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RIVISTA CONTEMPORANEA

VOLUME VIGESIMOOTTAVO - ANNO DECIMO

TORINO, MAGGIO 1862 – pagg. 185-208

SUL BRIGANTAGGIO
NOTE DI UN UFFIZIALE ITALIANO

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II Parlamento nazionale si è intrattenuto a più riprese e assai lungamente intorno al brigantaggio che da 18 mesi infierisce nelle provincie napoletane. La gravità del male non è stata posta in dubbio da veruno; la necessità di estirparlo, universalmente riconosciuta. L'onorevole Rattazzi, prima che ottenesse il Ministero, diceva ben alto nella tornata della Camera dei Deputati del 4 dicembre testé scorso: «Qualunque sia lo scopo di questo brigantaggio, qualunque sia il rumore che ne menano i reazionarii, certo non è a temere; ma è sommo dovere del Governo di farlo cessare. È dovere grandissimo il farlo cessare, non solo perché quelle popolazioni hanno diritto ad avere la loro vita e sostanze sicure, ma è un dovere anche rispetto all'Italia, poiché giammai si potrà credere che l'Italia sia fortemente e solidamente costituita, se non proviamo che siamo in grado di rassicurare tutte le provincie, e di far cessare sì funesti mali ».

Il sig. Rattazzi additava due mezzi atti a conseguire lo scopo:

1° L'azione diplomatica presso l'Imperatore Napoleone perché ali*ombra del suo vessillo glorioso non si macchinassero in Roma disegni ribaldi e feroci.

2° L'azione interna del Governo, intesa a ciò che ei si valesse non solo dell'esercito nazionale, ma eziandio di tutti i mezzi che le forze vive di quella parte d'Italia gli somministrano: la guardia nazionale e i cittadini tutti i quali spontaneamente e volontariamente si dispongono a far si che cessi quel terribile flagello, come quelli che sono più che mai interessati ad adoprarsi in modo che i briganti scompaiano e siano distrutti.


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Appena giunto al Ministero, il sig. Rattazi, com'egli medesimo riferì nella tornata dell'8 aprile, studiossi di mandare ad effetto le proposte del deputato. Riguardo al primo punto egli potè raccogliere come sebbene l'Imperatore dei Francesi desideri e insti presso il Papa acciò non si rinnovino gli scandali degli arruolamenti de' briganti in Roma, pure non si abbia a far grande assegnamento sulla efficacia del risultato. Rispetto al secondo punto il Ministro ci disse come avendo interrogato il generale La Marmora se fosse stato mestieri l'invio di maggiori truppe nelle provincie meridionali, ne ebbe per ora risposta negativa.

La risposta non piacque agli oratori napoletani, e in ispecie all'onorevole Petruccelli della Gattinà, il quale comprovò come coi mezzi adoperati fin qui, invece di spegnere, siasi ravvivato il brigantaggio. Egli propose addirittura lo stato d'assedio in quei luoghi ove sorgono i primi germi di questa venefica pianta. «La legatiti nous tue, così egli: la frigida legalità in questi casi non è usata che a spese della libertà e dell'umanità stessa».

Il sig. Rattazzi rispose non credere per ora necessarii provvedimenti eccezionali, Codesta fiducia dell'insigne Ministro nei mezzi di cui egli dispone in presente, più che dalla conoscenza esatta dalla cose non deriverebbe ella per avventura da una meravigliosa costanza e saldezza nel proposito di affrontare e vincere la gravita dei pericoli col solo istrumento della legalità e della libertà?

E se questa seconda ragione avesse fondamento di verità, l'onorevole Petruccelli non avrebbe egli motivo di asserire che la legalità è quella che ci uccide?

In cosa di tanto momento le illusioni e i riguardi vogliono essere posti da banda. È un fatto dolorosamente contestato, che nelle provincie meridionali la reazione, vestita sotto le forma del brigantaggio, tien levata la bandiera di Francesco II, e ha giurato di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede, e di abbattere il lucifero infernale Vittorio Emanuele e i suoi complici (1). Ogni giorno da Marsiglia, da Trieste e da Roma partono emissarii, frotte armate per rinfocolare la ribellione, per turbare cogli assassinii, coi saccheggi, colle rapine la quiete dei cittadini, sperando in simil guisa di far credere all'Europa che il governo italiano sia combattuto e abborrito.

Ha ragione l'onorevole Presidente del Consiglio di affermare che questo stato di cose non è temibile per ora; infatti il brigantaggio non esprime che l'opposizione brutale della parte più infame, più ignorante


1)Formula del giuramento dei briganti. Vedi le Notizie storiche sul Brigantaggio, di Marco Monnibr, pag. 74 (Firenze, E. Barbera, editore* aprile 1862).

2)

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 e più superstiziosa della Società (1); mentre la parte colta, doviziosa, quella che fa realmente la rivoluzione, pur mostrandosi, per cause che non è qui il luogo di discorrere, scontenta dell'andamento politico, non ha per anco disdetta quella unanimità di suffragi colla quale accolse la riunione di Napoli colle altre provincie italiche; e se altri ne volesse documento, potremmo recitargli le parole consegnate da Borjès medesimo nel suo giornale, confessante Che I RICCHI, SALVO POCHE ECCEZIONI, SONO CATTIVI DOVUNQUE, E QUINDI ASSAI DETESTATI DALLA MASSA GENERALE, vale a dire dalla plebe. Ma se il pericolo non è imminente, non potrebbe farsi maggiore e minaccevole più tardi? Le bande disperse, ma non distrutte, non potrebbero elleno venire ordinate in forma meno irregolare da un capo di genio, e accadere quello che in Ispagna, nella guerra contro l'imperatore Napoleone, nella quale i somateni, i michelettif gli assassini EI Pastor, EI Capcino, EI Abuelo, EI Cura, EI Medico, EI Cociuero, furono dapprima dispregiati da tutti, ma quando i Porlier, i Renovallòs, i Mendizabal, i Villa-Campu, i Martin Diaz, i Don Juan Sanchez ecc. si misero alla testa del movimento, raccogliendo i disertori e gli oziosi, fecero tremare le valorose schiere de' Francesi? (2) Chi non conosce la lotta terribile che la Rivoluzione francese ebbe a sostenere in Bretagna contro i  chouans? Eppure chi erano costoro dapprima? «Erano, scrive Adolfo Thiers nel


(1)  fi un fatto che le provincie più povere sono quelle più flagellate dal brigantaggio. Secondo l'ultima statistica pubblicata dai Borboni, i mendici erano in Capitanata nella proporzione di 1 a 19; in Terra di Bari, 1 a 94; in Terra d'Otranto, 1 a 13; in Basilicata, 1 a 29. Il coltivatore nelle Paglie non guadagna che da 60 ad 80 centesimi al giorno; e con questa paga che pei meno robusti o meno fortunati non giunge qualche volta ai 40 centesimi, egli deve provvedere all'ozio delle domeniche e delle innumere feste comandate, lo ho conosciuto non pochi i quali si scrivevano fra i briganti per farsi un piccolo peculio, e quindi ritornavano ai loro consueti latori di campagna!

(2)  In un dispaccio di Caffarelli al maresciallo Marmont, intercettato dagli Inglesi, questo generale spiega come la presenza delle numerose guerriglie che lo circondano non gli consentono d'inviare gli 8000 uomini e i 34 pezzi d'artiglieria richiesti  dal  maresciallo: It is no longer with bands that J have to contend, dice il generale Caffarelli, but with corpi of 3000 or 4000 men, which act under the English.

Il maresciallo Soult era anch'egli difficoltato per modo nell'esercizio de] suo comando, che si vide stretto a prendere il seguente decreto: «Non vi ha altro esercito spagnuolo che quello di S. M. I. Giuseppe Napoleone. Per conseguenza tutti i corpi de' partigiani che esistono nelle provincie» qualunque ne sia il numero e i comandanti, saranno trattati come banditi... Tutti gl'individui di queste compagnie presi colle armi in mano saranno giudicati dal prevosto e fucilati: i loro cadaveri rimarranno esposti sulla via pubblica».


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libro XXIV (anno 1794) dell'Histoier la Révolution, contrabbandieri rimasti privi d'impiego in seguito all'abolizione delle barriere, giovani che avevano ricusato di obbedire alla leva. Costoro non formavano, come i Vandeisti, numerosi attruppamenti, capaci di combattere a campo aperto: marciavano a schiere di trenta e cinquanta, fermavano i corrieri, le carrozze publiche, assassinavano i giudici di pace, i sindaci, gl'impiegati republicani, e sopratutto gli acquisitori di beni nazionali. Era loro studio particolare distruggere i ponti, interrompere le strade, tagliare la sala dei carri, impedire il trasporto dei viveri nelle città: facevano minaccio terribili a quelli che recavano le loro derrate sui mercati, e mandavano ad effetto le minacce, saccheggiando e bruciando le proprietà. Non potendo occupare militarmente il paese, il loro manifesto scopo era quello di impedire che i cittadini accettassero alcun ufizio dalla Republica, castigando i compratori dei beni nazionali, e affamando le città ».

