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La lettura della pubblicistica antisabauda sconosciuta ai più – ma nota, presumiamo, a ricercatori e cattedratici che hanno accesso a biblioteche pubbliche e riservate – da la misura dello scontro in atto fra le elites unitariste del Nord e del Sud e coloro i quali tentarono una disperata resistenza contro la omologazione politica e culturale. Perché dietro le belle affermazioni sulle nuove libertà si celava una dittatura feroce delle nuove classi dirigenti che adoperarono lo statuto albertino come un bel paravento per  nascondere ogni nefandezza.

Nelle pagine di Enrico De Valori, patrizio toscano, troviamo le parole di Cialdini su Napoli (finora a noi ignote):

«Io  farò subito fuoco, io tirerò, io bombarderò, io raderò al suolo qualunque dei dodici quartieri di Napoli, ed anche tutti  dodici se fa bisogno.»

Troviamo pure una delle più belle e sintetiche descrizioni del comportamento di Francesco II di fronte all'incalzare degli eventi:

“Tradito, abbandonato da tutti, circondato di nemici e da spie; il cuore però pieno d'amore pe' suoi popoli, di fierezza per la sua stirpe, di attaccamento a suoi doveri, Francesco II lasciava la sua capitale per risparmiarle gli orrori della guerra civile, ed andava a Gaeta a meravigliare il mondo con una delle più belle difese, che ricordi la storia.”

Illuminante anche le cifre riportate circa la diffusione del carbonarismo e delle sette nel Regno di Napoli (notizia che si ritrova anche nel testo di Oreste Dito, Massoneria, carboneria ed altre società segrete nella storia, 1905), cifre che rendono meno inspiegabile il collasso dello stato borbonico:

"Il generale Colletta porta a 642,000 il numero dei Carbonari che si trovavano nelle Due Sicilie nell'anno 1820. Stante ad un documento della Cancelleria austriaca, la vera cifra avrebbe sorpassato il numero di 800,000. Or dunque, il Piemonte, chiamando in suo aiuta le società segrete, sapeva bene che in Sicilia e nel reame di Napoli, si sarebbe risposto al suo appello e che avrebbe trovato dei traditori nell'esercito, nella amministrazione e perfino fra i consiglieri della corona."

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RISPOSTA
alla Nota del Barone Ricasoli
RIVOLTA
A GIUSTIFICARE TUTTI I DELITTI
LETTERA
di un Guelfo ad un Ghibellino
DI
ENRICO DE VALORI
Dal Francese liberamente recata in Italiano
DA
ALBINO Conte GRAZIADEI







VERONA
Pubblicazione del Giornale

1861
Si ruppero ad un linguaggio perverso.
Salmo XXXIII.
Signor Barone!

Voi siete Ghibellino, vale a dire partigiano dello straniero, come i vostri maggiori lo furono dello imperatore; io invece sono Guelfo, cioè partigiano della libertà, dell'autonomia, e dei singoli dritti dei diversi popoli Italiani. Patrizio di Firenze, voi avete tradito la madre vostra, e la consegnaste incatenata alla soldatesca Piemontesi, io pure sono patrizio di Firenze, ma fedele alle tradizioni dei miei antenati vinti a MONTEMURLO, mentre si battevano per l'indipendenza della patria, ogni giorno protestai contro l'usurpazione di colui che, salvato dalle fiamme dal granduca Leopoldo, gli ha addimostrata la propria riconoscenza involandogli lo stato ed i privati suoi beni. Cattolico, voi avete rinnegata la Chiesa Romana; io, giurai fedeltà al Pontefice-Re, e ne difenderò i dritti fino alla morte!

Dopo di aver folto di Firenze una prefettura, voi sognaste una città di provincia che si noma Napoli, ed una capitale che appellasi Roma.



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Il conte Cavour ei pure segnò tal cosa, e per realizzarla non ebbe raccapriccio dell'assassinio di CASTELFIDARDO, e del Memorandum menzognero del 12 settembre.

Ma il Conte di Cavour era Piemontese, nato suddito del re galantuomo, e non era desso, infine, che aveva inaugurata questa politica sovversiva di ogni ordine stabilito, che Carlalberto lasciò in retaggio a suoi figli. Voi Signor Barone, voi non avete neppure, a vostra scusa, questa circostanza attenuante; siete nato a Firenze, ed il vostro monarca chiamasi Ferdinando IV Orbene, se l'Europa monarchica ha giustamente stigmatizzata la condotta del Conte di Cavour, ed il di lui memorandum del 12 Settembre; quale accoglienza sarà per fare all'impudente ed audace circolare vostra del 24 Agosto? Sapete voi, come in Francia ed in Europa tutti esprimano la propria incredulità, in riguardo a certe notizie e dispacci? Ciò proviene da Torino, dunque non vi è una parola di vero: ecco quanto si dice.

