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"In questo senso anche io tengo per un grand'onore di essere un brigante."

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LA
CIVILTÀ CATTOLICA
ANNO DECIMOQUARTO

VOLUME II.
DELLA SERIE QUARTA

ROMA
COI TIPI DELLA CIVILTÀ' CATTOLICA
1862.

Regno delle Due Sicilie. 1. Colloquio fra S. M. il Re Francesco II e l'ambasciadore francese sig. de La Valette — 2. Pubbliche violenze contro le stamperie di giornali cattolici — 3. Arti adoperate in Sicilia per trarre il clero all'apostasia — 4. Lettera del Ricciardi sopra le condizioni del Regno — 5. Cenni sopra la reazione; stato di Foggia e di Bari descritto a un italianissimo; come tenute le carceri — 6. Riordinamento della Magistratura.


1. Appena fu giunto in Roma il nuovo Ambasciadore francese, signor de La Valette. i diarii della rivoluzione cominciarono a trombare per tutto, che non solo egli avesse posto alle strette il Santo Padre, affinché si volesse alla per fine conciliare paternamente cogli assassini della Santa Sede, cedendo loro all'amichevole il poco che ancor restavagli; ma avesse pure intimato al Re Francesco II la necessità di allontanarsi da Roma, e cercar altrove un rifugio, che tornasse meno molesto e meno pericoloso ai trionfanti usurpatori del suo trono ed ai ladroni rapitori del suo patrimonio privato. Quel che ci fosse di vero intorno alle pratiche per ottenere l'abdicazione del Santo Padre, apparve manifesto dai documenti ufficiali che a suo tempo abbiamo riferito (Serie V, vol. 1, pag. 50 e seg.). Ma eravi ragione fondata di dubbio quanto agli ufficii, che diceansi fatti presso il Re Francesco II; parendo ad ogni animo ben nato ed onesto, che si dovesse guardare come iniquo e crudele, e perciò incredibile da parte del Governo di sì generosa nazione, il perseguitare una tanto nobile sventura, col negarle perfino il riposo dell'esilio tra le braccia del Padre comune dei fedeli.


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Tuttavolta è da dire che la politica del Governo francese, per sue recondite ragioni, sentisse la necessità di satisfare in qualche modo, per questa parte, alle pretensioni dei settarii italiani; poiché oggimai è indubitato che il La Valette sollecitò, con quanto seppe trovare di argomenti, di velate minacce e di lusinghiere promesse, il Re Francesco II ad appagare in ciò i desiderii di Napoleone III. La Gazzetta universale di Augusta, nel n. 71 del 12 Marzo passato, pubblicò una relazione particolareggiata del colloquio perciò avvenuto fra il tradito Re delle Due Sicilie e l'Ambasciadore francese; che noi riferiremo qui per intiero, quale fu recata dall'Osservatore Romano, avendo fondata ragione di credere che trovisi in essa la genuina sposizione di tal fatto; ed anche perché tal documento può gettare qualche luce sopra l'indole e lo scopo e i risultati dei maneggi conciliativi di S. M. l'Imperatore Napoleone III quanto alle rivolture italiane.

«Il 9 Dicembre dell'anno scorso, il nuovo Ambasciadore francese a Roma impetrò presso il Re delle Due Sicilie un'udienza, che egli ottenne pel giorno 10 ad un'ora pomeridiana. Dopo i primi complimenti d'uso, il marchese di La Valette entrò tosto in argomento.

«Io ho l'incarico, disse egli, di volgere, in nome dell'Imperatore, l'attenzione di Vostra Maestà sulla incompatibilità del suo soggiorno in Roma. L'Imperatore, che nutre continuamente per Vostra Maestà la massima affezione e le più sincere simpatie, crede corrispondente agli interessi di V. M. l'abbandonare una capitale, ove la presenza sola della M. V. è bastevole ad incoraggiare la guerra ed il disordine nei vostri antichi Stati. L'Imperatore dà questo consiglio nel vostro proprio interesse, o Sire; i diritti di V. M. non vengono pregiudicati da un cambiamento di dimora; nessuno può sapere ciò che l'avvenire riserba a V. M., e sarebbe più glorioso per voi, o Sire, quando non si avesse ad ascrivere alla vostra direzione ed ai vostri desideri una insurrezione, che non è nel caso di rendere alla M. V. il suo trono, ed è soltanto atta a provocare Mene di sangue, di anarchia e di distruzione, che servono di scandalo alla pubblica opinione d'Europa. Io non disconosco in nessun modo i sentimenti della M. V., ed appunto perciò oso di parlare in questo senso a Voi, o Sire, disimpegnandomi dell'incarico del mio Sovrano.»

