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Sicuramente quest'opera fu scritta in francese, avendo l'autore poi scritto anche un'altra opera "I Malaparte ed i Bonaparte nel primo centenario di un Bonaparte-Malaparte" nel 1869.

Chiaramente non si può pretendere di scrivere la storia di un paese affidandosi ad una singola opera. Sarebbe come scrivere la storia di questi anni basandosi sul quotidiano "La Padania" o sulla trasmissione "AnnoZero".

Una cosa però è certa: i moralizzatori del popolo meridionale - lazzaro borbonico e brigante - non hanno nulla da insegnarci se non che le decisioni le prende chi ha il potere politico-militare. Che finisce così per dare anche il pre-giudizio sugli eventi.

Ci spieghiamo con un esempio, prendiamo i casi di Bologna e Napoli. Ecco cosa diceva il Brofferio nel dicembre 1861:

«O Bologna, grande e nobile città, tu che alla libertà associavi la scienza, grande nella disciplina degli studi, grande nella palestra delle armi, tu che nel 1848 col solo petto dei tuoi cittadini sapevi scacciare gli Austriaci irrompenti colle loro artiglierie, che sei divenuta? I ladri, i malfattori, i truffatori, gli omicidi ti stanno sul collo. E perché? Perchéla tua pubblica sicurezza èin mano di gente inetta o ribalda.»

E proseguiva:

«Quello che accade a Bologna, o signori, accade paramenti ed a Ferrara, ed a Cesena, ed a Forlì, ed a' Rimini, e dovunque.»

L'avreste mai detto che qualche problemuccio ce l'avessero anche in Emilia-Romagna nel 1861?

Chiediamoci perché da noi, in questi 150 anni, son proliferate le organizzazioni criminali e le città emiliano-romagnole oggi sono comunemente ritenute civilissime, finanche da uomini dell'estrema destra!!!

Buona lettura.

Zenone di Elea -26 Agosto 2010


STORIA
DEI LADRI
NEL REGNO D'ITALIA
FATTI CIFRE E DOCUMENTI
TORINO
FELICE BOERI
Via Barbaroux, 20.

1869.

(puoi scaricare il testo in formato ODT o PDF)

INTRODUZIONE

I Ladri e le rivoluzioni.

Quantunque sia innegabile che in tutti i tempi e sotto tutti i governi fossero sempre de' ladri, tuttavia attestano le istorie, che in tempi di rivoluzione i ladroni trionfano, e comandano a bacchetta. Così dovea e deve avvenire, e così avvenne ed avviene. Imperocché la rivoluzione ben analizzata non è altro che il furto; ruba l'onore a Dio, l'autorità al Papa, la dignità ai Principi, i diritti alla Chiesa, la pace e le sostanze a' popoli. Napoleone III ha detto: l'impero è la pace, Il famoso Congresso di Ginevra ha soggiunto nel 1867: la democrazia è la pace: ed io sentenzio che la rivoluzione è il latrocinio.


E sotto il nome di rivoluzione le comprendo tutte, le rivoluzioni eretiche e le politiche, le imperiali e le sociali, le regalistiche e le democratiche. Studiatele bene ed a fondo, ed in tutte troverete il furto, il furto come principio, come mezzo e come fine. Volete, o lettori, che noi esaminiamo insieme alcune delle rivoluzioni passate?

Tre rivoluzioni sono memorande nel mondo.

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La prima che chiameremo nonna ed è il protestantesimo, che generò la rivoluzione francese, rivoluzione madre, da cui a' tempi nostri nacque la repubblica romana, rivoluzione figlia. Ebbene, aprite la storia e troverete che nonna, madre e figlia produssero un'infinità di ladroni, i quali misero a sacco ed a ruba le terre che voleano rigenerare.

Nel secolo XVI la riforma produsse la rivolta de' villani che insorsero prendendo per insegna lo zoccolo contadinesco contro gli stivali dei signori. Sul Reno, in Alsazia, in Lorena, nel Tirolo, nella Carintia, nella Stiria gli insorti corsero alle armi, e levandosi contro del ricco, bandirono guerra alla proprietà, alla magistratura, alla nobiltà, abbruciarono castelli, abbatterono Chiese, pigliando di mira principalmente i signori e giurando di non lasciar la vita ad un solo di questi viventi nell'ozio.

Ed i villani erano logici, che Luterò avea predicato loro: Chiunque aiuterà col braccio o altrimenti a rovinare i Vescovi e la Gerarchia Cattolica, è buon figlio di Dio». Ora se era un'opera buona e santa spogliare i Vescovi e i vescovati, come potea dirsi cattiva invadere i Tribunali, occupare i castelli, e saccheggiare i vasti poderi de' possidenti?

Lo stesso avveniva sotto la rivoluzione francese. Dai più tristi uffiziali del reggime del Terrore nacquero bande d'assassini che tribolarono la Francia, ed èrano detti chauffèurs e garrotteurs dai mezzi adoperati per rubare, ch'erano la garrotta ed il fuoco. Gli uni stringevano un ferro al collo del proprietario che volevano spogliare, gli altri del fuoco usavano cosi: entrati in una casa impadronivansi del capo della famiglia, e preso uno de' suoi piedi lo mettevano sulle bragie facendolo soffrire finché non rivelasse dove avea nascosto il tesoro.

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E questi ladroni erano logici, perché dopo di aver rubato in nome dello Stato sotto gli ordini di Robespierre, stimavano di poter rubare ancora in nome proprio. Giacché lo Stato essendo lo insieme de' cittadini, se il furto è lecito ad alcuni milioni di persone riunite fra loro in società, non può venire proibito ai membri che compongono questa società medesima.

Finalmente la Repubblica Romana regalò agli Stati Pontificii un numero senza numero di latrocinii. Carlo Luigi Farini ne parla a lungo nel suo Stato Romano e ci racconta una parte de' latrocinii, commessi sotto quel tristissimo governo. Fra gli inni di libertà, e gli augurii di fratellanza (così il Farini, erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladronecci, e pretesto a rapinerie (1)».

Ed erano logici anche questi furfanti, applicando ai Romani le dottrine della rivoluzione, e poiché era stato lecito ai così detti uomini del governo togliere il Regno al Papa, faceano ragione i malfattori che non potesse loro vietarsi di levare le sostanze e la vita ai privati, che una sola è la morale, e tutti i diritti, tutte le proprietà poggiano sulla medesima base.

Il nostro Vittorio Alfieri fu de' più caldi a provare in versi ed in prosa che i rivoluzionari francesi dell'ottantanove non erano che ladri, e non sarà male levarne qualche citazione.

Dalli, dalli

Agli empi, ai Ladri, ai miscredenti, ai pravi

Ammazzapreti, ammazzadonne ignavi,

Reprobi e schiuma delle inferne valli.

Alfieri, Misogallo, Sonetto XIX (14 dicembre 1792).

(1) Farini, lo stato Romano, Voi. IV, pag.177,178

.

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Certi nomi si accoppiano, altri no.

Verbi grazia sta ben Libero e Giusto:

E a meraviglia stan Ladro ed Ingiusto.

Ma né Dio pure maritar mai può

Libero e Ingiusto, ovvero Giusto e Ladro.

Alfieri, Misogallo, Epigram. LIX (28 luglio 1796).

Rubino i ladri, é il loro dovere; il mio

È di schernirli; al boia d'impiccarli;

Il seppellirli lascisi all'obblio.

Alfieri, Misogallo, Sonetto XI (13 settembre 1792).

Vecchi, bambini, carchi di lattime

Balbettando virludi avete raso

Un Regno e sovra le rapine opime

Di non attico sai vuotato il vaso.

Alfieri, Misogallo, Sonetto II (26 luglio 1790).

«Spogliare, atterrire ed uccidere; indi uccidere, atterrire e spogliare; e indi ancora atterrire, uccidere e spogliare e sempre poi tutti tre questi verbi di regno, raccozzati e voltati in quanti modi può dare la volontà suprema e la forza, son soli l'arte e il segreto di pastoreggiare (governare) (1).

Queste citazioni provano che se l'Alfieri, tuonando contro i ladri de' tempi suoi, e descrivendo la ladronaia francese, fé' opera liberalissima; io non farò male bollando i ladri de' tempi miei, e tentando di far conoscere i ladri del Regno d'Italia. E come all'Alfieri fu elevato un monumento a Firenze nella Chiesa di Santa Croce, così io posso sperare che a suo tempo mi tocchi il medesimo onore. Coraggio adunque, e dalli dalli

Agli empii, ai ladri, ai miscredenti, ai pravi.

(1) Parole di Robespierre a Luigi XVI nel Misogallo dell'Alfieri.

PARTE I.

Dei ladri in Piemonte quando si faceva l'Italia.

Vincenzo Gioberti aveva attribuito al Piemonte il primato su tutta l'Italia, e l'uffizio egemonico per redimerla. Egli chiamava Torino «la novella Delfo, precorse ogni altra città italiana nel concepire l'idea d'un anfizionato Italico, nell'ordirlo colla scienza, e nel tentar di effettuarlo colla milizia.»

Ma che volete? Nel 1858 Alessandro Borella trovava in Piemonte un altro primato, e scriveva in Torino: «Noi ci possiamo gloriare che il Piemonte abbia il primato nella parte tecnica e pratica dei furti (1). t

E questo primato allora nessuno osava negarlo a' Piemontesi. Si rubava certo in tutta l'Italia; in Roma ed in Napoli, in Firenze ed in Bologna, ma così liberamente, coraggiosamente, dottamente, italianissimamente come a pie delle Alpi non si rubava in nessun'altra contrada.

La quale verità storica vuoi essere confermata con alcune citazioni, e noi invocheremo perciò le testimonianze: 1° dei ministri piemontesi; 2° dei deputati piemontesi; 3° dei giornalisti piemontesi. Mano afferri.

(1) Gazz. del Popolo, N° del 24 agosto 1858.

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CAPO I.

I ladri e i ministri piemontesi.

Nel 1854 Urbano Rattazzi era ministro di grazia e giustizia, ed alli 27 d'agosto scriveva le seguenti parole agli avvocati fiscali:

«I reati contro alle proprietà, e massime quelli commessi nelle campagne, sono un male talmente esteso e radicato nel paese, e pel quale insorgono ogni giorno così vivi richiami, che il governo verrebbe meno ai suoi più solenni doveri se trasandasse di imprimere nei suoi funzionari d'ogni ordine quella forza ed efficacia d'azione che è veramente necessaria per recarvi pronto e salutare rimedio.»

Dalle quali parole due cose risultano: 1° che fin dall'agosto del 1854, cioè dopo sei anni appena di libertà; il latrocinio era un male esteso e radicato in Piemonte; 2° Che fin d'allora Urbano Rattazzi si studiava imprimere ne' suoi funzionari forza ed efficacia per recare pronto e salutare rimedio alla malattia nazionale del furto.

I fatti e le citazioni che recheremo più innanzi dimostreranno che il pronto e salutare rimedio non venne mai, e che il male già tanto esteso e radicato fin dall'anno 1854, continuò ancora ad estendersi e radicarsi, sicché ne nacque la bella Italia che oggi contempliamo e godiamo.

E perché non si trovò il rimedio? Perché mentre cercavasi, si spogliavano i gesuiti e se ne vendevano

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all'incanto i beni; perché si mettea la mano sulla mensa dell'Arcivescovo di Torino e dell'Arcivescovo di Sassari dopo d'averne esiliato le persone; perché si sequestrava il patrimonio del Seminario Torinese e si cacciavano dalla propria ca3a i Padri Serviti, i Padri Certosini e le monache di Santa Croce.

Luigi XVI indicava il vero rimedio nell'Allocuzione che tenne all'Assemblea costituente li4 febbraio del 1790: «Date al popolo l'esempio di questo spirito di giustizia che serve a custodire la proprietà.» Ma l'esempio non fu dato, e il rimedio non si trovò.

Pensate! - Urbano Rattazzi il quale ai 27 d'agosto del 1854 lamentava in Piemonte i reati contro alle proprietà, alli 28 novembre dello stesso anno presentava alla Camera dei deputati un progetto di legge «Sulla soppressione degli Ordini Monastici.» Che bel rimedio!

Il numero de' ladri crebbe, i richiami degli onesti si fecero ogni giorno ancora più vivi, e provocarono le seguenti solennissime lagnanze de' deputati Subalpini.

CAPO II

I ladri e i deputati piemontesi.

I primi deputati che parlarono di ladri e di latrocinii nella Camera Subalpina, se io ricordo bene, furono nel 1854 un ex-prete, anzi un ex-parroco, il deputato Robecchi e l'onorevole Filippo Mellana. Era il 24 di maggio di quell'anno, vale a dire l'anno sesto della libertà piemontese nata nel 1848, e il Mellana dichiarava che i furti di campagna sono una lebbra che ornai si estende sopra tutta la faccia del paese. È incontestabile che in Piemonte, non vi ha città, né comune, nel cui recinto o fuori d'esso non sianvi case pubblicamente conosciute per attendere alla professione di comprare i raccolti delle campagne

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che vengono di mano in mano derubati.... In tutti i commerci vi sono più o meno incettatori pubblici di detti furti (1). Il deputato Robecchi conveniva col Mellana assicurando che pervengono d'ogni dove e ogni giorno lagnanze pei furti di campagna» e che t i nostri contadini crescono in questa triste scuola delle ruberie (2).» Ammirate i magnifici asili rurali che noi Piemontesi avevamo fin dal 1854!

Ma i Sindaci, i capi del Municipio eletti dal Governo rigeneratore che cosa facevano? Il Mellana ci raccontava che qualche Sindaco o Vicesindaco dava briga alla polizia facendosi arrestare egli stesso, com'era avvenuto nell'autunno del 1853, nella provincia di Casale. Altrove un Sindaco venne t proditoriamente assassinato e lasciò la vita nel suo uffizio.» E i giudici? Vi sono giudici, rispondeva il Mellana, che talora invece di contiannare danno del proprio borsellino qualche obolo agli imputati di furti di campagna.» E i deputati?

In quella che gli onorevoli riconoscevano tanti ladri, un deputato distingueva su chi ruba per soddisfarà ai bisogno, e chi ruba per far commercio delle cose derubate;» un altro deputato scatenavasi contro i proprietarii chiamandoli vice-epuloni e citando il proverbio: la roba dei campi è di Dio e dei Santi; un terzo trovava troppo severe le misure che voìeansi abbracciare per difendere la sicurezza pubblica; un quarto manifestava la speranza che i piemontesi di là da venire potrebbero essere sicuri dai furfanti.

Fabbricavasi una legge in difesa delle sostanze cittadine, e Mellana diceva: abbiamo già fatto altre leggi a tal fine; il fatto e noi stessi le abbiamo condannate.» Ma Robecchi, vedendo l'inutilità delle leggi, domandava:

(1) Atti uff. della Camera Subalpina, Tornata dei 24 maggio 4854.

(2) Atti uff. della Camera Subalpina, loc. cit.

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«Ci sarebbe mai qualche causa nascosta di questi disordini?» E l'ex-parroco deputato mettendosi sulle tracce di Baboeuf, d'Owen, di Proudhon e di Pierre Leroux scoperse la causa dei furti di campagna nelle soverchie ricchezze dei signori, e nella povertà de' contadini. I nostri contadini van dicendo: «Ma di tutto questo per noi c'è niente? Che non abbiamo mai a sentirci in cuore un po' di voglia di partecipare a questi commodi?»

Quindi l'ex-parroco usciva nella seguente proposta: «Io faccio una proposta alla Camera ed è ch'essa decreti un'inchiesta parlamentare composta d'uomini di ogni provincia; d'uomini illuminati; un'inchiesta d'uomini pratici, zelanti per il bene del popolo, la quale vada nei tugurii del contadino, ne studii le tendenze, i bisogni, il grado d'istruzione, di educazione; esamini i varii sistemi d'agricoltura, le scritture d'affitto, le convenzioni cotoniche, assuma insomma tutte quelle informazioni, che possono servire ad illuminare il legislatore.

Ben vedea l'ex-parroco deputato che la sua proposta poggiava sui principii del socialismo, eppure avea l'ardire di paragonare que' principii al Vangelo ed al Pater noster. Mi limito a ricordare a chi s'affretta a condannarle (le teorie socialistiche), che diciotto secoli fa anche il Poter noster era considerato una bestemmia.»

Sulla proposta del Robecchi si stabilì una lunga disputa. Dapprima il deputato Gio. Batt. Michelini la derise, poi ne domandò scusa al suo amico che molto apprezza.» Il ministro dell'interno ch'era Ponza di San Martino dichiarò. che il Robecchi avea messo quasi in discussione i fondamenti della società. I deputati Depretis e Borella diedero di spalla al Robecchi, e da una parte e dall'altra si dissero molte parole, e si sparse gran seme di ladri e di latrocinio

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CAPO III.

I ladri e i giornalisti piemontesi.

Volete vedere se il seme fruttificasse? Leggete i giornali di alcuni anni dopo. Eccovi la Gazzetta del Popolo dei 4 settembre 1857: t si commettono in Piemonte moltissimi furti di campagna (ed anche di città come vedremo). Le nostre leggi di polizia sono forse le più severe fra tutte quelle d Europa, e le nostre prigioni provinciali sono piene di ladri di campagna: eppure i furti campestri non cessano, anzi son giunti al punto, che so di alcuni proprietarii che armarono i loro contadini e li consigliarono a difendere i frutti dei campi a colpi di fucile e di pistola. È un rimedio disperato che prova la malvagità del male.»

Eccovi il Diritto del 28 agosto 1868: Ci giungono da ogni parte vive lagnanze contro i furti di campagna. Ornai l'audacia de' ladri non ha più limite. Si ruba a man salva di pieno giorno, e le legna e le biade ecc. e in generale le cose rubate si trasportano allegramente a brigate, e a furia di braccia e di carra.... al saccheggio i ladri aggiungono la devastazione.

Eccovi l'Opinione dei 30 di gennaio che dopo d'aver, riferito le lagnanze che nel contado s rubi a man salva» dice a' piemontesi: t Potete voi illudervi tanto da sperare che una nuova legge di pubblica sicurezza valga a medicare la piaga dei furti di campagna? La riforma più importante deve essere morale.

E l'Opinione lamentavasi perché e la morale è posta da banda, non si predica più che il furto è peccato.... Non si avvertono più i fedeli che la religione condanna chi si piglia la roba altrui.» Queste prediche furono fatte dal Governo piemontese nel 1859; fatte

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nelle Romagne, in Parma, in Modena in Toscana, e nel 1860 nelle Marche, nell'Umbria e nelle Due Sicilie!

Eccovi l'Italia del Popolo di Genova, N° 43 bis del febbraio 1858: «In Genova succede quello che mai non s'intese; aggressioni sulla pubblica via di giorno e di notte.» Eccovi l'Espero dell'agosto 1858 che declama contro i furti di campagna che crescono ogni dì nel Regno Subalpino. Eccovi il giornale intitolato il Piemonte e diretto a quei dì da Carlo Luigi Farini il quale ci dice nel N° 299 dei 20 dicembre 1855, che in soli dieci mesi di quell'anno avevamo avuto 498 grassazioni e 39,491 furti.

In venti mesi, dieci del 1854 e dieci del 1855 si commisero nel Regno Subalpino settemila settecento novantasette furti, senza parlare di quelli che non vennero denunciati, o per rispetto alla libertà vennero taciuti nelle statistiche officiali.

L'Armonia nei suo N° 68 dei 24 marzo 1857 appoggiandosi a queste statistiche, provò che negli anni del maggiore ordine morale subalpino si commettevano ne' piccoli Stati Sardi 11,534 misfatti in venti mesi; più di 130 furti e 13 grassazioni per ogni settimana!

Laonde sul finire dell'anno 1855 la Patria annunziava per l'anno successivo la pubblicazione di un nuovo giornale intitolato il Ladro; ma non so che vedesse la luce. L'Italia non era ancor fatta, ed oggidì che è fatta e compiuta, si pubblica realmente in Torino» la Gazzetta dei Ladri.

CAPO IV.

I ladri di sacrestia.

Finora abbiam visto le. maggiori lagnanze riferirsi ai ladri della campagna; ma non si creda che in Piemonte i furfanti si restringessero a saccheggiare i campi.

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Collo stesso patriottismo devastavano le città, e principalmente dopo il 1855 presero a spogliare le chiese con innumerevoli furti sacrileghi. Prima di venire al racconto di qualche fatto particolare, giudico opportuno di mandare innanzi alcune nozioni sui ladri di sacristia.

Dante Alighieri nel suo viaggio all'Inferno vide come erano trattati in casa del diavolo i ladri di sacristia. Disceso il ponte dalle teste t ove s'aggiunge con l'ottava ripa» gli fé' manifesta la bolgia assegnata a quei scellerati ladroni, e vi scoperse dentro una stipa di serpenti sì terribili e di sì diversa mena «che la memoria il sangue ancor mi scipa.» Tra la cruda e tristissima copia, correvano genti nude e spaventate,.che con serpi le man dietro avean legate»

E mentre Dante stava osservando quel brutto spettacolo, vide un serpente avventarsi ad un cotale, e lo trafisse «là dove il collo alle spalle s'annoda» e il reo s'accese ed arse e divenne tutto cenere. Ma quando fu a terra sì distrutto, la cenere si raccolse, e il reo diventò qual era prima, per riuscir capace del medesimo supplizio in eterno. Raccontando ciò l'Alighieri esclama:

O giustizia di Dio quanto è severa,

Che cotai colpi per vendetta scroscia!

La guida di Dante domandò a quel peccatore chi fosse, ed egli raccontò la sua storia. Era piovuto in inferno dalla Toscana, dove avea menato vita bestiale, chiamavasi Vanni Fucci e Pistoia eragli stata degna tana. Ma qual colpa l'avea gettato laggiù?

A questa nuova domanda il peccatore si dipinse di trista vergogna, e quantunque gli rincrescesse rispondere, tuttavia soggiunse:

Io non posso negare quel che tu chiedi.

Io qui son messo tanto, perché io fui

Ladro alla sagrestia di belli arredi.

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E continuò raccontando la storia de' fatti suoi, come egli bastardo di M. Fuccio de' Lazzeri, e ladro famosissimo, avesse spogliato la ricchissima sagrestia del Duomo dì Pistoia, imputando poi quel furto a Vanni della Nonna, notaio, uomo d'ottima fama, che per la tristissima calunnia venne impiccato. Fatto ripètutosi in altra età ed in altro paese, dove spogliati i frati e le monache, s'accusarono le monache ed i frati d'aver rubato il fatto proprio!

Finito il racconto, Vanni Fucci ladro di sacristia «le mani alzò con ambedue le fiche - Gridando: t togli ' Dio, che a te le squadro.» E mentre volea più dire, un serpe se gli avvolse al» collo, strozzandogli l'empia parola, ed Un'altra serpe se gli avvolse alle braccia e rilegollo «ribadendo se stessa sì dinnanzi - che non potea con esse dare un crollo.»

I quali tormenti se si fossero meditati da certe persone, non avremmo avuto prima in Piemonte, e poi in Italia tanti ladri sacrileghi, che s'impadronirono delle ecclesiastiche sostanze. Ma andranno a digerirle laggiù nell'inferno in mezzo a' demonii, se non ne fanno penitenza, e non compiono al gravissimo debito della restituzione. Ciò premesso fermiamoci alquanto sui furti sacrileghi avvenuti negli Stati Sardi.

CAPO V.

I furti sacrileghi e Rattazzi.