Il Governo italiano, stimando di aver a fare con popolazioni già da lunga stagione mature alla libertà, ripugna di uscire dai limiti della medesima, e non vede che va incontro a un male peggiore, quello d'indurre la credenza che il Governo liberale non valga ad assicurare la vita e le proprietà dei cittadini. I quali, com'ebbe a dire nella tornata della Camera poc'anzi accennata l'onorevole Caracciolo «reclamano un uomo vigoroso, il quale non faccia politica da Gabinetto, ma si metta a cavallo, studii il terreno, e richieda il necessario nerbo d'armati».

Sì, l'esito della lotta non è dubbio; ma non è del pari men dubbio che urge la necessità di spegnere nel più breve tempo possibile il brigantaggio, come quello che c'impedisce di assolidare il nuovo stato di cose, e l'operosità militare che debb'essere intieramente sacrata alla prossima inevitabile guerra contro l'Austria, ci obliga a consumare indarno in lotte indegne di soldati italiani.

Questo risultato non si otterrà colla prontezza che la gravita dei casi richiede, ove il Governo non venga nella deliberazione di porre immantinenti in istato d'assedio le provincie ove si manifesta il brigantaggio, mandando l'impresa di distruggerlo a un comandante militare assoluto, libero da tutte le noie legali che potrebbero suscitargli le podestà civili (1).

(1) Prego il lettore, se appartenente alle antiche provincie italiane, di non giudicare la condizione di esse alla stessa stregua che quella affatto eccezionale delle provincie meridionali, che altrimenti codesti provvedimenti gli parranno, come parevano anche a me, disorbitanti quando il tempo e i fatti non m'avevano chiarito il vero aspetto delle cose. Menzionerò, fra i molti, un esempio solo perché sia comprovata la necessiti di un comandante militare assoluto. Il capitano Lamberti, del 6° reggimento


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Se il colonnello Fantoni in Capitanata, ed il maggiore Fumel in Basilicata fossero stati licenziati ad esigere la perfetta osservanza degli ordini che emanarono ne' mesi scorsi, io non dubito di affermare che quelle provincie non sarebbero andate incontro alle sciagure che le colpirono, e non poche vite de' prodi nostri soldati sarebbero state risparmiate.

Si è gridato alla ferocia, alla brutalità, all'orrore perché questi due eminenti ufiziali presero decreto di morte contro tutti quelli che fornissero alimento o ricetto ai briganti. Lord Derby, ex-ministro della Gran Bretagna, quegli stesso che del 59 minacciava di collegarsi coll'Austria in danno d'Italia quando la Francia ci avesse soccorsi nella guerra d'indipendenza, non mancò l'occasione per eccitare contro di noi lo sdegno dell'Europa civile. «Non si può pensare senza raccapriccio, diss'egli nella tornata dei lordi del 27 febbraio, ad un sistema che devasta un distretto, distrugge le case, ne scaccia gli abitanti ed il bestiame, riducendo quel tratto di territorio ad un deserto, e pericola innocenti contadini per ciò solo che nelle loro case vi sia una quantità di viveri maggiore di quella assolutamente necessaria al consumo di un giorno, a essere fucilati, senza processo, da una soldatesca brutale e sbrigliata ». E lord Russell: «Io mi accordo pienamente col nobile Conte su quanto egli ha detto dell'indole del proclama (Udite!). Io penso non vi poter essere atto più crudele e più barbaro di quello che confonde gl'innocenti coi colpevoli, spande la desolazione sovra un vasto tratto di paese, pone impedimento all'industria, e rende il governo un oggetto di terrore a tutti (Udite!). Aggiungerò che, a mio sentire, quel proclama non fu ispirato da una sana politica (Udite!). In quel modo non si tranquilla un paese, non si conciliano gli abitanti col Governo».

E pochi giorni dopo, il 12 marzo, nella Camera dei Comuni, il sig. Disraeli e lord Palmerston espressero sentimenti identici a quelli


fanteria, era stato spedito nella state scorsa in Sant'Anastasia per disperdere e distruggere le reliquie della banda Barone che s'annidavano ancora nella selva di Sani*Angelo, sulle falde occidentali del Vesuvio. Egli ebbe in mano innumeri documenti dei sussidii che aveva prestato ai briganti con danari e con armi un capitano della Guardia Nazionale, noto sotto i Borboni per devozione estrema ai medesimi, e per le denunzie alla polizia, le quali esistono ancora oggidì nell'archivio del Delegato di Portici, a carico di quelli che favoreggiavano le idee liberali. Il giudice istruttore menò le cose tanto per le lunghe, il capitano della guardia nazionale, potente per ricchezze e per aderenze, seppe maneggiarsi per modo, che il Lamberti si parti di Sant'Anastasia senza aver tirato conclusione di sorta. Né, lui partito, si proseguì punto il processo; che anzi ogni cosa fu sopita con scandalo gravissimo dei terrazzani, per i quali la complicità del capitano suddetto coi briganti non era certamente un segreto.


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di lord Derby e di lord Russell. «I briganti, cosi il primo lord della Tesoreria, hanno commesso, è vero, atrocità da rabbrividire: ma ciò non da il diritto agli alti impiegati governativi d'imitare il loro contegno, e vendicare sugli innocenti i misfatti dei colpevoli ».

Certamente, se la cosa procedesse nei termini esposti dagli onorevoli membri del Parlamento inglese, che cioè l'innocenza avesse a soffrire in luogo della colpa, io non mi periterei di contraddirli. Ma di qual razza innocenti intendono eglino parlare? Ammesso che non vi sia altro mezzo di spegnere i briganti che togliere loro i mezzi di rifugio e di vitto, avrannosi a considerare, come gente iniquamente percossa coloro i quali glieli procacciano a malgrado del publico divieto? Il brigantaggio essendo una guerra, quando si è egli mai veduto che le spie e i fautori del nemico vadano netti da castigo? I complici de' galeotti, i quali vi bruciano vivi, vi ardono la casa, vi disonorano il talamo, meriteranno miglior riguardo che i complici di un nemico, dal cui petto non è mai, o di rado, sbandita la generosità e la giustizia?

Ho fatto il supposto che non esista altro mezzo di distruggere il brigantaggio. Questo supposto per me, e per quanti sono stati nelle provincie meridionali, all'inchiesta de' briganti, o un fatto irrepugnabile. Niuna speranza di quietare il male se non si ha modo di colpire i complici. I contadini, i montanari che forniscono i briganti di vitto, di ricetto e d'informazioni sulle mosse della truppa, rendono inutili tutte le fatiche della medesima. Se voi rondinate un bosco, non vi accade di ritrovare anima viva, o non altri che alcun lavoratore, il quale interrogato, eziandio minacciato, non vi dirà mai di avere veduto pur un brigante, tanto può su di lui il timore di rappresaglia, o il malanimo concetto contro di voi (1). Finita la

(1) Come «aggio dei costumi del popolo, noterò come il brigantaggio ne]le provincia meridionali sia ancora oggi riguardato, non altrimenti che nel tempo in cui scriveva il Valéry, come una specie di chevalerie manquée, epperò lungi dall'essere disonorante nell'opinione del volgo, sia anzi un mezzo di piacere alla fidanzata, la quale ama assai che il suo sposo futuro abbia passato alcun tempo fra i briganti della montagna. In un paese in cui i contadini, senza essere filosofi come Proudhon, credono bellamente che la proprietà sia un furto, non può essere veduto di mal occhio il brigante che ruba e brucia gli altrui poderi. La teoria che è colà in vigore è perfettamente conforme a quella dei banditi in Sardegna, dei quali il Bresoiani Racconta che presentatisi un giorno all'arcivescovo di Sassari, così gli favellarono: «Monsignore, insino ad ora noi non ci credemmo infrangere la legge di Dio, pigliando pecore, vacche, porci e montoni a sovvenimento di nostre necessità. Imperocché essendo la provvidenza del Signore Iddio pietosa a tutte le sue creature, come vorrebbe essa patire che i pastori della Gallura avessero possessioni chi di cinquecento e chi di ottocento e mille pecore, là dove noi non abbiamo


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perlustrazione, i briganti ohe eransi nascosti fra le ambagi della foresta, o rimbucati in ispelonche, in antri segreti ignoti a tutti, ricompaiono e proseguono a taglieggiare, abbottinare e uccidere. Proibite che per un terminato spazio di tempo nessuno entri nel bosco, sol che fornito del cibo necessario al sostentamento, e voi otterrete colla fame ciò che non vi fu, nè vi è possibile altramente.