A queste parole in fondo assai chiare, quantunque avviluppate nelle più ricercate espressioni di gentilezza e nelle più elastiche frasi della dialettica diplomatica, l'Ambasciadore francese aggiunse ancora:


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«Qui termina la mia missione diplomatica, ma la graziosa accoglienza di Vostra Maestà m'incoraggia a comunicarvi, o Sire, non nella mia qualità di Ambasciadore, ma come marchese di La Valette, com'io abbia ragione nell'asserire che l'Imperatore chiederà al Piemonte (tosto che la M. V. seguisse il sopraesposto consiglio) la riconsegna della vostra proprietà privata, di cui in modo sì indegno fu spogliata. Non è il trono solo. di cui fu spogliata la M. V. con mezzi, che non mi arrogo di giudicare: sono anche le vostre rendite personali, che furon confiscate dai Piemontesi, la dote della vostra augusta madre e tutto ciò che in base di divino ed umano diritto a Voi, o Sire, appartiene. Esigenze politiche, di coi sarebbe superfluo il parlare, hanno costretto l'Imperatore al riconoscimento del nuovo regno d'Italia, ma appunto questa circostanza gli conferisce un doppio diritto di chiedere al Gabinetto di Torino la riconsegni dei capitali e dei beni, che alla M. V. e alla vostra famiglia vengono trattenuti.»

Questa fu la sostanza del lungo discorso del signor di La Valette, discorso nel quale furono ripetute frequenti proteste delle più vive simpatie dell'Imperatore pel Re, adducendo in prova la presenza della flotta imperiale dinanzi Gaeta, spedita dall'Imperatore, come egli disse, onde dar tempo all'assediato Sovrano di riunire i suoi mezzi di difesa, e di lasciare all'arbitrio del paese il dichiararsi contro gli invasori (envahisseurs).

Il Re ascoltò con somma attenzione e calma il lungo discorso dell'Ambasciatore francese, e quindi rispose:

«Ella ha parlato in nome dell'Imperatore ed in suo proprio; io risponderò all'Imperatore come a lei in modo parimente sincero e chiaro. Sono assai grato all'Imperatore pel suo consiglio, e non dubito, che ciò non provenga da un vivo interesse per la mia persona; ma non sono in caso di seguirlo; io sono un Principe italiano illegalmente spogliato del suo possesso, e perciò non credo, che io deliba abbandonare l'unica terra italiana che mi accolse. Io sono non soltanto Re delle Due Sicilie, ma anche Duca di Castro, e come tale sono proprietario negli Stati Pontificii. Qui io ho ancora l'unica casa, che mi è rimasta, l'ultimo rifugio dopo il gran naufragio. Se io, come ho intenzione, cambierò il Quirinale col mio palazzo Farnese — se mi sarà pure possibile — cesserò d'essere l'ospite del Papa, alla di cui magnanima ospitalità sono già tanto obbligato, e diventerò un Principe che vive tranquillo nella propria casa, e sotto la protezione delle medesime leggi


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che godettero per tanti anni tutti i membri della famiglia Bonaparte, quando la politica loro ricusava un asilo in quasi tutti i paesi dell'Europa. Qui dunque io mi trovo, per cosi dire, nella mia patria, perché sono in Italia. Qui si parla la mia lingua, qui no i miei interessi, e sono vicino al mio paese ed ai miei sudditi.