Io parlo di furti sacrileghi in piccolo, giacché di furti sacrileghi in grande non potrei parlare liberamente. E ne avvennero tanti in Piemonte da far inorridire, sicché il Vescovo d'Ivrea, monsignor Moreno, li 30 luglio del 1857 scriveva a' suoi diocesani:

Parole di vivissimo dolore, di profonda costernazione

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ci corre necessità di venir a comunicare a voi V. F. e F, D. con questa nostra lettera Non si potrebbe immaginare tra le buone e devote nostre popolazioni; la penna quasi rifugge a scriverne; eppure la è una tristissima, orribile realtà. In meno di venti giorni sette parrocchie della diocesi furono funestate dal più enorme, dal più orrendo tra' sacrilegi, la violenta rottura del Santo Tabernacolo, l'involazione dei sacri vasi, delle ostie sacrosante! Il G di luglio in Rivarolo, nella parrocchia di San Giacomo, infranto il Tabernacolo, involati furono l'ostensorio, la pisside colle ostie sagrate: altrettanto nello stesso dì attentossi nell'altra parrocchiale di San Michele; poi l'8 la quella di Strambino; daini al 12 nella parrocchiale di Moglione; il 13 in quella di Agiiè; il 20 nella parrocchiale di Foglizzo; il 24 in quella di Rondizzone»,

II dolente prelato esortava il suo popolo ad umiliarsi in faccia a Dio, e fare ammenda onorevole per tante e sì enormi scelleratezze. A tal fine prescriveva orazioni pubbliche e private e poi ripigliava: «Raccomandiamo ai molto reverendi parrochi di non lasciare più nei santi tabernacoli alcun oggetto d'argento o d'oro; ed autorizziamo la vendita di tutti i vasi sacri, come calici, pissidi, ostensori, raggi, ecc. formati, o contenenti di questi metalli, con provvederne di simili in rame argentati o dorati, i quali dovranno egualmente custodirsi sotto chiave nella casa parrocchiale, od in altro sito bene sicuro.

Urbano Rattazzi allora ministro dell'interno, che non s'era commosso menomamente per tanti furti sacrileghi, si spaventò per l'autorizzazione accordata ai parrochi di vendere i vasi d'oro e d'argento, e da Torino,13 agosto 1857, scrisse ai sindaci una circolare che incominciava così:

«Monsignor Vescovo d'Ivrea, prendendo occasione di alcuni furti sacrileghi avvenuti non è molto in

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quella diocesi, diramava il 30 dello scorso luglio una circolare al suo clero, nella quale lamentando i seguiti attentati, autorizzava i parrochi ad alienare i vasi sacri d'oro e d'argento, ed a sostituirne altri di rame argentato o dorato. Il guardasigilli avuta cognizione di tale circolare si rivolge allo stesso vescovo, perché riconoscendo le vere condizioni delle cose ritirasse le date disposizioni come quelle che intaccavano i diritti dei rispettivi comuni, spogliando le chiese di effetti che devono alla pietà dei fedeli, e creavano esagerati timori ed apprensioni. Si lusinga lo scrivente, che tali rimostranze sortiranno il desiderato effetto; tuttavia a prevenire qualunque indebito spoglio e perturbazione dell'ordine pubblico si crede dovere di chiamare sul particolare l'attenzione dei signori sindaci, sicché procurino di vegliare accuratamente all'oggetto, che sia impedita qualunque vendita o permuta di vasi sacri, che in dipendenza di detta circolare si tentasse dai parrochi o da altri».

Volete sapere perché Rattazzi tanto si spaventasse della vendita degli ori e degli argenti delle chiese? Vel dirà un'altra circolare che egli ministro scriveva sul finire del 1848. Allora in modo del tutto confidenziale avvertiva gli intendenti «di assumere informazioni onde accertare il numero e l'approssimativa dimensione di tutte le campane delle chiese locali, non che il numero e la qualità degli arredi sacri d'oro e d'argento e di qualunque altro metallo prezioso in dette chiese esistenti, facendo del tutto una nota la più dettagliata (sic) che sia possibile (1).»

Ecco perché il Rattazzi si spaventò nel 1857! Gli ori e gli argenti della chiesa gli facevano gola fin dal 1848, e ne avea divisato la conquista senza curarsi della pietà dei fedeli, e dei diritti dei rispettivi comuni!

(1) Vedi questa Circolare del Rattazzi nell'Armonia del 12 gennaio 1849.

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Ministro di grazia e giustizia era in quel tempo Giovanni Deforesta, che scrisse al Vescovo d'Ivrea una lettera sotto la data dei 6 agosto 1857, distinta dal N° 2872, l1 divisione, avvertendolo che se furono commessi furti sacrileghi, non rimarranno impuniti. Monsignor Moreno li 24 agosto replicava:

«Non posso a meno di temere assai che non riescano al desiderato scopo le sollecitudini e gli intendimenti di lei. In fatti, del furto di vasi sacri e delle ostie consacrate fattosi nella chiesa parrocchiale di Caluso nella primavera del 1855, di quello simile nella parrocchiale di Mazze nella scorsa quaresima e dell'altro tentato la notte del 3 al 4 di giugno p. p. in quella di Vallo-Caluso, nulla, ch'io sappia, fu scoperto; e per altra parte fu pubblicato nello scorso anno dai giornali di Casale, che le chiese del Monferrato erano state pressoché tutte derubate di vasi e d'altri oggetti sacri, ed altrettanto fu detto delle chiese della Lomellina. Certamente che colà s'era posto tutto l'impegno per colpire i malfattori, ma non si riuscì ad arrestare le sacrileghe rapine.

Mi permetta ella di dirle con quella franchezza che debbe avere un vescovo: quando corrono tutti i giorni alle più remote parti dello Stato giornali e stampati che predicano l'empietà, fan pompa d'irreligione, vituperano la Chiesa cattolica, il suo capo augusto, i suoi ministri, mettono in beffe i santi sacramenti, la santa messa, bestemmiano la SS. Vergine ed i santi, e così scalzano i fondamenti della proibita i quali stanno appunto nella religione, si ponga pure in opera dal pubblico ministero vigilanza, dai magistrati severità, i furti sacrileghi non cesseranno, e andranno invece continuando e moltiplicandosi.

E così fu!

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CAPO VI.

I ladri rubano le toghe dei giudici e compiono parecchie altre gloriose imprese.

Il guardasigilli Deforesta scriveva al vescovo d'Ivrea che per la repressione de' furti sacrileghi confidasse nella fermezza e severità de' magistrati. Il vescovo potea rispondere citando le seguenti linee che leggevansi nella Stampa, giornale di Genova, N° 278,29 settembre 1854.

Genova,29 settembre. Un furto audacissimo avvenne ieri nelle sale del Tribunale di prima cognizione. Furono involate le toghe dei giudici!»

Come volete che i magistrati potessero proteggere negli Stati Sardi i calici, le pissidi, gli osténsori, quando non poterono nemmeno salvare le loro toghe dagli artigli dei ladri? Scellerati ladroni! Penetrare nel santuario della giustizia! spogliare i Sacerdoti di Temi!

E quelle toghe non furono più ritrovate, donde ne risultò che la veneranda assisa, la quale prima in Piemonte vestiva i giudici, passò sulle spalle de' ladri, e dal 1854 in poi abbiamo avuto negli Stati Sardi furfanti in toga!

Né fu questo il solo furto avvenuto in tribunale. lì 19 di luglio dello stesso anno 1854, in quella che il magistrato d'appello (classe criminale) teneva udienza, un giovine beccaio, certo Giovanni Vacca,, omonimo d'un ministro «di grazia e giustizia del regno d'Italia, trovandosi in mezzo alla folla degli spettatori trasse dalla scarsella di un suo vicino la borsa contenente danaro ed altri oggetti preziosi.

Nella notte sopra il 7 di novembre 1855 i ladri s'introdussero nel tribunale provinciale di Torino, e mediante

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rottura d'una gran cassa di ferro rubarono sessanta mila lire, ch'erano depositi giudiziari, e si credevano sicurissimi.

Anzi a Genova accadde un caso proprio singolare. Un venerando magistrato che portava sul naso bellissimi occhiali d'oro saliva le scale della propria casa, ed un ladrone le discendeva. Costui trovatosi faccia a faccia col magistrato finse di salutarlo, e toltigli dal naso gli occhiali scappò via e non se ne seppe più nulla.

Sono incredibili gli eccessi a cui giunsero i ladri negli Stati Sardi.

Nell'agosto del 1857 levò gran rumore in Torino il furto della Cassa daziaria posta allo scalo della strada ferrata di Novara. La città del Toro ha varii uffizi per riscuotere il dazio comunale, e in tutti questi uffìzi, eccetto un solo, erano avvenuti furti e sottrazioni per parte degli impiegati, come raccontò la Gazzetta del Popolo. L'uffizio privilegiato era questo appunto posto allo scalo della strada ferrata di Novara. Ma nella notte sopra il 15 d'agosto del 1857 i ladri s'introdussero in quell'ufficio, ne tolsero la grossa e pesantissima cassa di ferro, la trasportarono nei fossi della Cittadella, la ruppero, e si spartirono fra loro un sette e più mila lire.

Mi ricordo che i torinesi a que' dì rimasero stupefatti di un simile furto. Come? dicevano: rubare presso una stazione di strade ferrate dove è sempre un mondo di gente! Rubare ad un uffizio daziario dove trovansi sempre guardie che fanno la ronda affinché non si frodino le gabelle! E rubare una cassa di ferro e portarsela via!

Parecchi anni prima i ladri s'aveano rubato nella chiesa la statua d'argento della Consolata, regalata dalla pietà del Re Carlo Felice. E per compiere questo furto aveano dovuto di notte tempo aprire la chiesa,

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poi l'inferriata duna camera nella quale era riposta, la statua, cacciarsela sulle spalle e fuggire. Riuscirono a tutto; la statua della Madonna fu involata, e s'ha ancora oggidì da scoprire il ladrone.

Anche in mezzo alle acque del porto di Genova le barche non erano sicure dai ladri, e molti furti vi commisero, come può leggersi nel Corriere Mercantile, N° 255 dei 30 ottobre 1857. Ecco un breve cenno di questi latrocinii.

Al capitano annoverese Fock, del brigantino Nuranda, rubarono 18 cuoia; al capitano Bozzo, brigantino Buoni genitori, rubarono molti sacchi di grano; al vapore Sardegna dell'amministrazione Rubattino, rubarono 10 braccia gherlino, col quale il vapore stava ormeggiato; al signor Giuseppe Giberti, negoziante in carbone fossile, rubavano a bordo una catenella d'oro, una tenda, quattro remi, una gomena; al brigantino Giuseppino, capitano Bartolomeo Guascara, rubarono un barile d'argento vivo, e cavi tagliati dal bastimento a cui erano attaccati per sicurezza; al brigantino sardo Allah-Kerim, rubarono sette zucconi di cera; al brick austriaco Osvethel una buona quantità di grano; al brick sardo Profeta Elia, rubarono due pani di piombo; ed una dichiarazione firmata da varii principali armatori dichiarava essere così numerosi i furti avvenuti nel porto di Genova, da riuscir difficile il tener conto di tutti (1).

Sicché negli Stati Sardi, quando si faceva l'Italia, rubavasi in terra e rubavasi in mare, rubavasi in piazza e rubavasi in tribunale, rubavasi oro, argento e piombo; rubavansi le toghe dei giudici, e le casseforti delle amministrazioni daziarie, rubavansi le madonne

(1) Il Corriere Mercantile del gennaio 1858 continuava a lamentare i numerosi furti che di giorno e di notte avvenivano nel porto di Genova. Vedi Armonia, N° 40, del 14 gennaio 1858, pag.39.

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in chiesa, e gli occhiali sul naso dei giudici, rubava» ai nazionali ed ai forestieri, rubavansi oriuoli e remi cuoio e gomene, cera e grano.

Dall'alba sì conosce il bel dì, e dai giorni in cui lavoravasi a fabbricare l'Italia nuova, potea argomentarsi come si starebbe in punto di ladri furfanti e simile lordura quando l'Italia fosse fatta e compiuta!

I ladri per segnalarsi sotto il regno d'Italia trovar rono un solo ostacolo, ed era che i ladroni, subalpini aveano già tanto rubato, con tale audacia, con si grande ingegno, con un coraggio sì portentoso, da tornar ben difficile non che superarli, semplicemente raggiungerli

Eppure nella seconda parte di questo scritto vedremo che il genio ladronesco della nuova Italia seppe bravamente vincere questa grandissima difficoltà, ed illustrarsi assai in un campo dove parea che i precedenti ladroni avessero mietute tutte quante le palme.

CAPO VII.

Un ladrone infamissimo creato cavaliere

dei Ss. Maurizio e Lazzaro.

Siccome qui il vero ha faccia di menzogna, così prego il lettore di permettermi in questo capitolo una semplice citazione del fatto, togliendolo a verbo dagli Atti ufficiali della Camera Subalpina, N° 143, pagina 542, tornata del 19 marzo 1857. Parla l'onorevole deputato De Viry:

«De Viry. Signori, voglio citare un fatto per provarvi che anche la condanna ai lavori forzati a vita non può essere considerata come portante seco, per un uomo che passa un certo numero d'anni in galera, una pena che deve prolungarsi fino alla fine de' suoi giorni.

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Non ha guari vidi un cotale che era stato condannato a' lavori forzati a vita per l'attentato più atroce, più orrendo, più vile che si possa immaginare per un assassinio commesso con tutte le circostanze più aggravanti, giacché la vittima cadeva sotto 25 pugnalate. Or bene quest'uomo, che non avea sfuggito alla pena capitale che per miracolo, forse perché uno de' suoi giudici ebbe un istante di dubbio sopra una delle circostanze del delitto, ricomparve nella città, teatro del delitto, colla più stomachevole sfrontatezza. Voi potete immaginarvi quale effetto dovette produrre tale presenza sopra la popolazione della città, in cui era stato veduto pochi anni innanzi percorrere le viedelia città con un cartello sulle spalle, e collo scodellino in mano chiedendo l'obolo del condannato, recandosi alla sua destinazione che era il bagno, per il resto de' suoi giorni. Or bene: sapete come ricomparve in quella città? Alteramente, colla testa alta, E LA DECORAZIONE DEI SANTI MAURIZIO E LAZZARO ALL'OCCHIELLO DELL'ABITO (Sensazione). Sì, signori, è un fatto positivo, e molti de' nostri colleghi possono farne testimonianza: non sono ancora quattro mesi che ciò avvenne...»

Voci. SI, sì.

De Viry. Vidi io stesso colui.

Bottero. Sì, a Nizza.

De Viry.... Potrei anche dirvi il suo nome, ma è mutile, ciò nulla significa, e non aggiunge nulla all'importanza del fatto; quindi ho creduto di astenermi. Del resto il signor ministro non può ignorare questi fatti.

Ministro di grazia e giustizia (Deforesta). Era un delitto aggiunto agli altri.

De Viry. Sì, ma lasciato impunito. Del resto non saprei dirvi il deplorabile effetto che la presenza dì quest'uomo giungendo colà in tal modo produsse su

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tutta la popolazione (Rumori). Un individuo di questa specie che osa rimanere in una città dove commise un si orrendo misfatto, portando sfacciatamente quella decorazione, spacciandosi per impiegato del governo, perché non fu immediatamente processato dalle autorità se tutto ciò che diceva non era che menzogna? Avea poi ottenuto grazia ovvero era fuggito dal bagno? Tale era la domanda che ognuno faceva, tanto quel fatto pareva inudito ed inesplicabile. Quanto a me nulla aggiungerò a questo racconto, che a mio avviso basta per provarci, che non si può assolutamente togliere dal Codice penale la pena di morte, e che anche ridurre questa pena a quella dei lavori forzati a vita, sarebbe accordare in molti casi la più completa impunità ai malfattori. È qui permettete che io domandi in che modo costui, in capo a pochi anni ottenne la sua grazia per un misfatto così atroce come quello per cui venne condannato. Ebbi occasione di vederlo quando era al bagno a Cagliari, e mi ricordo quanto fui attonito, conoscendo il suo delitto di vederlo passeggiare per la città tanto libero, quanto, voi ed io.»

Ed io pure restai attonito come l'onorevole De Virv, ma non al vedere un ladro assassino condannato alla galera in vita, e poi liberato e decorato della croce dei santi Maurizio e Lazzaro. Due altri fatti mi stordirono. L'uno che un ministero sotto la cui amministrazione tali cose avvenivano non fosse messo tosto in istato d'accusa, e mandato là dove era uscito il nuovo cavaliere. L'altro che siasi ancor trovato in Piemonte chi volesse portare la croce dei santi Maurizio e Lazzaro, ch'era comparsa sul petto ai ladri, ed ai galeotti.

Eppure quei ministri non solo restarono ministri, ma anzi portarono l'ordine morale in Italia,

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E le aspirazioni alla croce Mauriziana crebbero in modo straordinario.

Oh che mondo! Io non so proprio che dirmi,«mi restringo a mostrarvi in Piemonte i ladri che si mettono le rubate faglie dei giudici e passeggiano per la città colla croce di cavalieri.

CAPO VIII.

Un bel triumvirato di ladroni piemontesi

(MOTTINO, SASSONE, DELPERO).

Scriverò in questo capitolo di alcuni campioni che più si segnalarono in Piemonte nella scienza e nell'arte di rubare e d'assassinare, restringendomi a favellare di tre principali, del grande Mottino, dell'illustre Sassone, e del celeberrimo Delpero.

I.

Mottino.

Il grande Mottino, detto il bersagliere, nacque a Candia il 9 di maggio del 1827, ed iscritto nella classe di quell'anno veniva incorporato nel decimoterzo reggimento di fanteria li 4 settembre del 1848. Passò dipoi nel reggimento dei bersaglieri per dispaccio ministeriale sotto la data 26 dicembre dello stesso anno. Dopo la battaglia di Novara fu nel novero de' soldati dispersi, ricomparso poi col suo reggimento davanti alle mura di Genova, ribellatasi al re di Sardegna, e macchiò l'onorata assisa, portando la rapacità e la distruzione nei fondachi e nelle case, come risultò dalle sue medesime dichiarazioni. Andò tuttavia franco di pena, essendo riuscito a nascondere il danaro e gli «effetti saccheggiati. Il 18 di giugno dello stesso anno 1849 abbandonava il corpo con isciabola e cinto, ed il 20 fu denunziato disertore.

Dal momento della diserzione data la serie de' suoi latrocinii. Il suo processo incominciò il 9 di giugno del 1854 davanti la Corte d'appello di Torino. L'accusa si componeva principalmente di grassazioni eh' erano 29 ed in tutte il Mottino compariva come capo.

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La più famosa di queste grassazioni fu quella della Gardina nei fini di Biazzè, accompagnata da omicidio e da incendio. I dibattimenti durarono 32 giorni dopo i quali l'avvocato Trombetta, rappresentante il Pubblico Ministero, lesse la sua requisitoria, in cui conchiuse che il Mottino fosse condannato a morte, ed i suoi complici De Paoli, Berrat Castagneris e Rateili ai lavori forzati a vita; Barberis e Bollo a 25 anni di lavori forzati; Rodolfo Rosmino a 26 anni, e gli altri accusati a pene inferiori. La sentenza venne pronunciata dal Tribunale il 27 di luglio del detto anno 1854, e dichiarò non farsi luogo a procedimento per Lorenzo Àudino, e doversi quindi mettere in libertà; Alberti Gallo Giovanni sufficientemente puniti col carcere sofferto; Rosmino Pietro e Rosmino Vincenzo a 2 anni di carcere; Gallo Domenico a 3 anni di carcere dal dì dell'arresto (febbraio 1852); Fontana Giuseppe a 3 anni di reclusione; Gallo Francesco a 8 anni di reclusione; Fontana Antonio, Gilone e la Ronco Beltramo a 10 anni di reclusione; Piretto e Bruno a 10 anni di lavori forzati; Bollo e Rosmino Rodolfo a 20 anni di lavori forzati; Barberis a 25 anni di lavori forzati; De Paoli, Berrà, Raselli e Castagneris ai lavori forzati a vita e il Mottino a morte.

Il Mottino a quei dì era l'eroe del Piemonte, ed io ho sotto gli occhi una Canzone nuovissima, venuta in luce nel 1854, dalla Tipografia Nazionale, con questo titolo: lamenti delle donne torinesi per Vinfelice sorte di Pietro Mottino, detto il bersagliere. La canzone incomincia così:

Su piangiam donne cortesi

Che n'abbiam ragion davvero;

Nostro pianto é ben sincero,

Poiché nasce dall'amor.

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E poi segue il ritornello:

Chi non piange per Mollino

Per chi piangere vorrà?

In questa canzone si dimostra la grande utilità dei pubblici dibattimenti, e si dice del Mottino,

Lo vedemmo su quel banco

Dove stanno gli accusati

E di quello innamorati

Furon tosto i nostri cuor.

E più innanzi si conchiude:

Sarà sempre in noi scolpita

La memoria di quel viso,

Di quell'occhio che improvviso

Dentro il petto ci ferì.

Mottino salì sulla forca, come altri volea salire sul Campidoglio.

II.

Sassone.

Le gloriose imprese del signor ladrone Sassone ci vennero a lungo descritte da Bianchi-Giovini nell'Unione del 4 di giugno 1856. Esse incominciarono dal 19 di luglio dei 1854 con una solenne grassazione sullo stradale di Gattinara, e non finirono che alli 10 di giugno del 1855 colla grassazione Barrerà sullo stradale da Vercelli a San Germano. In questo periodo di tempo il Sassone e compagnia s'illustrò col furto alla cascina di Cassinis sui confini d'Àsigliano (5 agosto 1854); col furto a danno di Ferro, di Vercelli (12 settembre); col furto contro Trentano, di Vercelli (15 id.); col furto nella cascina Imbris contro Degrandi (19 id.); col furto contro Guida, di Casale (2 ottobre); col tentato furto contro Rivale (12 id.);

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colla grassazione Bione e Cavallino tra Casale e Moncalvo (id.); colla grassazione a danno di Bertola e Riva, in Sali (14 id. ); col tentato furto a danno di Luigi Forneri (23 id.); col furto a danno dell'arciprete Zambelli, parroco di Langosco (26 id.); colla grassazione a danno del sacerdote Manzone, parroco d'Asigliano (5 novembre); col furto a danno del sacerdote Eusebio Monta (12 id.); col furto tentato a danno del sacerdote Urasso, par roco di Pertengo (15 id.); colla grassazione a danno di Giuseppe Ricci (19 id.); colla grassazione a danno della famiglia Roncarolo (21 id.); colla grassazione a danno delie famiglie Arduino e Ciocchetti (29 id.).

Respiriamo un momento. Ammirate questo signor Sassone, come avea saputo elevare il furto all'altezza dei tempi! Egli spogliava parrochi e preti con un ingegno veramente italianissimo. Ma dopo d'avere spogliato i preti, colla stessa disinvoltura spogliava le famiglie; imperocché dalla spogliazione della Chiesa alla spogliazione della famiglia è breve il passo.

Il Sassone fece inoltre il suo "2 dicembre, e nel 1854 in quel giorno resisteva e «i rivoltava contro i carabinieri. Ai 15 spogliava la famiglia Ardizione sulle fini di Asigliano; ai 16 illustravasi con una grassazione a danno del medico Francesco Vanni; ai 23 con un'altra grassazione a danno di Pietro Fino. Incominciava il 1855 con una grassazione a danno della famiglia Cavalotti; ai 5 gennaio grassazione a danno della famiglia Nascimbene; ai 16 grassazione a danno della famiglia Rondano. Poi grassazione a danno della famiglia Cervetti, con ferimento di questo; grassazione della vettura corriera da Vercelli a Torino; mancata grassazione del dottore Felice Dardana, di Vercelli; mancato assassinio Lasca, in Vergnasco.

Di questi delitti fu accusato il Sassone, con quarantuno complici, venne processato, condannato,

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tolto di mezzo; ma dei ladri in Piemonte, potea dirsi con Virgilio:

Uno avulso non deficit alter

ed abbiamo avuto subito l'illustrissimo signor Delpero.

III.