Per me trovo eguale il diritto cosi a Napoli, come a Firenze, e qual difensore delle diverse nazionalità oppresse, io vi debbo una parola di risposta.

Non già ch'io voglia confutare le vostre false asserzioni, come faranno altri; ciò ch'io voglio, si è il ricercare, l'idea-madre, per così dire, che vi ha inspirato; lo scopo vostro recondito non era già Napoli.

É cosa troppo evidente che, dal momento che un primo ministro si arrabatta presso tutte le Cancellerie dell'Europa, per ismentire l'insurrezione delle Provincie Napolitane, questa esiste, seria e formidabile.


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Il Conte di Cavour, ch'eravi maestro in politica, venne degnamente flagellato dalla focosa eloquenza dell'illustre Conte di Montalembert; voi, Signor barone, sarete contradetto da una penna più oscura: a ciascuno ciò che si merita


I.


E per cominciare, permettetemi ch'io vi dica, come subito vi smascherate, non essendo le vostre prime armi, degne di un diplomatico.

Voi siete il primo ministro di un uomo, che si intitola re d'Italia; in tale qualità, vi rivolgete a tutti i Sovrani d'Europa e posate per principio un dritto, le di cui prime conseguenze sarebbero, la giustificazione di tutti gli attentati e dei regicidii che hanno «paventata ed insanguinata l'Europa; voi assimilate la più spaventevole anarchia che rammenti la storia, collo stato normale di pace, e la più empia licenza voi dritto delle genti.

Voi avete bisogno, pel momento, di crearvi un re d'Italia, che sia provvisorio; voi desiderate dunque che questo regno venga riconosciuto dalle grandi potenze, ed inviate a Pietroburgo, a Berlino, a Madrid, a Bruxelles un panegirico del furto, dell'assassinio, de) regicidio.

Perché, signor barone, a fianco de' vostri eroi, quali sono, Robespierre, Danton, Marat, Louvel, Agesilao Milano, non avete pur messo Oscar Beker, e non l'onorate della stessa apoteosi? A Berlino finiranno per trovare che non avete abbastanza spirito!


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Voi paragonate ingenuamente gli scannatoli di Cialdini e di Pinelli, ai Carlisti, ed agli Jacopisti che combattevano per la legittimità, ma non per l'indipendenza della patria. Voi avete ingegnosamente immaginato, che la guerra civile e la straniera sono sinonimi: sarà bene che se lo rammentino nella Venezia! Per voi, ciò che v'ha di più eroico, di più ammirabile nella storia contemporanea, è la morte di Luigi XVI, della regina e del Delfino, il supplizio dei Girondini, il saccheggio di Lione, i massacri di settembre, le distruzioni della Vandea, gli annegamenti di Nantes; voi applaudite alle barricate di giugno, ma passate sotto silenzio quelle del 1852!.... Ecco ciò che vuol dire, aver bisogno di alleati!....;

Ora entriamo nella questione, e ricerchiamo questa idea-madre che vi ha dettato sì nobili pagine? lo non dovrò girmene molto lunge. Eccola: — o La nazione non può. per nessun conto non riconoscere in se stessa il dritto, di dichiararsi separata dalle altre provincie e straniera alla loro sorte, la nazione Italiana è costituita, e tutto ciò che è Italiana le appartiene.

«Noi non vogliamo transazioni; vogliamo Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Modena, Parma, Malta, Ajaccio; l'Italia una ed indivisibile; la libertà, 1'eguaglianza, la fratellanza, o la morte» — Ma quale è dunque, di grazia, questo nuovo diritto? quale è la legge naturale, divina od umana che costringe un popolo ad accettare il giogo intollerabile d'un altro popolo, che dichiara una regione annessa ad un'altra perché, dopo aver occupato militarmente un paese,


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si immaginò il mezzo termine di un plebiscito che il giorno dopo era respinto dall'insurrezione della maggioranza, e conosciuto per vano dal Times e dal Debats stessi? Questo strano diritto non è nuovo, e non vi resta neppur il merito di averlo rinvenuto: voi volete l'Italia una e la distruzione del papato; voi non siete che un adepto ed eccovi la legge che lo sancisce:


PATTO SOCIALE COSTITUZIONALE DELL'AUSONIA(1).


«Art. 1.° — L'Ausonia si compone di tutta la penisola italiana, circoscritta a levante dal Mediterraneo, al Sud dallo stesso, all'Ovest dalle creste delle più alte Alpi, dal Mediterraneo sino alle montagne le più elevate del Tirolo che la separeranno a Settentrione dalla Baviera e dall'Austria. Tutti gli antichi stati Veneziani saranno compresi nell'Ausonia sino alle Bocche di Cattaro. I suoi confini colla Turchia saranno limitati dai monti della Croazia, Trento e Sienna (?) compresi. Tutte le isola dell'Adriatico e del Mediterraneo, situate almeno a cento miglia dalle coste di questa nuova Repubblica, faranno esse pure parte del suo territorio, e le truppe al suo soldo le occuperanno.