In questo modo non si tranquilla un paese, non si conciliano gli abitanti col Governo ― ha detto lord John Bussell. Ma la bisogna corre ben altramente da quello che egli si avvisi. Se le popolazioni meridionali apposero un aggravio ai Ministri italiani, non fu certo di soverchio rigore, ma di soverchia mitezza. Quando i proprietarii veggonsi bruciare le messi, rapire gli armenti, e obligati a sborsare centinaia di ducati per riscattare i loro figli, o aver salva la vita, sono essi i primi a istigare il Governo perché li liberi da questi pericoli, essi i primi a consigliare, a riclamare altamente provvedimenti straordinarii, e al flagello rispondere col flagello. Il generale più popolare in quei paesi, e soprattutto in Capitanata e negli Abruzzi è il generale Ferdinando Pinelli, perché molestò e spense parecchie torme di briganti, e inseverì contro i complici loro. Quando Tennero in luce le Memorie autografe del generale Manhòs―lo spettro de' briganti sotto il regno di Gioachino Murat ― fu concorde, universale così in Napoli come nelle provincie il consiglio al generale Cialdini perché ne seguisse l'esempio. L'editore di quest'opera la quale ebbe un successo inudito, perché rispondeva ai desideri dell'opinione publica, mordeva con parole concitate la nostra fievolezza nel combattere i briganti, e il nostro perenne studio di non uscire dalla cerchia della legalità, e Lasciate le vostre sofisticherie (cosi ci si apostrofava) che contestate col nome di legalità. La suprema legge é di salvare l'Italia. Periscano tutti gli statuti e tutte le leggi degli avvocati, sol che si salvi l'Italia... Il solo mezzo di vincere i briganti é l'estremo rigore; e da queste poche carte ne avrete un esempio nel generale Manhès. Le sole armi non bastano, ma bisogna attaccare i briganti eziandio con la fame. Quindi la morte a chi loro porge nutrimento. Non si facciano impacciare punto né poco i legulei in quest'opera. Si richieggono uomini d'azione, com'erano Saliceti e Manhès. I legulei e gli arcadi d'ogni genere vadano a cinguettare, che a questo gli ha condannati Iddio».

Fiere parole invero, ma che dimostrano incontestabile un fatto: l'opinione universalmente radicata che il brigantaggio non si spegno


una greggiuola di cento? Onde se noi o per insidia o per valore possiam rapirne loro alcun centinaio, soccorriamo almeno in parte alla giustizia distributiva. Descrizioni dell'isola di Sardegna, voi. II, p. 113. Napoli 1850, tip. Àndrosjo,


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ove non vengano adoprati i mezzi di rigore estremo. Quest'opinione è per modo potente e irresistibile che tutti coloro i quali furono deputati a combattere questo modo di guerra, per quanto s'avessero l'animo mite e inclinato a generosità, dovettero rassegnarsi a essere e passare per disumani e feroci.

Macdonald, uno de' prodi generali di Napoleone, chiaro per le fazioni militari della Trebbia & della Spluga, è chiamato nel 1799 a posare le ribellioni di Puglia e di Calabria. L'uomo valoroso in battaglia non è mai, o quasi mai crudele: che la virtù guerriera mal si sposa colla bassezza e colla viltà. Ebbene! quest'uomo che rabbrividiva al solo pensiero delle stragi del 1793 cede anch'egli alla fatale necessità del terrore, e per atterrire chi atterriva manda fuori un aspro e furioso decreto, nel quale incominciato con dire: sapere che uomini prezzolati dagl'Inglesi, e dai fasti di una corte infame e perfida, correvano le città e le campagne per traviare il popolo, e che preti fanatici ordivano trame per ispegnere il governo, e ammazzare i repubblicani, viene ordinando che ogni Comune il quale si sollevi sia tassato soldatescamente, e soldatescamente trattato: che i cardinali, gli arcivescovi, i vescovi, gli abati, i parrochi e tutti gli altri ministri della religione siano tenuti personalmente dei tumulti e delle ribellioni; che ogni ribelle preso coll'armi in mano aia incontanente fatto passare per le armi; che ogni prete o ministro della religione arrestato in qualche unione di sollevati, sia anch'egli fatto morire senza processo: che venga autorizzato il governo ad arrestare i sospetti: che chi denunzia o fa arrestare un fuoruscito francese, od un agente dello scoronato re di Napoli, abbia una larga ricompensa: che similmente si ricompensi il denunziatore di un magazzino segreto di armi si da fuoco che bianche; che quando batte la raccolta, ognuno si ritiri; che in caso di terrore improvviso, le campane non si possano suonare, e ne vada la vita a chi le suona, ed essere a ciò tenuti tutti insieme i preti, i religiosi e le religiose; che chi sparge false novelle, sia punito come ribelle, e chi le propaga venga come sospetto arrestato ed esiliato: che a chi sia dannato a morte, si sequestrino e publichino i beni si mobili come stabili in benefizio delle republiche francese e napoletana: che ogni licenza di cacciare s'intenda abolita, e chi sia trovato con un fucile da caccia, venga punito come ribelle. Protesta infine, e confessa di portar rispetto alla religione e al culto, e promette che sotto la protezione vivranno si i suoi ministri come le proprietà e le persone; che infine i magistrati eseguiscano questi suoi comandamenti, e i parrochi li leggano dal pulpito.

Gioacchino Murat, fior di cavaliere se altri mai fu, vuoi resistere all'opinione publica, e tentare la via dell'indulto e della umanità.


SUL BBIGANTAOGIO  193

L'effetto torna contrario alle sue speranze: le larghe amnistie, mentre disanimano i buoni, imbaldanziscono i tristi. I quali, sicuri di un facile perdono, entrano nelle più forti e frequenti città, ove, saziate le loro vendette, gettansi di nuovo alla strada; ridomandano perdono, e ottenutolo, e avuto comodo di soddisfare alcun'altra vendetta o spedire le loro faccende, ritornano da capo a predare ed assassinare.

Le popolazioni ad un ani*no invocano energia; e Giovacchino manda ne9 paesi sollevati un nerbo di 25,000 uomini, i quali combattendo coi briganti come se fossero truppa regolare, non portano verun frutto.

Rimane crudelmente famoso in questo periodo del brigantaggio il nome del Parafante. Chi ei fosse dirà questo semplice fatto. Perviene a' suoi orecchi la notizia che un battaglione di linea, comandato da un ufìziale scoperto nemico del capo masnadiero, deve in tal giorno partire di Cosenza. Egli facendola da cavaliere, manda una sfida all'ufiziale, indicandogli l'ora dello scontro, e il luogo che si chiama Lago, sulla via che dalla detta città mena in Rogliano. L'ufiziale si ride della sfida, e per militare orgoglio non vi aggiusta fede. Giunti i soldati in certe strette, dalle cime aeree di quei monti veggonsi piombare addosso, tuonando e sfranando enormi massi di macigno. Traballa la terra commossa infino alle ime viscere^ e nembi foltissimi di polveri coprono a un tratto quelle gole. Dai fianchi dei monti una grandine di moschettarla li flagella orrendamente. Soli 25 soldati e due ufiziali, Filangieri e Guarassi, trovano scampo. Parafante li fa venire al suo cospetto.

Sdraiato sotto un albero, e circondato da numerosa corte di banditi, ei rimira i prigioni, indi, tutto benigno in vista, cosi favella:

― Della vostra sorte assai mi pesa, o soldati, e volontieri vi libererei, se non mei togliesse un voto fatto a sant'Antonio, di non risparmiare veruno di voi. Pure, avvertendo che guerreggiate non per volontà vostra, ma per legge inesorabile della coscrizione, io mi sentirei inclinato a misericordia. Ma per ottenerla egli è mestieri che voi mi diate una pruova di ravvedimento: quest'è che voi stessi mettiate a morte queste due carogne di ufiziali. Se lo fate, puro all'Immacolata (e recossi la mano al petto) che andrete salvi; senza di che, tutti, e con voi gli ufiziali, perirete di mala morte―.

Agghiacciano per orrore i prigionieri, e a niun patto vogliono bruttarsi di quel sangue. Ma finalmente costretti dagli ufiziali stessi, i quali veduto inevitabile il proprio supplizio, desideravano campare almeno i soldati, si risolvono, piangenti e raccapricciati, a compiere l'opera infame.

Agonizzanti ancora i due ufiziali, Parafante, accennando ai suoi i soldati rimasti, si volge dall'altro lato come per riposare dalle fatiche


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del giorno. I briganti si slanciano sui prigionieri avvinti, e fatto ludibrio de9 loro corpi nudati, gli uccidono con modi spietati.

Inorridito a queste atrocità, il Re soldato riconosce alla perfine, sebben tardi, la tremenda necessità del terrore, ed elegge all'opera difficile il giovane Manhès ― aveva allora 32 anni! ― celebrato per gloria acquistata sui campi di battaglia, e nella repressione del brigantaggio negli Abruzzi.