Delpero

. Questo Delpero fu impiccato a Bra il 31 di luglio del 1858, con tre dei suoi complici. Dall'alto della scala il Delpero parlò al pubblico per dichiararsi reo di dieci omicidi e non di soli sette, sebbene di questi soltanto venisse accusato dall'umana giustizia. Un suo complice per nome Piovano, parlò pure a sua volta prima di venire strozzato, e disse che la propria disgrazia era derivata da questo, che l'istruzione procuratagli dai suoi parenti l'avea fatto scioccamente invanire, laonde presa in fastidio la fatica ed il lavoro si diede all'ozio, ed usando con pessime compagnie fu condotto al precipizio ed all'infamia.

Eppure la Gazzetta del Popolo del 1° agosto 1858: parlando dell'impiccagione di Bra usciva scrivendo che per liberarci dai ladri i sindaci «dovevano promuovere a tutt'uomo l'istruzione elementare sostituendo specialmente nozioni utili sui doveri sociali a quelle minchionerie clericali di cui s'infarciscono le menti» dei fanciulli.

Abbianj visto e veggiamo il bel progresso nei ladri e nei latrocinii che hanno fatto il Piemonte e l'Italia tutta dal punto in cui si abbandonarono le minchionerie clericali per far insegnare da certa gente i doveri sociali di certi incameramenti, di certe rivolture e di certe annessioni!

Frattanto l'Indipendente del 30 luglio 1858 esclamava: t Sembra impossibile che mentre nella città di Bra si erige il patibolo per giustiziare domani il famigerato» Delpero, e tre de' suoi compagni, abbiasi la provincia d'Alba a trovare infestata da una nuova

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banda di masnadieri. Dal giorno 23 al 27 del corrente luglio, già si contano undici grassazioni commesse nel breve spazio di poche miglia sulla strada provinciale dal Comune di Magliano a quello di Priocca.»

E raccomandava al governo di t prendere le necessarie misure; ma il governo pensava a far V Italia, «l'ha fatta!

CAPO IX.

Grandi lavori del boia per liberare il Piemonte dai ladri.

Poiché nel capitolo precedente abbiamo parlato di forche e d'impiccagioni, discorreremo in questo del progresso del patibolo in Piemonte, giovandoci principalmente d'un'interpellanza che il deputato Brofferio fece alla Camera nella tornata del 26 marzo 1856, e trovasi registrata negli Atti ufficiali del Parlamento.

Dopo quattro o cinque anni di libertà le esecuzioni capitali crebbero negli Stati Sardi in modo veramente terribile. Brofferio incominciava la sua interpellanza dal giudicare della moralità piemontese dalle sentenze emanate dai tribunali. «Noi vedemmo, diceva egli, che in una settimana, qui in Torino vennero eseguite tre sentenze di morte. Nel giorno stesso in cui le tre vittime erano trascinate al patibolo, una quarta sentenza 'di morte veniva pronunziata. La capitale rimase esterrefatta alla vista di questo spettacolo di sangue. I cittadini si chiesero come mai spettacoli simili dovessero rinnovarsi così spesso in tempi di tanto vantata civiltà.» E qui il Brofferio usciva fuori colle statistiche, incominciando dal 1853.

In quell'anno le condanne capitali sommavano a 22, cioè 2 in Savoia, 7 in Torino, 3 a Genova, 10 a Casale.

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Aggiungendone 6 pronunziate in Sardegna s'ebbero 28 esecuzioni in tutti gli Stati Sardi.

In Francia in quello stesso anno 1853 le esecuzioni capitali furono 45 soltanto. Che enorme differenza in vantaggio dell'Impero francese uscito poco prima dalle unghie dei socialisti! La popolazione di Francia è quasi otto volte superiore a quella del Piemonte, ed affinché fosse eguale la proporzione delle esecuzioni capitali tra il Piemonte e l'Impero, se ne sarebbero dovute contare in questo 224. Non furono invece che 45, cioè nemmeno il doppio di quelle avvenute negli Stati Sardi.

«Per l'anno 1854, diceva Brofferio, non ho potuto avere altra statistica, che quella delle condanne di Torino, che è la seguente: dal 1° di gennaio fino al giorno d'oggi (26 marzo 1856) abbiamo quattordici condanne capitali, e già sono assegnate in questo punto quattro udienze per quattro nuove cause di morte.»

Ma non s'impiccava in Piemonte prima della libertà? Oh sì, anche allora il boia lavorava, ma non con tanta frequenza come dopo la nostra politica e civile rigenerazione. E qui, o lettori, v'invito ad aprir meco una statistica criminale pubblicata dal signor DeForesta, quando era guardasigilli nel 1857.

A pag.219 del volume ministeriale troviamo un eloquente confronto tra le esecuzioni capitali in Piemonte prima e dopo la libertà. Nel 1840 quanti vennero condannati alla forca? otto, ci risponde il signor DeForesta. E nell'anno 1851? Nell'anno 1851, quindici, ciò? quasi il doppio. Il progresso incomincia.

Nel 1841, signor DeForesta, quanti vennero in Piemonte condannati alla forca? DeForesta risponde: set E nell'anno 1852? DeForesta risponde diciannove. Ed eccovi oltrepassato il triplo. Oh che progresso!

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Avanti, signor DeForesta. A quante sommarono in Piemonte le condanne capitali nel 1842?

Sommarono a sei come nel 1841. E nell'anno 1853? Sommarono a ventotto come aveva detto nella Camera il deputato Brofferio. Viva il progresso!

E lo stesso si ripete negli anni posteriori. Nel 1843. gli impiccati in Piemonte furono otto, e nel 1854 furono ventisette. Nel 1844 furono condannati a morte in Piemonte undici assassini, e nel 1855, ventiquattro.

Quando gli Stati Sardi erano clericali la pena di morte se non si aboliva, diminuivasi almeno col diminuire il numero derelitti, laddove sorta la democrazia il numero degli assassini cresce, e dee crescere in conseguenza il numero delle condanne, eccetto che non si voglia accordare pienissima libertà alla canaglia.

Torino in quegli anni in cui incominciò a fare l'Italia rinnova in Europa il tristo spettacolo già dato da Strasburgo e da Nuremberg. Nella prima città avanti la Riforma del protestantesimo una sola forca bastava, ma nei 1585 bisognò fabbricarne una seconda e nel 1622 una terza. E a Nuremberg il numero delle esecuzioni capitali dopo la Riforma triplicò e da 73 che furono nel secolo decimoquinto ammontarono a 282 nel secolo sestodecimo.

Fatto sta che in Piemonte in soli cinque anni di libertà, dal 1851 al 1855 abbiamo avuto cento tredici sentenze capitali. «I progressi della morte sono immensi esclamava Brofferio. Ed io soggiungo: Sono immensi come i progressi del latrocinio e dell'assassinio. Lo stesso Urbano Rattazzi quando era ministro dell'interno degli Stati Sardi nella tornata del 29 marzo 1856 diceva alla Camera «Fu asserito dal deputato Genina che il mezzo più efficace per diminuire il numero de' reati era quello dell'influenza del principio religioso.

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Io riconosco che questo è uno dei mezzi più potenti per diffondere la moralità e far si che il numero dei reati vada diminuendo.» Come il Rattazzi ed i suoi colleghi si servissero del potente mezzo della religione per diffondere la moralità tutti sei sanno!

CAPO X.

Cura omeopatica del latrocinio.

La rivoluzione non potendo diminuire il numero dei delitti colla moralità, volle diminuirli colla abolizione della pena di morte, e disse: Non impicchiamo più nessuno, e così non verrà commesso più nessun delitto capitale. Proudhon spingeva più in là il ragionamento, e volea togliere di mezzo il latrocinio colla negazione della proprietà. Levate di fatto il tuo ed il mio, e non ci sono più i ladri. Similia similibus!

Poiché il discorso m'ha condotto a questo punto non sarà discaro al lettore qualche cenno generale sugli sforzi della rivoluzione non per abolire il delitto che meritava la forca, ma per distruggere la forca ch'era dovuta al delitto.

In Francia nel 1789 la pena di morte si applicava in 115 casi diversi; ma nel 1791 non s'applicava più che a 32 casi; nel 1810 che a 27 casi e nel 1832 che a 21 casi. Dopo il 1832 questo numero venne ancora ridotto a 15. In Piemonte sotto il Codice Albertino questo numero era di 31; in Ispagna è ancora di 32, ed in Inghilterra non è più che di 8.

Hanno soppresso la pena di morte:

1826. Gran-Ducato di Finlandia.

1830. La Luigiana.

1831. L'isola di Taiti.

1846. Lo Stato di Michingan.

1849. Il Ducato di Nassau.

» Il Gran-Ducato d'Oldenburgo.

» Il Ducato di Brunswick.

» Il Ducato di Coburgo.

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1852. Lo Stato di Rhode-Island.

1860. La Rumenta.

1862. Il Gran-Ducato di Weimar.

» Il Ducato di Sassonia-Meningen.

1863. Il Cantone di Neuchatel.

» Il Cantone di Zurigo, che alla maggioranza di 161 voti contro 55 ha sostituito alla pena di morte quella dei lavori forzati a vita.

1864. Lo Stato di Colombia, e i deputati d'Italia.

L'applicazione in Francia della pena di morte diventa meno frequente, come risulta dalle seguenti cifre che il 27 luglio 1867 il visconte di La Gueronniere citava al Senato imperiale:

1826. Condanne a morte 150. Esecuzioni 111.

1833. Condanne a morte 50. Esecuzioni 34.

1859. Condanne a morte 36. Esecuzioni 21.

1864. Condanne a morte 9. Esecuzioni 5 (1).

La stessa diminuzione avvenne in Inghilterra.

1831. Condanne a morte 1,601.

1851. Condanne a morte 70.

1861. Condanne a morte 48.

Su sette condannati non ve ne ha più che uno il quale sia privato della vita.

Nel Belgio l'applicazione della pena capitale è diminuita nella proporzione di 15 ad 1.

Nella Baviera non v'è stata più che una sola esecuzione durante gli anni 1863-1864.

Nel granducato di Baden e nel regno d'Olanda non ebbe più luogo nessuna esecuzione dopo il 1862.

Ma bisognerebbe sapere quanti omicidi commisero in questo tratto di tempo i signori assassini. Nei paesi rivoluzionari, meno lavora il boia, e più lavora il grassatore.

(1) Viscomte De La Gueronniere. Rapport au Smat sur une pétition de 14,000 signatures pour reclamar l'abolition de la peine de mort; 27 Juilliet 4867.

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La Convenzione Nazionale francese polla legge del 4 brumaio anno 10 dichiarava: «Art.1. A datare dal giorno della pubblicazione della pace generale la pena di morte sarà abolita in tutta la repubblica francese.

Una legge più logica dorrebbe dire: t A datare dal giorno in cui non tì saranno più né assassini né omicidi non vi sarà più né boia né forca.

Invece le rivoluzioni rendono più che mai necessaria la forca ed il boia, e poi li aboliscono!

CAPO XI.

Statistica criminale piemontese.

Dopo sei o sette anni di libertà, di progresso, di guerra al Papa, d'incameramenti, di soppressione e spogliazione d'Ordini religiosi si avverarono negli Stati Sardi questi due fatti: 1° Le prigioni che per lo innanzi bastavano a raccogliere tutti gli arrestati non furono più sufficienti; 2° Le spese pel mantenimento dei malfattori ogni anno vennero enormemente crescendo. Mettiamo in sodo questi due fatti coll'autorità delle cifre, e coll'attestato de' deputati.

Il Ministro dell'Interno Ponza di San Martino diceva alla Camera Subalpina nella tornata dell'8 di maggio 1854: e Da ogni parte arrivano doglianze per la troppa angustia delle carceri.

E parlando in particolare delle carceri di Torino soggiungeva: «Non sono capaci che di cinquecento detenuti circa, ed invece il numero dei detenuti attualmente eccede i novecento».

Il deputato Salmour nella stessa tornata dell'8 di maggio 1854 osservava che t nello scorso anno (1853) la mortalità nel penitenziario d'Alessandria fu sgraziatamente di 104 individui, cioè tenuto conto del movimento nel personale oltrepassò il 15 per cento».

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E siccome il conte Salmour avea fatto parte d'una Giunta incaricata d'investigare le cause della straordinaria mortalità, così ne rintracciò una speciale nell'angustia del casamento per il numero dei reclusi.

Il deputato Polto nella medesima tornata dell'8 maggio 1854 proferì le seguenti parole che confermarono quelle del Ministro Ponza di San Martino: t Essendo cresciuto oltre misura il numero dei detenuti, fu forza al governo di pensare ad aprire altre carceri, giacché la Camera deve sapere che le quattro case di detenzione in Torino le quali sono calcolate per un numero di 525 detenuti, al giorno d'oggi, e sono stato questa mattina all'amministrazione a prenderne le cifre positive, contengono 952 detenuti».

Ciò che avvenne nel continente si ripeté anche nell'isola di Sardegna. Pigliate in mano la Tabella dei detenuti nelle carceri del Magistrato d'Appello di Sardegna, distretto di Sassari, tabella che venne pubblicata negli Atti Ufficiali della Camera Subalpina, anno 1856 N.153 e vi troverete quanto segue:

Le due prigioni della città di Sassari capaci di soli 208 detenuti, al 1° di gennaio del 1855 ne contenevano 291, ed al 1° di febbraio 301. E la Gazzetta di Genova del settembre 1854 ci raccontava ch'erano pieni stipati i due bagni marittimi di Genova e di Cagliari, trovandosi più di 1,300 galeotti!

Abbiamo lo stesso aumento nelle spese per la giustizia criminale, e per andarne convinti basta consultare i bilanci piemontesi.

Questi bilanci c'insegnano che in Piemonte nel 1847 le spese delle prigioni e dei detenuti erano di L.1,624,378, e nel 1852 furono invece di L.2,206,849; nel 1853 furono di L.2,253,361; nel 1854 furono di L.2,894,764;

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nel 1855 furono di L.3,113,997; nel 1856 furono di L.3,328,741.

Lasciando in disparte gli altri bilanci esaminiamo quello dell'Interno pel 1856, di cui fu relatore il deputato Marco.

Qui troviamo alla categoria 31" sulle spese di mantenimento e di personale interno nelle carceri stabilita una spesa di L.1,072,450 85. La quale categoria offre sulla somma bilanciata per Tanno 1855 un aumento di L.74,450 85.

Perché quest'aumento? Il deputato Marco ne domandò le cause al Ministro dell'Interno, ed il Ministro rispose che erano: «maggior numero di donne condannate all'ergastolo, di giovani detenuti alla Generala, di condannati nei nuovi carceri recentemente ultimati di Tempio e di Pallanza».

Sotto il titolo di Carceri giudiziarie v'ha nel bilancio dell'Interno pel 1856 la categoria 37" Spese di mantenimento e diverse che ammonta a L.1,366,185 60. Anche questa categoria è aumentata in confronto di quella dell'anno precedente. Perché?

Perché, risponde il deputato Marco «è considerevole l'aumento dei detenuti in quasi tutte le carceri dello Stato. E dichiara d'averlo udito dalla bocca stessa del Ministro dell'Interno, Urbano Rattazzi.

Il Piemonte aveva un mondo di poliziotti; due comandanti della pubblica sicurezza tra Torino e Genova, 4 brigadieri, 44 sottobrigadieri, 364 guardie, 414 agenti e la spesa perciò nel 1856 aumentava di L..121,840 in confronto di quella del 1855. Perché?

Il deputato Marco rispondeva che ciò derivava dal crescere dei furti e delle rapine, dei ladronecci e degli assassina, dei ladri e dei ladroni (Atti Ufficiali della Camera Subalpina, anno 1856, N.37, pag.98).

Il cav. Carlo Luigi Farini che scriveva un giornale intitolato Il Piemonte, nel suo numero dei

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20 dicembre 1855 ci dava la statistica criminale per soli 10 mesi del 1854, ed era del seguente tenore:

Omicidi in dieci mesi 114

Grassazioni » 607

Furti » 4,306

Risse e ferite » 995

Incendi delittuosi» 138

Dal 1848 al 1854 vennero promulgate in Piemonte quattro leggi sulla pubblica sicurezza, e discutendosi l'ultima un deputato diceva alla Camera: Abbiamo già fatte altre leggi a tal fine: il fatto è che noi stessi le abbiamo condannate: facciamone una buona, ed il paese ci sarà grato» (Atti Ufficiali del Parlamento Subalpino, N.222, pag.815).

La legge buona sulla pubblica sicurezza il Piemonte l'ha aspettata fino al 1861, ed oggidì l'aspetta ancora insieme con tutta l'Italia!

I ministri subalpini ci promettevano sempre una statistica criminale senza darcela mai; finalmente il Ministro di grazia e giustizia sig. Deforesta la pubblicò nel 1857 in un volume in4° di 390 pagine, dandoci le cifre dei delitti commessi negli Stati Sardi nel quinquennio 18401844, paragonati coi delitti commessi nel quinquennio 18511855. Da questo volume tolgo il seguente

RAGGUAGLIO COMPARATIVO

Delle condanne avvenute negli Stati Sardi dal 1840 al 1844 e dal 1851 al 1855 secondo la statistica generate del 1857.

(Tavola xix, pag.219).

Quinquennio clericale.

Anno Condannali a morte lav. forzali a vita a tempo

1840 8 14 56

1841 6 17 59

1842 6 23 59

1843 8 32 53

1844 11 25 60

Totale 39 111 287

Quinquennio liberale.

1851 15 52 115

1852 19 58 105

1853 28 65 92

1854 27 66 116

1855 24 55 94

Totali 113 296 522

CAPO XII.

La pubblica sicurezza in Piemonte,

ed i carabinieri.

E poiché nel capo precedente ci venne nominata la pubblica sicurezza, e le quattro leggi che s'erano

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fatte inutilmente in pochi anni per provvedervi, non sarà male spendere un breve capitolo su quest'argomento.

Il senatore Pallavicino-Mossi ha definito la pubblica sicurezza subalpina nella tornata del 4 di marzo 1857, e la sua definizione può riscontrarsi negli Atti Ufficiali del Senato N.10, pag.31. Eccola:

«Ei si direbbe che dessa, la pubblica sicurezza, meglio si goda di vessare talora i quieti cittadini, anzi che prevenire i veri disordini».

Ad ogni pagina della storia di questa sicurezza pubblica rinvenite arresti di preti, di frati, di parrochi, di vescovi, insomma di persone innocenti, ma i ladri e i ladroni sono lasciati in libertà, se non avviene di peggio, come è avvenuto ai tempi del Curletti, di cui parleremo più innanzi.

Quadrava a capello alla polizia piemontese quel verso latino che fu scritto della Censura: «Dat veniam corvis, vexat censura columbas».

Un giornale non sospetto di clericalismo, il Diritto del 10 agosto 1858 N.193 attribuiva la causa dei tanti furfanti ed assassini che infestavano gli Stati Sardi, a che mai? Alla pubblica sicurezza!

La causa vera e suprema di tutto il male, diceva il Diritto, è l'attuale ordinamento della polizia. La legge che ha creato un corpo speciale di guardie per la pubblica sicurezza fallì intieramente». E qui entrava a parlare degli antichi carabinieri reali. Leggete:

«Noi avevamo nello Stato un corpo istrutto, ben disciplinato, forte e rispettato da tutti, che quanto a polizia avea lasciato a desiderare ben poco nei tempi dell'assolutismo. Questo corpo è l'arma dei reali carabinieri.»

E diceva di questi che «per quel che concerne la tutela delle persone e degli averi, eglino erano il vero palladio dell'ordine pubblico».

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Vennero la libertà, le riforme, le costituzioni, i diritti dei liberi cittadini, e che cosa si fece? Continui a parlare il Diritto:

«Venuto poi il 48 cessò nei carabinieri la parte odiosa delle loro funzioni e non rimase che quella tanto benemerita della società che consiste nel difendere il pubblico dai ladri e dagli assassini. Ma appunto allora che l'arma dei carabinieri poteva consacrarsi intieramente al vero servizio di sicurezza pubblica, allora appunto si pensò di creare un corpo speciale per quest'oggetto. Ora era egli credibile di poter rinvenire nello Stato gli elementi da formare un secondo corpo di polizia equivalente a quello dei carabinieri senza dargli lo stesso ordinamento militare, od uno migliore e senza aver tutti gli inconvenienti, che accompagnano i primi passi d'un corpo nuovo, il quale non ha le abitudini del servigio e le tradizioni di polizia che ha un corpo, da tempo antico destinato alla vigilanza dell'ordine pubblico?».

Laonde il Diritto conchiudeva: Finché non abolirete le guardie di pubblica sicurezza, finché non affiderete intieramente il servizio della polizia all'arma dei carabinieri voi non avrete mai la sicurezza pubblica dello Stato né efficacemente, né legalmente tutelata»

Dalle quali premesse pare a me che si possano dedurre tre importantissime conseguenze, ed eccole:

Conseguenza 1a: L'antico governo degli Stati Sardi senza tanto parlare di libertà e di guarentigie costituzionali, almeno dava ai cittadini per mezzo dei reali carabinieri la pubblica sicurezza, e guarentiva le borse e le vite dei sudditi;

Conseguenza 2a: Il governo nuovo coll'abolire l'antico uffizio de' reali carabinieri ha reso un segnalato favore ai ladri ed agli assassini, ne allargò la libertà,, ne diminuì gli impedimenti, ne rimosse i pericoli, e in quella che proclamava

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il diritto di petizione, il diritto elettorale, la guardia nazionale e cose simili, non sapea accordare ai rigenerati piemontesi l'antico diritto d'essere protetti contro i ladri;

Conseguenza 3": L'incapacità del governo di stabilire la pubblica sicurezza già apparsa in Piemonte continua fino al giorno d'oggi ad apparire in tutta l'Italia, e come già in Torino il Diritto del 15 agosto 1858, così in Firenze la Riforma del 6 di ottobre 1868 scrive che Ravenna fu salva da un fiero assassino per l'arma dei carabinieri, e la Gazzetta del Popolo dell'8 di ottobre dello stesso anno dichiara che «L'arma dei carabinieri fa sempre ed ovunque il suo dovere».

CAPO XIII.

Studii piemontesi per liberarsi dai ladri.

Nel 1858 i ladri e gli assassini comandavano a bacchetta negli Stati Sardi. Per esempio scrivevano da, Genova alla Gazzetta del Popolo sotto la data del 23 febbraio di quell'anno: Egli è da 15 o 20 giorni che abbiamo nella nostra città una vera irruzione di grassatori, che aggrediscono i cittadini in ogni strada,, spargendo l'apprensione nelle famiglie e l'allarme in tutta Genova. Cosa inaudita, non essendovi mai stato esempio di aggressioni notturne, neppure nelle località più remote. Ciò prova quanto sia male organizzata la nostra polizia, e quanto sia necessario riordinarla; ciò prova anche l'urgenza di una buona legge contro i ladri».

E il dottore Alessandro Borella nella stessa Gazzetta del Popolo dei 13 di agosto di detto anno soggiungeva: e Non sono un visionario ottimista da ne gare i tre fatti seguenti:

«1° Che il numero delle esecuzioni capitali fatte in Piemonte nel primo semestre dell'anno 1858

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supera già di molto il numero delle medesime eseguite negli anni precedenti;

2° Che nella stessa settimana in cui furono puniti di morte Delpero e compagnia si commisero delle grassazioni nella provincia d'Alba e un furto audacissimo in quella di Saluzzo (e qui non tengo conto degli omicidi per risse avvenuti nella provincia di Cuneo).

«3° Che i furti di campagna sono abituali nei nostri Comuni, e restano impuniti nella massima parte.

«Questi fatti gravissimi danno ragione ad una doppia accusa: oche nel nostro paese non ci sono leggi buone a prevenire i delitti precitati; o che le buone leggi non sono eseguite. La prima accusa spetterebbe al Parlamento; la seconda al Governo, ossia ai ministri.»