«Ma se si vede in questa vicinanza un pericolo, se mi si rende in certo modo risponsabile pel sangue versato, allora io potrò dire a mia volta che la responsabilità non colpisce me, ma coloro che ledono tutti i diritti, rompono tutte le promesse, falsificano ogni parola, assaliscono uno stato in tempo di pace, ne trucidano i soldati e ne costringono il Re ad abbandonare il suo trono. Questi uomini vengono chiamati da una gran parte dell'Europa galantuomini e leali; ed all'incontro, secondo la moderna etimologia, vengono chiamati assassini e briganti quegli infelici che difendono in una lotta disuguale l'indipendenza della loro patria ed i diritti della loro legittima dinastia. In questo senso anche io tengo per un grand'onore di essere un brigante. Se mi si parla dell'avvenire e della macchia, che il sangue versato imprime al mio nome, allora il passato è la guarentigia de' tempi presenti. Si è già dimenticato che, quando i miei generali bombardavano Palermo, per mio ordine fu cessato il fuoco nel momento in cui la ribellione disponevasi a capitolare? Forse questo, io lo confesso, fu un errore politico, ma io non ebbi il cuore di abbandonare la seconda capitale della monarchia alla distruzione. Non abbandonai Napoli, non lasciai tutto, i miei interessi, la mia reggia, i miei beni, onde distogliere dalla mia capitale gli orrori della guerra? Non ho io dato l'ordine di capitolare a Messina e a Civitella del Tronto subito dopo la resa di Gaeta? Non ho io sciolto l'armata, invece di stenderla in bande sopra il reame e prolungare la guerra civile? Chi oserà in faccia a tanti e tali fatti, che i politici con ogni diritto mi rimproverano come altrettante prove di debolezza, di accusarmi ancora di egoismo e di animo sanguinario? Ma io ho dei doveri da adempiere, e li adempierò sino alla fine. Senza amare il trono, di cui ho imparato a conoscere soltanto le amarezze, non abbandonerò il posto, che la provvidenza mi ha confidato. Io non ho incoraggiato l'insurrezione in Napoli, perché il momento opportuno non è ancora giunto. Ma io non rinnego e giammai rinnegherò quelli che combattono in mio nome, ed io mi porrò, quando l'istante sarà giunto, alla loro testa per riconquistare il mio scettro e combattere i nemici della mia patria.


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Su questo desiderio non deve esistere né dubbio, né equivoco. Ella mi ha richiamato alla memoria tutto ciò che l'Imperatore ha fatto per me. Egli sa quanto sincera fu la mia riconoscenza, quanto viva essa sia ancora. Ma se oggi io non posso dare seguito al suo consiglio, egli certamente non mi accuserà di mancanza di rassegnazione nella sua volontà e di fiducia nella sua esperienza. Negli ultimi mesi del mio sì breve Governo, ho ascoltato in circostanze assai critiche i consigli, che mi manifestarono in suo nome i suoi ministri. Quando insorse la lotta, evi era ancora tempo di lottare e di non cedere, il barone Brenier mi consigliò o, meglio detto, chiese come condizione per l'aiuto morale della Francia di porre fine alla rivoluzione nei miei Stati col ripristinamento della costituzione del 1848, con una amnistia e con una alleanza col Piemonte. Se ella crede, che la ragione di stato e 1 interesse dei miei popoli avessero chiesto questo sagritìzio della mia propria convinzione, adesso ella ne vede le conseguenze. Io sono in Roma; il Piemonte si è impossessato violentemente del mio trono, e la rivoluzione è padrona d'Italia. Forse il barone Brenier ha trasgredito le sue istruzioni. Forse lo fece anche l'Ammiraglio Tinan quando mi assicurava, che la flotta sarda non entrerebbe nel golfo di Gaeta. Confidando in quest'assicurazione, posi il campo sul Garigliano ed appoggiava la mia destra al mare. Tutt'ad un tratto la flotta francese concesse l'adito alla sarda. ed appena ebbi il tempo di avvisare il comandante dell'armata di questo cambiamento. Questi fu costretto, quando vide esposta la sua posizione, che egli credeva sicura e protetta, di ritirarsi frettolosamente sopra Mola, donde ebbero origine le ulteriori funeste conseguenze. Io so benissimo che le esigenze della politica impongono ai Sovrani maggiori obblighi che non le simpatie personali, ed io non mi lagno; ma mi è bensì permesso di dire che tutte le esigenze della politica si sono rivoltate contro di me.»

«Allora, o Sire, rispose La Valette, io dovrò con mio sommo dispiacere manifestare all'Imperatore, che Vostra Maestà ha respinto il suo consiglio?»

«Io non lo respingo, replicò il Re. Soltanto io mi vedo nell'impossibilità di seguirlo. E quand'anche condizionalmente volessi aderire alla partenza da Roma, dove dovrei andare? In Germania ho dei parenti; ma sarebbe prudente per un Re italiano di passare in Germania il tempo del suo esiglio? Che cosa direbbe di lui la rivoluzione, qual piano fantastico gli si supporrebbe? Anche in Spagna ho dei parenti prossimi, là è la culla della nostra famiglia.