Il 9 di ottobre del 1810 egli da fuori il primo ordine del giorno. E siccome egli sapeva in modo da non dubitarne, che per raddietro la parola de' preti aveva spuntato e rese spregevoli le armi del Governo, impone che eglino medesimi, a scanso di pene severissime, ammoniscano le moltitudini dai pergami e dai confessionali.

Gli ordini del Manhès stabilivano: 1° che publicate le liste dei banditi in ogni comune, i cittadini dovessero prenderli o ucciderti: 2° ognuno abile alle armi accorresse in servizio dello Stato: 3° punito con morte chiunque avesse relazione coi briganti: 4° i genitori, i fratelli de' briganti impugnassero le armi: 5° le gregge trasportate in certi luoghi guardati: 6° sospesi i lavori di campagna, o permessi allora soltanto che i coloni non recassero cibo con sè: 7° collocata una schiera di gendarmi e soldati nei paesi per vigilare allo stretto adempimento degli ordini.

Non si tosto le campagne si spogliano di frutta e di fronde, il generale di Giovachino Murat comincia la caccia dei briganti.

Gli ordini sono eseguiti con una inflessibilità memoranda. Di 3000 briganti che infestavano la Calabria al cominciar di novembre, non ne rimaneva pur uno alla fine di dicembre. Manhès soleva dire che, se egli fosse stato per ogni dove obbedito con rigore, dieci giorni sarebbero bastati a ricondurre la pace.

Duravano tuttavia ne' luoghi più romiti e repenti della Sila alcuni scampati come per miracolo al fato comune. Manhès non si affanna di cercarli, sol si studia che nessuno porga loro alimento. I complici sono da lui perseguiti con eguale e forse maggior rigore che non i briganti stessi.

Il distretto di Castrovillari, ove gli assassini avevano più infierito, offre al liberatore della Calabria una preziosa spada di stupendo lavoro: gli Abruzzi un anno prima gli avevano posto per riconoscenza una lapide nella città di Vasto.

Dome le Calabrie, il generale Manhès è spedito in Basilicata, ove signoreggiava il capo bandito soprannomato Taccone. Azzuffatosi spesso coi prodi soldati francesi, quando non riusciva a sbaragliarli, li deludeva con una tattica si nuova e ardita da render vano il più provato valore. Sembrava che avesse Tali ai piedi, da un luogo piombava in altro lontano, rapido come il baleno.


SUL BRIGANTAGGIO  195

Il masnadiero compare un giorno presso le mura di Potenza. Come imperatore, spedisce un araldo nella città, imponendo che tutte le autorità civili, militati ed ecclesiastiche, pena la vita e l'arsione delle case, si rechino da lui immantinente. ì più riguardevoli personaggi in atto umile e supplichevole, seguiti dal clero e immenso stuolo di popolo, vengono a inginocchiarsi dinanzi a Taccone e domandargli mercede con le mani congiunte. Il brigante, tenutigli un pezzo in quell'atto umile e in forse della vita, finalmente, come mosso da natia magnanimità, sì dice: ― Levatevi, sciagurati; non siete degni dell'ira mia. Mal per voi se vi avessi colto in altro tempo. Ma oggi che ho debellato interamente i miei nemici con 1*aiuto della Santissima Vergine, oggi che è dì di festa e di trionfo per tutti i giusti, io non voglio sporcarmi del vostro sangue, ancorché il versarlo tornasse utile. Non però sarete esenti da ogni pena. Per essere voi stati ribelli al vostro re e al vostro Dio vero, pagherete fra un'ora quella taglia che il mio segretario crederà di porvi. Intanto mandate alcuno in città a ordinare in mio nome che la festa sia bella e grande, perché intendo di celebrare la mia vittoria. Voi tutti, cantando inni di laude, ci accompagnerete al Duomo, ove monsignor Vescovo intuonerà l'inno ambrosiano in rendimento di gfazie all'Altissimo per  il trionfo delle armi nostre. Or via si vada.

Tutto il popolo, cantando il Laudate, e con rami d'ulivo si avvia al Duomo. Taccone procede a cavallo, goffamente parato e tutto fin-galluzzato. Cantato l'inno, e sborsata una grossa taglia, la masnada se ne parte, ma menando una preda assai più preziosa dell'oro e dell'argento. Conciossiachè, passando dinanzi al palagio più cospicuo, Taccone che in quel dì sentiva del galante, rimirato il bel viso angelico di una donzella, che tra desiosa e timida di affacciava dal balcone a vedere lo strano spettacolo, ferma il cavallo e rivolge fiso verso di lei lo sguardo. Ella fugge tremante, ma invano, che il ribaldo la si vuole condurre con sé, non ostante che il padre offerisca di molto oro per riscattarla.

― Oibò, dice Taccone, io non traffico sul cuore. Voglio tua figlia, non il tuo denaro che sia teco in perdizione, sozzo che tu de' essere (1).

Tratta di casa a forza l'onesta e vaga fanciulla, la quale non conosceva altri amplessi che quelli de' venerandi genitori, piomba in un inferno di sozzure. Poi non se ne ebbe più novella.

Di lì a qualche mese interrogato dai giudici uno della masnada, rispose che passati due giorni dal rapimento della donzella, Taccone era fieramente corrucciato con lei, apponendole che non facesse altro


(1) Non è il caso di ripetere col Giusti nel 9uo Epistolario: «Sòn bacchettoni e lascivi, e per conseguenza vili, crudeli, e annodati di cervello»?


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che guaire: che già l'avrebbe uccisa, vedendo chiaramente quanto poco conto facesse della compagnia d'un par suo, ma poi se ne ritrasse, perché ella portava il nome di Maria protettrice di Taccone.

Non minore strazio faceva in quella provincia altro brigante soprannominato Quagliatila, che finisce per essere preso e morto da pochi mietitori a' quali puntualmente si spartisce la taglia di 1000 ducati, promessa a quelli che s'impadronissero di un brigante. L'infame portava ancora indosso le vesti dell'infortunato generale de Gamba da lui assassinato ferocemente nelle gole di Picerno. Taccone è preso anch'egli dopo disperata resistenza, e condotto in Potenza. Non erano scorsi due mesi dal suo ingresso trionfale: ora assiso sopra di un asino, la cui coda gli serve di briglia; con in capo una mitera e due corna ai lati, e con una scritta a lettere di scattola la quale diceva: Questo è l'infame Taccone.

Il Bizzarro, altro fiero brigante non potuto raggiungere dal Manhès in Calabria, tenta di levare il capo non sì tosto che questi si è partito. Un numero grandissimo di guardie civiche gli muove contro. Si viene più volte alle mani, e il Bizzarro avendo sempre il peggio, rimane con soli due seguaci e una donna che per amore lo segue. Ora avvenne che vedendosi circondato per ogni dove, mentre pensavasi di avere rinvenuto il rifugio in una caverna nota a lui solo, nella quale si entrava per un piccolo foro strisciando il ventre per terra, il bambino che la donna gli aveva partorito, prendesse a piangere molto pietosamente.

― Donna, questo tuo bambino pare che abbia proprio l'intenzione di trarre in questo luogo i miei nemici per vederne lo strazio che faranno di me.

La donna s'ingegna con carezze di quietare il bambino. Il quale non si rimanendo però dal piangere, il Bizzarro si leva, e senza pronunciare parola, diveltalo alle braccia della madre, lo afferra per un piede, e rotatolo in aria,  gli frange il capo ad un macigno colà dentro.

La donna dissimula lo sdegno. Non corre molto tempo che il Bizzarro, rotto dalle fatiche, e abbandonatosi al sonno, è da lei ucciso col suo stesso fucile. Né di ciò sazia, benché non bisognosa, recatasi dal governatore della Calabria Ulteriore domanda la taglia di 1000 ducati, mostrando con ciò di avere in odio e dispregio il Bizzarro eziandio morto.

Nel tempo che Manhès scriveva le sue Memorie (1), trentacinque anni dopo questo fatto, questa donna si viveva in Mileto, madre e moglie affettuosissima!


(1) Vedi le Memorie autografe del generale Manhès, compilate da Francesco Monte (redine. Napoli 1861 (Stamperia Morano).


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Dopo tali fatti il regno di Napoli godette una pace, che mai la simile a memoria d'uomini, ondechè il Botta ebbe a dire: «Cosa incredibile, ma vera: si poteva dimorare e viaggiare nelle Calabrie con la più grande sicurezza. Le strade si aprivano al commercio, l'agricoltura riprendeva i suoi lavori, tutto annunziava il passaggio dalla barbarie all'incivilimento (1)».

E il Colletta: «Quella forse fu la prima volta nella vita del sempre inquieto e diviso popolo napoletano che non briganti, non partigiani, non ladri infestassero le publiche strade e le campagne... L'opera del Manhès fu di presente utilissima. Il brigantaggio nel 1810 teneva il regno in foco, distruggitore d'uomini e di cose cittadine: senza fine politico, alimentato di vendette, di sdegno, o più turpemente, d'invidia del nostro bene e di furore. Il brigantaggio $ra enormità: e il generale Manhès fu istromento d'inflessibile giustizia, incapace, come sono i flagelli, di limiti o di misura (2) ».