«Art. 2.° — Tutti i governi esistenti nella periferia del territorio che si è designato, cesseranno le loro funzioni immediatamente dopo la pubblicazione del


(1). Costituzione ed organizzazione dei Carbonari, o documenti esatti sovratutto ciò che concerne l'esistenza, L’origine e lo scopo di questa società segreta per M. Saint-Edme. Parigi, 1821, pag. 112, 113 e seg.


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presente patto sociale, e si sottometteranno a quello della Repubblica dell'Ausonia.

«I loro archivi, armi, casse e proprietà mobiliari ed immobiliari (sic) di qualsiasi natura, saranno rimesse intatte fra le mani degli agenti della Repubblica.

Quelli che si opporranno a questa volontà irremovibile del popolo sovrano dell'Ausonia, saranno deportati per tutta la vita in una delle sue isole, stabilita per servire d'asilo ai nemici dello Stato.

«Art. 33. — La religione cristiana, che un Concilio generale di tutti i Vescovi rieletti o confermati della Penisola ristabiliranno nella sua purità primitiva, sarà dichiarata la religione della maggioranza dell'Ausonia.

«Art. 35. — Il Concilio eleggerà un Patriarca per l'Ausonia, ed il suo trattamento sarà decuplo di quello degli Arcivescovi. Il Papa attuale sarà pregato d'accettare questa dignità, e riceverà, per indennizzo delle sue rendite temporali, riunite al dominio detta Repubblica, una indennità personale, pagata annualmente vita sua natural durante, oltre al trattamento di Patriarca, ma che non potrà essere continuato a suoi successori.

«Art. 36. — Il Sacro Collegio dei Cardinali non potrà risiedere nella Repubblica, che non lo riconoscerà né sarà per pagarlo che durante il tempo della vita del Papa attuale. Dopo la morte di questo Papa, se questo Collegio ne elegge un nuovo,, questo capo dovrà trasferire la sua sede fuori del territorio della Repubblica.»

Voi beo vedete, signor barone, che la vostra politica non è nuova, e che un grande eletto all'apertura d'una Vendita non parlerebbe meglio di voi.


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Inoltre, Vittorio Emmanuele non è figlio egli pure d'un carbonaro, e suo padre Carlalberto, facendosi iniziare ai segreti delle Grotte, non ha egli detronizzata la Casa di Savoja a profitto del Carbonarismo, vale a dire a profitto della Setta che ha giurato la distruzione dell'ordine sociale, della religione e del papato?» Isolate dal mondo, non osando mostrarsi in pubblico, la libertà, l'eguaglianza si rifuggiarouo nelle foreste, si nascosero fra le vendite, fra le grotte le più segrete, e là, riprendendo la toga virile di cui noi siamo rivestiti, aguzzarono le loro accete, ed i loro pugnali, e giurarono di rovesciare in un sol giorno tutti gli oppressori di queste belle contrade. Noi tutti l'abbiamo fatto, sovra il segno sfolgorante della redenzione del mondo, il sacro giuramento di ristabilire la sana filosofia. Il momento è giunto, miei buoni cugini, la squilla dell'insurrezione generale è suonata, i popoli armati sono in marcia; al levare dell'astro del giorno i tiranni avranno vissuto, la libertà sarà trionfante.»


II.


I vostri progetti, Signor barone, e quelli dei Carbonari, vostri buoni cugini essendo noli, niente di più facile di comprendere gli avvenimenti che avvengono nella Penisola da due anni, ed i mezzi che furono impiegati dal Piemonte per raggiungere il suo scopo. Io non perderò tempo qui, a narrare la storia delle annessioni di Firenze,


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 di Modena, Parma e delle Romagne; voi ed il dittatore Ferini ne sapete abbastanza. Non vi si è dato certamente, a tutti e due, il Collare dell'Annunziata, per aver servito fedelmente Leopoldo 11, l'invitto Francesco V, e l'ammirabile duchessa di Parma. Tagliere corto per venire al punto, in cui, per stringere da ogni lato la città eterna, il Piemonte decretò l'invasione iniqua della Sicilia e del reame di Napoli.