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Prevenendo tutte le eventualità, la regina Isabella con la magnanimità propria del suo carattere, mi ha offerto ancora prima della mia partenza da Napoli, tutto ciò che può nobilitare l'ospitalità di una grande nazione. Ma la Spagna è troppo lontana da miei stati, ed io non voglio né perderli di vista, né aver l'apparenza. anche per un solo momento, di rinunciare a miei diritti».

«Ma nessuno, rispose La Valette, pretenderà, nessuno penserà, che Vostra Maestà vi rinunzi, e l'Imperatore si stimerà fortunato di offrire alla Maestà Vostra ospitalità in Francia».

«Io so, replicò il Re, e ne sono immensamente grato a Sua Maestà Imperiale, che mi è offerto il Castello di Pan. Ma io non vi acconsentirò giammai, sotto qualunque siasi condizione. Il mio nome solo basta a spiegare il mio rifiuto. Il partito legittimista verrebbe certamente a salutarmi, e si direbbe, usare esso di questo pellegrinaggio a Pan, come protesta contro il Governo imperiale. Da ciò l'imperial Governo non soffrirebbe certamente alcun pregiudizio; ma io non potrei però chiudere la mia porta a coloro che venissero a darmi prova delle loro simpatie, ed in pari tempo non permettere, che il mio nome servisse d'insegna contro il Sovrano che mi concedesse ospitalità nei suoi Stati, specialmente quando mi richiamo alla memoria, che mio padre fu il primo Sovrano, che ha riconosciuto l'Imperatore».

«Vostra Maestà, soggiunse l'Ambasciatore, possederebbe però, se volesse decidersi ad abbandonare Roma, una sufficiente fortuna per poter vivere in qualche altra parte del mondo».

Su di che il Re rispondeva: «In riguardo alla mia fortuna confiscala non permetto (ed ella come gentiluomo lo comprenderà) che si propongano condizioni o mediazioni, e s'intavoli nemmeno una discussione. Quando si perde un trono, importa poco se si perde anche la fortuna, quand'anche colui, che l'ha tolta, la restituisse a suo tempo. Il primo non mi strapperebbe un lagno, il secondo nessuna riconoscenza. Io sarei povero come tanti altri che valgono più di me, e la dignità vale più a miei occhi che le ricchezze».

«Con immenso dispiacere, soggiunse La Valette, riferirò il successe della mia missione. Ma siccome in questo abboccamento ho aggiunte alle mie istruzioni le mie proprie idee, così desidererei, che Vostra Maestà mi indicasse quella parte della risposta, che debbo sottoporre al mio Sovrano».


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«Gliela comunichi intera, disse Francesco II. Io desidero che l'Imperatore venga a conoscere le mie intenzioni nello stesso modo, come qui chiaramente e sinceramente le ho esposte. In breve, io le do in anticipazione il mio consentimento perché ella riferisca nel più minuto dettaglia tutto ciò che ha udito dalla mia bocca».

«Prego di riflettere, continuò l'Ambasciatore con enfasi, che l'Imperatore Napoleone nutre una sincera affezione per V. M.; e da quale altro Sovrano potrebbe la M. V. promettersi nel tenebroso avvenire un sostegno più efficace? Non si raffredderà questa amicizia, quando l'Imperatore verrà a sapere che furono rigettati i suoi consigli?»

«Io non li rigetto, replicò il Re, ma io non posso accettarli: e se egli mi ritrae la sua amicizia, ne sarei desolato; ma non sarei io quello, che avessi rotto queste buone relazioni. Negli affari che mi risguardano personalmente, e nei quali egli non ha parte diretta, mi sembra che io solo posso essere l'unico giudice competente del contegno che debbo tenere».

«Le esigenze del Piemonte, soggiunse La Valette, si aumenteranno, e forse tra breve potrei ricevere delle istruzioni che mi costringessero a presentarmi di nuovo a Vostra Maestà, e le quali potrebbero forse anche avere una influenza diretta sul rimanere delle nostre truppe in Roma».