I Borboni procedettero forse altramente? Trovo nella storia che del 1815 re Ferdinando ordina una giunta composta dell'intendente, del comandante della Provincia e del presidente della Corte criminale, perché formi e publichi la lista de' briganti. La vita degli inscritti è messa a prezzo: concessa a tutti la facoltà di spegnerli: premiato Parreste. Il giudizio consisteva nel semplice atto d'identità, tenendo i delitti come provati: pena la morte, inappellabile la sentenza, immediato l'effetto. Richiedevasi prudenza quasi sopraumana: pure le sentenze furono sì negligenti e precipitate che spesso vidersi scambiati nomi e segnali de' briganti, e scritti nella lista esiziale uomini non rei, creduti grassatori, perché indicati dal rumore publico, o assenti o dimenticati nelle prigioni o soldati nell'esercito; de' quali errori molti scoperti e corretti, più molti occultati dalla morte. Più tardi, a tutti è noto, come si comportassero i Borboni coi briganti; l'iniquo mercato coi Vardarelli, con gradi eminenti accolti nell'esercito e poi traditi, non è l'ultima delle turpezze che lordarono quel trono, sul quale l'immoralità e lo spergiuro parver persona (3).

A mio vedere, le cose raccontate mettono meravigliosamente in sodo l'inopportunità e ingiustizia degli appunti fatti nel Parlamento inglese al contegno tenuto dai nostri ufiziali nella repressione del brigantaggio. Del rimanente, se il silenzio in questa occasione era


(1) Storia d'Italia, lib. XXIV. Marco Monnier trascrive da un rapporto recente ed officiale di un governatore la seguente frase: «Manhès distrusse il brigantaggio delle Calabrie in pochi giorni. Quando noi leggevamo la storia di quest'uomo, lo chiamavamo tiranno sanguinario, oggi lo sospiriamo i. ~ Notizie storiche ad Brigantaggio, pag. 100.

(2)  Storia del Regno di Napoli, L. VII.

(3) Vive ancora rilegato a Lipari il brigante Giosafat Talarico, il quale ebbe da Ferdinando II grazia piena e assoluta di tutti i suoi misfatti, e una pensione annua di $16 ducati.


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imposto ad alcuno, non era forse ai ministri britanmici? Dimenticarono essi ciò che fecero i padri loro in Portogallo, ohe incendiavano le messi, gli alberi, le case, e foravano i Portoghesi, pena la morte, a bruciarle? (1) Dimenticarono ciò che eglino medesimi fecero, non sono ancora cinque anni trascorsi, nella guerra delle Indie?

lo apro il volume intitolato: The Crisis in the Punjab from the 10th of May vntil thè fall of Delhi (Loadon, Smitb Blder and c. 1858) di Frederick Cooper, deputy commissioner in Umrister, (la fonte non è sospetta come quella a cui attinse lord Derby le sue querele contra gli Italiani), ed ecco qìò che egli narra.

Nel maggio 1857 scoppia l'insurrezione nell'estremità nord-ovest del Punjab. Roberto Montgomery, jvdicial commissioner, assume la dittatura, e saldo sul principio, ne quid detrimenti cqpiat spedisce buon nerbo di truppe, oltre i limiti della sua giurisdizione, nei distretti di Sirsa, di Ansi e di Issar, ove l'ordine è prestamente restituito. In tutte le stagioni ai sequestrano i carteggi sospetti: la testa dei Cipai messa a presso: publicate le ricompense a chi li consegni morti o vivi: lo spionaggio diffuso in ogni luogo, in ogni ceto, e il tradimento, la sedizione (sono parole del Cooper) erano perseguiti fin nei più segreti recessi dell'harem e nei santuarii, creduti inviolabili, delta moschee è de' templi. I moulvies (dottori della legge) arrestati in mezzo a una folla di adoratori fanatici. Uomini di condizione e di autorità arrestati nell'ora delle tenebre. Spie su pei mercati, nelle feste, nelle cappella, nelle prigioni, negli spedali, negli emporii militari, nei gruppi di oziosi, fra i contadini assisi in cerchio attorno ai loro pozzi ecc. Nessuno era più padrone della sua lingua: essa faceva parte, come dire, del dominio publico» Gli spiriti di opposizione asiatica erano infrenati dalla possente volontà Sassone ridestatasi ad un tratto».

Nell'agosto dello stesso anno un capitano in primo (seuhabad-major) appartenente al 51° reggimento è arrestato in Peshawer in quella che palesandosi e ribelle da più di un anno predica la ruina dello impero inglese. Giudicato in via sommaria, è impiccato due giorni dopo in mezzo a gran pompa di apparati. In meno di trenta ore, 659 soldati dello stesso reggimento sono fucilati.

Viene il turno del 52°. Si forma un gran quadrato: due lati sono occupati da due batterie di artiglierie guardate da cavalieri del Punjab e da fucilieri europei; il terzo lato, da cinque reggimenti indigeni collocati fra due reggimenti inglesi: sul quarto lato, un lungo ordine di patiboli, e dinanzi a questi, due pezzi di cannone: infine nel mezzo del parallelogramma, quaranta infelici dannati a morte


(1) Vedi il Thiers, Histoire du Consulat at de l'Empire. Tome p. 15. Paria 1861, Paulin éditeur.


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orribile. In mezz'ora periscono tutti, attaccati alla bocca dei cannoni: i brani dei loro cadaveri coprono il suolo.

Questa carneficina è compiuta dopo che il disarmo del 52° reggimento aveva partorito tutto l'effetto morale che se ne attendeva, dopo che i capi degli insorti gettavano a terra le loro sciabole al cospetto del generale Cotton e offerivangli i loro servizii al pari di quelli de' loro vassalli. Se il disarmo bastava, la strage non era dessa superflua? E se era superflua, come qualificarla?

Il signor Cooper ha stimato opportuno di serbare per la posterità un carteggio indicante il modo con cui le autorità inglesi usavano trattare queste faccende. Un commissario-assistente, il signor Hawes scrive a Montgomery suo superiore, il quale alla sua volta si rivolge al commissario capo, sir John Lawrence, per sapere quale risoluzione prendere intorno ad un ufiziale e a sette cipai del 14° arrestati sulle rive del Ihelum, rei convinti di ribellione. «Ciò che rileva conoscere si è se faccia mestieri impiccarli sul posto o farli cannoneggiare altrove... Costoro avevano tutti i loro fucili carichi e inescati, ma la faine li aveva privati del mezzo di usarli. Vi sarò tenuto se mi spedirete pronte istruzioni». A questa lettera Montgomery, nell'inviarla al suo capo, aggiunge semplicemente ― «Ho ordinato fossero tutti impiccati. R. M.» ― Sir John Lawrence ripiega il foglio, e geloso del laconismo del suo sottoposto, scrive: ― All right! J. L.

Dirò eccidio più spaventevole, e sarà l'ultimo. Il 26° reggimento levasi in capo e uccide il suo comandante. Cooper sguinzaglia i suoi cavalleggeri, non pochi de' quali Indostani (musulmani ), riesce a impadronirsi di 500 cipai, e ne ordina l'esecuzione in massa. Erano invero alcune difficoltà, come la sepoltura de' cadaveri: ma una fortuna non arriva mai sola ― come osserva il narratore ― e un pozzo profondo, asciutto che si ritrova per istrada leva ogni ostacolo. La gioia non ha più limiti quando si avverta che il giorno stesso in cui si stava per compiere questo grand'atto di retribuiton, era appunto il primo d'agosto anniversario della solennità musulmana, il Bukra-Sedy la quale non si celebra mai senza alcun sacrifizio in ricordanza di quello di Àbramo. Fu un eccellente pretesto per rinviare i cavalleggeri musulmani perché potessero nella città santa di Umritsur adempiere i loro sacri riti, nell'ora stessa in cui il cristiano rimasto solo, coll'aiuto dei Siks fedeli era per compiere anch'egli il suo sacrifizio, ignorato da quelli de' suoi aderenti (1) la cui coscienza avrebbe forse sbigottito, quando li avesse fatti consapevoli del disegno.

(1) Ecco il testo precise del Cooper, ptg. 161. «A capitai excuse was thus afforded to pernit the Hindostans mussulman horsemen to return to celebrate it (thè Bukra Eed) ai Umritsur, while thè singìe christian, unembarassed by their presence, and aided by the faithfal syckhs, might perform a ceremonial sacrifie of a different nature (and the nature of which they had not been made aware of) on the same morrow... »



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Narrato il supplizio dei 500 cipai, quarantacinque dei quali finirono di morte spontanea, il Cooper aggiunge: «Gli indigeni accorsi in folla, ai quali si spiegava l'avvenuto, dicevano mal completo l'esempio perché il magistrato non faceva gettare alla rinfusa nel medesimo pozzo la piccola orda d'uomini, di donne e di fanciulli che aveva seguito la fortuna de' cipai ribelli.