Di tutti gli Stati d'Italia, il reame di Napoli era, senza contraddizione, il più infestato dalle società segrete, le numerose vicissitudini che questo paese aveva subito durante l'epoca della rivoluzione francese, il regno di Gioachino Murat, le reazioni inevitabili in causa delle violenti scosse che rovesciavano e restauravano successivamente delle dinastie si differenti, tutto aveva contribuito a sviluppare coll'influsso della rivoluzione, l'instauramento del Carbonarismo. Il generale Colletta porta a 642,000 il numero dei Carbonari che si trovavano nelle Due Sicilie nell'anno 1820. Stante ad un documento della Cancelleria austriaca, la vera cifra avrebbe sorpassato il numero di 800,000. Or dunque, il Piemonte, chiamando in suo aiuta le società segrete, sapeva bene che in Sicilia e nel reame di Napoli, si sarebbe risposto al suo appello e che avrebbe trovato dei traditori nell'esercito, nella amministrazione e perfino fra i consiglieri della corona. Di più, è riconosciuto dal Diritto pubblico inglese, che la Sicilia è una guarentigia di Malta, come Costantinopoli e Perim sono delle guarentigie per le Indie. Gli Inglesi non erano innocenti della rivoluzione Napolitana del 1830;


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essi avevano date armi ai Napolitani ed inviata una squadra ad incrociare nelle acque di Sicilia. D'altronde, la storia del loro odio pel re Ferdinando ed il loro recente screzio colla corte di Napoli, era una guarentigia, più che sufficiente per il Conte di Cavour, ch'egli avrebbe l'appoggio morale dell'Inghilterra. Voi sapete, Signor barone, che le sue speranze furono sorpassate, e che a Londra si arruolava a suono di tromba ed al grido Dio salvi la Regina dei volontari per la bande di Garibaldi.


III.


Garibaldi alla testa d'una armata composta di avventurieri Ungheresi, Inglesi, Maltesi, Piemontesi ed Americani, avendo delle buone ghinee inglesi nella sua valigia e degli ordini piemontesi nel suo portafoglio, sbarcò a Marsala, in tempo» di piena pace, alla foggia dei pirati e dei filibustieri. In pochi giorni egli fu a Palermo e conquistò la Sicilia, ad eccezione della fortezza di! Messina difesa dall'eroico Pergola. A chi farete vel credere, signor barone, che il popolo Siciliano invocava la dominazione piemontese (1), e che il genio di Garibaldi e l'intiepidita de' suoi hanno bastato' a distruggere l'armata reale? Credete voi forse per


(1) Popolazione italiana, 21,915,243 abitanti. Elettori interini, 419,928. Votanti, 242,367. Deputati eletti, 170,567 [passaggio poco chiaro NdR]. Prelevando 70,000, impiegati che non sono liberi, restano 100,000. Suffraggi indipendenti per rappresentare, 2o,ooo,ooo d'abitanti!

(Gazzetta Ufficiale)


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avventura, che l'Europa abbia perduto la memoria dei traditori che vi hanno consegnato il territorio Siciliano?

Forge che la storia dei carbonari non è la storia di tutti i tradimenti? Stein ed Eikenmayer consegnarono Magonza al generale Custine; Van-der-noot consegnò l'Olanda alle armate della Repubblica; Pfeiffer, Weiss ed Ochs la Svizzera; Reddelon la Spagna, Dolomieu e Boisredon hanno venduto Malta e Bonaparte.

Il vocabolario dei perfidi si è considerevolmente aumentato da due anni a questa parte; ma se i Liborio-Romano hanno preso posto accanto dei loro infami predecessori, ammirabili anche come gli abitatori della Vandea intrepidi come gli Jacobisti, i popoli del reame di Napoli si sono mostrati degni del giovine eroe e della sublime fanciulla che la sorte associava alla sua gloria.

Tradito, abbandonato da tutti, circondato di nemici e da spie; il cuore però pieno d'amore pe' suoi popoli, di fierezza per la sua stirpe, di attaccamento a suoi doveri, Francesco II lasciava la sua capitale per risparmiarle gli orrori della guerra civile, ed andava a Gaeta a meravigliare il mondo con una delle più belle difese, che ricordi la storia.

Io, vel dico schiettamente, signor barone, sono di quelli che credono che in fondo del cuore dell'uomo vi sii sempre una corda che vibra in qualche Momento; sono persuaso che Garibaldi stesso, fosse preso d' ammirazione al racconto dell'assedio di Gaeta, e che una lagrima gli velasse gli occhi, quando udì raccontare che Maria-Sofìa dormiva per due mesi nella casamatta di un corpo di guardia,


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in mezzo alle bombe ed alle polveriere incendiate dal tradimento, che l'acqua ch'ella beveva era corrotta, che la carne di cui si cibava era in putrefazione, e che quest'angelo delle battaglie, in tal frangente, mostrossi più brava de' più bravi fra i suoi vecchi soldati.

lo sono persuaso che voi stesso, riportandovi col vostro pensiero verso quelle montagne delle Calabrie e degli Abbruzzi, ove una razza guerriera ed indomabile difende la santa causa dell'indipendenza e della libertà, vi volgete spontaneamente ai Greci di Filopomene, a quelli di Canaris e di Ypsilanti, alla Vandea, a Charette, ed a Cathelineau.... Ma questi nobili pensieri non sono che fugaci, voi tornate ai vostri vecchi errori, e le vostre parole contraddicono alla coscienza, mentre gettate l'epiteto di briganti ai difensori della causa Napolitana ed ai soldati di Francesco II.