Di che il giornalismo subalpino applicò l'animo a trovare un mezzo per liberare gli Stati Sardi dai ladri. Non potendovi riuscire i tre poteri dello Stato, si provò il quarto potere che è la libera stampa.

L'Indipendente dei 3 di settembre 1858 N.209 incominciò dai ladri di campagna. Senza fermarsi a dimostrare la gravita, l'ampiezza e i pericoli di questa piaga intorno a cui non havvi il menomo dubbio attese a suggerire i rimedii: A contenere costoro (i ladri di campagna) è necessaria la ferma mano dell'autorità di polizia rurale, che prima faccia conoscere con buoni regolamenti le contravvenzioni, il procedimento e le pene contro i contravventori; poi ordini una forza pubblica di guardie comunali de' campi per iscoprire i colpevoli, coglierli in flagrante e farli noti all'Autorità; infine diriga questo servizio, lo faccia eseguire con alacrità, con giustizia uguale per tutti e rigorosa.» E dimostrava che il Sindaco di un Comune «non può adempiere convenientemente quest'ufficio.»

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Il Diritto, L'Espero, il deputato Borella suggerivano altri rimedi. Il Diritto, come abbiam già detto, proponeva che per dare sicurezza al Piemonte si abolissero le guardie di pubblica sicurezza; ed il Borella attribuiva l'origine di tutti i delitti agli oziosi ed ai vagabondi. È un fatto diceva, assicurato dalle statistiche giudiziarie che le categorie oziosi e vagabondi sono quelle che forniscono più ladri, grassatori ed assassini (1).

Quindi l'onorevole deputato ricordava che secondo la legge di pubblica sicurezza del 1852 era stabilito che il Sindaco del luogo dovesse denunciare al giudice gli oziosi ed i vagabondi, ma t il poco coraggio civile che hanno generalmente i nostri sindaci, nei quali può naturalmente più la paura dei mal virenti che il sentimento dei loro doveri fece sì che nella legge di pubblica sicurezza dell'8 di luglio 1854 questa disposizione venne tolta. Sicché nei 1858 gli oziosi ed i vagabondi doveano essere denunziati, ma nessuno era obbligato alla denunzia. Che sapienza legislativa

Per la qual cosa Alessandro Borella correggeva Ja legge in questo modo: t Sarà stabilita in ogni comune, od almeno in ogni mandamento un'autorità incaricata esclusivamente di queste denunzie.» Studii inutili, inutili proposte! Un altro giornalista invece, per impedire i latrocini], lodava il gran ladrone Barrabba!

CAPO XIV.

Panegirico dell'onorevole Barrabba pubblicato in Piemonte da Aurelio Bianchi Giovini.

Chi fosse Barrabba sanno tutti coloro che conoscono l'Evangelio, ma pochi sanno, e pochissimi ricordano che la libertà piemontese servisse a farne il panegirico, epperciò giudico opportuno di consegnarne in queste pagine i documenti.

(1) Gazzetta del Popolo, N° 192,14 agosto 1858.

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La parola Barrabba in caldeo ed in ebraico significa figlio della confusione e dell'obbrobrio, e con questo nome chiamavasi quel famoso ladro, sedizioso e colpevole di numerosi omicidi, che fu dagli ebrei preferto a Gesù Cristo, allorché Pilato, in occasione della solennità della Pasqua chiese loro a quale dei due ridonata volessero la libertà.

Quel Barrabba era così ladro, che a Gesù avea rubato perfino il nome. Origene asserisce che egli avea aggiunto al suo il nome di Gesù, e chiamavasi Gesù Barrabba per contrapporsi a Gesù Cristo, come appunto certi eretici si chiamano evangelici per contrapporsi ai cattolici.

Or bene Aurelio Bianchi-Giovini, che scriveva in Torino prima 1''Opinione, e poi V Unione, nel 1853 mandò al palio due volumi intitolati Critica degli Evangeli. E nel secondo volume a pagina 80 fa il panegirico di Barrabba e dimostra che gli appartiene il titolo di onorevole.

Secondo Bianchi-Giovini il nome di Barrabba deriva da Bar-Rabban. E Rabban (maestro nostro) è il titolo d'onore che si dava comunemente ai più celebri dottori della Sinagoga.

Nella stessa pagina Bianchi-Giovini salva la fama di Barrabba dicendo: che non potea essere né ladro, né masnadiero «perché Giuseppe Flavio che nomina molti di costoro, non ne ricorda nessuno chiamato Barrabba.»

Barrabba adunque fu il Maestro Nostro, ossia il Ràb- ban degli Italianissimi, i quali principalmente in Milano si servirono dei così detti Barrabba per fare l'Italia.

Inoltre Barrabba è un titolo d'onore, e siccome fu dato al famigerato giudeo, così secondo Bianchi-Giovini si merita l'aggiunto di onorevole, che sarebbe quasi in certo modo il sinonimo di Barrabba.

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E in quella che il Critico degli Evangeli difendeva e lodava Barrabba, dava addosso a Gesù Cristo, e parlando degli Scribi e Farisei scriveva: «l'accusa colla quale lo denunciarono (Gesù) al tribunale del Procuratore, se non in tutto vera, lo era in parte.» (Voi.11, pag.67). Più innanzi a pag.87 da tutto il torto al buon Gesù, e le sue parole sono così empie, che non si possono trascrivere.

Se Bianchi-Giovini difendeva e lodava Barrabba, peniate quanta stima e rispetto portasse a Ponzio Pilato, ad Erode ed a Giuda Iscariota!

Di Pilato scriveva così: Gli Evangelisti vogliono far credere che Pilato cedette contro sua voglia al timore d'una sedizione; eppure il solo suo nome faceva spavento al popolo giudaico, ed i documenti contemporanei ce lo dipingono tutt'altro che facile a laciarsi intimidire da popolare tumulto. (Pag.124). Sicché Pilato secondo Bianchi-Giovini era l'esemplare del coraggio civile, e del fermo ed energico governatore!

Né ciò basta in difesa del carissimo Pilato. e È da credersi, prosegue a scrivere il Critico degli Evangeli, che veggendosi presentare un imputato, invece di giudicarlo e condannarlo così a precipizio in un giorno tanto solenne, lo abbia fatto custodire in prigione, o fattolo mandare a Cesarea, come aveva adoperato altre volte, onde esaminare più maturamente la colpa che gli veniva apposta» (pag.125).

Quindi Pilato, a detta di Bianchi-Giovini non era solo un governatore coraggioso, ma anche un giudice prudentissimo, e il suo ritratto dovrebbe appendersi sulle pareti di certi tribunali!

Le stesse scuse Bianchi-Giovini avea in pronto per Erode. «È naturale, così egli, che il Tetrarca non avrebbe voluto occuparsene (di Gesù Cristo) su due piedi in un giorno così solenne, ed in un paese fuori della sua giurisdizione, ma lo avrebbe fatto custodire

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per mandarlo in Galilea, e giudicarlo con maggiore comodità» (pag.72) per mandarlo in Galilea, e giudicarlo con maggiore comodità» (pag.72).

Dunque per Bianchi-Giovini Erode era un uomo savio, che rispettava i giorni solenni, e camminava col calzare di piombo nel giudicar gli accusati!

Finalmente il Critico degli Evangeli a pag. 86 del secondo volume difendeva il carattere di Giuda Iscariota argomentando del suo potente rimorso; ed a pagina 99 accusava i Cristiani d'avere inventato le circostanze della morte di Giuda «per rendere vieppiù odiosa la sua memoria. E nel luogo medesimo purgavalo d'aver venduto il Maestro per trenta argentei, dicendo che la mercede da lui ricevuta non ha alcun fondamento istorico.»

Ma del panegirico di Giuda che fur erat et latro riparleremo più tardi recitandone il panegirico che sotto il regno d'Italia ne fecero l'ex deputato Petruccelli della Gattina, e la Gazzetta Ufficiale.

Qui basti soltanto avvertire come fosse ben naturale che i ladri aumentassero di numero e di audacia in Piemonte, allora quando per le nostre città si seminavano cotesti libri, e si spargevano simili insegnamenti. Se Barrabba era il maestro nostro, perché non rubare ed assassinare al pari di lui? Restava almeno la speranza che più tardi sorgesse qualche scrittore a provare che i nomi di Artusio, di Mottino, di Delpero nella loro etimologia significano un titolo di onore.

Per la quai cosa i ladri ed i latrocinii erano in grandissimo progresso, ed il Risorgimento dei 30 di agosto 1856 scriveva così: «Ieri abbiamo stampato una lettera che narra un grave ed audacissimo furto in Lomellina. Ci giungono contemporaneamente altre simili notizie da più parti; da quella stessa provincia ne scrivono che in un sol giorno diciotto cacciatori

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furono in altrettante parziali aggressioni disarmati e spogliati. -Non ha guari parlavasi d'una banda, che infestava le provincie più montagnose della divisione di Cuneo, e la quale non risulta ancora sia al tutto scomparsa. Il Canavese è stato in queste ultime settimane il teatro di molte grassazioni; insomma è difficile che passi giorno. senza che in questo o in quel foglio non si legga l'annunzio di qualche ladroneccio. E i furti di campagna a un tempo si moltiplicano per modo che generali sono le lagnanze e le istanze al Governo,, perché in qualche modo voglia provvedere. E il Governo che cosa fa?»

Che cosa fa il Governo? E non vedete Messer Risorgimento, che cosa fa? Chiude gli occhi perché si stampi e diffonda impunemente pel Piemonte il panegirica del gran ladrone Barrabba, maestro nostro. Le sue grandi lezioni vengono ascoltate, e producono il loro effetto.

CAPO XV.

Il Codice penale modificato a vantaggio dei ladri, assassini ed omicidi.

Quando più che mai i ladri e gli assassini infierivano negli Stati Sardi, il Guardasigilli De Foresta nella primavera del 1857 uscì a proporre certe modificazioni al Codice penale, e i deputati subalpini discussero il progetto di legge nel mese di marzo di quell'anno. Sarà utile raccontare la storia di quella discussione.

Nella tornata del 17 di marzo 1867 il deputato Genina domandava se mentre tanto crescevano i reati comuni fosse conveniente sminuirne le sanzioni penali?

Invece il deputato Mamiani, nella successiva tornata» rendeva grazie al Ministero d'aver rivolto i suoi studi a diminuire la troppa severità delle pene, e rendere più rare le sentenze capitali, «Il secolo si ostina a voler grande mitezza ne' tribunali i diceva il Mamiani, e i ladri esclamavano benissimo!

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I deputati Chiaves e Robecchi peroravano per la liberta della bestemmia, protestando contro le pene inflitte dalle leggi ai bestemmiatori.

Il deputato De Maria approvava la diminuzione di pena contro le madri ree d'infanticidio, e l'abolizione d'ogni penalità contro i suicidi.

Nella tornata dei 19 di marzo congratulavasi della tendenza all'umanità delle leggi penali, e desiderava che ancora di più si diminuissero le pene di quello che proponeva il Deforesta. Ad ogni modo accettava il progetto qual era, e mostravasi lieto perché mentre in Inghilterra sono leggi atroci, e il bastone nella Svizzera, e in Prussia la ruota e le tanaglie, in Piemonte si punivano i delitti colle carezze.

Il Ministro Deforesta piantava nella stessa tornata questo singolare assioma: la severità delle pene accrescere il numero dei reati, sicché per liberarsi dai ladri e dagli assassini il meglio era regalar loro un portafoglio, creandoli ministri di Grazia e Giustizia!

Egregiamente il deputato Deviry avvertiva che l'umanità non richiede solo che si trattino co' guanti gli scellerati; ma principalmente che sia tutelata la borsa e la vita dei pacifici cittadini. La quale osservazione però non era all'altezza dei tempi!

Lodava anche l'arma dei Carabinieri Reali, ma tutti sanno che questa istituzione nacque dall'assolutismo. Guardie di pubblica sicurezza ci vogliono oggidì. Uomini nuovi, e cose nuove!

Il deputato Sineo il 20 di marzo parlava come un codino, affermando che la mitezza delle pene non era una conseguenza della libertà, che anzi quanto questa dee essere ampia, altrettanto quelle voglionsi severe contro chi ne abusa.

E come che desiderasse riformato il Codice penale, trovava tuttavia molto più urgenti altre leggi, e quelle in ispecie sulla responsabilità ministeriale, promessa sempre e non votata mai.

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Dopo molte parole approvavasi per certi gravissimi delitti l'abolizione della pena di morte. Il deputato Genina voleva che fosse mantenuto l'articolo 699 del Codice penale relativo agli incendiari puniti colla forca. Ma la Camera rispose mitezza ed evviva gli incendiarii!

Il deputato Sineo proponeva che fosse sancita la pena di morte contro il calunniatore che con falsa testimonianza ha fatto condannare alla morte un innocente. Ma la Camera replicò: mitezza, e la proposta del Sineo venne respinta.

Due articoli del Codice penale di Carlo Alberto, cioè gli articoli 554 e 571 stabilivano la pena di morte contro l'infanticidio, ma la Camera gridando mitezza, risparmiò la vita agli infanticidi.

Deforesta allora Guardasigilli trovava minor delitto nell'infanticidio, perché i bimbi non hanno ancora perfetta conoscenza della vita, né un'esistenza ancora assicurata.

Al che rispondeva il deputato Genina: «Io approvo la legislazione romana accettata in tutti i Codici moderni, che non fa distinzione tra vita e vita, tra quella del giovinetto robusto, e l'altra del vecchio decrepito e fiacco, i

L'articolò 162 dell'antico Codice penale Albertino puniva colla reclusione i bestemmiatori di Dio e della Vergine. Alcuni deputati presero, come abbiam detto, le parti dei bestemmiatori, e si proclamò la libertà della bestemmia.

L'articolo 585 era contro il suicidio, privando i suicidi degli onori funebri ed annullando il loro testamento. La Camera abrogò questo articolo, e fu proclamata la libertà d'impiccarsi o farsi saltare le cervella ad libitum.

L'articolo 612 proibiva ogni diminuzione di pena contro il parricidio, veneficio, e simili atroci delitti.

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E per compassione verso i parricidi e gli avvelenatori venne abrogato.

L'articolo 725 non ammetteva nessuna diminuzione di pena nei furti di cose sacre, e di danaro regio, malgrado la tenuità delle somme rubate. E l'articolo fu soppresso, e i furti sacrileghi crebbero enormemente, come pure i ladri del pubblico danaro.

Su siffatte discussioni ed abrogazioni bisogna,che badi chi voglia rendersi ragione dello stato presente d'Italia. Si va a cercare la mola signoria dei governi passati; ma il male provenne dalla buona signoria dei governi nuovi.

Cento otto deputati approvarono le modificazioni $1 Codice penale soprariferite, e soli quindici le respinsero. Se si fosse chiesto il voto dei ladri, degli assassini e degli omicidi, non è da dubitare che sarebbe stato simile a quello dei cento ed otto!

In conseguenza alli 21 di giugno del 1857 leggevasi nella Camera dei deputati piemontesi un gran numero di petizioni colle quali proprietarii, medici e contribuenti d'ogni genere lamentavano le tasse enormi, eccessive, incomportabili, e la niuna. sicurezza della proprietà nelle campagne.

E Norberto Rosa nella Gazzetta del Popolo degli 11 di agosto dello stesso anno 1857 cantava

.... Da gente d'ogni legge sciolta

Il Piemonte è rubato, assassinato.

Se Norberto Rosa vivesse, oggidì metterebbe nel suo verso l'Italia invece del Piemonte, e direbbe che l'intera Penisola è rubata ed assassinata da gente d'ogni legge sciolta!

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CAPO XVI.

Conclusione della Prima Parte.

Abdicato in Piemonte il potere legislativo della Corona, amor del giuoco, furti e grassazioni hanno assunte gravi dimensioni. Il governo non solo transige, ma scherza sulla pubblica morale.»

Non sono io che scrivo queste parole: il ciel me ne liberi! Sapete chi le scrisse e chi le stampò? Le scrisse un deputato piemontese Antonio Gallenga, e le stampò un periodico italianissimo intitolato il Cimento, nella sua terza serie,30 giugno 1855, pag.1071.

Ma quello che fin qui son venuto raccogliendo sgraziatamente prova che Antonio Gallenga disse il vero, e che il Cimento non istampò il falso. È innegabile che dopo la libertà i furti e le grassazioni tomo assunto gravi dimensioni. Ed è pure innegabile che il Governo piemontese spesso scherzò sulla pubblica morale.

Fu uno scherzo sulla morale pubblica rispettar poco i beni altrui, e l'articolo dello Statuto che dichiara inviolabili tutte le proprietà senza alcuna eccezione.

Fu uno scherzo sulla morale pubblica la teoria che lo Stato può distruggere gli enti morali, e quando son morti impossessarsi de' loro beni per diritto di vacanza.

Fu uno scherzo sulla morale pubblica venir fuori colle distinzioni tra proprietà collettiva e proprietà individuale, tra patrimoni e patrimoni, tra proprietari e proprietari.

Fu uno scherzo sulla morale pubblica la modificazione del Codice penale, introducendo pene mitissime in certi tempi che ne avrebbero per V opposto consigliato l'aggravamento.

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Fu uno scherzo sulla morale pubblica perseguitare gli uomini di Chiesa, mettere un bavaglio alla loro parola, e in certo modo impedire che predicassero a tutti, grandi e piccoli, con libertà evangelica: non ru

E di simili scherzi potrei citare molti altri, ma me ne passo. Gli Stati Sardi ornai non esistono più avendo ceduto il posto al Regno d'Italia; ed appartenendo alla storia, io posso discorrerne francamente. Però credo d'averne detto abbastanza per questa volta.

Nella Storia Militare Piemontese di Ferdinando Pinelli, voi. II, pag.10 (Torino 1854) ho letto alcune pagine sulla rivoluzione che fu promossa nei paesi subalpini in sullo scorcio del secolo passato, e vi trovai la seguente verità sui due promotori della rivoluzione medesima:

«Bonafous e Ranza scrissero a Bonaparte chiedendo aiuto perché il Piemonte volea scuotere il giogo regio. Spedirono poi proclami ai piemontesi, invitandoli ad insorgere contro il tiranno sabaudo. Dimodoché a sentirli, e sabaudo e napoletano e straniero tutti eran birbanti: essi soli che andavano rubacchiando e predicando la diserzione, la ribellione e la guerra civile erano i soli onesti.»

È ciò che avviene d'ordinario in tutte le rivoluzioni. Levate i nomi Ai Bonafous e Ranza, e potrete sostituirne molti altri antichi e moderni alle parole di Ferdinando Pinelli. Essi che andavano rubacchiando erano i soli onesti!

PARTE lI.

Dei ladri quando l'Italia fu fatta.

Dovea ragionevolmente sperarsi che fatta l'Italia i ladri e i latrocinii cesserebbero del tutto, o almeno diminuirebbero in guisa da non dar più luogo a gravi lamenti. Conciossiache si dicesse che gli assassini ond'era molestata la Penisola, principalmente derivavano dal trovarsi frastagliata, disgiunta, sotto governi clericali epperò pessimi, che non accordavano le guarentigie costituzionali, non conoscevano Vordine morale, né Tarte d'instaurarlo. Questo diceva il Conte di Cavour nel Congresso di Parigi del 1856, e ripeteva Lord Clarendon oratore per la Gran Brettagna. Questo stampava la Gazzetta ufficiale Piemontese, e ristampavano gli altri giornali italianissimi e gli inglesi. Questo asserivano i deputati in Parlamento e gli scribacchiatori ne' loro opuscoli: le proprietà erano mal sicure in Italia per la inala signoria de' governanti. Di che, ripeto, dovea sperarsi che fatta V Italia i latrocinii comincerebbero dal diminuire, e poi di mano in mano che gli italiani vivessero sotto la nuova ottima signoria, educati alla scuola della libertà, e del progresso, cesserebbero del tutto scuola della libertà, e del progresso, cesserebbero del tutto.

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Invece come andò la bisogna? Pienamente al rovescio; che i ladri crebbero a dismisura e crescono sempre, le lagnanze si moltiplicano ogni anno, si ruba dappertutto, dai grandi e dai piccoli, all'ingrosso ed al minuto, si ruba alla Chiesa e si ruba allo Stato, si ruba ai preti ed ai frati, ai ministri ed ai soldati, si. ruba nelle sacrestie, e si ruba nella Camera dei deputati, si ruba dai malandrini e si ruba da certi pubblici impiegati, si ruba nelle poste, e si ruba nelle casse pubbliche, si rubano danari, si ruba carta, si rubano calici e pissidi, si rubano perfino le porte e le finestre,, ed orribile a dirsi! s'è rubata anche la bandiera nazionale coi suoi tre colori. Insomma s'è rubato e si ruba tanto che io potrei scrivere su questo doloroso argomento una biblioteca, ma mi restringo soltanto a scrivere un libretto.

Quando alli 11 di settembre del 1860 la Gazzetta ufficiale del Regno pubblicava il famoso proclama del Re ai nostri soldati, mi si allargò il cuore per ben due palmi. In quel proclama controsegnato Cavour-Farini, Vittorio Emanuele II diceva all'esercito: «Soldati! Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per ristaurare l'ordine civile nelle desolate città.... Mi accusano di ambizione. Sì: ho un'ambizione ed è quella di restaurare i principii dell'ordine morale in Italia. A que' dì io era tutto consolato, giacché diceva tra me stesso: uno dei primi principii dell'ordine morale è il non rubare, ed una volta che questo principio in Italia sia ristaurato insieme con tutti gli altri, non avremo più furfanti od almeno in piccolissimo numero; verrà rispettata la roba altrui, non ci saranno più né rapine, né aggressioni, né assassini, e la nostra Penisola diventerà un Paradiso terrestre, perché l'Eden era appunto un paradiso essendovi in fiore tutti i principii dell'ordine

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onorale. Ma sgraziatamente m'ingannai nelle mie speranze, e ne' miei ragionamenti. I soldati entrarono sì nelle Marche e nell'Umbria, entrarono in Napoli, entrarono perfino nella Venezia, ciò che parea follia lo sperar, però quanto ai principii dell'ordine morale restarono come prima e peggio di prima. Si continuò a rubare, si progredì rubando e si ruba sempre. Furto ai banchiere Parodi in Genova, furto al cambiavalute Daccò in Parma, furto all'orefice Giordani in Torino, furto in Milano ad un ufficiale di linea, furto all'esattore di Sale, manchi di cassa, cassieri che friggono, processo Falconieri, processo Vignali, inchieste sui latrocinii nell'amministrazione della Marina, furto sacrilego a Frugarolo, furti sacrileghi nella Diocesi di Fievole, in Castelnovo, in Milano, in Perugia, in Ancona, in Bologna, furti di gemme nella Reale Galleria di Firenze, furti di documenti nella Camera dei deputati, furti di danaro nella zecca di Milano, furto di campane nelle Marche, furto di fili telegrafici, furto di cavalli e che so io?

E mi son dovuto convincere che proprio si appose chi scrisse che la demagogia è uno spirito ladro,» «che ebbe ragione da vendere Francesco Domenico Guerrazzi, quando il 12 luglio 1864 dalla Villa Torretta presso Livorno sentenziava ed il Popolo d'Italia 18 luglio dello stesso anno stampava questa sua sentenza: «affermiamo risolutamente che il nostro secolo piglierà il titolo del secolo dei ladri.» I compagni del Guerrazzi aveano finora chiamato il secolo decimo nono secolo del vapore, secolo dei lumi, secolo del progresso, secolo del diritto nuovo; ma l'onorevole deputato rigettava tutte queste denominazioni, protestando che il solo titolo di secolo dei ladri s'attagliava al presente secolo.

