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Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/ - 17-03-2011

Nord «padre» del debito pubblico

Con le guerre gli oneri del Piemonte salgono del 565% nel decennio pre-unitario
 
Morya Longo

«Gli atti del governo esprimono tutti un principio: le risorse finanziari e dello staio non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell'ordine e nell'economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno».

Queste parole non sono state pronunciate dal cancelliere Angela Merkel, nel tentativo di redarguire gli stati europei iper-indebitati Né dalla Banca centrale europea. A dire la verità, non sono neppure dei giorni nostri. A scriverle, in un libricino datato 1862, è stato invece l'economista Giacomo Savarese: si riferiva al Regno delle due Sicilie. Può sembrare strano, ma prima dell'unità d'Italia l'esempio di rigore nei conti pubblici arrivava proprio da li: dal Meridione borbonico. Era invece il Piemonte ad avere conti fuori controllo, con un debito pubblico cresciuto del 565% nel decennio precedente all'Unità d'Italia. Insomma: è stato il Regno dei Savoia a portare nella nascerne Italia la cultura del debito facile, della finanza allegra.

Se si guarda la situazione delle finanze pubbliche nel decennio precedente al 1861, si può trarre la conclusione che per il Regno di Sardegna la creazione di un'Italia Unita fosse anche un modo per aggiustare i conti. O, quantomeno, per annacquare i problemi. La bilancia commerciale piemontese perennemente in rosso e soprattutto i costi della politica estera e delle guerre (a partire da quella di Crimea) hanno fatto lievitare il debito del regno in pochissimi anni.

Nel 184S ammontava a 168 milioni dì lire, mentre nel 1859 (prima dell'Unità d'Italia) era salito a 1,12 miliardi di lire. Una montagna enorme, pari al 73& del Pil. Diametralmente opposta era invece la situazione nel Regno del le due Sicilie: con una gestione dello stato improntata sul contenimento delle tasse, il debito borbonico sale dai 317 milioni del 1848 ai 411 del 1859: il rapporto debito Pil nel 1859, è cosi su un più gestibile 16,57%.

Ovvio che i Savoia negli anni di Cavour dovessero fare qualcosa per salvare i conti. Le tentarono tulle. La prima strada scrive Savarese fu di oscurare le informazioni: dopo il 1855 il Regno di Sardegna non redige più un bilancio dello stato. Blackout. Spulciando tutti i bollettini e le leggi Savarese scopre che le spese approvate dal parlamento dal 1848 al 1859 ammontavano a 369 milioni di lire, mentre il debito nello stesso periodo è salito di 928 milioni. Insomma: il Piemonte sembra aver fatto sparire un bel po' di soldi. Oltre a questo il Regno di Sardegna percorre altre strade per aggiustare i conti pubblici alla meglio. Innanzitutto aumenta le tasse, inventando 23 nuovi balzelli in pochi anni. Poi vende i beni demaniali, a partire dallo stabilimento siderurgico di San Pier d'Arena, Ma non basta: nel 1859 il debito è elevatissimo. E le sorti dello stato erano in mano ai grandi banchieri come i Rothshild. Anche perché il Piemonte –  secondo gli studi di Francesco Nitti – possedeva solo un patrimonio di 27 milioni di lire di oro: molto meno dei 443milioni del Regno delle due Sicilie. Restava dunque solo una cosa da fare: unirsi con chi aveva i conti in ordine.

Guarda caso proprio un po' più a Sud c'era un Regno che aveva fatto del rigore dei bilanci un imperativo categorico. Anche Vittorio Sacchi, piemontese mandato a dirigere le finanze napoletane dopo l'Unità d'Italia, trovò grande competenza: «Nei diversi rami dell'amministrazione delle finanze napoletane scrisse nel 1861si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni più illuminato governo». Che queste parole corrispondessero al vero è dimostrato dal fatto che il povero Sacchi, dopo averle scritte, cadde in disgrazia. E anche i numeri Io confermano. Il Regno delle due Sicilie dopo la Restaurazione del 1815 ha solo cinque tasse. Le rendite pubbliche – calcola Savarese – salgono da 16 milioni di ducati a 30 «per effetto del crescere della ricchezza generale». Solo con i vari moti rivoluzionari (a partire da quelli del 1820) iniziano a salire i debiti e le casse del Regno cadono in disavanzo, ma ogni volta in breve tempo il "buco" viene chiuso. Morale: dal 1847 al 1859 il Regno delle due Sicilie non introduce alcuna nuova tassa e non vende alcun bene demaniale. Anzi: già dopo i moti del 1821 il Regno vanta 40 chilometri di rete ferroviaria e una marina molto fornita. E non c'è traccia di "auto-censura" sui bilanci pubblici

Nel 1861 cambia tutto. L'Italia diventa unita e anche il debito pubblico. «Il Regno d'Italia scrive Savarese s'inaugurava a Torino con un alto debito». Sono passati 150 anni: l'alto debito è ancora tutto li. Ormai siamo arrivati a 1.800 miliardi di euro. Non di ducati o di lire ottocentesche. Non sono certo ereditati da Cavour (quantomeno perché i loro debiti nel frattempo saranno anche scaduti), ma di sicuro la gestione italiana delle finanze pubbliche ha per un secolo e mezzo mantenuto quella impronta.

 

LE ACCUSE DI SAVARESE

Le spese approvate dal Parlamento dal 1848 al 1859 ammontavano a 369 milioni di lire contro un debito salito a 928 milioni


www.ilsole24ore.com/ - 17-03-2011
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