, di Macauly, di Buckle dimostrai nella Sociologia criminale; ciò posso ora riconfermare coll’autorità di un eminente scrittore anglo-celtico contemporaneo. Enrico Ferri — in parte contro la verità — dichiara i| popoli settentrionali dell'Africa — da cui vengono agli italiani delle isole e del Mezzogiorno le loro cattive qualità — fieri, bellicosi, veementi; (Niceforo p, 96) ma sentite ciò che Russell Garnier dice degli Scozzesi quasi contemporanei — sino ai principi di questo secolo morente: «Il furto era la regola degli Highlanders


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non solo nella pianura vicina, ma anche tra i membri dello stesso clan. Essi esercitavano l'esorbitante potere ex lege (thè exorbitant lawles power) coi propri compagni. Non miglioravano la propria casa per paura d'invogliare gli altri a derubarla; così tra loro era sbandita ogni specie d'industria e la pigrizia, la madre di ogni vizio e la sorgente della dipendenza, era amata sopra tutte le cose. Come oggi in Manda, prevalevano in Iscozia i delitti agrari;... gli Scozzesi infine erano astuti, pigri, vendicativi, rissosi, sanguinati.» (Annals of Briiish Peasantrv p. 159). Non si direbbe che lo scrittore anglo-celtico parli dei Siciliani e dei Sardi odierni? E il Pearson degli inglesi dei tempi di Elisabetta dichiara dicessi rassomigliavano agli Spagnuoli: pronti alle avventure, pigri e poco disposti alle industrie. (National life and Character. 97). Un altro storico degli inglesi del secolo XVIII scrive ch'erano grossolani in alto e in basso, spaventevolmente delinquenti non ostante una legislazione penale feroce, etc. etc. (Novicow: Ibidem. p. 108). (1)

E e' è di meglio. Il Lombroso stesso in uno dei suoi ravvicinamenti etnici esclama: «Le grassazioni accadono in Sardegna come nei clan Scozzesi o nelle tribù Arabe.» (Niceforo p. 65).


(1) Il Prof. Lombroso nel citato articolo del Corriere della Sera crede potere distruggere ciò che ora e altre volte ho detto sugli Scozzesi con queste parole che trascrivo integralmente: «Un altro errore è quello di voler confondere quella criminalità, direi naturale, e propria così dell'età infantile come del popolo primitivo, differente così al senso morale che il delitto vi si contende coll'azione colla criminalità dei popoli civili nei quali quando le tendenze selvaggie e criminali ripullulano, non sono più fisiologiche,


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Dunque? Dunque: habemus confitentem reumi Questa grassazione che sotto il regime del clan caratterizza i Sardi, gli Arabi e gli Scozzesi elimina la distinzione tra le razze e alla razza, in se stessa, toglie qualunque speciale potere criminogeno a meno che non voglia allegramente sostenere che le razzie — le famose razzie! — degli Scozzesi del secolo scorso non fossero dovute ad elementi berberi che s'infiltrarono tra loro misteriosamente e misteriosamente scomparvero nel presente secolo.

La verità vera è questa: ogni razza ha presentato certe forme di delinquenza — la razzia, l'omicidio, la frode, etc, e oggi la frode, l'aggiotaggio, l'aborto.... e per taluni le pratiche maltusiane — secondo la fase di evoluzione cui è pervenuta. La scienza non ammette altra conclusione.

La Sardegna e la Sicilia in questo momento possono essere socialmente inferiori alle altre regioni di Italia; ma la razza non ci ha che vedere. «La razza che le popola, esclama liricamente l'Ardu Onnis, è la stessa razza mediterranea a cui Orazio cantò sul Campidoglio il Carmen sceculare — Alme sol Possis nihil visere majus! — che sussiste ancora, integra. A questa nobile stirpe appartiene la popolazione della Sardegna» (e della Sicilia e di tutto il mezzogiorno d'Italia). (Metodo zoologico in Antropologia, p. 31).


 ma effetti di anomalia e quindi morbose; perciò lo stesso popolo, la stessa razza, come lo scozzese, può essere stato feroce e barbaro nel suo stato primitivo, e non avere più nessuna tendenza criminale o ben poca quando divenne civile...» Dunque gli Scozzesi in principio di que sto secolo erano nello stato primitivo, tale da confonder! il delitto coll'azione.... Ad altra volta i commenti.