Il quale è proprio un secolo ladro, ed ha rubato la pace ai popoli, la buona fede ai contratti, l'onestà ai

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commercianti, la verità alle istorie, il pane alle famiglie, l'ordine alle città, l'autorità ai governi, l'onore ai re, la sicurezza agli Stati, il patrimonio alla Chiesa, il convento ai frati ed alle monache, l'innocenza alla gioventù, il buon gusto alle lettere, gli agricoltori alle terre, gli scolari allo studio, gli operai al lavoro, il pastorale ai vescovi, la confidenza ai magistrati, la lealtà ai ministri, la sicurezza ai cittadini, il buon nome ai diplomatici, la pietà alle genti, il culto a Dio ed ai Santi.

Di tutto questo io potrei, e forse dovrei parlare nel presente scritto, ma il tema sarebbe troppo largo, né il peso dalle mie spalle, «né ovra da pulir colla mia lima. Epperò continuandomi nel mio primitivo disegno mi accingo semplicemente a scrivere dei piccoli e volgari latrocinii che si. commisero in Italia, dopo che lltalia fu fatta.

CAPO I.

I ladri sono i primi a godere della libertà italiana.

Io non oserei di scrivere in capo a questo capitolo il titolo che vi ho scrittole non avessi in pronto per confermarlo l'autorità d'un giornale creato da Gioachino Napoleone Pepoli. Premettiamo che di via ordinaria tutti i novatori sogliono far godere ai ladri le primizie della libertà. Così in Piemonte non sì tosto si aperse il nazionale Parlamento, che un deputato domandò perché si tenevano relegati nell'isola di Sardegna molti bricconi, che non erano stati condannati con tutte le regole, sebbene non vi fosse il menomo dubbio sulle loro bricconerie. E què' poveri martiri vennero tosto messi in libertà, con quale frutto vedemmo nella prima parte di questo scritto.

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Quando più tardi Mazzini e i mazziniani comandarono a Roma invece del Papa, sapete che cosa fecero innanzi tutto? Con decreto dei 19 di gennaio 1849 diminuirono di due anni la pena ai galeotti e lasciarono in libertà tutti coloro a cui non rimanessero più di due anni di pena a sopportare. Ce lo racconta Carlo Luigi Farini nel suo stato Romano, Voi. IlI, pag.161.

Dieci anni dopo questo signor Farini fece lo stesso nelle Romagne, non sì tosto vennero sottratte al governo del Papa. E qui invoco l'autorità del giornale di Pepoli che si chiama l'Eco dell'Emilia. I quale nel suo N° 137 dei 25 di aprile 1860 scriveva così:

«Il signor Farini fu sollecito a fare scarcerare dal forte Castelfranco circa un migliaio di precauzionarii, che invecchiati nel vizio ed organizzati fra loro al delitto, davano poca anzi niuna speranza di essersi emendati.»

Questo fatto venne pur riferito da un altro giornate di Bologna intitolato il Cannocchiale nel suo N° 2 dei 21 di giugno 1860. Leggete:

«Circa all'epoca dell'annessione Farini sprigionò da Castelfranco qualche centinaio di malfattori matricolati che colà degevano da qualche tempo senza aver subito condanna. Questa scarcerazione cagionò vivo timore sulla popolazione, perché tutti previdero che questa turba maestra nei delitti, sprovveduta di sussistenza, avrebbe voluto acquistarsi il pane, a rapine. Difatti non tardò.

Il governo Pontificio quando sapea che un ladro era proprio un ladro, non ci guardava tanto pel sottile, tal facea ammanettare, e giù in prigione. Frutto di questa politica era che i latrocinii diminuivano. Difatto il Vero Amico giornale di Bologna, li 13 di febbraio del 1857 scriveva:

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«I furti e le aggressioni che si manifestavano per breve non lontano periodo fra noi ora trovansi cessati mediante l'attività somma del degno nostro monsignor Commissario e la cooperatone della polizia, che giunse a scoprirne presso che tutti gli autori e a ridurli nelle mani della giustizia.

Ma tutto ciò forse non era pienamente secondo le regole della legalità, e vi mancava qualche punto o qualche virgola, quindi il Farini per prima cosa lasciò liberi questi signori furfanti, i quali esclamando con tutto il cuore Viva l'Italia, respirarono le nuove aure di vita italiana.

Io non ho alle mani eguali citazioni per provare che quanto si fece in Romagna fu ripetuto nel resto della Penisola, in Sicilia, a Napoli, in Toscana, nelle Marche ecc. E siccome non voglio dire se non quello che posso appoggiare ad irrefragabili argomenti, cosi sorpasso su questo punto.

Affermo soltanto che in tutte le rivoluzioni si sogliono fare per prima cosa dai rivoltosi due passi; l'uno alle casse pubbliche per impossessarsene, V altro alle prigioni per iscarcerare i malandrini che vi stanno chiusi dentro.

E sfido chiunque a citarmi una rivoluzione sola passata, presente o futura che non incominci colla presa di possesso del pubblico danaro, non già per rubarlo, dininguardi! sibbene per poter governare e far la guerra per la libertà, e tutti sanno che i danari sono il nerbo della guerra. E dopo questa presa di possesso, subito la liberazione de' prigionieri.

CAPO II.

S'incarica un ladro di dare pubblica sicurezza al nuovo Regno d'Italia.

Ed anche qui ho bisogno di ricorrere alle citazioni ed alle autorità non sospette, perché il vero ha faccia di menzogna.

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In quel tempo noi avevamo in Torino capo della polizia e della pubblica sicurezza un Filippo Curletti, nome ornai così celebre come quello del Conte di Cavour, e sgraziatamente furono piemontesi amendue!

Il Filippo Curletti invece di arrestare i ladri e gli assassini era di balla con loro, li aiutava di sottomano,, li soccorreva di lumi, di mezzi, di armi, li difendeva dall'essere scoperti ed arrestati, e partiva con loro l'infame bottino.

Quando le Romagne furono sottratte al Papa, e andò Massimo d'Azeglio commissario del Re a Bologna, condusse seco il Curletti, primo e bel regalo a' Bolognesi. Così raccontava l'Opinione n 259 dei 20 di settembre 1861. Eccone le parole:

Curletti «era stato condotto a Bologna da Massimo d'Azeglio, allorché andò governatore delle Legazioni. Ivi rimasto il Curletti dopo la pace di Villafranca, ebbe dal Governator Cipriani l'incarico della Direzione generale della polizia per quelle provincie sotto la dipendenza del ministro dell'interno Montanari.

«Dimessosi il signor Cipriani, prosiegue a raccontare l'Opinione, e nominato in sua vece il cav. Farini costituì dei tre governi di Parma, Modena e Bologna un solo governo che intitolò dell'Emilia. In tal circostanza il Curletti rimase disponibile e fu poco stante chiamato a Firenze.

«Di là, è sempre l'Opinione che parla, di là fu invitato a seguire il marchese Pepoli a Perugia, e indi a poco andò a Napoli, di dove partì allorché fu citato a comparire dinanzi a questo Tribunale (la Corte d'appello di Torino), qual testimonio nella causa Cibolla.

Abbiamo adunque un capo di assassini che si fa girare per tutte le principali città italiane affine di ordinarvi la pubblica sicurezza e ristabilirvi l'ordine morale. Curletti a Torino, Curletti a Bologna, Curletti a Firenze, Curletti a Perugia, Curletti a Napoli.

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Ma come si scoperse che il Curletti era capo di assassini? Ecco quando e come lo seppe il pubblico.

Nel 1861 veniva arrestato in Torino e processato un certo Cibolla reo di furto, di stupro e d'omicidio, e, per ragione dell'età ancor fresca, condannato a soli venti anni di galera. Prima d'andare al suo posto» parte per vendetta, parte per capriccio, prese a fare una serie di gravissime rivelazioni accompagnandole con tali e tante circostanze di tempo, di luogo e di persone, ch'era impossibile sospettar di menzogna.

La prima di queste rivelazioni è che Filippo Curletti capo della polizia, è pure il capo de' furfanti e degli assassini. Il Fisco non crede, esita, discute le altre rivelazioni, e le trova non solo vere ma che confermano il detto del Cibolla contro il Curletti.

Il quale stava in Napoli per dare la pubblica sicurezza a quelle contrade e riparare le corruzioni dei Borboni! Il fisco di Torino si risolve finalmente a pregarlo di venire in questa città per esservi udito come testimonio. Dopo tre lettere finalmente Curletti ha la bontà di venire.

Messo faccia a faccia col Cibolla, costui gli ripete le accuse e lo dichiara capo degli assassini insieme con persone più alto locate. Curletti nega, dice che il Cibolla non merita nessuna fede, ma nel negare s'imbroglia, e si scuopre.

Sopraggiunge frattanto il cav. Soardi giudice istruttore e dichiara, che quando egli, per dovere del sua ufficio istruiva il processo d'un ladro ed assassino famoso, certo Tanino, piemontese, trovò nel Curletti una costante opposizione giunta fino alle minacce, opposizione che riusciva inesplicabile senza ricorrere ad ipotesi spaventose.

Il Tanino, secondo il Cibolla, era quello che corrispondeva col Curletti e trasmetteva gli ordini della polizia ai ladri inferiori. Il Curletti prima si adoperò

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col Scardi perché non s'istruisse il processo contro il Tanino. Poi il Tanino morì in pochi giorni in prigione, e si sospettò che morisse di veleno, ma non si fé l'autopsia del cadavere.

Dopo le denunzie del Cibolla convalidate dal cav. Soardi credevasi che il Curletti fosse arrestato, ma invece gli pagarono la testimonianza. Parli l'Opinione: «Il Curletti fu citato a Torino qual testimonio. Fu osservato che mentre a tanti testimoni si fa aspettare l'indennità, a lui fu pagata immediatamente, sicché potè andarsene tosto».

Il pubblico brontolava, e finalmente si dovette spiccare mandato d'arresto contro il Curletti, ma segue a dire l'Opinione «spiccato contro di lui mandato di arresto egli era riuscito a svignarsela».

Allora la Gazzetta del Popolo N.258 dei 18 settembre 1861 domandava che si facesse la luce e s'andasse fino al fondo di tutti questi misteri. Ma la luce non fu fatta.

La Perseveranza di Milano, N.633 del 20 settembre 1861 chiedeva un'inchiesta solenne, esemplare, implacabile; ma l'inchiesta non fu fatta neppure di nessuna specie. E questa è una bella e magnifica pagina del regno d'Italia!

CAPO III.

Liberi ladri in libera Bologna.

Ne' due precedenti capitoli abbiamo detto e provato che appena Bologna fu libera, Farini pose in libertà un migliaio di furfanti, e che Massimo d'Azeglio vi condusse da Torino un capo d'assassini per ordinarvi la pubblica sicurezza. Dal che potete argomentare che cosa divenisse Bologna.

Lo ricorderò con qualche citazione del Corriere dell'Emilia, di Gioachino Napoleone Pepoli.

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Corriere dell'Emilia, N° 137, 25 aprile 1860: «È vergogna, non esitiamo dirlo, che in una città come la nostra, dove è una forte guarnigione, una numerosissima guardia nazionale, il cittadino si vegga fermato la sera dai ladri, che armata mano assalgono impunemente.»

Corriere dell'Emilia, N. 150, 10 maggio 1860. «Eravamo noi contentissimi che alcune misure da noi suggerite, e dalle autorità adottate, come fra le altre numerose pattuglie di militari la notte, avessero fatte cessare le continue aggressioni. Ma ieri sentimmo che la notte antecedente in via Stefano frequentatissima si sieno introdotti undici assassini ed abbiano al suo tornare a casa alle 11 di sera aggredito il padrone e spogliata la casa di tutto il valsente ed oggetti preziosi.»

Corriere dell'Emilia, 11 giugno 1860: «E' vergogna che in una città civile come Bologna non si possa essere sicuri della propria vita.»

Unione, N. 169, 20 giugno 1860 (Corrispondenza di Bologna). La popolazione è preoccupata dalla quantità enorme di furti, d'aggressioni e d'invasioni a mano armata.»

Gazzetta di Torino, N.74 dei 24 giugno 1860. «Ci giungono frequenti lettere da Bologna... I furti nelle private abitazioni abbondano, i pacifici cittadini sono assaliti a tutte le ore per le vie anche le più frequentate, le estorsioni violente si moltiplicano spaventosamente, le diligenze, le carrozze vengono svaligiate quasi alle porte della città.»

Il Cannocchiale di Bologna, N.2,21 giugno 1860: «Come cominciare il discorso su cose civiche senza toccare la piaga dolorosa che ci aggrava di più, cioè i fatti troppo frequenti di ladronecci, invasioni, assassinii?..

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Non passa giorno né notte che non si sappia di molte aggressioni o furti.»

Unione, 14 luglio 1860 (Corrispondenza di Bologna): «L'audacia dei malfattori è incredibile, e basti il dire che il marchese Malvezzi, comandante generale della guardia nazionale di Bologna, fu aggredito alle porte stesse della città.»

Corriere dell'Emilia, 6 dicembre 1860: t È incredibile l'audacia dei nostri ladri... Il pubblico che vede di continuo minacciata la sua proprietà desidererebbe delle misure eccezionali!

Continuando questo stato di cose i bolognesi scrissero una petizione perché il conte di Cavour, che dicea di averli redenti dal Papa, li redimesse dai ladri. La petizione veniva riferita dal Corriere del Popolo di Bologna N.25, dei 28 dicembre 1860, e dal Corriere dell'Emilia dello stesso giorno N.342.

I petenti «invocavano caldamente dalla superiore tutela qualche misura che valga a porre un argine all'anarchia in cui versa la pubblica sicurezza.» Quest'anarchia, dicevano i petenti, ha prodotto una serie di fatti criminosi. Tra questi era il caso del giovane Alberto Luigi Guidi a cui i ladri non coutenti di togliere la borsa aveano levato anche la vita!

Dopo questa petizione il Corriere del Popolo di Bologna dei 29 di dicembre 1860 riferiva: «Sta mane alle ore 3 è stato nuovamente aggredito e ferito il trombetta della cavalleria della guardia nazionale in. uniforme.

Lord Clarendon avea detto nel Congresso di Parigi,, che e organizzando in Bologna una forza armata nazionale, la sicurezza e la confidenza si ristabilirebbero prontamente. E quando Bologna fu sottratta al Papa,, ed ebbe la forza proposta da lord Clarendon, era aggredito e ferito perfino il trombetta della cavalleria della guardia nazionale, ed aggredito e ferito in uniforme! 0 liberi ladri in libera Bologna!

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CAPO IV.

Altre città libere, ed altri ladri liberissimi.

Piglio in mano i giornali comparsi in Italia sul cominciare del 1861, li apro e leggo: In Sicilia i furti e gli omicidi son sempre all'ordine del giorno e di notte non si esce impunemente.» Così il Popolo d'Italia, corrispondenza da Palermo 25 dicembre 1360.

Anzi i ladri in Sicilia minacciano perfino la guardia nazionale. Così il Diritto,3 gennaio 1861.

I briganti spinti dalla disperazione e dal saccheggio si mantengono padroni di Napoli. Così la Sentinella Abruzzese del 3 gennaio 1861.

A Firenze e venne scoperta una vasta associazione di ladri.» Così la Perseveranza in una corrispondenza fiorentina dei 28 dicembre 1860.

«Nella Toscana, nella gentile Toscana abbiamo visto compiersi sotto i nostri occhi uno di quei furti che hanno avuto un eco in tutta Europa» (il furto delle gemme nel Palazzo del Granduca). Così la Monarchia Nazionale del 5 gennaio 1861.

i Invece di uccidere i ladri si uccidono i forieri della guardia nazionale»! Così V Opinione dei 4 gennaio 1861. Anzi vedremo fra breve che gli stessi ladri, oltre al rubare ai soldati, ai carabinieri, ai tribunali., giunsero perfino a mettere in prigione, sapete chi? Il Procuratore del Re, l'antico avvqcato fiscale, quello che dee sostenere la parte della legge contro i ladroni!

«Nei nostri dintorni non è più possibile di viaggiare o di uscire solamente per affari. La banda di ladri esistente nella vicinanza da più di un mese si fa più numerosa e più ardita.» Così al Popolo d'Italia scrivevano da Lanciano li 5 gennaio 1861.

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furti furono scoperti a Napoli l'uno di ducati 20,000 nell'amministrazione dei lotti, e l'altro di ducati 5000 in quella del registro e bollo.» Cosi il Lampo degli 1.1 gennaio 1861.

«La vettura pubblica che da Bologna va ad Ancona fu aggredita da 10 o 12 assassini armati di tromboni e di fucili. Fra i viaggiatori vennero aggrediti un capitano d'artiglieria, il giudice istruttore ed un segretario del tribunale di Macerata.» Cosi il Corriere delle Marche del 7 febbraio 1861.

«A Sasso d'Imola fu invasa la casa della commoda famiglia Mingardi da 20 o 25 assassini provveduti di carrai, di cavalli e biroccini. Uccisero una persona della famiglia, ne ferirono un'altra, e poi fecero il fatto loro» Così l'Eco delle Romagne del 12 febbraio 1861.

«Nei magazzini di vestiario militare (a Firenze) si trovano mancanti da sei in settecento pezze di panno di circa trentamila scudi.» Così l'Italia degli. Italiani degli 11 febbraio 1861.

«Le vie di Napoli sono funestate dai ladri peggio dei tortuosi sentieri d'una selva.» Così la Monarchici Nazionale dei 6 di marzo 1861.

«A Catania si operano furti a mano armata sui passanti nelle più frequentate vie a notte non inoltrata» i Così la Libertà del 17 marzo 1861.

«Ladri ancora ignoti penetrarono nella cattedrale di Ancona, e spogliarono l'immagine della B. Vergine, detta la regina di tutti i santi, di quasi tutti gli oggetti preziosi, stimati scudi romani 1500.» Così il Corriere delle Marche del 22 marzo 1861.

Nel solo mese di ottobre del 1861 noi vedemmo nella nostra Torino, allora sede del Re d'Italia e del Parlamento, svaligiata una cascina, la Marchesa, a due passi dalla Capitale (Espero, N° 272). Vuotata la cassa del Ministero della pubblica istruzione (Gazz. di Torino, N°272).

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Un furto avvenuto in via del Monte di Pietà (Espero, N 275).

Un altro nella sala del Consiglio di guerra (Gazzetta di Torino, N. 274). Un'aggressione alla Generala (Espero, N 280). Derubato il pizzicagnolo Minioni (Gazzetta di Torino, N 274). Spogliato un professore in via Doragrossa, ed una donna al teatro Alfieri (Espero, N. 286), e attentati contro le sentinelle (Gazzetta di Torino, N 276) e lotte a corpo a corpo tra ladri e le guardie colla peggio di esse ( Gazzetta di Torino, N° 293).

Questa filatessa di citazioni potrebbe continuare per un paio di volumi; ma costerebbe troppo a me il raccoglierle, e forse più ad altri il leggerle. Basti dunque questo saggio per provare che appena l'Italia fu libera, in ogni contrada sentironsi egualmente liberi i ladri ed esercitarono liberamente il loro mestiere. Il primo apparire dell'unità italiana fu nell'essere unanimamente in balia de' ladroni. Dalle Alpi al Lilibeo, da Busa a Messina si rubò ch'era una meraviglia, ed io non ho parlato che del primo anno del regno d'Italia. Ma si rubò molto più nel secondo, e peggio nel terzo, e nel quarto e nel quinto, e nel sesto; e sallo Iddio quando saremo liberati dai ladri! Ascoltiamo un po' su quest'argomento i rappresentanti del popolo italiano.

CAPO V.

I deputati, i ladri e i senatori.

Il 2 di aprile del 1861, i deputati dopo d'aver parlato della libertà dell'Italia, discorsero a lungo della libertà dei ladri.

Il deputato Massari diceva: «La sicurezza pubblica nelle provincie napoletane non esiste né punto né poco. Non é questione di maggiore o minor grado, non è questione di proporzione: è mancanza, e mancanza assoluta.» (Atti uff. della Cam., N.49, pag.174).

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Mancanza assoluta di pubblica sicurezza vuoi dire pienissima libertà accordata ai ladri ed al latrocinio.

Angiolo Brofferio parlava alla Camera il 3 dicembre del 1861 e diceva: «La maggior parte dei disordini che succedono in Italia si devono attribuire a costoro (agli agenti di pubblica sicurezza).» Poi rivolto a Bologna, prorompeva in questa apostrofe:

«O Bologna, grande e nobile città, tu che alla libertà associavi la scienza, grande nella disciplina degli studi, grande nella palestra delle armi, tu che nel 1848 col solo petto dei tuoi cittadini sapevi scacciare gli Austriaci irrompenti colle loro artiglierie, che sei divenuta? I ladri, i malfattori, i truffatori, gli omicidi ti stanno sul collo. E perché? Perché la tua pubblica sicurezza è in mano di gente inetta o ribalda.»

E proseguiva: «Quello che accade a Bologna, o signori, accade paramenti ed a Ferrara, ed a Cesena, ed a Forlì, ed a' Rimini, e dovunque.»

E conchiudeva: «Il Governo non si accorge che la sua polizia è composta d'uomini i quali non hanno rossore di trattare coi ladri, cogli assassini, coi malfattori d'ogni specie. (Oh! oh!) Sì, o signori, coi ladri e cogli assassini, i quali, come si rivelò ne' criminali dibattimenti, comprano l'impunità dividendo colla polizia l'infame bottino. (Atti Uff. della Cam., N.340, pag.1313).

Il senatore Oldofredi, che fu prefetto di Bologna e non la seppe proteggere, rii dicembre 1861 scriveva una lettera all'Opinione stampata nel suo N.343,13 dicembre, e diceva di Bologna: «Assassini e ladri associati fra loro in una communione di pericoli e di lucri, infestano quella nobile contrada.»

L'11 dicembre 1861 la Camera dei deputati approvava un ordine del giorno proposto da Raffaele Conforti

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dove si sperava che il Governo darebbe opera alacremente a proseguire l'efficace tutela delle persone e delle proprietà.» Ma questa tutela efficace non s' è ancora ottenuta nel 1868.

CAPO VI.

L'aula della Camera dei deputati preparata

a Firenze da un ladro.

Per ordine di Napoleone III la capitale del regno d'Italia dovendo sloggiare da Torino e andarsene a Firenze, fu necessario preparare un' aula sulle rive dell'Arno ai deputati ed ai senatori. E questo incarico dal ministro dei lavori pubblici Stefano Jacini venne affidato all'architetto Carlo Falconieri.

Costui era un eroe italianissimo e volea togliere Roma al Papa; anzi nel concepire il suo disegno dell'aula parlamentare fu tutto dominato da questa idea, come risulta da un opuscolo che dedicò al ministro Jacini, e venne stampato dalla tipografia della Gazzetta di Firenze nel 1865. L'opuscolo portava questo titolo: Intorno la novella Camera dei deputati, ragioni di Carlo Falconieri, ispettore del Genio civile, membro del Consiglio dei lavori pubblici ecc. ecc. E il Falconieri diceva che ne' suoi lavori fu mosso dal supposto «che Firenze non fosse altro che una tappa per condurci a Roma, al sospirato compimento delle nazionali aspirazioni.

Con questo pensiero in capo il Falconieri accintosi al lavoro fece un altro supposto. E suppose che se Menabrea poteva italianissimamente ed eroicamente rubare Roma al Papa, egli Falconieri avrebbe anche potuto rubare qualche cosa al regno d'Italia.

Messer Carlo comunicò questo suo supposto a tre amici Fontani, Gori e Bartolini, e lo trovarono molto logico,

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molto utile, e molto patriottico. L'imbroglio principale stava nel rubare senza essere colti colla mano nel sacco.

E tutti quattro si accinsero all'impresa. L'aula del Parlamento si veniva preparando e Falconieri rubava, e Fontani rubava e Gori rubava e Bartolini rubava e rubando tutti quattro facevano l'Italia, conciossiachè l'Italia sia nel suo Parlamento.