«Un tumulo fu innalzato sul sepolcro che i paesani chiamano già il Moofsedgar (il buco pei ribelli). Vedesi da lunge, e siccome è sulla strada maestra, i viaggiatori domandano volontieri che cosa sia, ed hanno perciò tutto il tempo di meditare sulla narrazione che ottengono per risposta. L'iscrizione seguente: Tomba dei Ribelli sarà incisa in lettere cubitali su tre faccia del piccolo edifizio, in persiano, in inglese, in goormookhi».

Questa serenità di animo nello scrittore non si smentisce anche allorquando, rinunciando al suo bizzarro motteggio, espone con gravita inalterata le ragioni del suo contegno: «II delitto era la ribellione, dic'egli: la ribellione è punita colla morte. La legge è stata strettamente eseguita: la politica lo richiedeva. Nicholson partito per Delhi, la prolungata resistenza di questa città teneva gli animi nella inquietezza. Il nostro stato s'aggravava. Noi avevamo nel Doab sette reggimenti e mezzo di cipai disarmati, più due reggimenti (armati) d'irregolari, de' quali mal ci potevamo fidare. Una occasione così preziosa per produrre un gran terrore non doveva essere negletta. L'Inghilterra ha il diritto di fare assegnamento sulla devozione piena e assoluta di tutti i suoi figli». Come già diceva Nelson, essa «sperava che ciascuno avrebbe adempiuto il suo dovere». Compiendo il mio, io ho forse prevenuto un numero cento volte maggiore di omicidii di quello siano stati i supplizii da me ordinati».

Il signor Cooper va più là ancora: egli vilifica, insulta, chiama filantropo per ridere (mock-philantropist!) chiunque penserà che egli ha ecceduto i suoi poteri e dimenticato le sante leggi della umanità. Una lettera semi-ufficiale lo rassicura del resto pienamente. «Dopo la sua. lettera, dic'egli, niuno farà le maraviglie che il governo del Pundjab sia così costantemente fortunato». La lettera è la seguente.

Sir John Lawrence E. C. B. al sig. Cooper, esq., D. C.

Labore, 2 agosto del 1857.

Mio caro Cooper, io mi rallegro con voi de vostri felici risultati contro il 26° di fanteria indigeno. Voi e la vostra polizia avete operato con molta energia e con molto slancio: avete benemerito del paese. Io spero che la sorte di que'cipai sarà ammonimento agli altri. Bisogna fare quanto sarà umanamente possibile per impadronirsi di quelli che sono ancora sparsi nelle campagne.

Roberto vi lascerà senza dubbio la cura di distribuire le ricompense ecc.


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II sig. Montgomery è ancora più acceso di sir John Lawrence. «Onore a voi, mio caro Cooper, per ciò che avete fatto, e fatto cosi bene... Il denaro non vi difetterà per ricompensare tutti... Adopratevi perché i Sikhs (quelli che ebbero parte nell'esecuzione) abbiano una somma ben rotonda da spartirsi... Mi rallegro nuovamente con voi... Sono certo che arresterete ancora alcuni fuggiaschi... Voi avrete occasioni per altri supplirai... Noi ne abbiamo bisogno per le truppe di qui, e per rendere attestato... Credetemi vostro sincero amico».

Qui sarebbe il buono di domandare, secondo lo stile degli statuali britannici più sopra menzionati, se questo non sia rendere il governo un oggetto di terrore a tutti, e se gli atti di barbarie dei cipai licenziassero gli altri impiegati inglesi a imitarli: ma tolga il cielo che io abbia ricordati questi fatti collo scopo di offendere la fama di quella nazione, a cui gli Italiani debbono saper grado assai per i grandi servigi ottenuti; questo solo documento io intendo di trame, ed è che, se uomini educati alla più squisita civiltà europea, quali il Cooper, il Nicholson, il Montgomery, il Lawrence ordinarono con mente calma i supplizii sovra descritti, e gloriaronsene come di un servizio eminente al paese; se lord Palmerston, lord Derby, lord John Russell, il signor Disraeli ecc. non levarono mai la voce in Parlamento contro quei terribili esecutori, dovette formarsi in loro un saldo convincimento che in certi luoghi, in certe congiunture, e con certa gente è d'uopo soffocare sentimenti innati di benignità e umanità, e addivenire a questa dolorosa ma pur vera conclusione, che esprimeva il generale Pinelli nel tanto vituperato proclama «LA PIETA' E' UN DELITO».

Diranno: Alla fin fine i briganti sono traviati è vero, ma Italiani. SI, sventuratamente, questa è pianta indigena, non in tutta Italia, ma nelle Provincie Meridionali e nella campagna di Roma, ove più regnarono, e regnano ancora, la immoralità, la corruzione, la miseria, l'ignoranza, la superstizione. Diffondendo l'amore al lavoro, i mezzi di procacciarlo, l'istruzione popolare, la malefica pianta finirà per isterilire: ma oggi non vi ha attrattivo di sorta, non ragioni bellamente pensate che siano tali da far ravvedere queste fuste di barbari, parte rotti al mal fare, rimanenze di ergastoli e di galere, e parte accesi da fanatismo religioso per cui quanto più inferociscono tanto s'avvisano di meritarsi maggiormente l'eterna salvezza. I giornali legittimisti di Francia, mostrando simpatia e ammirazione a questa gente, recano ingiuria alla loro eroica e memoranda rivoluzione di Vandea, alla fama incorrotta di Larochejaquelein, di Lescure, di Stofflet, di Charette, di Catelineau rintracciando una parentela di sentimenti con quelli, oh orrore! di fra Diavolo, di Rodio, di Sciarpa y di fra Mammone, di Chiavone, di Donatello e di Cipriano la Gala.

Cosa singolare, ma facilmente esplicabile nella storia dei Borboni


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di Napoli, questa alleanza colla gente più perduta di costumi, più diffamata per delitti, e per sete di sangue e di saccheggio!

Duole a capo di queste masnade che si segnavano con la Croce di Cristo, e m ogni luogo invece degli alberi della libertà piantavano le croci, incontrare un cardinale di Santa Madre Chiesa, Fabrizi Buffo «scostumato in gioventù, lascivo in veechiezza» (Colletta), che del 1799 racquistò coll'aiuto di esse il soglio a Ferdinando IV. Carlo Botta ce lo dipinge nell'assalto di Altamura, occupata dai republicani. « Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più incrudeliva era miglior tenuto, e chi mescolava gli schemi, le risa, e gli orribili oltraggi contro la pudicizia alle preghiere supplichevoli, ed alle lamentazioni disperate dei tormentati e degli immolati, era da quegli uomini disumanati applaudito. Queste cose si facevano in cospetto di un cardinale di S. Chiesa, o lui comandante, o lui tollerante, o lui contrastante, degno di eterno biasimo nei due primi casi per l'atto, degno ancora di reprensione nell'ultimo, per non avere abborrito dal  continuare a reggere gente, a cui era diletto lo stuprare, il rubare, il tormentare, l'uccidere (1)».

Pronio ne' suoi primi anni fu cherico; ma spinto da maio ingegno, prese patente di armigero nelle squadre baronali del marchese del Vasto: quindi reo di omicidii, andò condannato alle galere, dalle quali per forza ed industria fuggitivo, passò a correre le campagne; fattosi partigiano de' Borboni combattè fortunato contro i Francesi; e scelto capo dagli uguali, acquistò fama, sicurtà e ricchezze. Rodio, di civili natali, fu primo esempio d'uomo gentile non macchiata di colpe che abbracciasse quelle parti sino allora seguite da' peggiori, e fu gridato capo. Michele Pezza, nato in Itri di basai parenti, omicida e ladro, per continue venture o scaltrezze, vincitore ad ogni cimento, scampava i pericoli: e la plebe napoletana, però che dice scaltrissimi ed invincibili il diavolo e i frati, lo chiamò frà Diavolo; ed egli, per argomento di prodezza e fortuna, ritenne il soprannome nelle guerre civili e sino a morte. Correndo da Portella al Garigliano trucidava i corrieri e qualunque gli desse ombra di recar lettere o ambasciate, si che il commodoro Trowbridge (incresce ritrovare gl'Inglesi alleati con tali uomini!) scriveva: questo gran diavolo per noi è un Angelo (2). Nella stessa provincia ma in altra contrada, quella di Sora, guerreggiava capo di molti Gaetano Mammone mulinare: ingordo di sangue umano, lo bevea per diletto: beveva il proprio sangue ne' salassi suoi; negli altrui, lo chiedeva e tracannava; gradiva, desinando,

(1) Storta d'Italia, Libro XVIII.

 (2) Vedi le Memorie storiche* sulla vita del cardinal Fabrizio Ruffa, scritte dall'abate Dom. Sacchinslli, già segretario di quel porporato (Napoli 1836 tip, Cario Cataneo), pag. 186.