IV.


Signor barone, la bassa espressione di briganti, è precisamente quella stessa di cui si servivano i Convenzionali verso di que' Vandeisti, che voi credereste oltraggiare paragonandoli ai fedeli e coraggiosi Napoletani. Un uomo di gran talento, che pure si era abbandonato ai traviamenti rivoluzionari, La Harpe, la di cui testimonianza certamente non può impugnarsi, arrivò a dire: «Io non dubito che voi vi affretterete a ripetere le favole atroci e stravaganti che spacciavate nella Convenzione circa il fanatismo di que' disgraziati Vandeisti.


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Potete fare a meno di ripetere la vostra lezione, io la so, che non è difficile l'averla appresa; tanto voi l'avete ripetuta. Quante volte non avete voi pinte quelle disgraziate popolazioni come fossero antropofagi, o cannibali, che mangiavano i bimbi, che arrostivano i vecchi, che violavano e massacravano le donne, mutilavano gli uomini, ecc. ecc. Giammai alcuno osò allora contraddire i vostri oratori ed i vostri giornali, vi andava della vita, che si sarebbe inutilmente perduta, lo vi rispondo ora, come allora Io faceva il pubblico silenzio, e come vi risponderà un giorno la voce della Storia.

«Egli è vero che potrei limitarmi ad una replica semplicissima, che per voi sarebbe concludente; cioè tutto ciò che voi dite sono falsità; perché siete voi che le dite. Ma gli schifiltosi potrebbero oppormi che non è poi assolutamente impossibile che dei Montagnardi, dei Giacobini, dei Rivoluzionari (aggiungasi dei Piemontesi) dicessero qualche fiata la verità. Io confesso che ciò non è assolutamente impossibile; ma conviene anche concedermi che ciò è tanto inverosimile da condurre moralmente all'impossibile. Uomini che pubblicamente ti son fatti, della menzogna, e della calunnia, un principio, una abitudine ed un dovere (1), e che sono stati convinti di falso ogni


(1) Non vi ha parola che non sia di una esattezza rigorosa; infatti questa teoria della menzogna, questa consacrazione della calunnia si troverà sempre fra i fenomeni della rivoluzione. Niuno può aver obbliato i discorsi di Danton e consorti circa la calunnia permessa contro i nemici dalla libertà; e ciascuno sa che questo nome di nemici della libertà,


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qual volta fu permesso di farne un'esame, meritano senza dubbio d'essere giudicati indegni di esser» creduti sulla semplice loro testimonianza, e quando mai essi ne allegarono altre? Quando essi parlavano della Vandea, a questa tribuna della Convenzione, che era quella dello scandalo, dell'impostura e del delitto, la contraddizione poteva essere tollerata? Chi è che siasi mai opposto ai rapporti di Barrière, che egli stesso chiamava le sue Carmagnole! Phèlipeaux, che solo osò una volta rivelare una parte degli orrori patriottici di cui la Vandea era il teatro, non ha egli pagato, colla sua vita, il coraggio che non ebbe che una volta e ch'egli ebbe troppo tardi? Quando tutti i giornali mercenari ripetevano le calunnie comandate, la Vandea aveva ella il suo giornale qui che la difendesse? 0 potevasi supplirvi colle corrispondenze? Non solamente tutte le comunicazioni erano interdette, ma tutte le lettere, senza eccezione,


come tutte le altre denominazioni rivoluzionarie, di aristocratici, di realisti, di Chouans, ha sempre significato e significa ancora, per tale esecrabile fazione, tutti quelli che non sono suoi complici o suoi schiavi. Tale definizione, applicata ai falli, offrirebbe poche eccezioni. Ecco prima di tutto il principio. L'abitudine è talmente nota, talmente confessata che sarebbe superfluo, per non dire ridicolo di volerla constatare; di modo che, se per azzardo evvi qualche eccezione) la Storia le citerà come fatti straordinari, come una specie di prodigi È un fatto che tutto ciò che chiamasi Giacobino, Montagnardo, Patriotta, occupasi ogni giorno a comporre la menzogna del domani. La menzogna è un dovere per essi, al punto, che se uno dei loro mostrasse a tal riguardo il più lieve scrupolo, sarebbe trattate come apostata, o disertore, in una parola, come un galantuomo.


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erano consegnate palesemente all'inquisizione dei tiranni, i quali avevano tanto rimproverato all'antico governo la violazione del secreto delle lettere, e poi la portavano ad un grado di impudenza, sconosciuta fino allora; colui che avesse scritto, dai dintorni della Vandea, una sola frase circa la verità, non sarebbe stato perduto (1)?»