Rubavano nelle provviste, rubavano nei conti, rubavano nelle liste, rubavano pei muratori, pei falegnami, per le tappezzerie, rubavano in tutto e dappertutto. E presentavano conti e note dove scrivevano i nomi dei canonici del Duomo di Firenze fingendo che fossero operai da pagarsi, ed intascavano essi stessi quei pagamenti.

Ma i minchioni si lasciarono cogliere e vennero arrestati, processati e condannati. Il tribunale di Firenze con sentenza dei 21 di agosto 1867, condannava Carlo Falconieri alla pena del carcere per tre anni e mezzo, Fontana e Gori a tre anni della stessa pena e Bartolini a sette mesi.

Mi rincresce che dopo questo processo la Camera dei deputati debba ricordare memorie molto ladre. Il Falconieri nel 1865 scriveva: «venne scelto il salone dei cinquecento per ridurlo ad aula dei deputati, perché esso è bellamente illustrato dalle più grandi tradizioni storiche che vanti la città dei fiori.»

Ma oime! oggidì alle tradizioni storiche sono bruttamente succedute le tradizioni ladre, ed all'austero frate Savonarola l'architetto Carlo Falconieri dalle unghie lunghe.

E come una volta chi vedeva la sala dei cinquecento ricordava tanti gloriosi fatti della storia fiorentina, così chi vedrà quind'innanzi la Camera dei deputati necessariamente dovrà ricordare «ladri, furfanti e simile lordura.»

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CAPO VII.

I ladri mettono in prigione lo stesso Procuratore del Re.

Questo bel caso «di poema degnissimo e di storia» avvenne a Sassari nell'Isola di Sardegna verso il maggio del 1862. Tre famosi ladroni, assassini ed omicidi, già processati e condannati a morte dai tribunali, domandarono di conferire coi Procuratore del Be per fargli importanti rivelazioni.

Ed il procuratore del Re, lieto dell'avviso, si condusse tosto alla prigione, sperando di poter avere il bandolo di certe matasse ladronesche e dipanarle a vantaggio della pubblica sicurezza.

Entrato il Procuratore nella camera dei tre condannati egli stesso chiese agli astanti che si ritirassero, lasciandolo solo, perché le rivelazioni potessero avvenire con maggior libertà.

Ma quando i condannati si videro padroni del rappresentante della legge uscirono stili e coltelli, saltarongli addosso e gli giurarono che non sarebbe sfuggito alla morte se non prometteva loro solennemente la grazia della vita.

Frattanto i condannati barrarono con ispranghe la porta e dinunziarono a' custodi, che al primo sforzo ch'avessero fatto per entrare avrebbero issofatto pugnalato il Procuratore del Re. Ed i custodi guardaronsi bene dall'entrare, sapendo che i tre assassini erano uomini da tener la parola, molto più che essendo stati già condannati a morte non avevano più nulla da perdere.

Che fare allora in si dolorosi frangenti? Corsero dispacci telegrafici da Sassari a Torino e da Torino a Sassari, ed il Procuratore del Re adoperò

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tutta la sua eloquenza per convincere i briganti che tenevano mala via per conseguire la grazia.

E la predica riuscì, giacché dopo parecchie ore d'angoscia il povero Procuratore si vide appiedi i tre furfanti che gli domandarono perdono e gli aprirono le porte del carcere facendo grazia a lui. Non credo che i tre assassini di poi sieno stati impiccati.

Ad ogni modo il fatto curiosissimo è questo che tre condannati a morte trovano in prigione i mezzi per armarsi, per attirare a loro il Procuratore del Re, imprigionarlo, e lasciarlo vivo solamente per un atto di ladronesca generosità.

CAPO VIII.

I ladri in pieno giorno rubano al banco Parodi di Genova.

La materia mi cresce così tra le mani che io debbo restringermi ad accennare semplicemente i fatti. Ed importantissimo fu quello avvenuto in Genova il primo di maggio del 1862. Sei malandrini verso le ore due pomeridiane armati di tutto punto entrarono nel banco del sig. Bartolomeo Parodi e figlio, e intimoriti e legati quanti vi si trovavano, tolsero tutti i danari che erano nelle casse, cioè un valsente di 800,000 lire.

Un tale delitto in pieno giorno, nel centro d'una città come Genova, mostra a qual punto di progresso fosse giunta l'arte del brigantaggio fin dal secondo anno del regno d'Italia!

Il sig. Parodi per sollecitare l'incuria della polizia prometteva lire 60,000 di strenna a chiunque scoprisse i ladri od anche un solo di questi. Il ripiego riuscì, ed appena passati otto giorni tutti sei i ladroni erano nelle mani della giustizia. Ed ecco come avvenne l'arresto.

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La sera dell'8 maggio 1862 usciva dal porto di Genova una paranzella detta l'Amor Patrio, diretta verso il Mar Nero a caricarvi del grano. Fu rivelato alla polizia che gli autori del furto Parodi dovevano imbarcarsi su quella nave in un dato punto del litorale tra la Foce e Nervi.

Allora si ordinò che un piroscafo, il Montebello, con dodici carabinieri a bordo, inseguisse l'Amor Patrio, «verso le dieci della sera il Montebello raggiungeva la paranzella, e venuti all'abbordaggio i carabinieri saltarono addosso ai ladri, che sorpresi non tentarono neppure di resistere.

Tutti sei furono ammanettati, oltre il capitano, e ricondotti in Genova insieme colla paranzella. Trovossi che avevano ancora più di lire 300,000 in biglietti, armi d'ogni sorta e due bombe all'Orsini.

Veramente di Genova il Questore

De' nostri tempi è gran conoscitore,

Poiché trovar dovendo in brevi istanti

Una mano di furbi e di furfanti

Del palazzo duca! lasciato l'atrio

A ricercarli andò sull'amor Patrio!

I sei ladri colti sulla paranzella chiamata l'Amor Patrio non solo confessarono d'aver commesso quel furto, ma soggiunsero d'averlo commesso per un fine santo, per un'opera santissima, cioè per promuovere la causa dell'indipendenza nazionale!

Raccontarono che andati a Genova per celebrare il 5 maggio anniversario della spedizione di Garibaldi alla conquista della Sicilia nel 1860, si abbatterono in un cotale che dicevasi colonnello di volontari e propose loro di perpetrare quel furto, e partire il bottino.

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Uno dei ladri, Pietro Ceneri, per provare che la sua asserzione era vera, mostrò il passaporto del colonnello, che egli avea dimenticato partendo da Genova appena commesso il furto.

Per questo ed altri delitti ancora più gravi il Ceneri fu condannato alla galera in Sardegna, ma nel 1868 essendo misteriosamente trasferto sul continente, trovatosi nelle acque di Livorno, ne potè fuggire, ed ora è di nuovo in libertà, e canta:

Di colpe ignara, ignara di fatica,

Prima spuntò dell'or l'etade amica,.

Rese Tuona mano ricco e men contento

Quella che venne poscia età d'argento;

Finalmente al mortai feroce e sgherro

In pena il ciel mandò l'età del ferro;

Quella che noi viviam, se ben la squadri

Intitolar si può l'età dei ladri.

CAPO IX.

Liberi galeotti in libera Italia.

Non v'ha Stato in Europa dalle cui prigioni o galere fuggissero e fuggano tanti prigionieri o galeotti, quanti ne fuggirono e fuggono dalle prigioni e dalle galere del regno d'Italia.

Il deputato Federico Bellazzi ne trovò le cause e nella poca cura e sorveglianza delle autorità locali, nella camorra, nella noncuranza delle sentinelle esterne» nella cooperazione esterna, e talvolta nella violenza interna. (Prigioni e prigionieri nel regno d'Italia, Firenze 1866, pag.83).

Nel 1862 fuggirono dal carcere di Girgenti 127 detenuti. - Nel 1863 scapparono dal carcere di Teramo 55 prigionieri.

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Nel 1864 se ne partirono liberalissimamente dallo stesso carcere 23 altri prigionieri. - Nel 1865 dal carcere di S. Salvatore in Messina scomparivano 39 condannati a pene gravi. - Nella stessa notte (19 giugno 1865) scappano dal carcere mandamentale di Sepino 17 condannati alla galera, seguiti nel mese stesso da altri 11 galeotti fuggiti dal carcere mandamentale di Napoli. - Andarono da lì a poco a far loro compagnia 11 condannati evasi dal carcere di Piacenza, ed altri 8 che scomparvero dal carcere di Rampigna in Pescara.

Nel 1862, 63, 64, 65 i prigionieri fuggirono dalle carceri giudiziarie di Salerno, Popoli (Aquila), Sinigaglia, Piacenza, Teramo, Montalto (Cosenza), Maida (Catanzaro), Siacca, Termini, Lecce, Avellino, Pescara, Napoli, Sepino (Campobasso), Piacenza, Crema, Burrafranca, Nicosi, Celano (Aquila), Luterà (Caltanissetta), Potenza, Macerata, Laurenzana, Prato, Grottamare d'Ascoli, Spoleto, Girgenti, Messina, ecc. ecc. Il totale degli evasi dalle sole carceri giudiziarie nei quattr'anni suddetti fu di 890!

Ed inoltre quasi trecento galeotti in pochi anni tornarono a respirare le libere aure del liberalissimo regno d'Italia, e fuggirono dalla galera 67 nel 1861,41 nei 1862,53 nel 1863,62 nel 1864,60 nel 1865.

E nel 1866 alli 16 gennaio un galeotto scappa dalia Spezia, alli 23 di marzo quattro scappano dal Varignano, alli 27 uno scappa da Cagliari, alli 11 maggio quattro fuggono da Alghero, altri quattro, alli 21 detto, 4 a Nisida, uno alli 26 dal Varignano, ed un altro alli 6 giugno dai nuovo penitenziario di Alghero.

Dei prigionieri fuggiti nel 1861 non si sa la cifra; si sa soltanto che in quell'anno fuggirono 67 galeotti. Sommando insieme le fughe dalle prigioni e dalle galere si hanno i seguenti risultati:

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Anno 1861 evasi 67 (dalla galera)

» 1862 » 369 (galere e prigioni}

» 1863 » 374 id.

» 1864 » 248 id.

» 1865 » 262 id.

Totale 1,32

Quando dai luoghi di detenzione d'ogni sorte, in un paese che aspira ad essere il modello delle civili nazioni, si verificano in un quinquennio mille trecento venti evasioni, vale a dire in un anno 262, o 2 ogni tre giorni, s'ha il diritto di affermare che in quel paese regnano le seguenti formole:

Liberi ladri in libero Stato;

Liberi prigionieri in libero Stato;

Liberi galeotti in libero Stato;

Liberi corruttori in libero Stato;

I genovesi scrivevano sulle carceri Libertas, e quando da uno Stato fuggono i galeotti ed i prigionieri, fogge pure la Libertà.

CAPO X.

Statistica dei delitti e dei latrocini commessi nel regno d'Italia in soli tre mesi.

Se io qui volessi scrivere il numero dei latrocini, delle grassazioni, dei furti e degli omicidi che si commisero nel regno d'Italia dalla data della sua proclamazione fino all'anno 1869, dovrei segnare cifre troppo spaventose, e non potrei confortarle con nessun documento autentico.

Farò così. Mi piglierò tra' le mani il Libro Rosso che il barone Bettino Ricasoli quando era ministro dell'interno presentò ai deputati il 22 dicembre del 1866; noterò i reati commessi nelle provincie durante

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il secondo trimestre del 1866 togliendolo dalla tavola numero 4, e poi colla regola di proporzione tirerò il calcolo rispondendo a questa facile domanda: se in tre mesi si x commisero nel regno d'Italia tanti omicidio grassazioni, furti, truffe, ecc, quante se ne saranno commesse nei 31 trimestri, ossia nei 93 mesi che l'Italia è fetta, cominciando cioè dall'aprile 1861, sino al 1 giorno dell'anno 1869?

E notate che io fo grazia al regno d'Italia, e piglio il migliore dei suoi trimestri. Di fatto quando nel 1868 s'interpellava nella Camera Carlo Cadorna allora ministro dell'interno sui latrocinii ed assassinii di Ravenna, avvertivasi che le cose non andavano tanto male nel secondo trimestre del 1866, e Cadorna rispondeva: Perché allora si facevano gli arruolamenti dei volontari. Ripigliando: t Permettetemi di riaprire gli arruolamenti, e vedrete subito una diminuzione di reati.»

Notiamo adunque i furti, le grassazioni, gli assassinii di quel beato trimestre, e poi faremo la nostra proporzione.

Tavola 1a

Reati commessi nel Regno d'Italia durante il secondo trimestre del 1866 secondo la statistica presentata al Parlamento dal barone Bettino Ricasoli.

Reati commessi in tre mesi 19,839

Furti e tentativi 6,067

Grassazioni, estorsioni, rapine 1,008

Omicidi e tentativi 179

Diffamazioni, libelli famosi, ecc. 409

Truffe, appropriazioni indebite 342

Incendi delittuosi 477

Associazioni di malfattori 304

Oziosità, vagabondaggio 3,075

Contro la pubblica amministraz. 390

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Tavola 2

Reati che secondo la proporzione della Tavola precedente debbono essere stati commessi nel Regno d'Italia durante i 31 trimestri della sua esistenza.

Reati commessi nei 93 mesi 615,009

Furti e tentativi 188,077

Grassazioni, estorsioni, rapine 31,248

Omicidi e tentativi 5,549

Diffamazioni, libelli famosi, ecc. 12,679

Truffe, appropriazioni indebite 10,602

Incendi delittuosi 11,787

Associazioni di malfattori 9,424

Oziosità, vagabondaggio 95,325

Contro la pubblica amministraz. 12,090

Medita, o lettore, su queste cifre, e poi tira la conseguenza! Io passo ad altro.

CAPO XI.

Processo nella Camera dei deputati contro l'ex-ministro Bastogi e l'ex-onorevole Susini.

Fra gli eroi che più si segnalarono nella fabbrica del regno d'Italia è Pietro Bastogi, banchiere di Livorno ed ora conte in grazia della moderna democrazia. Costui fin dal 1833 trovavasi ascritto alla Giovine Italia ed era cassiere del comitato, come raccontò Mazzini ne' suoi Scritti editi ed inediti, Milano, 1862, volume III, pag. 315.

Alli 27 di aprile del 1859, Bastogi con parecchi altri eroi levossi contro il granduca di Toscana, fu deputato a quella rivoluzionaria assemblea, dichiarò l'esautorazione di que' Lorenesi che l'aveano cotanto beneficato, ed entrò in grande amicizia col conte di Cavour.

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Poi, annessa la Toscana al Piemonte, venne in Torino, e" il 22 di marzo del 1861 fu nominato ministro delle finanze, portafoglio che tenne fino alli 3 di marzo 1862.

Caduto dal ministero, Bastogi pensò a servire il regno d'Italia nelle strade ferrate, e stabilì la Società delle ferrovie meridionali. Scrisse una lettera alla Camera dei deputati che tra gli applausi venne letta in quell'augusto Consesso alli 31 di luglio del 1862.

E fra le altre belle cose il Bastogi in quella lettera diceva le seguenti bellissime parole, che possono leggersi negli Atti ufficiali della Camera, N° 819, pag.3178. Mi parve potesse giovare alla dignità ed agli interessi del nuovo regno d'Italia che anche una compagnia d'italiani si accingesse al concorso.

La compagnia capitanata dal Bastogi si accinse non solo ai concorso, ma anche all'opera, s'ebbe l'appalto delle meridionali, e lavorò di gran cuore. Ma da lì a poco si vennero a scoprire certe maccatelle che diedero luogo ad una proposta fatta dal deputato Antonio Mordini nella tornata del 21 maggio 1864 per ricercare se mai nella Camera, rispetto alle ferrovie meridionali ci fossero stati corrotti e corruttori, ladri e ladroni.

L'inchiesta fu fatta e rivelò tutto quello che fu detto nella Camera alli 21 di luglio dello stesso anno 1864 principalmente contro Bastogi e Susani. I quali cessarono da quel momento d'essere deputati, e il Susani morì a Parigi, e il Bastogi nel 1868 fu rieletto, ma avendo più giudizio de' suoi elettori rifiutò di tornare aIla Camera.

Parlando di deputati il verbo rubare non è parlamentare. Il verbo parlamentare è mangiare, e fu usato dallo stesso deputato Susani il 4 d'agosto del 1862 quando appunto discutevasi la patriottica proposta di Pietro Bastogi.

Il ministro dei lavori pubblici, ch'era a que' dì Agostino Depretis, non sapeasi adagiare

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a quella proposta e diceva: «Noi abbiamo in Italia molte compagnie in complete e fra queste vi è la Compagnia Vittorio Emanuele, e dopo la separazione della Savoia bisogna provvedere.» Il deputato Susani interrompeva il ministro esclamando: La mangeremo. Ed il ministro: La mangerete? Bisognerà vedere se si lascierà mangiare. È facile il dire: la mangeremo. (Atti ufficiali N° 838, pag.3254).

Non so che Bastogi e Susani mangiassero la compagnia Vittorio Emanuele, ma qualche cosa mangiarono certamente, come risultava dall'inchiesta della Camera. E non andrò a cercare se oltre a questi ci sieno stati altri mangiatori, ma egli è ornai manifesto che ci furono moltissimi mangiati.

E per citarne un esempio, quando il Bastogi di cui parliamo fu ministro del regno d'Italia, con legge del 17 luglio 1861 si fé licenziare a contrarre un prestito. Questo prestito dovea ascendere a 500 milioni, ma la povera Italia si addossò un debito di 714 milioni ed 833,800 lire, mentre in realtà non s'incassarono che L. 497,078,96414. Duecento diciasette milioni vennero mangiati parte in interessi, parte in commissioni, e di 497 milioni gli Italiani debbono pagare ogni anno d'interessi L. 35,744,190.

In quel prestito i banchieri mangiarono L. 2,820,000 di premio, e si sono pagate per interessi e commissioni a diverse case bancarie per somme anticipate ai tesoro L.961,102 79. In somma 217 milioni svaporarono in un prestito solo, come può vedersi negli Atti ufficiali della Camera, N.803, pag.3132 e seg.

Non voglio mica dire che si rubasse il becco d'un quattrino; dininguardi! Tutto fu fatto legalmente onestamente, italianissimamente; ma è innegabile che contratti simili non si conoscevano prima che l'Italia fosse fatta, e dominasse la nuova economia politica.

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Ora, poiché il filo del discorso mi conduce a parlare d'un furto avvenuto nella Camera dei deputati, ne discorrerò qui sotto, quantunque debba fare un salto dal 1864 al 1868.

CAPO XII.

Di un furto di documenti negli archivi della Camera dei deputati.

Nel regno subalpino prima che l'Italia fosse, rubavasi come abbiam visto, in chiesa, e in tribunale; ma non s'era osato, ch'io sappia, rubare nella Camera stessa dei deputati. Lascio stare certi piccoli furti di penne, di carta, d'inchiostro, d'acqua zuccherata, di stampati e di Gazzette ufficiali che poi si vendevano ai droghieri per avvolgervi il pepe. Lascio anche stare di quei ladroncelli che abusavano della franchigia póstale accordata agli onorevoli del Parlamento per mandare coi mezzo della posta perfino qualche paio di calzoni! Lascio stare finalmente dei biglietti di favore sulle strade ferrate accordati ai rappresentanti del popolo, e che poi servirono talora a donne che si vestivano da deputati. Parlo solo di furti grandi, solenni, memorandi, che potessero avere, come dicono i legali, tratto di conseguenza, né mi ricordo che nel regno subalpino ne avvenisse mai uno simile a quello che avvenne nel regno italiano.

Io accenno al furto scandaloso de' documenti relativi all'inchiesta delle strade ferrate Meridionali. Quando questa inchiesta fu compiuta nel 1864 non si disse in pubblico tutto quello che era, perché anche gli onorevoli sanno che non conviene dir talvolta intera la verità, ed a tempo ed a luogo ricorrono essi pure alle tornate segrete.

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Bisogna però che negli archivi della Camera si trovasse qualche cosa di serio e di prezioso, giacché di tratto in tratto v'erano onorevoli che andavano a domandare le carte dell'inchiesta sulle meridionali. Ma chi le avea in custodia stava cogli occhi ben aperti, e notava coloro che richiedevano quelle carte, ed esigevane la restituzione. Di tal guisa per quattr'anni restarono sempre al loro posto.

Ma il custode principale dovette andar via, e in sua assenza avvenne il giuoco. Un bel giorno si vanno a cercare le carte relative a Bastogi, Susani e compagnia, e non si trovano più. Erano scomparse!

Il dottore Giovanni Lanza presidente della Camera si mise le mani ne' capelli, ed ordinò che si rendesse conto di que' documenti. Ne fu chiesta notizia al deputato A, e non ne sapea nulla. Interrogossi il deputato B, e nulla. Così di mano in mano i principali deputati alla loro volta s'interpellarono, e tutti stringevansi nelle spalle.

Allora il Lanza disperato ricorse al Procuratore dei Re e gli disse: negli archivi della Camera, archivi segretissimi, fu commesso un furto di carte importanti. Da tre giorni io cerco il ladro e non lo trovo. Venite a vedere se voi foste più fortunato e potreste rinvenirlo.

E il Procuratore del Re andò negli uffizi della Camera a fare un'inchiesta fiscale coi relativi verbali ed interrogatorii. Qualche deputato si scandalizzò di vedere i cercatori di ladri compiere il loro uffizio nei l'aula legislativa, e ne mosse querela in pubblica tornata.

Ma il presidente Lanza rispose raccontando per filo e per segno l'avvenuto, e notificando alla nazione italiana il furto delle carte avvenuto negli archivi. A quella notizia tutti si tacquero, ed il silenzio dura ancora oggidì.

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Siccome gli stracci van sempre all'aria, cosi qualche giornale gettò il sospetto su di un povero impiegato inferiore, ch'era innocentissimo, e l'innocenza sua non tardò a risplendere agli occhi de' giudici.

I quali ornai sembra che disperino di rinvenire o le carte, o il ladrone. E me ne duole all'anima, giacché un simile furto da materia ai maligni di perfidi discorsi. Essi pretendono che in quelle carte ci fossero di gravi rivelazioni, se no, dicono, non sarebbero state sottratte con tant'arte e con tanto studio.

Non si sa ben indicare il momento in cui fu commesso il latrocinio; ma pare che avvenisse quando fu rieletto deputato Pietro Bastogi. Di questa rielezione si menò gran rumore nella Camera e fuori, e tutti erano persuasi che avrebbe suscitato le stesse dispute che avvennero nella tornata delli 21 luglio 1864. Qualche deputato nemico al Bastogi volle prepararsi a fargli opposizione, e desiderando di rileggere i documenti della famosa inchiesta, ne fé' domanda, ed allora si riconobbe che non esistevano più.

Io confesso di non essere molto versato nelle storie parlamentari, ma non so che in altri parlamenti sia mai successo un caso di questa specie, laonde il regno d'Italia potrà avere il primato in simili furti.

Raccomando però al presidente della Camera di stare bene in sugli avvisi, se no un giorno o l'altro gli rubano il campanello, ed anche il cappello, ed allora come farà a governare le dispute, e in momenti di gran rumore, a coprirsi la testa e sospendere le sedute?

La Camera dei deputati di Firenze era sorta sotto una stella veramente ladra, e, come v'ho raccontato più sopra nel capo vi, pag.71, quello stesso architetto che la disegnò e l'apparecchiò venne scoperto come ladro, condannato alla prigione, ed oggidì vi sconta ancora una parte della sua pena.

Dico una parte, giacché ottenne il favore

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dell'amnistia accordata con reale decreto dei 31 gennaio 1967. E chi sa che il sig. Carlo Falconieri, uscito presto dalla prigione, non venga incaricato di preparare pei deputati italiani l'aula del Campidoglio!

CAPO XIII.