«Io non posso credere, ripeté il Re, che le esigenze del Piemonte eserciterebbero una tale influenza sull'animo dell'Imperatore, ed ancora meno, che dal Gabinetto di Torino dipendesse lo scioglimento di una questione sì importante come quella della prolungata protezione concessa al Capo Supremo della Chiesa. In ogni caso se le truppe francesi partono da Roma, il medesimo battaglione piemontese può fare prigionieri il Papa al Vaticano ed il Re di Napoli al Quirinale. Io sono rassegnato ad una prigionia in sì eccelsa e si illustre compagnia». — «Ciò non sarà mai, sclamò La Valette con vivacità. La bandiera francese coprirebbe (couvrirait de ses plis) la M. V. ed il Santo Padre, e l'Imperatore non abbandonerà Roma. Ma chi sa quali istruzioni riceverò da Parigi quando sarà noto il rifiato di V. Maestà?» — «Qualunque esse sieno, rispose il Re congedando l'Ambasciatore, elleno mi procureranno la soddisfazione di fare con lei più intima conoscenza».

2. Già più volte accadde che i Mazziniani prevalenti a Napoli rendessero servigio al Governo usurpatore col fare pubbliche violenze agli stampatori ed editori de' giornali cattolici, cui bastasse l'animo di svelare alcuna delle schifosissime piaghe, ond'è straziato quel regno un di si fiorente e felice.


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Testé si rinnovava per la terza volta il brutale assassinio a danno della Stella del Sud. Fin dalla Domenica 6 Aprile erano corse notizie sicure del fatto che prepara vasi pel domani, contro varie tipografie, le quali ricorsero al Governo per averne difesa e si tennero poi chiuse la mattina del Lunedì. Ma il tipografo della Stella del Sud, che pose nella lealtà del Governo troppa fiducia, ebbe l'animo di aprire la sua officina: e sulle 11, antimeridiane questa fu invasa da una quindicina tra camorristi e Guardie nazionali travestite; e tutto in poco d'ora, torchi, caratteri, carta, e quant'altro ivi trovavasi, fu rovesciato, rotto, messo in brani e in frantumi. Quando l'impresa fu compiuta, comparvero una quindicina di guardie di pubblica sicurezza, che cortesemente fecero ala al passaggio dei devastatori che si ritiravano. Questa è la libertà e la felicità recala dalla rivoluzione a Napoli, decantata nel Parlamento inglese dai Palmerston, dai Gladstone, dai Layard con uno stile ed una facondia, che certamente deriva dallo spirito della menzogna in essi incarnato.

3. Il mercato di apostati, aperto in Torino come dicemmo nel precedente quaderno, mandò suoi commessi principalmente nel Regno e nell'isola di Sicilia. Quivi si posero sfacciatamente in opera le arti della seduzione e le larghe promesse; e con ciò si riusci a razzolare dal lezzo della scostumatezza e dell'ignoranza un certo numero di disgraziati, che volonterosi mettessero il loro nome sotto il modulo della famosa petizione compilata nel conciliabolo Giudaico. Ma eran pochi al bisogno. Si ricorse allora alla violenza. Si hanno qui in Roma i documenti che provano come a Messina, per esempio, parecchi infelici sacerdoti si ascrissero a quel vituperoso gregge, perché posti fra le due, o di firmare il loro nome o di aspettarsi la morte minacciata loro col pugnale appuntato alla gola o col revolver inarcato alle tempia. E siccome i miseri pur cercavano di ritrarsi da tal precipizio, in cui erano caduti per la paura, fu pubblicato un bando, firmalo da un Alessandro De Cesare, con cui si taccia di congiura l'adoperarsi a far rinsavire i traviati, o il ritrattare quella scismatica adesione, e in nome delle società democratiche si minacciano guai a coloro che osassero tormentare le coscienze del buon clero, ossia degli apostati.

Del resto ecco quel che scrissero da Catania all'Armonia di Torino.

«Abbiamo qui un certo gabinetto, i cui soci usano di frequentar le chiese, col solo intento di spiare se gli oratori sacri proferiscano qualche motto in favore del Papa. Un prete che osò definire la libertà nel suo genuino significato, fu minacciato di morte. Ma questo è niente.


