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Fonte:
LO STRANIERO - Numero 48 - giugno 2004

La rivolta di Melfi       

di  Alessandro Leogrande
 

Bastano pochi dati per spiegare le logiche di ipersfruttamento su cui per anni si è basata la produzione nello stabilimento della Fiat-Sata di Melfi. A Mirafiori poco più di undicimila dipendenti producono 900 auto al giorno. A Melfi 5.100 dipendenti producono 1.200 vetture al giorno, una ogni 72 secondi. Nel 2002 ogni singolo operaio ha prodotto a Melfi ben 77 vetture facendo guadagnare allo stabilimento il dodicesimo posto nella classifica degli impianti più produttivi d’Europa.


A Mirafiori invece, in un anno, un operaio produce “solo” 49 auto. A Melfi si lavora sei giorni su sette, con diciotto turni a settimana. A causa della famigerata “doppia battuta”, gli operai sono costretti a fare per due settimane di seguito il turno di notte (cosa che a Mirafiori è stata abolita negli anni settanta). In tal modo, tutti, donne comprese, sono chiamati a fare ogni mese e mezzo dodici turni di notte consecutivi (retribuiti meno che altrove), stravolgendo completamente i propri orari di vita.


Considerando che la fabbrica è situata a quindici chilometri dal paese più vicino, e che i dipendenti sono stati raccolti da un ampio bacino tra Puglia e Basilicata, una buona parte degli operai impiega tre quarti d’ora per raggiungere il posto di lavoro in auto o in corriera. Come dice uno dei tanti dipendenti della provincia di Foggia: “Quando ho il primo turno, esco di casa alle quattro del mattino e ci ritorno alle quattro di pomeriggio.”


Rispetto a Mirafiori, a Melfi l’incidenza in termini percentuali del costo del personale sul totale del valore di produzione è diminuita di quasi un terzo, dall’8,6% al 6,3%. In base a un accordo del ’93, a Melfi un operaio guadagna in media 900 euro al mese. In tutti gli altri stabilimenti Fiat (da Mirafiori a Termini a Pomigliano) si guadagnano 200 euro in più. (Dati tratti da Sandro Orlando, “Fabbrica record, il lavoro quasi gratis”, “l’Unità”, 27 aprile 2004).


Negli anni novanta la multinazionale torinese ha deciso di spostare gradualmente la produzione nelle fabbriche del Sud, non solo a Melfi ma anche a Pratola Serra in Campania, fuggendo da Mirafiori e dai diritti del lavoro che incidono sul profitto. Così oggi il cuore dell’impero Fiat (nonostante la crisi, la prima impresa del paese) è a Melfi, in uno stabilimento costruito appena dieci anni fa in mezzo a chilometri e chilometri di campi di grano.


In una zona che lambisce il Tavoliere delle lotte bracciantili del passato, in cui il latifondo del grano si è ricostruito nell’era dell’agricoltura meccanizzata intorno a pochi proprietari terrieri. In cui la fuga dal sottosviluppo – che ieri era affidata ai “treni del sole” che portavano proprio a Mirafiori (e a Milano e in Svizzera e in Germania) – negli anni novanta è stata affidata alla Fiat-Sata: tempio della fabbrica post-fordista, la cui produzione si basa non sull’operaio-massa ma sulle squadre Ute (Unità tecnologiche elementari, al cui centro c’è un capo che controlla direttamente i dipendenti), ed è regolata secondo i canoni del Tmc2 (Tempi metodi collegati) che fa aumentare del 20% il carico di lavoro per ogni singolo operaio.


Se nella vecchia fabbrica fordista c’era il tempista a calcolare i tempi di lavorazione, le pause eccetera, e a fissare sulle tabelle i tempi ottimali, nella fabbrica toyotista questo lavoro lo fa il computer, non deducendolo dal lavoro dell’uomo, ma imponendolo in base agli standard di produttività. Per cui le pause sono ridotte all’osso, e il lavoro assume ritmi insostenibili.


Chi non rispetta i tempi è soggetto a provvedimento disciplinare, e a Melfi ne sono stati spiccati ottomila negli ultimi cinque anni. Non c’è dipendente che non abbia subìto provvedimenti disciplinari (cioè soldi in meno in busta paga) per motivi futili: “il dipendente si è recato in bagno per tre anziché due volte”; “ha impiegato due minuti in più per montare un cofano”… sino all’assurdo: “il dipendente ha sparso per lo stabilimento briciole di pane”.