I ladri rubano in Torino, nel palazzo del Re, la bandiera nazionale.

La mattina del 5 dicembre 1863 tutta Torino egra piena d'un fatto veramente straordinario e dolorosissimo, il furto della bandiera del reggimento de' soldati 3he stavano a guardia del palazzo del Re!

Era la sera del 4 dicembre, giorno di venerdì, ed una persona in mal arnese verso le ore otto accostavasi alla sentinella della compagnia di linea presso il Palazzo Reale.

Con piglio risoluto e franco le dicea cosi: vengo a ripigliar la bandiera che sono incaricato di portar ogni sera a S. M. Vittorio Emanuele II Re d'Italia.

Dette queste parole, senza aspettar nessuna risposta afferra la bandiera e via. La sentinella attonita, confusa, non sa ohe cosa dirsi e lo lascia partire colla bandiera.

Quel malandrino tenendo in una mano il tricolore vessillo e recando nell'altra un busto del Re se ne va a passo ordinario e grave davanti le altre sentinelle, che lo credono uno di que' tanti portabandiere che scaturiscono nelle feste popolari, e lo lasciano andare pei fatti suoi.

Attraversa Piazza Castello, e viene giù trionfalmente per Dora Grossa fin presso al palazzo Civico, dove l'ufficiale comandante il posto della Guardia Nazionale chiamato dal rumore della folla, piglia a braccetto il ladro della bandiera e lo conduce nel corpo di guardia.

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Alcuni dissero che quello era un pazzo, altri affermarono che era un ladro, i più s'accordarono nel dire ch'era un furbo.

Egli volea provare co' fatti come nel regno d1 Italia si potesse rubare tutto, perfino la bandiera dai tre colori, e dappertutto, anche nel palazzo dei Re.

La dimostrazione è riuscita solenne ed eloquentissima. Io non so che negli altri regni sia mai avvenuto qualche cosa di simile. E notate che avvenne quando Torino era capitale del regno, d'Italia, ed i deputati «i senatori si radunavano ancora sulle rive della Dora.

La storia non può conservare il nome del ladro che rubò a soldati la bandiera del reggimento, ma possiamo almeno notarne la patria. Secondo la Gazzetta di Torino apparteneva alla provincia di Biella. Era perciò conterraneo di quel Quintino Sella, il quale confessò che in Italia dopo la rivoluzione s'era molto abbassato il diapason morale»

Quest'abbassamento di diapason si vede principalmente nei furti; imperocché il principio morale che più torna a conto di violare è quello che dice: Non rubare. Chi non crede a nulla ruba, se può farlo impunemènte, e se per la sua dignità e qualità non può venir condotto davanti i tribunali, né condannato alla galera.

CAPO XIV.

I manchi di cassa nel Tesoro della Libera Italia.

Alli 13 dicembre del 1865, Quintino Sella che era allora ministro delle finanze, presentava alla Camera dei deputati una relazione con allegati sull'Amministrazione del pubblico Tesoro. Ed al paragrafo 36° di detta relazione discorreva delle deficienze di cassa,

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arrecando poi tra gli allegati al N 39 uno specchio dei Manchi di cassa nelle tesorerie e ricevitorie.

Quintino Sella innanzi tutto avvertiva che i le deficienze di cassa dei tesorieri ed altri contabili richiamarono sempre la più attenta vigilanza della direzione generale.» Tuttavia soggiungeva che le prolungate giacenze di carte contabili furono altre volte l'incentivo, per non dire la causa di malversazioni.»

Dal giugno del 1862 a tutto il 10 dicembre 1865 i manchi di cassa ammontarono alla rilevante somma di L.6,531,757 50, cioè:

Piemonte L. 553,178 42

Romagne » 4,908,104 50

Napoli » 577,761 89

Sicilia » 492,712 69

Totale L.6,531,757 50

È stato constatato che gli stessi contabili titolari furono rei di frode per la somma di L. 1,014,313 32; che la frode fu commessa a carico de, contabili per L. 3,422,679 13. «Per gli altri manchi, dice Quintino Sella, non fu dato di constatare la vera origine.

Più innanzi recherò lo specchio dei famosi manchi secondo le provincie dove sono avvenuti; ma qui facciamo a ben intenderci. Questi manchi di cassa non son mica effetto degli esattori e de' cassieri che fuggono portando via la cassa, e quanto v'è dentro.

Oh! se il ministro delle finanze ci desse un elenco di tutti i cassieri del regno d'Italia, che raccolta quella maggior somma che poterono, si misero la via fra le gambe e non si videro più, il totale delle somme rubate oltrepasserebbe di gran lunga i sei milioni e mezzo.

Noi poveri contribuenti non abbiamo avuto, e forse

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non avremo mai, la consolazione di leggere la lista dei cassieri ladri e dei danari che portarono via. Questo conto fu bensì domandato al sig. Cambray Digny nella tornata dei 21 dicembre 1867, ma ecco che cosa rispose il ministro secondo gli Atti ufficiali della Camera N.522, pag.2051:

Cambray Digny, Sono stato invitato a presentare alla Camera uno stato delle malversazioni accadute nel regno d'Italia dal giorno della sua proclamazione. Io non posso nascondere alla Camera, che sarei alquanto imbarazzato se dovessi andare a ricercare con un'inchiesta generale tutte le malversazioni che sono accadute da sei anni, dacché il regno d'Italia è costituito.

Lo credo anch'io che il povero Cambray Digny si troverebbe molto imbarazzato, ed avrebbe da fare più che chi muor di notte; ma la Camera dei deputati dovrebbe aiutarlo. Oh! noi abbiamo avuto ogni maniera d'inchieste; e perché non promuoverne una generale sui pubblici latrocinii? Parecchi onorevoli gridarono che i ladri ci sono. Perché adunque non ricercarli? Di che si teme? Forse di qualche scandalo? Ma l'inazione è lo scandalo più grave di tutti. E se dopo di averlo cercato davvero, non si troverà nessun ladro, tanto meglio, tanto meglio!'

Bisognerebbe però badar bene a chi si manda per cercare i ladri, e non dar le lattuche in guardia ai paperi, né il lardo in custodia a' gatti. M'intendete? Si faccia un'inchiesta a modo, incaricate per esempio la mia persona di ricercare se i ladri ci sono o non ci sono, e vedrete che storie greche verrò scoprendo con vantaggio universale.

Basta, non potendo noi avere finora l'elenco di tutte le malversazioni, contentiamoci di quello dei manchi di cassa. Ed ecco lo specchio di Quintino Sella:

SPECCHIO DEI MANCHI DI CASSA

NEL REGNO D'ITALIA

Dal giugno 1862 a tutto il 10 dicembre 1865.

Antiche Provincie.

1. Tesoreria centrale di Torino

2. L 478,92 57

2. Casale » 63,49

3. Sassari » 10,77 85

Provincie Pontificie.

4. Ancona L 396,573 85

5. Macerata. » 268,181 63

6. Camerino. » 43,573 56

7. Rieti ed Orvieto » 85,7 58

8. Ferrara » 1,208,271 50

9. Ravenna. » 728,422 68

10. Pesaro ed Urbino » 639,453 73

11. Fermo » 124,405 73

12. Ascoli Piceno. » 276,526 68

13. Perugia. » 265,412 -

14. Spoleto » 528,072 02

15. Forlì.... » 343,508 09

Provincie di Napoli.

16. Napoli L 5,723 85

17. Castellamare. » 128,592 49

18. Melfi. » 56,959 11

19. Gaeta » 46,515 21

20. Sala Consilina » 23,554 40

21. Gallipoli. » 78,114 33

22. Reggio di Calabria » 135,806 19

23. Isernia » 48,224 64

24. Lavino » 31,000 -

25. Lanciano. » 28,271 67

Provincie di Sicilia.

26. Terranova L 17,388 66

27. Noto » 217,501 36

28. Girgenti » 51,000 77

29. Catania

1 » 206,822 -

Somma L 6,531,757 50

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CAPO XV.

Popolazione del regno d Italia o in prigione, od in galera, e spese relative.

Non si creda che essendovi tanti ladri in Italia, a, tempo e luogo non se ne agguanti nessuno. Egli fu calcolato che abitualmente abbiamo una popolazione di settantamila persone o in prigione o in galera, e per un regno come il nostro non c'è male.

Questo calcolo venne fatto da un deputato, il signor Federico Bellazzi, che poi stanco di vivere si uccise. Il Bellazzi pubblicava un giornale intitolato Cesare Beccaria, e nel N.1 dei 19. gennaio 1867 pagina 4 ci dava la statistica della popolazione detenuta e spese relative. Eccola.

BAGNI PENALI …................................. N° 12,570

Questo effettivo sta secondo la tabella pubblicata nel Beccarla; la differenza fra questa cifra e le altre citate nell'opera Prigioni e Prigionieri,11,219 al 16 dicembre 1865 (Allegato F del 1° progetto al bilancio delle spese per il 1866, presentato dal Ministro Angioletti al Parlamento) e 13,000 secondo l'altro bilancio della spesa per Tanno 1867 dello stesso Ministro, risulta secondo ogni probabilità, dal passaggio di un certo numero dei 1638 condannati ai lavori forzati, detenuti al 1° gennaio 1866 nelle carceri giudiziarie di ogni provincia.

Case di Pena (secondo la Rivista Ufficiale delle Carceri del Regno, pag. 43, anno II, al 1° gennaio 1866).

Uomini N° 7385

Donne « 636

Totale N° 8021 « 8,021

A riportare N° 20,591

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Riporto N 20,591

LUOGHI DI DETENZIONE DEI MINORENNI, (1 gennaio 1866)

Stab. govern. N 491 secondo documento ufficiale

Istit. di benef. » 739 idem.

Colonie agric. » 199 idem.

Totale N 1429 » 1,429

CARCERI GIUDIZIARIE » 41,14

(Relazione a corredo del Regio Decreto 10 ottobre 1866, portante autorizzazione di maggiori spese ai Capitoli 15 e 44 del Bilancio del Ministero Interno pel 1866).

Totale N° 63,162

Se si volesse avere la cifra complessiva della popolazione esistente nei reclusorii militari in numero

di 3,000

(Secondo la relazione sull'amministrazione della Guerra nel 1864 per la parte riflettente gli Stabilimenti penali militari)

E di quella a domicilio coatto di N° 4171

(Secondo la Tavola N° 8 annessa alla relazione sull'andamento delle amministrazioni dipendenti dal Ministero dell'Interno nell'anno 1866)

Risultando da queste due ultime categorie di

individui la cifra di N° 7,171

Il totale della popolazione imprigionata in Italia

sarebbe di N° 73,330

Ora si metta a fronte della cifra dei detenuti superiormente ricordati il seguente:

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RIASSUNTO delle spese per il servizio delle Carceri Giudiziarie, delle Case di Pena, e dei Bagni Penali negli anni 1861-67.

Anni

Spese 1861 L. 8,532,770,66

1861 Spese anni precedenti. » 332,135,05

Per Toscana, per Napoli per Sicilia

« 4,020,608,00

L.12,885,413,71

1862 Spese 1862 L.16,170,012,40

Spese anni precedenti. » 549,740,83 «16,719,753,22

1863 Spese 1863 L.21,565,097,39

Spese anni precedenti. » 621,770,24

» 22,186,867,63

1864 Spese 1864 L,21,342,783,30

Spese anni precedenti. 1,074,820,14

» 22,387,605,44

1865 Speso 1865 L 19,226,64

Spese anni precedenti. 993,538,59

«20,516,765,23

1866 Bilancio preventivo (1). L.21,504,141,41 » 21,504,141,41

1867 Bilancio preventivo L.21,186,951,00 «21,186,951,00

Totale generale L.137,387,497,64

Lasciamo che i lettori meditino bene sopra le cifre esposte.

(1) In queste cifre non sono computate le spese maggiori e spese degli anni precedenti.

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CAPO XVI.

Panteon o meglio panlesterio del regno d'Italia.

La rivoluzione francese avea dedicato la chiesa di S. Genovieffa agli eroi della civiltà e del progresso, ed io dedico questo capitolo ai principali ladri del regno d'Italia, e ne formo un Panteon, ossia un pantesteria italiano.

Ma vorrebbe esser troppo lungo il capitolo se io ci dovessi mettere tutti coloro che hanno diritto d'entrarvi. Immaginatevi! Tengo sotto gli occhi il processo per la sola causa dei malfattori di Bologna, agitato davanti quei tribunali nel 1863 e nel 1864. Sapete quanti sono i ladroni che vi compariscono? Sono cento otto! Capite? Cento otto ladroni in un solo processo!

E poi vengono i briganti di Napoli. Bettino Ricasoli quando nel 1866 era ministro dell'interno lasciò scritto il seguente adagio: Somigliare il brigante alla foglia cadendo e rinascendo con essa.

E di Sicilia scriveva il Prefetto di Palermo li 11 settembre 1865: «Moltiplicati delitti e specialmente audacissime aggressioni avvenivano a pochi passi dalla pubblica passeggiata. Nessuno osava più viaggiare,, né abitare, o visitare le proprie campagne, e neppure porre il piede fuori delle mura della città, t

Dalla Corte delle assisie di Termini tra il 2 gennaio e il 19 settembre 1865 furono decisi 139 processi. Riguardavano questi 19 assassinii consumati, 2 assassini mancati, 47 omicidi, 19 grassazioni, 5 sottrazioni di pubblico danaro, ecc.

Il Sindaco di Palermo, marchese Budini, faceva ai suoi concittadini l'onore singolare di scrivere al ministero che avéa Intorno a sé e una massa ignorante abituata al sangue ed alle rapine.»

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In Napoli si ruba colla camorra, in Sicilia colla maffia, due sale del panlesterio, e maffia e camorra trionfarono e trionfano all'ombra della libertà.

Nella Relazione sull'andamento delle amministrazioni dipendenti dal ministero dell'interno nell'anno 1866, presentata al Parlamento nella tornata 22 dicembre di detto anno, leggo a pag.96: t Nelle provincie delle Romagne e delle Marche si ebbe a lamentare un aumento di attentati alla proprietà.»

Dall'isola di Sardegna è detto più innanzi che «nel circondario d'Oristano alcuni facinorosi, associatisi per commettere furti e grassazioni, sparsero l'allarme negli abitanti di quei luoghi.»

Io qui metterò il nome e un cenno biografico di alcuni ladroni più famosi.

Ceneri Pietro, fu Filippo, macellaio di Bologna. Esulò sotto il governo pontificio, andò a Costantinopoli, girò l'Oriente sotto il pretesto di far commercio di bestiame, ma in realtà per fare il grassatore. Quando Bologna fu redenta vi rientrò, commise un'immensa serie di furti, rapine, grassazioni, omicidii; fu arrestato, condannato alla galera, ma poté fuggire ed ora canta l'inno della libertà!

Giovanni Catti, canapaio e pescivendolo, nato a Bologna, fu un ladro ed assassino famoso e da porsi, a buon diritto, immediatamente dopo Pietro Ceneri» come disse il cavaliere Giovanni Montesoro, procuratore del Re.

Pier Antonio Bragaglia, di Pietro, detto il Pilarino, nato a S. Paolo di Barone, macellaio, lancia spezzata di Pietro Ceneri, repubblicano nel 1848, birbante nel 1864.

Cesare Gafelli, nato a Bologna, valente nell'arte dell'orafo «lasciò la nobilissima arte per darsi al rubare ed al grassare come scrisse un avvocato fiscale.

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Baldini Ulisse, valente incisore e valentissimo cesellatore. Se avesse coltivato l'ingegno potea emulare Gian-Bologna e Benvenuto Cellini; t invece non riuscì che un disgraziatissimo, un diffamatissimo ladrone come dichiarò l'avvocato fiscale suddetto.

Giuseppe Galliani. Noi lo vediamo, disse di lui il cav. Giovanni Montesoro procuratore del Re, noi lo vediamo nel 1859 alla testa del cosiddetto popolo, e noi lo vediamo accarezzato da persone onorande (Pepoli, Farini, Massimo d'Azeglio); noi lo vediamo consigliere nella società degli operai... Giuseppe Galliani è un abbietto malfattore.

Giuseppe Paggi, fu Francesco, nato a Budrio «credette di lavarsi dalla taccia di malfattore, mostrandosi uomo politico e quasi un eroe... E Paggi è veramente un malfattore. Così il citato signor Montesoro.

Archetti Carlo. Condannato per furto sacrilego a ventanni di galera ne espiò diciotto, e due gli furono condonati in grazia della libertà apparsa a Bologna. Reduce dalla galera, si associò coi malfattori e coi ladri.

Ulisse Tubertini. E' un ladrone di primo ordine. Nel 1852 fu condannato a cinque anni di ferri per furto. Dal 1857 al 1861 fu cinque volte processato per furti violenti, per grassazioni, per invasioni. Molte altre volte fu per furto carcerato.

Oppi Innocente, nato a Viadagola. Il suo nome è il contrario della sua vita. Fu otto volte giudicato per furto qualificato, per rapina, per grassazione, per invasione.

Nicola Armaroli. Fu condannato a cinque anni di «galera per furto qualificato, fu condannato al carcere per alterco cogli agenti della forza pubblica; fu sempre visto associato ai più tristi ladroni.

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Alfonso Longìti. Sin dal 1844 fu processato per furto qualificato, nel 1847 fu processato per rapina, nel 1856 per grassazione, nel 1862 ammonito per oziosità. E' uno dei più illustri furfanti dei regno d'Italia.

Zuccìti Giuseppe, uno dei capipopolo del 1859 in Bologna, condannato alla galera per omicidio fin dal 1839; uscito dalla galera, processato per grassazione; nel 1851 processato per favori resi ai malandrini; nel 1856 processato per grassazione. Eppure, disse il procuratore del Re a Bologna nel 1864 i ebbe l'immane coraggio di presentarsi come capopopolo, come uno dei liberatori d'Italia nel 1859.

Ghedini Nicodemo. Fu processato molte volte per furto, rapine e grassazioni;.... ma basta. Se volessi continuare, oh quanti nomi e cognomi avrei da scrivere! Nei regno d'Italia può mancare il pane, può mancare il credito, può mancare il numerario, ma i ladri e gli assassini non mancano mai.

CAPO XVII.

La canzone dei ladri nel regno d'Italia.

Per non essere ladro anch'io incomincierò dal dire che la seguente canzonetta non è mia. Venne già stampata in Firenze sotto gli occhi dei nostri ministri e cantata e ricantata ai loro orecchi. Io la tòlgo da un giornale fiorentino intitolato La Vespa, N.70 dei 5 di settembre 1868. I versi son belli, veri i pensieri,.giuste le rime. Eccovela: .

LITANIA DEI LADRI.

I galeotti scappan di galera,

Né la giustizia sempre li richiappa;

Ammazzano i sicari, e non di sera,

Ma quando il sol più la sua luce stappa:

Ecco frutti dolcissimi e leggiadri

Del regno nato al secolo dei ladri.

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In casa, per la strada, alla bottega

Ci sorprende il pugnai dell'assassino:

Ci ridon se si crede e se si prega,

Perché disdice al gran seme latino

E pare un vitupero ai nostri padri

Predicar libertà senz'esser ladri.

Cristo, il Papa, la Chiesa, i sacerdoti

È prodezza insultar con segni e scritti,

E i liberali ridiventan Goti

Per diniegare ad essi onori e dritti,

E pur che Tonta in faccia a lor si squadri

È permesso esser birbi ed esser ladri.

Il Decalogo dato in vetta al Sina

Lo stinse il brodo del moderno giure;

Su Mosè sovraneggia Catilina,

Son eroi gli architetti di congiure,

Ed i figli che strappansi alle madri

S'aizzan contro il Papa a fare i ladri.

Si liquefa la pubblica sostanza

Come lastra di ghiaccio al solleone:

E sì comune é del rubar l'usanza

Che ruba il conte, il sindaco, il barone.

Si ruba legno, ferro, carte e quadri

E fino in Parlamento entrano i ladri.

Quant'all'Italia poi de' plebisciti

Sebben fatti con libera coscienza,

Se levi i ladri che son.sempre uniti,

L'altra unità la vedi all'esperienza;

Risse, discordie, sette, armi e soqquadri

Fan da corona al secolo dei ladri.

E fioccan come grandine le tasse

Che accenderanno la miccia alla baracca:

Che ornai dentro le livide carcasse

Non ci ha lascialo il fisco altro che cacca

Che va serbata al dì che più non quadri

Al popolo sovran l'arte dei ladri.

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Sicché nel repo ogni bell'opra è morta:

I buoni abbasso e i furfanti in cima,

Dritto il rovescio, la giustizia torta;;

E quest'asti di morti più di prima

Se il dito del Signor non lo riquadri,

Sarà stmpre la fabbrica dei ladri.

CAPO XVIII.

Un mazzetto di fiori ladroneschi.

Raccoglierò in questo capitolo alcuni fiori ladroneschi cresciuti nelle terre del regno d'Italia, dove un Marcel diventa «ogni ladron che rubacchiando viene come direbbe Dante se tornasse in vita. Il quale essendo a' tempi suoi andato all'inferno partecipava a Firenze d'averci trovato tra i ladroni tre fiorentini. Chi ci andasse oggidì ce ne troverebbe tre soli? E direbbe soltanto di Firenze che in Inferno il nome suo si spande? Lasciamo da parte queste domande» e mettiam mano al nostro mazzetto.

I bimbi d'Italia divenuti ladroncelli.

«In Torino fu scoperta una società di ragazzi ladri organizzata col loro capo e sotto capo.» Così la Gazzetta di Torino del 2 gennaio 1861. Una volta si cantava tra noi: bimbi d'Italia si chiamati Battila. Ma dopo un po' di libertà i bimbi d'Italia divenner ladroni! Difatto la Gazzetta del Popolo del 5 gennaio 1861 scriveva «che le radici dei ladri si estendono ogni dì più sulla superficie dello Stato. I furti di campagna sono all'ordine del giorno, e non hanno più limite a causa della continuata impunità di cui godono ragazzi appena sui cinque anni, creduti in forza di portare qualsiasi oggetto rubato, sono lanciati come cani mastini sulle altrui proprietà dai loro parenti.

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Notate bene che questi bimbi d'Italia di cui si parla, nacquero in Piemonte all'ombra dell'albero della libertà, e non furono educati nell'ignoranza come a' tempi del governo assoluto, ma crebbero rigenerati nelle scuole di metodo.

I forti al crinolino.

La Nazione di Firenze nell'aprile del 1861 ci riferiva un nuovo metodo di rubare scoperto nella presente capitale del regno d'Italia, ed erano furti commessi dalle donne sotto l'usbergo del loro crinolino. Una donna riccamente vestita, dicea la Nazione «fingendosi assalita da forti dolori di stomaco, avea ottenuto il permesso dal padrone d'un elegante quartierino di rimaner sola nella stanza per islacciarsi la fascetta, e sotto questo pretesto rubò un pendolo ed altri oggetti preziosi.» Poco dopo il Corriere Mercantile di Genova del maggio dello stesso anno scriveva: «Tra i mezzi di contrabbando si novera anche la crinoline e pare anzi che essa faccia molto buoni affari.» Altri furti e contrabbandi vennero scoperti in Torino con questo sistema, di cui tocca al regno d'Italia il brevetto d'invenzione.

Si rubano le persone vive.

In Napoli ed in Sicilia i ladri inventarono un altro mezzo. Non paghi di rubare le cose preziose rubarono le persone e poi le poserò in vendita! Uno de' primi esempi di questo metodo venne scritto all' Unità Italiana da Palermo sotto la data del 9 maggio 1861. t In Castellamare del Golfo un tal Relara, agiato commerciante e padrone di barche, mentre era in un suo podere attendendo alla solforazione delle viti

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fu rapito e gli hanno domandato pel riscatto cento mila franchi.» U sistema in seguito fu perfezionato ed esteso e quasi ogni giorno i periodici riferirono notizie di ricatti, di sequestri di persone, e di multe gravissime addossate a' loro parenti per lasciarle in libertà.