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Potrei ancora dilungarmi su questo tema e addurre nuovi fatti storici in favore di ciò che sostengo da tanti anni e in tanti scritti ma il già detto mi pare che basti a sfatare questo pregiudizio della razza; mi limiterò soltanto a ricordare che alla fine del secolo scorso la Lombardia e il Piemonte che oggi sono oggetto di ammirazione e di invidia, erano in condizioni morali assai diverse; i caratteri dei piemontesi sopratutto si avvicinavano maggiormente a duelli dei Sardi e dei Siciliani odierni. Il Tivaroni, infatti, li ricorda come gente parca, d'istinti selvaggi, manesca. La mendicità; egli soggiunge, era grandissimo e proporzionata solo al numero altrettanto grande lei banditi. La impronta morale della regione veniva completata dalla estrema ferocia penale. (L'Italia prima della rivoluzione francese p. 153, 158 e 272).


VI.


Mi affretto alla conclusione per chiedere: Si può operare che in un avvenire più o meno prossimo e promovendo opportune trasformazioni delle condizioni sociali queste razze, ora tanto proclivi al delitto, progrediscano moralmente?

Per la zona delinquente il Niceforo lo esclude recisamente; egli ne ritiene la razza, che l'abita inadattabile, impossibile a progredire, e ad evolversi, eri(attizzata, immersa in un passato, che non ha più ragione di esistere, (p. 58 e 59).

Questa la sua desolante conclusione; la quale se fosse giusta consiglierebbe l'uso del ferro e del fuoco per distruggerne gli abitanti.


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La Sardegna così presenterebbe una zona doppiamente maledetta: maledetta nella terra, che l'on. Macola ha proclamata immodificabile (1) — maledetta negli uomini, che non hanno facoltà di adattamento alla civiltà!

La conclusione sarebbe addirittura dolorosa; e meno male se non si trattasse di applicarla che alla piccola zona delinquente della Sardegna. Ma la logica è fatale e suggerisce altrimenti: la razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d'Italia, ch'è tanto affine per la sua criminalità per le origini e pel suoi caratteri antropologici alla prima, dovrebbe essere ugualmente trattata col ferro e col fuoco – condannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa dell'Australia ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell'Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre.

Non esagero per comodità di polemica. Chi conosce la letteratura della scuola di antropologia criminale sa che tra le linee di ogni sua pubblicazione si legge siffatta atroce conclusione. Se esplicitamente non vi è formulata lo si deve alla paura dell'impopolarità paura che non ha avuto il Niceforo, il cui pensieri: genuino si rileva da ciò che egli scrive sulla eredità che costituisce, come dissi, l'influenza attiva della razza. «L'ereditarietà psichica è fatto ben saldo («ben organizzato, che non sparisce — come credono il D'Haussonville e il Holl — di fronte all'imitazione e alla educazione;


(1) A questa gratuita asserzione del Macola, Felice Ci valloni anticipò una risposta in uno dei suoi smagliarli discorsi pronunziati nel percorrere la Sardegna nell'ao tunno del 1896 col citare un passo di Polibio che salutar risola tanto disgraziata: insula magnitudine et multitudine hominum et fructuum omni genere exccellens.


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è la psiche che si trasmette dal padre al figlio, fatalmente con tutto il cumulo dei suoi difetti, come ne fanno fede le strane genealogie di Lemaire, di Chretien, del beone Max — le osservazioni di Thompson, di Virgilio, di Marro, di Koch; è l'organizzazione dei caratteri morali, che passa dal generante al generato per mezzo del misteriosa fenomeno dell'eredità psico-organica» (p.68 e altrove).

E qui ripeto: se non si trattasse che dell'opinione personale del Niceforo la si potrebbe prendere come una delle solite esagerazioni dei giovani e dei neofiti; ma è il maestro,Enrico Ferri che k loda per le opinioni manifestate. Nella Prefazione del Ferri, infatti si legge: «Lontano da ogni reticenza e da ogni convenzionalismo, il Niceforo chiama «pane il pane» così nelle premesse diagnostiche come nei suggerimenti della cura. Forse qualche particolare affermazione o induzione meritavano il crogiuolo di una osservazione più ostinata; ma le linee generali e i dati principali e le conclusioni non sono che documento nuovo della fecondità teorica e pratica portata nel campo della criminologia dal metodo sperimentale e di osservazione della scuola positiva.» (p. I e II).

Est-ce clair? La solidarietà è completa tra il maestro e il discepolo; solidarietà, che apparisce meglio dalle parole del maestro, che il discepolo riporta a p. 97. Ma fortunatamente sbagliano l'uno e l'altro.