Ovviamente, nonostante la sconfitta operaia del 1980, era impossibile applicare tutto questo a Mirafiori. Nelle fabbriche in cui i lavoratori sono garantiti si chiudono i reparti, si mandano gli operai in cassa integrazione, ma non è possibile ridurre i diritti garantiti. Per cui, come intuì a suo tempo Cesare Romiti, la competitività sul costo del lavoro e sui modi di produzione sarebbe dovuta passare attraverso la costruzione di nuovi stabilimenti ad hoc. In un “prato verde” come Melfi, appunto, dove inesistente era la cultura di fabbrica e quindi scarse le forme di sindacalizzazione.


Un “prato verde” di alta produttività e bassi salari, pensato per meridionali che – tanto –  vogliono solo un posto di lavoro, non importa di che tipo e in quali condizioni, fatto accettare ai sindacati e alla politica con la minaccia che altrimenti sarebbe stato insediato in Bulgaria.


Oggi il bubbone Melfi (la fabbrica-modello tanto esaltata dagli economisti post-moderni; l’unico stabilimento che, in caso di collasso della Fiat, sarebbe davvero interessato a General Motors) è esploso. Ed è esploso in una delle più dure lotte operaie che la Fiat abbia dovuto affrontare negli ultimi quarant’anni. Sì, perché il caso-Melfi, che è stato ampiamente distorto dai tg nazionali nei giorni di aprile, non è stato semplicemente una vertenza di difficile soluzione e dagli esiti incerti. È stata una vera e propria rivolta, infiammatasi in pochi giorni e spostatasi su posizioni sempre più radicali.

Quella di Melfi non è una protesta assimilabile a quella che si è verificata nell’altro stabilimento Fiat di Termini Imerese, o a quelle che costantemente attraversano da Nord a Sud l’Italia della deindustrializzazione. Ha poco in comune con gli scioperi a oltranza dell’80 sconfitti dalla marcia dei quarantamila colletti bianchi. Non è una protesta in difesa del posto di lavoro contro la chiusura o il ridimensionamento di insediamenti che i gruppi dirigenti considerano improduttivi.


Melfi è uno stabilimento iperproduttivo. È ormai il cuore della galassia Fiat e dalla sua produzione dipende anche quella degli altri stabilimenti, compreso quello di Mirafiori. La rivolta in questo caso è scoppiata contro i salari ridotti, contro i modi di produzione, contro i turni massacranti, in generale contro il Tmc2. Dopo dieci anni di compressione, la fabbrica disciplinare è stata messa in discussione da cima a fondo.


I 5.100 dipendenti della Fiat-Sata (e gli oltre tremila dell’indotto) hanno scoperto di essere una comunità sfruttata. In silenzio per dieci anni, le frustrazioni e lo stress del nuovo lavoro di fabbrica si sono tramutate in rabbia muta, in astio crescente nei confronti dei capi-Ute e dei vertici Fiat. Il “prato verde” è diventato un braciere, invisibile ai più ma sul punto di attizzarsi, ed è bastato un piccolo colpo per tramutarlo in fiamma. Quel braciere ha creato un nucleo di classe operaia in un paese che si avvia alla deindustrializzazione. La rivolta, poi, ha mostrato a tutti le sue rivendicazioni, le sue richieste di giustizia e di dignità.


L’ipersfruttamento della Fiat ha ricreato ciò che storici e sociologi davano per estinto: lo scontro di classe – che può anche non essere il motore della storia, ma che è impossibile non scoppi in situazioni tali, quando ancora oggi, in un unico luogo (la fabbrica) l’assenza di dignità, le punizioni, i bassi salari, l’esclusione dei lavoratori da ogni forma di decisione sui modi di produzione che li riguardano costituiscono il profitto degli eredi di Agnelli. Solo chi è stato a Melfi ha potuto accorgersi di ciò che soffia alle spalle della vertenza Fiat: una voglia di democrazia e di autorappresentazione degli operai, una critica virulenta degli standard di competitività, e dei ritmi di lavoro che questi impongono, che tutti (capitalismo italiano, governo, sindacati confederali) non possono più aggirare.  […]

 



[È possibile leggere la versione integrale del reportage di A. Leogrande su “Lo straniero” n. 48, in libreria dal 27 maggio.]





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