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avere su la mensa un capo umano, di fresco reciso e sanguinoso; sorbiva sangue o liquori in teschio d'uomo, e gli era diletto a mutarlo. Immanità non credibili se il publico grido, ohe spesso amplifica i fatti maravigliosi, non fosse confermato da Vincenzo Coco, uomo ed autore pregiatissimo, consigliere di Stato, magistrato integerrimo che da istorico narra e da testimonio accusa le riferite crudeltà. Mammone in quelle guerre civili spense 400 almeno francesi o napoletani, e tutti di sua mano, facendo trarre dal carcere i prigionieri per ucciderli a gioia del convito, stando a mensa coi maggiori della sua torma. Eppure a tal uomo, o a questa belva, il re Ferdinando e la regina Carolina scrivevano: «Mio generale e mio amico ».

Taccio il Cristallaro, cosi nomato perché venditor di cristalli, il quale arruolò del 1799 grosso stuolo di lazzari, che senza amore di parte, ma per guadagni e rapine si giuravano sostenitori del trono; taccio il Tanfano, che dirigeva numerosa compagnia di congiurati e concertava domestiche guerre co' sovrani della Sicilia, col cardinale Ruffo, con gli altri capi delle bande regie: riceveva denaro e lo spartiva co' suoi; aveva armi e mezzi di sconvolgimento: preparava le azioni e le mosse: lettere della Regina lo chiamavano servo e suddito fedele, amico e caro al trono ed a lei. Taccio De Cesare, Boccheciampa, Corbara e Colonna, tutti e quattro fuggitivi di Corsica per delitti, de' quali il secondo antico soldato di artiglieria e disertore, il terso e il quarto, vagabondi e viventi di male arti (Colletta), e il primo, De Cesare, in patria servitor di livrea, e in Puglia fattosi erodere il Principe ereditario, rivocava magistrati, ne creava novelli, vuotava le casse dell'erario, imponeva taglie gravissime alle case dei ribelli: obbedito più di vero principe perché più ardito e secondato da popolo pronto alle esecuzioni. L'arcivescovo di Otranto ohe da lungo tempo conosceva il principe Francesco, e che l'anno innanzi in quella stessa città era stato seco alle cerimonie della chiesa e della reggia, accertò dal pergamo essere il presente quel desso, come che dopo un anno, per i travagli di guerra e di regno, apparisse mutato nell'aspetto. Il cardinale Ruffo ammonì dapprima segretamente il De Cesare, si guardasse bene che la commedia non si convenisse in tragedia, e dopo che ogni cosa era andata a seconda del vento, quando egli fu giunto in Matera, e per non far finire a un tratto senza alcun compenso, l'illusione del comico principato, (sono parole dell'abate Sacchinelli) salutò in publico De Cesare, dandogli il grado di generale della 5^e 6^ divisione: e sebbene tali divisioni fossero altrettanto chimeriche, quanto l'era il principato, pure de Cesare assisteva nella Segreteria del porporato per ottenere la spedizione della nomina». Il Corbara, desideroso di porre in salvo le male acquistate ricchezze, bandi ch'egli, portando seco il contestabile Colonna andava in Corfù


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per tornare con poderose schiere di Russi: e che lasciava luogotenente generale nel regno il fratello del re di Spagna (Boccheciampe). Si partì. Uscito appena dal golfo, preso da pirati, perde ricchezza e morì: il Colonna non morì, ma il suo nome scomparve. Boccheciampe fu poi morto, difendendo il castello di Brindisi da vascello francese.

Come per riacquistare il trono, così per assordarlo non ebbero ritegno i Borboni di far capo ai briganti per isbigottire e molestare la parte liberale. Regnante Ferdinando II, scrive il d'Ayala (1) come nella provincia di Salerno fossersi date ampie patenti di formare squadriglie, uccidere e taglieggiare in ispecial modo i miseri cittadini del Cilento, ai due pessimi uomini Vairo di Laurino e Pasquale di S. Mauro, il quale ultimo si presentava in Gaeta al Re per assicurarlo del suo mandato, tanto più che qualche sospetto cadeva sopra di lui, per essere stato nel 1848 capitano della Guardia nazionale. «Avrete l'arte, dicevagli Ferdinando, di schiacciare la testa a tutti i liberali delle vostre parti? Vi troverete il capitano Gambons dei gendarmi, il quale, pe' suoi meriti, da caporale che era nel 1848, sarà fra poco capitano e ricco».

Gli spiriti feroci del padre non si smentiscono nel figlio, il quale, all'ombra del Triregno (2) dalla sublimità caduto nel fango, spesa e attizza a barbarie quelle torme di briganti che infestarono e infestano tuttavia quelle ridenti provinole, che male seppe serbare e difendere. Chi sieno i Cipriano la Gala, i Crocco, e simile gente di scarriera, cel dicono i delitti che commettono ogni giorno, e le ferocie di cui seminano tutti i loro passi. Costantino Nigra, nella sua relazione sulle condizioni di Napoli, ci delineò con fieri tocchi e accesi colori il ritratto di uno di essi, Carmine Donatello; da lui si giudichino i suoi socii. «Pastore di capre in origine, di costumi depravati, analfabeta, reo di molti omicidii e di altri gravi misfatti (3), evaso di galera, si


(1)  Vita del re di Napoli. Torino; tip. Steffenone, 1856.

(2)  Le perquisizioni e gli arresti fatti in questi ultimi giorni dalle truppe francesi non lasciano più ombra di dubbio a tale riguardo:  l'atteggiamento ostile e le parole profferite in solenni occasioni da una parte del clero, le armi, la polvere, i proclami scoperti in parecchi conventi; i preti, i monaci sorpresi nelle file dei briganti, nell'eseguimento delle loro imprese, attestano in modo irrepugnabile donde e in cui nome partono questi eccitamenti. (Circolare del 24 agosto 1861, del barone Bettino Rie asoli, ministro degli Affari Esteri, ai rappresentanti del Regno d'Italia all'estero)

(3)  30 delitti; 15 furti qualificati e consumati: Stentativi di furto; 3 omicidii volontarii; 2 omicidii mancati, bestemmie, resistenza alla forza publica, ecc.

Costui si ebbe da Francesco li il brevetto di comandante in capo in data di Roma, 28 febbraio 1861! (vedi la Lettera del Donatello, 16 aprile 1861, nell'opuscolo di Marco Monnier, Sul brigantaggio, pag. 57)»


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univa nel settembre scorso (1860) «i liberali, prestava il suo braccio ignominioso alla rivoluzione, e siccome era fornito di coraggio personale e di attività, giungeva persino ad acquistare una certa influenza nel circondario. Sperava egli dal nuovo governo perdono e favori; ma scorgendosi invece pendere sul capo la mano della giustizia, il Donatello, spinto dalla fame, e disperando di ottener grazia, tornò alla antica vita di omicida e di ladro. Carcerato in seguito a mandato di arresto, l'assassino riusciva ad evadersi, aiutato da alcuni suoi amici facenti parte della Guardia nazionale. Uscito in libertà, si diede a far socii ed a scorrere la campagna. Prima che si avesse truppa disponibile da mandare sui luoghi (1), la banda divenne numerosa ed insolente. Si fu allora che i partigiani del cessato governo borbonico credettero di poter dare uno scopo politico alla comitiva e trasformare il brigante in capo di partito. Il Donatello vi trovava il suo conto nell'oro che gli si diede, nella nuova dignità assunta, e nella speranza di quei medesimi compensi che i Borboni nel secolo scorso accordavano a fra Diavolo, a Mammone, ai banditi del cardinale Ruffo».

Borjès compirà il quadro abbozzato da Nigra. Ecco alcuni tratti del suo giornale:

22 ottobre 1861. Il capo della banda (Crocco, sopranome di Donatello) è giunto questa notte, ma io non l'ho veduto. Egli è andato a dormire con una sua concubina, che egli tiene in uno de' boschi vicini con grande scandolo di alcuni.


(I) Il generale Della Rocca, comandante supremo delle truppe nelle provincie meridionali al di qua del Faro, nei primi sei mesi dopo l'annessione, proponeva già fin dal 30 marzo 1861 in una relazione a S. A. R. il Principe di Carignano, luogotenente generale del Re, che anzitutto si fosse addoppiato il numero delle milizie, che era di soli 15,000 uomini, acciocché si fosse potuto provvedere all'osservanza delle leggi in tutti i capiluoghi di provincia: secondamente, si stabilissero quante più possibili stazioni di Carabinieri Reali ne*Comuni e nei distretti, essendo temporaneamente bastante nei capiluoghi di provincia il presidio militare aiutato dalle Guardie nazionali; terzo, si cambiassero tutti, o in parte, i comandanti militari territoriali delle provincie, perché vecchi, o senza attitudine militare, od oscuri affatto de' regolamenti; quarto, finalmente, si surrogassero con persone dell'Alta Italia quasi tutte le autorità civili della provincia, poiché la più parte o inette alla gravita dell'opera loro commessa, o famigerate per contegno immorale, o mal rispondenti alla fiducia delle popolazioni. «Se il Governo centrale, conchiudeva il Della Rocca, non porta rimedio a questi mali, presto il disprezzo delle popolazioni si estenderà all'attuale forma di governo».