L'eternità, l'immutabilità dei caratteri della razza emerge chiara dal modo d'intendere l'eredità. Questa concezione si adatterebbe perfettamente alla teoria di Weissmann, che nega la trasmissibilità dei caratteri acquisiti; ma riconosciuta questa trasmissibilità,


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senza la quale non si spiegherebbe il progresso morale e intellettuale, dall'uomo primitivo, dal selvaggio all'uomo civile attuale, l'ipotesi della perennità dei caratteri della razza, s'infrange dinanzi all'evidenza dei fatti. Questi caratteri non mutano se non interviene l'azione di altri fattori — del benessere, dell'educazione e della istruzione sopratutto,come bellamente, tra tanti altri ha insegnato il Guvau. Se gli Scozzesi d'oggi quanto agli istinti sanguinar! sono tanto diversi dai loro non remoti antenati e l'omicidio è tra loro un fatto eccezionalissimo,lo si deve a quella legge scolastica del 1696, che prima che in Inghilterra diffuse nella Scozia l'istruzione. La benefica influenza di quella legge da tanti riconosciuta venne testé riconfermata dal Russell Garnier; e il Demolins in un libro, che ha ottenuto un meritato successo, ha dimostrato che la presente superiorità degli Anglosassoni non si deve alla razza ma al sistema educativo adottato. (À quoi tient la superiorità des anglosassons. Paris 1897. Maison Didot).

L'eredità dei caratteri criminosi, certamente verrà rinforzata da una educazione cattiva; ed è il caso dei Lemaire, dei Max etc. — casi individuali ed eccezionali coi quali non si può spiegare l'evoluzione delle collettività. E quel che possa un ambiente immorale o nel quale semplicemente non venga esercitato un controllo sufficiente pei fanciulli, con analisi sottile e con copia di dati l'ha dimostrato testé uno scrittore inglese, che tiene in gran conto il nostro Lino Ferriani: William D. Morrison (luvenile Offenders. Fisher London 1896).

Del resto nella stessa Sardegna e nello stesso Niceforo si trova la smentita  alla teoria della scuola di antropologia criminale.


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Nella Gallura egli riconosce che una volta prevalse l'omicidio per vendetta; oggi invece al nemico si uccidono le pecore e si tagliano le viti. (p. 44). Il progresso non è poco. Con maggiore evidenza questo progresso nella criminalità di tutta l'isola avrebbe potuto constatarlo se avesse posto mente a ciò che era l'omicidio per vendetta in Sardegna alla fine del secolo scorso e sul principio dell'attuale (E. Reclus: Geographic Universelle Vol. 1. p. 596). C è di meglio: la media degli omicidi in tutto il regno d'Italia era nel quinquennio 188084 di 41,91 per 400,000 abitanti; aumentò a 13,16 nel triennio 489395. Un brutto regresso non è vero? Ma non è dovuto alla Sardegna, non è dovuto alla razza maledetta della provincia di Sassari. Ecco le cifre: Sassari dava 46,60 omicidi nei primo periodo; si ridusse a 33,56 nel secondo. Non è questo un progresso colossale in dieci anni, che smentisce brutalmente le grottesche asserzioni sulla pretesa immutabilità della razza? (1) Ancora: la Corsica, tanto vicina psicologicamente e geograficamente alla Sardegna, colla sua diminuzione notevole dell'omicidio — gli omicidi da 23,74 per 460,000 abitanti nel 1875-38


(1) Come controprova della enorme influenza dei fattori sociali, si ricordi, che nella provincia di Sassari mentre diminuivano gli omicidi, nello stesso decennio aumentavano i principali reati contro la proprietà: erano 766 lei 1879-83 e salirono a 1050 nel 1890-94. L'aumento della miseria, rapido e intenso, spiega il fenomeno. Dell'aumenata miseria si hanno prove incontestabili nelle espropriazioni, che raggiunsero una cifra spaventevole e nella emigrazione da una provincia la cui densità di popolazione è minima. Ora se ne ha un altro indice eloquente: sono andate deserte le aste per le esattorie in trentasei mandamenti


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discendono a 9,78 nel 1867-80 — studiata dal compianto Bournet, (De la criminalité en Corse) riconferma li fede confortante nella modificabilità della razza e pei ciò nel progresso dell'umanità dappoiché per quanti fantastici i signori lombrosiani non arriveranno a sostenere., che questa enorme diminuzione nell'omicidio della provincia di Sassari e nella Corsica — tanto celebre, e tristamente, per la vendetta; diminuzione chi ha messo l'ultima a livello delle migliori regioni celte d'Italia, sia dovuta alla sostituzione di un' altri razza a quella mediterranea. Il fenomeno è dovute esclusivamente al mutamento nella condizione sociale.