Fra noi, che nessuno ci senta, signor barone, non si direbbe che queste linee siano state scritte oggi? Mettete la parola Napoletani nel posto di quella di Vandeisti, e la mia citazione diventa un brano di storia contemporanea italiana (2). Non avremo forse noi, il diritto di dire,'quando voi raccontate gli atti di brigantaggio, le uccisioni, gli incendii, gli stupri che si commettono nel reame di Napoli, che i fatti sono veri, ma che quelli che li rapportano, raccontano la loro propria istoria, e che, secondo l'immutabile loro costume, essi pretendono aver sufferto ciò, che hanno fatto patire agli altri? Ma non si tocca forse con mano, ch'egli è impossibile che gli stessi Napoletani vogliano e possano disonorarsi, imitando l'esempio dei


(1) Del fanatismo riti linguaggio rivoluzionario, ovvero della persecuzione suscitata dai barbari del Secolo XVIII. Parigi, anno V, 1797.

(2) Fucilati senza giudizio ed uccisi in luogo, 1841.— Fucilati senza giudizio, poche ore dopo essere stati fatti prigionieri, 7,127.— Uccisi, 10,624 — Imprigionati, 6,112.— Preti fucilati, 54 — Frati fucilati, 22. — Case incendiate, 118. —Paesi rovinati dalle fiamme, 5.— Famiglie perseguitate, 2,903 —Chiese saccheggiate, 12.—Fanciulli uccisi, 60.— Donne massacrate, 43. — Individui arrestati, 13,629 —E la metà soltanto dei delitti è palese! (Corrisp. Inglese.)


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Vandali, invasori del loro paese? Il loro stesso interesse non esigerebbe invece la moderazione? Non sanno essi forse che non possono sperare di farsi forti e di vincere, se non colle simpatie delle popolazioni?

Se, come lo dite voi, o Signore, gì insorti sono briganti, come mai il popolo che voi qualificate, contraddicendovi, di nobile e generoso, non scaccia, non distrugge questi pochi banditi, di cui parlate? Egli è inutilmente che voi insultate il popolo napolitano; si narrerà un giorno, ciò che questi bravi hanno fatto con si tenui mezzi. Si dirà, che, mentre i vostri proconsoli, i quali non hanno coraggio che allorquando sono dieci contr'uno, dormono a Napoli a portata di un piroscafo pronto notte e giorno a salpare, dei paesani, dei montanari, dei soldati reali disarmati da voi, hanno inalberato la bandiera di Francesco II e della patria, e che per difenderla si gittarono sui vostri soldati, ai quali tolsero le armi che brandivano contro di essi.

Si dirà che 80,000 uomini di truppe piemontesi non hanno potuto vincere una sol volta i Napoletani, che in proporzioni talmente ridicole che li ricopre di onta; e che Cialdini non ha potuto neppure trionfare di un prete, del cardinale arcivescovo di Napoli, se non impadronendosi della sua persona e de' suoi beni (1). Ed ecco ciò che voi avete fatto!


(1) Tutto il reame è io istato di anarchia e d'insurrezione, e Cialdini, ad onta de' suoi pieni poteri e de' suoi 80,000 uomini non ha ponilo renderti padrone dell'attuazione. Il motivo si è che la maggioranza della nazione è risoluta a mantenere la sua indipendenza contro gl'invasori piemontesi, ed il suo dritto d'essere governata dal suo legittimo re.


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Voi avete coperto di ridicolo e di odiosità incancellabili il nome e la bandiera piemontese: Avete reso dei nobili cittadini, dei bravi soldati, degli abili ufficiali, solidarii della vostra inettitudine e della vostra viltà. Tanto a Torino che a Genova, vi hanno uomini di cuore che fremono di sdegno e di dolore;essi, persino arrossiscono d'essere Piemontesi, di condividere in parte il vostro obbrobrio, di vedere la loro lealtà, disonorata dalla vostra fede punica (1). La nobile Savoja ha respirato, il giorno in cui è divenuta francese ed ha rotto i legami che l'avvincevano ad un re, che fa tanto poco calcolo così delle tradizioni come della culla della sua stirpe. Ma, io non voglio lasciarmi trarre fuori di strada dall'analisi della vostra circolare, e torno al mio soggetto


Lodato delle cose è tale, che il governo inglese, il quale ha prestato la sua influenza ed il suo appoggio alt' invasione piemontese; «è responsabile, ed i ministri di S Al. saranno chiamati a render conto, all'apertura del Parlamento, dei delitti dei Piemontesi urll’ Italia meridionale, e dell'oppressione di un popolo sotto la tirannia sanguinaria di un Cialdini e di un Pinelli» (Georges Bowyer, lettera a lord Palmerston, pubblicata dal Times.)

(1) Noi dobbiamo aggiungere al Dome del traditore Liborio, quelli di Nunziante, di de Martino e di Pianelli. Fu a Pianelli, che Gli dichiarava che l'armata non voleva marciare, che Francesco II rispose queste belle parole: «Sei tu che lo dici, Pianelli: io mi metterò alla sua testa, tu al mio fianco; se io muoio, morrò da re, e tu da traditore.»