Quest'ultimo fatto, per felice ventura non si è avverato: ma non é infondato il credere che se il Governo avesse dato retta ai consigli dell'illustre generale, il brigantaggio, che egli aveva saputo spegnere nella sua prima fasi, non sarebbe ripullulato, e l'onorevole Ferrari non avrebbe avuto occasione di filosofare in Parlamento sul saccheggio di Pontelandolfo e di Casalduni.


206   RIVISTA CONTEMPORANEA

28  ottobre. Non posso comprendere quest'uomo, che, a dir vero, coglie molto denaro: cerca l'oro con avidità.

29  ottobre. Crooco e i suoi hanno rubato molto.

30  ottobre. Abbiamo un allarme: la gente di Crocco fugge come un branco di pecore: resto con i miei officiali al posto, e mostro disprezzo per quei vigliacchi, onde farli arrossire, e costringerli a condursi meglio, te è possibile, ma tutto è inutile.

3  novembre. Dopo un combattimento di oltre due ore c'impadroniamo della città (Trevigno): ma debbo dirlo con rammarico, il disordine più completo regna fra i nostri, cominciando dai capi stessi; furti, eccidii, ed altri fatti biasimevoli furono la conseguenza di questo assalto. La mia autorità è nulla.

4  novembre. Alle 8 e 1(8 sono informato che Crocco, Langlois e Serrravalle hanno commesso a Trevigno le più grandi violenze. L'aristocrazia del luogo erasi nascosta in casa del sindaco, e i sopraddetti individui, che hanno ivi preso alloggio, l'hanno ignobilmente sottoposta a riscatto. Più, percorrevano la città, minacciavano di bruciare le case de* privati se non davano loro danaro. Langlois interrogato da me intorno alle somme raccolte in quel luogo, mi ha risposto che il sindaco gli aveva dato 280 ducati soltanto, e che questo era tutto quanto avea potuto ottenere.

5 novembre. A Caliciana è stato saccheggiato tutto, senza distinzione a realisti o a liberali, in un modo orribile; è stata anche assassinata una donna, e a quanto mi dicono, tre o quattro contadini.

8 novembre. Riuniamo la truppa, e prima di partire, Crocco fucila in una sala della città don Pian Spazziano; poi abbiam fatto strada verso Crusca, ove noi siam giunti a tre ore di sera: la popolazione intiera ci è venuta incontro; e malgrado di ciò avvennero non pochi disordini.

9  novembre. Giungiamo ad Alliano, dove la popolazione ci riceve col prete e colla croce alla testa, alle grida di Viva Francesco II; ciò non impedisce ohe il maggior disordine non regni durante la notte. Sarebbe cosa da recar sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuti»

10  novembre. Siamo  entrati in Astagnano in mezzo all'entusiasmo, con ordine ai soldati, che abbiamo pagati prima di alloggiarli, di osservare la più stretta disciplina.  Ma siccome hanno l'abitudine del male* hanno cominciato a farne delle loro solite, di guisa che siamo costretti a fucilarne due.

14 novembre. Ci mettiamo in marcia verso Grussano, dove giungiamo a 10 ore del mattino. Alloggiamo la truppa, e i nostri capi vanno a rubare dove più loro piace.

16  novembre. Compiuto il combattimento di Pietragalla, abbiamo preso alloggio, per non essere testimonio di disordini contro i quali sono impotente. Temo che Crocco il quale ha molto rubato,  non commetta qualche tradimento.

17  novembre. Giungiamo a Lagopesole. Crocco ci lascia sotto pretesto di andar a cercare del pane, ma temo che sia piuttosto per nascondere il danaro e le gioie che ha rubato durante questa spedizione.

24 novembre. Arriviamo a Ricigliano. I disordini più inauditi avvennero in questa città; non voglio darne i particolari, tanto sono orribili sotto ogni aspetto.

27 novembre. Crocco riunisce i suoi antichi capi di ladri, e da loro i suoi antichi acoliti. Gli altri soldati sono disarmati vi oleate mente: prendono


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loro in ispecie i fucili rigati e quelli a percussione. Alcuni soldati fuggono, altri piangono. Chiedono di servire per un po' di pane: non più soldo, dicono essi: ma questi assassini sono inesorabili. Si danno in braccio a capitani della loro tempra, e li congedano dopo un digiuno di due giorni.

Queste sono le gesta dì colui che il Monde chiamava testò: le hardi partisan de la colonne royoliste!

Io non so se i fatti e le ragioni da me esposte faranno capace il lettore della necessità di provvedimenti severi e inflessibili per il reprimento del brigantaggio; a ogni modo, se non approverà, io ho per fermo che egli si farà un giusto concetto delle condizioni in cui Tonano gli ufiziali italiani, costretti a un modo di guerra scarso di quell'entusiasmo e di quel sublime attrattivo che ridestano le guerre grandi e regolate, né li chiamerà con lord Derby, soldatesca brutale e sbrigliata, se oppressi dai consigli imperiosi e dalle grida pietose di popolazioni le quali domandano anzitutto di vivere, possono eccedere talfiata nel difficile adempimento del loro sacro dovere. Illegalmente e arbitrariamente operò il Governo francese allorquando nell'entrare di questo secolo feroci masnade correvano il Piemonte, eppure « checché si possa dire rispetto alla illegalità del procedere, la severità fu applaudita. La ricordanza non ne è scomparsa e i nostri vecchi attestano ancora oggidì la riverenza che loro ispirava il contegno di un governo che aveva voluto a ogni costo procacciare la quiete publica e farla rispettare».

Sono parole di un illustre magistrato, di opinioni temperate e sapienti (1). Approfitti il Governo dell'esempio, e le Provincie Meridionali, la cui sorte ci deve stare profondamente in cuore, gli sapranno miglior grado che se egli obbedisse per sorte ai consigli di lord Derby o del sig. Disraeli.

Quest'articolo era scritto allorquando il Parlamento inglese, venuto in miglior conoscenza degli avvenimenti dell'Italia meridionale, corresse la mala impressione che i discorsi pronunciati nelle tornate del 27 febbraio e 12 marzo avevano prodotto negli animi dell'universale. Nella tornata dei Comuni dell'11 di aprile il sig. Bowyer, deputato irlandese, avendo rotto una lancia in favore del brigantaggio, sir Layard, sir Gladstone, cancelliere dello scacchiere, e lord Palmerston restituirono nella loro interezza la verità dei fatti, e scolparono il Governo di Vittorio Emanuele dalla taccia appostagli di crudeltà e


(1) Fródéric Sclopis, La Domination francaise en Italie, 1800-1814 (Paris 1861 ).


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di barbarie. «II popolo napoletano, disse il Layard, unitosi spontaneamente col nuovo governo, non può mutare carattere in un giorno. I vizii che esistevano in quelle provincie sono la conseguenza di un lungo periodo di cattivo governo; a questo, non già alla presente amministrazione vuoi essere ascritto quanto succede oggidì. Il popolo fu corrotto e abrutito (the people had been corrupted and brutalized), né puossi sperare che sia riformato in un attimo. Il signor Bowyer ha detto che le persone le quali provocano ora tanti disordini nelle provincie napoletane non sono briganti, ma fedeli e leali sudditi di Sua Maestà, e onest'uomini. Io vorrei trasportare l'onorevole mio collega in ispirito ― non in persona ― perché sebbene egli simpatizzi per la loro causa, io non gli augurerei di cadere negli artigli di questi leali sudditi e onest' uomini» {Risa).

Lord Palmerston, accennate le orribilità commesse dai briganti, soggiunse: «Queste atrocità dovrebbero rimuovere chicchessia dal farsi avvocato di una causa cosi sozza. Se la parte meridionale d'Italia é agitata e commossa, non è già dall'insurrezione del paese (not by internal insurrection: i giornali francesi tradussero: il ne favi point l'attribuer à l'interventìon!), non dal popolo, ma unicamente e intiera-mente da emissarii, schiuma di gentaglia mandata per ammazzare e distruggere col fuoco, ed anche per abbruciare viva la gente (1)!

Le dimostrazioni di gioia e di affezione che circondano in questi giorni il re d'Italia nelle provincie meridionali sono ima riprova solenne di questa sentenza del primo lord della Tesoreria.


(1) Non si creda che lord Palmerston abbia esagerato: per non dire che di cose a me notissime, osserverò come due soldati del mio reggi* mento furono, nel luglio scorso, in Capitanata attaccati ad un albero, e bruciati vivi da una squadra di briganti.







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