Su questa modificabilità della razza, infine, mi sii concesso di addurre una testimonianza non sospetta quella dello stesso Lombroso. Da tutto il libro sul l'Antisemitismo risulta che egli crede essere dovuti! buoni e i cattivi caratteri psico-morali degli Ebrei alle condizioni politico-sociali in cui sono vissuti; mutarono quei caratteri quando mutarono le condizioni (pag. 43 a 19, 72 e 73). Qui ci troviamo di fronte ai una conversione delle più solenni e non si può c lodare il convertito, che non ha persistito nell'error dinnanzi all'evidenza dei fatti. Il convertito non h che un torto: quello di non avere confessato l'errore antico e riconosciuta  la  ragionevolezza dell'assunto

 

che comprendono sessantadue dei 108 comuni della provincia di Sassari. L'aggio vi è elevatissimo e l'appalto rappresenterebbe un' impiego di capitale assai remunerativo se non ci fosse questo grave inconveniente: non arriva ad esigere la metà della somma, che figura m ruoli a carico dei contribuenti!


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contro di lui da me sostenuto nella Sociologia   Criminale (1).

Potremmo e dovremmo disperare della Sardegna e del mezzogiorno d'Italia se fosse provato che un governo onesto e intelligente per lunga serie di anni invano avesse fatto convergere i suoi sforzi al miglioramento di quelle contrade e di quelle razze maledette, fa l'Italia nuova — lo confessano tutti — finora nulla di bene per esse ha fatto, molto di male. Per la Sardegna, anzi, è rimasta celebre l'ingratitudine sabauda: verso l'isola che ospitò la dinastia durante la tormenta della grande rivoluzione francese: i  Sabaudi, giudizio di Esperson, di Thouvenel, di Siotto Pintor, agirono come tanti Verri spoliatori.

Alieno dal volgare e pernicioso chauvinisme, che consiglia di nascondere le piaghe del proprio paese e di esaltarne anche i difetti, da anni ed anni ho levato alta la voce per deplorare la tristizia delle condizioni politiche, intellettuali e morali del mezzogiorno e delle iole. Più di dieci anni or sono pubblicai La Delinquenza della Sicilia e le sue cause che mi valse le invettive degli ignoranti o dei malevoli della mia isola


(1) Duolmi che il Lombroso nella calorosa e giusta difesa che ha fatto degli Ebrei non si sia ricordato della splendida monografia di Carlo Cattaneo sulle interdizioni israelitiche, scritta sessantanni or sono, ma sempre fresca e di attualità. È pure del Cattaneo la teoria su cui tanto insiste il Lombroso sulla necessità della mistura di diversi elementi etnici perché si abbia il progresso. Mi piace altresì ricordare che nel combattere il pregiudizio ella razza mi è stato, tra i pochi, compagno valorosissimo l'amico a me tanto caro Arcangelo Ghisleri (Vedi: Il diritto e le razze umane. 2. Edizione. Milano 1896).


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natia compensate dalle lodi, che rammento con legittimo orgoglio, dell'Holtzendorf.

Ed è poco perché per avere scritto la verità — aro meno della verità — sui costumi politici e morali de mezzogiorno fui fatto segno ad un inaudito, ignominioso tentativo di linciaggio entro l'aula stessa i Montecitorio. Ciò ricordo perché si sappia che il me non sono tenerezze morbose per il mio paese  per i miei concittadini. Ma a loro dissi spesso paro! aspre e che mi facevano sanguinare il cuore peri desiderio ardente, immenso ch'è in me di vedere guariti dalla lebbra del delitto, dell'analfabetismo,, della corruzione politica. La rampogna in apparenza crudele — come appare crudele al bambino il chirurgo che taglia sul vivo e caustica — partì dalle mie labbra per l'amore sincero che porto alle contrade natie, che vorrei vedere innalzate al livello della maggiore civiltà Sferzai duramente, sferzai a sangue, perché ho fede antica e salda nella perfettibilità della mia razza, di governi previdenti e perseveranti in concorso con cittadini illuminati ed energici, potrebbero ricondurci all'antico splendore.

Questa fede mi farà continuare per la via battili sinora ma mi costringe in pari tempo alla protesi contro le stolte teorie dei superuomini e delle super razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione.











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