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L'Italia una con Roma per capitale: Pio IX per Patriarca; Vittorio Emmanuele per re; a seconda del patto dei buoni cugini, è lo scopo cui tendete in concorrenza con Mazzini, il quale pure, da parte sua, domanda un trono, come buon cugino, nel mezzo della sua vendita. Poi, una volta che voi avrete ottenuta questa unità, dirigerete quale memorandum, alle diverse nazionalità, un'esemplare del patto sociale, affinché il piano satanico si compia. Allora vedremo i grandi Stati assorbire i piccoli, e le razze Slave, Germaniche, Scandinave, Greche e Latine invadere l'Europa. I regni di second'ordine spariranno: il Belgio, l'Irlanda, i Principati, la Svizzera, l'Olanda, la Baviera, la Sassonia, l'Hanover, il Wùrtemberg saranno cancellati dal soffio dei grandi Eletti. Compiuto questo lavoro di agglomerazione, e nello stesso tempo di unitarismo, i Carbonari vorranno livellare coll'ordine sociale, l'ordine politico, e distruggeranno i ranghi intermediarii, che costituiscono la gerarchia dalla plebe ai re, come essi hanno distrutto i regni di second'ordine che servivano di satelliti e di baluardi ai grandi imperii. Alla caduta dei Cesari, seguirà ben tosto la caduta del clero, della nobiltà, della borghesia; e la repubblica universale inorpellata di comunismo e di falansterismo stenderà il suo regno sopra la terra. Le maschere cadranno, e l'umanità degenerata, ritornerà ai tempi del Paganesimo e del Basso Impero.


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Ascoltate! «All'origine dei secoli, che suol chiamarsi età dell'Oro, le nostre riunioni erano inutili, miei buoni cugini. Tutti gli uomini, ubbidendo alle semplici leggi di natura, erano buoni, virtuosi e servizievoli; tutte le loro virtù non avevano per scopo che di primeggiare nell' esercizio della beneficienza. La terra, senza padroni particolari, forniva abbondantemente il necessario a tutti che la coltivavano. I bisogni erano moderati, dei frutti, delle radici, dell'acqua pura bastavano alla sussistenza degli uomini e delle loro compagne. Da prima si coprirono con foglie, poi, quand'essi pensarono, corrompendosi, di far guerra alle innocenti creature sovra cui si arrogarono poscia il diritto di vita e di morte, la pelle degli animali servì loro di vestimenta. Questo primitivo oblia nell'umanità distrusse ben tosto la fratellanza generale e la pace primitiva. Gli odii, le gelosie, l'ambizione s'impadronirono del cuore degli uomini (1).»


VI.


Le conseguenze delle vostre teorie, sig. barone, fanno fremere, e l'imaginazione è spaventata alla vista dell'abisso che la diplomazia scava sotto ai piedi dell'umanità intera, accettando una responsabilità, che i ministri di Genserico e d'Attila non avrebbero accettata. La diplomazia, che novera nel suo seno dei Carbonari, v' inganna colle sue insidiose combinazioni: risvegliatevi, o re! et nunc intelligite reges.


(1) Veggasi la succitata costituzione.


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Il soffio tremendo della rivoluzione ha acceso un immenso incendio; eccolo che già si stende dal S. Bernardo al Capo Passaro, dal Sund all'Adriatico; alla luce sinistra dei troni già in bragia e degli scettri ridotti in polvere, non riconoscete voi finalmente il comune nemico, che si avanza col tizzone ardente del socialismo alla mano? Non si tratta, oggi, né di Venezia, né della Sicilia, né della Danimarca; ma bensì di sapere se sovra i frantumi del cattolicismo, di cui Roma è il centro luminoso, debba incominciare il regno dell'Anticristo; se la vivida luce dell'Evangelio e della civiltà cristiana, diano luogo alle fitte tenebre di un razionalismo idolatra, al caos del comunismo, alla fratellanza brutale della concupiscenza; se finalmente il Cesarismo d'una democrazia senza freno, rimpiazzerà la sovranità dei principi strettamente legati agli interessi dei popoli, e se, come spada affilata fra le mani d'un fanciullo, 1 omnipotenza sarà abbandonata a delle nazioni emancipate, che se ne serviranno per sgozzarsi a vicenda. Et nunc erudimini qui judicatis terram!