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In casa del Prefetto si fece una illegale petizione in nome del Clero per pregare Pio IX a ceder Roma. La petizione fu portata all'egregio Monsignor Vicario Capitolare Gaetano Asmondi, perché la firmasse; ma questi coraggiosamente vi si rifiutò, nulla curando gli oltraggi che avria quindi dovuto soffrire. Allora la petizione fu portata al suindicato gabinetto, e i soci postisi in sentinella guardavano se prete alcuno passasse, e vedutolo l'invitavano ad entrare, entrato lo attorniavano, obbligandolo alla firma della petizione; e non appena il prete diceva: non posso, non devo, non voglio, che subito lo buttavan fuori ingiuriandolo col solito epiteto di birro borbonico, e simili. Aggiunga a tutto ciò che avendo il Vicario Capitolare negata la missione di predicatore quaresimalista ad un certo prete che avea gridato: abbasso il Papa Re! ed avea predicato in pubblica piazza contro il potere temporale; il Prefetto ebbe la temerità di usurparsi l'autorità spirituale, accordando la missione oratoria all'infelice sacerdote, il quale in effetto andò a predicare la quaresima in un paese della provincia, dove l'Ordinario ne avea già spedito un altro da lui approvato.»

E, pur dalla Sicilia, scrissero alla Vera Buona Nocella, intorno a codeste sottoscrizioni strappate a forza: «È necessario avvertire che alcuni pochi del Clero regolare e secolare firmarono, perché ingannati dalle ciarle e bogie de' sedicenti liberali, i quali diedero ad intendere che una tale cessione era vantaggiosa alla Religione; altri furono costretti ad apporre la loro firma da una brutale violenza, dopo aver subito minacce della vita, di privazione di beni e di disdoro delle famiglie. Ma il Clero siciliano (pochi eccettuati) fu sempre ed è sommesso all'obbedienza del Vicario di Gesù Cristo, e non solamente vuole Pio IX Papa e Re, ma, se fosse possibile, lo vorrebbe più che Re. Li preghiamo a render pubblica la presente dichiarazione».

4. Né cotali violenze tiranniche si fanno solo colà, e solo a danno di preti. Il Regno tutto è pure in preda alla crudeltà rivoluzionaria, e ce ne fa testimonianza, che non può essere sospetta, il famoso Ricciardi, deputato al Parlamento di Torino, che scrisse al Rattazzi una lettera, pubblicata nel diario la Nuova Europa, dove leggesi quanto segue.

«Le dirò, innanzi tratto, le cose esser venute a tale in quella parte d'Italia, che i più non hanno gran fede nella durata del nuovo governo, il quale, non temerò di affermarlo è oggetto quivi di generale disamore.


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 V'aggiungo, la giustizia e la legge essere nomi vani, la magistratura non facendo il proprio dovere che imperfettissimamente, e la vita dei cittadini essendo, nei luoghi tutti infestati dal brigantaggio, in balia dell'autorità militare, i cui soprusi son tali da far rabbrividire. Migliaia di persone, da un anno a questa parte, furono passate per le armi, senza giudizio di sorta alcuna, e per comando di un semplice capitano o luogotenente; sicché non pochi innocenti miseramente perirono! Orribili esempii potrei citarle a tale proposito ricordando le date, i nomi ed i luoghi. Bisogna por modo, a ogni patto, ad un tale stato di cose: e ristorare l'impero della legge, la quale porge armi bastanti al governo per reprimere il brigantaggio»

Queste parole d'un Mazziniano dichiarato bastano a marchiare di sempiterna infamia la svergognata e disumana politica di uomini di stato come il Layard, il Gladstone, lo Slaney ed il Palmerston, che pur testé osavano in pien Parlamento inglese vantare la libertà e la felicità del nuovo Regno d'Italia, e negare le atrocità degli usurpatori, e calunniare iniquamente la reazione degli oppressi, e chiamare la Santa Sede in colpa di supposte crudeltà imputate ai legittimisti che ne sono vittime, e far voti per lo sterminio del brigantaggio.

5. Che cos'è codesto brigantaggio? E la reazione ognora più poderosa e formidabile de' popoli contro il giogo mazziniano, imposto loro dal tradimento dei compri settarii che cingevano il trono di Francesco II, e ne capitanavano l'esercito, e ne governavano la Capitale e le province dello Stato, quando il Cavour sospinse contro lui il Garibaldi, a cui que' perfidi vendettero ogni cosa a vilissimo mercato; è la reazione contro quell'ignominioso giogo ricalcalo poscia loro in collo dalle armi piemontesi Per quanto i giornali del Nuovo Regno si studiino di persuadere, che tutto si riduce a scarse bande di ladri e di malandrini, prezzolate di fuori e condotte da stranieri; il fatto è che il Governo stesso di Torino dimostra con argomenti efficacissimi, come quella sia reazione politica, vasta, indomabile. Altrimenti perché armare contro di essa la Guardia mobile, la milizia cittadina, le masnade di carnefici ungheresi, le forze di 40 mila soldati? Perché le artiglierie e le navi da guerra da guardare i passi?