Si rubano i morti.

E non paghi i ladri di spogliare i vivi posero mano a spogliare anche i cadaveri. Ne citeremo un caso togliendolo da un giornale di Bologna il Corriere dell'Emilia numero dell'11 di maggio 1861: «Ieri fuwi pubblico dibattimento davanti alla Corte delle Assisie. La causa che si ventilò fu di un cotal Camani Marco, soldato nel Corpo del Genio, il quale fra l'aprile ed il giugno del 1860 ripetutamente penetrò, mediante scalata, nel recinto della Certosa (Cimitero di Bologna), discavando cadaveri, e spogliandoli de' loro indumenti. Così nell'Italia rigenerata non sono sicuri dai ladri né i morti, né i vivi.

Furto al Monitore Toscano.

Quando la Toscana avea ancora il suo giornale ufficiale, il Monitore Toscano, che serviva a celebrare le gloriose imprese di Bettino Ricasoli, avvenne un bel giorno che i ladri s'introducessero nel suo uffizio. La Nazione di Firenze nel numero dei 15 di maggio 1861 riferì che «nella sera del dì 13 incogniti ladri, usando false chiavi, s'introdussero nella direzione del giornale il Monitore Toscano. E poco dopo uno scrittore di questo stesso periodico mandava grida di dolore perché i ladri gli aveano rubato t un soprabito di panno nero.» In quel turno la Gazzetta del Popolo di Firenze del 2 di maggio, raccontando un'aggressione commessa da donne, osservava: t Di furti violenti sulla

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strada commessi da donne, non v'è che si sappia, memoria tra noi. Ma la memoria resterà sotto il Regno d'Italia.

I briganti della Guardia Nazionale.

Il Giornale Ufficiale di Napoli del 4 di maggio 1861 conteneva un rapporto del segretario generale incaricato del dicastero di Polizia, dietro il quale rapporto fu disciolta la Guardia Nazionale di Carbonara perché avvenne il caso che alcuni militi, facendo causa comune coi briganti, osassero far fuoco sopra un drappello di soldati, lasciato a custodia di taluni effetti militari in Carbonara.» E lo stesso Giornale Ufficiale dei 16 maggio 1861 conteneva un altro rapporto del medesimo segretario generale, ed il Decreto luogotenenziale che scioglieva la Guardia Nazionale di Castelcicala, villaggio riunito al Comune di Noia, perché in essa v'ha una sezione di cui fanno parte individui legati in vincoli di parentela e d'intima relazione con la comitiva che infesta quelle campagne.»

Forti nell'Arsenale di Napoli.

Nel maggio del 1861 i giornali di Napoli riferirono la rinunzia dell'ammiraglio DiNegro dalle sue funzioni di comandante. Sul quale proposito è notevole un articolo inserito nel Giornale Ufficiale di Napoli dell'8 di quel mese ed anno. Incomincia così: t In quell'arsenale il ladroneccio era talmente organizzato ed esteso, che da un giorno all'altro scomparivano armi, vestiario, munizioni, tutto insomma.» II DiNegro avendo voluto mettere qualche ostacolo al ladroneccio corse pericolo della vita, ed era t costretto a passeggiare colla scorta dei carabinieri.» Non potendo reggere più a

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lungo ad una vita cosi pericolosa, rassegnò le sue dimissioni.

La Pisside rubata sull'altare.

Alli 18 di maggio del 1861 fu commesso in Torino, nella chiesa dei Ss. Martiri un furto il quale dimostra a qual segno era giunta l'audacia dei ladri, quando l'antica capitale del Piemonte era divenuta la nuova capitale del regno d'Italia. Erano le 11 antimeridiane, e il sacerdote che avea celebrato la Santa Messa si diede ad amministrare la Comunione. In quella che attendeva alla sacra funzione, un uomo esce di dietro l'altare, ne ascende i gradini, afferra il coperchio della pisside lasciatovi dal sacerdote, e si da alla fuga. Nella stessa chiesa alcuni mesi prima, un ladro aprì il tabernacolo, rubò il piedestallo dell'Ostensorio, e via; e tutto ciò in pieno giorno, essendo la chiesa zeppa di gente!

Conclusione del capitolo.

E qui siamo al solito ritornello. Questo capitolo potrebbe protrarsi eternamente, ma basta. Lo chiuderò col seguente fioretto parlamentare.

Il deputato Ricciardi il 20 di maggio del 1861 poco prima che morisse il Conte di Cavour, lo invitava a fare un viaggio nel reame di Napoli, e gli diceva così: «Inviterò il signor Ministro ad un'escursione nelle provincie avvertendolo che il viaggio sarà poco piacevole, se non altro perché c'imbatteremo ad ogni passo nei ladri» (Atti Ufficiali della Camera, N.140, pagina 528).

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CAPO XIX.

Un ministro ladro, un ex frate ladro, un avvocato ladro, un geometra ladro»

Nel febbraio del 1866 agitavasi davanti alla Corte d'Assisie di Torino un importante processo, conosciuto sotto il titolo Villa Hermosa, nel quale figuravano principalmente i quattro personaggi che io ho scritti per titolo a questo capitolo. Ecco il fatto.

Don Giuseppe d'Aboanza marchese di Fuente di Villa Hermosa residente a Genova ne' primi giorni del febbraio 1865 veniva in Torino e prendeva alloggio all'albergo della Pensione Svizzera, dove cadeva ammalato pel rincrudire d'una cancrena, che da molto lo travagliava. Lontano dalla moglie e dai figli fu attorniato dal ministro, dall'ex frate, dall'avvocato e dal geometra collegati per carpirne l'eredità.

Il 24 di febbraio il marchese trovavasi agli estremi, e questi quattro andavano a richiedere il notaio Martina per riceverne il testamento: il notaio scriveva seduto ad un tavolo discosto dal letto del moribondo le pretese sue ultime volontà, che gli venivano riferite da chi gli stava attorno. I testimoni che dovevano essere presenti, non furono chiamati che all'ultimo, e quando si lesse il testamento, il testatore non manifestò in veruna guisa la sua volontà, e non udirono da lui che voci fioche dieci, ossequio, trono.

In tale testamento il marchese legava all'ex frate Mannelli lire 150 al mese sua vita naturale durante; alla moglie del geometra Berdoati lire 2000 annue vitalizie, all'avvocato Felice Casilli lire 1500 annue durante tutta la sua vita, e nominava erede universale il consigliere D. Giovanni Vignali.

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Costoro erano quattro solennissimi ladroni, e il Tribunale d'Appello di Torino li 10 marzo 1866, vista la dichiarazione de' giurati per cui Vignali, Mannelli e Berdoati sono ritenuti colpevoli di falso in atto pubblico con truffa, condannò Vignali e Mannelli a sette anni di reclusione, e Berdoati ad anni sei della stessa pena. Quanto al Casilli non potè venir condannato,, perché s'era messo in salvo colla fuga.

Chi erano questi quattro eroi? Ecco un punto molto importante da consegnare alla storia, e prima incominciamo dal ministro.

Vignali don Giovanni fu Giuseppe da Napoli dimorante in Torino nel 1866, quando fu arrestato, contava 62 anni. Egli era Consigliere di Stato in aspettativa, ma aveva già tenuto un portafoglio costituzionale, ed occupato il posto di Consigliere della Corte di Cassazione.

Sotto l'Italia risorta conseguì i primi favori. Là nominarono membro del Consiglio Superiore della pubblica istruzione e sopraintendente d'un ospizio, carica che toccava ai primi del paese. «Tal nomina, disse il Vignali davanti al Tribunale nell'udienza dei 15 di febbraio 1866, fu fatta dal commendatore Mancini che allora era delegato per la pubblica istruzione in Napoli.»

Fu pure il Vignali presidente del Consiglio di Stato, e ne uscì nell'aprile 1862. «Il ministro Peruzzi, disse il Vignali nella stessa udienza, mi scrisse insistendo perché restassi, e volle almeno che nel decreto si dicesse che la dimissione era da me chiesta. Era questo sig. Vignali un liberale, un progressista, un italianissimo, ma anche un ladro!

Passiamo all'ex frate. Mannelli Giambattista fu già minore conventuale dei frati di S. Francesco d'Assisi; nacque in Agnone, e venne arrestato in Torino il 2 d'agosto del 1865 nell'età di 52 anni.

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All'udienza dei 17 di febbraio 1866 raccontò davanti il tribunale la sua vita così:

Presidente. Ella signor Mannelli è frate o no?

Marinelli. Cessai di stare in convento dopo la soppressione degli Ordini religiosi; ini portai a Lecce, poi andai a Napoli; quindi a Torino per ottenere un sussidio siccome danneggiato politico nel 1848.

Presid. Ella si chiama martire della causa italiana, ma ben si sa perché uscì dal convento.

Ed ecco che se anche tra i frati trovansi dei ladri, i frati ladri non sono col Papa, ma colla rivoluzione italiana!

L'avvocato ladro si chiama Casilli Felice Nicola, e fu scrìvano negli uffizi del Ministero di Grazia e Giustizia» Appena seppe scoperto il suo latrocinio fuggì da Torino, e non poté venir condannato né giudicato.

Finalmente il geometra ladro ha nome Berdoati Filippo del fu Baldassare, nato a Viverone, residente in Torino, ed arrestato il 1 d'aprile del 1865. Non era un clericale, ma separato dalla propria moglie, viveva liberamente, cantava l'Italia, e malediceva il Papa.

Ed ecco chi sono i geometri ladri, gli avvocati ladri, i frati ladri ed i ministri ladroni.

CAPO XX.

Applausi al ladro Giuda Iscariota della Gazzetta Ufficiale del regno d'Italia.

Fur erat! Era un ladrone! Questo è il panegirico che l'evangelista San Giovanni nel Capo xii del suo evangelio fa di Giuda Iscariota, che S. Bernardo a sua volta chiama perfìdum furem, uno scellerato ladrone. Ma invece nel regno d'Italia questo ladro scellerato venne chiamato un gran patriota!

E chi lo chiamò così? Si fu dapprima un ex-deputato del regno d'ltalia Petruccelli della Gattina il quale

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scrisse in (francese un volume di 479 pag in 8° intitolato: Le Memorie di Giuda. E si fu di poi la Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia in due appendici stampate nei numeri 89 e 90 dei 29 e 30 marzo 1868.

La Gazzetta Ufficiale dopo d'essersi lamentata che la Francia e gli Stati Pontifici avessero negata ospitalità alle Memorie di Giuda, diceva che nel libro del signor Petruccelli, l'onorevole Giuda appare t una nobile e potente indole, un perfetto gentiluomo, un animo bollente di generose passioni.»

E poco dopo: «Il pensiero della servitù della Patria non lascia tregua all'animo ardente e patriotico di Giuda... Egli si fa centro a tutte le aspirazioni de' suoi concittadini.»

E la Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia osava dire che il libro del PetruCelli era una storia critica! Non ci mancherebbe altro che vedessimo Giuda Iscariota invocato come protettore dell'Italia redenta!...

«0 Dante, che pur sei tanto acclamato dagli italianissimi, non fremi all'udir queste infamie? Ammirando tormenti, tormentati e tormentatori d'ogni maniera, tu scendesti nell'inferno fino alla Giudecca, luogo dove ha sede lo stesso Lucifero, e là trovasti Giuda, e cantasti

Quell'anima lassù, che ha maggior pena

È Giada Iscariotto

Che il capo ha dentro e fuor le gambe mena.

Ma sapete che cosa avverrà a coloro che lodano Giuda Iscariota? Tardi o tosto scendendo nell'inferno riceveranno da lui il bacio che ha ricevuto da Satana quando «gli rese il bacio che avea dato a Cristo.

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CAPO ULTIMO.

L'ordine cavalleresco del buon ladrone proposto pel regno d'Italia.

Io voglio mettere un termine a questo libro abborracciato alla meglio con una proposta pratica, ed è questa che s'istituisca nel regno d'Italia un ordine cavalleresco intitolato l'Ordine del buon ladrone, coi cavalieri del buon ladrone, coi commendatori dei buon ladrone, coi gran croce del buon ladrone, ed eccomi a dire le ragioni del mio consiglio.

I governi savi ed intelligenti badano a' vizi che serpeggiano presso i loro popoli, ed alle virtù speciali di cui abbisognano, e poi propongono quei modelli che più valgono ad inspirare o l'odio di quei vizi, o l'amore ed il culto di quelle virtù.

Così i reali di Savoia, desiderando che le loro popolazioni crescessero al valore, all'onore, alla fedeltà militare, stabilirono l'ordine di S. Maurizio, il valente soldato della legione Tebea, il tipo della fedeltà al suo Dio ed alla sua religione, il capo di quei soldati che seppero morire piuttosto che venir meno ai loro giuramenti.

Che se i savoini ed i piemontesi a preferenza di molti altri andarono famosi nel mestiere delle armi e nella lealtà militare, io sono d'avviso che c'influisse assai l'esempio, il culto e la protezione del glorioso martire S. Maurizio.

Ma sgraziatamente quell'ordine cavalleresco non fa tenuto in quel conto che meritava, ed oltre al regalarlo ai falegnami, ai calzolai e ad ogni genere di persone, che sarebbe il minor male, si appiccò anche sui petto di galeotti, come il deputato De Viry rivelava nella Camera del Parlamento subalpino.

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E nell'anno 1868 abbiam visto davanti i tribunali di Marsiglia agitarsi la lite di un cotale che pretendeva quaranta mila lire da un negoziante francese per avergli fatto regalare dai ministri italiani la croce di S. Maurizio, processo cne venne riferito dalla Gazzetta Piemontese; e recò danno al sensale che avea procacciato la croce, al commerciante che l'avea ottenuta, al ministero italiano che l'avea data, ed all'ordine medesimo di S. Maurizio che cadde sempre più in basso.

Tanto è vero che lo stesso governo di Firenze istituiva l'Ordine della Corona d'Italia, e dava per ragione di questa nuova creazione il desiderio di rimettere in onore quello dei santi Maurizio e Lazzaro. Il quale scopo non fu guari ottenuto, e nel novembre 1868 la Gazzetta del Popolo di Torino misteriosamente ci raccontò che il magistero dell'ordine dovea radunarsi per togliere la croce non so bene a quale malandrino.

I giornali stessi quando parlano di simili decorazioni ne ridono, e le chiamano le croci dei soliti santi, sicché la maggior parte dei cavalieri non hanno il coraggio xli fregiarsi il petto d'una simile croce temendo d'essere volti in ridicolo. E di fatto li volsero in ridicolo prima il deputato Ricciardi enumerando in Parlamento la statistica dei sedici mila cavalieri, e poi il deputato Corrado proponendo che tutti questi cavalieri si assoggettassero ad un'imposta.

Laonde l'ordine di S. Maurizio e Lazzaro ormai in Italia è ridotto al punto da non potersi più ristorare né rimettere in qualche considerazione, e converrebbe se non abolirlo del tutto, lasciarlo a poco a poco cadere in dimenticanza come è avvenuto di tanti ordini antichi.

Ed io credo che se gli dovrebbe sostituire invece l'ordine del buon ladrone.

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Avvegnaché l'Italia essendo tormentata da ladri grandi e piccoli, di tutti i generi, di tutti i gradi, di tutte le condizioni, sarebbe ottimo rimedio metterle innanzi il glorioso esempio di un gran ladrone divenuto un gran santo.

Né la cosa potrebbe dirsi del tutto aliena dalle tradizioni italiane. Se l'Oriente fu dei primi ad onorare il buon ladrone celebrandone la festività il sabbato della settimana di Pasqua, in Napoli la chiesa di san Giorgio ha ab antico una magnifica cappella dedicata allo stesso santo.

La Congregazione dei pii operai ottenne dal Papa il privilegio di recitarne l'uffizio, per le molte conversioni che avvenivano nelle missioni mediante l'intercessione del buon ladrone: propter eocpertas plurimas peccatorum conversiones ejus intercessione in suis sacris missionibus factas, come dice il Ferraris nella sua Biblioteca all'articolo Latrones.

La città di Gallipoli, molto commerciante, posta sul golfo di Taranto onora il buon ladrone con culto fervoroso, e lo venera come suo protettore. La quale devozione rimonta a tempi più remoti, ed ebbe origine dai pericoli che le incursioni dei pirati barbareschi facevano correre agli abitanti di quella marittima contrada.

Su quest'argomento scrisse un bel libro monsignor Gaume col titolo Storia del buon ladrone, dedicata al secolo decimonono, ed il marchese L. Dragonetti, senatore del regno d'Italia, e gran nemico dei ladri e dei latrocinii che impugnò sempre colla parola in Senato, e colla penna nei libri e nei giornali, ce ne die una buona edizione italiana che nel 1868 fu pubblicata a Prato dalla tipografia di Ranieri Guasti.

Monsignor Gaume dimostra che il secolo decimonona trova nel buon ladrone il suo modello. Colpevole al pari di lui, come lui può e deve pentirsi.

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La sua conversione è la soluzione unica di tutti i problemi sociali. Quindi passa a discorrere dei ladri nella Giudea, del buon ladrone, della sua nascita, del suo nome, della sua vita, della sua conversione, della sua fede, della sua speranza, della sua carità, della sua fortezza, della sua temperanza, della sua prudenza e giustizia.

Io vorrei che il ministro Menabrea, e gli altri ministri, e i deputati e i senatori si procurassero il libro di monsignor Gaume, e non sarebbe male che prima d'incominciare i consigli dei ministri e le tornate parlamentari se ne leggesse pubblicamente un capitolo, per esempio quello magnifico intitolato Prudenza e giustizia del buon ladrone.

Poi converrebbe invitare il conte Luigi Cibrario, cosi valente negli ordini cavallereschi, a compilare gli statuti d'un ordine del tutto italiano, che portasse il nome, come ho detto più sopra di Ordine del ìruon ladrone. E bisognerebbe poi tenerlo molto prezioso, perché se abbondano in Italia i cattivi ladri, sgraziatamente scarseggiano i buoni ladroni.

Tutto al più si potrebbero insignire di quest'Ordine i ministri, i deputati ed i senatori. In ispecie i ministri delle finanze dovrebbero essere Gran Mastri dell'Ordine del Buon Ladrone.

Fate l'esperimento di questo rimedio e vedrete quanto varrà per guarire la piaga dei ladri nel regno d'Italia. Molti se ne convertirono in Oriente ed in Occidente coll'esempio dei buon ladrone.

S'è convertito il famoso capobanda a' tempi di San Giovanni Evangelista; s'è convertito il terribile masnadiero Moisè che viveva nei deserti d'Etiopia ai tempi di S. Antonio; s'è convertito il Mandriano della Tracia, brigante celeberrimo sotto il regno dell'imperatore Maurizio; s'è convertito il giovane ladro di Cluni perle parole dell'abate S. Odone;

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si convertirono i ladri delle Alpi che aveano arrestato il gran Taumaturgo delle Gallie San Martino; s'è convertito in Napoli nel 1558 un furibondo brigante per le esortazioni del Padre Girolamo Uccello che gli mostrava gli esempi del buon ladrone; e tanti altri si couvertirono, che sarebbe troppo lungo annoverare.

Oh quanti se ne converranno pure nei regno d'Italia, quando il buon ladrone sia onorato, come propongo! £ più e meglio si onorerà, altrettanto maggiori saranno le conversioni.

Coraggio, Menabrea, voi che già mostraste tanta divozione per S. Catterina da Siena, mostratene anche un po' pel buon ladrone. Presentate al Parlamento una legge perché venga proclamato protettore del regno 'Italia. E poiché la festa dell'Unità Italiana essendo. semplicemente politica non può attecchire, rendetela anche festa religiosa, e fìssatela pel sabato dopo Pasqua, quando gli Orientali celebrano la festa del Buon Ladrone.

Non sappiamo se voi conosciate V Oremus dell'Uffizio del Buon Ladrone che recitano i chierici regolari di S. Gaetano Tiene. E' bellissimo e tenerissimo, e mattino e sera dovrebbe essere ripetuto in ginocchio da tutti i ministri. Eccolo prima in latino:

Oremus.

Omnipotens et misericors Deus, qui iustificas impios, te supplices exoramus, ut nos benigno intuitu, quo Unigenitus tuus beatum traxit latronem, ad dignam poenitentiam provoces, et illam quam ei promisit, tribuas nobis gloriam sempiternam.

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Traduzione italiana.

Dio onnipotente e misericordioso, che giustificate gli empii, noi umilmente vi supplichiamo di eccitarci ad una vera penitenza, facendo cadere su di noi quello sguardo di bontà col quale il vostro Unigenito attirò il buon ladrone, e di accordarci la gloria eterna ohe gli promise.

E con questa bellissima preghiera, io metto termine alla presente mia storia dei ladri nei regno d'Italia.

INDICE

Introduzione. - I ladri e le rivoluzioni pag. 5

PARTE I.



Dei ladri in Piemonte quando si faceva l'Italia.

9

Capo I

I ladri e i ministri piemontesi

10

» II

I ladri e i deputati piemontesi

11

» III

I ladri e i giornalisti piemontesi

14

» IV

I ladri di sacrestia

15

» V

furti sacrileghi e Rattazzi

17

» VI

I ladri rubano le toghe dei giudici e compiono parecchie altre gloriose imprese

21

» VII

Un ladrone infamissimo creato cavaliere dei Ss. Maurizio e Lazzaro

24

» VIII

Un bel triumvirato di ladroni piemontesi (Mottino, Sassone, Delpero)

27

» IX

Grandi lavori del boia per liberare il Piemonte dai ladri

32

» X

Cura omeopatica del ladrocinio

35

» XI

Statistica criminale piemontese

37

» XII

La pubblica sicurezza in Piemonte ed i carabinieri

41

» XIII

Studii piemontesi per liberarsi dai ladri

44

» XIV

Panegirico dell'onorevole Barrabba pubblicato in Piemonte da Aurelio Bianchi Giovini

46

» XV

Il Codice penale modificato a vantaggio dei ladri, assassini ed omicidi

50

» XVI

Conclusione della Prima Parte.

54

116 —

PARTE I.



Dei ladri quando l'Italia fu fatta

56

Capo I

I ladri sono i primi a godere della libertà italiana

59

» II

S'incarica un ladro di dare pubblica sicurezza al nuovo Regno d'Italia

61

» III

Liberi ladri in libera Bologna

64

» IV

Altre città libere, ed altri ladri liberìsslmi

67

» V

I deputati, i ladri e i senatori

69

» VI

L'aula della Camera dei deputati preparata a Firenze da un ladro

71

» VII

I ladri mettono in prigione Io stesso Procuratore del Re

73

» VIII

I ladri in pieno giorno rubano al banco Parodi di Genova

74

» IX

Liberi galeotti in libera Italia

76

» X

Statistica dei delitti e dei latrocini commessi nel Regno d'Italia in soli tre mesi

78

» XI

Processo nella Camera dei deputati contro l'ex-ministro Bastogi e l'ex-onorevole Susani

80

» XII

Di un furto di documenti negli archivi della Camera dei deputati

83

» XIII

I ladri rubano in Torino, nel palazzo del Re, la bandiera nazionale»86

86

» XIV

I manchi ili cassa nel tesoro della libera Italia

87

» XV

Popolazione del Regno d'Italia o in prigione, od in galera, e spese relative

91

» XVI

Panteon o meglio panlesterio del Regno d'Italia

94

» XVII

La canzone dei ladri nel Regno d'Italia

97

» XVIII

Un mazzetto di fiori ladroneschi

99

» XIX

Un ministro ladro, un ex-frate ladro, un avvocato ladro, un geometra ladro

104

» XX

Applausi al ladro Giuda Iscariota della Gazzetta Ufficiale del regno d'Italia

106

ULTIMO

L'ordine cavalleresco del buon ladrone proposto pel Regno d'Italia

108






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