Ed ora comprendete finalmente, o popoli, cosa si vuol fare dei re, per meglio servirsene. Comprendete, quali sono i vostri veri interessi. Il Papato temporale, che la setta ad ogni costo vorrebbe rovesciare, è il piedistallo immortale, su cui la cattedra della verità deve posarsi sino alla fine dei secoli, pel bene e la salvezza del cristianesimo. La religione cattolica è la civiltà, la libertà, la carità universale, il progresso rigeneratore, l'amore del prossimo e dei popoli, sostituito alla forza brutale della rivoluzione, alla tirannia delle Vendite,


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all'odio di quelli che hanno dichiarato che la proprietà era un furto, che la famiglia era un accidentalità. Quando la religione è minacciata, gl'imperi tremano, la guerra è alla porta degli stati, ed ella vi si precipita colla anarchia e cogli stranieri. Non più commercio, non industria; invece la coscrizione, le leve in massa. I budget aumentano, le imposte divengono insopportabili, e, come i cinquecento milioni del Piemonte, sono divorati in poche settimane dagli oppressori della patria (1). Con qual dritto, o popoli, un pugno di Carbonari riuniti in fondo di una grotta, può osare, trattandovi come un vile armento, di disporre delle vostre nazionalità, delle voglie leggi, della vostra religione, de' vostri costumi, del vostro sangue, dell'oro vostro? Con qual dritto una Vendila composta di sicarii cosmopoliti, ardisce decretare che un popolo ha cessato di vivere che la sua bandiera, che i suoi archivj, che i suoi soldati, che i suoi vascelli sono l'appannaggio d'un altro popolo? Ditemi; puossi spingere più lungi il disprezzo dell'umanità e della società? Sino a qual grado di onta e d' umiliazione non scenderete voi, se non rialzate la testa, e gemete sotto la sferza di questi calpestatori della razza umana?



(1) E voi voleste fare la minima resistenza vi si risponderebbe come il feroce Cialdini: «Io  farò subito fuoco, io tirerò, io bombarderò, io raderò al suolo qualunque dei dodici quartieri di Napoli, ed anche tutti  dodici se fa bisogno.»


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VII.


La diplomazia è impotente a scongiurare la folgore, perché il nembo si è formato in regioni misteriose ove l'occhio dell'uomo non può penetrare. Infine, che importa a noi che la Francia, il Piemonte o l'Inghilterra propongano una soluzione; che lord John Russel guarentisca la Venezia alla Austria e che l'imperatore dei Francesi mantenga i suoi soldati a Roma? La questione non è più europea o diplomatica, ma assunse le proporzioni degli interessi sociali e cristiani, che sono minacciati.

La rivoluzione ha riuniti tutti i suoi battaglioni, ella contrasse una alleanza infernale con tutte le sette nemiche dell'altare, del trono e dell'autorità; per schiacciare quest'idra a tre teste, occorre una Santa-Alleanza di re, un concerto universale di principi che tengano alla loro vita, alla loro corona, a poter compiere, la missione sublime per cui Dio li ha consacrati. Il compito della diplomazia è finito: che la voce del cannone faccia tacere quella della grande nemica dei popoli! Sguainate la spada, o Monarchi, e lasciate passare la giustizia di Dio!.

E voi, che, ad immagine del divin Redentore, di cui siete in terra l'infallibile vicario, redimete colla intrepidità della vostra debolezza, le viltà dei re dell'Europa; augusto perseguitato che, dall'alto del calvario del Vaticano, avete sempre protestato in favore del dritto e della sventura; Pontefice, dolce e clemente, che fate rinculare la potenza del Male; voi che avete accolto fra le braccia quel giovine eroe che,


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fra gli applausi dei valorosi e degli intrepidi, ha portato seco gli ultimi avanzi dell'onore monarchico; voi che l'avete collocato sul Quirinale, come un di i vostri predecessori facevano di Carlo Magno, onorando in esso il principio regale; deh, innalzate al signore una suprema preghiera a ciò che l'ora terribile che sta per suonare, sia la più breve di tutte!


CONCLUSIONE.

Io ho finito, signor barone, le mie dottrine non sono le vostre; e non insisterò d'avvantaggio; ma permettetemi, terminando, di citarvi alcune linee che io scriveva un mese avanti la morte del conte di Cavour: «Sì, noi saremo i profeti dell'oggi; voi avrete il domani per giudicarci, e, fra qualche anno, noi vi domanderemo che siano divenuti i Vittorio Emmanuele, i Cialdini, ed i Cavour; quale è stata la loro vita, quale la loro morte!» Io mi astengo da ogni commentario; se il conte di Cavour, che poteva attenuare la sua demenza, mostrandola figlia di un patriottismo sfrenato, fu chiamato «un gran colpevole» qual nome potrassi dare a voi, che siete venuto da Firenze a Torino, per continuare la vasta opera della rivoluzione e delle società segrete? Signor barone, ricordatevi di quello sfortunato patrizio morto a Londra, lontano dalle rive dell'Arno, lontano dal palazzo de' suoi antenati, lontano dalla cupola di Santa Maria dei Fiori, lontano dalla città di tutte le glorie; morto a Sparta senza aver riveduto Atene!

Aix li 10 settembre 1861.

ENRICO DE VALORI.






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