Perché stancar di suppliche e di lamenti il Padrone parigino, affinché si adoperi a porvi un termine col cacciare d'esilio in esilio la vittima di tante perfidie, di tante violenze e di innumerevoli tradimenti?


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La cosa è chiara. La rimembranza di Francesco II basta, lo confessano essi stessi, a tener viva in que' popoli la speranza di riavere in lui il mite e paterno Principe; onde sentono più importabile la tirannesca prepotenza della rivoluzione, e cercano disperatamente di spezzare le loro catene. Di qui si vede perché i diarii quotidiani di Napoli rechino ogni

giorno le notizie di zuffe e scontri e combattimenti accaniti, e fucilazioni, e crudeltà, e rappresaglie fra le due parti, che si straziano per guerra civile.

Ci sarebbe impossibile lo sceverare fra tanta copia di relazioni il vero e il falso, o conoscendolo riferire distesamente ogni cosa. Ci basti pertanto di mettere in nota, che anche in province rimote assai dagli Stati della Chiesa, donde per altra parte la vigilanza delle truppe francesi impedisce ogni soccorso agli insorti, formicolano le schiere di intrepidi realisti, che travagliano senza posa con attacchi sanguinosi le truppe piemontesi e i loro partigiani. Il Diritto di Torino, araldo Mazziniano, dice, nel n. 102, che: «le province sono ridotte a concentrarsi nelle grandi città. Foggia, per esempio, è un gran campo trincerato, dove sono vacche, pecore, cavalli ecc. non potendosi tenere più nelle campagne. Da Bari non si esce oltre dieci miglia, senza correre il rischio di essere svaligiati. E Bari e Foggia sono i capiluoghi di due province, dove il brigantaggio non potrebbe, non dovrebbe esistere, senza il positivo e largo concorso di retrivi». Aspettiamo che i nemici di Francesco II e della Santa Sede ci facciano sapere che i briganti della Capitanata e della Basilicata si spediscono colà da Roma, per via telegrafica od in palloni volanti, con tutte l'armi ed i cavalli.

Chi poi volesse sapere come siano governati gl'infelici, che cadono in mano alla sbirraglia rivoluzionaria e sono chiusi, anche per puri sospetti, in carcere, legga le seguenti parole dello stesso Diritto, cui scrivono da Catanzaro: «All'amministrazione della giustizia il Governo dee pensare seriamente. Le prigioni sono piene di detenuti senza letto, senza paglia, senza coperte, tanto che 280 di essi sonosi ammalati di tifo. Molti ne muoiono giornalmente e le autorità non pensano a sollevare la condizione di tanti infelici. Il Municipio si è recato in corpo dal Prefetto per scongiurare i pericoli che minacciano la città ecc.» E il somigliante fu scritto da più altri luoghi, dove si teme, di peste, per lo stragrande numero di meschini tenuti in quelle sozze bolge a martoriarsi e macerarsi fino a perire di sfinimento. Ecco i frutti della filantropia inglese incarnata nel Gladstone, e nei campioni del non intervento.


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6. Dopo la fusione dell'esercito Mazziniano col Piemontese, restava al Governo del sig. Rattazzi un'altra grave faccenda sulle braccia, ed era l'epurazione della Magistratura napolitana. Ognuno intende che con questa parola si vuol significare quel provvedimento, per cui un buon numero d'onesti magistrati si dovea mandare con Dio, al più con un tozzo di pane per mercede di decine d'anni d'onorati servigi, onde riuscire al doppio intento: di sbarazzarsi cioè de' sospetti, e di far luogo ad insediare comodamente la turma di perfidiosi, i quali altamente rivendicavano la loro quota parte dei trenta denari dovuti ai Liborio Romano d'ogni grado. Or questo fu eseguito. Più centinaia di Magistrati furono cassi d'uffizio, o traslocati a grande loro disagio e discapito, o abbassati di grado, o messi in riposo con tenue pensione; mentre in loro vece furono o promossi o surrogati i benemeriti alla maniera del Conforti e dello Spaventa. Da questo avranno imparato i tentennanti, soliti a tenere il piede in due staffe, che non si può servire a due padroni; e per contro i virtuosi e fedeli a' loro doveri si ricorderanno che il gran libro delle partite di quaggiù si tiene da Dio, giusto rimuneratore del bene e del male.


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